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DIECI ANNI DI MONETA UNICA: I PREZZI SONO CRESCIUTI SOPRATTUTTO AL SUD

Agosto 27th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO LA RICERCA DELLA CGIA DI MESTRE TRA IL 2002 E IL 2012 LE REGIONI ITALIANE CHE HANNO VISTO CRESCERE DI PIU’ IL COSTO DELLA VITA SONO STATE CALABRIA, CAMPANIA, SICILIA E BASILICATA… AUMENTI MAGGIORI PER ALCOOL, TABACCO, AFFITTI, BOLLETTE, COMBUSTIBILI E TRASPORTI

Nei dieci anni di moneta unica i prezzi sono cresciuti soprattutto al sud Secondo la Cgia di Mestre gli aumenti maggiori non sarebbero avvenuti nel settore alimentare
MILANO
A dieci anni dall’introduzione dell’euro i prezzi sono aumentati soprattutto al Sud e, a differenza di quanto si possa credere, l’impennata non ha riguardato gli alimentari, l’abbigliamento, le calzature o la ristorazione.
A lievitare sono state soprattutto le bevande alcoliche e i tabacchi, le ristrutturazioni e manutenzioni edilizie, gli affitti delle abitazioni e i combustibili/bollette domestiche, nonchè i trasporti.
A confermarlo sono i dati statistici elaborati dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre.
Tra il 2002 e il luglio di quest’anno, l’inflazione media italiana è cresciuta del 24,9%.
In Calabria si è registrato l’incremento regionale più elevato: +31,6%.
Seguono la Campania, con il +28,9%, la Sicilia, con il +27,6%, e la Basilicata, con il +26,9%. Le meno interessate dal ‘caro prezzi’, invece, sono state la Lombardia, con un’inflazione regionale del +23%, la Toscana, con il +22,4%, il Veneto, con il +22,3% e, ultimo della graduatoria, il Molise, dove l’inflazione è lievitata ‘solo’ del 21,7%.
“E’ opportuno sottolineare che il maggior aumento dei prezzi registrato nel Sud non deve essere confuso con il caro vita. Vivere al Nord – spiega Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – è molto più gravoso che nel Mezzogiorno. Altra cosa, invece, è analizzare, come abbiamo fatto noi, la dinamica inflattiva registrata in questi ultimi dieci anni. La maggior crescita dell’inflazione avvenuta nel Sud si spiega con il fatto che la base di partenza dei prezzi nel 2002 era molto più bassa rispetto a quella registrata nel resto d’Italia”.
In linea generale, sottolinea la Cgia, uno dei nodi da superare è lo spaventoso deficit logistico e infrastrutturale che grava sulla competitività  dell’intero sistema delle nostre imprese e conseguentemente sui costi dei servizi e dei prodotti offerti ai consumatori finali.
Per quanto riguarda le principali tipologie di prodotto, gli ultimi 10 anni hanno registrato una crescita dei prezzi delle bevande alcoliche e dei tabacchi (+63,7%), quello delle manutenzioni e ristrutturazioni edilizie, gli affitti, i combustibili e le bollette di luce, acqua e gas e asporto rifiuti (+45,8%), nonchè dei trasporti (treni, bus, metro +40,9%).
Pressochè in linea, se non addirittura al di sotto del dato medio nazionale, gli incrementi dei servizi alberghieri e della ristorazione (+27,4%), dei prodotti alimentari (+24,1%), del mobilio e degli articoli per la casa (+21,5%), dell’abbigliamento/calzature (+19,2%).

(da “La Repubblica”)

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“LEI NON SA CHI SONO IO!”: AL DEPUTATO DEL PD ESPOSITO NON PIACE LA CODA PER SCENDERE DAL TRAGHETTO, LA PROSSIMA VOLTA BUTTATELO A MARE, COSI’ RAGGIUNGE IL MOLO A NUOTO

Agosto 26th, 2012 Riccardo Fucile

INCREDIBILE ARROGANZA DEL PARLAMENTARE: MENTRE IN PORTO A GENOVA STAVANO DISINNESCANDO UNA BOMBA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE, CAUSA DI RALLENTAMENTO DELLO SBARCO, IL DEPUTATO CHIAMA INFEROCITO IL PREFETTO PER AVERE UN TRATTAMENTO PRIVILEGIATO

