Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
HA PATTEGGIATO LA PENA: SI SAREBBE APPROPRIATO DEI CONTRIBUTI DEL GRUPPO PER CIRCA UN MILIONE DI EURO
L’ex tesoriere della Lega Nord al Senato Piergiorgio Stiffoni è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione, previo patteggiamento, dal gup di Roma Cinzia Parasporo in relazione alla gestione dei fondi del Carroccio.
All’ex parlamentare sono state riconosciute le attenuanti per aver riconsegnato le somme a lui affidate.
Stiffoni era accusato di peculato in relazione alla gestione tra il 2008 e il 2009, nella veste di segretario amministrativo della Lega a Palazzo Madama, dei contributi erogati al gruppo per circa 955mila euro.
La pena di due anni e sei mesi di reclusione era stata concordata dai difensori dell’ex tesoriere, Agostino D’Antuoni e Francesca Pellò, con il pubblico ministero Roberto Felici.
“L’ammissione di responsabilità del senatore Stiffoni — hanno dichiarato durante l’udienza i due avvocati — attiene unicamente alle modalità di gestione delle somme della tesoreria del gruppo parlamentare. Il Senatore non si è appropriato di alcuna somma, ma ha replicato un metodo di amministrazione sulla base delle precedenti gestioni amministrative delle altre legislature”.
“Nel corso dell’interrogatorio reso al pm — hanno aggiunto — Stiffoni ha fornito importanti elementi sull’uso del denaro pubblico che integrano precise fattispecie di reato a carico di altri parlamentari. Confidiamo nell’azione di indagine della magistratura perchè possano emergere tutte le responsabilità ”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
SI RITORNA ANCHE SULLA RESPONSABILITA’ DELLE TOGHE
Il Pdl riparte dal disegno di legge Alfano sulle intercettazioni. 
Lo fa alla Camera dove il capogruppo in commissione Giustizia, Enrico Costa lo propone come punto di partenza del dibattito. “E’ un disegno significativo del nostro Governo”, risponde, interpellato, il parlamentare che annuncia: “Presenterò anche un ddl sulla responsabilità civile dei magistrati”.
Costa pensa anche anche al disegno di legge sulla messa alla prova ed è “partito dal presupposto di proporre come base di discussione testi già approvati almeno da un ramo del Parlamento”.
A questi, infatti, l’articolo 107 del regolamento consente una sorta di “corsia privilegiata” per la calendarizzazione.
Tutto questo accade pochi giorni dopo la requisitoria del procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini nel processo Ruby in cui il magistrato ha chiesto 6 anni di reclusione per Silvio Berlusconi.
La notizia, per giunta, arriva in una giornata già carica di tensione per il settore della giustizia.
Da una parte il documento del plenum del Csm che chiede al ministro della Giustizia di intervenire per far sentire il sostegno alla magistratura dopo gli attacchi degli ultimi giorni.
Dall’altra anche la famiglia Berlusconi che torna a far sentire tramite un’intervista rilasciata a Panorama da Marina, primogenita del leader del Pdl. Il processo Ruby “è una farsa che non doveva neppure cominciare” dice.
La prima reazione è quella del Partito Democratico: “Il tema delle intercettazioni non è certamente una priorità nell’ambito delle importanti riforme che attendono i cittadini per l’efficienza della Giustizia — dice Anna Rossomando — Gli orientamenti del Pd sono noti: riteniamo che si tratti di uno strumento investigativo fondamentale con la doverosa tutela della riservatezza delle persone”.
“La riproposizione da parte del Pdl del testo già proposto nella passata legislatura — osserva infine l’esponente democratica — rischia di far fare un grave passo indietro al confronto politico”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
NITTO PALMA: “I CITTADINI NON POSSONO VEDERE LA LORO CASA ANDARE GIU'”, MA QUANDO SALE SU, LUI NON LA VEDE… OGNI ANNO 6.000 IMMOBILI ABUSIVI, CIRCA 170.000 QUELLI CENSITI
Abusiva era abusiva, una villetta costruita senza uno straccio di licenza edilizia, ma il boss che l’aveva tirata su ad Afragola l’aveva dotata di un modernissimo impianto fotovoltaico.
Abusivo sì, ma ecologico.
La scoperta è di ieri, ed è l’ultima in quel Vietnam che è la lotta all’abusivismo edilizio in Campania.
