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IL DRAMMA DI CIVITANOVA: QUANDO LA REALTA’ SCHIAFFEGGIA IL POTERE

Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile

IN UN MONDO DI VITTIMISTI E PAGLIACCI, AVEVANO IL TORTO DI AVER CONSERVATO LA LORO DIGNITA’

Che per un attimo cali il silenzio sulle danze consumate intorno alle poltrone del potere.
La realtà  pulsa altrove e oggi urla. Oggi muore.
Anna Maria Sopranzi e Romeo Dionisi erano una coppia intorno alla sessantina che tutti conoscevamo perchè tutti ne abbiamo incontrata una al supermercato o in coda alla posta.
Abitavano la vita con riservatezza, troppa riservatezza.
E con dignità , troppa dignità  per un mondo di vittimisti e di pagliacci.
Il signor Dionisi era un muratore di Civitanova Marche che a sessantatrè anni era stato lasciato a casa dalla ditta, ma dopo una vita coi calli alle mani non riusciva ancora ad andare in pensione.
Cercava lavoro e ne raccattava soltanto briciole, mezze giornate a spezzarsi la schiena per una manciata di euro in nero.
Andava bene tutto, pur di onorare il debito con l’Inps per i contributi obbligatori che avrebbero dovuto consentirgli di traghettare le sue ossa stanche sulla riva della pensione.
Nel frattempo lui e la moglie Anna Maria tiravano avanti con quella di lei: meno di 500 euro al mese.
Ma quel debito era diventato un’ossessione che toglieva il respiro a entrambi.
La paura, questo mostro che ti sale dalla pancia e ti conquista i pensieri fino a sottometterli, aveva trasformato la vecchiaia serena di un uomo e di una donna perbene in un inferno zoppicante sull’orlo della depressione.
Ancora l’altro giorno il presidente del consiglio comunale di Civitanova, che abita nello stesso condominio, ha consigliato al signor Dionisi di rivolgersi ai servizi sociali, ma l’orgoglio e la dignità  di una vita intera hanno impedito a quella coppia in disgrazia di rendere pubblico il proprio disagio.
Nella rovina economica c’è sempre una componente di vergogna che si allea con la solitudine nell’annerire scenari già  cupi.
Così Romeo e Anna Maria hanno preso l’ultima decisione.
Riservati e dignitosi fino alla fine, hanno scritto un biglietto di scuse e lo hanno appoggiato sul cruscotto dell’utilitaria di un’amica. «Guarda nello sgabuzzino».
E nello sgabuzzino l’amica ha trovato i loro corpi appesi al soffitto.
Ah, come vorrei che l’ombra – solo l’ombra – di quell’immagine venisse proiettata nelle stanze del potere, quasi un pendolo che detti il tempo a chi deve cambiare le leggi e non lo fa, a chi deve dare risposte ai deboli e non le dà , a chi deve trovare parole nuove e non ne ha, ma proprio per questo continua a usare solo quelle vecchie, intrise di caos.
Come vorrei che quell’immagine diventasse il loro tormento, il loro fantasma di Banquo, mentre si accingono a celebrare i loro incomprensibili riti.
Invece purtroppo l’ha vista il fratello di Anna Maria, un altro anziano solo e impaurito, che è scappato dalla scena del suicidio per correre al molo ad affogarsi, completando con un tuffo nel blu questa carneficina familiare e nazionale.
Non c’è più niente da dire. Niente.
Soltanto un avvertimento alla politica, che ha già  cominciato ad agitare i morti di Civitanova come miccia della prossima polemica.
Che non si azzardi a utilizzarli per i suoi scopi di fazione.
Il signor Romeo Dionisi, la signora Anna Maria Sopranzi e il signor Giuseppe Sopranzi non appartengono al mondo dei giocatori del potere, ma all’immensa tribù degli italiani normali che hanno lavorato una vita e che in questo Titanic di popolo hanno maturato una sorta di prelazione, un sacrosanto diritto di essere salvati per primi. In fretta.
Prima che arrivino altri biglietti sul cruscotto, altri drammi inaccettabili, altri articoli dolorosamente inutili come questo.

Massimo Gramellini
(da “la Stampa”)

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TRIPLICE SUIDICIO DI CIVITANOVA, LA FOLLA ESASPERATA AI FUNERALI GRIDA “ASSASSINIO DI STATO”

Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile

LA BOLDRINI CI METTE LA FACCIA: “AVEVO IL DOVERE DI   ESSERCI, TROPPO FACILE ANDARE SOLO DOVE TI ACCOLGONO CON APPLAUSI. LORO HANNO DIRITTO A ESSERE INDIGNATI”

