Febbraio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
L’INFRAZIONE ALLE NORME EUROPEE HA PRODOTTO UN DANNO DI 75 EURO PER OGNI ITALIANO…NEL 2009 IL MINISTRO ZAIA SALVO’ GLI SPLAFONATORI PRIVANDO EQUITALIA DEL POTERE DI RISCOSSIONE
La giustizia farà certamente il suo corso.
Confidiamo che i magistrati impegnati nell’inchiesta sulle quote latte, che nei giorni scorsi ha scatenato una tempesta politica, individueranno e puniranno i responsabili di una delle più clamorose truffe del nuovo secolo.
Nel frattempo, ai cittadini italiani resta sul groppone il conto astronomico che i furbetti del latticino hanno fatto pagare finora allo Stato.
Tenetevi forte: 4 miliardi 494 milioni 433.627 euro e 53 centesimi.
Ovvero, 75 euro e 62 centesimi per ogni italiano, neonati compresi.
Una somma che basterebbe a soddisfare il fabbisogno di latte fresco dell’intera nazione per un anno.
Il calcolo l’ha fatto la Corte dei conti in una relazione appena sfornata, nella quale, oltre a numeri terrificanti, c’è una cattiva notizia. Rassegniamoci: recuperare quei soldi sarà quasi impossibile.
Esattamente trent’anni fa, nel 1983, la Commissione europea stabilì per la produzione di latte delle quote nazionali, con la motivazione che un’eccessiva quantità sul mercato avrebbe fatto crollare i prezzi.
Per chi non avesse rispettato il plafond erano previste multe salate.
L’assegnazione delle quote, com’era intuibile, finì per favorire i Paesi nordici. Ma i produttori italiani, invece di adeguarsi alla nuova situazione, continuarono come se nulla fosse accaduto.
Risultato: dopo 12 anni si erano accumulate multe per l’equivalente attuale di circa 2 miliardi di euro. Il caos era totale.
C’erano ritardi nell’adeguamento delle normative, dati taroccati, latte che arrivava dall’estero ma figurava italiano, quantitativi enormi di prodotto non fatturato…
Che fare? Il governo accollò il conto all’Erario.
Da allora in poi, però, gli allevatori che non avessero rispettato le quote, avrebbero dovuto pagare. Eccome.
Peccato che quasi nessuno, dal 1996, ha pagato.
Mentre l’Unione europea continuava a incassare dallo Stato italiano i soldi delle multe, che scontava direttamente dai trasferimenti dovuti ai nostri agricoltori.
La Corte dei conti dice che dal 1996 al 2010 «l’onere che l’Italia ha sopportato» per «gli esuberi produttivi accertati è quantificato dai 2.537 milioni di euro, versati alla Commissione».
Denari che, prevede la legge, avrebbero dovuto restituire gli allevatori «splafonatori», ai quali sono state concesse ripetute agevolazioni, come quella di pagare in comode rate. Ma finora «il recuperato effettivo», avverte la Corte, «è trascurabile».
Il fatto è che ogni mezzo è stato buono per aggirare gli obblighi. Proroghe su proroghe, inefficienze degli organi preposti a far pagare, ricorsi e controricorsi.
Per non parlare del valzer dei commissari ad hoc nominati di volta in volta dal governo. E dell’incredibile vicenda toccata all’ex senatore leghista Dario Fruscio, messo dal suo partito a capo dell’Agenzia incaricata di riscuotere le multe, e prontamente rimosso quando si è scoperto che le voleva far pagare sul serio.
Ecco che cosa scrivono i magistrati contabili: «Costante è risultata, nel corso degli anni, l’interpretazione delle leggi vigenti da parte delle amministrazioni a favore dei produttori eccedentari».
Fino all’ultima norma passata nel 2009, quando era ministro dell’Agricoltura il leghista Luca Zaia, attuale governatore del Veneto, che ha privato Equitalia del potere di riscossione.
Riesumando addirittura, per il recupero delle somme dovute, le procedure bizantine di un regio decreto del 1910: centrotrè anni fa.
Niente male, considerando che qui hanno scorazzato indisturbati anche i truffatori, responsabili di aver caricato sulle spalle degli ignari contribuenti centinaia di milioni di multe non pagate.
Cooperative nate e fallite a ripetizione, migrando per tutto il Nord da Cuneo a Pordenone, inseguite dalla Finanza, dai giudici contabili, dai magistrati.
E tutto alla faccia degli allevatori onesti. I quali hanno anche sborsato, dice la Coldiretti, la bellezza di 1,8 miliardi per rilevare o affittare le quote.
In tutta questa storia, anche se la Corte dei conti lo fa appena intuire, ci sono precise ed enormi responsabilità politiche.
Perfino rivendicate da Umberto Bossi, il quale due anni fa prometteva sul pratone di Pontida ai Cobas del latte: «Non vi ho dimenticati.
La Lega risolverà i vostri problemi».
Il rapporto fra Carroccio e Cobas è stato sempre strettissimo.