I dati sono impressionanti. 129mila case illegali, 6mila ogni anno, 500 al mese, 16 al giorno, una industria che non risente di spread e crisi e che per rilanciarsi aspetta una sola parola d’ordine: sanatoria.
È questa la linea Maginot del Pdl: riaprire i termini del condono edilizio del 2003 per aggirare una legge regionale del 2004 (giunta Bassolino) che riteneva insanabili gli immobili edificati senza licenze e in aree vincolate.
Perchè in Campania si è costruito dovunque, nella città di Napoli, dove il simbolo dell’abusivismo è un intero quartiere, Pianura, sulle coste (dal Cilento alla Penisola Sorrentino) e finanche nella “zona rossa” vesuviana, quella a più alto rischio eruzione. Secondo l’Agenzia del territorio nel 2012 in Campania sono state censite 2222 case abusive ogni 100mila abitanti, migliaia di famiglie e di voti.
Basta promettere il colpo di spugna ed è fatta.
Silvio Berlusconi ha vinto così le elezioni politiche in Campania, una delle regioni chiave per impedire la vittoria del centrosinistra anche al Senato.
Bastava essere alla chiusura della campagna elettorale a Napoli nel catino della Fiera, piena zeppa di abusivi, tutti di necessità , ovviamente, con i loro cartelli “Sì alla casa”, “No alle demolizioni”, per capire.
I gerarchi del Pdl, Nitto Palma, Gigino Cesaro, Alessandra Mussolini e Carlo Sarro, promisero sanatorie e riaperture di termini, e gli abusivi votarono compatti per il Cavaliere.
Ora il Pdl si appresta a pagare la ricca cambiale.
Francesco Nitto Palma nella sua prima intervista da presidente della Commissione giustizia del Senato, lo ha giurato: “Presenteremo subito una iniziativa di legge per tutelare gli interessi dei cittadini campani che non possono vedere andar giù la loro casa”. Un disegno di legge è già pronto.
“Il condono — dice Arturo Scotto, deputato napoletano di Sel — è l’autobiografia del Pdl in Campania, qui alle scorse elezioni, in due settimane, Berlusconi è riuscito a recuperare migliaia di voti concedendo quella che è una vera e propria licenza di uccidere il territorio.
Ora vogliono riaprire i termini del condono, una iattura, con il Pd che sembra essere dentro un incantesimo e vuole trasformare i rospi (Alfano, Cesaro, Nitto Palma) in fatine”.
“L’abusivismo in Campania — è la reazione di Michele Buonomo, presidente di Legambiente — ha creato situazioni di non ritorno, le case illegali sono migliaia, quelle costruite per necessità una piccolissima percentuale. Si vada a vedere piuttosto chi c’è dietro l’urbanistica totalmente abusiva”.
La camorra, parlano i dati.
L’81% dei comuni sciolti per mafia in Campania negli ultimi vent’anni è stato commissariato anche per gli abusi edilizi e per il mattone illegale. In provincia di Napoli sono l’83%, il 77 in quella di Caserta. Napoli città ha anche un record, Pianura, 58mila abitanti e 70mila domande di sanatoria, il quartiere con il più alto indice di abusivismo d’Italia.
Debole e malamente attrezzato l’esercito che combatte mattone selvaggio.
Nell’ufficio condoni del Comune di Napoli si sono accumulate 110mila pratiche di sanatoria, quando verranno evase è un mistero.
Sta di fatto che nel corso degli ultimi trent’anni è bastato il solo annuncio di un provvedimento di condono perchè case e villette abusive spuntassero come funghi.
La prima sanatoria, quella del 1985 varata dal governo Craxi, che metteva in regola gli abusi fino al 1983, in soli due anni provocò l’edificazione di 230mila vani abusivi. “Ecco perchè — sostiene il presidente di Legambente Campania — questa nuova offensiva sulla sanatoria è pericolosissima”.
Difficile sanzionare gli abusivi, al limite dell’impossibile abbattere le case costruite in zone vincolate, molti Comuni preferiscono chiudere un occhio.
“I procuratori della Repubblica denunciano che a fronte del dilagare del fenomeno — che, assieme alla devastazione del territorio, afferma la presenza di una illegalità così diffusa tanto da non essere più percepita come tale — si registrano gravissime inerzie degli amministratori locali che non procedono alla demolizione dei manufatti abusivi, consentendo, di fatto la prosecuzione del godimento da parte dell’occupante”, ha denunciato nella sua ultima relazione il procuratore della Corte dei conti della Campania, Tommaso Cottone.
