Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
LA DIMORA DI GENZANO COMPRATA CON I SOLDI DELLA MARGHERITA… TRE ETTARI DI PARCO PER LE FESTE CON IL CAMPO DA CALCETTO
Oltre tre ettari di parco con campo di calcetto e area barbecue . 
Almeno 1.600 metri quadri di casa suddivisi su quattro piani con ascensore interno e vasca idromassaggio sul terrazzo padronale che affaccia sul lago.
Eccola la villa di Luigi Lusi a Genzano. Ecco la lussuosa dimora alle porte di Roma comprata e ristrutturata con i soldi della Margherita.
Le foto allegate alla prima relazione consegnata dal perito al giudice Simonetta D’Alessandro rivelano lo sfarzo nel quale vivevano l’ex tesoriere e sua moglie.
Ora entrambi sono andati via.
Lui è chiuso nel carcere di Rebibbia, lei si è trasferita in un’altra abitazione.
Hanno fatto sapere di voler restituire tutto quello che hanno sottratto al partito, compreso questo immobile. Intanto bisogna stabilirne l’esatto valore.
E scoprire pure se i lavori di rifacimento siano avvenuti in maniera regolare, o se invece siano stati pagati «in nero».
Non ha mai badato a spese Lusi, sia per la struttura, sia per gli arredi.
Al piano terra i saloni affacciano tutti sul giardino e al posto dei muri hanno enormi vetrate.
Ci sono due cucine, una laccata di rosso, l’altra attrezzata con frigo, friggitrici e forni come fosse quella del ristorante di un grande chef.
Al piano superiore si trovano otto stanze da letto tutte con bagno annesso. Alcuni hanno i mosaici alle pareti, altri il marmo.
Il vano doccia misura circa quindici metri quadri ed è completamente rivestito da piccole mattonelle con venature dorate.
Lussuoso, come la vasca idromassaggio alla quale si accede direttamente dalla camera da letto dei padroni di casa, ma consente di immergersi guardando il panorama.
In tutta la villa i pavimenti sono di parquet, alternato al marmo, la scala che collega i vari piani è rivestita in legno, così come molte altre pareti della zona di rappresentanza.
Al piano interrato, che ha comunque accesso diretto all’esterno, ci sono la sala biliardo, la palestra, la sauna.
E soprattutto c’è un’immensa cantina: sono almeno centro metri quadri che prendono umidità dall’enorme vasca sistemata nel parco.
Lusi, che molti descrivono come enologo esperto, l’aveva divisa in due settori: quello dei bianchi e quello dei rossi.
E lì, a pochi metri, aveva fatto allestire una vera e propria sala macchine con l’impianto di domotica che permette di monitorare e gestire gli apparati elettrici interni e quelli del parco, compresi gli allarmi e le telecamere di sorveglianza sistemate sul muro di cinta.
Memorabile è rimasta l’ultima festa organizzata da Lusi per festeggiare i suoi 50 anni, con gli invitati che potevano parcheggiare le auto nella grande rotonda stile americano di accesso alla villa e gustare i piatti preparati da Gianfranco Vissani.
L’inventario dei beni richiesto dal giudice D’Alessandro riguarda tutti gli immobili intestati alla «Paradiso Immobiliare», una delle società create da Lusi per occultare gli oltre 25 milioni che è accusato di aver rubato.
Al perito Luigi Lausi il gip ha chiesto di quantificare il valore della villa e quello dell’appartamento – attico e superattico – acquistato al centro di Roma, ma anche i soldi spesi per le ristrutturazioni.
Una verifica necessaria in vista della trattativa avviata con la Margherita per l’eventuale restituzione dei beni, ma anche per accertare se ci siano stati eventuali irregolarità durante il rifacimento di entrambe le dimore.
E se altro denaro sia stato nascosto e reimpiegato. Ufficialmente la villa di Genzano è costata cinque milioni di euro a cui vanno aggiunti 1 milione e 200 mila euro di lavori.
Ma il sospetto è che possa valere molto di più.
«Più che una casa – spiega Lausi, commercialista e revisore contabile – sembra un albergo di lusso e come tale potrebbe essere utilizzato in futuro. Un magnifico resort attrezzato con ogni tipo di confort. Basti pensare che annesso al corpo principale, c’è una dependance per la servitù composta da due stanze e due bagni che misura almeno 80 metri quadri».
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
I FLUSSI VERSO IL NOSTRO PAESE SI RIDUCONO, A CAUSA DELLA CRISI, MENTRE AUMENTA IL NUMERO DI CHI CHIEDE DI ESSERE RIMPATRIATO NEL PAESE DI ORIGINE DOVE L’ECONOMIA CRESCE E LE CONDIZIONI DI VITA MIGLIORANO
‘Per noi qui non è rimasto più neanche il lavoro in nero’ Se ne vanno via tutti: operai, badanti, infermieri. E perfino prostitute.
In quattro anni, si è ridotto di oltre tre quarti il numero di arrivi ed è aumentata notevolmente la quantità di partenze.
«Per noi, non è rimasto più neanche il lavoro in nero», racconta Lando Alfonso, angolano di 28 anni, in procinto di partire per Saint-Denis.
«In Francia ci sono possibilità e assistenza, spero un giorno però di tornare in Angola: adesso, il mio paese sta crescendo e il lavoro si trova facilmente».
E’ la realizzazione del sogno della Lega, visto che la diaspora interessa soprattutto il Nordest, paradossalmente nel passaggio storico più drammatico per il partito guidato – ove consentito – da Bobo Maroni: slogan come “Padroni a casa nostra”, “Gli indiani non hanno fermato l’invasione e adesso vivono nelle riserve”, “L’orda no” o l’arguto invito “Fuori dalle balle” fotografano oggi l’attualità sociale del Bel Paese.