Lo dimostrano i finanziamenti al partito da parte di associazioni quali la Emilat del parlamentare leghista Fabio Ranieri.
Ed è incarnato, quel rapporto, nella figura di Giovanni Robusti, storico leader dei Cobas, nel 1994 senatore della Lega cui venne perfino affidato l’incarico di presidente della commissione d’inchiesta sull’Aima, poi nel 2008 europarlamentare.
Giusto un mese fa la procura della Corte dei conti ha chiesto di condannarlo a risarcire 182 milioni all’erario per la vicenda delle quote latte in Piemonte dove alcune cooperative battezzate «Savoia» figuravano fittiziamente come acquirenti del latte prodotto in eccesso da alcuni allevatori.
A fine giugno 2012 Robusti si era già beccato quattro anni e mezzo di carcere nel processo d’appello che lo vedeva imputato.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL CASO FIORITO HA SCOPERCHIATO IN TUTTA ITALIA LO SCANDALO DEI RIMBORSI GONFIATI
Cocktail e rilevatore di autovelox
Nella nota spese di Renzo Bossi ci sarebbero molti scontrini per cocktail, ma anche per Red Bull e patatine, oltre a un localizzatore di autovelox
Cene di pesce Franco «Batman»
Fiorito è stato il protagonista degli scandali nel consiglio regionale del Lazio: è sospettato di aver comprato un Suv coi soldi del partito
Aperitivi
Nicole Minetti è accusata di essersi fatta rimborsare un aperitivo da 832 euro all’Hotel Principe di Savoia di Milano, oltre al libro «Mignottocrazia»
Biancheria intima
Le consigliere liguri elette con l’Idv, Marilyn Fusco (foto) e Maruska Piredda, avrebbero comprato camicie, pantaloni, ma anche reggiseni push-up e slip
Rettifica: il consigliere regionale lombardo del Pd, Carlo Spreafico, non ha speso 2 euro e 70 per un vasetto di Nutella, ma pari cifra per una piadina che di Nutella era farcita.
Però, se si pensa che tutto era cominciato a Roma, qualche mese fa, con le ostriche di Franco «Batman» Fiorito e le cene da 5 mila euro per ottanta ospiti del consigliere Francesco Battistoni (altra rettifica: lui dice 4 mila) al ristorante Pepenero di Capodimonte, lago di Bolsena, sarebbe legittimo considerare l’ipotesi del deciso miglioramento.
Mica tanto.
I regolamenti lombardi rimborsano le spese soltanto su presentazione dello scontrino, mentre nel Lazio ci si accontentava dell’autocertificazione.
Peccato, avremmo qualche dettaglio in più su questo anno a crapule imperiali in cui – oltre all’ostrica presente per questioni di palato e di status in ogni menu e a ogni latitudine – va sempre fortissimo il tartufo: a Milano il consigliere leghista Davide Boni se n’è sbafato per 180 euro (cena da 644), bianco d’Alba, stessa qualità scelta dal collega pidellino Giorgio Pozzi, che radunò sempre al Baretto al Baglioni (cinque stelle Michelin) un po’ d’amici imprenditori a stendere strategie di sviluppo al costo di 3 mila e 320 euro, di cui 200 per vini, 400 per champagne e 882 per il regale tubero
Parrebbe piuttosto un salto di qualità rispetto alle tagliate di tonno, ai gamberetti in salsa rosa, al risotto allo champagne, alle monumentali tagliatellate, a questi piatti dèmodè che gonfiavano i prezzi romani perchè a tavola accorrevano a decine.
Nicole Minetti s’è fatta restituire dal Pirellone 832 euro spesi per un aperitivo di rappresentanza al Principe di Savoia. La sete non è placabile e lo champagne è l’altra costante: Dom Pèrignon, Taittinger, Paul Georg.
Vecchissima regola: quando si ruba, non si bada a spese.
Dalle enoteche arriva il Brunello di Montalcino e pure roba meno impegnativa, Syrah, Primitivo di Manduria.
Il giovane Renzo «Trota» Bossi rimarca il salto generazionale gonfiandosi di Red Bull. Invita gli amici e brindano con Mojito, Aperol, Negroni, più sigarette regolarmente rifuse.
Il collega federalista Pierluigi Toscani preferisce la Lemonsoda, al gruppo Pd il Crodino, laddove il compagno Spreafico si fa saldare il Biscotto a cinque stelle (Beppe Grillo non c’entra), un gelato Magnum e un paio di coni piccoli.
Si sta degradando dal banchetto allo spuntino.
Quando ha cali di zucchero, il «Trota» va di patatine Fonzies, ovetti Kinder e biscottini Ringo.
Il Toscani ha crolli verticali e ricorre multiculturalmente a pizzette, cannoli, ciambelle, torte sbrisolone, crackers, gelati (senza esagerare: coppetta media e cono medio), frutta, persino ortaggi, e poi zucchero semolato, farina.
Già che c’è, fa scorte per casa, pure di salsicce di Norimberga e lecca lecca
Forse si sbrodolano, si macchiano, chissà : nel Lazio si compravano cravatte Marinella a venti alla volta.