La cittadina marchigiana non solo piange i suoi morti. Grida anche.
Quando nella Chiesa di San Pietro e Paolo di Civitanova Marche sono arrivati i feretri dei tre anziani che si sono tolti la vita per difficoltà  economiche, la folla presente ha cominciato a urlare: “Questo è un omicidio di Stato”, “Omicidio della politica”, “Ladri”, “Vergogna”, “Neanche gli animali sono trattati così”.
Una donna ha detto: “Non è vero che non hanno chiesto aiuto, non glielo hanno dato”, “Abbiamo persone in condizioni di indigenza”.
I segnali c’erano stati già  la mattina.
In visita per incontrare i familiari di Romeo Dionisi, Anna Maria Sopranzi e del fratello Giuseppe, il presidente della Camera Laura Boldrini è stata contestata.
Perchè la ferita del triplice suicidio che ha colpito Civitanova Marche è aperta.
Dallo Stato e da chi, ora, lo rappresenta. “Boldrini, hai paura a parlare con noi? Eppure sei una marchigiana”, ha detto un uomo rivolgendosi alla terza carica dello Stato mentre stava entrando nel palazzo comunale per incontrare il sindaco.
Qualcuno tra le persone radunate fuori l’ha anche applaudita. “Faceva meglio a non venire”, ha detto la sorella di Romeo Dionisi.
Dopo aver partecipato alla cerimonia in Comune, la presidente della Camera ha fatto visita alle tre salme, presso la sala mortuaria dell’ospedale cittadino.
Si è raccolta in silenzio di fronte alle bare e si è intrattenuta a parlare, per qualche minuto, con alcuni parenti, tra i quali Gianna Dionisi, sorella di Romeo.
“Ci tenevo ad essere qui, è una tragedia immensa. Bisogna stare vicino alle persone e passare ai fatti, dando risposte ai bisogni concreti”, ha detto Boldrini senza fermarsi a parlare con i giornalisti.
Davanti al comune un capannello con diverse persone. “Non ce la facciamo più”, “Non c’è futuro per i giovani” dicevano.
Al suo arrivo nella cittadina dove è in corso una riunione aperta in memoria, ad attenderla c’era il sindaco Tommaso Claudio Corvatta.
Non si è accorta della contestazione. Il presidente della Camera ha invece rivendicato in una nota inviata dopo la visita “il primo dovere delle istituzioni” ad “esserci, a metterci la faccia, tanto più nei momenti duri. Sarebbe troppo comodo, e per quanto mi riguarda inaccettabile, scegliere di essere presenti soltanto dove è garantito l’applauso”.
“Non mi sono accorta di alcuna contestazione, nè all’ingresso, nè all’uscita dal Comune di Civitanova”, ha scritto Boldrini.
“E comunque – spiega ancora nella nota – chi sopporta il peso di queste tragedie ha tutto il diritto di esprimere come ritiene il suo dolore e la sua indignazione, che non hanno niente a che vedere con le strumentalizzazioni politiche imbastite da qualche frangia estremista. A maggior ragione dopo aver incontrato i familiari delle vittime, che inizialmente avevano espresso qualche perplessità  sulla mia presenza, e la comunità  di Civitanova, ritengo che fosse giusto venire qui oggi, come cittadina di questa Regione e come presidente della Camera”.
I conoscenti però ripetono che nessuno aveva capito il loro dramma: “Li ha uccisi la dignità “.
“Ti vergognavi di essere caduta in povertà “, ma non dovevi essere tu a vergognarti”, ha letto durante la cerimonia un’amica di Anna Maria Sopranzi a nome di tutte le altre amiche.
“Ciao Anna, ci mancherà  tanto il tuo sorriso buono, ti ricorderemo quando leggevi le riviste sul terrazzo. Non dimenticheremo – ha detto ancora l’amica – l’onestà , l’umiltà  e la tua discrezione. Il tuo sorriso ci accompagnerà  sempre, stacci vicino perchè abbiamo ancora bisogno di te”.
Anche il cognato di Dionisi, Giuseppe Giudici, ieri aveva espresso la propria rabbia: “Tanto è inutile girarci attorno, lo sanno tutti chi li ha uccisi: l’Inps, che inseguiva Romeo da quattro anni. Ma anche Equitalia. Insomma lo Stato. Vale per loro ma anche per tanta altra brava gente. Romeo e Anna non volevano chiedere aiuto ed erano terrorizzati”, ha aggiunto l’uomo davanti all’obitorio dove sono stati portati i corpi.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “è molto provato”, ha riferito il presidente della Regione Marche Gian Mario Spacca a cui il Capo dello Stato ha affidato un messaggio di cordoglio da portare ai familiari delle tre persone morte suicide.
“Il presidente della Repubblica – ha detto Spacca, presente ai funerali – mi ha chiesto di portare alle famiglie il suo cordoglio e il senso profondo di dolore per questo dramma che rappresenta il dramma che vive la comunità  nazionale”.

(da “la Repubblica”)

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DEBITI P.A., ECCO COME FUNZIONANO I PAGAMENTI ALLE IMPRESE

Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile

TRE LE FASI DEL CALENDARIO MESSO A PUNTO DAL GOVERNO

Una boccata d’ossigeno immediata che potrebbe valere sui 7 miliardi; quindi l’autorizzazione e la predisposizione del piano per la restituzione fino a completare il primo stock di 40 miliardi in circa 12 mesi; infine il censimento dell’ammontare dei debiti per programmare con la legge di stabilità  le modalità  e le ulteriori tranche di restituzione.
Sono le tre fasi del calendario messo a punto dal Cdm per la restituzione dei debiti della P.A.
Prima fase: via ai pagamenti.
Dopo l’ok del Consiglio dei Ministri il decreto che blocca i debiti della Pa arriva al Quirinale per l’emanazione.
La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è prevista per lunedì e rende immediatamente eseguibili i pagamenti da parte degli enti locali, utilizzando la metà  delle disponibilità  di cassa.
A quanto ammontano?
Il Tesoro le stima in 14 miliardi
Seconda fase: richiesta fondi al tesoro.
Entro il 30 aprile Comuni e Province chiedono l’autorizzazione per i pagamenti sulle somme disponibili. Comuni, Province, Regioni e Usl potranno invece chiedere l’accesso al Fondo (di 26 mld) al ministero dell’Economia.
Ovviamente va consegnato un elenco dei debito al Tesoro che risponderà  entro il 15 maggio.
Quindi il ministero dell’economia autorizza gli importi da pagare e indica come queste risorse vanno finanziate.
Di fatto, rispetto alle richieste che arriveranno (di certo superiori ai 40 miliardi) ci sarà  una ripartizione.
Si attivà  così anche le linee di credito (trentennali ai tassi attuali del Btp a 5 anni) con la Cassa Depositi e Prestiti.
Entro il 31 maggio gli enti territoriali, oramai a conoscenza degli importi di cui dispongono, dovranno comunicare alle imprese creditrici il piano dei pagamenti.
Così, con trasparenza, potranno valutare quando e come riceveranno gli importi.
Terza fase: il censimento.
Il 15 settembre è il termine ultimo per completare il censimento dei debiti delle amministrazioni pubbliche.
Le amministrazioni dovranno fare una verifica e verificare tutti i crediti scaduti al 31 dicembre 2012.
Anche le Banche dovranno verificare l’ammontare dei crediti che sono stati loro ceduti con la precedente procedura di rimborso.
Solo così si potranno valutare le ulteriori tranche di rimborso.
Il 15 ottobre, dopo il check up dei debiti il governo stabilirà  con la prossima legge di stabilità  le modalità  di rimborso delle tranche successive, anche attraverso l’emissione di specifici titoli di Stato.
I rimborsi diventano così effettivi.
Ovviamente questi pagamenti scattano dal 2014.