Insomma, chi costruisce abusivamente non solo ha altissime probabilità di farla franca, ma ci guadagna pure.
Perchè sulle “case fantasma” l ‘Imu è stata cancellata all’origine.
I magistrati contabili hanno fatto delle simulazioni contabili arrivando a scoprire che se le 170mila case illegali già censite dall’Agenzia del territorio della Campania pagassero tutte le imposte, porterebbero nelle casse di comuni oltre 120 milioni di Imu e 53 milioni per il recupero dell’Ici non pagata.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
NEL 2009 LA BANCA FA GIRARE 100 MILIONI DI EURO SU UN CONTO CORRENTE ROMANO PER EVITARE MULTE DOPO LA FUSIONE CON ANTONVENETA
Non ci sono solo gli ormai celebri derivati Alexandria e Santorini. 
Per la Procura della Repubblica di Siena il Monte dei Paschi è una miniera inesauribile di storie ai confini della realtà .
Tutte, a quanto pare, derivanti dalla sventurata acquisizione della Banca Antonveneta, con cui nell’autunno del 2007 l’allora presidente Giuseppe Mussari segnò di fatto l’inizio della fine della sua carriera di manager e, forse, della stessa banca senese.
Tutte imbarazzanti per le autorità di vigilanza, Bankitalia, Antitrust e Consob: se nel gennaio scorso qualcuno ha accusato soprattutto gli uomini dell’allora governatore Mario Draghi di essere stati quantomeno distratti, adesso appare evidente che il Montepaschi è riuscito con una certa facilità ad aggirare i controlli e a trarre in inganno gli ispettori di palazzo Koch.
I pronti contro termine
Dalle carte dei pm senesi (Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso) risulta che tra novembre e dicembre 2009 i vertici del Montepaschi organizzarono un complesso movimento di denaro dei clienti da una città all’altra, all’apparente scopo di trarre in inganno la Banca d’Italia e l’autorità Antitrust.
La storia va ricostruita perchè finora lo scandalo senese ci ha raccontato manovre spericolate e, secondo la procura senese, illecite per occultare le difficoltà della banca.
In questo caso, invece, pare di assistere a una gratuita e disinvolta furbata per ingannare Banca d’Italia e Antitrust.
La vicenda è sul tavolo dei magistrati senesi.
Il 27 novembre 2009 il direttore amministrativo del Monte, Attilio Di Cunto, telefona a Lorenzo Biscardi, alto dirigente della FondazioneMps, azionistadicontrollodellabanca. Dice Di Cunto: “Bisognerebbe far aprire alla filiale del Monte a Roma un conto corrente intestato alla Fondazione nella quale far trasferire cento milioni di nostri Pct [pronti contro termine, ndr] che al momento abbiamo sulla filiale di Siena, invece di farli sulla filiale di Siena si trasferiscono cento milioni sulla filiale di Roma, questo gli serve perchè ai livelli Antitrust per voler far le statistiche… ”.
Biscardi sembra già informato della cosa, e spiega: “Marco ci ha chiesto codesta… come ti posso dire codesta… ci ha posto la domanda: se e che quando potevamo trasferire su un conto corrente a Roma o a Milano per i motivi dell’Antitrust e quant’altro, perchè non si può avere piu del 58% e via andare…”.
La quota di mercato
Spiegazione del dialogo. Quando Montepaschi acquista l’Antonveneta, l’Antitrust autorizza l’operazione (potenzialmente dannosa per la concorrenza) in cambio di precisi impegni del Monte dei Paschi a ridurre il proprio dominio sul mercato soprattutto toscano.
Saranno venduti numerosi sportelli nella regione e, in particolare, la banca si impegna a ridurre la propria quota di mercato nella provincia di Siena dal 65-70 per cento dei depositi al 58 per cento.
Gli ispettori della Banca d’Italia, per conto dell’Antitrust, devono rilevare a fine 2009 se davvero il Montepaschi sia sceso sotto il 58 per cento della raccolta nella provincia.
Il Marco che, come dice Biscardi, “ci ha chiesto codesta… ”, è presumibilmente il suo capo, Marco Parlangeli, allora direttore generale della Fondazione Mps, ma anche consigliere d’amministrazione di Mediobanca e del fondo pubblico F2i.
