Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
UNICO PROVVEDIMENTO: SOSPESA L’IMPOSTA SULLA PRIMA CASA, MA RESTA PER LE IMPRESE E I BERLUSCONIANI S’INFURIANO
Prima una riunione tra i ministri a Palazzo Chigi, poi Fabrizio Saccomanni vede Renato
Brunetta per cercare la “massima condivisione” dei partiti.
Il balletto attorno ai provvedimenti economici che venerdì mattina arriveranno in Cdm continuerà senza soste anche oggi, ma alla fine — se è consentita un’espressione abusata — la montagna partorirà il topolino: una sospensione della rata Imu di giugno sulla prima casa e, forse, sui fabbricati rurali e niente, invece, per i cosiddetti “capannoni” industriali, di cui “si parlerà in un secondo momento”; a seguire il finanziamento di un po’ di Cassa integrazione in deroga dall’incerta copertura (le cifre ballano fra 0,8 e 1,2 miliardi su un fabbisogno scoperto che supera il miliardo e mezzo).
Tutto qui, per la roba seria — compreso il blocco dell’aumento Iva di luglio — se ne riparla dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo (fine maggio): il via libera Ue consentirà a Enrico Letta e soci almeno di liberare una decina di miliardi di investimenti cofinanziati da gettare in pasto all’opinione pubblica, insieme a nuovi pagamenti dei debiti della P.A. nel 2014, come parte di un “piano per la crescita”.
In realtà , come ha spiegato il neosegretario del Pd Guglielmo Epifani “non ci sono i soldi: per questo se si vuole trovare in tre mesi qualche risorsa, magari per sospendere l’Imu anche in autunno, bisognerà fare dei tagli pesantissimi”.
Perchè? “Lo stato dei conti è peggio di quello che sembra”.
Ieri, per dire, è stato certificato un calo (-0, 5%) del Pil per il settimo trimestre consecutivo, il che porta la crescita tendenziale 2013 a -1,5%, ovvero già uno 0,2 peggio di quanto previsto dal precedente esecutivo.
Riassumendo, venerdì il Pdl pianterà la sua bandierina elettorale — “a giugno non si paga l’Imu” — e nient’altro.
Voci interne alla maggioranza, per di più, raccontano di un contrasto tra Pd/Saccomanni da un lato e berlusconiani dall’altro: i primi tentano di non esentare dall’imposta sulla prima casa anche i redditi alti e predicano prudenza con gli sgravi per non irritare le divinità bruxellesi, i secondi da questo orecchio non ci sentono e promettono meraviglie per il settore edilizia in particolare e la crescita del Pil in generale se solo si abolisce l’odioso balzello su abitazioni principali e capannoni (in soldi, fa oltre 12 miliardi di gettito).
La situazione s’è fatta ingarbugliata nella serata di ieri quando i ministri del Pdl, dopo una telefonata tra Alfano e il Cavaliere, si sono riuniti nella sede del loro partito per quello che sembrava un gabinetto di guerra (“abbiamo o no pari dignità in questo governo?”).
Versione poi smentita da un comunicato ufficiale: “Si tratta del secondo di una serie di incontri che hanno il solo scopo di armonizzare e integrare l’attività di governo e il lavoro dei gruppi parlamentari”.
Meglio per loro, perchè il ministro dell’Economia non sembra avere gran voglia di accontentarli.
Il problema è sempre lo stesso: “I soldi non ci sono” e l’unico modo per trovarli senza infrangere il dogma dei vincoli di bilancio europei è tagliare parecchia spesa pubblica (con i relativi e pesanti effetti recessivi).
Sempre a proposito di soldi, paradossale è la situazione che lunedì prossimo si verrà a creare in molti comuni: come deciso da un decreto del 2011 del governo Berlusconi, dal 20 maggio Equitalia non si occuperà più della riscossione di multe e tributi locali. Peccato che seimila sindaci (il 75% del totale) non abbiano ancora deciso chi sarà , da lunedì, a riscuotere quei crediti.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: governo | Commenta »
Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA AL CONVEGNO CHE SI TERRA’ OGGI A ROMA, ORGANIZZATO DALL’UNIONE FORENSE PER I DIRITTI UMANI E DA EARTH-NLP
Ci sono almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne.
Il primo è il concetto di “emergenza”.
C’è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese. Secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale.
Ed invece nel bollettino quotidiano dell’orrore contro mogli, fidanzate o amanti c’è una violenza stratificata e con radici profonde.
Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale.
Il secondo concetto è quello di ‘raptus’, riportato spesso nei titoli dei giornali.
Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c’è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito “raptus” era invece un gesto ampiamente annunciato.
Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all’ossessione.
Stordita dall’anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l’autore di quella violenza.
