Ottobre 26th, 2013 Riccardo Fucile
OLTRE TRENTA GOVERNISTI AL SENATO….E LE CORRENTI SI MOLTIPLICANO
Il Pdl, per la gioia di Grillo, stavolta sembra davvero essersi trasfigurato nel Pdmenolle.
Nel senso che ormai le correnti non si contano più, come nel Pd.
Troppo facile riassumere l’esplosione di ieri nella dicotomia ornitologica falchi/colombe. Ciascuna famiglia è gemmata al suo interno con capi, capetti, caporali e gregari: progetti all’apparenza simili ma ambizioni personali divergenti, un caos di posizionamenti tattici, in una bouillabaisse finale dove non si capisce più chi sia triglia e chi scorfano, dove inizi la cozza e dove finisca l’ostrica.
Tanto che lo stesso Cavaliere, al termine di una settimana di incontri con tutte le bestie del suo zoo, ieri sera ha confessato il suo scoramento: «Li ho misurati tutti. Di questi e di quelli a me non interessa nulla»
Il nocciolino duro della ipotetica scissione di Alfano sono comunque i ministri. Tra i magnifici cinque, ve ne sono due più determinati di tutti: Gaetano Quagliariello e Beatrice Lorenzin.
Li chiamano i “Corazzieri”, vista l’affinità elettiva con il capo dello Stato.
Ormai, quando si incrociano a palazzo Chigi, si sorridono, brandiscono in aria il pugno destro come se impugnassero una sciabola ed esclamano all’unisono: «Avanti Savoia!».
Alfano, Lupi e De Girolamo sono più prudenti. Lupi, ciellino di mondo, lo è di natura. Alfano e De Girolamo perchè soffrono umanamente la rottura con il padre. «Nonostante tutto gli voglio ancora bene – ha confidato in serata Alfano, con il pugnale di Berlusconi ancora conficcato tra le scapole –, ho solo cercato di proteggerlo anche da se stesso, contro la sua volontà . E questo è il risultato».
Intorno al plotone ministeriale si agita un’intendenza che ha il suo punto forte a palazzo Madama.
È qui che le colombe hanno lavorato sodo e sembra che i 24 senatori che il 2 ottobre firmarono il documento pro-fiducia siano già diventati dieci di più.
Alla Camera invece la situazione sarebbe appena sopra la soglia minima dei venti deputati necessari per fare un gruppo.
Tutti invece ignorano le proporzioni del Consiglio nazionale che dovrà ratificare (con i due terzi) il passaggio da Pdl a Forza Italia. Composto da 800 membri e riunito una sola volta, è un mistero anche per Berlusconi.
Alfaniani sono Schifani, Castiglione, Gioacchino Alfano, Enrico Costa, Gentile, Mariniello, D’Alì.
E a loro si aggiunge la sottocorrente di destra, con Augello, Piso, Angelilli, Scopelliti, Saltamartini.
C’è poi l’ala ratzingeriana, la più determinata a separarsi: Quagliariello, Lorenzin, Sacconi, Roccella, Calabrò.
I cattolici ciellini – Lupi e Vignali – e i cattolici in marcia verso il Ppe: Giovanardi e Formigoni.
Truppe di rinforzo, che potrebbero arrivare se Forza Italia decidesse di provocare la caduta dell’esecutivo, sono composte da quelli che si definiscono “berlusconiani governativi”: da Gasparri a Elio Vito, da Laura Ravetto ad Anna Grazia Calabria.
Chi più chi meno, chi per convenienza chi per convinzione, tutta questa galassia alfaniana sarebbe pronta a uscire da Forza Italia.
Ma attende che la prima mossa sia Berlusconi a farla, non vogliono provocare una scissione a freddo per il solo fatto che Alfano ha perso il posto da segretario. Aspettano quindi il voto sulla decadenza, certi che il Cavaliere abbia ormai deciso di uscire dalla maggioranza prima di quella data nel disperato tentativo di far saltare la sua uscita di scena.
Sarà quella l’ora “X”.
Se la coalizione dei volenterosi alfaniani è composta da mille stendardi, come quelli delle leghe lombarde che combatterono il Barbarossa, il campo dell’Imperatore è più semplificato.
Il quartier generale è composto dai generali Verdini, Santanchè, Bondi e Capezzone. Raffaele Fitto invece è alleato ma mantiene una sua alterità rispetto ai falchi, lui se ne tiene a distanza e loro non lo amano.
E mettono in giro che la voce che nemmeno il Cavaliere in fondo lo ami particolarmente: se ne serve piuttosto per bilanciare la forza di Alfano, lo usa come arma contundente per limitare le colombe.
Ma in fondo diffida di un politico che, pur giovane, ha la sua forza sul territorio come i vecchi democristiani. A corte godono invece di stima e affetto alcune figure sui generis: adoratori che seguirebbero il Capo anche nelle fiamme, come Michaela Biancofiore, personaggi fuori dagli schemi come Gianfranco Rotondi o Francesco Giro.
O collaboratori da una vita, come Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, che scuotono la testa ogni volta che il Cavaliere usa il linguaggio della Santanchè.
Ma poi, in fondo, non lo abbandoneranno mai.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 26th, 2013 Riccardo Fucile
DUE PARTITI DISTINTI, MAGARI FEDERATI…ED ESCE FUORI L’ACCORDO E IL FILO DIRETTO CON GRILLO
Scoglie il partito, ma in assenza del segretario, dei ministri e dei dissidenti. 
Riecco Forza Italia, un solo leader al comando: lui.
Azzerati tutti gli incarichi, ad Alfano «stima confermata», ma «come ministro ».