Infatti, gli stranieri stanno tornando a casa.
O perlomeno abbandonano l’Italia.
Al 1° gennaio 2012 gli extra-comunitari regolari in Italia erano 3,6 milioni: si calcola che complessivamente gli stranieri presenti sul territorio nazionale siano poco più di 5 milioni.
Al netto degli arrivi, il saldo migratorio (cioè la differenza tra chi arriva e chi parte) è ancora positivo: secondo l’Istat, tra il 2011 e il 2012 il numero di cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti è aumentato di circa 102 mila unità .
Ma questa grandezza va contestualizzata: tra il 2005 e il 2010 il saldo migratorio si attestava mediamente sulle 330mila unità , con picchi di mezzo milione per anno nel 2007 e nel 2008: questo significa che – nonostante le nuove leve migratorie provocate dalla “primavera araba” e l’emigrazione crescente dei nostri connazionali – arriva in Italia solo uno straniero su quattro rispetto a poco meno di un lustro fa.
Un altro segnale di questo fenomeno è che nel 2011 sono stati rilasciati 361.690 nuovi permessi, quasi il 40% in meno rispetto al 2010.
Un quadro che interessa soprattutto le regioni del Nordest, dove le autorizzazioni concesse tra il 2010 e il 2011 si sono praticamente dimezzate (da 170 a 83mila).
E soprattutto, i nuovi permessi rilasciati per motivi di lavoro sono crollati del 65%.
Inoltre, secondo i primi dati del censimento, al 9 ottobre 2011 sono scomparsi quasi un milione di stranieri rispetto all’iscrizione anagrafica. Volatilizzati.
Probabilmente, sono tornati a casa.
Secondo un’analisi della Fondazione Ismu, in Lombardia dieci immigrati su cento dichiarano l’intenzione di trasferirsi dall’Italia entro 12 mesi: se applicassimo questi numeri a livello nazionale, significherebbe un rientro potenziale, ogni anno, di 150mila stranieri.
E visto che l’analisi riguarda la regione che ospita oltre un quinto degli immigrati in Italia e una tra le tre che offre più lavoro agli stranieri, significa che sono le intenzioni di medio e lungo periodo ad essere mutate.
«Abbiamo registrato un aumento significativo delle domande per l’ammissione al programma di rimpatrio volontario assistito – conferma Carla Olivieri, responsabile della Rete italiana per il ritorno volontario assistito (Rirva) – che ha portato l’autorità responsabile del ministero dell’Interno ad aumentare i posti disponibili: oggi sono addirittura quintuplicati rispetto al 2009». Rirva, capofila del consorzio “Idee in rete”, fa parte di un progetto cofinanziato dal Fondo europeo rimpatri e ministero dell’Interno, attuato in partnership con Cir, Oxfam, Gea.
Il suo compito, come quello di altre realtà come l’Organizzazione internazionale per la migrazione, è di agevolare il ritorno a casa degli immigrati che ne abbiano intenzione.
Nel 2012 gli stranieri che aderiranno al programma saranno appena un migliaio ma l’incremento di richieste è notevole: tant’è che per la prima volta il governo italiano «ha deciso di assegnare il 50% dei fondi dell’Unione europea destinati ai rimpatri (circa 12 milioni di euro, da dividersi tra rimpatrio forzato e volontario) a quelli di natura volontaria, mentre fino all’anno scorso i rimpatri forzati assorbivano il quintuplo delle risorse», precisa la Olivieri.
Se ne vanno soprattutto rumeni (circa 7mila nel 2010, sei volte di più rispetto al 2006), quindi marocchini, cinesi (nell’ultimo anno, il 50% in più), albanesi e polacchi.
Seguono, in generale, sudamericani e cittadini dell’Africa sub-sahariana.
Quali lavori svolgono?
Secondo le rilevazioni indicative dell’Ismu, si tratta di operai agricoli e generici, di edili, ma anche di artigiani, addetti ai trasporti e di badanti.
In particolare, spiccano i disoccupati e cominciano a tornare a casa anche le prostitute.
Perchè partono?
In linea di massima, ogni immigrato sogna di tornare un giorno a casa, ma in questo caso basta guardare il Pil di alcune tra le nazioni interessate dai ritorni: nel 2011, in Angola è cresciuto del 2%, in Marocco ed Ecuador del 3%, in Albania e Polonia del 4%, in Cile del 5%, in Brasile e in Perù dell’8%, in Congo del 9% e in Cina del 10%.
Da noi, l’anno scorso il Pil era salito dello 0,4% ma il prossimo anno crollerà del 2,5%. «All’inizio è stato difficile, poco lavoro e spesso mal pagato. Quando poi ho trovato un posto regolare, l’ho perso per la crisi economica. A quel punto che potevo fare? Dopo altri tentativi, ho deciso di tornare a casa».
Arthur Matija, albanese di Scutari, oggi è tornato a casa, come il concittadino Fransck Suka: «Sono partito col gommone nel 1991, ho dovuto tentare la traversata quattro volte prima di approdare in Puglia. Ho fatto il gommista e poi il meccanico fino al 2005 quando ho deciso di tornare e aprire un’officina qui».
Per gli albanesi, si stimano circa duemila ritorni in patria ogni anno.
Il Sud-America è l’area del mondo che in questo momento – Cina a parte – cresce a ritmi più sostenuti.
«Sono 7 anni che il Perù è in forte espansione e così molti tornano a casa» racconta Roberto Reyes dell’associazione studio 3R di mediazione linguistica-culturale.
Lo sportello di Reyes si occupa di immigrati sudamericani, in particolare peruviani ed ecuadoriani.
