Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
ORMAI LA CASA E’ UN SOGNO ANCHE PER I GIOVANI CON UN LAVORO
La responsabile Mutui della filiale Cariparma si alza in piedi.
Si allunga verso l’altro lato della scrivania, prende le mani di quella giovane che le sta davanti: “Mi dispiace, cara”.
Le ha appena detto che il prestito per comprare casa se lo può scordare.
Lei era entrata lì dentro solo per farsi un’idea sull’ammontare dell’anticipo. D’altronde, che altri intoppi ci potevano essere? È una ragazza fortunata: ha 31 anni, un contratto a tempo indeterminato, guadagna 1800 euro al mese.
E con il nuovo anno ha deciso: si compra una casa. Certo, vive a Roma, dove ogni metro quadrato si paga oro.
Ma anche gli affitti sono esorbitanti: basta buttare via soldi, pensiamo al futuro. Se non ora quando? Mai, a quanto pare.
La dipendente di Cariparma capisce che può sbrigarsela in pochi minuti: quella che ha di fronte è una che non ha capito in che mondo siamo finiti. “Non è più come fino a due anni fa. Io lo dico a tutti che è difficile: le banche i mutui non li danno più”. Insistere? “Dunque: noi finanziamo fino al 60 per cento del valore dell’immobile. La rata non può superare il 30 per cento dello stipendio. Lei quanto guadagna? Di quanto ha bisogno? Ecco, non ci siamo proprio”.
Non le è servita nemmeno la calcolatrice.
“Non solo non è il momento, non so se ha letto i giornali — insiste nervoso il volto di Cariparma —. Ma poi se parte con una richiesta così, deve averne già quasi la metà ”. La nostra 31enne, ovvio, non ha un euro di risparmi.
E le sue non sono richieste esorbitanti, considerato il contesto di Roma.
Con 150 mila nella Capitale si possono portare a casa al massimo 35 metri quadri a Torpignattara: un bilocale a Centocelle (terzo piano senza ascensore) tocca già i 180 mila.
Cinquantotto metri quadri a Trigoria (altezza Grande Raccordo Anulare) sfiorano i 220 mila euro.
Se vuoi avvicinarti un po’ alla città , a Garbatella ti servono 250 mila euro per un monolocale di 40 metri quadri.
E arrivi a 300 mila se osi chiedere 75 metri quadri (da ristrutturare) a Cinecittà o 60 metri quadri al Pigneto con vista tangenziale.
Eppure in banca se aspiri a non vivere come un criceto in gabbia chiedi “troppo”. “Settanta metri? O ti trovi qualcosa di più piccoletto…”.
O devi avere almeno la metà , lo ha già spiegato. “Ti sarai fatta un giro nelle altre banche, no? Te l’avranno detto, no?”.
Alla filiale di Banca Intesa ha parlato con una signora che l’ha guardata per tutto il tempo come fosse sua madre.
Brava, una giovane che si dà da fare, eccoli qua i nostri ragazzi, altro che bamboccioni.
Ma l’entusiasmo è durato poco. 200 mila euro? “In 40 anni, tasso fisso del 6,40, anticipo zero… Rata da 1156 euro al mese, non è fattibile”.
Variabile? “Tanto la fattibilità si calcola sul tasso del fisso…”
Alternative? “Un co-intestatario o una fidejussione: con mio figlio sono intervenuta io — ammette la bancaria — altrimenti non l’avrebbe mai preso”.
Bisogna rassegnarsi: se uno stipendio da 1800 euro non basta nemmeno nella banca che concede mutui al 100 per cento, figuriamoci nelle altre, dove serve un 20 per cento di anticipo.
Mamma e papà , aiutatela.
“Un genitore, una zia, una sorella?”, chiedono all’Unicredit. Anche qui la donna allo sportello sciorina l’albero genealogico. “Anche se lei ha un reddito alto dovrebbe co-intestare o trovarsi un garante”.
La nostra 31enne pensa di avere l’età per ballare da sola: “Lo capisco, ma allora deve avere una cifra iniziale più alta: noi finanziamo l’80 per cento, con il suo reddito possiamo concederle al massimo una rata da 585 euro… quindi siamo sotto i 100 mila euro di prestito: lo so, non ci compra niente”.
Che pessimisti.
Le agenzie immobiliari dicono che con quella cifra la nostra dipendente a tempo indeterminato può intestarsi una “piccola costruzione 20 mq con pergolato” messa in piedi in una terrazza del Labaro, oppure un “seminterrato di 27 mq in via Gradoli”, frequentatissima dai clienti dei transessuali romani.
Allo sportello del Monte dei Paschi di Siena il preventivo non lo provano nemmeno a fare: “Per carità , una richiesta formale si può presentare sempre, non voglio scoraggiarla. Sto solo cercando di essere realista”.
E il realismo dice che “siamo in una fase in cui la banca ha difficoltà a erogare il credito”.
In compenso, non mancano i consigli. A lunga (“Sia ottimista per il futuro”) e a breve scadenza (“Cominci a mettere da parte una quota di reddito in vista di un momento migliore”).
Ma nel frattempo l’affitto con che “quota di reddito” lo paga?