(da “La Repubblica“)

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VIA AL DECRETO 40 MILIARDI PER I DEBITI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile

GRILLI: “SI PUO’ PAGARE DA LUNEDI”…TITOLI DI STATO AD HOC SOLO PER I CREDITI PASSATI ALLE BANCHE…ABI SODDISFATTA, RETE IMPRESE CRITICA

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che dà  il via libero al pagamento di 40 miliardi di debiti della pubblica amministrazione nei confronti di imprese e banche.
La riunione, presieduta dal premier Mario Monti, ha avuto come principale punto all’ordine del giorno il tema dei crediti delle imprese.
“Quaranta Miliardi erogati nei prossimi 12 mesi alle imprese con un meccanismo chiaro, semplice e veloce” e “rispettando la soglia del debito del 3%”.
Così Mario Monti ha riassunto il succo del decreto. Il ministro del Tesoro, Vittorio Grilli, ha annunciato che la ripartizione dei fondi avverrà  a partire dal 15 maggio.
“E’ arrivato il momento di voltare pagina”, ha detto Monti nella conferenza stampa finale. Quello dei debiti della PA è “un caso molto emblematico di come, mentre si facevano più stretti i vincoli di obbligo disciplina, le amministrazioni avevano invece risposto con forme che hanno scaricato gli oneri sul futuro e le imprese e i cittadini”, ha aggiunto il premier, sottolineando polemicamente che coloro che oggi sono più critici sono gli stessi “che hanno creato il problema”.
“Esprimo una leggera indignazione – ha detto – per le critiche al governo che ha impiegato qualche giorno in più per il decreto. Sono stati severi con noi i partiti che negli ultimi 10 anni hanno causato questi problemi”. Monti ha parlato anche di “comportamenti poco seri che in passato caratterizzavano la gestione della cosa pubblica”.
Secondo Monti, il decreto non ostacolerà  il rispetto dei parametri Ue: “C’è la fondata aspettativa che a maggio l’Italia sarà  dichiarata uscita dalla procedura” Ue per deficit eccessivo, ha detto.
Il premier ha ricordato che il decreto è il frutto del lavoro fatto negli ultimi due anni, visto che fino al 2011 l’andamento dell’indebitamento era ancora in ascesa: a fine 2011 lo stock di debiti della p.a. non ceduto alle banche ammontava a 80 miliardi di euro, contro i 61 miliardi del 2009 e i 74 miliardi del 2010.
Il presidente del consiglio, infine, ha auspicato un percorso di conversione senza intoppi per il decreto: “Confido nella volontà  espressa dal Parlamento per uno scorrevole iter del decreto”. ha detto.
Il testo intanto sarà  inviato oggi alla firma del capo dello Stato e salvo sorprese potrebbe essere pubblicato già  lunedì sera.
Il ministro Corrado Passera ha poi spiegato che fra le modalità  di pagamento dei debiti della P.A. ci sarà  anche la compensazione fra debiti e crediti: “Abbiamo allargato la tipologia di crediti che potranno essere compensati: non solo i debiti passati a ruolo”, ha detto.
Riferendosi alle banche che hanno acquistato crediti delle imprese, Passera ha detto che in tal caso il pagamento avverrà  attraverso emissioni ad hoc.
Il ministro ha spiegato inoltre che, nell’intento di semplificare le procedure, il decreto stabilisce che “l’impresa non dovrà  certificare i crediti, ma sono le pubbliche amministrazioni a fare gli elenchi” dei debiti e dei creditori.
La certificazione e il censimento dei debiti della Pubblica Amministrazione, ha detto poi Corrado Passera, verrà  fatto “nell’ambito della prossima Finanziaria”: dei 40 miliardi del dl, 15 o 20 sono già  ceduti e 3 o 4 dovranno essere compensati, “poi tutto si chiuderà “, ha detto Passera.
Il ministro Vittorio Grilli ha anticipato quello che sarà  il percorso dei pagamenti: “Entro il 30 di aprile – ha detto Grilli – tutte le amministrazioni dovranno farci pervenire l’elenco e la richiesta di spazio finanziario. Entro il 15 di maggio provvederemo alla ripartizione degli spazi e delle risorse finanziarie pervenute”.
Nelle situazioni già  definite, ha aggiunto Grilli, ossia quando gli enti hanno disponibilità  di cassa, “le amministrazioni potranno cominciare a pagare i debiti subito dopo la pubblicazione del decreto, che immagino sarà  lunedì”.
“Per non ritardare nemmeno di un secondo i pagamenti, gli enti territoriali che hanno disponibilità  finanziarie, possono cominciare a pagare. Ovviamente partendo dai debiti più anziani – ha ribadito Grilli – : non bisogna aspettare il riparto. Chi ha disponibilità , comincia a pagare”.
Oltre i 40 miliardi stabiliti oggi arriveranno ulteriori tranche “sia in termini di cassa che per le emissioni” con la Legge di Stabilità  per il 2014.
Quanto alla copertura dell’intera operazione, Grilli ha detto che “dal 2015 in poi ci saranno tagli orizzontali, ma riteniamo che potranno essere sostituiti con molto anticipo da tagli più intelligenti realizzati dai governi futuri”.
Tares, aumenti rinviati
Per quanto riguarda la Tares, il decreto dà  ai Comuni la facoltà  di intervenire sul numero delle rate e sulla scadenza delle stesse come previsto dal Salva Italia e prevede che a tutela del contribuente la deliberazione sia adottata dai Comuni almeno trenta giorni prima della data di versamento.
Viene inoltre rinviato all’ultima rata relativa al 2013 il pagamento della maggiorazione di 0,30 euro per metro quadrato già  previsto dal Salva Italia.
Fino ad allora, ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà , “resta in piedi il meccanismo della Tarsu per le prime due rate: si pagherà  quanto pagato l’anno scorso e non ci saranno sorprese. Il bollettino sarà  inviato dalle amministrazioni. Sull’ ultima rata ci potrà  essere un conguaglio”.
Le reazioni
Secondo l’Abi, il decreto del governo va nella giusta direzione. Lo ha detto il presidente Antonio Patuelli, secondo il quale il consiglio dei ministri “ha riconosciuto, come avevamo sollecitato, l’estrema importanza, necessità  ed urgenza del pagamento dei debiti della Pa verso le imprese come premessa della ripresa economica e occupazionale”.
Diversa la valutazione di Reteimprese: “Il provvedimento del governo – afferma il presidente Carlo Sangalli – dimostra che non si è ancora compreso che il sistema delle imprese del terziario di mercato, dell’artigianato e dell’impresa diffusa è al collasso”. Secondo Sangalli, malgrado le pressioni delle aziende e della risoluzione della commissione speciale, il decreto ignora “i due elementi fondamentali per rispondere alle emergenze delle imprese: immediato sblocco e disponibilità  delle risorse e modalità  semplificate di accesso”.
Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. ha definito migliorato il dl, rimarcando che serve un intervento “immediato” sui debiti della P.A: “E’ necessario perchè le imprese sono disperate e la situazione è tale che la cronaca ne dà  tragiche conferme”.
La Cgia.
Secondo l’associazione degli artigiani, nei debiti della pubblica amministrazione, non sono conteggiati quelli spettanti alle piccole e medie imprese che porterebbero ad un importo complessivo tra i 120-130 miliardi di euro.
Secondo la Cgia, nella relazione della Banca d’Italia i 91 miliardi stimati sono stati calcolati attraverso un’indagine campionaria condotta solo sulle imprese con più di 20 addetti.
“Ciò vuol dire che le aziende con meno di 20 addetti – attacca Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia – che rappresentano il 98% del totale delle imprese presenti nel nostro Paese, non sono state monitorate. Pertanto, i 91 mld di debiti in capo della pubblica amministrazione sono decisamente sottodimensionati: se in tempi ragionevoli sarà  possibile effettuare un nuovo monitoraggio, è molto probabile che il debito della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese lieviti tra i 120/130 miliardi di euro”.