Lo stesso che già due anni fa l’aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni.
Ed è stata forse improvvisa, la morte di Maria Immacolata Rumi qualche settimana fa a Reggio Calabria?
È arrivata in ospedale in fin di vita per le percosse subite.
Il marito ha raccontato di averla trovata dolorante e “intronata” una volta tornato a casa.
Ma gli stessi figli hanno dichiarato: “Nostro padre l’ha picchiata per tutta la vita, era geloso, non voleva che lavorasse”.
Ecco perchè parlare di morti improvvise appare addirittura grottesco.
Sette donne su 10, prima di essere uccise, avevano denunciato una violenza o avevano chiamato il 118.
E allora perchè non sono state protette?
Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati e di omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime.
Il comitato “Se non ora quando” di Reggio Calabria dopo l’omicidio di Maria Immacolata si è chiesto: tutto questo si sarebbe potuto evitare se fossero state rifinanziati case-rifugio o centri antiviolenza?
Non potremo mai sapere se Maria Immacolata si sarebbe rivolta a queste strutture, ma di certo sappiamo che sono troppo poche in Italia.
E che sono ancora meno quelle in grado di offrire ospitalità alle donne. Si parla di un posto ogni 10mila abitanti. Dunque non c’è più tempo da perdere: i soldi per rifinanziare i centri antiviolenza devono essere trovati.
Alcuni mi fanno notare che sarebbe utile introdurre un’aggravante per i casi di femminicidio. Altri, invece, sottolineano che non servono nuove norme, ma un’effettiva applicazione di quelle già esistenti.
Se è così, allora bisogna capire dove e perchè si inceppa il meccanismo dell’attuale legislazione. Si potrebbe dunque immaginare una sorta di monitoraggio dell’applicazione delle norme in materia di violenza alle donne.
Monitoraggio che non rientra nelle mie competenze di presidente della Camera, ma che mi farò carico di sottoporre alla competente commissione Giustizia, presieduta dall’onorevole Donatella Ferranti, della quale conosco sensibilità e impegno su questo tema. Intanto può servire che l’Italia ratifichi la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne: il 27 di maggio andrà in aula alla Camera come richiesto dalle deputate dei più vari gruppi politici.
C’è poi la questione della violenza via web.
Ciò che mi sta a cuore è che si eviti l’equazione secondo cui, se le minacce, gli insulti sessisti, avvengono sulla rete, sono meno gravi.
Non è così: la rete invece amplifica e pensare di minimizzare vuol dire non aver capito la portata del danno che dal web può derivare sulla vita reale delle donne.
Questo non significa, lo ripeto, invocare un bavaglio.
Semplicemente far sì che le norme già esistenti possano trovare effettiva applicazione anche per la rete.
Oggi invece false identità o server collocati all’altro capo del mondo offrono un comodo riparo.
Infine, l’utilizzo del corpo della donna nella pubblicità e nella comunicazione.
L’Italia è tappezzata di manifesti di donne discinte ed ammiccanti, che esibiscono le proprie fattezze per vendere un dentifricio, uno yogurt o un’automobile. In tv i modelli femminili che vengono proposti in prevalenza sono la casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda.
Da lì alla violenza il passo è breve.
Se smetti di essere rappresentata come donna e vieni rappresentata esclusivamente come corpo- oggetto, il messaggio che passa è chiarissimo: di un oggetto si può fare ciò che si vuole. E invece è proprio a tutto questo che bisogna dire no.
Vorrei farlo usando le parole di una donna, una poetessa messicana, Susanna Chavez.
Per anni si era battuta contro rapimenti, violenze e femminicidi nella sua città , Juarez.
Un impegno che ha pagato con la vita, due anni fa è stata uccisa anche lei nello stesso modo delle vittime che aveva tentato di difendere. “Ni una mas”, era il suo slogan, “Non una di più”.
Laura Boldrini
argomento: violenza sulle donne | Commenta »
Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
UNA VENTINA, SOLO NEL 2013, TRA INDAGATI E ARRESTATI IN TUTTA ITALIA, DAL PIRELLONE A MPS
Non solo Ilva. L’annus horribilis del Pd, affossato alle Politiche e umiliato durante l’elezione
del Capo dello Stato, non è cominciato bene nemmeno per quanto riguarda la questione morale. Appena una settimana dopo Capodanno, l’8 gennaio 2013, è Beppe Grillo a ricordare al fu segretario del partito, Pier Luigi Bersani, che gli impresentabili non abitano soltanto nella Casa delle Libertà : “Vladimiro Crisafulli, Enna, rinviato a giudizio per concorso in abuso d’ufficio, accusato di aver ottenuto la pavimentazione di una strada comunale che porta alla sua villa a spese della Provincia di Enna; Antonino Papania, Trapani, ha patteggiato davanti al gip di Palermo una pena di 2 mesi e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio; Giovanni Lolli, L’Aquila, rinviato a giudizio con l’accusa di favoreggiamento, prescritto; Nicodemo Oliverio, Crotone, imputato per bancarotta fraudolenta; Francantonio Genovese, Messina, indagato per abuso d’ufficio”.