«Oggi chi è immigrato teme possa accadere in Italia ciò che sta succedendo in Spagna e in Grecia. E’ strano, perchè siamo rimasti qui nonostante non avessimo il diritto di voto, un welfare che ci riguardasse e subissimo le difficoltà di leggi che a volte lambivano il razzismo. E poi invece molti che avevano un mutuo e un’occupazione stabile con la crisi hanno perso casa e lavoro: allora una persona decide di tornare a casa perchè almeno potrà contare sull’aiuto della famiglia».
Un elemento che sottolinea anche Alessandro Rosina, professore associato di Demografia all’Università Cattolica di Milano.
«Gli immigrati sono più dinamici da un punto di vista occupazionale e così la decisione di tornare a casa, figlia del pragmatismo, è rapida: lì troveranno un welfare famigliare, un basso costo della vita e spesso economie in espansione. Noi non possiamo frenarli, è una scelta naturale».
Secondo l’Istituto nazionale di statistica, nel 2065 l’Italia sarà popolata da 61,3 milioni di persone: un milione in più di oggi.
La bassa crescita demografica sarà sostenuta solo dall’arrivo di stranieri che oggi rappresentano il 7% della popolazione italiana, ma in quell’anno toccheranno il 22%.
Se per assurdo dal prossimo anno dovessero interrompersi completamente gli arrivi di immigrati, la nostra popolazione (considerando anche i decessi previsti) si dimezzerebbe, passando dagli attuali 60 milioni ad appena 31 nel 2065: poco di più degli abitanti del Texas. «In ogni caso», conclude Rosina, «per sua natura l’Italia continua ad essere un paese attrattivo per l’immigrazione, al di là della crisi.
Quindi le riflessioni relative all’apporto sociale degli stranieri, al diritto di voto, alle seconde generazioni, compongono un percorso storico ormai inarrestabile.
L’Italia ha un bisogno strutturale di immigrati, per sopravvivere e crescere: sviluppo e immigrazione sono elementi intimamente legati al futuro
Gianluca Schinaia
(da “L’Espresso“)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
LE IMPRESE FALLISCONO E GLI ACQUIRENTI RESTANO SENZA GLI ACCONTI VERSATI… LA NORMA IMPORREBBE LA GARANZIA FIDEIUSSORIA DA PARTE DEL COSTRUTTORE E UNA POLIZZA DECENNALE
Secondo i suoi detrattori è l’ennesima dimostrazione di un refrain antico, iscritto — a
ben vedere — nel corredo cromosomico del Paese.
Identità collettiva o semplice sottobosco di elusione e malcostume, la traduzione che ne deriva sarebbe la seguente: «Fatta la legge, trovato l’inganno».
L’impianto normativo materia del contendere è la legge 210/04, cui ha fatto seguito un decreto legislativo che disciplina i diritti patrimoniali degli immobili in costruzione. Un fiore all’occhiello — si presume da allora — per tutelare gli acquirenti di immobili (famiglie) che, anticipando al costruttore quote consistenti del prezzo della casa, si fossero trovati senza garanzie in caso di fallimento dell’impresa edile.
LO SCHEMA LEGISLATIVO
Quella legge — animata da intento bipartisan — sembrava aver colmato un preoccupante vuoto normativo.
E tutelava ex-post oltre 12mila famiglie (quante le segnalazioni arrivate alla Consap, concessionaria servizi assicurativi pubblici) frodate per una cifra-monstre di circa 778 milioni di euro tra il 1993 e il 2005 (dati Scenari Immobiliari).
Il testo licenziato dal Parlamento e tuttora in vigore prevede: 1- l’obbligo per l’impresa di costruzione di una fideiussione pari agli importi incassati a titolo di anticipo per l’acquisto di un’abitazione; 2- L’obbligo di assicurare gli immobili contro vizi e difetti di costruzione per i dieci anni successivi (la polizza postuma decennale).
IL PIANO PRATICO
Ebbene, denuncia Assocondomini, si tratterebbe di una legge applicata soltanto nel 30% dei casi.
Di più: il numero delle famiglie coinvolte nelle oltre 7mila procedure fallimentari di imprese (dati Cerved) negli ultimi cinque anni (retaggio della Grande Crisi dell’edilizia) sarebbe non inferiore a 30mila.
Famiglie per le quali non è stata applicata la legge di tutela e che si trovano pertanto ad aver dilapidato i risparmi di una vita e ora sono coinvolti in complicate controversie legali per vedersi restituito il maltolto.
LE SACCHE DELL’ILLEGALITA’
Pur con una normativa formalmente stringente sussisterebbero ampi margini di manovra per gli imprenditori edili border line, magari al timone di piccole imprese alle quali le banche guardano con diffidenza perchè non ritenute solide in termini patrimoniali.
I comportamenti non corretti spaziano —scrive Scenari Immobiliari in un report di giugno 2011 (l’ultimo sul tema) — dall’evasione fiscale al rifiuto di adempiere all’obbligo fideiussorio.
Rifiuto che può manifestarsi attraverso un tacito accordo con l’acquirente chiedendogli di rinunciare alla fideiussione in cambio di finiture aggiuntive e migliorie, oppure presentandogli diverse opzioni di acquisto con prezzi più elevati in caso di fideiussione.
L’INTRIGO DELLA POLIZZA
Altro elemento in cui l’elusione sembra farla da padrona è la polizza postuma decennale, che impone al costruttore di contrarre una polizza assicurativa a copertura dei danni materiali e diretti all’immobile.
Qui — complice l’assenza di uno schema a cui fare riferimento — sembra aver prevalso una garanzia-base che copre solo i gravi difetti strutturali, perchè i costi delle polizze sarebbero piuttosto elevati (non alla portata delle imprese più deboli) variando enormemente a seconda di ciò che si vuole “coprire”.