Il delfino di un tempo diserta l’ufficio di presidenza decisivo assieme ai suoi fedelissimi, Schifani compreso.
Eccolo il Dday di Silvio Berlusconi per riprendere in mano la sua “creatura”, nel momento di maggiore debolezza politica.
Il partito si spacca e il leader minimizza con un paradosso: «I cinque membri che hanno deciso di non partecipare hanno convenuto che fosse meglio avere una deliberazione unanime e con il mio consenso non hanno perciò partecipato»
Il vicepremier incassa il colpo, dopo aver lavorato tutto il giorno per scongiurare l’azzeramento che sa di vendetta post fiducia del 2 ottobre. A poco sono valse le tre ore di pranzo assieme ai quattro ministri a Palazzo Grazioli. Alla fine è lo stesso Alfano a parlare al capo di «separazione consensuale» possibile, forse imminente se l’unità sarà impossibile.
Due partiti distinti, magari federati. Partita rinviata all’8 dicembre, quando in concomitanza con le primarie Pd si terrà il Consiglio nazionale che coi suoi 800 membri dovrà confermare quanto ormai deciso da Berlusconi.
Ma tutto si giocherà molto prima, già nei prossimi giorni, a cavallo del voto di decadenza al Senato
Anche perchè il leader garantisce sulla carta sostegno al governo, come sta scritto nel documento approvato all’unanimità dall’ufficio di presidenza. Salvo poi uscire da Palazzo Grazioli e preannunciare di fatto la crisi davanti a telecamere e microfoni: «Come possiamo collaborare con chi viola la legge votando la mia decadenza?»
È il segnale del rompete le righe.
I falchi alla Verdini e Santanchè, i lealisti alla Fitto, Gelmini, Carfagna, esultano.
Ma alla riunione dell’organismo che sancisce la morte per eutanasia del Popolo della libertà si presentano i soli 18 berlusconiani sui 24 aventi diritto.
C’è Scajola, per dire, non ne fanno parte i ministri in carica, non si presentano per marcare ormai le distanze Renato Schifani, Roberto Formigoni, Maurizio Sacconi e Carlo Giovanardi, oltre allo stesso Alfano.
È il gesto estremo di sfida. Prelude a una scissione ancora assai dibattuta tra i governativi, tra vertici e controvertici che a Palazzo Chigi sono iniziati al mattino e terminati la sera. Il vicepremier è ancora assai contrariato, per nulla convinto. Ma già prima dell’ora di pranzo Formigoni, Giovanardi e Sacconi avevano preannunciato la diserzione loro e quella dell’ormai ex segretario
È la linea dura decisa coi ministri Quagliariello e Lupi. Loro il pressing su Alfano. Sanno ormai di non avere alternative di fronte alla prospettiva di una nuova crisi.
Il Cavaliere è ancora sul piede di guerra: «Se facciamo cadere il governo, non sarà votata la mia decadenza » dice loro durante il pranzo organizzato a sorpresa, complice la mediazione dell’unica berlusconiana della compagine governativa, Nunzia De Girolamo.
«E poi – insiste il capo davanti ai loro sguardi perplessi – ho avuto garanzie da Beppe Grillo che se apriamo la crisi lui si schiera con noi per le elezioni anticipate, scendendo pure in piazza, a costo di prendere a calci nel sedere i suoi parlamentari ». L’8 dicembre, nei suoi piani, segna l’apertura della campagna elettorale.
Per Alfano il giro di boa è già avvenuto. E a poco è valso l’invito in extremis del padrone di casa ai ministri a partecipare all’ufficio di presidenza dal quale erano stati esclusi e che si sarebbe riunito da lì a un paio d’ore.
«Non verrò e non verremo per non esprimere la nostra posizione in dissenso, mineremmo l’unità del partito – dice a nome dei suoi – Consideralo un atto di buona volontà . Se l’unità non sarà più possibile, si può anche pensare a una separazione consensuale» affonda. «Il futuro per noi è il centrodestra, ma non possiamo andare avanti con questo bombardamento quotidiano contro il governo, non possiamo subire gli attacchi dalla Santanchè e dagli altri».
Berlusconi lo stoppa. Garantisce che non aprirà ora la crisi. E che nel nuovo partito sarà in serbo per lui un ruolo chiave, la vicepresidenza.
«E poi sai Angelino che penso a te per il futuro del partito, ma in questo momento ho l’esigenza di riprendere le redini di Forza Italia». Quasi una beffa.
La tensione sembra sciogliersi, quel che dovevano dirsi se lo sono detto. Finisce con pacche sulle spalle e saluti cordiali con Quagliariello e Lupi.
Ma i ministri si chiudono a Palazzo Chigi a decidere se procedere subito alla rottura con creazione del gruppo autonomo o attendere il prossimo attacco serio al governo. Passa la seconda linea.
Stavolta dalla loro parte c’è anche Renato Schifani, capogruppo al Senato, col sottosegretario Simona Vicari. Non più Renato Brunetta, capogruppo alla Camera protagonista dell’ennesima giravolta e tornato all’ombra del capo
Il Cavaliere dà inizio poco dopo le 17 all’ufficio di presidenza che approva un documento già scritto con cui si «delibera la sospensione delle attività del Popolo della Libertà , per convergere verso il rilancio di Forza Italia».
Viene assegnato a Giancarlo Galan il compito di fare scouting, scegliere le nuove leve del partito, come agli albori, nel ’94, stavolta non tra i manager Publitalia.
Poi Berlusconi convoca alle 20 una conferenza stampa a sorpresa. «Alfano gode del mio affetto, della mia amicizia e della mia stima. L’ho proposto io come segretario due anni fa e penso che possa mantenere il suo ruolo» spiega.
