Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
A PESARO LA DONNA AFFRONTA IL SUO EX E I DUE SICARI IN TRIBUNALE, APPLAUSI PER LEI ALL’USCITA: “LA PIU’ FORTE SONO IO”
«Niente». È niente quell’uomo che è a tre metri da lei, stesso banco, a sinistra. 
L’uomo che ha mandato due sicari a bruciarle la faccia con l’acido.
Lucia Annibali guarda avanti, guarda la faccia del giudice.
Non vale la pena guardare l’uomo che le diceva “hai il viso più bello del mondo” e poi l’ha fatta sfigurare. Meglio guardare avanti.
Dietro ci sono i due albanesi che nella sera del 16 aprile l’aspettavano a casa sua con l’acido solforico.
«Cosa stai provando?», le chiede sottovoce l’avvocato difensore, Francesco Coli. «Niente», risponde lei. «Tengo duro. La più forte sono io».
Poi si gira un attimo, per guardare il volto di Rubin Talaban, arrivato da Shkoder in Albania, l’uomo che per lei era solo un passamontagna nero.
Era l’ultima cosa che aveva visto, quella sera. Poi ci furono soltanto la mano che lanciava l’acido, l’urlo di dolore, il buio che le copriva gli occhi.
«Volevo vedere – dice Lucia – che faccia avessero, quei due. Non li avevo mai visti prima. Quello con il passamontagna è stato il mio incubo».
In ospedale, le prime notti, quando sentiva dei passi e gli occhi ancora erano spenti, credeva che l’uomo che l’aveva rovinata venisse a finire il suo lavoro.
Per un attimo ha cercato anche lo sguardo del suo ex fidanzato, stretto fra due guardie di custodia.
«Volevo fargli vedere cosa mi ha fatto. Un attimo solo mi è bastato.
Prima di arrivare in udienza ero agitata, sentivo dentro apprensione e anche paura. Poi in aula mi sono rilassata. Ho guardato quei tre e mi sono detta: Lucia, hai superato la prova. Quando ho guardato il mio ex ho capito una cosa importante: non mi fa più paura».
Cappotto rosso fuoco, cappello scuro e occhiali.
Appena esce dall’auto dei carabinieri Lucia Annibali si toglie la maschera di silicone che deve portare almeno quattro ore al giorno. È scesa nel garage del tribunale, lontano da taccuini e telecamere.
All’ingresso principale ci sono le donne dell’Udi con i cartelli: “Lucia potrei essere io”. Lei, per ora, vuole mostrare il suo volto solo a chi le ha fatto troppo male e al giudice che dovrà dare giustizia.
L’udienza è breve, poche ore. Gli avvocati della difesa chiedono il rito abbreviato «subordinato però a integrazioni probatorie».
Vogliono sentire altri testimoni e periti. Il giudice Maurizio Di Palma dice che l’istruttoria non ha bisogno di integrazioni.
Fissa l’udienza per il 21 febbraio, il 22 ci sarà la sentenza. Non sarà passato nemmeno un anno dall’aggressione, a volte la giustizia riesce a essere veloce.
«Sono contenta di questa decisione – dice Lucia Annibali, anche lei avvocato – Presto potrò avere giustizia e non è cosa da poco. Ho guardato gli accusati solo per un attimo perchè io oggi non dovevo guardare loro ma guardare avanti, al mio futuro. È quel che ora conta davvero per me».
Il suo avvocato, quando il giudice esce dall’aula, le chiede: «Lucia, cosa vuoi fare?». C’è sempre la porta secondaria che porta al garage, la macchina dei carabinieri è pronta al viaggio verso Urbino.
Lucia non risponde, ma con la mano indica la porta principale. Sa che di là ci sono dieci telecamere pronte, ci sono i cronisti e i fotografi.
«Senza dire una parola – dice l’avvocato Francesco Coli – con quella decisione Lucia ha spiegato tutto: la più forte sono io, sono uscita dal guscio e non ho paura a mostrare il mio volto ferito. Voglio rientrare nel mondo delle persone normali».
Flash, applausi e grida. «Lucia, Lucia…».
Con il padre, la madre e il fratello la donna sale a salutare il procuratore capo Manfredi Palumbo.
Dal garage partono invece i cellulari con Luca Varani e gli albanesi Altistin Precetaj e Eubin Talaban. L’uomo accusato di essere il mandante dell’oltraggio ancora una volta ha raccontato la sua verità . «Io volevo che con l’acido i due albanesi facessero danni all’auto di Lucia, non a lei. Oggi ho offerto un appartamento, come risarcimento. So che è un piccolo gesto ma è tutto quello che posso fare».
Offerta respinta.
Luca Varani ha avuto una figlia, due mesi fa, dalla fidanzata “ufficiale”, sempre nascosta a Lucia. Lui ha riconosciuto la figlia, la donna lo va a trovare in carcere.
Lucia Annibali esce dal portone centrale del palazzo di giustizia.
Ci sono tante donne ad applaudirla. Sui loro cartelli hanno scritto “Siamo tutte parte lesa”, “Gli schiaffi sono schiaffi. Scambiarli per amore fa molto male”.
Una troupe riesce a ripeterle la domanda: «Cos’ha provato, a rivedere Varani?». «Niente», risponde ancora. Lei deve guardare avanti, al suo futuro.