In Lombardia si notò l’acquisto di una sciarpa di cachemire.
Il capolavoro nasce nel gruppo di Italia dei Valori in Liguria, dove a Maruska Piredda e Marilyn Fusco (splendide fin dalle generalità ) si addebitano spese per camicie, felpe, pantaloni, ma anche reggiseni push-up, slip, pareo.
Quanto a cura del corpo e presentabilità sociale, ecco borse e profumi Gucci e Bulgari.
Per le stanze istituzionali, divani e ficus (totale, 2 mila e 148 euro).
Colpisce che i consiglieri dipietristi girino alla comunità le pendenze del cibo dei gatti, ma è ammirevole anche l’amore per la cultura: escono denari per le opere di Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, e poi Umberto Eco e Niccolò Ammaniti, manuali su Winston Churchill e la Seconda Guerra Mondiale, un’edizione della «Nuova matematica a colori».
Come dimenticare che la simpatica Minetti scaricò «Mignottocrazia», il secondo libro che si ha notizia lei abbia impugnato (l’altro è «Cinquanta sfumature di grigio» in lingua inglese sulla spiaggia di Miami).
Alla voce hobby sono memorabili i 757 euro ottenuti dall’onnipresente Toscani per cartucce da caccia, i videogames del Trota, elementi di modellismo nell’Idv Liguria, le foto in posa a mille euro della consigliera laziale Veronica Cappellaro (che accumulò un conto di 17 mila euro da Pasqualino al Colosseo), i fuochi d’artificio sempre a cura della Lega dove uno, non si sa chi, s’è fatto indennizzare il costo di una clessidra.
C’è soltanto da immaginare il fitto approvvigionamento di iPad, Blackberry, personal computer, stampanti, tablet, navigatori, telefonini vari.
Il «Trota» s’è procurato un Orologio Oregon e un piccolo frigorifero mail colpo di classe del rampollo Bossi è il localizzatore di Autovelox, per circolare alle velocità della sua gioventù senza collezionare multe.
Si sospetta che Fiorito coi pubblici denari abbia popolato il garage di Smart e Suv.
Più modestamente un suo collega laziale presentava i buoni benzina Ip.
Il consigliere lombardo Pd, a cui è stato ripagato l’euro del biglietto del tram, merita il titolo di eroe.
Mattia Feltri
(da “La Stampa“)
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Febbraio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
COSI’ LE RIMESSE SALVANO I PAESI POVERI
Da due anni Liuba fa le pulizie nelle ricche case di Chelsea, il quartier più chic della capitale britannica.
E da due anni, ogni venerdì, quando riceve il salario (che qui viene pagato settimanalmente), va in un ufficio della Western Union e manda una parte dei suoi guadagni ai propri familiari in Russia.
«Qualche volta anche solo 50 o 100 sterline – dice – ma per loro quei soldi sono importanti». E non solo per loro.
Nuove statistiche della Banca Mondiale rivelano che nel 2012 il totale delle “rimesse immigrati”, il denaro che i lavoratori stranieri rimandano in patria dall’estero, è stato di 530 miliardi di dollari, circa 400 miliardi di euro.
È triplicato nell’ultimo decennio e oggi è tre volte più grande del totale degli aiuti economici dati dal mondo sviluppato ai paesi in via di sviluppo.
Se le rimesse immigrati fossero il prodotto interno lordo di una singola nazione, sarebbe la 22esima maggiore economia mondiale, più grande di quella dell’Iran o dell’Argentina.
Anticipate ieri dal Guardian di Londra, le cifre della World Bank confermano quello che molti economisti affermano da un pezzo: l’immigrazione è una formidabile fonte di vitalità sia per i paesi che la attirano, sia per quelli di origine.
India e Cina, con più di 60 miliardi di dollari di rimesse annuali a testa, sono in testa a questa speciale classifica, non sorprendentemente tenuto conto dell’immenso numero di immigrati con cui hanno invaso il pianeta.
Li seguono Messico, Filippine e Nigeria. L’Egitto, al settimo posto, ha raddoppiato in cinque anni il livello delle rimesse, da 9 a 18 miliardi di dollari.
Ma l’impatto dei soldi mandati a casa dagli immigrati è ancora più forte in paesi più piccoli. In Tagikistan, nell’Asia Centrale, le rimesse rappresentano il 47 per cento del Pil; nello stato africano della Liberia il 31 per cento; in Khirghizistan, altra ex-repubblica sovietica, il 29.
Sono paesi praticamente svuotati dall’immigrazione, perchè l’economia locale offre poco e niente; ma grazie alla globalizzazione, che ha aperto le frontiere del lavoro, quegli immigrati tengono praticamente in piedi l’economia della nazione che si sono lasciati alle spalle.
Il fenomeno è sempre esistito: ne sa qualcosa l’Italia, che ha avuto per lungo tempo milioni di immigrati nel resto d’Europa, negli Stati Uniti e in America del Sud.