Dunque il Montepaschi deve superare l’esame Antitrust e chiede a un cliente fidato come la Fondazione (padrona della banca) di spostare i suoi soldi da Siena a Roma, per far risultare più bassi i depositi a Siena. Si noti che la controllata ordina e la controllante e cliente esegue.
Biscardi solleva un problema, a lui quei 100 milioni servono a Siena. Dice: “Se ce li vuoi tenere i cento milioni da qui al sedici di dicembre va bene, però poi vanno riportati”.
Di Cunto replica pronto: “Loro la rilevazione la fanno al sette di dicembre”. Biscardi si rischiara: “Ah… allora va bene, si può fare… ”. Di Cunto ribadisce: “La rilevazione la fanno il 7 di dicembre… quindi… l’importante è che il 7 di dicembre figurino cento milioni la sopra”.
I magistrati intercettano questa telefonata a fine novembre, e accertano che in effetti la Fondazione ha aperto in tutta fretta, nel giro di tre giorni, il conto a Roma.
Interrogano qualche mese dopo Roberto Bianchini, vicedirettore della filiale di Siena del Montepaschi, che così testimonia: “La richiesta specifica fu quella di azzerare il c/c di Siena riversando il saldo intero sul conto appena aperto a Roma (…). Non so dirle il motivo di tale operazione e perchè ci fosse tale fretta potrei solo fare supposizione e non mi pare quindi opportuno riferire opinioni personali”.
Poi aggiunge: “Per quel che ricordo analoga operazione è stata compiuta su una società del gruppo che si occupa di partecipazioni con sede a Siena mi pare sia la Mps Capital Service ma non ne sono sicuro; in quel caso ricordo che fu attivato un c/c su Milano ove tra l’altro la società ` in questione già operava da tempo in titoli parte dei quali depositati gia` a Milano… ”
La rilevazione di Bankitalia
Il 7 dicembre dunque la Banca d’Italia rileva i dati, e può comunicare all’Antitrust che il Monte dei Paschi è effettivamente nei limiti imposti.
I magistrati a quel punto si chiedono se non ci sia qualcosa di strano in quel tramestio di conti correnti su e giù per l’Italia “per voler far le statistiche”.
E chiedono ragguagli alla stessa Banca d’Italia, specificando che quei movimenti erano sicuramente da mettere in relazione con la necessità di Mps di adempiere entro il termine del 30 novembre 2009 (poi prorogato al 31 maggio successivo) all’obbligo di ridurre la quota di mercato dei depositi detenuta nella provincia di Siena.
La Banca d’Italia risponde che tutto sembra regolare, ma facendo riferimento solo ai movimenti dei soldi da una città all’altra, di per sè normali.
A quanto pare i magistrati non avrebbero informato gli ispettori di palazzo Koch e l’Antitrust delle intercettazioni agli atti, che, all’apparenza, darebbero alle stesse operazioni la luce particolare dell’ostacolo doloso alla vigilanza.
Forse un reato, sicuramente un’altra pagina quanto meno di dubbia eleganza nella ormai sgarrupatissima storia del Monte dei Paschi.
Giorgio Meletti e Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
“L’ECCEDENZA” DELLA DIARIA VERRA’ RESTITUITA, MA NELLA “NOTA RIMBORSI” OGNUNO METTERA’ QUELLO CHE GLI PARE… COSI’ SI SALVA LA FACCIA DEI “DURI E PURI”, MA NELLA SOSTANZA CHI VUOLE SE LA TERRA’ TUTTA
Notte fonda, si sbaracca. Fine della riunione fiume sui soldi.
Da uno degli ultimi banchi del mini emiciclo sotterraneo il deputato Cinque Stelle Adriano Zaccagnini spara le ultime stanche bordate.
L’eccedenza della diaria sarà restituita (in teoria), ma ciascuno avrà diritto di mettere nei rimborsi più o meno quello che gli pare.
Se qualcuno si troverà in difficoltà sarà aiutato. Con una colletta? «Sì, se fosse necessario».
Qual è il confine tra la solidarietà e l’umiliazione? Difficile che finisca qui. Zaccagnini, che molti dei suoi colleghi considerano ormai un eretico sulla via dell’espulsione, riprende la parola.
