Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
A VENEZIA BANDIERE LISTATE A LUTTO… IL GOVERNATORE VENETO INVITA ALLA MEDIAZIONE
Il giorno dopo le 35 espulsioni di militanti leghisti veneti vicini a Umberto Bossi, gli spintoni e gli schiaffi,
nel Carroccio, la tensione resta altissima tra “bossiani” e “maroniani”.
Sempre più ai ferri corti.
Il governatore veneto Luca Zaia prova a gettare acqua sul fuoco e chiede a tutti di fare un passo indietro.
«Siamo arrivati alle ceneri, dobbiamo venirne fuori» – dice. Andare avanti così «ha del grottesco».
Non sposa la linea dura.
Perchè sostiene che «l’azione disciplinare è azione di violenza, che dà origine ad altra violenza, che non ci serve».
Cita Leopardi, «speriamo che la gallina torni nella via e il temporale sia passato». Il suo è un invito al dialogo. «Bisogna mettere assieme i cocci. La Lega rischia la deflagrazione facendo solo danni. Dobbiamo pensare alla gente e non alle divisioni».
Quanto al futuro del Carroccio, Zaia preferisce non sbilanciarsi.
«Ci vorrebbe l’indovino – confessa – per rinascere bisogna morire. Non è questione di bossiani contro maroniani. In un momento così difficile vanno gestite le diverse anime per estrazione culturale, sociale e anche politica. Adottare solo soluzioni disciplinari non va bene, la Lega non può diventare una riserva indiana»
Flavio Tosi, segretario della Liga veneta e sindaco di Verona, respinge le critiche e si trincera nel silenzio dopo che sabato aveva dovuto lasciare precipitosamente la sede padovana del Carroccio veneto, scortato dai carabinieri, mente gli volavano contro insulti da parte dei “ribelli” bossiani.
«I miei rapporti con Tosi sono normali – taglia corto Zaia – so scindere il lavoro dal personale». Ma è evidente che dopo lo strappo delle espulsioni tra i due è calato di nuovo il gelo
Nella sede provinciale della Lega a Venezia le bandiere sono ancora listate a lutto.
La sede doveva essere consegnata al commissario, ma resta ancora in mano ai “bossiani”.
Il Senatur, che non nasconde la sua rabbia per quanto è accaduto, fa sapere di non avere al momento intenzione di lasciare il Carroccio.
Roberto Maroni tace.
Tocca al segretario della Lega Lombardia Matteo Salvini spiegare la strategia dei maroniani. «Lavoriamo per raddoppiare gli iscritti. Le polemiche le vogliono in 10-15 persone».
Andrea Montanari
(da “La Repubblica“)
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Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
E ATTACCA CONFINDUSTRIA E SINDACATI. “NIENTE TAGLI ALL’IMU O SERVIRA’ UNA MANOVRA”
«Il mio non è un abbandono ma la continuazione di quello che è il mio modo di interessarmi della vita del Paese. Non ho mai pensato di avere voglia di essere segretario o presidente di una forza politica».
Mario Monti risponde alle indiscrezioni su un suo disimpegno rispetto a Scelta Civica e alla politica in generale.
In effetti il premier uscente rinuncia a tutte le cariche nella sua forza politica e chiede di togliere il suo nome dal simbolo.
Ma assicura che non si tratta di un’uscita di scena.
«Ora Scelta civica si sta dotando di uno statuto e io non ne sono mai stato presidente, ho incoraggiato gli altri a cercare qualcuno che occupi quel posto ».
Lui continuerà a impegnarsi «per le riforme, per l’Europa e contro il bipolarismo conflittuale ».
Ma ospite di Fazio parla anche di economia dicendo che «se l’Italia non cresce ciò è dovuto a lacune della politica ma moltissimo anche a sindacati e imprese » e aggiunge che se ci sarà un taglio dell’Imu «potrebbe essere necessaria una manovra correttiva». Intanto, tornando al suo futuro politico, i montiani doc ricordano che il premier non ha mai avuto l’intenzione di guidare la macchina organizzativa di Scelta Civica, ruolo per il quale ritiene di non avere le caratteristiche e assicurano che già in campagna elettorale aveva detto che avrebbe fatto togliere il nome dal simbolo («non amo i partiti leaderistici»).