Alla Deutsche Bank le condizioni sono più o meno le solite: finanziamento massimo dell’80 per cento, rapporto tra rata e stipendio che non può superare il 30 per cento. “Già al 30,1 ce lo bocciano” spiega la consulente per far capire come ragionano i tedeschi.
Attenzione: il reddito lo calcolano sull’ultimo anno.
Se il contratto te l’hanno appena fatto, non vale nemmeno la pena di mettere piede in filiale. Lei comunque parte fiduciosa: “Proviamo con 240 mila euro”.
Il terminale quasi esplode: con un mutuo di 25 anni, la rata inciderebbe sul 73 per cento del suo stipendio.
Si ridimensiona all’istante: “Proviamo con 120 mila”, la metà .
Niente da fare: “711 euro al mese, non ci siamo. Il punto è che non vogliamo affamare il cliente”.
“Proviamo a spalmarli su 30 anni”. Macchè.
Quei 120 mila che dovrebbe restituire da qui al suo sessantunesimo compleanno sono ancora troppo pesanti per la sua busta paga.
“Niente, dobbiamo scendere ancora: dunque, 100 mila, per 30 anni…ok, ci siamo! 541 euro, è lo 0,28”.
E la casa? Con quella cifra le rimane solo il seminterrato di via Gradoli… “È il massimo a cui posso aspirare?”.
“Eh già . Oddio, c’è sempre l’ipotesi di vincere al Superenalotto”.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
PER L’ECONOMISTA BENETAZZO L’UNICA SOLUZIONE È NAZIONALIZZARE GLI ISTITUTI DI CREDITO… “ERAVAMO POVERI, SIAMO DIVENTATI RICCHI. ORA TORNEREMO DI NUOVO POVERI”
L’età del consumo e credito facile è finita. 
Il nostro declino è già iniziato, e se lo scenario attuale permane così è anche irreversibile.
Le banche stringono i cordoni perchè i vincoli di Basilea sono ineludibili. O le nazionalizziamo, oppure quello che sta accadendo è inevitabile: la Bce presta il denaro a loro, e loro non lo prestano a noi”.
Aveva scritto un libro, più di due anni fa — L’Europa s’è rotta — in cui pronosticava l’assalto speculativo all’Italia e la crisi dell’Euro.
Ne ha scritto un altro, l’estate scorsa, Era il mio paese, in cui lanciava l’allarme sulla deindustrializzazione e l’impoverimento dell’Italia.
Da anni — sul blog di Beppe Grillo — Eugenio Benetazzo tuona contro la moneta unica, lo strapotere delle banche, le scelte economiche che hanno messo in ginocchio le economie nazionali.
E oggi è ancora più pessimista: “Gli anni che abbiamo vissuto, quelli del credito facile, delle imprese che investono, della grande industria italiana sono finiti”.
Benetazzo, cosa la portava a prevedere la crisi dell’Europa a partire dalla Grecia, nell’estate prima della sua esplosione?
L’euro è una moneta troppo forte per i paesi dell’europa mediterranea. Solo cinque anni fa dirlo era una bestemmia, tre anni fa era ancora una eresia, ora anche gli economisti ufficiali ammettono che il ragionamento è sensato.
Perchè?
Paesi come il nostro hanno campato sulla svalutazione competitiva. L’euro ha cancellato questa possibilità . Non ci voleva la palla di vetro per capire che la Grecia, il paese più debole, sarebbe stata attaccata per prima. E che l’Italia sarebbe diventata un obiettivo successivo malgrado i suoi fondamentali sani.
La Bce poteva evitare quello che è successo?
L’unica preoccupazione della politica di Trichet è stata di contenere l’inflazione. Ma già nel 2010 l’euro era una moneta non fallita, ma fallimentare sul piano sostanziale.
Cioè?
I tassi da pagare per rifinanziarsi viaggiavano, per noi, intorno al 3%. Dopodichè, in un momento ben determinato, siamo entrati in una spirale autodistruttiva.
In che senso un momento ben determinato?
L’assedio della finanza all’Italia inizia nell’estate del 2011 pochi giorni dopo il risultato dei referendum in cui la maggioranza degli italiani si pronunciavano contro il nucleare e a favore della proprietà pubblica dell’acqua.
I mercati hanno voluto punire l’Italia? Mi pare esagerato.
Eravamo un’anomalia, e, senza evocare nessun complotto, in questo momento in Europa non sono tollerate anomalie. Se rilegge Era il mio paese troverà un’altra previsione: Berlusconi, che non aveva più il consenso per sostenere questo livello di riforme mercatiste sarebbe stato liquidato e sostituito con qualcuno più idoneo ad adeguarsi ai parametri monetari. Non potevo prevedere che sarebbe stato Monti, ma tutto il resto era scritto.
Non ci sono prove di questo complotto…
Non è un complotto, ma un intento dichiarato: uno dei punti principale della lettera della Bce menziona anche la privatizzazione dei servizi pubblici.
Parliamo delle banche, e del ruolo che svolgono…
In questo momento hanno le mani legate. Stanno strangolando il credito, ma è inevitabile, dati i vincoli a cui sono sottoposte.
Spieghiamolo.