Salvo aggiungere che tutti i ruoli sono azzerati e sarà lui in futuro a delegare funzioni e responsabilità . Ai ministri conferma «la fiducia», ma «se si mantengono nelle decisioni prese a maggioranza nel partito».
Se stanno dentro il perimetro di Forza Italia, insomma.
I contrasti? «Per incomprensioni personali».
La grazia? «Spetta decidere al capo dello Stato». Il governo però ha le ore contate: se il Pd voterà la decadenza sarà «molto difficile continuare a collaborare».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 26th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI SI RIPRENDE IL PARTITO… LE “COLOMBE” SONO PRONTE PER LA SCISSIONE
Tra i due, politicamente, il nano è Alfano, non solo per la rima.
Forza Italia risorge di venerdì e il Cavaliere Condannato umilia le colombe di governo, costrette a disertare l’ufficio di presidenza che liquida il Pdl, il partito nato sul predellino.
Il dizionario della giornata è ricco di suggestioni, etichette e ostacoli: i lealisti, i governisti, la scissione, la legge di Stabilità , le poltrone della nuova formazione.
Ma tutto ruota attorno ai guai giudiziari del Leader tornato padrone assoluto.
La sostanza si riassume nell’interrogativo che per la prima volta B. ammette pubblicamente, dopo tanti sfoghi riportati dai suoi fedelissimi.
Si presenta in conferenza stampa, da solo, per far capire meglio chi comanda, e proclama: “Se decado sarà difficile continuare a collaborare con il Pd”.
È la variante appena più morbida della domanda ripetuta ossessivamente nelle settimane scorse: “Posso stare con i miei carnefici?”.
Qui è Rodi e qui bisogna saltare o scindere. Il resto è teatrino, sceneggiata, caos.
Un lealista presente alla riunione di ieri sintetizza così la mossa berlusconiana: “Ha azzerato, si è ripreso il partito, se loro si adeguano li ricandida, sennò buon viaggio”. Loro, sono i governisti, quelli che non hanno dormito per tutta la notte tra giovedì e venerdì, attaccati al telefono per capire cosa fare.
A partire da Alfano. Il vicepremier, ormai ex segretario del Pdl, ha tentato in tutti di modi di far rinviare l’ufficio di presidenza convocato nella casa romana di B., palazzo Grazioli.
Ha cercato anche la prova di forza. Un documento con tanto di firme per “sconvocare” la riunione. Non c’è riuscito.
La mattinata se n’è andata così fino a quando, poi, i cinque ministri del Pdl (oltre ad Alfano: Quagliariello, Lupi, Lorenzin e De Girolamo) sono andati a pranzo a palazzo Grazioli. Berlusconi è stato per quattro ore con loro.
Subito dopo, la versione delle colombe è stata quella di accreditare un pareggio: “Tutto rinviato all’8 dicembre nel consiglio nazionale. Il pranzo è andato molto bene. Berlusconi ha detto che il governo va avanti. Con l’ufficio politico restituisce ad Angelino lo schiaffo della fiducia, ma l’8 dicembre è pronto a riconfermarlo”. L’ultima frase contiene una trappola.
L’umiliazione massima e definitiva per l’ex delfino senza quid: rinunciare alla scissione, almeno lui, e ritornare come il figliol prodigo.
Ma senza il vitello grasso da ammazzare. Senza, cioè, un incarico operativo da numero uno.
Una medaglia di latta da vicepresidente e basta. La finzione, meglio la sceneggiata, è che forse non si arriverà mai al consiglio nazionale dell’8 dicembre, chiamato a ratificare la morte del Pdl e la rinascita di Forza Italia.
La scissione, infatti, dovrebbe consumarsi prima. Sul voto per la decadenza di B. da senatore, nel mese di novembre.
Se poi, in un modo o nell’altro, si dovesse arrivare al consiglio nazionale, il piano delle colombe prevede di tenersi il simbolo del Pdl.
Nel senso che lo statuto stabilisce una maggioranza dei due terzi per una decisione del genere. Nè falchi, nè colombe ce l’hanno e a quel punto i governisti diranno al Cavaliere: “Sei tu che fai lo strappo e te ne vai”.
Convocato per le cinque del pomeriggio, l’ufficio di presidenza è iniziato con 25 minuti di ritardo. B. è stato il mattatore assoluto, piegando a suo uso e consumo le assenze polemiche degli innovatori (Alfano, Formigoni, Sacconi, Giovanardi, Schifani): “I 5 membri che non hanno partecipato hanno tutti convenuto con noi sul fatto che volevamo una deliberazione unanime e che dunque fosse meglio, avendo ancora cose da chiarire fra di noi, non partecipare e l’hanno fatto con il mio consenso”.
È il concetto particolare di democrazia nella destra berlusconiana.
A palazzo Grazioli si sono visti in meno di venti. In ordine sparso: Rotondi, Carfagna, Gelmini, Scajola (sì anche lui), Verdini, Fitto.
Tutti attori non protagonisti nel giorno che in cui il Condannato si riprende tutto. A parole il sostegno al governo non manca. Ma nel documento finale della riunione un punto è chiarissimo: “I ministri dovranno rispondere a Forza Italia”.
Che tradotto vuol dire: “Caro Letta, l’interlocutore sono io non Alfano e il mio ventennio non è chiuso”.
Altro discorso in caso di scissione. A quel punto, si aprirà la crisi e Berlusconi dovrà decidere cosa fare, se partecipare o no al nuovo esecutivo.