Ma certo è che nella scelta definitiva ha pesato l’amarezza per la sua parabola politica e la scarsa voglia di guidare una forza spaccata al suo interno.
Il che non significa disimpegno, garantisce il capogruppo a Montecitorio Lorenzo Dellai: «Monti conserverà la leadership non formale ma sostanziale del progetto e sarà una presenza attiva, non solo di riferimento».
E aggiunge che in caso di voto anticipato Monti sarà candidato premier di Scelta Civica a meno che, per via del Porcellum, il partito non sia costretto ad entrare in una coalizione con una premiership diversa
Ma a dimostrazione di quanto le acque dentro Sc siano torbide la ricostruzione di alcuni montiani di stretta osservanza secondo i quali il clamore creatosi intorno al passo di lato del premier sia una polpetta avvelenata propinata dalla corrente montezemoliana del partito.
Si parla di un tentativo di screditare il premier alla vigilia delle elezioni del Capo dello Stato, «ruolo al quale non aspira – spiegano – e per questo non vuole essere coinvolto nelle trattative per non essere additato di ambizione personale come avvenuto per l’elezione del presidente del Senato».
E proprio questo è il punto: il tentativo attribuito a Italia Futura di screditare il premier dando la sensazione di un ritiro strategico per rimettersi in corsa per il Colle in modo da farlo definitivamente fuori (al momento non è in lizza, ma non si sa mai…) e di indebolire il partito evitando che alla quarta votazione possa essere determinante nella costruzione di una maggioranza diversa da quella per Prodi (che al momento non convince i montiani).
Già , perchè se il nome del Professore di Bologna porta alle elezioni anticipate, per molti quelli di Italia Futura – è la dietrologia dei montiani doc – vedrebbero il voto con favore nel tentativo di svincolarsi dai civici, allearsi con Renzi e recuperare centralità politica.
Veleni di un partito in cerca d’anima.
Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica“)
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Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
PIOVONO CRITICHE SUL BLOG: “NON STATE FACENDO NULLA”
Si prepara alle elezioni, Beppe Grillo. 
A quelle del Friuli Venezia Giulia (sarà in regione la settimana prossima per quattro giorni di comizi).
A Trieste, per dire, arriverà in barca a vela da Grado.
Poi alle nazionali, con un post in cui attacca i partiti «cialtroni» che tengono in scacco il Parlamento «senza vergogna, mentre l’Italia brucia».
Partiti che — secondo il capo politico del Movimento 5 Stelle — sarebbero pronti alle elezioni anticipate pur di disinnescare l’azione dei grillini.
Le evoca lui, quindi, le urne. Peccato che a non credergli sia la sua stessa base.
Che sul blog è durissima.
Il titolo del post cita Tito Livio: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur» (mentre Roma si consulta, Sagunto viene espugnata).
Qualcuno però ribatte subito: «Anche voi siete a Roma, tutti noi a Sagunto».
Oppure, come Carmela: «Dum factio consu-litur, Italia moritur» (mentre il Movimento si consulta, l’Italia muore).
Che nei giorni di Quirinarie un po’ così — 48mila aventi diritto, numero sconosciuto di votanti e nomi invisi a molti — è un’accusa che fa male.
Così come fa male se si pensa alle infinite assemblee dei parlamentari grillini, costretti a riunirsi per decidere qualsiasi cosa.
O alla capogruppo Roberta Lombardi che chiede alla Rete cosa fare per gli scontrini rubati.
«Il balletto dei partiti per non decidere nulla e mantenere posizioni di privilegio e di impunità decennali continua, imperterrito», scrive Grillo. «Il Paese ha bisogno di leggi e di riforme, ma il Parlamento è paralizzato.
Lo è da anni, da quando i parlamentari sono diventati emanazione dei segretari di partito, e il governo legifera a colpi di decreti legge», continua. Poi affonda su Pdl e Pd: «Immaginatevi l’orrore di Maschera di Cera già pronto per il museo di Madame Tussauds se venissero presentate una dopo l’altra leggi sulla ineleggibilità , sul conflitto di interessi, sulla corruzione. Si scioglierebbe insieme ai suoi alleati pdmenoellini».