Le banche stanno vivendo un momento di grande difficoltà a fronte dei processi di deterioramento della qualità del credito. Il termometro di questa sofferenza è rappresentato dall’andamento delle quotazioni di borsa: nel 2008 le azioni del Monte dei Paschi valevano 3.5 euro l’una. Ora meno di 30 centesimi. Unicredit era a 6 euro, oggi è a meno di 70 centesimi…
Ma perchè allora le banche non prestano ?
È un processo matematico. Dati i vincoli imposti dalla Bce, devono rispettare e mantenere un determinato coefficente di solidità patrimoniale dato tra il capitale di rischio proprio e il totale de prestiti erogati. Per aumentare questo rapporto o aumentano il numeratore ovvero cercano nuovo capitale di rischio dal mercato attraverso nuovi aumenti di capitale oppure diminuiscono il denominatore, ridimensionando, revocando e contraendo fidi, prestiti, in una parola credito.
Non c’è soluzione, quindi?
Finchè siamo in Europa e ci dobbiamo riscontrare con la Bce . La gente si metterebbe le mani nei capelli se sapesse come sono calcolati i quozienti di solvibilità patrimoniale. Se vogliamo che cambino ci sarebbe solo da nazionalizzare. Invece di avere delle banche al servizio dell’economia, abbiamo l’economia al servizio delle banche.
Malgrado le critiche, anche lei pensa che non si possa rischiare il collasso del sistema bancario.
Le banche sono il cuore dell’organismo. Se smette di battere tutto crolla.
Quali sono stati gli errori?
I Tremonti bond sono stati una grande occasione persa: lo Stato ha messo a disposizione delle banche denaro senza pretendere nessuna garanzia sulla governance. Il meccanismo ora è impazzito e gli istituti pensano unicamente alla propria autotutela.
E l’Italia?
Quando un Paese come la Grecia raccoglie denaro all’8% è già tecnicamente fallito. Noi ci siamo andati vicini. Ci salva la stratosferica ricchezza privata, immobiliare e finanziaria.
Però?
Però bisogna iniziare a convivere con l’idea che in questi due anni di crisi siamo entrati in un processo di deindustrializzazione, di crisi finanziaria e di sudamericanizzazione sociale.
Cosa prevede?
Eravamo poveri. Siamo stati ricchi. Torneremo poveri.
Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
RIMANE SEMPRE DI ALMENO 3.000 EURO AL MESE PIU’ ALTO DI QUELLO DEI LORO COLLEGHI DI ALTRI PAESI
I dati della Commissione Giovannini, come premette lo stesso rapporto, vanno certamente presi con le molle.
Mettiamoci il fatto che la norma con la quale la retribuzione (pardon, il costo…) dei nostri parlamentari dovrebbe essere equiparata alla media europea è chiarissima soltanto in apparenza: in realtà è il massimo dell’ambiguità .
Aggiungiamoci poi che da mesi, avendo probabilmente fiutato l’aria, si moltiplicano gli studi di fonte non proprio imparziale tesi a dimostrare che contrariamente all’evidenza di un peso macroscopico sui contribuenti (per mantenere le due Camere ogni italiano spende 26,33 euro l’anno, il doppio di un francese, due volte e mezzo rispetto a un cittadino britannico!) deputati e senatori italiani costerebbero individualmente meno dei loro colleghi europei.
La conclusione logica sarebbe che alla fine la montagna ha partorito un topolino.
Invece i risultati della Commissione offrono all’evidenza per la prima volta in un documento con i crismi dell’ufficialità , alcune storture del nostro sistema che mettono seriamente in crisi il catenaccio avviato dai difensori dello status quo, pronti non soltanto a respingere qualsiasi taglio a indennità , rimborsi e prerogative, ma addirittura a rivendicare più soldi proprio in virtù della famosa media europea. Intanto è palese che lo stipendio nudo e crudo dei parlamentari italiani è di almeno 3 mila euro al mese (lordi, s’intende) più alto degli altri.
Anche dei tedeschi, nonostante la Germania abbia un prodotto interno lordo procapite del 25% più alto dell’Italia.
E senza considerare la Spagna, dove l’indennità dei deputati è decisamente più bassa.
Ma soprattutto, sarà ora impossibile per la Camera e il Senato non fare i conti con alcuni scheletri nell’armadio da troppo tempo.
Prendiamo la vicenda scandalosa dei collaboratori.
Quello italiano è l’unico Parlamento in Europa nel quale deputati e senatori percepiscono una quantità non irrilevante di soldi con cui dovrebbero retribuire l’assistente personale.
Sapevamo anche prima di leggere il rapporto della Commissione che i membri del Bundestag hanno diritto a una somma enormemente superiore.
Ma c’è una differenza: i deputati tedeschi non toccano un euro.
I loro collaboratori personali vengono infatti pagati direttamente dal Bundestag.
Nè più, nè meno, come avviene altrove, a cominciare dal Parlamento europeo.
I nostri, invece, in molti casi se li mettono in tasca: puliti, senza imposte. Di più.
Quei soldi vengono da qualcuno utilizzati per fare il famoso versamento volontario al partito. Con il risultato che si può persino portare in detrazione dalle tasse il 19% dell’importo su una somma già esentasse.