«Ma oggi è diventato massiccio perchè l’immigrazione è cresciuta (il numero totale degli immigrati legali è 214 milioni, sarebbe la quinta nazione più popolosa del pianeta, ndr) e perchè le nuove tecnologie delle comunicazioni permettono di vedere subito i risultati di una rimessa», osserva Michael Clemens del Centre for Global Development di Washington.
«Collegandosi gratuitamente con Skype, un immigrato può vedere alla sera la nuova uniforme scolastica che è stata acquistata in patria per i figli con i soldi che ha spedito al mattino».
Ma c’è un lato nero del boom delle rimesse: le percentuali che banche e agenzie fanno pagare agli immigrati per spedire i loro risparmi arrivano al 10 e talvolta anche al 20 per cento.
Uno sfruttamento ingiusto, che il prossimo summit del G8 vorrebbe vietare, con iniziative per imporre una percentuale massima del 5 per cento a questo genere di transazioni.
E per forza: i paesi ricchi della terra hanno capito che, grazie alle rimesse degli immigrati, un giorno i loro aiuti a sostegno dei paesi più poveri potrebbero non essere più necessari.
Enrico Franceschini
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
L’ALLARME DELL’ENTE AZIONISTA MONTE PASCHI: CI SONO DIVERSI RISCHI
A giugno potrebbero cominciare gli ultimi giorni.
«Dallo scenario esposto, si evidenzia una liquidità della Fondazione Mps che si esaurisce con la fine del secondo trimestre del 2013».
Nero su bianco. L’informativa dello scorso 6 settembre consegnata alla deputazione generale dell’ente che costituisce lo scrigno della senesità bancaria, è come una sentenza.
Non è più solo una questione dei fondi con i quali irrorare il territorio, come è sempre stato, dal mutuo per la pavimentazione della cattedrale alle mense scolastiche dei piccoli comuni.
A leggere il documento sulla situazione finanziaria della Fondazione, con l’analisi della liquidità in prospettiva, è quasi una questione di sopravvivenza.
La rinegoziazione del debito ha ridotto l’esposizione residua a 350 milioni di euro.
Ci si è arrivati con lacrime e sangue, pagando 679 milioni ottenuti attraverso la dismissione dei gioielli di famiglia, come Mediobanca e Cassa depositi e prestiti. In questo modo è stata anche tappata la falla generata dai contratti derivati, ad alto rischio o meno, e quella del famoso Fresh del 2008, il prestito da un miliardo organizzato da JP Morgan al quale la Fondazione aveva partecipato con 490 milioni, tutto materiale ormai entrato nelle cronache giudiziarie
Non è bastato.
Restano undici banche creditrici, in prima fila Credit Suisse e Mediobanca che dalla Fondazione avanzano rispettivamente 93 e 71 milioni.
Sembra davvero una corsa contro il tempo.
La Fondazione Mps comincerà a restituire il prestito a partire dal 31 dicembre 2015, rata da 60 milioni, con tassi di interesse pesanti, nel migliore dei casi non meno di Euribor 6 mesi più uno spread del 4,25%.
Molto più di un mutuo.
Da qui ad allora sarà una penitenza.
Le banche hanno imposto le loro condizioni per rinegoziare il debito. «Il contratto prevede, per il nostro Ente, precisi limiti quantitativi in relazione alle uscite di cassa annuali dell’attività istituzionale».
A farla breve, dieta assoluta
Il finanziamento delle banche non è certo gratis.
Oggi la Fondazione è spogliata del suo tesoro principale. Agli istituti creditori sono stati infatti consegnati in pegno quasi 4 miliardi di azioni ordinarie di banca Mps, pari al 33,5% del capitale sociale, e anche i titoli del Fresh 2008, 490 milioni di euro di proprietà della Fondazione.
C’è anche la clausola di salvaguardia: se il valore delle azioni scende sotto il 70% del debito (in gergo bancario Loan to value), le banche si prendono tutto, ovvero il Montepaschi.
Il valore della banca per ora è doppio rispetto al debito della Fondazione, ma il mercoledì, giorno fissato dall’accordo per la ricognizione sul valore delle azioni, è sempre un giorno del giudizio.
Poteva anche essere peggio.
La rinegoziazione ha eliminato una clausola draconiana: il default della Fondazione nell’ipotesi che Mps venisse degradata a BB dalle agenzie di rating.
Proprio come è avvenuto ieri. La «ferma richiesta» fatta dalla Fondazione per eliminare questa clausola in controluce lascia intravedere scarsa fiducia nell’andamento della banca.
L’informativa consegnata ai membri della deputazione generale riflette ogni peccato di questa storia.
Non solo la necessità di chiudere il debito, ma anche quella di sistemare due derivati fatti male come Zero cost dollar, stipulato con Credit Agricole, e MPS Capital Services, sottoscritto con lo stesso Montepaschi. Investimenti fallimentari che hanno inflitto alla Fondazione altri 10,3 milioni di perdita.
