Destra di Popolo.net

ZAGREBELSKY: “SCHIAFFO DALLA CONSULTA MA LO STATO DEVE SOPRAVVIVERE E IL PARLAMENTO È LEGITTIMO”

Dicembre 8th, 2013 Riccardo Fucile

“GRILLO HA TORTO, VALE IL PRINCIPIO DELLA CONTINUITA’ DELLO STATO”… “IL PROPORZIONALE E’ UN SISTEMA ALTRETTANTO DEGNO DEL MAGGIORITARIO”

La sentenza della Corte? «Ci riporta alla Prima Repubblica». Il Parlamento attuale? «È delegittimato, ma non annullato». I 148 deputati ancora non convalidati? «Possono sperare». Grillo? «A lui si è data materia, ma non ha ragione ». C’è stato uno schiaffo della Consulta al Parlamento? «Sì, ma forse finirà  tutto lì».
Il professor Gustavo Zagrebelsky riflette sulla sentenza della Corte sul Porcellum e sulle sue conseguenze.
Grande caos. Grillo impazza. Vuole fuori dalla Camera i 148 “abusivi”. In realtà , vuol far fuori tutti. La sentenza della Corte cancella la storia d’Italia a partire dal 2005, quando è stato votato il Porcellum.
«Un’osservazione sul “grande caos”. Ci si è cacciati in un vicolo cieco, del quale è difficile vedere l’uscita. Possiamo prevedere che ci sguazzeranno a lungo politici, politicanti, giuristi, azzeccagarbugli. Cerco di non far la fine di questi ultimi. Siamo forse alla fine di un ciclo. Se una lezione siamo ancora in tempo a trarre per l’avvenire è che ogni piccolo cedimento quotidiano, alla fine produce una valanga che ci travolge tutti».
A proposito di Grillo, che impressione le fa l’attacco alla collega dell’Unità  Maria Novella Oppo?
«Le liste di proscrizione ci riportano a un periodo buio. Una cosa è la polemica sulle idee, che può essere accanitissima, un’altra l’attacco alle persone. Le idee si discutono e si contestano, le persone si rispettano».
Torniamo ai travolgimenti, la sentenza travolge o no 7 anni di storia costituzionale?
«No. Per il principio di continuità  dello Stato: lo Stato è un ente necessario. L’imperativo fondamentale è la sua sopravvivenza, che è la condizione per non cadere nell’anomia e nel caos, nella guerra di tutti contro tutti. Perfino nei cambi di regime c’è continuità , ad esempio dal fascismo alla Repubblica, o dallo zarismo al comunismo. Il fatto stesso di essere costretti a ricordare questo estremo principio significa che siamo ormai sull’orlo del baratro».
Dunque, questa sentenza non è retroattiva?
«Se si applicano le regole comuni, e se la Corte non si inventa una qualche diavoleria, la situazione in termini giuridici è la seguente: dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza (non del comunicato, ma delle motivazioni, ndr.) la legge dichiarata incostituzionale non può più essere applicata».
Quindi esiste o non esiste il problema dei 148 eletti col premio di maggioranza? Propaganda politica a parte, vanno convalidati prima, vanno sostituiti, possono stare tranquilli?
«Su questo i giuristi scateneranno la loro fantasia e possiamo aspettarci le tesi più diverse e contraddittorie. Si può ragionare così: l’elezione di febbraio è un fatto concluso, sotto la vigenza di quella legge. Quindi la giunta per le Elezioni non dovrebbe fare altro che trarre le conclusioni di quella elezione. Portando a termine la vicenda elettorale, secondo la legge vigente allora. Oppure si potrebbe dire che la giunta, nel convalidare o non convalidare, non può applicare la legge vecchia e deve tener conto di quella nuova. Questa seconda soluzione porterebbe al caos, anche perchè i deputati non convalidati non potrebbero essere sostituiti da altri tra quelli non eletti, perchè anche la loro elezione sarebbe illegittima. Ma è proprio qui che dovrebbe valere il principio della continuità  dello Stato».
Nel suo comunicato la Corte dice che il Parlamento può fare la legge elettorale che crede. Secondo lei, oltre ogni ragionevole dubbio, sta parlando di “questo” Parlamento?
«Vede bene… a che punto siamo giunti: in nome della salus rei pubblicae ci dobbiamo tenere istituzioni parlamentari che solo un cieco non vedrebbe quanto la attuale vicenda abbia delegittimato dal punto di vista democratico. L’incostituzionalità  della legge elettorale del 2005 deriva dalla violazione dei principi che riguardano il diritto di voto. Se anche nulla accadrà  giuridicamente, i nostri governanti si rendano conto che molto deve cambiare politicamente. Quello che è accaduto rischia di essere un colpo mortale alla credibilità  delle istituzioni».
Ma lei che giudizio dà  della sentenza della Consulta?
«È forse la decisione più legislativa che la Corte abbia mai pronunciato. Apparentemente elimina pezzi della legge, in realtà  vale come ribaltamento della sua logica perchè sostituisce un sistema maggioritario con uno puramente proporzionale. A mia memoria, un’operazione del genere non era mai stata tentata»
Sarebbe stato meglio azzerare tutto e ripristinare il Mattarellum? La corte avrebbe potuto farlo?
«Avrebbe potuto ammettere il referendum di due anni fa facendo “rivivere” il Mattarellum. A maggior ragione avrebbe potuto farlo in questa occasione. Ma la storia non si fa con i se».
Che succede adesso? Se, per assurdo, si votasse domani, con che legge si voterebbe? E cosa succederebbe dopo l’uscita delle motivazioni?
«Domani, si voterebbe con la vecchia legge. Dopo le motivazioni con una proporzionale».
E come la mettiamo con il voto di preferenza? La Corte dice che il cittadino elettore ne deve esprimere almeno una. Questo non annulla tutti gli eletti attuali che non sono stati frutto di una preferenza e che succederà  per quelli futuri?
«Per la prima parte, se vale, vale il principio di continuità . Per il futuro è onere della Corte rispondere nella sua sentenza. La legge che ne risulta deve essere di per sè funzionante e spetta a lei dirci come».
Lei ha criticato il Porcellum tante volte. Adesso, se dovesse dare un consiglio ai nostri legislatori, cosa gli direbbe? Di lasciarlo com’è dopo la “cura” della Corte, di integrarlo, di buttarlo via tutto?
«È una domanda strettamente politica perchè le opzioni possibili sono le più diverse ».
Sì, ovviamente. Ma cosa sarebbe più utile per il nostro Paese?
«Come le opzioni, anche le opinioni sono le più diverse. Si possono lasciare le cose così come staranno dopo la sentenza della Corte. Da giurista, dico che il proporzionale è un sistema altrettanto degno quanto il maggioritario, quindi non è affatto obbligatorio che il Parlamento intervenga per modificare la legge in questa direzione. Se si vuole farlo, lo si può fare. Ogni sistema elettorale, purchè non pasticciato, ha la sua dignità , i suoi pregi e i suoi difetti. Ma qui dovrebbero entrare valutazioni di politica istituzionale. Purtroppo non c’è materia come quella elettorale in cui prevalgono gli interessi immediati dei partiti politici. Da questo punto di vista, non vedo per quali ragioni si dovrebbe trovare oggi quell’accordo che per tanto tempo non è stato possibile raggiungere».
La sua previsione?
«Che ci terremo il proporzionale e si continuerà  a dire che la si vuol cambiare per guadagnare tempo e lasciare le cose come stanno».