No, lo ammetto, non lo so.
O meglio, non lo sapevo, perchè nel frattempo mi sono documentato e ora so che Stefano Esposito, nato a Moncalieri il 18 giugno 1969, è un Deputato del Partito democratico, eletto il 5 maggio del 2008 nella Circoscrizione I (Piemonte).
So anche, se mai interessasse ai lettori, che l’onorevole Esposito oggi tornava dalle vacanze, e come tante migliaia di turisti lo faceva a bordo di un traghetto diretto al porto di Genova.
So anche che l’onorevole Esposito è persona dinamica e poco avvezza alle attese, tanto che se resta in coda per più di 10 minuti si innervosisce.
Ora, le code sono prassi normale quando si sbarca da un traghetto, come stava facendo l’onorevole Esposito.
Caso vuole che ai normali disagi del rientro si siano aggiunti quelli di una bomba della Seconda guerra mondiale trovata in porto e che gli artificieri stavano disinnescando   proprio mentre il deputato pimontese attendeva, sbuffando, di poter sbarcare dalla nave di vacanzieri.
Dieci minuti, venti minuti, mezz’ora….
Troppo per l’onorevole Esposito, che incredulo di fronte alla coda di auto che scendevano dal traghetto (lui sostiene che era di 3 chilometri) ha preso in mano il cellulare e si è fatto passare il vice Prefetto di Genova, Paolo D’Attilio, che in quel momento stava coordinando la messa in sicurezza della bomba. Pare che non abbia detto “lei non sa chi sono io” (forse per paura di sentirsi rispondere “in effetti non lo so”) ma che abbia comunque fatto pesare il suo sdegno parlamentare e la sua accesa indignazione da rientro rovinato.
Alla fine per tranquillizzare l’onorevole Esposito è servito che l’Ammiraglio Felicio Angrisano, comandante del porto di Genova, lasciasse la sala operativa da cui seguiva il lavoro di disinnesco e andasse sottobordo alla nave per spiegare all’onorevole che è normale aspettare un po’ in coda quando si sbarca in auto da un traghetto (e si che l’onorevole Esposito, classe 1969, dovrebbe essere abbastanza grandicello per saperlo. Si occupa pure di infrastrutture e trasporti).
E pensare che il disinnesco della bomba doveva mettere fuori uso i ripetitori dei cellulari.
Sarebbe stato meglio per l’onorevole Stefano Esposito, che avrebbe evitato di fare una figuraccia con la sua telefonata.
O forse si sarebbe infuriato ancora di più, e avrebbe scritto una lettera di vibrante protesta al Ministro delle Telecomunicazioni con intestazione “LEI NON SA CHI SONO IO” a caratteri cubitali, magari con una fotocopia del suo tesserino parlamentare perchè tutti sapessero che lui, onorevole Stefano Esposito, Deputato della Repubblica Italiana, aveva dovuto fare la coda come tutti.
Istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta no?

Nur El Gawohary
(da “Primocanale“)

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LA MOGLIE DI RENATO VALLANZASCA: “TROPPO ODIO, ALLORA TANTO VALE LA PENA DI MORTE”

Agosto 26th, 2012 Riccardo Fucile

ANTONELLA D’AGOSTINO LANCIA UN APPELLO: “VORREI CHE L’ITALIA FOSSE UN PAESE CIVILE: CHI HA SCONTATO LA PENA DEVE POTER TORNARE A UNA VITA”…”RENATO HA FATTO 40 ANNI DI CARCERE, USCIVA DI GIORNO PER ANDARE A LAVORARE E RIENTRAVA LA SERA IN CELLA”

