Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
CHIODI AFFIDA A GIOVANNA ANDREOLA, ARRESTATA L’ANNO SCORSO PER PRESUNTE TANGENTI, LA DIREZIONE DELL’UFFICIO COMUNICAZIONE… PROTESTA DI ASSOSTAMPA
Sprovvista del tesserino da giornalista e per di più indagata, ma questo non le ha comunque impedito di diventare dirigente dell’ufficio stampa della Regione Abruzzo. Nei giorni scorsi, con una delibera ad hoc, la giunta Chiodi ha infatti affidato all’attuale — ancora per pochi giorni — dirigente del servizio attività internazionali della Regione, Giovanna Andreola, l’incarico di dirigere la struttura di supporto stampa.
“Prenderà servizio tra pochi giorni”, fanno sapere dall’ufficio stampa.
E poco importa se non è iscritta all’Ordine dei giornalisti, d’altronde non lo era neanche il suo predecessore.
“Si persevera nella violazione della legge — commentano Assostampa e Ordine dei giornalisti dell’Abruzzo — Sia la normativa regionale (legge 22 del 14 marzo 1975 art. 5) che la normativa nazionale (legge 150 del 2000 art. 3) richiedono infatti come requisito necessario e imprescindibile per la nomina a direttore dell’ufficio stampa l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti”.
“E’ una scelta che umilia le professionalità di centinaia di professionisti e pubblicisti, che operano sul territorio regionale”, denuncia il coordinamento abruzzese dei giornalisti precari “5 euro netti”.
Proteste inutili per il neo capo ufficio stampa della Regione — anche se, come tiene a sottolineare, “non mi è stata ancora notificata alcuna nomina” —, Giovanna Andreola. “Semplicemente perchè nella struttura (regionale, ndr) la figura del giornalista non esiste più. La legge regionale del ’75, che loro citano, è stata superata da un’altra: la 77 del 1999. Quanto alla normativa nazionale, non è stata mai recepita dalla Regione Abruzzo”.
Nessun problema invece per le diverse testate edite dalla Regione.
Alla loro guida rimarrà l’attuale direttore responsabile, regolarmente iscritto all’albo, come prevede la legge 69 del 1963.
“Io comunque non ho chiesto di andare all’ufficio stampa — precisa Andreola – Ho chiesto di essere assegnata a qualche servizio vacante”.
Da diversi mesi infatti, “a seguito della scellerata politica di riorganizzazioni delle direzioni da parte della Giunta regionale” commenta il Direr (sindacato dei dirigenti), la dottoressa Andreola, così come molti altri dirigenti regionali, è senza incarico.
Ma, sia chiaro, lo stipendio continua ad esser loro riconosciuto.
E che stipendio.
Dopo le sue continue richieste e le proteste del Direr, però, alla fine la giunta Regionale un incarico alla dottoressa Andreola lo ha trovato, evitando così il rischio di un contenzioso e magari di dover pure rispondere di danno erariale.
Ma le aspre polemiche scaturite in seguito all’approvazione di quella cosiddetta delibera “fuori sacco” sono, anche o soprattutto, legate all’inchiesta della Procura dell’Aquila, su una presunta distrazione di fondi europei, in cui la nuova responsabile della struttura di supporto stampa della giunta rimase coinvolta lo scorso anno.
Nel gennaio del 2012 Andreola venne addirittura arrestata, insieme ad altre 6 persone (tra cui suo marito), con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione aggravata, falso in atti pubblici, occultamento di atto pubblico.
Secondo i magistrati, era stata messa in piedi una associazione criminale volta a condizionare l’affidamento delle commesse pubbliche, in cambio di contropartite economiche sotto forma di contratti di consulenza e assunzioni clientelari. In particolare la dirigente del servizio attività internazionali della Regione “ha asservito la propria funzione ad interessi privati”, aveva scritto il gip nell’ordinanza di custodia cautelare, paventando l’elevato rischio di reiterazione del reato.
Andreola è tornata poi in libertà .
Adesso, da indagata, è in attesa dell’udienza preliminare.
Dunque, fino a sentenza passata in giudicato, innocente.
Perciò il diritto di continuare a lavorare non le può essere negato.
Ma, anzichè l’ufficio stampa, cioè il settore che, assolvendo il compito di fornire informazione e creare una buona immagine per la Pubblica Amministrazione, necessita del massimo della credibilità , la giunta Chiodi avrebbe potuto scegliere per lei un altro incarico.