Oggi sarà ancora all’ospedale di Parma per un controllo. Forse più serena.
Gli incubi, quando hanno un volto e non sono soltanto un passamontagna, fanno meno paura.
Jenner Meletti
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
“HO FATTO LA BATTAGLIA CHE ANDAVA FATTA, ORA TOCCA AD ALTRI”…E CUPERLO RIFIUTA LA PRESIDENZA DEL PARTITO OFFERTAGLI DA RENZI
La rabbia e il realismo. Lo cercano in tanti mentre sta chiuso nella sede di Italianieuropei, a Piazza Farnese, uno dei pochi angoli di Roma dove non arriva il frastuono della città .
Ma la sconfitta, quella sì, è arrivata. Una botta fortissima.
Massimo D’Alema la compulsa alla vecchia maniera. Cercando di rimanere freddo.
Studia i dati. Guarda i flussi. Riceve le ultime nuove da Casarano, paesone della Puglia, secondo lo stile di un esperto politico del territorio.
Osserva che «Gianni ha recuperato 10 punti a Foggia». Come dire: grazie a me.
Legge i giornali e vede che il grande sconfitto è lui. Lo sapeva, certo.
«Sono anni che provano a distruggerci. A distruggermi». È la rabbia. Ci sono riusciti? Questa è la domanda che gli fanno al telefono i suoi fedelissimi.
C’è un mondo disorientato, furioso e contemporaneamente allo sbando che continua a chiedergli aiuto, che lo considera la zattera alla quale aggrapparsi.
È il mondo della sinistra ex comunista. Un mondo, a giudicare dalle primarie, che non esiste quasi più.
D’Alema dice che «la lotta politica » gli piace. «E quella con Renzi è lotta politica, i rapporti personali non c’entrano. Anzi, sono persino buoni».
Oggi però prende atto, realisticamente, di un passaggio. «La mia battaglia l’ho fatta. Adesso tocca ad altri», ripete ai suoi interlocutori.
È il momento che una nuova classe dirigente accetti la sfida. Cuperlo, prima degli altri.
«È una fase nuova, anche per me. C’è Gianni, c’è una generazione più giovane. Si prenderanno le loro responsabilità ».
Fa intendere che in pubblico osserverà un lungo silenzio. Domenica andrà all’assemblea nazionale di Milano. Poi, la prossima settimana ricominceranno i viaggi per il mondo, quelli da presidente della Fondazione del socialismo europeo.
Un disimpegno? Un addio? Glielo chiedono, quelli della corrente. «Ma no», tranquillizza lui. Ritrova il tono della battaglia: «Nessuno mi cancellerà con un tratto di penna. Io faccio politica. Per passione, perchè ci credo».
E il silenzio? «Adesso tocca ad altri», ripete.
Tocca soprattutto a Renzi. «Hai preso un risultato clamoroso, ha vinto trionfando, giusto? Adesso ti metti alla prova. Diritti e doveri di un vincitore», dice D’Alema.
Per questo ha condiviso la scelta di Cuperlo (altri sospettano ispirato, etero-diretto…) di rifiutare le offerte del neosegretario.
Un posto in segreteria e la presidenza del partito per Gianni. «Non si costruiscono accordi politici in mezza giornata».
Sarà scissione, allora? Per il momento, appare impossibile. Non ci sono le condizioni, anche volendo. La riscossa avrà bisogno di tempo. Si è capito bene in una riunione convocata ieri da Cuperlo. I giovani turchi volevano entrare nella segreteria, non considerano Renzi «il barbaro che distrugge il partito» come dice Matteo Orfini.
E sperano di uscire dal cono di Bersani e D’Alema. Anzi, Cuperlo avrebbe dovuto farlo già nella campagna delle primarie
Sono divisi e quindi non c’è ancora una linea chiara, figuriamoci l’organizzazione di una rottura. Traumatizzati. spiazzati. Renzi è arrivato a Roma. Ce l’ha fatta.
Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds che continua a gestire un patrimonio immobiliare di centinaia di milioni di euro (forse un miliardo), è uno che ama lo scontro.
«Sono preoccupato per le sorti della sinistra? Un po’ ma non da oggi. Stanno cercando di eliminarci da 8 anni. La vicenda Unipol-Consorte. Ci hanno messo in croce e ora tutti assolti. La Procura di Milano, i giornali, i partiti…».
Il complotto però non è una buona linea politica da sostenere. Non è quella di D’Alema, per capirci. Adesso è necessario rimanere calmi.
Ed eccolo D’Alema uscire dal portone della sede di Italianieuropei con un lungo cappotto blu e i guanti. Sono le sei di pomeriggio di un giorno da dimenticare.
Per fortuna, c’è il sorriso della moglie Linda ad accoglierlo a piazza Farnese.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
“SONO A DISPOSIZIONE”…E SI CONSOLA CON LA VITORIA A BETTOLA
«Ma davvero abbiamo vinto a Bettola? Devo chiamare i ragazzi, ringraziarli». Almeno in
patria, profeta.
Almeno lì il Pd non ha voltato le spalle alla Ditta di Pierluigi Bersani.
In Transatlantico, però, aleggia la “rottamazione”. L’ex segretario sorride quando lo dipingono come l’ultimo dei Mohicani: «Ho più di sessant’anni. Sono a disposizione del partito».