La voce è delicata, dolce. Ma le parole sono di fuoco.
Antonella D’Agostino, moglie di Renato Vallanzasca, è arrabbiatissima per la fine del rapporto di lavoro da commesso del bel Renè in un negozio di Sarnico.
“Per quasi un mese mio marito è andato avanti e indietro da Bollate a Sarnico. La sera tornava in carcere e di giorno lavorava. Nel pieno anonimato. Chi aveva convenienze a far sapere questa cosa?”
Signora D’Agostino sta accusando qualcuno?
“No. Faccio domande ad alta voce, in una giornata per me tristissima. Sono molto arrabbiata”.
Oggi ha sentito o visto Renato?
“Purtroppo non posso rispondere a questa domanda”.
Che cosa la fa arrabbiare di questa vicenda?
“Nei giorni in cui infuria questa polemica in Norvegia hanno condannato uno che ha ammazzato 77 giovani a 21 anni di carcere e lo hanno pure considerato sano di mente. Mio marito ha scontato vent’anni di carcere duro, in isolamento. Renato è entrato in carcere nel 1972, sono passati 40 anni e da due anni può uscire di giorno per lavorare. Ripeto lavorare, non andare a divertirsi e la sera torna dietro le sbarre. Non ha pagato abbastanza? Non può avere un po’ di normalità ?”.
Crede che c’è ci sia qualcuno che si accanisca contro Vallanzasca?
“Sì. E sono in molti. Vedendo tutto questo clamore è chiaro che c’è una vendetta. L’Italia è un Paese vendicativo, spietato. E questo credo sia la cosa più vergognosa”.
Che messaggio vorrebbe lanciare per suo marito?
“Vorrei che l’Italia fosse finalmente un Paese civile. Guardi, anche se non fosse mio marito direi queste cose: un detenuto dopo che ha scontato la sua pena deve poter tornare ad una vita. Altrimenti…”
Altrimenti?
“Con questo odio, troppo odio, tanto vale la pena di morte. Non mi faccia dire altro, ma lo scriva per Renato, per tutti i detenuti che ci sono nelle carceri italiane. Alla fine, dopo aver scontato la pena, deve esserci una vita”.

Antonella D’Agostino
(da “Bergamonews”)

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BOLLETTE ALLE STELLE PER LE AZIENDE ITALIANE: 10 MILIARDI IN PIU’ RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA

Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile

LA REGIONE PIU’ PENALIZZATA E’ LA LOMBARDIA, CON 2,3 MILIARDI DI EURO DI MAGGIORI COSTI… ALTRO CHE COMPETITIVITA’ SUI MERCATI

Un caro-bollette così non si poteva proprio immaginare.
Gli imprenditori italiani pagano l’elettricità  10 miliardi in più (l’anno) rispetto alla media europea.
È quanto emerge da un’analisi condotta da Confartigianato che ha misurato lo spread Italia-Ue per i costi dell’energia elettrica utilizzata dalle imprese.
LA CARTINA
I risultati? Se a livello nazionale, lo scorso anno, gli imprenditori hanno pagato 10.077 milioni di euro in più rispetto alla media europea, il conto più salato tocca alle aziende del Nord che complessivamente nel 2011 hanno sborsato per l’energia elettrica 5.848 milioni di euro in più rispetto ai loro colleghi dell’Ue.
Il divario con l’Europa è di 2.492 milioni di euro per le imprese del Mezzogiorno e di 1.737 milioni di euro per le aziende del Centro.
Le Regioni più penalizzate sono proprio quelle a maggior concentrazione di imprese: prima tra tutte la Lombardia (2.289 milioni di euro di maggiori costi rispetto alla media Ue), seguita dal Veneto (1.007 milioni di euro in più) dall’Emilia Romagna (con 904 milioni) e dal Piemonte (con 851 milioni).
LA CLASSIFICA
Milano guida la classifica provinciale per il più ampio divario di oneri per le imprese rispetto all’Europa , con un gap di 555 milioni di euro, seguita da Brescia (467 milioni euro), Roma (447 milioni euro), Torino (343milioni euro), Bergamo (293 milioni euro).
E così, se in media, ogni azienda italiana paga l’energia elettrica 2.259 euro all’anno in più rispetto agli imprenditori europei, questo gap si allarga per le imprese del Friuli Venezia Giulia (4.108 euro), della Sardegna (3.471 euro per ciascuna impresa), della Lombardia (2.791 euro).
«In Italia – precisano da Confartigianato – la corsa dei prezzi dell’elettricità  per uso industriale sembra inarrestabile: tra il 2009 e il 2011 sono aumentati del 17,4%, a fronte del + 9,5% registrato nell’Eurozona».
LE TASSE
«Il costo dell’energia elettrica per uso industriale – conferma il Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini – è una delle tante zavorre che frenano la corsa delle imprese italiane».
Tra il 2010 e il 2011 i rincari si sono attestati all’11%, mentre nell’Ue si sono fermati al 5,9%. Tutto ciò non ha fatto che allargare la distanza tra il nostro Paese e l’Europa: nel 2009 il gap per il costo dell’elettricità  era del 26,5% per salire al 29,4% nel 2010 e al 35,6% nel 2011. Ciliegina sulla torta, la pressione fiscale che sulla bolletta energetica delle imprese incide per il 21,1% sul prezzo finale dell’elettricità .