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L’AQUILA, LA CITTA’ INUTILE IN LOTTA CON I SUOI FANTASMI

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

A DISTANZA DI 4 ANNI SONO ANCORA 22.120 I CITTADINI IN ATTESA DI UNA CASA E 6.595 QUELLI CHE HANNO TROVATO UNA AUTONOMA SISTEMAZIONE

Fantasmi sotto i portici, solo le ombre riempiono le strade de L’Aquila, la città  inutile. Domani saranno quattro gli anni che ci separano da quella frustata, la scossa che sommerse di pietre 309 persone.
Sono gli anni della nostra ultima vergogna, che raccontano la cattiva coscienza degli italiani e anche — perchè tacerlo? — la disposizione spesso supina degli aquilani ad accogliere tra le braccia ogni scempio, e ritrovarsi disperati dopo che i soldi hanno imbiancato le strade come fiocchi di neve del Gran Sasso.
Arrivo a Preturo e guardo l’aeroporto, la pista che doveva dare all’Aquila ferita ali nuove, per tornare a volare.
Ci è atterrato Berlusconi quando era presidente muratore, poi, raccontano, una volta l’imprenditore Barilla e infine il nulla.
Erbacce al costo di una ventina di milioni di euro.
Preturo ha davanti L’Aquila e lei guarda il Gran Sasso.
Sta facendo i conti con i soldi che non arrivano, che si perdono nelle promesse, oppure che ci sono ma non bastano. I soldi sembrano averla affamata, resa astiosa, incredula che, dopo l’interminabile show mediatico di cui è stata protagonista.
Ora nessuno bada più alla sua condizione. Non un rigo sui giornali, un minuetto in televisione, una dichiarazione alle agenzie di stampa.
“Se l’Italia ci ha dimenticati, ammaineremo la bandiera dal municipio, cacceremo perfino il Prefetto se ci toccherà  farlo, rammenteremo a tutti la nostra dignità ”.
Sante parole quelle del sindaco Cialente che rivendica il diritto alla memoria, alla solidarietà  e soprattutto alla ricostruzione.
In pochi aprirono bocca, e certo la sua non fu tra quelle, durante i ventiquattro mesi dello scempio delle casse pubbliche, durante la faraonica gestione dell’emergenza, un teatro del dolore proiettato quotidianamente.
Gli aquilani sullo sfondo, recintati nelle tendopoli e poi adagiati sui divani delle case a molle con frigorifero e spumante incorporato, e lui, il presidente laborioso e instancabile che vegliava sulla città  ferita.
Solo per l’emergenza L’Aquila ha inghiottito due miliardi e ottocento milioni di euro sui tre miliardi e mezzo di spese finora effettuate.
Certo, quindicimila persone (per la precisione 15.266) hanno un alloggio nelle cosiddette newtown, diciannove casematte berlusconiane sistemate a circolo, a mo’ di grande raccordo anulare, lingua di case (le famigerate C.a.s.e.!) costate 2.800 euro a metro quadrato.
“Pura pornografia del potere”, ha scritto Barbara Spinelli. Come darle torto?
Oggi sono 6.595 i cittadini che invece hanno trovato una autonoma sistemazione, 143 ancora alloggiati in hotel e 22.120 le persone che aspettano una casa.
Prima di arrivare a loro dobbiamo dire che 48mila aquilani sono invece rientrati nelle proprie abitazioni.
I proprietari di quelle lievemente danneggiate hanno ricevuto il gruzzolo.
Qualcosa si è fatto, vero. E questo puntino bianco, dentro il nero turpe della menzogna e dello spreco, lo si deve anche al lavoro di Fabrizio Barca, ministro delegato dal governo nel gennaio dell’anno scorso a sciogliere l’incantesimo berlusconiano, denudarlo degli effetti perversi, delle carte sotto cui stava annegando la comunità . Dodici mesi per dare un segno, un senso della ricostruzione.
“Abbiamo speso 465 milioni di euro e dato esecuzione a 1.049 ordini di pagamento”, dice Barca.
Non è molto, ma non è poco.
Ci sono altri due miliardi da spendere, e la somma è di tutto rispetto. C’è ora un sistema di gerarchie tra i palazzi da ricostruire, quali aggregati da recuperare prima e quali dopo.
Dove spendere e come.
Si intravede una logica, un piano, una ragione per fare e non lamentarsi, fare senza aspettare.
Ma qui è il punto. Tre miliardi e mezzo spesi, altri due miliardi assegnati dal Cipe in dicembre fanno oltre cinque miliardi.
Sui circa dieci previsti, conto parziale. Certo, il tessuto urbanistico è straordinario, unico, la complessità  dell’opera è di rara difficoltà , però resta una cifra enorme. E colpisce perchè è il medesimo livello di richiesta finanziaria avanzato dall’Emilia, anch’essa ferita da un sisma successivo, meno disastroso ma ugualmente acuto e tragico.
Chiunque conosca il sistema di mutazione e proliferazione del danno nei territori colpiti da grandi calamità  naturali sa che la prima “urgenza” di — viene quella di non lenire il bisogno ma di espanderlo, renderlo maestoso.
Più danni più soldi.
Si procrastina all’infinito il bisogno e così la tragedia resterà  una ferita sempre aperta. Al contrario, bisognerebbe sigillare la scena, come fosse quella di un delitto.
Chiudere i varchi ad ogni improvvisazione e stimare il danno con certezza. Sul bisogno infinito si costruiscono carriere, si realizzano movimenti politici si solidificano partiti.
E L’Aquila offre purtroppo le prime avvisaglie di quel che altrove, come l’Irpinia, è successo. Gli aquilani non hanno capito ciò che avevano finchè l’han perso
Vado all’università . È un bel segno trovarla nuova, verificare che almeno le facoltà  umanistiche sono ospitate in un edificio di recentissima fattura, funzionale, degno. Posto nel cuore del centro storico, appena dietro la piazza della Fontana luminosa, ai margini dell’auditorium in legno, il piccolo ma prezioso dono della provincia di Trento disegnato dallo studio di Renzo Piano. Busso alla porta di Lina Calandra che insegna Geografia e che avevo lasciata a Bazzano, nell’area industriale, dove l’università  aveva trovato una prima sistemazione di fortuna.