«Siamo in una situazione bruttissima, in cui si è incrinato il rapporto di fiducia. Continuo a lavorare, ma mi sento a disagio». La pausa per respirare è fatale. «Per i soldi», gli grida il furibondo senatore Airola. Brusio.
Commenti acidi. Zaccagnini li ignora.
«Le dinamiche oramai sono da KGB», sbotta mettendo l’epigrafe su un dibattito ormai sgangherato.
Ma come si è arrivati a questo punto?
La seduta inizia alle sette.
Vito Crimi si prende il centro del tavolo dei relatori. Alle 22, con modi morbidi, mette i colleghi riottosi (poco meno della metà , ma la conta è difficile visto che un’ottantina se ne sono già andati a casa) con le spalle al muro.
«Ho solo una domanda da fare: c’è qualcuno che intende non restituire l’eccedente della diaria?». Caos. «Mi basta un sì o un no. Se non c’è nessuno non votiamo neanche. Ognuno poi si prenderà la responsabilità di ciò che rendiconta».
Il deputato Alessio Tacconi, eletto in Svizzera, è il primo a replicare.
Spiega che la domanda è posta male. «Parlate di casi speciali da aiutare. Ma quali sarebbero?».
Non gli piace il metodo. Fiuta la trappola. E gli sembra che Crimi abbia un irricevibile modo da ambasciatore presso la Santa Sede.
Qualcuno vale più degli altri?
L’avvocato toscano Alfonso Bonafede si schiera con i fedelissimi di Grillo. «Io restituisco tutto, anche se c’è da valutare l’aspetto delle spese indirette familiari. Piuttosto mi amareggia che il gruppo in questa storia sia stato molto poco coeso. Specie davanti a Beppe. Voglio ringraziare Fico, Crimi e Di Battista per avere detto all’esterno che il gruppo era unito».
Sguardi torvi. Ma nessuno ha il coraggio di rompere davvero.
Il deputato friulano Walter Rizzetto spiega perchè. «Io rendo tutto. Tra l’altro mi sembra difficile votare dopo gli interventi di Crimi in tv e i post minacciosi che ho visto sul blog di Grillo. Ma una cosa la chiedo: basta con le minacce, basta con parole come black list, basta con i pezzi di merda e con i traditori».
Rispetto. Pretende di non essere trattato come un pezzente.
La stessa linea del senatore Battista che si chiederà – domanda interessante – «perchè sia la Casaleggio&Associati a indirizzare il Movimento».
O del deputato Furnari e della deputata sarda Paola Pinna, che parla di una situazione orwelliana. «La manipolazione della verità sembra quella di 1984. Avevamo firmato dei patti diversi. Ma qui il problema non sono i soldi. L’idea che ci si debba confessare per spiegare i propri problemi è una violazione della privacy e della dignità umana».
Anche lei attacca Crimi. Gli chiede conto della sua apparizione dall’Annunziata. «Con chi è stata concordata?».
La distanza tra le posizioni è apparentemente incolmabile, anche se la formula finale sulla diaria sembra chiudere la partita senza danni collaterali.
Il Movimento cerca una compattezza che oggi non ha.
Anche la leadership di Grillo non è forte come prima.
«Ma forse l’obiettivo di qualcuno è proprio cacciare venti di noi», insinua la Pinna. Fine dello show.
Finta armonia da regalare all’esterno.
I deputati si allontanano disperatamente alla ricerca del balsamo del sonno.
Andrea Malaguti
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
ESTESA L’ASSISTENZA SANITARIA INTEGRATIVA ANCHE AI CONVIVENTI MORE UXORIO DELLO STESSO SESSO: MA SOLO AI DEPUTATI
I deputati italiani hanno diritto ad estendere l’assistenza sanitaria integrativa anche ai
conviventi more uxorio dello stesso sesso.
I cittadini italiani, invece, no.
Sembra la versione gay della Fattoria degli animali di George Orwell, dove tutti gli animali sono uguali ma alcuni, quelli al potere, sono più uguali degli altri.
Ma è solo il Parlamento italiano dove, ancora una volta, rischia di approfondirsi la distanza tra il Paese legale, le istituzioni, e il Paese reale, le persone comuni.
Su un tema già delicato e divisivo in sè
Ieri l’ufficio di presidenza della Camera di Laura Boldrini ha accolto la richiesta del democratico Ivan Scalfarotto, omosessuale dichiarato.