Erano legati al rialzo dell’Euribor, che invece è crollato a picco. Il passaggio che riguarda la loro ristrutturazione, perfezionata il 10 luglio 2012, è critico nei confronti di chi ha scommesso a senso unico, creando così per la Fondazione «una situazione di sensibile esposizione» al rischio.
La radiografia è impietosa.
Nonostante la cura, il paziente è ancora in gravi condizioni. E nessuno dei medici curanti si azzarda a dichiararlo fuori pericolo. Anzi.
«Il contratto in oggetto sottopone comunque il nostro Ente a diversi e importanti rischi, che si sono molto amplificati in seguito con il nuovo piano industriale di banca Mps».
L’elenco che segue è la descrizione del futuro prossimo della Fondazione: ridotta libertà di manovra con «limitatissime» disponibilità liquide, necessità di effettuare ulteriori vendite di asset per fare fronte alle esigenze finanziarie, «probabile» assenza di dividendi di Banca Mps, definita «ormai unica fonte di reddito corrente» fino al 2014.
E infine, il «rischio», così viene definito, della vendita di «una ulteriore importante quota» della partecipazione in banca, che farebbe scendere il portafoglio azionario sotto la soglia del 33.5% che consente il controllo sull’assemblea straordinaria. Qualcosa andrà fatto comunque.
Le simulazioni dei flussi di liquidità sono impietose. L’esaurimento delle risorse è previsto per la fine del secondo trimestre del 2013, e questo nel migliore dei due scenari che vengono formulati.
A Siena si annunciano tempi duri, durissimi.
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL FONDO CLESSIDRA MIGLIORA L’OFFERTA
La storia di La7 è piena di giorni decisivi. 
Quello di ieri è stato l’ennesimo di una lunga serie: scadeva il termine per presentare miglioramenti alle offerte vincolanti in vista del consiglio di amministrazione di Telecom, la controllante, che dovrà esaminarle il 7 febbraio.
Il fondo Clessidra di Claudio Sposito, di cui è consulente Marco Bassetti, ha ritoccato l’offerta.
Così da rimanere in corsa contro Urbano Cairo, il concessionario di pubblicità del canale pronto a comprarselo.
Chi si aspetta che il cda di giovedì prossimo segni la fine della storia si metta l’animo in pace.
Franco Bernabè, il presidente di Telecom, che controlla Telecom Italia Media di cui La7 è il pezzo più importante, non ha nessuna fretta.
In tutte le occasioni ha ribadito che lui vende solo al giusto prezzo, tanto le sorti di un colosso come Telecom non dipendono certo da una provincia dell’impero quale è la piccola tv.
La situazione è la seguente.
Telecom Italia Media è composta da due tronconi: La7, Mtv e Mtv Pubblicità da una parte e Telecom Italia Broadcasting, cioè antenne e frequenze, dall’altra.
La7 e Mtv bruciano cassa, l’infrastruttura guadagna.
Nei primi nove mesi del 2012 l’Ebitda, cioè il risultato della gestione prima di interessi sul debito e tasse, era negativo di 47,9 milioni per La7, di 6,5 milioni per Mtv mentre invece era positivo di 32,5 milioni per l’operatore di rete, Telecom Italia Broadcasting (soprattutto grazie all’affitto ad altri soggetti delle piattaforme di trasmissione). Clessidra vuole comprare tutto, la tv e l’infrastruttura, Cairo punta soltanto a La7 e Mtv.
E prendendosi quindi la parte meno redditizia, si aspetta che Telecom gli dia un incentivo, una sorta di dote da un centinaio di milioni di euro. In pratica che Bernabè lo paghi per togliere dal perimetro Telecom una fonte di perdite.
I giornalisti di La7 cominciano a essere preoccupati: sono noti i legami di Cairo con Silvio Berlusconi.
E con l’imprenditore torinese — suo è anche il Torino calcio — non c’è alcuna garanzia sulla linea editoriale e l’autonomia della televisione, diventata ormai quasi una all news (sono i programmi di informazione a dare identità alla rete).
Per il budget 2013 è già previsto un taglio del 30 per cento ai costi.
Chi conosce bene il dossier spiega che Cairo non ha alcun interesse a smontare il “modello La7”: il suo obiettivo, anche da editore, sarà comunque trovare pubblicità . Che arriva soltanto con gli ascolti (e fare una tv commerciale di innocuo intrattenimento è più costoso di una imperniata sull’informazione).
Con Cairo, comunque, il legame con Telecom non sarebbe rescisso, visto che l’infrastruttura di trasmissione resterebbe del gruppo telefonico.
Ma è chiaro che in tanti, dentro La7, si sentirebbero più tranquilli con Clessidra, a cominciare dai protagonisti dell’informazione dell’emittente che sperano di trovare un editore puro che garantisca loro un controllo forte sui contenuti.
Un accordo che magari si potrebbe sancire versando anche una fiche nella nuova società , secondo un’ipotesi circolata nei mesi scorsi.
In borsa gli investitori si divertono a trasformare ogni minima indiscrezione in uno spunto per muovere il titolo: ieri le azioni di Telecom Italia Media hanno chiuso in rialzo di quasi il 6 per cento.