“L’Aquila sconta l’ignavia dei suoi abitanti che non l’hanno mai apprezzata davvero, amata davvero, detenuta nel loro cuore. à‰ un dentro e un fuori. Vicini a queste pietre e però lontani, vogliosi di vedere ricostruita la città  ma accecati da un risentimento antico nei suoi confronti, un corpo che sobbalza, fa un passo avanti e uno indietro.
La maestosa retorica di Barca che ci dice che autogufiamo un po’ è vera”.
Barca: “Nessuno gufi e tutti si diano da fare” Sì, l’ha detto il ministro, è vero: “Non c’è ragione di gufare”.
Aveva davanti una platea di amministratori, tecnici, dipendenti, spicciafaccende, gente perbene e altra meno. Tutti insoddisfatti, tutti a dargli addosso.
Gli si sono fatti incontro per chiedere: “Abbiamo solo due miliardi, i cantieri inizieranno e poi?”.
Solo due miliardi, e poi? “Siete i figli della sfiducia”, ha detto Barca.
Un po’ ha ragione, un po’ ha torto. Questa città  è stata teatro incolpevole del più grande scempio etico, la famigerata telefonata notturna tra l’imprenditore Francesco Maria De Vivo Piscicelli e suo cognato Pierfrancesco Gagliardi: “Qui bisogna partire in quarta, non è che c’è un terremoto al giorno (…) io stamattina ridevo alle tre e mezza dentro il letto”. Brividi.
Ma brividi anche quando si riprendono in mano le cifre del frutto più scandaloso di quella tragedia, il G8, evento di rara disumanità  costruito sulle ossa dei 309 cittadini seppelliti dalle pietre.
Bastano alcune cifre per capire come i soldi abbiano affamato L’Aquila, l’abbiano resa serva, oggetto della più rivoltante corruzione ambientale.
Le cifre che seguono aprirono un conto che si era appena chiuso alla Maddalena, dove il summit dei capi di Stato era previsto e già  era costato 327 milioni di euro. Si cambiò scenografia al costo di altri 185 milioni di euro e si andò a Coppito. P
asseggio davanti alla caserma della guardia di finanza, il luogo simbolo delle esequie collettive, delle lacrime di un intero Paese.
Quello slargo, le bare, le croci, i fiori.
Quello stesso perimetro di cemento inghiottì accappatoi e asciugamani (24.420 euro), album sottomano da scrivania, portablocchi, cartelle (78.163 euro), sedute a noleggio (poltrone Frau, 373.233 euro); sessanta penne edizione unica (26.000 euro); pennoni e bandiere (175.576 euro); cartucce toner (12.733 euro); trenta distruggi documenti (12.852 euro); televisori lcd e noleggio plasma (347.348 euro); megafoni (3.895 euro) e persino posacenere (10.200 euro).
à‰ un dettaglio rispetto ai miliardi, e sono soldineanche iscritti al bilancio per L’Aquila.
Ma questi euro rappresentano per davvero la coscienza sporca di tutto il Paese, il fango che ha raggiunto e purtroppo colpito la città .
Avere memoria, chiede il sindaco. Anche questa è memoria.
Pietre, ferro, macerie: la faccia è la stessa Ruspe in movimento, la strada che conduce al centro storico è in via di rifacimento, due plessi sono in costruzione.
Dietro la curva il palazzo bucato, ha però la stessa faccia dell’anno scorso e di quello precedente.
Cumuli di ferro, queste fortezze di acciaio che cingono gli edifici si stanno arrugginendo.
L’esercito in divisa presidia il nulla. Tre gru vedo all’orizzonte, il resto è uguale a sempre purtroppo.
L’Aquila deve restituire la casa a 22.120 persone, le sue chiese sono ancora sventrate, il corso resta immobile, la non ricostruzione è un fatto.
La città  non ha un piano urbanistico che la proietti nel futuro: sa com’è ma non ha idea di come sarà .
Sì, qualcosa s’è fatto, ma resiste, mi dicono all’università , il piano regolatore degli anni Settanta.
E resiste, anzi avanza, il grumo di interessi che si coagula intorno ai tecnici progettisti, il vero partito monopolista della ricostruzione. Sono loro che gestiscono le pratiche, che raccolgono (alcuni fanno incetta di) progetti. Non c’è una regola, non una misura di buon senso, un limite di conferimento.
I grandi mangiano e subappaltano.
Come fanno le imprese così gli ingegneri: ho trenta progetti che distribuisco ai miei amici. à‰ una suddivisione ingiusta dei meriti e dei bisogni. A pranzo incontro Serena Castellani: si è appena laureata a Bologna con centodieci e lode. “Non ho futuro qua, devo andare via”.
Come sia possibile che un centro con meno di centomila abitanti, bisognoso di ogni capitale umano, espella anzichè trattenere i suoi figli, è un’altra delle domande impossibili.
Certo, e anche qui bisogna dare atto al ministro Barca, qualcosa si è fatto: “In cinque mesi abbiamo espletato un concorso per trecento posti negli uffici tecnici e amministrativi per le funzioni necessarie a sostenere il processo ricostruttivo. Concorso trasparente, veloce che ha raccolto le migliori energie e dato un futuro a tanti giovani”. In un anno scarso di delega non si poteva fare di più.
Ridiscendo verso la fontana delle 99 cannelle. à‰ stata recuperata dal Fai, è lo scrigno prezioso tutelato e restituito ai suoi cittadini. Il curvone che la costeggia è fitto di cantieri chiusi.
Tre cani randagi, un soldato annoiato, due vecchietti con le buste della spesa. In alto c’è la fortezza spagnola che appunto gli spagnoli si resero disponibili a consolidare. Sarà  stata la crisi economica, gli affari urgenti di un Paese impelagato con la propria recessione, ma i soldi qui non sono arrivati. Anche Obama ha promesso e poi dimenticato.
Sotto il bastione, l’auditorium in legno.
Realizzato per fortuna in pochi mesi ma non senza polemiche: “Siamo fatti così — dice Francesco Paolucci, giovane giornalista free lance — non c’è cosa che ci garbi appieno. Io posso dirti che dalla notte del terremoto non mi sono fermato un minuto. Ho vissuto, lavorato, realizzato. Sono felice, io. Ma sono in minoranza”.