Favorevoli Pd, Pdl e Sel, astenuti Movimento 5 Stelle e Scelta civica; contrari Lega e Fratelli d’Italia.
Scalfarotto – che è riuscito dove l’ex parlamentare pd Paola Concia aveva fallito – è convinto di aver fatto adottare per la Camera «un principio di civiltà che vale per tutte le casse sanitarie aziendali» e si augura che «l’equiparazione» sessuale venga estesa anche fuori.
Peccato che il Parlamento non sia un’azienda, ma un organo di rappresentanza che, in caso di mancata approvazione di una legge che sancisca questo diritto erga omnes, tradirebbe la propria missione; perchè farebbe godere alla classe politica un diritto negato ai rappresentati.
Hanno infatti parlato di «privilegio» di «casta» anche quanti hanno applaudito, da Nichi Vendola (Sel) a Imma Battaglia (Gay Project); oltre, ovviamente, a chi ha votato contro, come la Lega e Fdi, o si è astenuto, come l’M5S, che ha ricordato la propria proposta di legge al Senato sui matrimoni gay.
In questa confusa (e un po’ sospetta) corsa in avanti, persino Carlo Giovanardi (senatore Pdl) ha ricordato una sua proposta di legge (che però esclude il more uxorio).
Ora tocca al Parlamento dimostrare che non si è trattato di un ipocrita gay pride di Palazzo.
Luca Mastrantonio
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
INCONTRA LETTA PER PREPARARE UNA MISSIONE IN CINA
È tornato a palazzo Chigi e stavolta ci è rientrato a piedi.
Cinque anni dopo il suo addio alla politica, Romano Prodi è tornato nel palazzo del governo per fare quattro chiacchiere col suo amico Enrico Letta, che l’ultima volta gli aveva fatto da sottosegretario alla Presidenza.
Il Professore è entrato da quello stesso portone dal quale era uscito, con un magone indimenticabile.
Era l’8 maggio del 2008 e – dopo le elezioni vinte da Berlusconi e perse dal Pd – nel cortile di palazzo Chigi, davanti al picchetto d’onore e con i dipendenti che lo applaudivano dalle finestre, il «Prof» si congedò dando una carezza alla moglie Flavia.
Dopodichè i due salirono sull’auto di servizio che li riportò a Bologna.
Da allora Prodi è rimasto lontano dalla politica, salvo rientrare involontariamente in scena, quando Pier Luigi Bersani lo ha candidato al Quirinale e i 101 franchi tiratori lo hanno cecchinato nel segreto dell’urna.
Da quel giorno Prodi, amareggiato, non ha più parlato di quella vicenda.
D’altra parte nei mesi e nelle settimane precedenti il Professore non aveva brigato per essere candidato e dunque la superficialità con la quale era stato messo in campo e il «tradimento» dei 101 hanno finito per convincerlo che la crisi del Pd è molto più grande della sua vicenda.
Una crisi che Prodi giudica quasi irreversibile, al punto che l’ex premier sta meditando una decisione clamorosa: lasciar consumare il suo rapporto col partito, sia pure senza strappi plateali, ma con un gesto simbolico: non ritirando la tessera in occasione del prossimo congresso di autunno.
Naturalmente non c’è nulla di deciso e l’imminente stagione congressuale potrebbe invertire tante opinioni, compresa quella di Romano Prodi.
E d’altra parte tornare a palazzo Chigi come se nulla fosse – dimostra la tempra del personaggio.
Naturalmente l’incontro ha scatenato subito mille dietrologie.
Di cosa hanno parlato? Perchè subito dopo Letta si è visto anche con Mario Monti?
E dopo due ex premier, Letta vedrà anche Silvio Berlusconi?
Da quel che trapela da palazzo Chigi l’incontro con Prodi e quello con Monti non sono tenuti assieme da un unico filo.
Quella col Professore è stata una rimpatriata, una panoramica a tutto campo, perchè come ha detto Letta, «con Romano parlo di tutto».
Appunto, anche della Cina: Letta ha chiesto consigli a Prodi, grande amico dei cinesi, per realizzare una mega missione di imprenditori in quel Paese.
Con Monti invece si è trattato di un incontro a tutto campo con uno dei leader della maggioranza.
E naturalmente Letta ha chiesto a Monti suggerimenti sui prossimi Consigli europei, in particolare per quello di fine giugno, dove l’Italia ha intenzione di giocarsi tutte le sue carte sul piano straordinario per l’occupazione giovanile.