Se il leader M5S avesse aspettato ancora un po’, avrebbe potuto rimpolpare il suo blog con altri esponenti Pd inguaiati con la giustizia.
A partire dai due sottosegretari del governo Letta Vincenzo De Luca (l’ultima indagine a suo carico risale a meno di un mese fa per il progetto urbanistico Crescent) e Filippo Bubbico, indagato per truffa e abuso d’ufficio.
Poi, in ordine temporale, il 16 gennaio, a Napoli, viene interrogato Nicola Caputo, consigliere regionale campano indagato nell’inchiesta sui rimborsi erogati per la comunicazione.
Al pm che lo interroga spiega che farsi accreditare direttamente sul conto i rimborsi per le spese della comunicazione non sarà lecito, ma è prassi.
Passa un giorno e nell’inchiesta sui lavori per il sottoattraversamento del Tav a Firenze, vengono indagate 31 persone. Tra loro c’è anche Ma-ria Rita Lorenzetti, che nel 2010 l’aveva giurata a Bersani che non la voleva ricandidare per un terzo mandato come presidente della Regione Umbria.
All’ex deputata vengono contestati i reati che avrebbe compiuto come presidente di Italferr, del gruppo Ferrovie dello Stato.
Il 17 non porta bene neanche al sindaco di Cagliari, Massimo Zedda.
Per il giovane delfino di Nichi Vendola, in quota Sel e appoggiato dal Pd, scatta l’indagine per falso e abuso d’ufficio per presunte irregolarità nella nomina del nuovo sovrintendente del teatro Lirico.
Una decina di giorni dopo, il 28 gennaio, è il turno del consigliere della Regione Campania Enrico Fabozzi, eletto nel 2010 nelle liste del Pd e poi passato al Gruppo Misto.
L’ex sindaco di Villa Literno, già arrestato e poi scarcerato nel 2011, è accusato di abuso d’ufficio e falso per una vicenda inerente allo smaltimento dei rifiuti a Caserta.
Il 30 gennaio, a Milano, vengono poi iscritti nel registro degli indagati una trentina di rappresentanti di Pd, Idv, Sel e Udc nell’inchiesta sui rimborsi ai gruppi politici al Pirellone (coinvolti anche Pdl e Lega).
Mentre alcuni si dicono certi “di poter dimostrare la regolarità delle spese”, come il consigliere regionale Pd Franco Mirabelli, e “tranquilli”, perchè le risorse sono state “utilizzate per spese inerenti all’attività politica”, come giura il capogruppo regionale Pd Luca Gaffuri, per altri la storia è più pesante.
Letteralmente: Carlo Spreafico, vicepresidente del consiglio (Pd), ha chiesto che gli venisse rimborsato pure un vasetto di Nutella (scatenando le ironie di chi lo immagina varcare il Pirellone con un barattolo gigante di crema alle nocciole, come in Bianca di Nanni Moretti).
Se il mese di gennaio non fa fare bella figura al partito oggi guidato da Guglielmo Epifani, quello di febbraio lo affossa proprio.
Nell’operazione contro la cosca Iamonte, che ha portato in carcere 65 tra capi e gregari, finisce in manette Gesualdo Costantino, sindaco di Melito Porto Salvo (Calabria), che — fascia tricolore addosso — concordava coi boss le sue mosse politiche. Gli inquirenti chiedono l’arresto anche del suo predecessore, Giuseppe Iaria (sempre Pd) ma il gip rigetta e l’ex sindaco è adesso indagato in stato di libertà .
Appendice scandalo Mps: Franco Ceccuzzi, ex parlamentare Pd ed ex sindaco di Siena, viene indagato nell’inchiesta sul fallimento del Pastificio Amato: l’accusa è di concorso in bancarotta. Si parla poi di un’indagine sulla spartizione delle poltrone tra Denis Verdini e lo stesso Ceccuzzi, sempre smentita da quest’ultimo.
L’8 marzo si celebra anche Maria Tindara Gullo, prima delle neodeputate Pd a essere indagata nel 2013 (per falso ideologico: il padre viene direttamente arrestato nella stessa inchiesta).
La settimana dopo finisce in prigione anche Alberto Tedesco, primo ex parlamentare (Pd, poi Gruppo Misto) arrestato nel nuovo anno.