Lo strappo di ieri è propedeutico, nella testa dei falchi, alle elezioni anticipate.
Che poi le ottengano, questo è da vedere. Il treno della guerriglia è comunque partito. Come dimostra lo show berlusconiano in conferenza stampa.
Dopo aver parlato solo lui nell’ufficio di presidenza, ha concesso ai giornalisti un altro monologo. Comprensivo di grazia per la condanna Mediaset: “Spetta al capo dello Stato”. Alfano? “Gode della mia stima, della mia fiducia e della mia amicizia”. Intanto lo ha messo spalle al muro.
Ritorna anche sulla ferita del 2 ottobre: “I ministri e alcuni parlamentari timorosi di non essere rieletti mi hanno costretto alla marcia indietro”.
Adesso è arrivata la vendetta. In Forza Italia ci saranno tante “facce nuove”. Ma la sostanza è tutta in quella domanda: “Se il Pd mi fa decadere come faccio a stare con loro?”.
Da ieri, è cambiato molto nelle larghe intese.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 26th, 2013 Riccardo Fucile
OBIETTIVO UNICO: NON PERDERE LO SCUDO PARLAMENTARE CHE LO ESPORREBBE AL RISCHIO DI ARRESTO
A cosa serve tutta questa manovra di B. per “riprendersi” il Pdl, perchè l’ha fatta ieri, dove va a
parare?
A costo di sembrare didascalici, se non banali, è forse necessario mettere qualche puntino sulle i.
Tutto il disegno infatti parte dalla necessità dell’ex premier di salvarsi dalla decadenza, cioè dalla perdita dello scudo parlamentare che lo metterebbe a rischio di arresto: non per la sentenza Mediaset, ma per gli altri procedimenti in corso a Napoli, a Bari e pure a Milano.
A questo pensa ininterrottamente Berlusconi da quando è stato condannato in Cassazione, quindi da quando è partito l’iter di applicazione della legge Severino: fondata o meno che sia questa sua paura.
Tutte le sue mosse sono quindi finalizzate a queso scopo: non perdere lo scudo parlamentare che lo mette al riparo dagli arresti.
Per evitare la decadenza, l’unica possibilità al momento è che questa venga bocciata con voto segreto al Senato.
Perchè questo accada, c’è bisogno che un certo numero di senatori di gruppi diversi da Pdl e Lega nel segreto dell’urna abbiano interesse a votare contro la decadenza.
L’unico modo perchè abbiano interesse a votare contro la decadenza è minacciare — con robuste carte in mano — di far cadere la legislatura se la decadenza fosse approvata.
Molti senatori non hanno ancora finito di pagare i debiti della campagna 2013, altri hanno ottenuto posti di rilievo che soffrirebbero a lasciare, altri ancora sono semplicemente tutt’altro che sicuri di essere rieletti, specie dopo l’implosione di Scelta Civica e il prossimo congresso del Pd.
Quindi la paura che la legislatura finisca in anticipo, nell’aula di Palazzo Madama, è tanta.
Bene: solo riprendendosi il partito e ‘militarizzandolo’ (cosa che è avvenuta con l’azzeramento delle cariche) Berlusconi può arrivare al giorno della votazione sulla decadenza con quest’arma di ricatto in mano.
Certo, le ‘colombe’ governiste al Senato allo stato sarebbero abbastanza per tenere in piedi il governo Letta, come si è visto poche settimane fa: ma nella nuova situazione (Pdl sciolto) un comportamento del genere significherebbe per loro non far parte della nuova Forza Italia, quindi essere esclusi da una ricandidatura nel partito di B. al prossimo giro e rischiare molto seriamente il destino di Fini.
È il ‘bivio’ che ha di fronte Alfano di cui tutti parlano: restare con il Caimano appoggiandolo in quest’ultimo ricatto e sperando di ereditare tutto il partito tra qualche anno oppure mollarlo e giocare in proprio (ma senza le fideiussioni milionarie di B., senza i suoi media, senza il consenso di quelli che ancora amano il Cavaliere).
Quindi, vedremo.
È ovvio che tutto questo ricattone sulla decadenza si sgonfierebbe come un soufflè se fosse il Pd a rovesciare il gioco: dicendo cioè che farebbe cadere governo e legislatura se — al contrario — la decadenza fosse bocciata.
Ma ce lo vedete questo Pd ad avere così tante palle?
Gilioli
(da “L’Espresso“)
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Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile
BENEFICIARI 54 DIRIGENTI, PARTITI UN PAIO DI ESPOSTI IN PROCURA: PER GLI STIPENDI DEI MANAGER QUEST’ANNO LA REGIONE SPENDERA’ 20, 4 MILIONI RISPETTO AI 19,7
Poveri dipendenti pubblici, con gli stipendi bloccati dal 2009 e che anche nel 2014 dovranno rassegnarsi perchè non vedranno un aumento. Mica tutti però.
Per direttori e dirigenti del Pirellone, invece, le cose non vanno troppo male neanche quest’anno, ennesimo anno di crisi e vacche magre (per gli altri).
La delibera varata il 25 luglio scorso ha infatti decretato un aumento per ben 54 di loro, su un totale di 218 in servizio.
Un beneficiato su quattro, insomma. Oltretutto su stipendi che già di per sè non si facevano mancare nulla.
Aumenti contestati all’interno della stessa macchina della Regione Lombardia, tanto che sono partiti un paio di esposti in Procura.
Va anche detto che per qualcuno dei superdirigenti, invece, la retribuzione è diminuita e con qualche malizia c’è in chi ti spiega che la “colpa” sarebbe quella di non rientrare troppo nelle grazie del potente di turno. Sarà .