Molti assistenti intascano paghe da miseria e in nero. Non è un caso che i collaboratori ufficialmente riconosciuti siano meno di un terzo dei deputati.
Speriamo che il rapporto Giovannini contribuisca finalmente a far cessare questo sconcio. Facendo venire al pettine pure altri nodi.
Per esempio la questione della diaria, che incassano tutti forfettariamente.
Di che cosa si tratta? Del rimborso per le spese sostenute a causa della permanenza a Roma nei giorni di lavoro.
Per quale ragione questo contributo (esentasse) debba spettare senza alcuna differenza anche a chi abita nella Capitale, è francamente un mistero.
Adesso toccherà al Parlamento tirare le somme.
La Commissione non le ha tirate. E non è arbitrario ravvedere dietro questa ovvia omissione una scelta precisa.
Dare anche un semplice suggerimento sull’interpretazione dei dati e delle varie voci sarebbe stato probabilmente irrituale.
Ma anche rischioso, vista l’indignata determinazione con cui le Camere hanno rivendicato la propria autonomia quando nel decreto «salva Italia» aveva fatto capolino una norma che affidava al governo il compito di fare la media, nel caso in cui i dati non fossero stati disponibili per fine 2011.
I numeri sono arrivati il 2 gennaio, pur con tutti i limiti di cui abbiamo parlato.
Le Camere hanno voluto risolvere il problema da sole invocando l’«autodichia».
E dandosi pure la zappa sui piedi, considerato che la media europea sarebbe dovuta scattare dalla prossima legislatura mentre ora il presidente di Montecitorio Gianfranco Fini ha promesso che si applicherà da subito.
Dunque lo facciano: in fretta e senza fare ricorso alle solite piccole furbizie, quando si dovranno tirare le somme.
Magari facendosi scudo di uno di quegli studi «imparziali» che mettono tutto nello stesso calderone, dall’indennità ai rimborsi spese fino ai costi del portaborse, per arrivare a una qualche conclusione gattopardesca.
Non lo meritano i cittadini e non lo meritano le istituzioni democratiche.
Per difendere il nostro Parlamento e restituire credibilità alla politica non c’è che una strada: quella della serietà e della trasparenza.
Per favore, lasciate perdere i calderoni.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
I RISULTATI DEL POOL DI ESPERTI AL CENTRO DELLA POLEMICA CON IL PARLAMENTO
La premessa è questa: “La Commissione considera i dati contenuti nella presente relazione
del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una loro utilizzazione ai fini indicati dalla legge”.
È l’epitaffio che il pool di esperti che a luglio scorso ha avuto il compito di vigilare sul “livellamento retributivo Italia-Europa”, presieduto dal numero uno dell’Istat Enrico Giovannini, mette in calce al proprio studio comparativo sugli stipendi di eletti, nominati e dipendenti degli apparati pubblici in Italia e nel resto d’Europa.
I cinque “esperti di chiara fama” Roberto Barcellan (Eurostat), Alfonso Celotto (Ordinario di diritto costituzionale a RomaTre), Ugo Trivellato (professore di Statistica economica all’ateneo di Padova), Giovanni Valotti (ordinario di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi) e Alberto Zito (ordinario di Diritto amministrativo all’università di Teramo), non sono riusciti nei cinque mesi che hanno avuto a disposizione a fornire dati adeguati alla richiesta ricevuta dal governo.
Si sono riuniti cinque volte, due a settembre, una a ottobre, novembre e dicembre, hanno chiesto delucidazioni alla Presidenza del Consiglio sui criteri tecnici da adottare, hanno chiamato le ambasciate di mezza Europa in cerca di dati certi, e niente.
Avranno tempo fino al 31 marzo per mettere mano a una materia complessa di organi elettivi, agenzie, autorità e commissioni per trovarne affinità e divergenze tra noi e il resto d’Europa.
Gli unici dati per adesso messi nero su bianco dalla Commissione Giovannini sono peraltro già noti all’Ufficio Studi della Camera e ci spiegano che i deputati e i senatori italiani hanno un’indennità lorda più elevata rispetto ai colleghi francesi, tedeschi, spagnoli, belgi, austriaci e olandesi e godono di alcuni benefit sconosciuti al resto delle Camere continentali.
Tra questi c’è la libera circolazione ferroviaria, autostradale, marittima e aerea, di cui dispongono solo i deputati e i senatori del Belgio, che però possono contare su un’indennità di 7.374 euro (uguale per Camera e Senato) e un forfati di 1.892 euro, contro gli oltre 16mila euro del parlamentare di casa nostra.
Un’altra diversità è data dal contributo per i collaboratori parlamentari (in Italia ammonta a 3690 euro al mese per Montecitorio e a 4180 euro per Palazzo Madama), che in Italia è versato direttamente al parlamentare, finendo a volte per diventare un’ulteriore voce di reddito (o una sacca di lavoro nero).
In Belgio, Austria e Germania questi collaboratori sono pagati direttamente dal Parlamento.
In Francia, i 9.138 euro lordi (alla Camera) e i 7.548 euro lordi (al Senato), stanziati per questa funzione sono una “linea di credito” che va restituita se non se ne usufruisce (anche qui il rapporto di lavoro è gestito dal Parlamento).