(da “il Corriere della Sera”)

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SE SI VOTA NON VINCE NESSUNO

Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile

ADOTTEREMO UN SISTEMA CHE E’ UN MIX GRECO-TEDESCO DOVE NESSUN PARTITO POTRA’ DETTARE LEGGE E NON VI SARA’ UN LEADER VITTORIOSO… L’INTESA TRA I PARTITI SARA’ SUCCESSIVA AL VOTO COME AI TEMPI DELLA PRIMA REPUBBLICA

I leader politici già  lo sanno e gli italiani lo sapranno presto: con la riforma elettorale in gestazione e oramai vicina al traguardo, tutto è stato calibrato per garantire due obiettivi minimali.
Comunque vadano le elezioni, nessuno dei tre partiti di maggioranza avrà  molto da perdere in termini di rappresentanza, mentre al più forte di loro sarà  garantito un premio, ma non è affatto detto che l’additivo sia sufficiente per conquistare la maggioranza dei seggi in Parlamento.
Nella notte delle elezioni, agli italiani potrebbe essere negata l’istantanea ormai rituale in tutte le democrazie del mondo: la consacrazione del leader vittorioso.
Per sapere chi governerà  il Paese occorrerà  attendere che le forze politiche trovino in Parlamento l’equilibrio «giusto».
Un esito da «no contest» che i leader dei partiti già  conoscono, per effetto delle simulazioni riservate che hanno condotto in queste ultime settimane e che ora è confermato anche da uno studio indipendente, realizzato dall’Istituto Cattaneo.
Dunque, se alla fine si dovesse andare a votare oggi col sistema sul quale si è trovato un compromesso, nessun partito vincerebbe.
E diventerebbe obbligatoria una qualche coalizione, anche se in campagna elettorale se ne fosse negata l’opportunità .
In vista del traguardo, in queste ore, si stanno moltiplicando i segnali di fumo, le indiscrezioni pilotate, le polpette avariate.
E si capisce perchè: nelle prossime quattro settimane si deciderà  il destino di questa legislatura e anche della prossima.
E indirettamente si determinerà  anche la platea che sarà  chiamata ad eleggere il nuovo Capo dello Stato.
Tutto è intimamente intrecciato: la trattativa sulla legge elettorale, il destino del governo, il possibile scioglimento anticipato della legislatura.
Ogni segmento tiene l’altro.
Anche i partiti, nei giorni della formazione del governo Monti, ebbero subito chiaro quali sarebbero stati i loro compiti a casa.
Compiti da ripetenti: scongelare quel pacchetto minimo di riforme istituzionali di cui si chiacchiera da decenni e scardinare finalmente il Porcellum.
Nella storia delle democrazie, le leggi elettorali sono quasi sempre l’espressione di un assetto sociale, di un’idea di Paese.
Così è stato nell’Inghilterra dei collegi uninominali, nella Francia della Quinta Repubblica e anche nell’Italia del 1993, quando la prima riforma elettorale dopo 47 anni, il Mattarellum, fu chiamata a fronteggiare il crollo della Prima Repubblica.
E’ nel 2005 che cambia l’approccio: Berlusconi fa una riforma, il Porcellum, finalizzata ad un calcolo preciso, sgonfiare il più possibile il probabile successo dell’Unione di Prodi.
In sette anni quella legge, intimamente anti-democratica per via del sistema dei nominati, è diventata indigeribile per tutti.
Il Capo dello Stato si è incaricato di ricordarlo spesso, pungolando i partiti, fino a costringerli ad agire.
Pd, Pdl e Udc — lasciate cadere le suggestioni maggioritarie dell’ispano-tedesco del «Vassallum» e quella del semipresidenzialismo — stanno per partorire un marchingegno che, in prospettiva, possa consentire di liberarsi delle coalizioni eterogenee e rissose di questi anni e costruire un nuovo bipolarismo attorno a due grandi partiti.
Con un inconveniente: sul breve periodo, Pd e Pdl sono diventate due forze «bonsai», politicamente incapaci di essere i partiti-guida del sistema.
Nei prossimi giorni si capirà  se il minimo comune denominatore raggiunto tra i partiti corrisponderà  anche al miglior compromesso possibile.
Se avremo cioè una legge da più legislature, oppure, come ha riconosciuto un professore in politica come Gaetano Quagliariello, si andrà  verso «una legge di transizione».
In questi anni si è molto sorriso sugli esotici modelli elettorali via via proposti dai partiti — l’ungherese, l’israeliano, l’australiano — e forse proprio per effetto di questi precedenti nessuno ha avuto ancora il coraggio di battezzare il sistema in arrivo.
Eppure, gli impianti che lo ispirano sono chiari: il proporzionale «personalizzato» nei collegi è mutuato dalla legge tedesca; il premio al primo partito è lo stesso in vigore in Grecia.
Se non interverranno significativi ripensamenti, l’Italia sta per adottare un sistema «greco-tedesco»: originale mix ispirato al Paese più solido e a quello più sofferente d’Europa.