Venendo invece a quelli con il segno più in busta paga, le motivazioni a norma di legge ci sono tutte: nuovi incarichi, nuova posizione organizzativa e così via.
Fatto sta che per gli stipendi dei dirigenti, alla fine, quest’anno l’ente regionale spenderà di più: da 19,7 milioni di euro a 20,4.
Nonostante l’organico dirigenziale complessivo dalla scorsa legislatura a quella attuale, per via dei pensionamenti, sia passato da 240 a 225 unità ; mentre quelli effettivamente in servizio in realtà sono aumentati da 213 a 218.
Grazie a delle new entry che in qualche modo sono fisiologiche, visto il cambio di guardia alla guida della Regione.
Un esempio? Patrizia Carrarini, ideatrice della fortunata e vincente campagna di Roberto Maroni ‘La Lombardia in testa’, oggi direttrice della comunicazione ben remunerata con 139mila euro l’anno (e altri 41mila come retribuzione di risultato).
Il più pagato è l’ex assessore Andrea Gibelli, oggi segretario generale del Pirellone: 223mila euro per leghista braccio destro del governatore.
Fra i direttori con ritocco allo stipendio c’è invece Michele Camisasca, vicesegretario generale vicario e fedele alfiere del formigonismo con sangue di origine controllata, essendo nipote del vescovo ciellino (e storiografo ufficiale del movimento) Massimo Camisasca: 12mila euro in più l’anno.
‘Solo’ 5mila euro di aumento per Giancarla Neva Sbrissa, una dei tre vicedirettori generali con identico ruolo sotto Roberto Formigoni.
Stessa cifra in più per Luca Merlino, direttore dell’assessorato alla Sanità , teste-chiave della Procura di Milano nelle indagini sull’ipotesi di corruzione del Celeste: era il dirigente che firmava i provvedimenti con lo stanziamento dei soldi pubblici destinati al San Raffaele e alla Maugeri. Filippo Bongiovanni (Sistema dei controlli e coordinamento organismi indipendenti) e Manuela Giaretta (Programmazione e gestione finanziaria) possono festeggiare con oltre 20mila euro l’anno in più.
Chissà cosa ne pensa Giuseppina Panizzoli (direttore Sport e politiche giovanili), passata dai 147mila euro l’anno agli attuali 132mila. Oppure un ex direttore dell’Arpa, Franco Picco (ora direttore generale agricoltura), 186mila euro prima e 155mila oggi.
Capitolo a parte è quello delle spese sostenute dal Pirellone per gli stipendi dei 31 dirigenti assunti attraverso il famoso concorso irregolare del febbraio 2006 (non fu pubblicato in Gazzetta ufficiale: “Violazione grave e inescusabile della legge”, si espresse il Tar).
I primi 20 in graduatoria vennero assunti a tempo indeterminato il 1° settembre 2007, gli altri il 13 gennaio 2008.
Fu anche quella una bella infornata di ciellini. Che quest’anno, messi tutti e 31 insieme, peseranno sulle casse pubbliche circa 4 milioni di euro.
Andrea Montanari e Matteo Pucciarelli
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Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile
MA ANGELINO TEMPOREGGIA
È quando Silvio Berlusconi si presenta in conferenza stampa che prende forma la doppia scissione che si è consumata nel giorno più drammatico per il Pdl. ù
Con le colombe di Angelino Alfano. Ma anche col governo Letta.
Dopo la lettura del documento approvato dall’ufficio di presidenza, bulgaro nello stile, il Cavaliere, col ghigno di sente di aver stravinto, agita lo scalpo di Alfano: “Con la deliberazione di oggi siamo tornati pienamente allo statuto di Fi che assegna al presidente il diritto-dovere di delegare le funzioni e tutti coloro che oggi esercitano delle funzioni vi hanno praticamente rinunciato”.
Azzerati tutti, segretari, coordinatori e delfini.
Col lancio di Forza Italia si torna al “partito del presidente”. Punto.
Ed è con un ghigno altrettanto bellicoso che l’ex premier annuncia la dead line, oltre la quale toglierà il sostegno al governo: “Sarà molto difficile continuare a collaborare con una parte politica che sulla decadenza opera fuori dalla legge”.
Parole che rendono puramente di circostanza ogni assicurazione che il governo andrà avanti, grazie alla fiducia riconfermata a parole nel documento ufficiale.
Anzi si capisce che, da subito, il tasso di conflittualità è destinato ad aumentare: “Il Pdl si batterà per il rilancio dell’economia sulla base del suo programma elettorale”.
È l’annuncio che riprenderà , più forte, la conflittualità su ogni provvedimento che riguardi le tasse, il fisco, a partire dalla legge di stabilità .
Per la prima volta, in versione partitista ora che il partito è tornato più padronale, l’ex premier fa capire che lo strappo consumato è irreversibile: “Ho ribadito la mia fiducia ai ministri ma se si mantengono nell’ambito delle decisioni che vengono prese a maggioranza nel partito”.
Eccola, la doppia scissione. Con Alfano e col governo.
Per Berlusconi il voto di fiducia del 2 ottobre è ormai carta straccia. È la decadenza la dead line dell’esecutivo.
E non è un caso che il piano che ha discusso con i suoi legali preveda l’accettazione del voto palese: “Voglio vedere chi si alza in piedi e vota contro”.
Per questo il Cavaliere resiste all’assedio delle colombe. Tiene il punto. Tira dritto di fronte alla richiesta di far saltare l’ufficio di presidenza.
Lo strappo con Angelino si consuma nel corso di un vertice tesissimo di quattro ore. Presenti anche i ministri.