Gli ultimi a venire iscritti nel registro degli indagati, ad aprile, sono gli ex consiglieri Pd Stefano Lepri e Mino Taricco e Vito De Filippo, presidente della Regione Basilicata, coinvolto nel-l’inchiesta sui costi della politica.
Rinviato a giudizio invece Stefano Bonaccini, segretario del partito emiliano, per turbata libertà degli incanti e abuso d’ufficio.
I democratici impresentabili per ora sono una ventina: ma il 2013 non è neanche a metà , e il Pd ha ancora molto da imparare dai suoi alleati di governo.
Beatrice Borromeo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
L’AGGRESSIVITA’ E’ LO SMOG DELL’ANIMA
Questa foto in bianco e nero ha già fatto il giro del mondo.
È stata scattata su qualche campetto delle Canarie e immortala un Alejandro di 5 anni mentre si erge a paciere tra arbitro e allenatore, con l’aria seria e scocciata che hanno i bambini quando incrociano l’ottusità dei grandi.
Avrete riconosciuto i due litiganti.
Sono gli ospiti dei talk show («Capra capra capra», «Lasciami parlare, io non ti ho interrotto»), gli assatanati che in strada si insultano per un parcheggio, i gladiatori da tastiera che al terzo messaggio si stanno già mandando reciprocamente a quel paese. L’aggressività è lo smog dell’anima e ovunque ci sia un conflitto futile la respiriamo.
In realtà l’uomo con la maglietta bianca sono io, appena qualcuno ha la sfrontatezza di rifiutarmi la patente di uomo più irresistibile del pianeta.
E il tizio in giacchetta nera è il mio alter ego interiore, al quale regalo energia ogni volta che mi arrabbio.
In mezzo a noi si staglia un bimbo offeso dalla nostra stupidità , che vuole vivere in pace e cerca di separarci.
Ma il bimbo sono sempre io, anche se l’ho dimenticato.
Perchè da adulto non diventi come quei due, quei due dovrebbero ricordarsi di essere stati come lui.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
argomento: Costume | Commenta »
Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
UN LIBRO TESTIMONIANZA CHE RIVELA ASPETTI INEDITI, INTERESSI E CARATTERI DEI PROTAGONISTI DELLA POLITICA ITALIANA
E’ un libro importante, quello scritto da Umberto Gentiloni Silveri sulla base dei Diari di
Carlo Azeglio Ciampi — 30 agende, dal 1992 al 2006 — e di molti incontri personali (Contro scettici e disfattisti. Gli anni di Ciampi 1992-2006,Laterza).
Scritto con equilibrio e misura, e intessuto di osservazioni che aiutano ad accostarsi alla nostra transizione incompiuta.
Quel che viene a prevalere nel lettore non è la ricerca della “rivelazione” ma semmai la consapevolezza — se non l’emozione — di un privilegio: poter avvicinare alla radice un percorso, poter comprendere cosa significhi essere servitore dello Stato.
Alle origini di questo percorso vi è naturalmente la frattura di Tangentopoli, con il precipitare di crisi morale, istituzionale ed economica.
Sulla gravità di quest’ultima Ciampi aveva insistito con forza da Governatore della Banca d’Italia: “il tempo s’è fatto breve” aveva detto nel 1991, alla vigilia della “grande slavina”.
Ed al suo precipitare, anche di fronte alle prime ipotesi di un coinvolgimento personale, segnala l’urgenza di un intervento deciso ma al tempo stesso il rischio di un governo dei tecnici.
Segnala cioè la contraddizione di una classe politica che per rinnovare il Paese ricorre a competenze non sottoposte al processo democratico.
Poi, nel 1993, quando diventa il primo Presidente del Consiglio non parlamentare punta sulla sinergia fra tecnici e politici.
E applica poi realmente nella formazione del governo l’articolo 92 della Costituzione, senza ingerenze di partiti o di possibili ministri (proposi a Monti, ricorda, un ministero economico, “lui mi risponde: “O al Tesoro o nulla”(…). A quel punto tronco il colloquio”).
Sarà “un vero e proprio mistero italiano” — parole di Ciampi — la caduta di quel governo: vi è poi il suo sostanziale appartarsi dopo l’avvento di Berlusconi e nel 1996 la nomina a Ministro del Tesoro nel primo governo Prodi.
Ciampi rievoca con efficacia l’impresa quasi impossibile dell’ingresso nell’euro, lo slancio di una stagione, e poi un quasi immediato rifluire: “un’impressione di lentezza, di assuefazione al declino”.
E l’affossamento del governo deciso da Rifondazione comunista: “un terribile calcolo ispirato da ragioni egoistiche e di parte”.
Ciampi poi accetta, pur fra resistenze e dubbi, di rimanere nel governo D’Alema: in nome dell’euro, per “mettere in sicurezza quel che avevamo fatto”.