Fabio Martini
(da “La Stampa”)

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LA NUOVA LEGGE ELETTORALE ALL’ESAME DI BERLUSCONI

Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile

VERDINI AD ARCORE CON TESTO E LE SIMULAZIONI DI VOTO PER LA DECISIONE FINALE

Occhi puntati sul villone di Arcore, perchè di lì passerà  la bozza della nuova legge elettorale. E l’interrogativo che appassiona gli addetti ai lavori (per il momento soltanto loro) è: Berlusconi darà  il via libera?
Oppure succederà  come sulla riforma della Costituzione, quando un accordo con il Pd praticamente fatto era stato stracciato in mille pezzetti?
Lo scopriremo lunedì, non appena torneranno a incontrarsi i negoziatori dei partiti.
Verdini porterà  a Migliavacca (lo sherpa di Bersani) e a Cesa (che è il segretario Udc) la risposta del Cavaliere.
Non che Silvio sia stato fin qui tenuto all’oscuro.
Come è ovvio, l’hanno informato passo passo sui progressi della trattativa e sulle grandi linee del sistema che rimpiazzerà  il «Porcellum».
Però restano certi dettagli niente affatto secondari da mettere a fuoco.
Cosicchè entro oggi alle 18, cioè prima che il Milan scenda in campo con la Sampdoria e prima che Berlusconi si tuffi nel match, Verdini si presenterà  dal Capo con un malloppo di carte su cui in pochissimi nel Pdl hanno potuto gettare lo sguardo: sono i termini dell’accordo preliminare già  raggiunto con il Pd, più una serie di simulazioni elettorali.
L’impianto della bozza è quello solito proporzionale, con una soglia del 5 per cento alla Camera e dell’8 al Senato.
Il partito che risultasse vincitore, anche per un solo voto, sarebbe premiato con un «bonus» del 15 per cento, in pratica una novantina di seggi a Montecitorio.
Un terzo degli onorevoli verrebbe individuato tramite piccole liste bloccate, chi piazzarci lo deciderebbero (come accade oggi) le segreterie dei partiti.
Gli altri due terzi dei seggi verrebbero selezionati col meccanismo dei collegi uninominali.
Per evitare che i leader subiscano l’onta di una bocciatura, pare che verrà  concesso loro di candidarsi in più collegi: casomai andasse male da una parte ci sarebbe sempre il paracadute dall’altra…
Dal giro berlusconiano i segnali sono tutti favorevoli, uno stop dell’intesa viene considerato molto improbabile.
Di sicuro non se lo aspettano nel Pd dove anzi sono certi che la legge si farà  in quanto, motteggiano dalle parti di Bersani, il Cavaliere «più di tutti ha interesse a sbarazzarsi del Porcellum, figurarsi se si farà  del male da solo…».
Tuttavia può accadere (di qui quel poco o tanto di suspense) che Berlusconi storca il naso su qualche dettaglio; e comunque non risulta che abbia tutta questa dannata fretta di concludere, semmai il contrario.
Qui si entra nel regno della dietrologia, dove sempre labile è il confine tra il certo e l’incerto. Ma la sostanza è che, una volta pattuita la riforma, l’Italia si troverebbe virtualmente in campagna elettorale.
Il Cavaliere non si sente ancora pronto per affrontarla, in quanto lui stesso deve prima rispondere alla madre di tutte le domande: «Mi candido oppure no?».
Qualcuno dei suoi sostiene che è tutta scena, Berlusconi in cuor suo sa già  che fare, sfoglia la margherita per tenere viva l’attenzione su di sè in attesa del grande annuncio.
Altri, invece, ritengono che il dubbio sia autentico, frutto di un vero tormento anche personale, di qui il possibile traccheggiamento sulla riforma.
Nè pare che la visita di Alfano in Sardegna, due giorni ospite a Villa La Certosa, abbia contribuito a sciogliere il puzzle.
La candidatura del Cavaliere al momento è più sì che no, diciamo 60 e 40, o forse anche 70 e 30; però il margine di incertezza persiste.
Qualcuno sostiene addirittura che sia cresciuto.
L’unica prospettiva davvero esclusa, nei due giorni di colloquio tra il Fondatore e il Segretario, sembra quella del listone unico dove inglobare indistintamente tutti i nemici della sinistra, da Storace a Rotondi, da Sgarbi a Miccichè, un caravanserraglio variopinto e cacofonico.
«Non se ne parla nemmeno», assicurano dalle parti di un Alfano molto rinfrancato.
Casomai alla fine Silvio dovesse gettare la spugna, tornerebbe in auge proprio Angelino che, agli occhi del padre-padrone, ha il merito impagabile di essersi dimostrato umile e leale al punto da inghiottire un’alleanza in Sicilia con l’odiato Lombardo.
Tutto può ancora accadere, in Berlusconia.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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BERSANI PREOCCUPATO DAGLI UMORI ANTI-MONTI DELLA BASE DEL PARTITO

Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile

CRESCE IL MALESSERE DEI MILITANTI DEL PD E IL SEGRETARIO CORREGGE LA ROTTA IN VISTA DEL VOTO

C’è un umore inquieto che spira dalle Feste del Pd di tutta Italia e Pier Luigi Castagnetti, uno dei pochi battitori liberi del partito, lo racconta così: «Dagli applausi e dai dissensi dei simpatizzanti affiorano due sentimenti molto forti e che si ripetono puntualmente: Monti è stato una necessità  ma quello non è il governo del Pd. E poi, puntualmente, scatta il battimani per chi si scaglia contro la casta».
Questi umori, da diverse settimane, attraversano le centinaia di feste del Pd (e dell’Unità ) e d’altra parte, da 50 anni proprio queste sensazioni aiutano i dirigenti della sinistra a capire l’aria che tira tra la sua gente.
Sono stati anche questi umori della base ad incoraggiare Pier Luigi Bersani nella sua presa di distanza dal governo nella sua intervista a “la Repubblica”?
Nelle centinaia di feste del Pd che si sono svolte a giugno, a luglio e ad agosto, oltre ad una grande presenza complessiva, una certa latitanza dai dibattiti politici e un calo degli incassi, tutti i dirigenti impegnati sono concordi nel sottolineare una diffusa insofferenza verso il governo dei tecnici.
Racconta il senatore Paolo Nerozzi, già  numero due della Cgil di Cofferati: «All’inizio la nostra gente capì la necessità  della scelta dei tecnici, persino la riforma delle pensioni in qualche modo fu sopportata. Ora, alla prova dei fatti, è come se “tornasse” tutto su. Senti frasi come: questi stanno esagerando, concedono troppo al centrodestra e alla banche, se degli esodati non si erano accorti, che tecnici sono?».
L’altro grido di dolore di militanti e simpatizzanti riguarda invece la cosiddetta casta.
Dice Sandro Gozi, uno degli emergenti nel gruppo dei quarantenni: «Ci sono due argomenti che fanno scattare subito gli applausi: quando invochi più equità  e quando sostieni che il Paese ha bisogno di nuovi protagonisti e nuove idee. E gli applausi sono più forti quando esci dal “frame” mediatico “Renzi contro Bersani” e poni il tema del rinnovamento in termini non personalistici».
Certo, finito lo spauracchio di Berlusconi, il segretario del Pd sta puntando a dare al partito una identità  diversa dall’antiberlusconismo, dichiaratamente di sinistra, sociale e laica e dunque la svolta sul governo apre di fatto la campagna elettorale dei Democratici.
In questa connotazione di sinistra finiscono per confluire vecchie “passioni” che sembravano sopite.
Esemplare un commento pubblicato dall’Unità  (L’eredità  di Togliatti e il Pd) iniziativa non ascrivibile al Pd in quanto tale, ma sintomatica dell’”aria che tira”.
Michele Prospero dopo aver parlato del «realismo alla Cavour» di Togliatti e averne elogiato senza riserve la figura storica. indica «l’officina» del Migliore come «una miniera» per il Pd. Figura estremamente controversa nella storia della sinistra, segretario del Pci nell’epoca staliniana, la figura di Togliatti è stata oggetto di un’opera revisione storica anche dentro il Pci, al punto che, nel 1989, sull’Unità  comparvero articoli molto critici di Alberto Asor Rosa e Biagio De Giovanni.
La questione sembrava chiusa al congresso dei Ds del 2000, quando l’allora segretario Veltroni ricordò la terribile invettiva di Togliatti contro Carlo Rosselli («Un dilettante da poco»), concludendo che il comunismo era stato «una tragedia».