Partiamo da Renzi. Qualcosa le dovrà pur piacere…
«Mi piace la sua immediatezza, l’energia, lo slancio, la freschezza. Ora bisognerà vedere cosa ha in mente per il partito. In fondo, il punto è quello di sempre: il Pd deve decidere se essere spazio o soggetto politico. E se essere impermeabile ai potentati».
Renzi può essere “impermeabile”?
«Lo vedremo, dovrà dimostrarlo. Certo, ha la personalità e la forza per interpretare in autonomia che cos’è il Pd».
Appena insediato farà cadere il governo?
«Non credo».
E voi? I dati sembrano indicare che avete sbagliato candidato.
Ride, Bersani. «Non si sbaglia mai candidato. E poi un’onda di quel genere non si frena. Se c’è una cosa che posso rimproverare a Gianni Cuperlo è che lui è un uomo per bene, come pochi. Io da tre anni mi ero messo in ginocchio per chiedergli di andare in tv… Ma lui è fatto così, è un grande e va rispettato. D’altra parte, sa, a volte il pensiero è una fregatura… ».
Intanto, però, avete raccolto il 18%.
«Renzi ha ottenuto una vittoria netta. Sono pronto a lavorare per il Pd. Nessuno gli metterà i bastoni tra le ruote.Ha chiesto disciplina, io sono qui».
E Civati, l’outsider?
«Tante cose che dice sono condivisibili. Ma se dice che da segretario del Pd toglierebbe la fiducia, fatico a capire…».
“È finita una classe dirigente”, ha scandito Renzi domenica sera. Parlava anche di lei, onorevole.
«Non si può usare la clava. Questa è una ruota, non c’è dubbio. Va benissimo il rinnovamento — e d’altra parte, guardate ai nostri gruppi parlamentari ma serve anche l’esperienza. Renzi deve ricordare che se tutti sono qua è perchè qualcuno ci ha preceduto e ha reso possibile tutto questo portando la fiaccola».
Insomma, la sinistra non è finita?
«La sinistra esiste in natura, vedrete che produrrà ancora fiori rigogliosi. Avrà la forza di rigenerarsi e uscirà fuori qualche leader che non immaginiamo».
E lei che farà ? Tornerà in Parlamento la prossima legislatura?
«Io sono a disposizione. Vedremo, farò quello che serve al Pd».
La clava, diceva. Renzi l’ha usata. Per reazione potreste chiudervi in un recinto identitario.
«Ma guardate che la sinistra non può essere una corrente del Pd, deve essere il lievito! Io adesso voglio capire cosa pensa il segretario su una serie di questioni ».
E se non le dovessero piacere?
«Lo dirò. E comunque i tre milioni ai gazebo dimostrano che il confronto è nel nostro dna».
La nuova segreteria, intanto, è stata nominata.
«Ho visto. È composta per metà di uomini di Renzi, per metà di Franceschini».
Confronto, diceva. Ma potreste non essere coinvolti nelle decisioni.
«Guardi che il nostro partito è abituato a discutere. Le decisioni nascono sempre dalla discussione, anche se uno ha il 99%. Sarebbe come non vedere una mucca nel corridoio, scusate il bersanese».
Ne è convinto?
«Gli italiani sono un popolo in cui c’è una certa quota di anarchismo, come dire, cooperativo. Un giorno ci segue, un giorno no. Anche nei nostri elettori c’è una base di individualismo. E se non c’è un partito, non ci sono punti di tenuta del sistema. Il sistema non si può reggere solo su un leader carismatico».
Resta il fatto che il leader ha vinto.
«Certamente lo spirito del tempo è di chiedere cambiamento. Ma oggi per fare il leader bisogna essere in un collettivo stabile».
Anche in Italia?
«Il sistema italiano è il più fragile e volatile d’Europa. Siamo gli unici ad essere usciti dal muro con discredito, con Tangentopoli. E Berlusconi è il profeta di questa fase leaderistica. Basti pensare che persino intorno a Monti hanno voluto fare il partito…».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
UNA FRUSTRAZIONE GENERALIZZATA CHE GENERA VIOLENZA E PUO’ DIVENIRE EMERGENZA
È l’onda lunga della protesta. Quella dei forconi. Un’onda così lunga che, diramandosi ovunque indistintamente, corre il rischio di sfociare in una rabbia livida pressochè indistinta.
L’Italia è un paese assai pigro nell’indignarsi. Per questo, spesso, ogni protesta democratica è quasi da benedire, perchè testimonia un’esigenza di giustizia, oltre che una vitalità (nonostante tutto) indomita.
Quanto accaduto ieri stimola però anche altre riflessioni.
La protesta, organizzata dal movimento di agricoltori e pastori protagonisti nel 2012 delle manifestazioni in Sicilia assieme a varie sigle di camionisti, ha trovato proseliti anche altrove.
Dal Veneto alla Campania, da Milano a Palermo, dalle Marche alla Sardegna.
Ce l’hanno con l’austerità , ieri griffata Monti e oggi Letta.
È una rabbia che ha trovato sponda in semplici cittadini, che chiedono le dimissioni dell’esecutivo e un referendum per l’abolizione dell’euro.
Il blog di Beppe Grillo ha dato risalto a una scena inusuale: la polizia che, di fronte ai manifestanti a Torino, si toglie il casco.