Antonello Caporale

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MARONI IL BLUFF IN REGIONE E LA FISSA DI SISTEMARE GLI AMICI IN TESTA: DEL 75% DI TASSE DA LASCIARE IN LOMBARDIA NON PARLA PIU’

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

LOTTIZZAZIONE SELVAGGIA IN REGIONE LOMBARDIA, FUORI I BOSSIANI… E UN UFFICIO STAMPA CON PIU’ DIPENDENTI DI UN QUOTIDIANO

Aveva promesso di fare piazza pulita in Regione, dopo il tramonto del Celeste.
Aveva giurato di abbandonare il super-ufficio con luci emozionali incorporate, al trentacinquesimo piano del super-grattacielo nuovo di zecca voluto da Super-Formigoni, per scendere giù al primo piano, vicino ai lombardi che lo hanno eletto presidente.
Per ora, Roberto Maroni non solo resta appollaiato in cima alla torre di Babele, ma conferma anche il faraonico apparato presidenziale ereditato dal Celeste.
La scopa del capo dei Barbari Sognanti ha fatto pulizia dentro la Lega, dicevano i druidi del nuovo Carroccio durante la campagna elettorale.
E rinnoverà  anche Formigopoli, facendo piazza pulita degli sprechi e delle ruberie e avviando la nuova era della Macroregione del Nord, dal Piemonte al Friuli.
A parte il fatto che il Friuli ancora leghista non è, anche a Milano si stentano a vedere i segni della Nuova Era.
Lo slogan con cui ha vinto le elezioni (“Teniamo qui il 75 per cento della tasse pagate in Lombardia”), è stato dimenticato: promessa impossibile da marinaio celtico-padano.
Quanto al rinnovamento, Maroni sta procedendo così: rivoluzione a parole, cauta continuità  nei fatti.
Promette una presidenza aperta e dialogante, pronta a collaborare anche con l’opposizione. Certo, l’arroganza di Formigoni sarà  difficilmente eguagliabile, ma fatti concreti ancora non se ne sono visti.
Se l’apertura si limiterà  alla promessa commissione antimafia regionale (che è un’ottima idea), bisogna dire che è poco più di un atto dovuto: da sempre, in democrazia, le commissioni straordinarie, di garanzia e di controllo sono affidate alle minoranze.
In verità , quello che sta avvenendo è una nuova dislocazione dei poteri, spartiti tra leghisti maroniani e pidiellini di stretta osservanza berlusconiana.
Insomma: via i bossiani, epurati dalle scope dei Barbari Sognanti, e minor presenza (ma non eliminazione) dei ciellini, che con il Celeste facevano la parte del leone (con buona pace dei martiri cristiani sbranati al Colosseo).
Il nuovo punto di riferimento è Mario Mantovani, fedelissimo di Silvio Berlusconi, diventato il vice di Maroni.
Alla guida di un Pdl diviso e inquieto, in cui i ciellini lottano per non essere messi troppo da parte dai compagni di partito berlusconiani doc.
La divisione è visibile anche nello strano vertice del gruppo Pdl al consiglio regionale, con un presidente ciellino, il bresciano Mauro Parolini, che ha come contrappeso un co-presidente, il berlusconiano di Lodi Claudio Pedrazzini.
Quanto a Maroni, ha promesso di mostrarsi virtuoso con la pelle degli altri: promette tagli al budget del Consiglio regionale (via i rimborsi facili che hanno fatto mettere sotto inchiesta per peculato la quasi totalità  dei consiglieri della scorsa tornata), ma si tiene ben stretti i soldi del budget di giunta.
Confermato un ufficio del Presidente composto da una quindicina d’addetti, con una cerchia d’oro di dirigenti e una struttura di comunicazione formata da decine di persone che potrebbe produrre un quotidiano nazionale.
Formigoni non c’è più, la sua struttura imperiale resta.

Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL DEPUTATO CINQUESTELLE CHE CERCA SCHIAVO SOTTOPAGATO: PAGA ORARIA 2,5 EURO PER UN ADDETTO STAMPA

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

TREMENDO SCIVOLONE   DEL “CITTADINO” FRACCARO: DOPO TANTE CHIACCHIERE ALLA FINE IL PRECARIO, INVECE CHE DIFENDERLO, LO VUOLE SFRUTTARE

In un video postato su Youtube il desiderio di «rendicontare» all’universo-web quanto sta facendo. Quanto guadagna. A quanto rinuncia, soprattutto a quell’indennità  di mandato (tremila euro) restituita «ai cittadini, allo Stato, alle piccole imprese».
Poi, Riccardo Fraccaro, deputato trentino appena eletto alla Camera tra le fila del Movimento 5 Stelle, annuncia di essere alla ricerca di una serie di collaboratori, tra i quali un addetto stampa che lo aiuti nel rapporto con il territorio locale (quello trentino) e un altro che lo aiuti nella gestione del sito Internet.
Infine di un terzo che lo supporti nell’attività  prettamente istituzionale, dato il suo incarico nell’ufficio di presidenza del Movimento 5 Stelle.
LA FRASE
E qui, nella ricerca di collaboratori, incorre in uno scivolone offrendo compensi irrisori: «Io lavoro 14 ore al giorno, tutta la settimana, e rinuncio allo stipendio aggiuntivo – dice – Sto facendo dei colloqui per dei collaboratori che mi aiutino nel rapporti con la stampa. Così 600 euro a uno, 600 euro a un altro….».
Queste cifre provocano la levata di scudi del presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Trento, Fabrizio Franchi, che a Corriere.it replica: «Non vorrei che sia l’ennesima conferma di una corsa al ribasso dei salari per i professionisti del settore. Lavorare a 2,5 euro l’ora, per 14 ore giornaliere sette giorni su sette mi sembra troppo. Soprattutto per un movimento che in campagna elettorale ha rilanciato il reddito minimo di cittadinanza per consentire a tutti di avere un compenso per sopravvivere».
«DORMO POCO»
Fraccaro nel video in realtà  fornisce un quadro quasi compassionevole: dorme poco, legge studia e lavora molto, anche la domenica.
Per ora quando è a Roma dorme dalla sorella e si fa aiutare dal fidanzato di lei, un avvocato, «che per il momento lavora gratis».
Insomma sacrifici per lui, e per tutti. Compresi i suoi (eventuali) collaboratori.
Ma ciò non toglie l’ironia di Franchi: «Non vogliono solo servi, ma anche schiavi sottopagati».

(da “il Corriere della Sera”)

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SICILIA, I GRILLINI PERDONO IL PRIMO DEPUTATO: “VOGLIO TORNARE A FARE IL MIO LAVORO”

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

SERGIO TROISI TORNA A LONDRA: “FACCIO L’INGEGNERE E GUADAGNAVO DI PIU’…”ERO ENTRATO SOLO PER COMPLETARE LE LISTE”

Anche in Sicilia salta il primo eletto del Movimento Cinque Stelle.
Sergio Troisi, deputato regionale eletto in provincia di Trapani, ha infatti annunciato di volersi dimettere.
Questa volta però non ci sono nè epurazioni nè diffide postali degli avvocati del comico genovese.
Nessun fuori onda alla Giovanni Favia o vietatissimi talk show in stile Federica Salsi. Trosi, semplicemente, vuole tornare a fare il suo lavoro: l’ingegnere. “Mi manca il mio lavoro da ingegnere: ho studiato molto per raggiungere questo obiettivo. Un lavoro che faccio con passione da tempo e che come tutte le passioni, vorrei tornare a fare” dice l’ormai ex deputato del Movimento Cinque Stelle.
Troisi ha preso congedo dagli altri 14 colleghi deputati per rifare le valigie e tornare a Londra, dove progetta treni per gli aeroporti.
“Un lavoro molto appassionante” assicura lui.
E un lavoro in cui guadagnava di più dei duemila e cinquecento euro che rimangono in busta paga ad un deputato regionale del Movimento Cinque Stelle dopo il “taglio” previsto dal programma di Grillo.
“Certo guadagnavo di più, ma non è una questione di soldi. Ho cercato di servire la Sicilia meglio che potevo in questi mesi. Semplicemente voglio tornare a fare l’ingegnere. Anche perchè da professionista se rimani fuori dal mondo del lavoro per troppo tempo poi sei fuori”.
Ma perchè allora Troisi ha deciso di candidarsi al Parlamento regionale se voleva continuare a progettare treni?
“La verità ? Non pensavo assolutamente di poter essere eletto. Mi sono candidato perchè nella mia città , Trapani, sono uno degli attivisti della prima ora. Scrivevo sul sito del meet up, cercavo di coinvolgere i miei concittadini. All’inizio c’erano problemi a chiudere la lista e di certo all’inizio della campagna elettorale non pensavamo di arrivare a tanto”.
E invece nella fortunata tornata elettorale il movimento di Beppe Grillo si è consolidato come la prima forza politica dell’isola.
E a Trapani, nel collegio di Troisi, sono scattati ben due seggi a Palazzo dei Normanni.
Il secondo è toccato proprio a Troisi che ha raccolto quasi tremila voti: niente male per un riempi-lista senza alcuna aspettativa (e volontà ) di elezione.
“Le persone mi conoscevano, hanno apprezzato il mio impegno e mi hanno dato fiducia”. Ma perchè non dimettersi subito invece di aspettare cinque mesi?
“Non volevo mancare di rispetto ai miei elettori: continuerò comunque ad impegnarmi per il movimento” dice l’ormai ex deputato.
Che ha lasciato il solitamente ambitissimo scranno a Palazzo dei Normanni al conterraneo Sergio Tancredi, quarantacinquenne di Mazara del Vallo.
“Mi gratifica e al contempo mi riempie di responsabilità  prendere il posto di una persona di valore: farò di tutto per essere all’altezza del nuovo compito” ha detto il neo deputato, che nella vita fa l’istruttore in una palestra e probabilmente ha accettato di buon grado il nuovo incarico.
Almeno fino a prova contraria.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TRA FANTASMA SCISSIONE E NUOVI EQUILIBRI: CHE SUCCEDE NEL PD