Così — in caso di mancato rilascio — neanche il mondo delle professioni, come quella dei notai, può intervenire rifiutandosi di rogitare in assenza della polizza.
E la soluzione più ovvia è quella di un accordo economico tra costruttore e acquirente in cui si stabilisce il riconoscimento dell’eventuale danno, ma tutto è lasciato alla discrezionalità e alle capacità di trattativa dei singoli.
LA PROPOSTA DI LEGGE
Ecco perchè alcuni parlamentari (Brugger, Lussana) hanno firmato un emendamento alla legge 210/04, bocciato di recente dalle commissioni riunite VI e X della Camera con la giustificazione di dover rimandare il tutto ad una legge delega senza avvitare ulteriormente il rapporto banca-impresa (si legga restrizione del credito).
Nella proposta s’inaspriva il sistema sanzionatorio per le imprese edili che non presentavano la garanzia fideiussoria e la polizza decennale, demandando ai notai di segnalare l’elusione ai comuni i quali comminavano la sanzione e intascavano una quota della stessa.
«Sarebbe stata una conquista civile e una tutela per tutte le famiglie acquirenti», dice a Corriere.it Franco Casarano, presidente Assocondomini.
«Sarebbe stato un colpo di mano, in un momento di fortissima crisi dell’edilizia e di un credito erogato col contagocce», replica Paolo Buzzetti, presidente Ance, associazione nazionale costruttori edili.
Nel mezzo la naturale tripartizione banche-imprese-famiglie.
Chi è l’anello più debole?
Fabio Savelli
(da “Il Corriere della Sera”)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
FINTI CIECHI, FALSI INVALIDI CIVILI, FINTI INDIGENTI MA CON REDDITI OCCULTATI
Sono oltre 3400 i falsi invalidi e falsi poveri che la Guardia di Finanza ha smascherato in tutta Italia dall’inizio dell’anno.
Centinaia, negli ultimi giorni di luglio.
Il Nucleo Speciale Spesa Pubblica e Repressione Frodi Comunitarie di Roma ha scoperto 418 italiani residenti all’estero che percepivano indebitamente l’assegno sociale di povertà .
I truffatori sono stati tutti denunciati all’Autorità Giudiziaria ed oltre ai 9 milioni di euro di cui è partito il recupero, altri 2,5 milioni saranno risparmiati ogni anno dall’Inps. sono costati alle casse dello Stato oltre 60 milioni di euro.
Un dipendente scolastico di Pieve Santo Stefano, Arezzo, a riposo da oltre un mese per un infortunio falsamente certificato dal proprio medico curante, andava, invece, per i boschi a caccia di tartufi con i suoi cani: denunciato con il dottore compiacente. In provincia di Belluno, 10 finti poveri hanno dichiarato redditi inferiori anche per godere di alloggi di edilizia residenziale pubblica, buoni libro e borse di studio per i figli.
In provincia di Salerno, un uomo di San Cipriano Picentino è stato arrestato mentre andava a ritirare la pensione di vecchiaia di una donna morta nel 2003
A Tolmezzo, un cieco assoluto dal 2005 è stato sorpreso a tagliare la legna per il periodo invernale; un altro falso cieco è stato scoperto a Pisa, mentre senza bastone e senza ausilio del cane, andava a passeggio per la città .
Ha truffato lo Stato per oltre 500.000 euro.
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
LA SICCITA’ PROVOCA IN ITALIA DANNI PER MEZZO MILIARDO DI EURO… RICHIESTO LO STATO DI CALAMITA’ NATURALE
Fa quasi paura, il campo di granoturco. 
Dovrebbe essere ancora fresco e verde, con le piante alte più di due metri. E invece è giallo e ocra e soprattutto secco.
Tocchi una pianta e scende la polvere.
Le pannocchie dovrebbero essere lunghe almeno una spanna e ancora con i grani teneri.
Ma al loro posto ci sono “cartocci” vuoti o con aborti di pannocchie, quando va bene 30 grani invece di 700-800.
«In questo campo – racconta Paolo Minella, perito agrario e responsabile Ambiente della Coldiretti di Padova – il danno è del 100%. Invece della mietitrebbia qui entrerà il “trincia stocchi”, una macchina che frantuma le piante. Poi l’aratro seppellirà il tutto. Il “raccolto” di quest’anno servirà soltanto a concimare il terreno».
“Siccità ” non è certo una parola nuova, nelle campagne italiane.
«Abbiamo avuto la grande secca nel 2003 – dice Paolo Minella – ma quest’anno purtroppo sta andando peggio. Come Coldiretti, proprio per studiare questo fenomeno, abbiamo installato i nostri pluviometri. Ebbene, nella bassa padovana in tutto il 2003 erano caduti 448 millimetri di pioggia, ma a fine luglio i millimetri erano 218. Quest’anno, alla fine dello stesso mese, i millimetri erano 179».
I dati dell’Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto) confermano: su queste campagne a giugno sono arrivati 10,2 millimetri di pioggia, a luglio appena 2 millimetri.
«I danni sono già pesantissimi. Il mais perde fra il 30 e il 100%, la soia e le barbabietole il 40%. Solo per la bassa padovana prevediamo un danno di 100-120 milioni di euro. Dove ancora il mais non è completamente perduto, si va nei campi a trinciare tutto. Piante e pannocchie servono poi a preparare l’“insilato” per l’alimentazione delle vacche. Ma se le pannocchie sono troppo scarse, il trinciato non va bene per il bestiame e nemmeno per gli impianti di biogas. Dentro ci sono solo fibre, e non le proteine dei grani di mais».