Forse per solidarizzare, forse per riportare alla calma. “Siete come noi”, ha gridato la folla alle forze dell’ordine, in un rovesciamento dei ruoli che testimonia ulteriormente come l’ideologia non c’entri nulla: come, ormai, sia questione di nervi. Di frustrazione. Di dolore, di ingiustizia.
E di violenza, perchè più una protesta è ideologicamente labile e più il corteo (dai princìpi spesso condivisibili) si espone al virus dell’infiltrazione: pochi esterni che si confondono all’interno del gruppo e distruggono tutto. Proteste e intenti.
Il caso più evidente si è verificato proprio a Torino. Un assalto al Palazzo della Regione, obiettivo il presidente della Regione Cota, indagato per peculato insieme a 42 consiglieri.
I manifestanti più ambiziosi gridavano “Rivoluzione , rivoluzione!”.
Quelli più espliciti urlavano ben altro, e le parole più delicate erano “ladro” e “facci vedere gli scontrini”.
Accanto ai protestatari della prima ora, ultrà della Juventus (i gruppi Drughi, Bravi ragazzi e Tradizione), del Toro, del Milan.
Incappucciati e con caschi. Bastoni, mazze da baseball, bottiglie.
La piazza ridotta a campo di battaglia, le transenne divelte. Lancio di sassi e rissa, perfino tra gli stessi ultrà . à‰ anche questa la variabile impazzita.
Che la protesta si dimentichi il perchè della protesta. Che la rabbia diventi fine a se stessa. Che l’unico obiettivo sia il caos, la guerriglia, lo spaccare tutto.
E che la violenza, alimentata da una frustrazione generalizzata e da una congiuntura economica spietata, chiami altra violenza.
Fino a diventare non più occasionale, ma addirittura rituale. Quasi un’abitudine, quasi una costante.
Proteste di questo tipo, trasversali e inizialmente spontanee, individuano genericamente nello Stato la fonte di tutti i mali.
Uno Stato peraltro assente, oltre che svilito e illegittimo, ridicolizzato anzitutto da chi detiene il potere e dunque incentiva involontariamente qualsiasi pulsione antagonista.
Se lo Stato è di per sè antipolitico, la protesta di piazza (e di pancia) non può non avere analoga attitudine.
Se il cittadino non si sente ascoltato, prima urla contro il cielo e poi abbassa il tiro. Oltre che il livello di pazienza. Generalizza e colpisce.
La debolezza delle istituzioni fa sì che la violenza trovi breccia e venga in qualche modo tollerata. Diventano “normali” il blocco delle strade, lo scontro fisico: l’arrabbiatura che neanche più si ricorda il motivo originario della rabbia.
Ieri molti italiani hanno protestato, perchè c’è tanto da protestare. Tutto, però, ha via via assunto i connotati dello scontro per lo scontro.
E quel che oggi sembra un’esplosione sporadica di frustrazione, e che in paesi ancora più deboli è ormai norma, potrebbe divenire domani uno stato permanente di emergenza.
Da una parte chi si incazza, dall’altra chi non ha risposte e neanche le cerca.
Un non-dialogo tra sordi. Più che un paese, una polveriera.
Andrea Scanzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
TIFOSI SI UNISCONO A ESTREMISTI E CANI SCIOLTI: UN ARRESTATO, 14 FERITI TRA AGENTI E CARABINIERI, SCHIERATI IN NETTA INFERIORITà€ NUMERICA… I POLIZIOTTI SI TOLGONO I CASCHI, E RICEVONO APPLAUSI
Sembra nebbia, ma gli occhi bruciano. Piazza Castello, sede degli uffici del governatore
Roberto Cota, è avvolta nei fumi dei lacrimogeni.
à‰ la guerra dei forconi, il movimento nato due anni fa in Sicilia dalla rabbia dei contadini e diventato simbolo dello scontento nazionale, il collante che adesso però tiene insieme ultrà , cani sciolti ed estremisti di ogni colore contro la casta, la politica, il nemico comune.
In terra, a Torino, ci sono pietre, fumogeni, mattoni, bottiglie di vetro, bulloni: le armi utilizzate dagli ultrà contro le forze dell’ordine.
A fine giornata il bilancio è di 14 agenti feriti e un manifestante, Alessio Mirotta, 19 anni, di Avigliana, arrestato per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, oltre che per danneggiamento aggravato.
A Torino la protesta è iniziata prima dell’alba: dalle 5:30 due presidi hanno rallentato il traffico cittadino.
Due piazze sono state occupate, una a nord e una a sud della città , entrambe vicine agli svincoli autostradali.
Blocchi alle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa, con 17 corse ritardate o cancellate. In piazza Pitagora i manifestanti sono oltre 200: “Fermiamo le macchine per qualche minuto — spiega un disoccupato 30enne — giusto il tempo di spiegare le nostre ragioni”.
Niente simboli di partito, solo bandiere tricolore: “Qui non ci sono nè comunisti, nè fascisti — dice un manifestante —. Nessuno si nasconde dietro a un Che Guevara o a una croce celtica”.
L’appuntamento è alle 9 in piazza Castello. Gli organizzatori confermano che “sarà una giornata di disagi, ma pacifica”.
Bar, edicole, alimentari: tutti rimangono con le saracinesche abbassate. Qualcuno affigge un cartello “chiuso per sciopero”, ma per molti la serrata è obbligata.