E vi è infine la nomina — trasversale — a Presidente della Repubblica.
Dal più alto scranno fa i conti con lo smarrimento del Paese, con gli errori del centrosinistra (critica esplicitamente la sottovalutazione del conflitto di interessi e la modifica del Titolo V° della Costituzione), e con “l’anomalia Berlusconi”, dopo il suo trionfale tornar sulla scena.
La durezza dell’anomalia è illuminata qui di luce cruda.
Si consideri ad esempio la politica estera, con un “personalismo” berlusconiano che rischia di scardinare gli “elementi consolidati e per molti versi di garanzia” dei tradizionali canali diplomatici.
E con implicazioni gravi: in questo quadro, annota ancora Ciampi, “le istituzioni non contano, la Costituzione diventa da stella polare a intralcio che rallenta il corso delle cose”.
La ricaduta più traumatica si ha nella guerra contro l’Iraq: “lo ricordo come fosse ieri: l’Italia venne inserita dagli americani tra i paesi che sarebbero intervenuti con mezzi in assetto di guerra. Mi opposi apertamente (…) Furono momenti di scontri frontali (…) Mi resi conto che in Usa, grazie alla diplomazia personale di Berlusconi, era già stata venduta e presentata un’altra posizione”.
Si consideri infine il conflitto di interessi, limitandosi qui alla legge Gasparri e al suo rinvio alle Camere, che il premier considera — riferisce una nota di Gifuni — “una bomba (…). Berlusconi afferma che sarà guerra tra la Presidenza della Repubblica e la Presidenza del Consiglio (non mi vedrete più, non verrò più al Quirinale)”.
E ancora: “il Presidente Berlusconi (…) conferma di considerare il rinvio alle Camere della legge Gasparri come “atto di guerra” nei confronti del governo e in particolare del presidente del Consiglio, proprietario di Mediaset, impresa che ne sarà gravemente danneggiata. Il presidente Ciampi fa rilevare (…) che questa ultima affermazione rappresenta una conferma eclatante del conflitto di interessi esistente”.
Sono forse gli aspetti più rilevanti di una “guerriglia anticostituzionale” di Berlusconi costellata da mille altri episodi: ad esempio dalla sua minaccia di non controfirmare la nomina di tre giudici costituzionali (Saulle, Cassese e Tesauro) perchè non controbilancerebbero “un — da lui asserito — squilibrio politico a sinistra della Corte” (salvo poi offrire quella firma in cambio di una maggior “tolleranza” sulla legge elettorale: “mi indigno”, annota Ciampi).
Si compone anche così lo scenario che porta all’ultimissimo periodo, ed è difficile dissentire da Gentiloni Silveri: quell’intreccio di crisi economico- fiscale, morale e istituzionale che ha portato al crollo della prima Repubblica sembra ripresentarsi oggi. Certo, come allora il vincolo esterno può agire da “elemento virtuoso” ma implica responsabilità autonoma, cultura, classe dirigente: e qui il deficit è diventato ormai drammatico.
Guido Crainz
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
TRA I PARTITI PDL 27,6%, PD 24%, M5S 21,8%, SCELTA CIVICA 5,4%, SEL 4,9%, LEGA NORD 4,5% FRATELLI D’ITALIA 1,8%, UDC 1,7%, RIFONDAZIONE 1,6%
Primo dato significativo da cui partire: il crollo del Movimento Cinquestelle che dal 25,5% delle Politiche del 25 febbraio passa all’attuale 21,8%.
Secondo elemento: il Centro montiano perde un terzo del proprio elettorato, passamdo dal 10,6% delle Politiche a un misero 7,1%.
In totale il cedimento di questi due schieramenti è pari al 7,2% di consensi di cui evidentemente beneficiano altri schieramenti.
Il centrosinistra, pur squassato dalle vicende interne al Pd, aumenta dello 0,7% i consensi, passando dal 29,5% delle Politiche al 30,2%.
All’interno della coalizione il Pd perde l’1,4% ma Sel aumenta dell’1,7%
Il centro vede sostanzialmente fermo l’Udc all’1,7%, ma crolla Scelta Civica che scende dall’8,8% al 5,4%, compromettendo il raggiungimento della soglia del 10%.
Veniamo al Centrodestra che guadagna il 6,7% rispetto alle elezioni di febbraio: la parte del leone la fa il Pdl che passa dal 21,6% al 27,6%
Gli alleati vedono un + 0,4% della Lega, un – 0,2% di Fratelli d’ Italia e un + 0,6% de La Destra.
Tramontato il cartello Rivoluzione civile di Ingroia ( 2,3% alle Politiche), ritorna da sola Rifondazione con l’ 1,6% e rispunta l’Idv all’1,1%.