Per la prima volta i due si parlano con sospetto e diffidenza. Berlusconi rifiuta l’ultima offerta: una separazione consensuale tra un partito berlusconiano e uno “diversamente berlusconiano”, ma comunque alleati.
Parole che il Cavaliere considera proprie di un traditore, a cui — non a caso — regala il primo graffio con un riferimento all’ambizione nel corso della conferenza stampa.
Nè i toni paternalistici verso Angelino (“Con Alfano tutto risolto, lavoreremo insieme”) possono essere classificati alla voce: segnale di pace.
Rappresentano piuttosto una mossa preparatoria in attesa di una scissione che sembra annunciata.
Perchè — è convinzione del Cavaliere — Alfano ha stretto un patto con Letta, benedetto da Napolitano.
E, attorno, le colombe lo stanno incitando alla rottura: Quagliariello, Cicchitto, Lorenzin esercitano ormai quasi una pressione psicologica su Angelino: “Ormai è una questione di dignità . Rompi”.
Anche perchè aspettare il consiglio nazionale dell’8 dicembre — che dovrebbe ratificare con un voto il passaggio a Forza Italia — potrebbe essere inutile.
Alfano sa di aver già perso. Per stoppare l’operazione ha provato ha raccogliere le firme tra i membri del consiglio, prima dell’ufficio di presidenza. Ma è andata male. Solo qualche decina si è schierata con lui: il grosso dei membri, anche di quelli legati al segretario gli hanno risposto che è una follia fare un documento di contrarietà al passaggio a Forza Italia con Berlusconi presidente.
E poi, e non è affatto un dettaglio, il consiglio nazionale si svolgerà , se si svolgerà , dopo il voto al Senato sulla decadenza. Quando cioè rischia di essere inutile.
Angelino è frastornato, non vuole rompere. E Berlusconi non ha intenzione di cacciarlo, a patto che però di riallinei.
Ma lo strappo che si è consumato è assai profondo.
Nel corso dell’ufficio di presidenza a palazzo Grazioli Alfano è stato aggetto di una raffica di critiche: Matteoli, Vito, Scajola (molto apprezzato il suo intervento), Brunetta.
Tutti hanno sottolineato che era inaccettabile l’assenza del segretario (e del capogruppo al Senato) dal più importante organismo del partito in un momento così delicato.
Così come è inaccettabile la linea subalterna alla sinistra che il segretario-vicepremier ha portato avanti.
Adesso Alfano non è più segretario. Sulla decadenza si gioca la sua permanenza da vicepremier.
La scissione è nei fatti. Doppia.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL SENATORE DI FONDI, DOPO LE POLEMICHE PER LA SUA NOMINA NELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE, DEFINISCE “FANTOMATICHE” LE LETTERE DI PRESSIONE PER FAR ASSUMERE SUOI CONOSCENTI ALLA ASL DI LATINA.. E “IL FATTO” LE PUBBLICA
Si dice “indignato” il senatore Claudio Fazzone. Le accuse che lo hanno travolto dopo la nomina a
componente della commissione antimafia sarebbero solo “inqualificabili illazioni gratuite e soprattutto infondate”.
Ha preso carta e penna ed ha scritto al gruppo al Senato del M5s, che — a sua volta — aveva chiesto il suo allontanamento dalla commissione guidata da Rosy Bindi.
Fazzone sfida apertamente chi lo accusa, chiedendo di mostrare le prove.
A partire dal suo processo — ancora in corso — per le lettere di raccomandazione che nel 2003 aveva firmato su carta intestata del consiglio regionale del Lazio: “Fantomatiche lettere all’allora Direttore Generale dell’Asl, che vi sfido a recuperare”, scrive ai senatori del M5s.
Le lettere esistono, sono allegate al fascicolo del processo in corso a Latina.
Missive che ilfattoquotidiano.it è in grado di pubblicare.
Chiarissime sono le “segnalazioni” che il senatore Claudio Fazzone mandava — con tanto di numero di protocollo — a Benito Battigaglia, all’epoca ai vertici della Asl di Latina. Tutte iniziano con la formula “Caro Benito” e si concludono con “Ti chiedo, per quanto ti sia possibile, di interessarti alla richiesta”.
Vere e proprie raccomandazioni, per far ottenere posti pubblici nei ruoli più disparati: dal primario all’autista, dal medico del 118 all’azienda — di Fondi — fornitrice di timbri e modulistica.
Claudio Fazzone contesta anche la sua posizione di “autista di Nicola Mancino” all’epoca della trattativa Stato-Mafia.
Spiega nella lettera: “Non ho mai svolto il ruolo di autista per l’ allora Ministro dell’interno Nicola Mancino, non sono nemmeno in possesso della patente idonea ad espletare tale mansione”.
Ma non nega di aver lavorato in quel periodo — quando ricopriva il ruolo di funzionario della Polizia di Stato — fianco a fianco all’ex ministro dell’Interno, oggi imputato per falsa testimonianza nel processo in corso a Palermo sulla trattativa: “Vorrei precisare, inoltre, che il mio rapporto con l’allora Ministro dell’interno Nicola Mancino era nato, esclusivamente, per ragioni lavorative”.
Non spiega, Claudio Fazzone, qual era esattamente il suo ruolo “che rientrava nell’ambito delle competenze di ufficiale di Polizia giudiziaria”.
Sulla questione Fondi (Comune in provincia di Latina per il quale l’ultimo governo Berlusconi ha bocciato una richiesta di scioglimento per infiltrazione mafiosa, ndr) il senatore del Pdl membro della commissione antimafia risponde assicurando che “non mi vergogno nè mi nascondo per avere difeso con orgoglio e determinazione la mia città , la mia terra e la mia Provincia”.