Lamenta ancora una volta la non costituzione delle commissioni parlamentari, l’orologio fermo, i rimandi continui.
«Per disinnescare il M5S le Commissioni saranno istituite dopo l’elezione del presidente della Repubblica », il nuovo ciclo di consultazioni, la fiducia al nuovo governo.
«Poi, extrema ratio, per sicurezza, si potrebbero sciogliere le Camere e andare a nuove elezioni senza aver avviato alcuna riforma. L’economia non aspetta e per allora potremmo essere falliti».
La storia delle commissioni che possono funzionare senza un governo, però, non attacca.
Ieri a Brescia il capogruppo al Senato Vito Crimi e Tatiana Basilio sono stati «assaltati» — scrive la deputata sulla sua bacheca Facebook da persone che li accusavano di non aver fatto nulla, pur di non accordarsi col Pd.
Crimi ripeteva esausto: «Bersani e Berlusconi sono uguali. Gli otto punti sono fuffa », senza riuscire a convincere i suoi interlocutori.
In Rete è peggio. Giuseppe Malvagna, dopo aver dottamente spiegato il senso della frase di Tito Livio, chiede solo: «Beppe Grillo, non ti senti un po’ responsabile anche tu?»
E Armando Figliola, commentatore certificato di Lucera: «Continuo a non capire: l’Italia brucia e si continua a non far niente! Basterebbe formare un governo Pd-M5S: sarebbe un governo forte, durerebbe l’intera legislatura, si farebbero leggi giuste, Berlusconi andrebbe all’angolo».
Adriano da Torino: «Ma che gliene frega a questi se ormai va tutto a puttane, loro il ricco stipendio se lo prendono lo stesso».
Qualcuno invita a non mollare, a non mischiarsi con la casta, ma — nonostante la lotta ai “troll” continui, e le rimozioni dei commenti sgraditi anche — stavolta sono in molti a pensarla diversamente.
Fulvia P.: «Mentre la casa brucia c’è qualcuno che preferisce non mettersi a spegnere il fuoco perchè dovrebbe sporcarsi le mani».
Massimo I.: «Senza un governo è utopistico fare quelle cose perchè anche se si istituissero le commissioni non si saprebbe se c’è la copertura finanziaria».
Mario: «Ammettiamolo, non siamo in grado di governare e facciamo il tifo per l’inciucio. Siamo un movimento di protesta e non siamo propositivi. Mah, per me è una grossa delusione».
E Donato: «Nessuna alleanza con la vecchia politica, ma potevamo entrare dalla finestra, accordando una fiducia per poi presentare i nostri veti se il nostro programma non fosse attuato…l’occasione come questa appena avuta, non so se ci ricapita».
A metterla così sono in molti: «Quando ci ricapita?».
Altri, come Enzo, promettono solo: «Non vi rivoterò mai più».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
“SE STAVOLTA AZZECCHIAMO IL NOME POSSIAMO USCIRE DAL PANTANO IN CUI CI SIAMO CACCIATI”
Il lavorio va avanti sotto banco.
Fuori dai profili Facebook, lontano dalle telecamere, rigorosamente in diretta streaming spenta. Un pressing sotterraneo, perchè stavolta un clic ci salva la vita.
E quello da digitare oggi si chiama Stefano Rodotà .
L’uomo che può dare la seconda possibilità al Movimento, quello a cui non potranno più dire no.
Il weekend, per i parlamentari grillini, non è stato dei più rilassanti.
Al rientro a casa hanno trovato tanta gente ad aspettarli, si. Ma non tutta di buon umore.
Lo scrive Beppe Grillo in persona: “Il Paese ha bisogno di leggi e di riforme, l’economia non aspetta” .
Lui dà la colpa ai partiti immobili. Ma fuori è difficile spiegare cosa stai facendo tu, che sei seduto là con loro.
Così, visti i risultati delle Quirinarie, ad alcuni parlamentari M5S si è accesa una lampadina: se stavolta azzecchiamo il nome, forse possiamo uscire dal pantano in cui ci siamo cacciati.
Quel nome, dicevamo, è Stefano Rodotà .
Ed è perfetto per tre ragioni.