Ma la verità è che Bernabè non avrebbe alcuna fretta (e probabilmente alcuna voglia) di liberarsi di La7.
Solo che anche lui ha datori di lavoro cui rispondere, cioè i soci di Telco, la holding che controlla Telecom Italia.
Sia Mediobanca che le Generali gradirebbero una vendita in tempi rapidi.
Ma la burocrazia dell’operazione è abbastanza complessa da permettere al presidente di Telecom di prendere tempo senza mai togliere formalmente dal mercato la televisione.
Non è scontato, però, che il cda si schieri tutto con il presidente, visto l’attivismo di Cairo (e l’offerta concreta di Clessidra, si parla di 350 milioni di euro).
C’è ancora una settimana, poi si arriverà all’ennesima giornata decisiva.
Anche Cairo, tutto sommato, ha come obiettivo minimo che lo share regga: se supera i 120 milioni di euro di raccolta pubblicitaria la sua provvigione si impenna.
E anche l’infinito dibattito sulla cessione del canale aiuta. Bene o male, purchè se ne parli.
Stefano Feltri
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Febbraio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
INGROIA PUNTA A ESSERE DETERMINANTE DOPO IL VOTO…VENDOLA: “COSI CI FARA’ PERDERE”
Vendola definisce Ingroia «da brivido», dopo il giudizio dell’ex procuratore sulla collega Ilda Boccassini e sull’antimafia.
Leoluca Orlando, per conto di Ingroia, gli risponde di starsene calmo e prepara per oggi una bella sorpresa al compagno Nichi: riunisce alla Camera per una conferenza stampa amministratori e dirigenti locali che fino all’altroieri sono stati vendoliani e che ora scelgono Ingroia.
«Ci sono ex Sel campani, laziali, siciliani, sardi, il sindaco di Petrosino, Gaspare Giacalone…», elenca.
Mancano tre settimane al voto, e siamo alla guerra delle sinistre.
Cominciata subito, a inizio campagna elettorale, con quel “tesoretto” di consensi della gauche italiana da conquistare, ma che ora vede Vendola sotto assedio, in calo di consensi secondo i sondaggi; Ingroia in corsa per diventare l’ago della bilancia del centrosinistra; Bersani preoccupato davvero.
Vendola dice di essere «ferito»: «Mi dispiace che a sinistra si dia lo spettacolo della guerra fratricida. Vogliono sottrarci voti? Non ne parlo, a me addolora l’assedio polemico».
Pensa, il leader “rosso”, che così «ci fanno perdere».
Ma l’obiettivo a cui gli ingroiani stanno puntando è quello di superare le soglie di sbarramento alla Camera e anche, regione per regione, al Senato, erodendo Vendola e in questo modo costringere la coalizione bersaniana a trattare post elezioni con loro.
Ingroia lo ha ripetuto: «Vendola sbaglia, lui dovrebbe essere la sinistra ma siccome sta con il Pd va da Monti».
La controffensiva ingroiana mira, soprattutto per Palazzo Madama — con Lombardia, Sicilia e Veneto dove lo schieramento dei Progressisti rischia la sconfitta — a dare a “Rivoluzione civile” un peso politico decisivo.
Se nel Pd la tensione di questi giorni ha un nome — Monte dei Paschi di Siena — e l’obiettivo è di limitare i danni mediatici dello scandalo Mussari, appena un gradino sotto sta il dossier-Nichi.
Al Nazareno, la parola d’ordine è «dare una mano a Vendola» e mettere in difficoltà Ingroia.
A pioggia ci sono dichiarazioni e note dei Democratici alle agenzie di stampa.
Enrico Letta chiama l’ex procuratore «un rivoluzionario da salotto»; Anna Finocchiaro si appella al «senso di responsabilità di Ingroia».
Bersani sul suo tavolo ha i sondaggi settimanali, che dicono qualche cosa buona (in Sicilia il Pdl si sta sfaldando), e alcune cattive, e cioè che in Lombardia è allarme rosso e che Vendola non riesce ad arginare Ingroia.
«Sel è in sofferenza», ammettono i leader democratici Franceschini, Letta, Finocchiaro, Migliavacca e Errani.
A metà della prossima settimana dovrebbero fare il punto in un vertice.
I vendoliani del resto hanno ben presente la “sofferenza” del partito.
Ieri si è riunita la segreteria di Sel, che ha avuto all’ordine del giorno difficoltà e soluzioni. Con una coda polemica nei confronti del Pd. «Avere agitato il voto utile la prima settimana di campagna elettorale è stato prematuro e si sta trasformando in un boomerang per noi di Sel»: è stata una delle proteste.
«Bersani non parla mai di Vendola, fra un po’ nessuno sa che siamo alleati, a meno che Monti non ci attacchi».
Ciccio Ferrara, Gennaro Migliore, Loredana De Petris, Nicola Fratoianni, i più stretti collaboratori di Vendola, avvertono un pericolo: che l’autosufficienza dei Progressisti si allontani.