Aggiungendo: “C’è l’assenza di una qualsivoglia condanna, nonchè avviso di garanzia nei confronti dei componenti dell’allora amministrazione comunale”.
Un vuoto di memoria, come nel caso delle lettere di segnalazione.
Il processo “Damasco” che ha riguardato la presenza delle mafie a Fondi ha visto la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa dell’ex assessore di Forza Italia Riccardo Izzi.
Il collegamento tra il gruppo di ‘ndrangheta guidato dai fratelli Tripodo viene più volte ricordato dai giudici nella motivazione della sentenza: “Anche Trani Aldo come Tripodo Carmelo e Tripodo Venanzio sfrutta la forza intimidatrice del sodalizio (…) anche per diventare un punto di riferimento assoluto nel settore economico di sua competenza puntellandosi, in ultimo, all’interno del Comune di Fondi grazie al contributo dell’assessore Riccardo Izzi”.
E ancora: “La pressione esercitata sul Comune è tangibile (…) per mezzo del fidato Izzi che evidentemente gestisce ed intende la cosa pubblica come merce di scambio”. La stessa sentenza richiama apertamente “l’infiltrazione all’interno del Comune”.
Il rapporto tra il senatore Claudio Fazzone e il comune di Fondi — secondo alcune testimonianze — andava oltre la “difesa” della città . E’ lo stesso Riccardo Izzi a raccontarlo, il 9 gennaio del 2008, ai magistrati all’epoca in servizio alla Dda di Roma Diana De Martino e Francesco Curcio: “Io opero nel partito di Forza Italia. Nel basso Lazio esponente politico più influente di tale partito è Claudio Fazzone. Costui è originario di Fondi ed è stato molto amico di mio padre che lo ha sempre appoggiato in ogni campagna elettorale fin da quando si presentava alle elezioni provinciali fino a quelle nazionali”. Una settimana prima alcuni sconosciuti danno fuoco all’automobile di Riccardo Izzi. Lui si spaventa e avvisa il prefetto. Proprio da quella segnalazione partì l’inchiesta amministrativa che si concluse con la proposta di scioglimento del comune di Fondi.
Il giorno prima dell’interrogatorio davanti alla Dda — quando ancora l’inchiesta Damasco era coperta dal segreto d’indagine — Izzi viene contattato da Fazzone, che — intervenendo direttamente — ne chiede le dimissioni: “Ieri come le ho detto è successo un fatto strano: mio padre è stato contattato da Fazzone in prima mattinata — racconta Izzi ai magistrati — (…) il Senatore non solo come previsto mi chiedeva di dimettermi dalla carica di assessore nel mio stesso interesse, ma mostrava anche di essere a conoscenza dell’indagine in corso (…)
Mi disse che sapeva che stavo collaborando con gli inquirenti e addirittura con la magistratura e cosa davvero singolare mi disse : “so cosa vai a fare domani a Roma…”. Un fascicolo decisamente interessante per la commissione antimafia.
Andrea Palladino
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Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile
CRONACA DI UN’AGGRESSIONE A ROMA, CONSUMATA NEL SILENZIO E NELL’INDIFFERENZA
Ci sono luoghi dove dopo mezzogiorno nessuno con un po’ di giudizio metterebbe il naso fuori di casa, se ha una casa.
Dove le donne girano con le borse legate alle spalle con doppie cintole. E dove se si ha bisogno di aiuto si fa prima a trovare da solo un modo per tirarti fuori dai guai.
Uno di questi luoghi è la l’autobus 128 a Roma, una linea ad alto rischio dove è stato necessario blindare le cabine degli autisti per proteggerli.
E i passeggeri? Quelli farebbero meglio a pregare il loro Dio se ne hanno uno.
Si parte dalla basilica di san Paolo e si va verso la Magliana.
Sono sulla vettura 5047, mercoledì 23 ottobre, poco dopo le cinque di pomeriggio. Palazzine e negozi passano in fretta, l’autobus si inoltra in strade di ex-campagna abbandonata al suo destino, tra viadotti, sfasciacarrozze, discariche e alloggi di fortuna. Quando si supera anche la stazione di Muratella si ha la sensazione di aver varcato un confine.
Ad ogni fermata persone di ogni età e origine salgono e scendono. Per salvarsi bisognerebbe guardare tutti in faccia e sulle mani per essere pronti a reagire quando arriva il momento.
Perchè il momento arriva sempre e non è piacevole: c’è chi viene insultato, chi viene borseggiato, chi viene deriso, chi viene molestata.
Il mio momento è arrivato quando la Magliana stava per terminare.
Si sono aperte ancora una volta le porte dell’autobus. Sono scese alcune persone, non so chi e nemmeno quante esattamente, ero girata verso il finestrino, non pensavo che fosse una posizione a rischio.
All’improvviso sento qualcuno o qualcosa tirarmi una mano.
Avevo un telefonino, sperava di prenderlo e fuggire rapidamente fuori dalla porta ancora aperta. Ho serrato la presa intorno al telefonino.
Il ragazzo ha dato un secondo strattone. Più forte, stavolta, facendomi cadere a terra.
Ne ha approfittato per guadagnare qualche metro, è sceso dall’autobus. Siamo rimasti molti secondi così: io sul pavimento dell’autobus, lui fuori, a lottare per un cellulare. Quanti secondi? Tanti. Troppi.
Li sentivo scorrere tutti mentre cercavo di non mollare la presa e mi chiedevo dove fossero finiti tutti, perchè nessuno facesse qualcosa.