Quel 7,2% perso da grillini e montiani pare quindi abbia visto beneficiario il Centrodestra (+6,7%) e il Centrosinistra (+0.7%).
Questa la fotografia che emerge dal sondaggio di Swg di oggi.
argomento: elezioni | Commenta »
Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
STORACE PER AFFIGGERE I MANIFESTI DEL “QUOZIENTE ITALIA” SI DEVE AFFIDARE AGLI IMMIGRATI… CHE ABBIA CARENZA DI MILITANTI? NON SI DISPERI, TRA POCO POTRA’ CONTARE SULL’AIUTO DI MENIA
Roma, zona stazione Termini. 
La campagna elettorale per la corsa al Campidoglio offre spunti di riflessione: giovani immigrati che attaccano i manifesti de La Destra di Storace a sostegno di Gianni Alemanno (Pdl), sui quali campeggia in bella vista lo slogan: ‘Roma s’è Destra. Quoziente Italia. Asili nido e servizi sociali agli italiani’.
Chissà se Storace e Alemanno sanno che la loro campagna elettorale è resa possibile, dall’alba alla notte, dalle persone contro le quali si scagliano per farsi eleggere.
La domanda che si pone “il Fatto Quotidiano” (che ha realizzato il video da cui abbiamo tratto la foto che pubblichiamo) è solo retorica: lo sanno, lo sanno…
Una volta le affissioni venivano effettuate dai militanti, ma, in mancanza di questi, ci si affida agli immigrati tanto disprezzati…
Che esempio di coerenza…
Sarebbe interessante sapere se l’agenzia cui si sono affidati ha messo in regola questi attacchini o meno: basterebbe che il comune di Roma, guidato da Alemanno, mandasse in giro qualche vigile per gli opportuni controlli.
Sarebbe il colmo che le due “anime sociali che più sociali non si può” della destra italiana fossero inconsapevoli mandanti di sfruttamento del lavoro nero.
Certo, una volta il problema non si sarebbe posto, perchè a destra i manifesti li affiggevano i militanti.
Forse non ci saranno più, forse i copiosi rimborsi elettorali hanno indotto a meno sacrifici personali, forse gli immigrati li attaccano meglio, chissà …
Ma appena andrà in porto la riunificazione della destra italiana, Storace può stare tranquillo: per le affissioni potrà contare almeno sull’aiuto di Menia.
Dal manifesto di Bastia Umbra a quelli della stazione Termini il passo per qualcuno è breve.
argomento: La Destra, Storace | Commenta »
Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
IN ITALIA UN SISTEMA DI ACCOGLIENZA INEFFICIENTE CHE NEGA OGNI FORMA DI INSERIMENTO E DI CURE
Prima di iniziare la sua alba da omicida, Adam Kabobo, il 31enne ghanese che ha ucciso a picconate Alessandro Carolè, Daniele Carella ed Ermanno Masini, aveva dormito nei ruderi di villa Trotti, nel quartiere Niguarda di Milano.
Come lui, decine di migliaia di richiedenti asilo si incontrano ogni notte nei tunnel ferroviari, nei palazzi abbandonati, nei meandri delle stazioni, nelle baraccopoli ai margini della campagna pugliese o calabrese.
Sono i reietti di un sistema d’accoglienza per pochi, e di una burocrazia inefficiente e costosa che trascina per anni le loro pratiche fra uffici e tribunali con il risultato di lasciarli in un limbo: non respinti, non accolti, dimenticati.
Sono tutte persone che nel loro Paese potrebbero essere perseguitate o maltrattate per motivi di razza, religione, per le loro idee politiche.
Per questo si appellano alla legge per avere protezione.
Nel 2012 le domande presentate in Italia sono state poco più di 15 mila.
Poche, in confronto alla Germania (77.500), alla Francia (60.600) o alla Svezia (43.900). Anche in Belgio i richiedenti asilo sono stati quasi il doppio che da noi.
Con la differenza che lì le risposte arrivano normalmente in tre mesi, mentre qui si possono aspettare anche un anno e mezzo.
«Il rispetto di queste richieste è un diritto che abbiamo il dovere di garantire», ricorda Luca Pacini, responsabile welfare, scuola e immigrazione dell’Associazione nazionale dei comuni italiani: «Ce lo chiedono tutti gli organismi internazionali. E in attesa della sentenza è necessario che queste persone stiano in Italia, è una questione di sicurezza».
In attesa di avere un documento però le loro esistenze restano ai bordi della società , e diventano spesso dei drammi dell’emarginazione, soprattutto in un periodo di crisi economica come questo: non c’è lavoro nei cantieri, nei campi, nei magazzini. Non c’è speranza.