“Sono passati con dei volantini — racconta un barista — e ci hanno ‘caldamente consigliato’ di rimanere chiusi”.
Migliaia di persone si sparpagliano per il centro, non c’è una testa, ogni gruppo sceglie il suo obiettivo. Le due stazioni ferroviarie vengono occupate. Mentre una parte degli attivisti si ferma davanti all’Agenzia delle Entrate: un po’ di tensione, nessun contatto con le forze dell’ordine.
La folla invita i poliziotti a cambiare lato dello schieramento: “Dovete stare con noi, siamo tutti nella stessa merda”. La polizia in assetto antisommossa toglie i caschi. “Erano venute meno le esigenze operative che ne avevano imposto l’utilizzo” sosterrà poi la questura.
Dal popolo dei forconi arrivano applausi e urla di approvazione. “Il gesto merita un plauso — spiega Felice Romano, segretario generale del sindacato di polizia Siulp —. Togliersi il casco è un atto che per quanto simbolico dimostra che la misura è colma e che i palazzi, gli apparati e la politica sono lontani dai problemi reali dei cittadini”.
Poco dopo mezzogiorno i vari gruppi convergono su Piazza Castello.
La sproporzione delle forze in campo è evidente: sei mezzi di carabinieri e polizia devono difendere la sede della Regione da migliaia di ‘arrabbiati’.
Arrivano in piazza anche gli ultrà di Juventus e Torino. Prima qualche coro da stadio, ma ben presto parte la prima sassaiola.
Cosimo Caridi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
LA VILLA DOVE TRASCORRE LE VACANZE INVERNALI È UN LOCALE COMMERCIALE, AFFITTATO DALLA SOCIETà€ VISIBILIA
A vederla passeggiare per le vie di Courmayeur nel weekend scorso Daniela Santanchè sembrava davvero in vacanza dopo le dure settimane della scissione del Pdl.
Chissà quanti l’avranno invidiata vedendola festeggiare Sant’Ambrogio a ‘Curma’. Eppure basta consultare le carte del catasto e della Banca Popolare di Milano per scoprire che il deputato e amministratore unico della Visibilia Srl, quando è a Courmayeur lavora.
Non bisogna farsi ingannare dalle fotografie con le buste della spesa insieme al compagno Alessandro Sallusti, direttore del Giornale dei Berlusconi.
Daniela Santanchè non è in un luogo di villeggiatura. Per lei Courmayeur è una sede di lavoro come un’altra.
Quella che molti definiscono la ‘villa’ di Daniela Santanchè a Courmayeur non è un’abitazione ma in realtà è un locale a uso commerciale della Visibilia, la società della quale Santanchè è amministratore unico e socio al 60 per cento mentre il restante 40 per cento è della Bioera, quotata in borsa e controllata dall’ex compagno Canio Mazzaro.
Visibilia fattura una ventina di milioni e ha uno dei suoi principali clienti proprio ne Il Giornale diretto da Sallusti.
A pagare l’affitto della casa dove Santanchè trascorre i suoi week end sulle nevi è proprio la Visibilia.
Lo si scopre leggendo le carte dell’indagine sulla Banca Popolare di Milano.
Quattro mesi prima degli arresti domiciliari nei confronti dell’ex presidente della Bpm Massimo Ponzellini, il 27 gennaio 2012 il consulente del pm Pellicano, Michele Lo Coco, nella sua relazione descrive i rapporti bancari tra la Visibilia e la Banca: “La posizione di Visbilia viene revisionata nel maggio 2011 in occasione della concessione di un credito di fìrma di 40 mila euro per la locazione di struttura a uso commerciale a Courmayeur”.
L’immobile è esattamente lo stesso nel quale Daniela Santanchè trascorre le sue vacanze. 
La Banca Popolare di Milano, il 9 giugno 2011 rilascia una fideiussione a garanzia del contratto di affitto stipulato dalla Visibilia 2 Srl (che poco dopo sarà incorporata nella Visibilia) con il proprietario: la società Bazzi Case S.A.S. di Carlo Bazzi, un imprenditore di Cermenate in provincia di Como.
A garanzia del contratto di “locazione a uso diverso dall’abitazione” la Bpm si impegna a prestare garanzia sulla cauzione di 40 mila euro per l’affitto.
Ma è lecito intestare il contratto della casa di montagna alla propria società e magari scontare il costo dal reddito ai fini fiscali?
Daniela Santanchè replica: “Non c’è nulla di male. Quella casa serve per le cose della società . Non è una casa in cui vado tutti i week-end a sciare. Ho ritenuto fosse giusto perchè la utilizzo per le pubbliche relazioni e gli eventi che dobbiamo realizzare per Visibilia. Inoltre mi pare di ricordare con un margine di certezza del 99 per cento che paghiamo solo metà del canone tramite Visibilia. Non è una villa ma una casa che ha un piano su strada senza camere da letto dove ho organizzato un incontro con i miei migliori clienti e presto farò un evento per la rivista che edito: Ville e giardini”.
Quando Bpm concede la fideiussione (“un servizio per il quale abbiamo pagato”, dice Santanchè) i funzionari della banca danno un’occhiata ai conti della Visibilia.