Ad un certo punto il ragazzo si è arreso, ha lasciato la presa ed è corso su per una collinetta nel nulla assoluto.
L’autista ha chiuso le porte dell’autobus ed è ripartito.
Mi sono rialzata, e sono tornata al mio posto. Nel silenzio più totale.
Nell’autobus c’erano almeno dieci persone più un autista nella cabina.
Nessuno ha battuto ciglio. Il ragazzo avrebbe potuto tirare fuori un coltello e risolvere così a favore suo il nostro stupido braccio di ferro, nessuno avrebbe mosso un dito per me.
Mi sono seduta, l’autista è ripartito. Come se nulla fosse.
Perchè sul 128 un’aggressione è vita quotidiana.
Chi vive qui ogni giorno vede di tutto, non è un tentativo fallito di rapina a rompere il muro della rassegnazione.
Un istante dopo essermi seduta mi sono alzata. Mi sono avvicinata all’autista per dirgli che non si può lasciare le persone in balia di qualunque orrore senza accorgersi di nulla quando si hanno specchi retrovisori a volontà e pulsanti per chiudere le porte.
Dalla cabina blindata è emerso un giovane dall’aria spaurita.
Accanto al volante di guida aveva un testo universitario, qualcosa sull’economia, il prossimo esame da dare per sperare di non dover più vivere guidando uno degli autobus più a rischio di Roma.
Ha spiegato di non aver visto nulla e ha chiamato l’ispettore capo.
Dopo undici minuti di attesa ha risposto qualcuno che non la smetteva di fare domande.
Avevo ferite? No.
Avevo subito un furto? Nemmeno.
E allora che cosa chiedevo? Perchè insistevo a voler far mettere a verbale l’aggressione? Avanzavo qualcosa?
Sì, il diritto di tutti a vivere senza paura.
Flavia Amabile
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Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile
“MI HA NOTATA IN UN TALK SU UNA TV ROMANA”, MA HA PARTECIPATO ALLA TRASMISSIONE DELLA DE FILIPPI… “QUELLI DI CANALE 5 HANNO LE LISTE DEGLI ISCRITTI AL PDL”
Laurea con lode in giurisprudenza, un passaggio nelle tv Mediaset e la passione politica che nasce già
negli anni del liceo, a Catania.
Che la 27enne Ylenia Citino abbia attratto le attenzioni di Silvio Berlusconi non è strano.
Tanto che, quando la bionda militante del Pdl ha pubblicato il suo primo libro (Partiti a tutti i costi, edito da Sperling & Kupfer), il Cavaliere le ha fatto “una meravigliosa sorpresa, scrivendone la prefazione”.
Come ha conosciuto Berlusconi
Attraverso i circoli giovanili del Pdl. È stato un momento ad alta intensità di emozione: avere davanti un personaggio così, che avevo visto solo in tv, è stata una sensazione che non scorderò mai.
Neanche lui: nella prefazione la riempie di complimenti
Io ho disturbato varie volte la segreteria del Cavaliere. Dopo un sacco di mesi, quando ormai non ci speravo più, mi è arrivata una risposta positiva. Non mi sembrava vero.
Deve essergli rimasta impressa
Non ci eravamo mai parlati a quattr’occhi. Mi ha davvero notata quando ho partecipato a un talk show in una tv locale romana.
Berlusconi che fa zapping su Telelazio?
No, non lo fa. Ma gli hanno segnalato che io ero in onda. Oppure sono stata solo fortunata.
Non è che si è accorto di lei per via delle ospitate a Uomini e Donne di Maria De Filippi?
Ho partecipato solo a sei puntate. Anche se sono bastate a farmi etichettare come “tronista”. Che poi non era nemmeno il mio ruolo.
E quale era?
Ci sono venti ragazze e ragazzi che parlano di sentimenti e relazioni umane. Poi, se ti piace qualcuno, ti scambi il numero. E ci scappa pure qualche litigata, che non mi è piaciuta.
Gira un video in cui lei dà della shampista a un’ospite e viene subissata dai fischi del pubblico.
Appunto.
Ma cosa si aspettava?
Mi sono trovata in un’arena, come un gladiatore al centro del Colosseo. Non così diverso dalla politica, in fondo. Ma io avevo partecipato per gioco. Era già la quarta volta che mi chiamavano: avevo sempre detto di no.
E come facevano ad avere il suo numero?
Quelli di Canale 5 hanno le liste di persone che sono iscritte, e le tampinano.
Iscritte al Pdl?
Hanno un database, io c’ero dentro e infatti mi sono sempre chiesta il motivo.
Nel suo libro si fa continuo riferimento a etica e trasparenza. Quali sono i valori che l’hanno avvicinata al Pdl?
Ne potrei parlare per ore e ore.
Ne citi uno.
Quello della famiglia.
Berlusconi è condannato per prostituzione minorile.
Vogliamo l’elezione diretta del presidente della Repubblica.
Nella prefazione, il Cavaliere scrive: “La politica in Italia rischia di morire nel discredito in conseguenza di comportamenti collettivi e individuali intollerabili al senso comune”.
Perfettamente in linea con il mio libro, dove racconto gli scandali di Lusi e Belsito.
Berlusconi è appena stato rinviato a giudizio per la compravendita di senatori che fece cadere il governo Prodi.
Questo non intacca la sua popolarità . Rimane una persona votata da milioni di italiani.
La popolarità legittima i reati?
La mia cultura giuridica mi spinge a parlare solo dopo aver letto le carte del processo. Tra la verità e l’invenzione giudiziaria c’è una linea molto fine.
Beatrice Borrome
da “Il Fatto Quotidiano”)
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