Gabriele Paglino
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
SEVERINO: “STRAZIANTE IL CASO MONTALTO”… CHIESTO L’INVIO DI ISPETTORI… CARFAGNA: “SERVE IL CARCERE”
Si riapre il caso dello “stupro di Montalto di Castro”. 
A 10 giorni dall’ultima decisione del Tribunale per i minori di Roma, e dopo aver letto le drammatiche testimonianze della vittima di quella violenza di gruppo («Sono stanca di lottare per avere giustizia ») e di sua madre Agata («Il branco è libero, mia figlia ha perso tutto»), ieri su questo controverso processo è intervenuta il ministro della Giustizia Paola Severino.
Promettendo di fare chiarezza.
«Si tratta di una storia veramente straziante – dice il ministro – rispetto alla quale credo che si debba dimostrare il massimo interessamento. Mi attiverò per acquisire tutti gli elementi utili per ricostruire la vicenda».
A sei anni dalla notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007, in cui M. fu selvaggiamente violentata da otto suoi coetanei nella pineta di Montalto di Castro, il Tribunale per i minori di Roma il 25 marzo scorso ha deciso, per la seconda volta, che quei ragazzi del branco, oggi tutti maggiorenni, non meritano il carcere, ma una “messa in prova” di due anni presso i servizi sociali.
Quella stessa “messa in prova” che già nel processo di primo grado fu revocata dalla Corte di Cassazione, perchè ritenuta “inadatta”.
Una decisione che sospende così di nuovo il processo contro gli otto giovani, senza che si sia arrivati ad una sentenza, nonostante la richiesta del pubblico ministero di una condanna di quattro anni di carcere per ciascuno.
Con il risultato che oggi, M. Maria, così l’abbiamo chiamata, ha smesso di andare a scuola, vive uno stato di prostrazione e paura e si è dovuta allontanare dai luoghi in cui è cresciuta.
I suoi aggressori invece, in attesa che il tribunale e i servizi sociali decidano nel luglio prossimo quale sarà il percorso riabilitativo, sono liberi, abitano ancora a Montalto di Castro con le loro famiglie, in un paese che li ha sempre pervicacemente difesi, definendo quello stupro di gruppo, una “ragazzata”.
E ieri anche un gruppo di deputate del Pd, tra cui Silvia Fregolent, Marina Berlinghieri e Lorenza Bonaccorsi, hanno chiesto al ministro Severino di valutare «l’invio degli ispettori ministeriali al Tribunale dei Minori di Roma dopo l’ennesima decisione, già bocciata dalla Cassazione, che ritarda ancora la sentenza sullo stupro di Montalto di Castro».
«A sei anni dalla barbarie della violenza del branco subita da una giovane minorenne, ora rischia di emergere una seconda violenza, quella della giustizia, che non riesce ad emettere una sentenza su fatti che dalle carte processuali sembrerebbero ormai verificati. Lottare per le pari opportunità – aggiungono le parlamentari – significa garantire pari giustizia a tutti. Di fronte all’abominio della violenza fisica, lo Stato non può permettere che i cittadini si sentano prigionieri anche della violenza giudiziaria. Chi ha avuto il coraggio di denunciare la ferocia e l’inciviltà di un gesto del genere
ha il diritto di ricevere dallo Stato risposte certe e immediate».
E Mara Carfagna, Pdl, ex ministro delle Pari Opportunità e autrice della legge sullo stalking, commenta con amarezza: «Ho sempre sostenuto che per gli autori di uno stupro, anche se minorenni, l’unica risposta debba essere il carcere. Invece ciò che accade è che nonostante le denunce, i violentatori restano poi a piede libero, e magari in grado di tormentare ancora le vittime. Ed è questo – aggiunge Mara Carfagna – che spinge le donne a non denunciare, che le scoraggia nei confronti di una giustizia che spesso non arriva. Purtroppo la Corte Costituzionale bocciò il mio decreto antistrupro, in cui si prevedeva sempre l’obbligo di custodia cautelare per gli autori di violenza sessuale. Ritengo giusto che il ministro Severino apra un’inchiesta, anche se questo non risarcirà del dolore quella giovane ragazza, così brutalmente aggredita».