L’esito dell’istruttoria non è esaltante. Il consulente del pm Pellicano cita gli atti interni della Banca Popolare di Milano dai quali emerge che “l’operatività legata agli anticipi fatture ha evidenziato ritardi negli incassi”.
In pratica la società di Santanchè si finanzia presentando alla Bpm le fatture che i clienti le devono ancora pagare. Peccato però che “la percentuale di insoluti nel 2010 si è attestata al 32 per cento; nel corrente anno solare giugno 2010-maggio 2011 al 56 per cento e in ulteriore peggioramento negli ultimi quattro mesi: dal febbraio 2011 al maggio 2011: 74,6 per cento”.
Nonostante tutto Bpm concede anche la garanzia su altri 40 mila euro, per permettere alla Visibilia di affittare a Courmayer il suo immobile “a uso diverso dall’abitazione” fino al giugno del 2014.
La casa affittata da Daniela Santanchè ma di proprietà della Bazzi Case Sas è censita come C1, cioè “Negozi e botteghe locali per attività commerciale per vendita o rivendita di prodotti” e ha una consistenza di 204 metri quadrati.
La proprietà include anche una seconda unità immobiliare di 75 metri quadrati, classificata come C6, cioè “Garage, box auto o posti macchina, stalle e scuderie”. Probabilmente l’alloggio della Cadillac Escalade, il suv della Santanchè che divenne celebre per una multa da 50 euro in divieto di sosta.
“Io non so cosa faccia Daniela Santanchè in quella casa”, spiega Carlo Bazzi, “io non l’ho praticamente più vista dopo il contratto nel 2011 ma mi dicono che effettivamente abbia fatto un paio di eventi lì”.
Bazzi giura che la casa, censita come bottega e magazzino, “ha l’abitabilità ”.
Comunque sembra difficile spiegare la distanza tra le carte e la realtà .
Quella che a tutti sembra una lussuosa casa delle vacanze di un deputato, stando al catasto e alle pratiche della banca è invece un locale commerciale.
Chissà cosa ne penseranno i finanzieri che spesso si fanno vedere a Courmayer a beneficio di telecamere per stanare il solito barista che non batte lo scontrino alla decima vodka.
Ai fini fiscali, il canone pagato da Visibilia a Bazzi per la casa di Courmayer è considerato un costo per la società , quindi deducibile dal reddito.
A metà , se Santanchè ricorda bene, o del tutto se ricorda male.
Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
NESSUNA OBIEZIONE SULLA LEGGE DI STABILITA’, SULLA RIFORMA ELETTORALE E SULLE “COSE URGENTI DA FARE” SE NE PARLERA’ A GENNAIO
Passo veloce, codazzo di cronisti e cameramen, al seguito anche i fedelissimi Dario Nardella e Francesco Bonifazi.
Matteo Renzi ha appena terminato la sua prima conferenza stampa da segretario del Pd al Nazareno: si affretta per le vie del centro, pochi passi per andare ad un incontro importante. Anzi: ‘l’incontro’.
A Palazzo Chigi da Enrico Letta, ansioso di firmare il patto di governo con il nuovo leader del Pd.
Il premier rassicura il sindaco sulla legge elettorale: si lavora su una prospettiva bipolarista, nessuna tentazione proporzionale dopo la sentenza anti Porcellum della Consulta.
E da parte sua il segretario Dem si predispone alla verifica di maggioranza a gennaio: il ‘patto alla tedesca’ che aveva chiesto prima delle primarie, fondato su obiettivi concreti — legge elettorale e riforme, costi della politica, misure per il lavoro — che sembrava così urgente ora puo’ attendere un mesetto dei due dichiarati necessari per spoccare il volo.
Appena varcato l’ingresso di Palazzo Chigi, rigorosamente quello sul retro, Renzi si predispone a quello che sarà un confronto “piacevole, a tratti mieloso”, dicono i fedelissimi del premier.
Via gli scenari da guerriglia anti-governativa evocati prima dei gazebo, accantonato il cronometro con cui il segretario del Pd si prefigge di segnare il tempo per le riforme. “Abbiamo avuto un incontro lungo, positivo e fruttuoso che conferma il nostro comune impegno. Lavoreremo bene insieme”, certifica una nota democristiana congiunta diffusa alla fine di un’ora di amabile chiacchierata.
Sorrisi e foto ricordo diffusa subito su twitter (idea dello staff di Letta).
Il resto è cronaca di un match che non è ancora entrato nel vivo, una partita vinta a tavolino dal governo a due giorni dal voto di fiducia che incasserà in Parlamento mercoledì, a suggello della nuova maggioranza nata con la scissione degli alfaniani da Berlusconi.
Del resto, Renzi lo aveva lasciato capire già in conferenza stampa al partito, ormai la manovra è impostata, nessuna battaglia in Parlamento.
I lettiani sono convinti che l’asse di ferro tra Grillo e Berlusconi, entrambi scatenati nelle accuse al governo nonchè a Giorgio Napolitano, abbia ristretto i margini di manovra di Renzi.
“E poi come fa un segretario del Pd appena eletto a stringere un accordo con Berlusconi, fosse anche solo per la legge elettorale?”, si chiede fiduciosa una fonte vicina al premier.
Risposta: “Non se lo può permettere”.
Un quadro che ha portato il neoeletto segretario a non insistere per un esame ad horas sulla legge elettorale, malgrado i propositi della vigilia.