C’è poi la partita dei vitalizi, per cui, fino all’ultima modifica varata dagli uffici di presidenza di Camera e Senato, l’Italia vinceva a mani basse (il vitalizio nostrano era quattro volte quello francese, mentre in Spagna finiva per essere una specie di pensione integrativa di modesta entità ).
Sempre in Francia, poi, al posto della diaria di 3500 euro di cui gode un deputato italiano (in Spagna la stessa ammonta a 1823,9 se si è eletti fuori Madrid e di 870,56 se eletti nella capitale), un membro del Parlamento può risiedere con tariffa agevolata a Parigi in residence di proprietà dell’Assemblea.
Il Senato tedesco, a base regionale, è poi incomparabile con qualsiasi altra assemblea elettiva presa in esame.
È proprio per la complessità di comparare questi dati in una media “europea” che lo stesso Giovannini certifica l’inadeguatezza della propria missione: “Ci sono molti altri aspetti da tener conto che sono differenti nei vari paesi: quindi, è impossibile fare una media europea”.
La legge, insomma, è scritta male. E le variabili di cui tener conto sono difficili da ponderare.
La vicenda è anche più complicata se si pensa che le decisioni sulle retribuzioni di Camera e Senato debbono prenderle Camera e Senato.
E se il presidente dell’assemblea di Palazzo Madama lamenta di non aver ricevuto alcunchè dalla Commissione, la Camera dei deputati si premura di affermare che “secondo dati elaborati dalla Camera”, l’indennità dei nostri parlamentari, al netto delle tasse, “è di circa 5000 euro contro i 5030 della Francia, i 5100 della Germania e i 5400 dell’Austria.
Inferiore invece nei Paesi Bassi dove l’indennità degli onorevoli si ferma a 4600 euro”.
Sono questi, per Montecitorio, i dati dai quali partire.
Come dire: ma questa commissione che ci sta ancora a fare?
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
SARA’ RICONSIDERATO IL CONTRIBUTO RICHIESTO AGLI STRANIERI PER IL RILASCIO DEL PERMESSO: OCCORRE VALUTARE SE E’ COMPATIBILE CON IL REDDITO DEL LAVORATORE E LA COMPOSIZIONE DEL NUCLEO FAMILIARE
C’è la crisi economica, va dunque ripensato il contributo chiesto agli stranieri per il rilascio del permesso di soggiorno.
L’annuncio è arrivato dai ministri dell’Interno, Anna Maria Cancellieri e della Cooperazione, Andrea Riccardi, che hanno avviato una valutazione sul tema.
La Lega, però, già minaccia battaglia.
Il Viminale spiega che i due ministri “hanno deciso di avviare un’approfondita riflessione e attenta valutazione sul contributo per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati regolarmente presenti in Italia, previsto da un decreto del 6 ottobre 2011 che entrerà in vigore a fine gennaio”.
In particolare, aggiungono i ministri, “in un momento di crisi che colpisce non solo gli italiani, ma anche i lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese, c’è da verificare se la sua applicazione possa essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare”.
L’aumento della tassa – da 80 a 200 euro – per i permessi e la carta di soggiorno degli immigrati residenti in Italia aveva scatenato polemiche, nei giorni scorsi.
Dalla Cei alla Cgil, un vasto schieramento era insorto considerando il contributo vessatorio. Ora però, dal fronte opposto, arriva l’altolà del Carroccio: “Vigileremo affinchè il governo Monti non elimini il contributo richiesto ai richiedenti il permesso di soggiorno, un contributo dovuto vista la mole di lavoro amministrativo che la pubblica amministrazione deve fare per rilasciare il titolo di soggiorno o per rinnovarlo”.
Cosa non farebbero per un voto i pataccari padagni: così possono girare per le osterie della padagna a raccontare palle contro Roma ladrona (dove loro hanno governato otto anni)…
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
MONTECITORIO E PALAZZO MADAMA PAGHERANNO DIRETTAMENTE I PORTABORSE E COSI’ SCENDERA’ A 9.000 EURO LA RETRIBUZIONE COMPLESSIVA NETTA
Operazione novemila euro. 
I presidenti di Camera e Senato non oseranno mai chiamarla così, ma la manovra che tenteranno di condurre in porto nelle prossime tre settimane è proprio quella di ridurre la retribuzione complessiva netta di deputati (oggi circa 12.500 tra reddito, diaria e rimborso portaborse) e senatori (circa 13.000) fino a quella soglia.
Il taglio secco dovrebbe variare tra i 3.690 euro di Montecitorio e i 4.100 di Palazzo Madama.
Ma non un colpo di forbici sul reddito in senso stretto, perchè quello non sarà toccato: Schifani e Fini su questo punto concordano.
La tassazione italiana riduce già il reddito netto dei parlamentari, appunto, a 5 mila euro circa alla Camera e 5.500 al Senato, come spiegava ieri la nota della presidenza di Montecitorio in risposta alla relazione Giovannini.