Sembrano bollettini di guerra, i comunicati delle associazioni degli agricoltori. Secondo la Coldiretti nazionale, i danni sono quantificabili già in mezzo miliardo di euro, ma purtroppo siamo solo all’inizio e basta mettere in fila i deficit previsti nelle diverse zone per ipotizzare bilanci ancor più pesanti.
La bassa padovana è solo una delle “secche”che a macchia di leopardo stanno coprendo pianure, colline e montagne.
«Nella zona sud del Veneto – dice Tiziano Girotto, direttore di Condifesa (Consorzio di difesa dalle avversità atmosferiche) di Padova – ci sono danni pesanti anche nel veronese, nel veneziano e in tutto il Polesine. Per cercare di salvare il salvabile, si anticipa ogni raccolto. Oltre al mais è già iniziata la raccolta delle barbabietole, che di solito si avvia ai primi di settembre. Anche con l’uva ci sarà un mese di anticipo. I colpi di calore hanno già danneggiato i grappoli, disidratandoli nella delicata fase della maturazione».
Sali sui colli Euganei e anche qui il color seppia ha invaso prati e boschi.
Sotto il grande fiume Po – dal ponte si vedono più distese di sabbia che acqua – si chiede la dichiarazione dello stato di calamità naturale.
«La siccità – ha dichiarato Stefano Calderoni, assessore alla Provincia di Ferrara – si somma agli sbalzi termici di fine aprile, quando le temperature si abbassarono: già allora furono colpite le colture della mela, della pera e del kiwi e oggi le perdite sfiorano l’80%. Con il grano abbiamo perso il 20-30% ma anche da noi è drammatica la situazione del mais, con raccolti ridotti del 70%. Calcoliamo che i danni da siccità arriveranno nella nostra provincia a 200 milioni, da sommare ai 150 milioni tolti all’agricoltura dal terremoto di maggio. Il prodotto lordo vendibile della nostra provincia è solitamente di 700 milioni: questo significa che nei campi avremo un reddito complessivo dimezzato».
Il caldo non fa bene nemmeno agli animali.
I maiali mangiano il 30% in meno di mangime, le vacche producono il 20% in meno di latte.
Ma la siccità non è problema solo per i contadini.
I prezzi stanno aumentando in modo pericoloso.
Nelle ultime sei settimane alla Chicago Board of Trade, causa siccità negli Usa e in Russia e alluvioni in Ucraina, il grano è aumentato del 50%, la soia del 26%, il mais del 55%.
I contadini italiani riceveranno prezzi più alti ma per quantità estremamente ridotte.
A pagare il conto del caldo saranno dunque anche i consumatori, già nel prossimo autunno.
«Con il nostro Condifesa, che è stato organizzato da noi contadini – dice Tiziano Girotto – assicuriamo le imprese contro grandine, siccità , gelo, alluvioni… Ma se per la grandine il rimborso è del 100%, per il mais si arriva soltanto al 50%. Soldi che sono comunque preziosi (l’assicurazione è pagata al 40% dai coltivatori e al 60% dalla Comunità europea) per evitare il fallimento delle aziende».
Hanno un peso diverso, le previsioni del tempo, in città o nelle campagne.
Il cittadino vuol sapere se può andare al mare o a prendere una boccata d’aria in collina.
In campagna si vuole sapere se, quando si chiuderanno i conti a ottobre, ci saranno i soldi per mantenere le famiglie fino ai prossimi raccolti.
Jenner Meletti
(da “La Repubblica“)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
FINANZIAMENTI ALLE IMPRESE DEI CONSIGLIERI DI UNA CONTROLLATA: SCRICCHIOLANO I PIANI ALTI DELLA IRI LOMBARDA
Cambio al vertice di Finlombarda, la cassaforte di Regione Lombardia.
Comunione e Liberazione serra le fila in vista dell’operazione del secolo, ma la società mostra i segni degli scontri di potere al vertice tra ombre su finanziamenti a consiglieri con ruoli esecutivi nei cda regionali, consulenze e incarichi d’oro ad amici e parenti in quota Cl.
Succede in Finlombarda, il braccio finanziario di Regione Lombardia al centro del sistema di potere che Formigoni ha costruito in quasi vent’anni di governo e che oggi va sgretolandosi in un clima da basso impero tra inchieste, scandali e lotte per scampoli di poltrone.
Ai piani alti di questa sorta di Iri regionale, di ufficiale pagatore che muove ogni anno quattro miliardi di finanziamenti alle imprese, si è appena registrato uno smottamento con le dimissioni a sorpresa del presidente del consiglio di gestione Marco Nicolai, fedelissimo in quota Pdl-Cl dimissionario a un anno appena dalla nomina, in aperta contrapposizione al direttore generale in quota Lega, Giorgio Papa.
Oggi il cda ha nominato al suo posto il vicesegretario generale della giunta di Regione Lombardia Antonello Turturiello, uomo forte dell’assessore al Bilancio Romano Colozzi e sostenuto dal segretario del presidente Formigoni Nicola Maria Sanese.
In pratica un arrocco per rafforzare la componente ciellina in vista dello scontro.
La nomina, infatti, è delicatissima soprattutto in vista della madre di tutte le operazioni di finanza regionale in corso, la megafusione di Finlombarda con Cestec, l’ente di servizi alle piccole e medie imprese che Formigoni vorrebbe mandare in porto entro settembre.
L’incorporazione realizzerà la più grande finanziaria d’Italia, chi ne avrà il controllo avrà una leva di potere sul territorio senza precedenti proprio alla vigilia della campagna elettorale per il rinnovo del governo regionale.
Lo scontro, ovviamente, è per il comando con la Lega che sogna ulteriori fusioni anche fuori regione per una grande finanziaria del Nord e la componente ciellina che invece intende investire sul territorio il potenziale della superholding.