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

VELTRONI E I GIOVANI TURCHI RIPRENDONO CONTATTO CON RENZI

Tocca a un vecchio parlamentare del Pd, un fu Pci, sintetizzare con una citazione quali sono i rischi a cui va incontro questo Partito democratico sempre più tormentato.
Da Fausto Bertinotti, in procinto di diventare segretario di Rifondazione comunista: «I merli con i merli, i passeri con i passeri».
Una frase pronunciata per spiegare per quale motivo la sinistra e il Pds erano due forze distinte e distanti.
Ecco, è questo quello che potrebbe accadere nel Pd: che ci si divida.
Ma non seguendo solo i binari immaginati finora. E che prevedono una scissione dei renziani.
Quella potrebbe esserci nel caso in cui veramente i bersaniani rifiutassero le primarie al sindaco di Firenze in caso di elezioni.
«Allora – continua a ripetere Matteo Richetti ai compagni di partito – finalmente ce ne andremmo».
Ma il primo cittadino del capoluogo toscano continua a dire di “no” a questa ipotesi e invita i suoi a «restare sott’acqua» e a non agitare questo spettro.
No, è un’altra la scissione che potrebbe verificarsi.
Ne accenna Alessandra Moretti, bersaniana di ferro, quando dice che il partito «può spaccarsi».
Lo spiega a un amico Ugo Sposetti quando osserva: «Se Renzi vince la battaglia interna il Pd non regge e si divide».
E suppergiù gli stessi concetti ripetono i parlamentari di Franceschini seduti sui divanetti di Montecitorio.
Del resto, lo aveva detto anche Massimo D’Alema qualche tempo fa, non si sa se sul serio o per scherzo, perchè i suoi interlocutori in quell’occasione non lo hanno ben compreso: «Se nel Pd prevale la linea Renzi, io vado a fare un grande partito della sinistra con Nichi Vendola».
Ed è proprio questa la prospettiva di cui si sentiva parlare a mezza bocca ieri, alla Camera dei deputati: una grande forza della sinistra che si attesti intorno al 15 per cento.
Certo, può stupire che si parlasse di questo.
A prima vista è una questione non all’ordine del giorno.
Eppure non andava fuori tema chi toccava questo argomento.
«Ormai è guerra, anzi è la guerra nucleare», annuncia Renzi ai suoi. Una guerra che il sindaco di Firenze vuole assolutamente vincere.
Come? Giocando tute le carte a sua disposizione. Ne ha.
Lo testimoniano il silenzio di Dario Franceschini sugli attacchi di Renzi al segretario e le poche parole sfumate di Enrico Letta, che evita di polemizzare con il sindaco, pur essendo il vice di Bersani.
Lo confermano le telefonate, che sono riprese, con Veltroni, e i “giovani turchi” in fila da Graziano Delrio, presidente dell’Anci e uomo di punta del primo cittadino del capoluogo toscano. Insomma, le potenziali truppe del sindaco si stanno ingrossando.
E, come se non bastasse, anche chi è contro di lui non difende il segretario.
Non lo fa Rosy Bindi, e nemmeno Massimo D’Alema.
Commentava ieri sera a questo proposito Antonello Giacomelli: «Matteo non dice cose tanto diverse da Franceschini».
Ma se Renzi ottiene la vittoria nel Pd, se riesce a ribaltare situazione e maggioranza interna, è difficile per tanti ex Ds restare in un Pd con lui a capo.
Il sindaco viene visto come un corpo estraneo.
Prova ne è la virulenza di certe reazioni del cerchio stretto bersaniano: «Sei fuori linea», «Ragioni come Berlusconi», e via di questo passo.
Renzi non prende sule serio certe dichiarazioni che lo fanno sorridere: «Sono ridicoli». Ironizza sui suoi avversari interni, il sindaco rottamatore, ma sa che la partita è difficile. Per questo motivo, appena ha subodorato la possibilità  di «un inciucio Bersani-Berlusconi», ha imbracciato l’artiglieria pesante.
Renzi ha il sospetto che il segretario del Pd e il leader del Pdl stiano lavorando per un compromesso che preveda l’elezione di un presidente della Repubblica non inviso a Berlusconi (magari Luciano Violante, che potrebbe dargli della garanzie sul fronte della magistratura) e la possibilità  per Bersani di andare in aula con il «suo» governo. Ottenendo di fare il premier, o, in caso di mancata fiducia, di portare lui il Paese alle elezioni e di essere lui, di conseguenza, il candidato premier del centrosinistra, evitando così le primarie.
In questo modo Renzi non avrebbe nessuna chance di entrare in partita.
Insomma, Bersani e Berlusconi si starebbero annusando per capire se un patto tra di loro è possibile.
O, almeno, questa è l’impressione dei renziani.
Spiega il sindaco a un amico: «Quelli hanno paura delle elezioni e quindi faranno un governo purchè sia, ma non durerà  tanto con quelle premesse».
Quelli sarebbero Bersani e Berlusconi, il quale avrebbe cambiato anche lui idea sul voto dopo aver visto un sondaggio che lo dà  dieci punti sotto Renzi.
Perciò meglio la stabilità  o le elezioni con Bersani come competitor.
Ma i franchi tiratori del Pd potrebbero diventare tanti e far saltare quel compromesso… magari senza nemmeno nascondersi dietro il voto segreto.

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)

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