Piuttosto, si inciderà sul budget da 4.100 del Senato e di 3.690 della Camera per il portaborse. L’obiettivo è sottrarlo alla disponibilità di deputati e senatori perchè sia l’amministrazione a pagare il collaboratore.
Non sarà un’operazione facile.
La rivolta di ieri mette già in guardia da facili ottimismi.
Il presidente del Senato Schifani ha già fatto sapere che «sarà fatto tutto quel che è necessario, ma con cautela, responsabilità e coinvolgendo tutti i senatori: nella più assoluta democrazia».
E i veti non mancheranno.
Fini, come Schifani, trascorre gli ultimi giorni di vacanza lontano dall’Italia.
Di fronte all’ondata delle polemiche legata alla relazione Giovannini, resta fermo nell’intenzione di intervenire e in fretta entro il 31 gennaio, come promesso.
Ma – confidava a chi lo ha sentito – per eliminare le «anomalie» italiane, quella del budget discrezionale sul portaborse in primis, «senza cedere all’antipolitica e a chi ritiene la democrazia un costo».
Uffici di presidenza già al lavoro la prossima settimana.
Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
PROTESTANO L’ANPI E LA COMUNITA’ EBRAICA, CONTRARIO IL PD… MA IN ALTRE 200 CITTA’ ITALIANE, ANCHE A GUIDA CENTROSINISTRA, SONO STATE INTITOLATE STRADE AL LEADER DEL MSI SENZA CHE NESSUNO SOLLEVASSE OBIEZIONI
“Almirante può fare a meno della strada intitolata a Roma se il sindaco Alemanno non protesta contro chi vuole impedirlo”.
Parola (per ora) di Assunta Almirante, moglie dello storico leader dell’Msi intervistata questa sera nella trasmissione “Roma Anch’io”, in onda su RadioIes 99.8.
“Giorgio – ha aggiunto – ha strade anche dai comunisti, ha la bellezza di 200 strade in Italia. A me la cosa non interessa e chi non vuole farlo, come Alemanno, bè non fa nulla. Quando il Sindaco avrà bisogno di qualcuno, se il buon Dio mi darà vita, saprò rispondergli. Io questa cosa non la perdonerò al sindaco: se faccio una richiesta la faccio in una casa in cui mi accettano. Sono stati bravi quelli che hanno voluto una strada per Togliatti e l’hanno avuta”.
Siamo alle solite.
Da una parte c’è una via che non esiste, da intitolare a Giorgio Almirante.
Dall’altra una strada che c’è già nel cuore del quartiere Tuscolano: si chiama Acca Larentia, luogo simbolo per la destra.
Un vicolo dove il 7 gennaio del 1978 tre militanti del Msi furono assassinati da un commando di estrema sinistra.
A tre giorni dall’anniversario, tanto per non istigare gli animi, interviene l’Anpi di Roma chiedendo da un lato al prefetto di vietare il corteo commemorativo, dall’altro al sindaco Alemanno di ritirare la proposta di intitolare una strada al leader del Msi.
Alemanno non dice nulla: di “via Giorgio Almirante” aveva parlato all’inizio del suo mandato, poi più nulla.
Fino a novembre del 2010 quando sostenne che la titolazione di una via “ci sta, ma non deve essere elemento di divisione”.
A giudicare dalle polemiche il momento pare ancora lontano.
L’assessore alla cultura al Campidoglio Dino Gasperini precisa: “Nessuno ha mai approvato nessuna dedica di vie al segretario dell’Msi”
La polemica era iniziata con una nota dell’Anpi: “La manifestazione organizzata il 7 gennaio a Roma dai gruppi neofascisti romani e nazionali, in occasione dell’anniversario degli omicidi di Acca Larentia (1978), mette a forte rischio la sicurezza della capitale, rischiando di alimentare l’odio politico e di trasformarsi in un evento mediatico di apologia del fascismo e dell’antisemitismo”.
Non solo: l’Associazione Nazionale dei Partigiani di Roma “invita inoltre fermamente il sindaco Gianni Alemanno a ritirare la proposta di intitolare una strada a Giorgio Almirante”.
Per il Pd interviene il consigliere comunale Massimiliano Valeriani: “Sulla toponomastica il Pd di Roma ha cercato di individuare una strategia condivisa, ma senza alcun risultato. La propensione del sindaco, che sembra più un capofazione che un primo cittadino”.
Per la Comunità parla il presidente Riccardo Pacifici: “Siamo felici di prendere atto dell’impegno assunto dal sindaco Alemanno di tenere conto delle sensibilità espresse non solo dalla nostra comunità , ma anche da chi condivide i valori dell’antifascismo. Le vie si dedicano – ha concluso – solo a uomini meritevoli di tale prestigioso riconoscimento. Sapere che la commissione toponomastica non ha discusso l’argomento non significa che domani non possa essere riproposto. Per questo continuiamo ad esprimere la nostra opposizione di fronte a questa scelta e per questo facciamo appello al Presidente della Repubblica Napolitano affinchè tali riconoscimenti – indipendentemente dalle amministrazioni in carica – non dipendano dall’umore delle commissioni di turno ma dall’analisi storico politica”.