La prima è che metterebbe nell’angolo il Pd: come farebbero i democratici a dire no a uno che è stato parlamentare con loro?
La seconda è che sarebbe lui, se vincesse, a dare un nuovo incarico per la formazione del governo: e come farebbero, i Cinque Stelle, a rifiutare il nome proposto dal presidente uscito dalle Quirinarie?
“Quel presidente — ragionano nel Movimento — ci può chiedere qualsiasi cosa”. Anche di sostenere un esecutivo targato Pd. La terza ragione è forse la più importante: Rodotà (o al massimo, in seconda istanza, Gustavo Zagrebelsky) è l’unico che può evitare lo scenario più pericoloso: trovarsi a dover votare Prodi e spaccare il Movimento.
Già , perchè l’alternativa alla vittoria Rodotà /Zagrebelsky è una soltanto: che dal ballottaggio di oggi esca trionfatore Gino Strada, in pole position anche in un sondaggio “clandestino” aperto ieri su Facebook.
A quel punto le cose andrebbero in maniera totalmente diversa.
I Cinque Stelle in Aula voterebbero il loro candidato di bandiera fino alla terza votazione, poi, alla quarta, si troverebbero di fronte ad un nuovo caso Grasso: chi scegliere tra Prodi (se fosse questo il nome del centrosinistra) e un uomo gradito a Berlusconi?
Non ci sarebbe modo, spiegano, di consultare nuovamente gli attivisti: un altro round di Quirinarie richiederebbe tempo per essere organizzato e avrebbe anche dei costi non indifferenti. Sarebbero gli eletti in Parlamento, quindi, a riunirsi e a decidere.
E come è già accaduto per l’elezione del presidente del Senato, deputati e senatori ne uscirebbero a pezzi.
Con l’aggravante di dover spiegare alla base che magari, nel segreto dell’urna, Romano Prodi (“l’artefice dell’ingresso nell’euro”, come lo chiama Claudio Messora) è diventato Capo dello Stato grazie ai voti di una minoranza di grillini.
Sabato, quando sono stati resi pubblici i risultati delle Quirinarie, molti eletti e attivisti sono rimasti sconcertati dai voti a Prodi e Bonino: “Sono entrati con percentuali ridicole” sostengono. Ma ci sono, e se dovessero essere riconfermati, dice il blogger/consulente Messora “non parlerò di tradimento”.
Però, per ricordare cos’è il grillismo, Messora ripubblica anche un vademecum stilato un anno fa.
Dice: “Un eletto del Movimento Cinque Stelle siede su una poltrona ma non conta niente e non decide niente: si limita a chiedere al Movimento qual è la sua posizione e attende. Il Movimento usa la rete, consulta le intelligenze al suo interno e formula la sua proposta. L’eletto esegue”.
È per questo, per evitare di uscire con le ossa rotte dalle elezioni che cominceranno giovedì, che alcuni deputati, ieri, hanno cominciato il lavorio.
Poichè gli aventi diritto al voto sono solo 48 mila (e non è nemmeno detto che tutti abbiano partecipato) si può dire che gli eletti li conoscano uno a uno.
Sono quelli con cui hanno fatto riunioni fino all’altro ieri, prima che il boom li spedisse a Roma. Ai banchetti e alle riunioni , questo weekend, hanno provato a convincerli che la strada Rodotà è quella buona.
Non possono farlo pubblicamente — tranne rare eccezioni come Alberto Airola, Mara Mucci e Manlio Di Stefano — perchè tradirebbero il primo comandamento dei Cinque Stelle (il web è sovrano), ma sanno di avere un potere che stavolta può essere decisivo.
Prima di tutto per salvare loro stessi.
“Diciamo la verità -confessano — Abbiamo molta più paura degli attivisti che di Grillo e Casaleggio”.
Paolo Zanca
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Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
MA GLI SHERPA LAVORANO PER UN CONTATTO DOMANI SERA
Il day after delle piazze di lotta e di minaccia lascia spazio e tempo alla diplomazia sotto traccia dei pontieri di Pd e
Pdl.
Ma a tre giorni dall’apertura dell’urna di Montecitorio per la scelta del capo dello Stato, la soluzione condivisa non c’è.