La lotta tra Cl e Lega che provoca scricchiolii ai piani alti del bancomat lombardo interesserebbe pochi se non facesse il paio con scosse lungo i piani intermedi che invece ricadono su molti.
A partire dai dipendenti dell’ente che hanno tentato di far saltare il tappo segnalando gli affari sospetti in via Belgioioso con fax ai giornali, al segretario della presidenza di Regione Lombardia, il ciellino Nicola Maria Sanese, e al componente del collegio di sorveglianza nominato dalla minoranza Luca Corvi che a sua volta le ha inoltrate direttamente a Formigoni in qualità di presidente del collegio. Ma non hanno avuto seguito.
Il pezzo forte riguarda la pratica di autofinanziamento a favore di imprese i cui titolari siedono ai vertici delle controllate regionali. Fondi gestiti da Finlombarda in parte pubblici e soprattutto limitati: per un’impresa che li ottiene ce n’è un’altra che resta a secco.
I fondi sono quelli della linea di finanziamento “CreditAdesso” aperta a gennaio con una dote degna di uno Stato: sul tavolo ci sono 500 milioni di euro, 200 ottenuti dalla Banca europea degli investimenti e 300 tramite convenzione con 15 istituti creditizi lombardi.
Dal 9 gennaio eroga prestiti agevolati a tassi ridotti per importi da 50 a 500mila euro senza garanzie, basta esibire ordinativi e contratti da 100mila euro in su, mettere una firma e il gioco è fatto.
Benzina per lo scarburato motore lombardo, una manna dal cielo per le piccole e medie imprese a caccia di liquidità .
E non solo per loro, e qui sta il punto. Tra i primi a beneficiare di quei fondi ci sono anche due membri dei consigli di amministrazione di società che fanno capo a Regione Lombardia e Finlombarda.
Le pratiche sono state effettivamente concesse una dietro l’altra.
Il 2 maggio Finlombarda assegna un finanziamento da 500mila euro a Edilfond Spa, impresa chimica della Lomellina nata nel 1984 specializzata in servizi per l’industria fusoria.
Il titolare è Paolo Maria Galassi e il caso vuole che sia anche membro del cda di Finlombarda Sgr, una costola della società che si occupa gestione di risparmio. Ulteriori verifiche mostrano che la prima ha anche ricevuto contributi attraverso il finanziamento diretto di Regione Lombardia, 20mila euro tra il 2010 e il 2011.
Il secondo è un finanziamento di 380mila euro a favore di Microcinema Spa, primo circuito italiano di distribuzione di film e contenuti digitali, partecipata da Finlombarda Spa, e il cui presidente Luca Galli è anche amministratore delegato di Finlombarda Sgr.
In questo caso non un favore ma una partita di giro.
Per la Regione, che conferma quei prestiti, è tutto regolare.
Il braccio destro di Formigoni Paolo Alli ricorda che la società non risponde ai vincoli del Testo unico bancario che all’articolo 136 inibisce il conflitto di interessi: “Tanto più che dalle verifiche fatte non risultano irregolarità negli affidamenti tali da inibirne la concessione.
Chi ha fatto questi accertamenti poi se ne assumerà la responsabilità ma formalmente non sono stati rilevati conflitti di interesse.
Se poi qualcuno vuole ragionare di opportunità è un’altra cosa”.
Ma forse varrebbe la pena visto che il codice etico di Finlombarda, sottoscritto dai consiglieri, impone espressamente agli amministratori che hanno interesse in una determinata operazione della società a darne prontamente notizia al cda e al collegio sindacale precisandone natura, termini e portata ai sensi dell’art. 2391 del codice civile.
Risposte che non convincono il capo delegazione del Pd Enrico Brambilla: “Formalmente Finlombarda è soggetta alla vigilanza della Banca d’Italia come tutte le società che svolgono attività di intermediazione e il conflitto di interesse non è affatto escluso.
Ma in Finlomarda e nelle controllate l’opacità è la regola, a partire dal fatto che non è dato conoscere lo stato patrimoniale e le partecipazioni di chi siede nei consigli”. Brambilla ha anche fatto un’interrogazione la scorsa settimana per chiedere lumi sui criteri di assegnazione di un altro bando (Ergon) che ha distribuito 20 milioni di euro alle reti di impresa. “Da una rapida lettura dei beneficiari appare un chiaro orientamento a premiare imprese vicine a Cl”.
A fronte di tutto questo un sistema di compensazione in Finlombarda avrebbe premiato chi istruiva le pratiche, anche quelle in odor di conflitto di interesse: carriere fulminanti, consulenze e compensi da capogiro.
Questa sarebbe stata la contropartita, ad esempio, per il capo dell’ufficio istruttorie Fabio Castaldo entrato a far parte di Finlombarda con un contratto a progetto nel 2007, oggi percepisce 103.488 l’anno. In pratica quattro volte tanto.
Così come un altro dirigente, Elena di Salvia, assunta nel 2003 con uno stipendio da 27mila euro oggi è responsabile della parte legale con un compenso da 150mila euro l’anno.
Sempre all’ombra della società in house si sono registrate una serie di assunzioni che rispondono a logiche di potere o parentela, come l’incarico di manager per Francesco Cannatelli, figlio del direttore dell’Ospedale Niguarda Pasquale, ciellino di ferro indagato a gennaio con l’accusa di aver favorito un’azienda nell’assegnazione di un appalto delle pulizie da 11 milioni di euro in cambio di uno sconto da 120 mila euro sull’acquisto della casa dei figli.