Insomma, la coalizione “Italiabenecomune” va rilanciata, non nascosta.
«È certo che Vendola perde consensi a favore nostro — contrattacca Orlando — noi siamo una lista aperta e c’è chi vi aderisce in nome proprio del progetto originario di Sel
Giovanna Casadio
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Febbraio 1st, 2013 Riccardo Fucile
OGGI IL CONVEGNO SULLA “STORIA DELLA DESTRA GENOVESE”: SU DIECI RELATORI NESSUN RAUTIANO, CANCELLATI QUINDICI ANNI DI STORIA DELL’AVANGUARDIA SOCIALE DEL MSI CHE RAPPRESENTO’ IL PUNTO DI RIFERIMENTO DI CENTINAIA DI GIOVANI… IL CENTRO LIBRARIO, LE LOTTE AMBIENTALISTE, I PRIMI CONFRONTI CON LA SINISTRA, LA MUSICA ALTERNATIVA
Nel pomeriggio di oggi si tiene in un albergo cittadino un sedicente convegno sulla “Storia della destra
genovese” promosso da “La Destra” di Storace: un amarcord degli anni del Msi da cui provengono la metà dei relatori, in gran parte politici di area almirantiana.
Poichè, fino a prova contraria, è buona norma credere nella buona fede degli organizzatori, avevamo segnalato a tempo debito un piccolo dettaglio proprio a coloro che oggi riempiono strumentalmente le proprie bacheche su Fb di foto inneggianti a Pino Rauti: che nessun rautiano era stato invitato a rappresentare “la storia della destra genovese” di questa componente.
Se volessimo ironizzare, considerando i congressi prov. vinti, con segretario nazionale Almirante prima e Fini dopo, avremmo dovuto chiedere almeno 6-7 relatori su 10, ma sarebbe stato sufficiente anche uno solo per spiegare quale fermento di idee e di iniziative pervasero nell’arco di quegli anni la destra sociale genovese.
Dai tempi del Gruppo Ambiente, struttura parallela ecologista, con decine di inizative a tutela del territorio, in tempi egemonizzati dall sinistra, alla rivista “Onda Verde” edita a Genova e diffusa in oltre 50 località italiane, dall’apertura del Centro librario Idee in Movimento in Passo Gorrini, meta di centinaia di giovani nell’arco degli anni alle prime rassegne dell’editoria di Destra nella sede della Provincia, dai primi convegni con avversari politici alle conferenze con i vari Veneziani, Solinas, Malgeri, Beha, Mughini, De Benoist, dal primo concerto di musica alternativa al Babboleo di Piazza Portello alle trasmissioni settimanali in radio non certo di destra.
E come non ricordare le decine di militanti, giovani uomini e donne, che permisero a quella Comunità umana di diventare un esempio a livello nazionale.
Indipendenti da logiche di parrocchia allora, come molti sono rimasti oggi.
Altri tempi, altri giovani.
Erano i tempi in cui altri facevano i portaborse stipendiati di Fini, gli stessi che oggi si sono travestiti da “sociali” nella costante pochade della politica italiana.
E preferiscono invitare, massimo della coerenza politica, il capogruppo leghista in Regione ed escludere i rautiani, stendere il tappeto rosso a chi vuole dividere l’Italia e sigillare invece la porta a chi gli spazi politici li aveva conquistati a spallate in nome dell’unità della Nazione e della socialità .
Abbiamo voluto saggiare la loro buona fede: si son arrampicati sugli specchi, facendo persino finta di non conoscere chi contattare, una figura penosa.
Lungi da noi contestare il loro diritto a organizzare manifestazioni elettorali con personale esterno, purchè si parli di “storia parziale e scolorinata della destra genovese”.
Le stesse cose le avremmo detto se gli esclusi fossero stati gli amici che allora erano su posizioni diverse dalle nostre.
L’invito a un leghista invece denota solo una profonda ignoranza culturale e una visione partitocratica da prima Repubblica.
Nella vita politica contava allora come ora lo stile, non solo la sostanza.
Chi non l’ha è giusto che paghi il conto dal cartolaio .
Per la scolorina.
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Febbraio 1st, 2013 Riccardo Fucile
CHIESTE LE DIMISSIONI DI TOSI E MARONI…NEI SONDAGGI LA LEGA IN VENETO CROLLATA DAL 35,1% AL 14,3% IN TRE ANNI
La guerra è ormai dichiarata, la Serenissima fiammeggia.
La pax maroniana che regna in Lombardia non alberga tra Verona e Belluno. Da queste parti, la Lega è dilaniata quasi al punto di non ritorno.
Con i bossiani che a chiare lettere dicono che voteranno Pdl alla Camera e Pd al Senato.
Oltre a chiedere le dimissioni di Roberto Maroni e Flavio Tosi subito dopo le elezioni.
Tutto comincia con le liste elettorali messe a punto dal sindaco-segretario, Flavio Tosi: una strage.
Usando come una scimitarra il limite statutario dei due mandati parlamentari, Flavio da Verona annienta tutta la vecchia guardia bossiana del partito, quella che fino a un annetto fa chiedeva rumorosamente la sua espulsione.