Non ne aveva Dek, il ragazzo somalo di 28 anni morto lo scorso 27 gennaio in un incendio nel sottopassaggio di Corso Italia a Roma, a due passi dalla centralissima via Veneto.
La lista d’attesa per i dormitori, nella capitale, è di sei mesi, e Dek, scappato dalle guerre somale, non aveva altra scelta che quella galleria in cui è morto.
Era convinto di non avere un futuro anche l’uomo eritreo di 32 anni che si è tolto la vita a marzo, a Crotone.
Scappato dalla dittatura, in Italia è finito nel campo profughi di Sant’Anna, uno dei centri di accoglienza più contestati dalle organizzazioni umanitarie, dove sono numerose le rivolte e gli episodi di autolesionismo.
E’ rimasto lì per mesi, senza corsi di formazione o contatti con l’esterno.
Poi, finalmente, la sua domanda di protezione è stata accolta, e con lo status di rifugiato è potuto uscire dal campo profughi, per iniziare la sua vita nel nostro Paese.
Ma una volta fuori non sapeva dove andare, senza soldi, amicizie, lavoro. L’unico rifugio che ha trovato è stata una baraccopoli ad Isola Capo Rizzuto, poco lontano dal centro di Sant’Anna.
Dove si è impiccato.
Anche se sono rifugiati, protetti da leggi internazionali che danno loro diritto ad una vita degna nel nostro Paese, in migliaia finiscono così a vivere fra le rovine.
A Milano decine di eritrei si nascondono ogni notte nello scalo ferroviario di Porta Romana, buttati in un tunnel. In Campania «dormono nei palazzi fatiscenti sul Litorale Domizio», racconta Maria Teresa Terreri, responsabile del servizio regionale di mediazione culturale: «E nelle baraccopoli della piana di Eboli.
Vivono alla giornata.
Come i ragazzi africani che si incontrano di mattina sulla “strada degli americani”, a Nord di Napoli, in attesa di un caporale che li faccia lavorare nei campi».
Ma nel sistema distorto dell’accoglienza italiana ciò che manca a chi richiede asilo non sono solo i posti letto.
Manca soprattutto il resto: l’assistenza legale, sanitaria, psicologica, i percorsi formativi dedicati anche a chi vive per strada, come Kabobo.
«Abbiamo un vuoto enorme di risorse», lamenta Pierfrancesco Majorino, assessore alle politiche sociali di Milano: «Non basta garantire un tetto. Queste persone sono spesso molto fragili. Hanno bisogno di servizi dedicati, di assistenza. Ma non ci sono soldi per garantirla».
Chi arriva in Italia e chiede asilo infatti ha subito spesso violenze e torture, che dovrebbero dar loro diritto a una cura, oltre che all’accoglienza: «Ne incontriamo a centinaia che non parlano», racconta Berardino Guarino, direttore del Centro Astalli di Roma: «Che non sanno dove sono. Fissano il vuoto. Eppure vengono abbandonati in balia di sè stessi».
Per paura di essere denunciati, non si rivolgono nemmeno ai servizi che esistono sul territorio. «Noi abbiamo aperto apposta uno sportello nei locali per le docce pubbliche», racconta Peppe Monetti della Casa della Carità di Milano: «Lì ogni anno passano 30 mila persone, e di richiedenti asilo ne incontriamo parecchi. Garantiamo assistenza medica e psicologica, grazie a dei volontari».
Un aiuto che Kabobo, che ha dichiarato di sentire le voci, non ha mai incontrato. Come non ha mai conosciuto nessuno che gli insegnasse la lingua, tanto che nonostante fosse qui da 12 anni ha avuto bisogno, in questura, di un interprete dal suo dialetto ghanese.
Come lui non parlano ancora italiano molti dei profughi scappati dalle rivolte del Nord Africa e sbarcati in Italia dal febbraio del 2011, per i quali la protezione civile ha speso un miliardo e trecento milioni di euro, finiti in un’accoglienza scandalosa, fra case vacanza in alta montagna e alberghi vuoti, come l’Espresso ha denunciato mesi fa. Quando l’emergenza è finita, il 28 febbraio scorso, in decine di migliaia si sono ritrovati per strada, con in tasca una buonuscita da 500 euro e alle spalle due anni di ozio, durante i quali in pochi hanno avuto l’occasione di inserirsi, imparare qualcosa, mentre i più sono rimasti parcheggiati senza nulla da fare.
Abbandonati dallo Stato, alcuni si sono organizzati a modo loro.
A Torino 450 migranti hanno occupato tre palazzi costruiti per le Olimpiadi del 2006 e poi abbandonati, dove vivono da mesi senza gas, ma con luce, acqua e l’aiuto dei volontari: «Pochi di loro hanno un lavoro», racconta Cristina Molfetta, presidente del coordinamento “Non solo asilo” di Torino: «Ma insieme si sentono protetti. Per questo non entrano in conflitto col Comune, che del resto fa finta di non vedere quello che succede».