Maria Novella De Luca
(da “la Repubblica”)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
LO SPORTIVO SOLIDARIZZA CON UN ATTIVISTA: “LE MIE ILLUSIONI SONO SVANITE, C’E’ SOLO DA AVERE PAURA”
«Caro Grillo, permettimi, ma questa volta a fanculo ti ci mando io».
A liberare il “vaffa” è il velista Giovanni Soldini.
Ieri ha pubblicato su Twitter l’appello di un grillino deluso, accompagnandolo con i commenti «Condivido pienamente!!!» e «un grillino che ha il coraggio di dire le cose come stanno».
L’attivista Andrea Baio, genovese che vive a Palermo, così si è sfogato su Facebook: «Credevo di aver fatto bene a votare Movimento 5 Stelle, ma le mie illusioni sono svanite. C’è solo da avere paura, il paese con te rischia una deriva totalitaria».
Evidentemente non sono in pochi ormai a contestare apertamente la linea politica dei Cinquestelle e a prendere posizione pubblica contro Grillo e Casaleggio.
Di fronte alle “manovre” poco chiare dell’ex comico genovese, anche un esperto di navigazione in solitaria come Soldini ha ritenuto di far conoscere il proprio pensiero.
Con la consueta esplicita franchezza.
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
“NEL MOVIMENTO QUALCOSA SI MUOVE”
Ora che qualcosa inizia a muoversi, che qualche coraggioso senatore grillino si espone per
reclamare il dialogo con il centrosinistra, Tommaso Currò non ha voglia di esultare.
«Io sollevato? Non so. Mi hanno attaccato — ricorda il deputato — mi hanno dato del traditore. Ma io non sto tradendo. E penso che nella vita bisogna far prevalere la coscienza».
La voce trasmette un po’ di ritrovata fiducia: «Se abbiamo detto di avere un progetto di Paese e poi stiamo a guardare il governissimo Pd-Pdl, tradiamo la nostra prerogativa di mandare a casa la vecchia classe dirigente».
L’alternativa?
«Se proponiamo un governo a cinquestelle, il Pd e Sel faranno emergere persone che non hanno nulla a che vedere con il passato negativo. Obbligheranno la vecchia classe a fare un passo indietro, ne emergerà una nuova».
Prima lei, adesso un altro siciliano come il senatore Bocchino. Avete dato la scossa?
«Sapevo che Fabrizio mi era vicino. Non so, forse alla base ci sono ragioni sociologiche. Noi siciliani viviamo una voglia di riscatto».
Forse pesa il famoso “modello Crocetta”.
«Certo, un modello che sta funzionando e dando ottimi risultati. E non si capisce perchè non essere portato anche qui (a Roma, ndr)».
Resta lo scoglio della fiducia.
«La fiducia è un fatto tecnico per far convergere più forze politiche su un progetto. Noi il progetto e il programma cinquestelle l’abbiamo. Se il Pd vuole accettarlo, lo faccia: è qui che si gioca la loro maturità ».
E poi c’è il Presidente della Repubblica. Come si dialoga?
«Deve essere un Presidente della Repubblica garante della legalità , dell’equilibrio fra i poteri e lavorare per una giustizia snella e vera. Se invece si sceglie un nome sulla base di condizioni ad personam, staremo per altre sette anni a rigirarci le dita».
Restano le regole del movimento.
«Io rimango di un’idea: bisogna fare il bene del Paese. Io sono qui per rispettare le regole sottoscritte. Ma non in modo che siano fini a se stesse, bensì per fare il bene dell’Italia. Perchè fra le due io scelgo sempre il bene dell’Italia».
Come?
«Per farlo ci passa l’intelligenza e la sensibilità , su questo si gioca il destino degli italiani. Se siamo stati una rivoluzione, è perchè siamo in un momento storico di rivoluzione. O lo si capisce, assumendoci una responsabilità proporzionale alla gravità del momento, o passeremo ignorati dalla storia».
E’ uscito allo scoperto, ha pagato un prezzo.
«Per tre anni ho sacrificato anche la mia vita privata per il progetto cinquestelle. In Parlamento sento una responsabilità a cinquestelle. Posso aver sbagliato il modo, ma il progetto rimane».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
SEMPRE SCONTRO TRA I DEMOCRATICI, IL PIANO B FA NUOVI PROSELITI
Le elezioni a giugno possono diventare la miccia che fa esplodere il Pd.