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
IL DATO E’ CERTIFICATO DA UNA RICERCA DEL CENTRO STUDI EUTEKNE: SE L’AUMENTO DELLE IMPOSTE DA PARTE DI MONTI SI FARA’ SENTIRE NEL 2012, QUELLO DEL CAVALIERE GRAVERA’ SUL 2013… IL 72,43% DELLA CRESCITA DELLA PRESSIONE FISCALE 2013 E’ DETERMINATA DALLE SCELTE DEL VECCHIO ESECUTIVO, SOLO IL 27,57 DAL NUOVO
Il dato emerge dall’ultimo report del Centro Studi Eutekne. 
E se l’aumento delle imposte da parte di Monti avrà effetto nel 2012, quello del Cavaliere si farà sentire dal 2013.
Alla scadenza della legislatura.
L’ultima polemica, in ordine di tempo, l’aveva lanciata un paio di settimane or sono l’ex ministro Giulio Tremonti con un intervento, inutile negarlo, capace di lasciare il segno.
L’Italia, aveva spiegato alla vigilia della pausa natalizia, avrà bisogno di una nuova manovra di correzione dei conti da approvare entro aprile per completare il percorso di risanamento contabile in linea con le esigenze imposte dall’Ue. Un’ipotesi nettamente smentita da Corrado Passera cui ha fatto eco, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno anche il premier Mario Monti ma che pure, è noto, continua ad aggirarsi come uno spettro nelle stanze del Palazzo. Le indiscrezioni non mancano e suggerirebbero una cifra di circa 40 miliardi.
Un nuovo maxi intervento da scongiurare a tutti i costi.
Nel frattempo è però possibile valutare con precisione il valore complessivo delle manovre che si sono succedute nel 2011 e, soprattutto, il loro effetto sugli anni seguenti.
Il risultato è una cifra a dir poco esorbitante: 81 miliardi di euro, un dato senza precedenti.
A rendere noto il calcolo è stato oggi il Centro studi Eutekne che, analizzando i documenti economico-finanziari pubblicati nel corso dell’anno ha individuato in 48,3 i miliardi di euro di rientro programmati per il 2012.
La cifra totale del triennio è però destinata a salire a 75,6 miliardi nel 2013 e ad 81,2 dal 2014.
Analizzando i programmi delle manovre — nota ancora Eutekne — si scopre che quasi 3/4 dell’ammontare totale della correzione dei conti (oltre il 73%) è stato approvato dal Governo Berlusconi, il resto dal Governo Monti.
Ancora più interessante l’analisi degli strumenti di rientro, divisi, non proprio equamente, tra tagli alla spesa (il 37,32% della manovra, circa 30,3 miliardi di euro) e aumento delle entrate (il 62,68% ovvero 50,9 miliardi).
L’aspetto più rilevante è dato però dalle priorità delle strategia: quasi l’80% della manovra in atto per il 2012 sarà costituita da incrementi nelle entrate il che, di fronte a un programma di dismissione del patrimonio pubblico quasi assente, equivarrà in sostanza a un aumento della tassazione.
Secondo i calcoli di Eutekne, nel 2012 la pressione fiscale si attesterà al 45,1% contro il 42,7 previsto in estate, per poi salire al 45,7 nel 2013 (previsione iniziale del 42,6%) e calare, finalmente, solo nel 2014 a 45,5% (contro il 42,4 precedentemente ipotizzato).
E qui viene la parte più interessante.
Nel 2012, spiega Eutekne, gli aumenti della pressione fiscale sono attribuibili per il 55,51% alle scelte varate dal Governo Berlusconi e per il 44,49% a quelle del Governo Monti.
Ma per gli anni successivi la tendenza cambia radicalmente: il 72,43% della crescita della pressione fiscale 2013 è determinata dalle scelte del vecchio esecutivo contro il 27,57 del nuovo.
Il divario aumenta nel 2014: 76,69% per Berlusconi, 23,31% per Monti.
In pratica è come se il precedente Governo avesse scelto di caricare i maggiori aumenti della tassazione a partire dal 2013 (cioè dopo alla scadenza naturale del mandato), cosa che, spiega al telefono il direttore di Eutekne.info Enrico Zanetti, “ha influito sulla percezione della gente determinando l’impressione di una maggiore durezza dell’ultimo decreto Salva Italia”.
Ma come detto la realtà è diversa.
“Il precedente Governo — ha scritto lo stesso Zanetti nel suo editoriale odierno — ha le sue brave ragioni quando rivendica di essere stato esso a varare la parte nettamente preponderante della manovra lacrime e sangue finalizzata a mettere in sicurezza i conti pubblici italiani. Non ne ha invece alcuna quando rivendica di averlo fatto prevalentemente con tagli di spesa, a differenza del Governo attuale, perchè è vero, invece, che la parte preponderante dell’aumento della pressione fiscale, che i cittadini italiani sentiranno sulla loro pelle a partire da questo 2012, è frutto proprio delle scelte di quel Governo, confermate e ulteriormente amplificate da quello attuale”.