“Quando sono arrivato non avevo idea che si trattasse del figlio di un esponente di rilievo della sanità milanese, ma lavora bene”, spiega il direttore generale Papa che ha assunto l’incarico un anno fa a cose fatte.
E ancora Sebastiano Provenzano, figlio dell’ex governatore della Sicilia Giuseppe Provenzano e responsabile dell’ufficio credito.
La responsabile della compliance si chiama Margherita Brindisi ed è la moglie di Oscar Giannino, amico e consulente del presidente della Regione e di Finlombarda. Un parterre di raccomandati doc che fa dire al capogruppo dell’Idv Stefano Zamponi che “nel sistema di potere del centrodestra che si sta finalmente sgretolando rientra a pieno titolo Finlombarda, dove stanno emergendo in modo sempre più evidente intrecci affaristici ed episodi di scarsa trasparenza”.
Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile
IN UNA INTERVISTA AL “WALL STREET JOURNAL” MONTI RICORDA CHE “I VALORI SONO ANCOR ALTI PERCHE’ IL NOSTRO DEBITO E’ ELEVATO E IL GOVERNO UE DEBOLE”… POI LA BATTUTA SULL’EX PREMIER: E IL PDL MANDA SOTTO IL GOVERNO COL SOLITO “AVVERTIMENTO”
”Se il precedente governo fosse ancora in carica, ora lo spread italiano sarebbe a 1.200
o qualcosa di simile”.
La polemica sull’intervista a Der Spiegel è ancora calda, ma Mario Monti invece che di quello tedesco dovrà occuparsi del fronte interno.
Il Wall Street Journal ha infatti deciso di pubblicare proprio oggi un’altra intervista del premier destinata a sollevare un polverone.
Per quanto i pompieri di Palazzo Chigi siano subito corsi ai ripari, precisando che non c’è alcuna intenzione polemica nei confronti del passato esecutivo e che la stima di uno spread a 1.200 viene da una proiezione degli effetti della speculazione sul nostro Paese se non si fossero dati segni di discontinuità con il passato, il giudizio espresso da Monti sul suo predecessore, per di più alla testata economica del gruppo Murdoch, sembra infatti inequivocabile.
Quanto al proprio operato e al giudizio dei mercati, per Monti “gli spread sono ancora alti perche’ il nostro debito e’ oggettivamente molto alto e i mercati hanno iniziato a realizzare drammaticamente che il governo dell’eurozona e’ debole.
La Francia ha fatto molte meno riforme che noi abbiamo fatto e tuttavia i suoi spread sono più bassi. Credo che la ragione è che la gente crede che la Germania non lascerà mai andare la Francia”.
Secondo la Germania, ha proseguito il premier, “se il mercato si costringe a pagare dei tassi piu’ alti per definizione questo significa che non si e’ fatto abbastanza per la propria economia”.
Una visione, secondo Monti “che riflette i timori di un affossamento dell’euro”.
Ma non solo di Berlusconi e della Germania ha parlato Monti il mese scorso al quotidiano economico che ne ha tessuto le lodi definendolo ”un’anomalia in Europa: un leader non eletto chiamato a realizzare quei cambiamenti impopolari che i politici si rifiutano di fare”.
Ce n’è stato anche per gli italiani, la cui mentalità il premier si augurava di cambiare, “non sostituendola con quella tedesca, ma ci sono degli aspetti — come la solidarietà spinta a livello di collusione — che sono alla base di comportamenti come l’evasione fiscale”.
Anche perchè ”le riforme fatte finora dal governo non bastano a rimettere l’Italia in forma, occorre che mettano bene radici nei comportamenti degli italiani in modo da sopravvivere anche a governi vecchio stile”.
Un pensiero, poi, per i sindacati, ai quali il presidente del consiglio, interpellato dal giornalista sul frequente ricorso dei governi italiani al negoziato con Confindustria e sindacati ricorda di aver “sempre ritenuto che la concertazione sia stata una pratica utilizzata in modo troppo esteso in passato”, anche perchè “è come il dentifricio: se non lo chiudi, finisce tutto fuori”.
Premesse in linea con la conclusione. “La mia aspirazione non è essere amato. Ma è che il mio Governo sia rispettato e credibile”, ha chiosato sostenendo che “il mio lavoro ha trasformato la mia popolarità , che all’inizio era al 72% e ora è al 40%, in impopolarità a causa delle necessarie misure.
Qualcuno dice che abbiamo fatto di meno sulle liberalizzazioni perchè non volevo essere odiato dai farmacisti; questo non è vero. Io ho dovuto calcolare quel minimo consenso di cui avevo bisogno tra i partiti politici italiani per poter far passare le leggi”.
Non solo. “So che noi non siamo riconosciuti come salvatori della Patria. Ma sono convinto che abbiamo salvato la situazione e so che stiamo parlando con Merkel, Obama e Hollande su come andare avanti invece di essere a Roma a ospitare la troika”.
Alle critiche di aver negoziato troppo con la classe politica Monti ha invece fatto l’esempio di Obama “che lo fa tutto il tempo”.
“Ci sono persone — ha detto — che pensano che i partiti siano in tale cattiva forma che non ci metterebbe mai sotto in Parlamento. Io però non ne sono sicuro perchè l’esito di un voto parlamentare può in certe circostanze essere imprevedibile. Se le misure che io decido andassero sotto in Parlamento che cosa succederebbe? Devo prendermi io questa responsabilità . Sarebbe come mettere avanti il mio interesse — ovvero quello di non parlare con i partiti — all’interesse nazionale”.
Immediate le reazioni della controparte politica.
”Mentre il Parlamento vota fiducie a raffica sarebbe bene che il comportamento di Monti fosse più equilibrato e rispettoso. Ci si potrebbe anche stufare prima o poi”, ha sentenziato l’economista Maurizio Gasparri.