«Il punto è sempre quello», dicono a Largo del Nazareno.
Dal 26 febbraio, in fondo, la situazione non è cambiata. Ma sono cambiate le forze in campo.
Perchè il “partito” del no al voto sta crescendo e tiene dentro un fronte trasversale con Veltroni, Franceschini, Letta, D’Alema e Renzi che ha anche il suo piano B: tornare alle urne e conquistare la candidatura a Palazzo Chigi senza grandi avversari.
Il braccio di ferro interno sembra però inevitabile. Perchè i giovani turchi sono fermi da settimane: «O Bersani ce la fa o si dà di nuovo la parola ai cittadini».
Anche i bersaniani non vedono alternative: «Governicchi con il Pdl non esistono. E se esistono, quanto durano? Sei mesi, otto mesi? Quello sì sarebbe perdere tempo. Ci va di mezzo il Paese».
L’eco di questo bivio cruciale si avvertirà già domani nella riunione dei gruppi parlamentari.
Dario Franceschini ha tracciato la strada: se fallisce il “governo del cambiamento” guidato da Bersani, non si può andare a votare subito.
Serve comunque un esecutivo di transizione che faccia la riforma elettorale cancellando il Porcellum e affronti l’emergenza sociale.
Fino a qualche giorno fa, questa era anche la posizione del sindaco di Firenze. Poi, la rotta è stata modificata.
Renzi non sa se può permettersi di aspettare troppo “il suo momento”.
Vede i tentativi che si consumano a Roma per fermarne la corsa o rallentarla con lo stesso obiettivo finale: logorarlo.
Per questo ha rotto gli indugi chiedendo una scelta secca al segretario: o governissimo o voto. L’alternativa di un accordo con il Pdl continua a non dispiacergli.
«Quello che io voglio evitare a tutti i costi è apparire un leader cooptato dal gruppo dirigente », ripete a tutti quelli che lo consultano. E non sono pochi, anche tra i dirigenti più vicini a Bersani. Dunque, la sua strada passa per primarie vere, aperte, non fatte in fretta e furia, davvero competitive, che non lascino il sospetto di un risultato già scritto grazie a un apparato convertito sulla via di Damasco.
Franceschini chiama Renzi sempre più spesso, i lettiani hanno un filo diretto, persino D’Alema ne sonda gli umori attraverso alcuni “ambasciatori” autorizzati che scambiano due chiacchiere con il sindaco davanti a un caffè a Firenze o nell’albergo romano dove dorme quando viene nella Capitale.
Questa diplomazia è un’arma in più per il primo cittadino, che nelle primarie precedenti scontò anche la sua distanza dal partito.
Gli danno la sicurezza di poter vincere la battaglia interna senza problemi.
“Adesso” resta il suo slogan anche nel passaggio delle prossime settimane, quelle in cui si decide il destino della legislatura. Ma anche le ragioni del “no al voto subito” possono diventare le sue. Si tiene aperte le due vie d’uscita.
Bersani è concentrato sulla partita del Quirinale, che giovedì o venerdì giocherà guardando negli occhi Silvio Berlusconi in un vertice atteso.
Eppure a Largo del Nazareno guardano al dopo voto sul capo dello Stato.
«Le elezioni a giugno sono un’opzione», dicono.
Il leader dei Giovani Turchi Matteo Orfini non ha dubbi: «Sapevamo fin dall’inizio che si sarebbe tornati al punto di partenza. Noi non molliamo».
Perciò la corrente di Orfini e Fassina avverte «tutti quelli che stanno cercando di attuare una tattica più morbida verso il centrodestra».
Se Bersani fallisce, si deve riunire la direzione e ci si conta sulle elezioni anticipate ». In quest’ottica, appare come una coincidenza singolare la manifestazione contro la povertà convocata dal Pd a Roma per sabato.
Lo stesso giorno in cui Berlusconi sarà a Bari per un appuntamento che molti considerano ambiva-lente: o l’inizio della campagna elettorale o un semplice comizio. Dipende da come andrà il colloquio con Bersani.
È una lettura che vale anche per l’iniziativa dei democratici?
Il ritorno alle urne era una posizione largamente maggioritaria nel Pd fino a dieci giorni fa. Oggi molto meno.