Oggi Letta potrebbe vedersi con Giuliano Amato e a quel punto il suo giro di orizzonte finirebbe per assomigliare ad una summa di opinioni e informazioni tra coloro che sono stati i presidenti del Consiglio degli ultimi 15 anni.
Certo, mancherebbe ancora Berlusconi.
Dal punto di vista formale nulla osta, anche se un incontro col leader del Pdl proprio in queste ore cozzerebbe con ragioni di opportunità politica per via delle polemiche sul processo Ruby e sulla manifestazione di Brescia.
Ovviamente di Europa, Letta ha parlato anche con Prodi, col quale peraltro si era già scambiato opinioni diverse volte negli ultimi giorni.
E d’altra parte non sempre le consultazioni dei primi giorni portano lontano: qualche settimana dopo l’insediamento del suo governo, anche Monti si consultò con Prodi. Era l’8 gennaio 2012, ma non se ne seppe nulla, anche perchè l’incontro si svolse nella casa milanese dell’allora presidente del Consiglio. In quella occasione Prodi diede un consiglio a Monti: «Fai asse con Francia e Spagna».
Monti non volle seguire quel consiglio se non in seguito e invece nelle ultime settimane quel consiglio è stato concretizzato proprio da Letta, nei suoi recenti incontri di Parigi con Hollande e di Madrid con Hollande.
Tutto fermo, intanto, sul fronte della riforma elettorale, compresa un annuncio del ministro Quagliariello: «Subito intervento sul premio di maggioranza».
Fabio Martini
(da “La Stampa“)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
IN CABINA CON LO STRASCICO: LA LISTA PREFERITA ANDRA’ CERCATA TRA LE SEI FACCIATE CHE COMPONGONO LA SCHEDA
Sono 19 i candidati a sindaco di Roma e così la scheda elettorale sarà lunga 1 metro e 20
centimetri.
Ieri c’è stato un nuovo sorteggio per la posizione sulla scheda, diventata necessaria dopo il rientro in pista deciso dal Tar della lista Roma Risorge di Matteo Corsini. Nessuno dei big ha conquistato le prime posizioni.
La scheda che si troveranno davanti i romani alle prossime elezioni del 26 e 27 maggio sarà dunque più lunga rispetto al sorteggio precedente.
E conterà ben sei facciate.
Questo perchè ognuna può contenere al suo interno nove simboli e nessuna coalizione di un candidato sindaco può essere spezzata tra una pagina e l’altra.
Quindi il numero delle facciate dipende dal sorteggio.
Il sindaco uscente Alemanno risulta essere il primo della quarta facciata, mentre De Vito ultimo; nella quinta colonna c’è Marino.
E nell’ultima, la sesta, compare l’imprenditore “dal cuore spezzato” Marchini in compagnia del candidato di Casapound Simone Di Stefano.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
SCHIACCIATO DALLA POTENZA INVISIBILE DEL “GRANDE CREDITORE” E’ IL NUOVO PROLETARIO DEL TEMPO CONTEMPORANEO
Lo riconosciamo in Giovanni Guarascio. È il muratore di Vittoria che si è dato fuoco ieri quando la sua casa è stata messa all’asta perchè non era in grado di restituire diecimila euro alla banca. Prima di lui riconosciamo l’uomo indebitato in tanti altri protagonisti dei gesti disperati di cui sono piene le cronache recenti.
Ma non basta.
Interi popoli, ormai, fra i quali gli italiani, vivono soggiogati dal debito.
Una condizione esistenziale che li colpevolizza — siete voi stessi i responsabili della vostra disgrazia! — e li sollecita a modificare le proprie abitudini di vita attraverso una disciplina imposta.
Prima ancora del sopraggiungere dell’indigenza, è la dottrina economica del debito, divenuta senso comune, ad ammonirci quotidianamente: non lavoriamo abbastanza, consumiamo troppo, godiamo di tutele sociali che non dovremmo permetterci.
Ma davvero l’uomo indebitato deve rassegnarsi a chinare il capo e a prendersela solo con se stesso?
È come se la crisi di un’economia globale fondata sul debito infinito, che si riverbera come debito sovrano degli Stati, debito privato delle imprese e debito individuale delle famiglie rimaste senza risparmi, ci costringesse a modificare il nostro sguardo sulle classi sociali.