Si punta alla verifica di gennaio, quando verrà messo a fuoco il dibattito sul sistema di voto su uno schema bipolarista, ha assicurato Letta, convinto che la prospettiva convenga anche all’alleato Angelino Alfano, interessato a costruire “un partito grande di centrodestra e non l’ennesimo partitino…”, spiegano fonti vicine al governo. Quanto ai tempi, l’idea è di approvare la legge, almeno in prima lettura, entro la primavera, prima delle europee, cioè in campagna elettorale, momento in cui tutti gli attori in campo avranno interesse a posizionarsi su una visione ‘anti-inciucista’, anti Prima Repubblica, anti proporzionale.
E’ questo il succo dell’intesa siglata a Palazzo Chigi, all’indomani delle attesissime primarie del Pd.
Ma è un patto da pericolo scampato, perchè c’è ancora la nebbia sul governo.
Da dipanare a colpi di “cose fatte: non perdiamo tempo”, dice a parole Renzi, che però non può più minacciare le elezioni anticipate senza riforma elettorale: dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum, si andrebbe a votare col proporzionale e sarebbe la fine del suo sogno di governo.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
“ARROTONDA” COSI’ GLI INTROITI MISTERIOSI DEL BLOG: COMICO, EDITORE E IMMOBILIARISTA
Sferzato dalla gelida tramontana di Genova, della sua Genova, sul palco del terzo Vaffa-day,
quello dello scorso 1 dicembre, Beppe Grillo era stato chiaro: «Il mio 730 è a zero da quattro anni. Sono l’unico che fa politica e ci ha rimesso dei soldi».
Un piangere miseria che sulla Rete aveva fatto sorridere qualcuno e indignare altri, ma che Libero è in grado di giustificare con una notizia documentata: Beppe da qualche mese è costretto ad affittare la sua magione luganese come un qualunque travet che abbia ricevuto un’eredità , ma non sappia come mantenerla.
Per verificarlo basta navigare sul sito di un importante fiduciaria svizzera, la Wullschleger Martinenghi Manzini gestioni immobiliari sa (società anonima) e cliccare su «affitti».
Ecco comparire l’annuncio sotto il titolo: «Elegante appartamento vista lago».
L’incipit invoglia: «In posizione strategica, vicino a tutti servizi, all’uscita dell’autostrada Lugano sud e al lungolago, affittiamo bellissimo appartamento con favolosa vista lago».
Di seguito la dettagliata descrizione dell’appartamento: «Ingresso, ampio soggiorno/pranzo con vetrate panoramiche e uscita sul terrazzo, cucina completa con pavimento in resina, stanza di servizio con bagno. La zona notte è composta da un corridoio con armadi a muro, una camera matrimoniale con vista lago, una camere doppia con due letti ed una camera singola. Due bagni in marmo (uno con doccia ed uno con vasca)». Il tutto viene catalogato come un cinque vani e mezzo.
Le foto sul sito in realtà non entusiasmano: lo spoglio salone è occupato da tavolo e sedie a prima vista neri, mentre nella camera da letto si nota una trapunta viola quaresimale.
Il pavimento è di parquet chiaro. Sugli ampli terrazzi tende da sole rosse e qualche vaso di piante. Il prezzo della «pigione» (così è chiamato sul sito l’affitto, con linguaggio aulico)? Calcoliamo: «Franchi 5100 + franchi 500 acconto spese + franchi 200 per un posto auto in autorimessa».
In tutto circa 4.200 euro al mese a uso foresteria.
Infatti l’annuncio precisa che «si affitta completo di arredamento nuovo con contratti a breve termine (dai sei ai dieci mesi)». A partire dal gennaio 2014.
Gli ultimi inquilini, Gianfranco D’Alconzo e la moglie Francesca Notarbartolo di Villarosa, hanno vissuto qui alcuni mesi con i figli, senza incontrare il padrone di casa: «Avevamo a che fare con la fiduciaria» spiega il capofamiglia.
La dimora si trova sopra l’esclusivo hotel Splendide nella zona di Loreto e si raggiunge inerpicandosi su una lunga scalinata.
La palazzina rossa alta sei piani ha un doppio ingresso e si trova di fronte all’edificio dove risiede Mina con la figlia Benedetta Mazzini.
Quest’ultima è proprietaria dell’altro appartamento sul pianerottolo di casa Grillo, attualmente in locazione a un dirigente inglese della Timberland.
Beppe ha acquistato la sua dimora luganese nel 2008 e la compravendita è stata registrata al locale registro fondiario nel gennaio 2009.
Il leader del Movimento 5 Stelle spiegò così ai giornali elvetici il motivo della sua decisione: «Sì, ho comprato un appartamento a Lugano perchè se mi oscurano il blog sono pronto a ripartire il giorno stesso con Beppegrillo.ch o Beppegrillo.eu».
In realtà quella casa non è mai stata usata per l’attività politica.
Come confermano gli attivisti del meetup di Lugano: «Noi qui non l’abbiamo mai incontrato» spiega Luca Sergi, fondatore della locale «sezione» del movimento. «Non so neanche quale sia il suo indirizzo» aggiunge il ricercatore Matteo Salani, candidato alle ultime elezioni parlamentari per la sezione Estero.