Persino Gianpaolo Dozzo, il capogruppo alla Camera per cui lo stesso Maroni aveva chiesto la deroga, è falcidiato.
Un’eccezione c’è, l’ex sindaco di Cittadella Massimo Bitonci, addirittura capolista al Senato: «Ma xe come el capo nemico portato a Roma» dice un deputato non ricandidato.
La risposta è stata Pearl Harbour.
Un attacco a sorpresa, per fare male.
Il consigliere regionale Santino Bozza da Monselice, classe 1948, assai vicino alla pasionaria bossiana Paola Goisis, ha presentato un esposto riguardo alle spese del gruppo regionale del Carroccio.
A cui ha fatto seguito l’arrivo della Guardia di finanza in Regione, il 24 gennaio, per sequestrare carte e registri.
Faccia quadrata e modi più che spicci, Bozza prima ha negato di essere l’autore dell’esposto, poi ha ammesso e rilanciato: ne presenterà un altro.
Per coprire anche gli anni in cui in Regione c’era Flavio Tosi, prima come capogruppo e poi come assessore.
Ma ieri Bozza ha anche chiesto, nell’aula consigliare, le dimissioni di Maroni e Tosi. E a margine, si è fatto strappare l’inaudito: «Voteremo Pdl alla Camera e Pd al Senato».
Quanti siano i ribelli, difficile dire: ma al congresso veneto che lo scorso giugno incoronò Tosi, la minoranza era del 43% dei delegati.
Il governatore Luca Zaia, uno che prima di parlare di vicende interne al partito ci pensa 100 volte, l’altro giorno ha dovuto allargare le braccia: «Siamo a una guerra fra bande e allo scambio di prigionieri. Invito tutti a fare un passo indietro, così non va». Tra l’altro, a sentire i bossiani assetati di sangue, sarebbe proprio lui, il governatore, a essere il bersaglio finale della manovra di Tosi.
Il primo cittadino scaligero smentisce, ma secondo la stampa locale per il 2015 vorrebbe costruirsi una lista civica per conquistare palazzo Balbi
Resta il fatto che, a furia di schiaffoni tra gli uni e gli altri, i sondaggi, per la Lega, registrano un autentico smottamento proprio nella regione che più di ogni altra è sempre stata sensibile al canto leghista: secondo Swg, il Carroccio sarebbe intorno al 14,3%.
Un disastro, se si pensa che nel 2010 il movimento aveva conquistato il 35,16% dei consensi.
C’è chi si frega le mani: Alberto Bombassei.
Il presidente della Brembo, capolista dei montiani nelle terre di San Marco, ha insistito con il premier-candidato per intensificare il suo impegno da queste parti.
Ci potrebbero essere sorprese: sempre secondo Swg, i centristi sfiorano il 20 per cento (19,1%), un dato ben superiore a quello nazionale.
E non è un caso che martedì Mario Monti sarà , col suo tour elettorale, proprio in Veneto.
Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 1st, 2013 Riccardo Fucile
LA GDF CERCA DI FARE LUCE SULLA DESTINAZIONE DI 2,3 MILIONI DI EURO VERSATI AI GRUPPI CONSILIARI DI STORACE (CHE HA SPESO COME SE AVESSE 24 COLLABORATORI) E DELLA LISTA POLVERINI
Due milioni e 280mila euro di soldi pubblici. E’ l’ammontare del denaro su cui sta investigando la Guardia di
Finanza nella regione Lazio secondo quanto riportato dal Secolo XIX.
La cifra è stata erogata nelle casse de La Destra e della Lista Polverini nell’anno 2011 attraverso dei versamenti che riportavano la causale “assunzione di personale”.
Si tratta di 721mila e 426 euro per il partito di Francesco Storace e un milione e 560mila euro per quello di Renata Polverini, soldi extra rispetto ai contributi già destinati ai singoli consiglieri (136mila euro a testa di cui 36mila per i collaboratori).
Se si considera che questi fondi non hanno a che fare con le consulenze, ma dovrebbero riguardare i soli collaboratori assunti, è una somma spropositata.
Abnorme soprattutto alla luce del fatto che nel 2011 La Destra aveva in consiglio regionale solo due membri: se un collaboratore può costare circa 30mila euro all’anno, per arrivare a 721mila euro significa che i due consiglieri si sarebbero avvalsi di 24 collaboratori.
Per quanto riguarda la lista Polverini, invece, per 13 consiglieri dovrebbero essere stati assunti 52 collaboratori.
Gli investigatori stanno dunque cercando di fare luce su questi fondi.
E nel frattempo Storace ha annunciato querele rispondendo a Franco Fiorito che in un verbale di alcuni mesi fa aveva detto: “In realtà io ho copiato da lui“.
Er Batman ha accusato il leader de La Destra, candidato alla presidenza della regione Lazio, di essersi fatto versare del denaro pubblico direttamente con dei bonifici, “troverete forse sul suo conto le quote in più”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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