Una posizione che rischia di uscire sconfitta nella “conta” sia in direzione sia nei gruppi parlamentari.
Basta leggere attentamente anche le parole di Nichi Vendola. Che difende il tentativo Bersani, non vede altri governi all’orizzonte, rifiuta qualsiasi intesa con Berlusconi. Ma dice che le elezioni subito «sarebbero una follia» e che la «gente inseguirebbe coi forconi i politici se non ci fosse un governo».
Una linea che la presidente della Camera Laura Boldrini ha subito sposato.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
PREVALE LO SCETTICISMO SU UN ACCORDO MALVISTO DA META’ DELL’ELETTORATO DI RIFERIMENTO
Un vento gelido sembra sceso sulla trattativa intorno al Quirinale e al governissimo. 
E lo stesso incontro tra Berlusconi e Bersani, che era dato per sicuro ventiquattr’ore fa, è tornato a ballare nelle agende dei due leader.
Il messaggio che da Arcore è arrivato ieri ai luogotenenti che tengono aperti i canali con il Nazareno è intriso di cautela.
Il Cavaliere appare neghittoso: «Cosa ci vediamo a fare io e Bersani se il Pd continua a rifiutare un governo insieme a noi?».
Un’ondata di scetticismo ha dunque travolto le aperture dei Franceschini, Speranza e Latorre.
L’ex premier infatti non si accontenta più di un governo di scopo o del Presidente, nè accetta di lasciar partire un esecutivo a guida Pd garantendo il suo sostegno esterno.
E non vuole dare per scontata l’elezione di una personalità di centrosinistra al Quirinale con i voti del Pdl.
A questo punto, intravisto il varco nel campo avversario, punta al risultato pieno: «Devono mettersi l’anima in pace. O trattano con noi con pari dignità oppure noi andiamo a votare».
Anche sulla partita del Colle i nomi che fino a ieri sembravano più credibili da Amato a Marini — ora vengono avvolti da mille obiezioni.
«Ma siamo proprio sicuri che personaggi della Prima Repubblica siano adatti a interpretare questa nuova fase? La gente — si chiede un berlusconiano di primo piano — cosa dirà visto che Grillo ci sparerà addosso?»
Difficile separare, in questo nuovo atteggiamento di sfida, la realtà di un negoziato comunque difficile dall’abilità del venditore che tratta sul prezzo intuendo che l’acquirente ormai non può sottrarsi. In ogni caso tutto il Pdl — anche il piccolo settore delle colombe — sembra spinto su un piano inclinato che porta verso le elezioni anticipate.
Berlusconi, quando i suoi ambasciatori gli riferiscono delle aperture del Pd, estrae dalla cartellina l’ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri.
E, numeri alla mano, dimostra che un accordo di larga coalizione sarebbe mal visto da quasi la metà degli elettori del centrodestra, tenendo invece il M5S molto alto.
«Non ci conviene dare il via libera a un governicchio con il Pd che dura sei mesi e poi si torna a votare. O si fa una cosa seria oppure meglio votare subito, visto che Grillo adesso sta calando».
Cosa vorrebbe dunque Berlusconi?
Un’apertura esplicita e formale, non gli bastano più i «segnali di fumo» in arrivo dall’altra parte del campo.
Insomma, vanno bene le interviste, ma serve un impegno formale della segreteria, dei gruppi parlamentari o della direzione del Pd per voltare pagina.
E tuttavia il Cavaliere dubita che il Pd possa permettersi questo cambiamento di linea, almeno finchè il timone sarà in mano a Bersani.
«Il segretario Pd dovrebbe mettersi un secchio in testa e abiurare la linea tenuta in questi ultimi 40 giorni, mi pare difficile», riflette Raffaele Fitto.
Fabrizio Cicchitto è sarcastico: «Purtroppo il Pd è venuto meno alla regola aurea del vecchio Pci: il segretario doveva venire dal Regno di Sardegna, vedi Togliatti, Natta e Berlinguer, gli emiliani servivano a portare soldi e voti».
Maria Stella Gelmini, un’altra colomba, suona lo stesso spartito: «I vari Orfini e Speranza sono avvisati. Non acconsentiremo mai alla nascita di un governo che ci veda portatori d’acqua gratuiti».
È solo l’ultima offerta del venditore o davvero tutto sta per saltare?
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
argomento: Berlusconi, Bersani | Commenta »