Fabio Martini

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FESTA DEMOCRATICA SI PARLA DI TUTTO, QUINDI DI NIENTE

Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile

IL DIBATTITO RESTA UN MONOLITE CHE NON AFFRONTA MAI I PROBLEMI

L’attesa è spasmodica, il traffico andrà  in tilt, l’entusiasmo sarà  parossistico. Ore 18, Area Dibattiti Pio La Torre. Ressa indicibile per l’avvincente tema: “Per la buona politica:
quale riforma dei partiti?”.
Modera Stefano Menichini, monologa Giuliano Amato.
Scariche di adrenalina pura, quasi come i Jefferson Airplane all’Isola di Wight 44 anni fa.
E’ cominciata, a Reggio Emilia, la quinta Festa Nazionale del Partito Democratico. Il cartellone, come sempre, è di livello.
Da Roberto Benigni ad Alessandro Bergonzoni, da Mauro Pagani a Nada, dal Tributo a Lucio Dalla (con il Bersani bravo, Samuele) a Goran Bregovic.
Settimane di musica, riflessioni, ritrovi. E tendenze, più o meno dichiarate.
La prima, meramente giornalistica, è che per il Pd vanno bene tutti, ma proprio tutti — infatti c’è anche Alessandro Sallusti — tranne Il Fatto Quotidiano. L’unico giornale non invitato. Entrambe le parti sopravviveranno serenamente all’assenza reciproca, beninteso, ma è forse un dato da rilevare : dialogo uber alles, anzitutto con chi in fondo la pensa come noi (i berlusconiani), però chi ci critica è altamente sgradito.
C’era una volta Zdanov.
Questa tendenza, peraltro, rischia di generare un effetto-cloroformio: Luisella Costamagna che celebra il romanzo di Walter Veltroni, Luca Sofri che titilla Matteo Renzi.
E l’ubiquo Menichini che parlerà  — si direbbe da solo — “di Europa, dalla carta all’online”.
Botte di vita.
Se il feticismo per la sobrietà  è comprensibile, desiderare la catatonia degli astanti è cosa sadica.
La Festa del Pd si caratterizza per la fiducia cieca nel monolite di sempre: il “dibbattito”, rigorosamente con due “b” (e altrettante palle, talora).
Temi alti, titoli severi. E un che perenne di solenne.
Era già  così quando Benigni — al tempo Cioni Mario — scherzava sulla schizofrenia dei “compagni”.
Da una parte la minuscola Pci toscana di Vergaio che si prefiggeva di risolvere la questione mediorientale, dall’altra lo storico dibattuto di Berlinguer ti voglio bene: “E dopo, anche in base a i’ famoso proverbio, tira più un pelo di fica che du’ paia di bovi, do la parola alle signorine. Ecch’ i’ tema! Pole la donna permettisi di pareggiare coll’omo? No”.
Il dib(b)attito al tempo del Pd è un po’ diverso.
Meno ironico, più penitenziale.
Un mix di moniti, contraddizioni generazionali e sempiterni manchismi.
Così come suona curioso chiedere a Giuliano Amato quale sia la buona politica, sfugge il perchè debbano essere Dario Franceschini e Pierferdinando Casini a rispondere al quesito (appena impegnativo): “Quale politica per il futuro?”.
Tanto vale chiedere ricette vegane ai macellai.
Preoccupa anche il dib(b)attito di lunedì 27 agosto, ispirato al testo di Fabrizio Rizzi “Berlusconi, finale di partita”. Relatori: Pierluigi Castagnetti, Ugo Sposetti, Alessandro Sallusti. Almeno un antiberlusconiano non avrebbe stonato.
I titoli dei dib(b)attiti trasudano l’antica e mai appagata voglia di cilicio: guai a divertirsi, la vita è dolore e periremo tra atroci sofferenze. Anzitutto se di sinistra.
Che la stoica flagellazione abbia dunque inizio: ieri ce lo chiedeva il popolo , oggi l’Europa. “Come rilanciare la scuola ai tempi dello spread” (wow): “Ritorno alla terra, ritorno al futuro. Per una politica di tutela del suolo agricolo italiano” (slurp).
Accanto a incontri stimolanti (“A 30 anni da quel terribile 1982”) e belle presentazioni di libri, ci si imbatte in appuntamenti quasi minacciosi. Tipo: “Torniamo a discutere del sud”.
Che sarebbe anche bello, ma se tale proposito significa ascoltare Raffaele Fitto, è lecito darsi malati (con notevole buonsenso, l’incontro successivo in programma è “Manuale di sopravvivenza”: forse per rianimare gli eventuali superstiti).
Il programma della Festa è un profluvio di interrogativi.
A Reggio Emilia sarà  tutto un domandarsi; un alambiccarsi: un elucubrare assai pensosi. “Quale politica per il futuro” (si noti: lo chiedono a Nicola Latorre); “Quali riforme per la giustizia” (tra i relatori c’è Andrea Orlando, mica Cordero o Zagrebelsky); “Quali diritti per le coppie gay”.
Dilemmi nobilissimi, ma non si capisce se il pubblico sia chiamato per ascoltare le risposte o — piuttosto — per darle.
Giusto per ovviare alla mancanza di sintesi ideologica della coltissima dirigenza (a proposito: Massimo D’Alema ci sarà  pure quest’anno. Disserterà  di Europa con Tobias Piller. Via coi cortei).
Rimarchevole anche la tendenza allegra a dire tutto e niente. Sì ma anche no.
Togliatti ma pure De Gasperi. Engels senza dimenticare Paperoga.
Vogliamo parlare di calcio? Ecco l’abracadabra equilibrista: “Il calcio italiano tra problemi e opportunità  di riforma”.
Di nuovo: tutto e niente. Problemi e riforma. Macerie e ricostruzione.
La Festa, proprio come il Pd, è un contenitore capiente.
Praticamente infinito: se poi, ogni tanto, ci finiranno dentro materia e antimateria, pazienza.
Al massimo qualcuno imploderà  (l’elettorato, si presume).