Nel piano di Monti, l’inizio del 2012 contempla l’avvio del programma di rilancio della crescita economica, il vero e proprio tallone d’Achille del sistema italiano. Sul tavolo, è noto, la liberalizzazione del mercato del lavoro e di alcuni settori specifici (con prevedibili battaglie campali contro tassisti e farmacisti), tutti elementi che concorreranno a formare il “pacchetto crescita” che, salvo ritardi, dovrebbe essere presentato il prossimo 23 gennaio a Bruxelles alla riunione dell’Eurogruppo.
Per il momento si è discusso di molti aspetti, dall’articolo 18 agli ammortizzatori sociali fino alle norme pro concorrenza, ma i punti fermi sono davvero pochi e l’impressione è che tutto sarà condizionato dall’esito di una mediazione particolarmente insistita con i sindacati e imprese (e chissà che il Governo non si dichiari disposto a ridiscutere la contestata riforma delle pensioni).
L’aspetto più significativo, per ora, è affidato alle stime più recenti di Confindustria: nel corso del 2012, hanno spiegato nelle scorse settimane gli industriali, il Pil italiano si contrarrà dell’1,6% mentre la disoccupazione salirà al 9% colpendo in modo particolare i giovani lavoratori, che si ritroveranno senza lavoro nel 25% dei casi.
Non bisogna dimenticare, inoltre, come la riduzione delle entrate a causa della recessione (23 miliardi) varrà quasi tre volte tanto l’aumento del costo dell’indebitamento da parte dello Stato (circa 8 miliardi).
“Tutto quindi dipende dalle prospettive di crescita” spiega ancora al telefono Enrico Zanetti.
“Se l’effetto della manovra sarà ulteriormente recessivo un ulteriore ritocco dei conti sarà inevitabilmente necessario”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
SCHIAVIZZATI DAL CONTO CORRENTE, ADDIO BANCONOTE STRETTE IN TASCA
Tanti anni fa nei piccoli paesi chi non andava a Messa la domenica e non praticava i Sacramenti era messo al bando.
Per la nostra società è intollerabile l’idea che qualcuno possa sopravvivere senza mettere piede in una banca: che sia questa la nuova religione?
Ad ogni angolo di strada chiudono negozi e aprono filiali di banche, noi pensionati sopra i mille euro siamo la carne da sportello per riempirle e giustificare l’investimento.
Che male facciamo noi fedeli al rito della fila all’ufficio postale e al fruscio delle banconote contate una per una e ricontate per sicurezza?
Nella fila ritrovavi le stesse facce, con un minimo di ricambio: qualcuno aveva preso il pullman per l’Ultima Gita, sostituito dalle new entry (sempre di meno, per la verità ).
Tornavi a casa, impugnando strette in tasca le banconote, le dividevi in tanti cassetti, un tanto per l’affitto, un tanto per la spesa al mercato, un tanto per le bollette, e così via, fino agli imprevisti.
Senza contare gli spiccioli che si perdevano nelle tasche e servivano per il Gratta e Vinci.
Mio figlio, tornato dall’ America, mi ha spiegato che là ti guardano con sospetto se paghi in contanti; pazienza, vuol dire che rinuncerò a far la spesa nella Quinta Avenue.
Lo facciamo per il vostro bene, si sono affannati a spiegarci; così non correte più il rischio di essere rapinati nel tragitto dall’ufficio postale a casa.
Ma li leggete i giornali? L’ultima rapina al pensionato che usciva dalla posta è stata vent’anni fa. Saranno delinquenti ma non sono scemi, adesso fanno saltare lo sportello del Bancomat, perciò caso mai è lì che corriamo qualche rischio.
Oppure mettono una micro telecamera per filmarti mentre batti il codice.
Le sirene delle banche insistono: cosa sarà mai aprire un conto?
Avrai il tuo libretto di assegni, la tessera del Bancomat, a Natale ti diamo il calendario…
Non è che vischio per attirarci nella trappola, un passo dopo l’altro.
I banchieri sono delle sirene, come per i cellulari: hai vinto, puoi mandare gratis 1000 sms nelle prossime 24 ore, così per farcela in tempo devo imbottirmi di caffè.
La banca ti premia: tanti punti per ogni operazione.
Con soli 1000 punti vinci un week end per due persone in una beauty farm; bene, quanti punti ho accumulato finora? 54, ma a fine anno scadono e devi ricominciare da capo.
Ma se noleggi una limousine ti regaliamo 500 punti. Il passo successivo sarà quello di convincerti a passare allo sportello on line.
Ti daranno un codice di adesione di otto numeri, dovrai crearti un Pin (sarà almeno il decimo da mandare a memoria!); ma non basta, avrai una chiavetta con otto numeri che cambiano ogni 60 secondi e sempre mentre li stai battendo, così dovrai ricominciare da capo e al terzo tentativo fallito, entrerai nella lista dei trenta delinquenti più pericolosi.
Dimenticavo: il direttore della filiale ci scriverà una lettera affettuosa e commovente, dicendo di essere a nostra completa disposizione per consigliarci al meglio per i nostri investimenti.
Buono a sapersi, ci sono dei mesi in cui riusciamo a mettere via anche 18 euro, potremmo partire di lì, purchè il piano di investimenti sia spalmato su diversi prodotti, in modo da proteggerci contro il rischio di default…
Bruno Gambarotta
(da “La Stampa”)
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