Al registro fondiario non è indicato il valore dell’appartamento.
Una vicina dichiara: «Una mia amica ha acquistato i due appartamenti dell’ultimo piano per circa quattro milioni di franchi». Perciò Grillo potrebbe aver speso tra l’1,5 e i 2 milioni di euro per accaparrarsi il suo.
A suggerirgli l’acquisto potrebbe essere stata proprio l’amica Mina: «Qui l’ho visto passeggiare solo con lei» conclude la vicina.
Dal 30 novembre 2012 l’ex comico prestato alla politica non è più registrato all’ufficio controllo cittadini di Lugano come occupante di una casa vacanze.
Ha detto addio al suo lago pochi giorni prima delle «parlamentarie» del dicembre 2012 per decidere i candidati del Movimento 5 Stelle alle elezioni e alla vigilia dello sbarco dei suoi a Roma.
Anche se in molti continuano ad avvistarlo in Svizzera.
«L’ho caricato all’hotel Eden (lussuoso cinque stelle ndr) e l’ho portato all’aeroporto di Agno per un volo Lugano-Roma» racconta un tassista. «L’ho incrociato subito dopo le ultime elezioni, mentre stringeva la mano ad alcune simpatizzanti» ricorda Eleonora, funzionaria del Comune. Che con lui si è fatta fotografare: «Gli abbiamo messo al collo l’asciugamano promozionale dell’estate ticinese».
Con sopra uno slogan in tedesco. La moglie Parvin Tadjik lo portò via sbuffando: «Non sai neanche quello che c’è scritto».
Già allora Grillo aveva iniziato ad affittare il suo buen retiro.
Come ha fatto quest’estate con la sua Corallina, villa di 21 vani con piscina e 5 mila metri di macchia mediterranea a Marina di Bibbona (Grosseto), proposta alla cifra monstre di 14 mila euro a settimana.
Redditi che lo dovrebbero mettere al riparo dall’indigenza e a cui vanno probabilmente aggiunti gli affitti di altri immobili.
Infatti l’ex comico genovese oltre alla villa luganese e a quella toscana, ha personalmente intestati sette vani a Rimini con box e un garage in valle d’Aosta; inoltre è proprietario al 99 per cento dell’immobiliare Gestimar, che ha in pancia quattro studi professionali (le cui locazioni valgono in media il doppio di un normale appartamento) a Genova in pieno centro e nel quartiere di Nervi, per un totale di 22,5 vani. In più, possiede quattro piccoli depositi.
Grillo è pure socio dell’altra immobiliare di famiglia, la Bellavista, attualmente inattiva. Ad essa è intestata la sua principesca dimora, una villa di 24 vani (con due piscine) sulle colline di Sant’Ilario (Genova), con annessi diversi terreni.
Un ingente patrimonio a cui bisogna assommare gli introiti provenienti dal merchandising del blog, una specie di bottega online di libri e dvd, e i copiscui guadagni, mai ufficialmente quantificati, garantiti dagli spazi pubblicitari messi in vendita da Google sul suo sito (il Sole24ore parlo’ di 10 milioni di euro l’anno).
Soldi che certo gli faranno dormire sonni tranquilli, nonostante quel «730» sceso a zero.
Giacomo Amadori
(da “Libero“)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
I CRONISTI METTONO SU YOUTUBE UNA CLIP CON TUTTI GLI INSULTI RICEVUTI DA MARIA NOVELLA OPPO DA PARTE DEI GRILLINI
Gli insulti pesantissimi a Maria Novella Oppo, la giornalista dell’Unità linciata mediaticamente dai fan di Beppe Grillo dopo che quest’ultimo ne aveva pubblicato la foto sui propri blog e profilo Facebook, additandola a nemica del Movimento, sono diventati il canovaccio di un filmato di solidarietà alla cronista che sta spopolando in rete.
Una decina di giornalisti sono stati ripresi mentre, senza alcun commento, leggono le aggressioni verbali, molto spesso a sfondo sessista, rivolte alla Oppo.
Ne citiamo le più morbide: «Che racchia. Pure raccomandata e sostenuta dai fondi pubblici. Sedia elettrica subito!», scrive Tiziano Caliendo.
«E’ più bella che intelligente», gli fa eco Gianluca Castaldini copiando una vecchia battuta di Berlusconi su Rosi Bindi, preso a modello anche da un altro commentatore che la definisce con la stessa formula irripetibile usata dal cavaliere per la cancelliera Angela Merkel.
«Abbiamo stampato 40 pagine di insulti, fra i circa tremila che erano stati postati sul blog di Grillo e la sua pagina Facebook — spiega Stefano Aurighi, autore del video insieme a Davide Lombardi e Paolo Tomassone, che insieme formano le Officine Tolau -. Poi, via Facebook, abbiamo lanciato un appello ai giornalisti e abbiamo chiesto loro di leggerli davanti alla telecamera, perchè ci sembrava una risposta adatta alla gravità di quanto era successo, e stamattina abbiamo messo online il filmato».
Officine Tolau si occupa della realizzazione di documentari su temi politici.
Fra i loro titoli: “Occupiamo l’Emilia”, sulla Lega Nord, e “A furor di popolo”, del 2010, dedicato proprio al Movimento 5 Stelle, ripreso all’epoca della manifestazione di Cesena.
Franco Giubilei
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