Per la verità , per tutto il giorno i contatti telefonici tra Letta, Alfano e Verdini, da una parte, Migliavacca, Errani, Enrico Letta, dall’altra hanno tessuto una trama sottile che ha tenuto in piedi le candidature di Franco Marini e di Anna Finocchiaro.
Proprio in chiave «conciliazione», con spiragli successivi per un governo delle riforme.
E questo, nonostante le chiusure di sabato di Bersani e il Berlusconi in versione campagna elettorale di Bari.
Tutto sembrava procedere in quella direzione finchè su trattative e dialogo non è piombata l’intervista al Tg5 di Matteo Renzi.
Per il sindaco di Firenze e la cinquantina di suoi grandi elettori in Parlamento non è lui il cattolico sul quale bisognerà puntare.
E non è un mistero che i renziani, con i prodiani, tra oggi e domani usciranno più o meno allo scoperto per lanciare la corsa del Professore.
Tra i candidati di «pacificazione », se così stessero le cose, resterebbe in gioco Giuliano Amato e, dietro, Massimo D’Alema.
Prodi, ancora una volta, chiamato in causa, glissa giocando sull’ironia: «Non vorrei che si creasse un problema di emigrazione di massa, ma posso solo dire che nella cosiddetta corsa per il Quirinale non ci si iscrive e non ci si deve nemmeno pensare» risponde con chiara allusione a Berlusconi («Con lui, andiamocene tutti all’estero ») in un’intervista che andrà in onda su Servizio pubblico, La7.
Che il quadro si faccia più complicato, Silvio Berlusconi lo aveva intuito già¡ sabato.
E segnali improntati al pessimismo li ha lasciati filtrare per tutto il giorno dal ritiro di Arcore, evitando anche il bagno di folla alla fiera del mobile di Rho.
«Si eleggano pure Prodi e allora andiamo dritti al voto e vedremo chi tornerà a Palazzo Chigi », si è sfogato sabato sera sull’airbus privato al rientro dal capoluogo pugliese.
Ad ascoltarlo, al fianco della fidanzata Pascale, Lupi, Bonaiuti, Santanchè, Schifani, Capezzone, Maria Rosaria Rossi.
E «al voto, al voto» il Cavaliere ripeteva ancora ieri, con i dirigenti sentiti da Villa San Martino, galvanizzato dalla risposta di piazza di sabato.
Per il resto, scetticismo: «Se da Bersani non arrivano segnali concreti di apertura e disponibilità al confronto sul nuovo presidente, allora per me l’incontro possiamo anche non farlo», è stato lo sfogo con alcuni fedelissimi.
Filtra anche l’intenzione di rientrare a Roma mercoledì, se nulla cambia.
Vorrebbe dire annullare il faccia a faccia. Ma è vero, come confermano da via del Nazareno, che non è stato ancora inserito in agenda.
Ma è altrettanto vero che il Cavaliere – nella lettura delle «colombe» Pdl – fa molta tattica.
Alza il tiro per stanare nelle ore decisive Bersani. Tant’è che chi è di casa a Palazzo Grazioli sostiene che il capo potrebbe rientrarvi nelle prossime 24 ore per incontrare il leader Pd magari già domani sera o al più mercoledì.
Del resto, tutto vuole Berlusconi in queste ore fuorchè una rottura che porterebbe dritti all’elezione di un presidente «ostile».
E allora «il Pd ci fornisca una terna all’interno della quale scegliere», invoca un’ultima volta una fedelissima come Daniela Santanchè.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI FIRENZE BOCCIA MARINI E FINOCCHIARO…ATTACCO A BERSANI: “PENSA AI SUOI DESTINI PERSONALI”
Caro direttore,
nel delicato puzzle che i partiti stanno componendo per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica torna in queste ore prepotentemente in voga l’espressione: “Ci vuole un Presidente cattolico”.
In particolar modo questa espressione viene richiamata dai sostenitori, bipartisan, di Franco Marini che provano a giustificare così la candidatura del proprio beniamino.
Non è questa la sede per pronunciarsi sulla possibile scelta.