Anche i marxisti devono rivedere i loro schemi: la classica relazione capitale/ lavoro soppiantata dalla relazione creditore/debitore?
Se pure il creditore non assume le fattezze prossime della banca o di Equitalia, esso incombe come entità sovranazionale che si fa beffe delle frontiere e ci travolge insieme al flusso dei capitali finanziari.
Velleitaria, e pericolosamente reazionaria, sarebbe la pretesa di frenarlo col ricorso a barriere protezionistiche.
Di conseguenza anche l’uomo indebitato si trasforma in figura trasversale, oltrepassa le tradizionali barriere sociali: può essere disoccupato o artigiano, operaio o imprenditore, precario o impiegato pubblico.
Ma sempre uomo indebitato.
Maurizio Lazzarato, autore del saggio La fabbrica dell’uomo indebitato (Derive/Approdi), sostiene che la fabbrica dei debiti, ovvero la costruzione e lo sviluppo di un rapporto di potere tra creditori e debitori, è il cuore strategico delle politiche neoliberiste.
In altre parole, sarebbe l’esito naturale del predominio della finanza sui nostri sistemi economici. Ciò spiega perchè, nella tempesta della recessione, il salvataggio delle banche è stato considerato prioritario rispetto al soccorso delle popolazioni in difficoltà : secondo questo schema, i governi vengono chiamati dal “Creditore universale” a imporre nel suo interesse sempre più deroghe ai diritti sociali: i cittadini devono rassegnarsi alla loro condizione di debitori.
Da qui a sognare la rivolta dell’uomo indebitato come prossima forma che assumerà la lotta di classe, il passo è breve, nelle intenzioni dei pensatori rivoluzionari.
Ma la realtà mal si presta a simili slogan.
Se è vero infatti che il debito incide profondamente nella soggettività di chi ne è afflitto, presentandosi a lui come limitazione insuperabile e condizione eterna, l’effetto immediato è la disperazione sociale.
Depressione, vergogna, solitudine, rabbia. Istinto autodistruttivo — come nel caso di Giovanni Guarascio che ha trascinato con sè nel fuoco anche la moglie, la figlia e due agenti di polizia — oppure volontà di rivalsa quando subentra il bisogno di individuare gli artefici della propria disgrazia: di volta in volta i politici, gli esattori del fisco, i banchieri, i funzionari pubblici, gli immigrati.
Il pericolo poi è che entri in azione qualche imprenditore politico della disperazione, abile nel riversare su un nemico interno o esterno la responsabilità del debito insolvibile.
Per secoli l’antisemitismo si è nutrito di simili pulsioni, ma domani potrebbe toccare ad altri divenire vittime dell’odio di altre vittime.
L’uomo indebitato si sente ripetere dai leader di paesi più “virtuosi”, e dai tecnocrati nostrani prestati alla politica, che potrà salvarsi solo “facendo i compiti a casa”.
Ma intanto perde la casa, come dimostrano anche le cifre del crollo del mercato immobiliare.
La società si divide fra chi è ancora in grado di usare una carta di credito, restando così associato al mondo della finanza, e chi invece quel credito nominale l’ha perduto.
Insieme al disagio sociale, ne deriva una nuova psicologia del debito privato come condanna esistenziale
La filosofa Elettra Stimilli (Il debito del vivente, Quodlibet) individua le radici culturali di tale condizione nella natura stessa del capitalismo.
Cita Walter Benjamin che nel pieno della crisi della Repubblica di Weimar, travolta dai debiti di guerra, additava il capitalismo come la più estrema delle religioni: «Il capitalismo è il primo caso di un culto che non redime il peccato, ma genera colpa… Un’enorme coscienza della colpa, che non sa rimettere i propri debiti».
È ben noto che in tedesco la parola schuld si adopera ugualmente per dire debito e per dire colpa.
Poco importa processare a ritroso il ricorso capitalistico all’economia del debito nel corso della sua storia.
Resta il fatto che al giorno d’oggi l’uomo indebitato è una figura sociale talmente generalizzata da farci dubitare che accetti di sentirsi colpevole ancora a lungo.
Nel frattempo il debito pubblico italiano ha raggiunto a marzo la cifra record di 2.034,725 miliardi di euro.
Gad Lerner
(da “la Repubblica“)
argomento: denuncia, economia | Commenta »