Andrà tutto bene, però, fino alla fine del 2013, ovvero fino a quando sarà valido il permesso umanitario che l’ex ministro Anna Maria Cancellieri ha garantito a tutti i profughi dal Nord Africa.
Dopo, rischieranno di rimanere anche loro intrappolati nella burocrazia, respinti, accolti, o semplicemente dimenticati.
Michele Sasso e Francesca Sironi
argomento: Immigrazione | Commenta »
Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
CHI PREDICA BENE E RAZZOLA MALE: DA VERONA A TREVISO, DA FROSINONE A BRESCIA, HANNO ALZATO LE ALIQUOTE SIA PER LA PRIMA CASA CHE PER I CAPANNONI
Predicano bene, razzolano male. Silvio Berlusconi ha posto il diktat sull’Imu: o viene
cancellata oppure il Pdl toglie la fiducia al governo di Enrico Letta.
Ma la realtà è assai diversa, poichè anche i sindaci del Pdl e della Lega si sono sbizzarriti ad aumentare la tassazione sulla prima casa.
O almeno stanno cercando di farlo, se il governo non sospenderà la rata di giugno.
Aumenti previsti anche sui capannoni artigiani e industriale: uno schiaffo in faccia agli imprenditori e a chi combatte giornalmente contro la crisi.
I più “coerenti” sono tuttavia i leghisti.
Solo pochi giorni fa Roberto Maroni ha esortato a togliere l’Imu su tutto.
”E’ chiaro che l’Imu deve essere cancellata e non solo sulla prima casa. Sono d’accordo con Berlusconi”, ha dichiarato.
Ed è proprio l’uomo di fiducia di Maroni, il sindaco di Verona Flavio Tosi, che ha proposto al consiglio comunale, che ha approvato, l’aumento dell’Imu sulla prima casa per il 2013, dal 4 al 5 per mille.
Ha fatto anche di più, lasciando invariata la tassa sulla seconda casa al 7,6 per cento, tra le più basse in Italia.
Infatti, fra i comuni capoluogo di provincia la media dell’Imu si aggira sul 10 per mille.
E’ sempre a Verona si registra la massima fedeltà dei pidiellini a Berlusconi, dove i transfughi del Pdl ma pur sempre iscritti al partito, hanno votato in massa il provvedimento del sindaco.
Il sindaco Tosi si è affrettato a dire che e «necessario per consentire il pareggio del bilancio. Questo provvedimento si è reso quindi necessario per mantenere invariati i servizi erogati dal Comune», ha aggiunto.
Ma non ha toccato la seconda casa, come invece hanno fatto molti altri sindaci, eppure la percentuale è tra le più basse se non la più bassa d’Italia fra i centri maggiori.
E si è così giustificato: «Andare a colpire le seconde case, ci sembrava infatti una scelta devastante, date le aliquote attuali che sono già dei salassi».
Spostandoci da Verona a Treviso, sindaco Giampaolo Gobbo, sempre leghista, ha fatto aumentare l’Imu sui capannoni dall’8,30 all’8,70.
Proprio lì, in una delle aree di maggiore concentrazione di attività produttive e capannoni, dove s’aggira lo spettro della crisi e dei suicidi di imprenditori.
A un soffio da Mestre, sede della Cgia, l’associazione artigiani e piccole imprese, che ha calcolato un aumento medio nazionale della tassa sui capannoni del 35 per cento, con punto fino al 51, con un vero e proprio salasso a Brescia, città governata dal sindaco Adriano Paroli, Pdl.
Se dal Nord si scende al Centro Italia la musica non cambia e l’incoerenza del Pdl è sempre la stessa.
A Frosinone, il sindaco di Centrodestra Nicolo Ottaviani, in carica da appena un anno, ha fatto fare un balzo alla tassazione sulla prima casa di due punti, dal 4 al 6 per mille.
Anche le parole del ministro allo sviluppo economico del Pd cadono nel vuoto riguardo all’Imu sui capannoni: «E’ giusto che non si paghi perchè sarebbe come farla pagare su un tornio».
Ma è anche al Sud, dove la poca industria arranca, che la tassazione è notevolmente aumentata. Nella terra dell’Ilva e, a Taranto, il sindaco di Centrosinistra, Ippazio Stefà no, ha fatto fare alla tassa un balzo all’insù.
Così hanno fatto i sindaci del Pd di Asti, Benevento, La Spezia e pure il sindaco di Cuneo.
Paolo Tessadri
argomento: LegaNord, PdL | Commenta »