Se la politica non avesse perso i legami con il territorio basterebbe una banalità : due mesi fa Marini si è candidato al Senato della Repubblica dopo aver chiesto (e ahimè ottenuto) l’ennesima deroga allo Statuto del Pd.
Ma clamorosamente non è stato eletto.
Difficile, a mio avviso, giustificare un ripescaggio di lusso, chiamando a garante dell’unità nazionale un signore appena bocciato dai cittadini d’Abruzzo.
Dunque, non è il no a Marini – già candidato quattordici anni fa – che mi spinge a riflettere sulla frase “Ci vuole un Presidente cattolico”.
Mi sembra invece gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione e rappresentante del Paese.
Faccio outing: sono cattolico, orgoglioso di esserlo e non mi vergogno del mio battesimo. Cerco, per quanto possibile, di vivere la fedeltà al messaggio e ai valori di Cristo e – peccatore come tutti, più di tutti – vivo la mia fede davanti alla coscienza.
Nell’esperienza da Sindaco, naturalmente, agisco laicamente: ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo. Rappresento la città , tutta intera, non solo quelli con cui vado alla Messa la domenica. E sono tuttavia convinto che l’ispirazione religiosa, non solo cattolica non solo cristiana, possa essere molto utile alla società .
In queste ultime settimane la Chiesa Cattolica ha scelto (in tempi decisamente più rapidi della politica, ma questa è un’altra storia) una guida profondamente innovativa.
Papa Bergoglio sta rendendo ragione della speranza cristiana con gesti di altissimo valore simbolico e di rara bellezza. Muove e commuove il pontefice argentino, parlando al cuore dell’uomo del nostro tempo, con uno stile che regala emozione e suscita pensieri.
Francesco parla anche alle altre confessioni, ai non credenti, agli agnostici: si pone come portatore di entusiasmo e di gioia di vita. Questo, del resto, dovrebbe essere il Vangelo, la Buona Notizia.
I politici che si richiamano alla tradizione cattolica, invece, sono spesso propensi a porsi come custodi di una visione etica molto rigida. Non c’è peggior rischio di incrociare il cammino con i moralisti, specie quelli senza morale.
Personalmente dubito di chi riduce il cristianesimo a insieme di precetti, norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità .
Questo atteggiamento, così frequente in larga parte del mondo politico cattolico, è a mio giudizio perdente. Ma ancora più in basso si colloca chi utilizza la propria fede per chiedere posti. Per pretendere posti. P
er reclamare posti non in virtù delle proprie idee, ma della propria confessione. Proprio ieri il Vangelo della domenica riportava l’entusiasmo di Pietro sulla barca incontro al suo Signore. Quanta bellezza, quanta umanità , quanto impeto.
Poi ti capita di tornare alla politique politicienne e trovi il candidato che si presenta in quanto cattolico, riducendo il messaggio di fede a un semplice chiavistello per entrare nelle stanze dei bottoni.
Mi vergogno, da cattolico ma prima ancora da cittadino, di una così bieca strumentalizzazione. Non mi interessa che il prossimo presidente sia cattolico.
Per me può essere cristiano, ebreo, buddista, musulmano, agnostico, ateo.
Mi interessa che rappresenti l’Italia. Che sappia parlare all’estero. Che sia custode dell’unità in un tempo di grandi divisioni. Che parli nelle scuole ai ragazzi. Che spieghi il senso dell’identità in un mondo globale. Che non sia lì per accontentare qualcuno. Mi interessa che sia il Presidente applaudito per le strade come è stato quel galantuomo di Giorgio Napolitano. E che sappia dialogare, ascoltare, rispettare. Che sia al di sopra di ogni sospetto e al di là di ogni paura.
Mi interessa che sia il Presidente di tutti, non solo il Presidente dei cattolici.
Chi rivendica spazio in nome della confessione religiosa tradisce se stesso. E strumentalizza la propria fede.
Tanti, forse troppi anni di vita nei palazzi, hanno cancellato una piccola verità : non si è cattolici perchè si vuole essere eletti, ma perchè si vuole essere felici.
C’è di mezzo la vita, che vale più della politica.
E il Quirinale non potrà mai essere la casa di una parte, ma di tutti gli italiani
Matteo Renzi
(da “La Repubblica“)
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