La dimostrazione è arrivata subito dopo con i deputati del Pdl che hanno fatto andare sotto il governo su un ordine del giorno del decreto per la spending review sulle risorse da destinare a giustizia e sicurezza.
“Lo abbiamo fatto apposta — ha spiegato il tesoriere del gruppo Pietro Laffranco — per protesta contro le parole di Monti su Berlusconi. Ha detto una sacrosanta sciocchezza e noi abbiamo voluto lanciare un segnale”.
Il solito “avvertimento”…
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Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile
IL RIESAME CONVALIDA LA MISURA DECISA DAL GIP PER L’IMPIANTO SIDERURGICO, IL FINE DEVE ESSERE LA MESSA A NORMA DEGLI IMPIANTI
Il tribunale del Riesame di Taranto ha confermato il sequestro delle aree a caldo dello stabilimento Ilva concedendo la facoltà di uso esclusivamente per la messa a norma impianti.
I giudici hanno anche confermato la misura degli arresti domiciliari per Emilio Riva (ex patron dell’Ilva), per il figlio Nicola (ex presidente del consiglio d’amministrazione) e per Luigi Capogrosso (ex direttore dello stabilimento).
Il tribunale ha invece disposto la revoca degli arresti e la rimessa in libertà , invece, per Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Di Maggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alò, dirigenti e funzionari dello stabilimento.
Il collegio di giudici — presidente Antonio Morelli, a latere Rita Romano e Benedetto Ruberto — ha deciso che sia il presidente Bruno Ferrante e non il dottor Mario Tagarelli, nominato dal gip Patrizia Tudisco, a risolvere le problematiche occupazionali relative al personale impiegato nelle 6 aree coinvolte dal sequestro.
Il tribunale ha nominato Ferrante anche custode e amministratore di aree e impianti sotto sequestro in aggiunta ai tre ingegneri nominati dal gip per le procedure tecnico-operative.
Intanto la Camera dei deputati, questa sera o domani, potrebbe essere riconvocata per l’annuncio del decreto legge ad hoc.
E’ quanto è emerso dalla riunione dei capigruppo di Montecitorio, mentre a Bari si lavorava per impedire la chiusura dello stabilimento perchè – aveva spiegato stamani il ministro Passera – “se fermi quegli impianti non si riaprono più”.
L’Ilva da parte sua sembrerebbe intenzionata ad attuare le misure necessarie per ridurre l’impatto ambientale, con misure adottate “spontaneamente” (chissà come mai non lo ha fatto prima n.d.r.)
I fondi per la bonifica e i tempi per raggiungere standard diversi “sono dati che tutti insieme portano a evitare la chiusura”.
Sulla vicenda dello stabilimento siderurgico colpito dai provvedimenti della magistratura è intervenuto anche il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera: L’alternativa pane-veleno “è inaccettabile”.
“Non possiamo però neppure dire che gli impianti dell’Ilva vanno tenuti aperti a qualsiasi condizione – ha puntualizzato Passera – in quanto i criteri salute pubblica devono essere considerati”.
“Ci deve essere l’impegno di tutti a non chiudere, ne va di mezzo – ha detto il ministro – non solo il gruppo Riva ma tutta la filiera”
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Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile
“HO SEMPRE REGOLARMENTE PAGATO TUTTO QUANTO MI E’ STATO RICHIESTO” IL SUO AMBIGUO COMUNICATO… MA SE VAI IN UN ALBERGO PER QUATTRO ANNI DI SEGUITO TI DIMENTICHI FORSE DI CHIEDERE IL CONTO PER QUATTRO ANNI? …O PENSAVA CHE QUALCUNO PAGASSE L’ORMEGGIO A SUA INSAPUTA?
Il tappullo alla fine si rivela peggior del buco. 
A seguito dell’eco che ha avuto la notizia, confermata peraltro dal sindaco di Villaptzu, Fernando Codonesu, e dall’amministratore della Marina di Porto Corallo, che Roberto Maroni da quattro anni ormeggiava la sua barca a vela bialbero di 17 metri presso la Marina senza pagare un euro, è arrivata stamane la precisazione-autogol dell’ex ministro degli Interni: “Sorpreso dalla notizia che non avrei pagato, confermo che ho sempre regolarmente pagato tutto quanto mi è stato richiesto. Due settimane fa ho saldato una fattura di 4.020 euro per l’ormeggio del 2012”.
Peccato che per i tre anni precedenti nessuno abbia stranamente mai fatturato e quindi Maroni abbia risparmiato oltre 12.000 euro, dimenticandosi di porsi il problema di passare alla cassa a saldare.
Una dimenticanza lunga tre anni: o forse riteneva che per lui l’ormeggio fosse gratis o che qualcun altro pagasse a sua insaputa?
Arriva infatti la controsmentita del sindaco: “Non so per quale motivo Maroni non abbia pagato, ma dal 2009 non esiste alcun suo versamento: per me sono tutti uguali e tutti devono pagare”.
Il responsabile della Marina ora cerca di uscire dal casino dichiarando che “l’imbarcazione non era registrata e che la documentazione del natante non è mai stata fornita fino a due mesi fa”: ma che bella prassi per un ministro…
Alla fine Maroni conclude che “se ci sono altre pendenze da saldare di cui non sono a conoscenza e mai richieste mi inviino pure le fatture e saranno prontamente saldate”. Ovvia la risposta dal Comune: “Lo faremo”.
Resta il fatto che se nessuno avesse improvvisamente sollevato il problema di quattro anni di ormeggio arretrato, nessuno si sarebbe posto il quesito di pagare un servizio regolarmente ricevuto.
Che Maroni sia più abituato a vivere sulle nuvole che sul mare?
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