Andrea Scanzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INGROIA: “NON STRUMENTALIZZATECI CONTRO NAPOLITANO”, E SI DIMOSTRA PIU’ INTELLIGENTE DI TANTI SUOI FANS

Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile

IL PROCURATORE DI PALERMO: “LE VICENDE DELLE ULTIME SETTIMANE, RIDOTTE A UNO SCONTRO TRA ME E IL QUIRINALE, NON SOLO NON MI PIACE, MA NON CORRISPONDE IN ALCUN MODO ALLA REALTA'”

Nessuna strumentalizzazione, attesa ‘serena’ per il giudizio della Consulta, rispetto per la prima carica dello Stato.
Parola del magistrato antimafia Antonio Ingroia, che al Corriere della Sera ha fornito la sua interpretazione sulle polemiche degli ultimi tempi in merito alla trattativa tra stato e mafia e, soprattutto, circa il comportamento istituzionale tenuto dal Colle nei confronti della procura del capoluogo siciliano.
”Non strumentalizzateci contro Napolitano. Posso capire le semplificazioni giornalistiche, ma il fatto che le vicende delle ultime settimane siano ridotte a uno scontro tra la Procura di Palermo e il Quirinale, e ancor più tra il sottoscritto e il presidente della Repubblica, non solo non mi piace, ma non corrisponde in alcun modo alla realtà ”.
E’ quanto afferma Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, in un’intervista al Corriere della Sera.
Il conflitto di attribuzione sollevato dal Capo dello Stato “è stato strumentalizzato per attaccare la Procura di Palermo” e “a farne le spese sono le istituzioni”, dice Ingroia.
“Noi riteniamo di aver agito correttamente e attendiamo sereni il giudizio della Consulta. Di certo però non penso nemmeno lontanamente che il presidente Napolitano — sottolinea — si sia mosso con l’intenzione di attaccare la Procura di Palermo e fornire alibi a chi da tempo ci accusa delle peggiori nefandezze”.
Il procuratore aggiunto ribadisce quindi il rispetto per la prima carica dello Stato: “Il presidente Napolitano ha costituito, in questi anni di aspra contrapposizione, un caposaldo di tenuta istituzionale che ha scongiurato passaggi politico-legislativi che avrebbero danneggiato in modo forse irreparabile l’assetto costituzionale e di equilibrio tra i diversi poteri dello Stato”.
Ingroia afferma di non voler fare valutazioni politiche, “nè su quello che scrive Il Fatto, i cui lettori comunque ringrazio per la solidarietà , nè su quello che scrive il Giornale, e nemmeno su ciò che dice l’onorevole Di Pietro o l’onorevole Cicchitto.
Anche quando vedo e sento usare, da quelle testate e dai quei parlamentari, toni ed espressioni che non sempre condivido e che non mi appartengono”.

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