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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PRIMARIE PD, BUONA AFFLUENZA: ALLE 13 GIA’ UN MILIONE DI VOTANTI

Dicembre 8th, 2013 Riccardo Fucile

L’APPELLO DI PRODI: “VINCITORI E VINTI FACCIANO SQUADRA”

Seggi aperti fino alle 20 per le primarie del Partito democratico, che questa sera avrà  il nuovo segretario.
E il primo dato sull’affluenza è alto, rispetto alle previsioni: quasi un milione di elettori, per l’esattezza 980mila come annunciato dal responsabile organizzazione Davide Zoggia.
Che in un tweet scrive: “Grazie!”.
I tre candidati hanno votato tutti in mattinata: Matteo Renzi a Firenze, alle 10 del mattino. Gianni Cuperlo e Giuseppe Civati un’ora dopo, rispettivamente a Roma e a Monza.
E alle urne a Bologna è andato anche il fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi, che ha lanciato il suo appello: “Vincitori e vinti uniti dopo il voto”.
Novemila i gazebo allestiti in tutta Italia per il voto a cui potranno accedere tutti i cittadini che hanno compiuto 16 anni.
Per i minorenni, gli studenti e i lavoratori fuori sede e i cittadini temporaneamente fuori sede era necessaria la registrazione online, scaduta venerdì alle 12.
Prima di prendere la scheda elettorale, verrà  richiesto di firmare l’albo degli elettori delle primarie e la normativa sulla privacy.
Chi voterà  dovrà  avere con sè un documento di identità  e la tessera elettorale.
E’ previsto un contributo di 2 euro per le spese organizzative che pagheranno solo i non iscritti al Pd.
Sulla scheda che verrà  consegnata bisognerà  barrare il nome del candidato scelto tra Giuseppe Civati, Matteo Renzi e Gianni Cuperlo: sarà  eletto segretario chi otterrà  la maggioranza assoluta delle preferenze, altrimenti si andrà  al ballottaggio.

(da “La Repubblica”)

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L’AUTOGOL DI BEPPE, GIORNALISTI RESI MARTIRI: INSULTI E VOLGARITA’ DEI GRILLINI SUL WEB CONTRO LA OPPO

Dicembre 8th, 2013 Riccardo Fucile

E ANCHE “L’AMICO” ANDREA SCANZI LO BOCCIA: “UN GIORNO UNA MOSSA VINCENTE, SUBITO DOPO UN AUTOGOL TITANICO”…”GRILLO DEVE ACCETTARE LE CRITICHE E NON METTERE IN DIFFICOLTA’ IL MOVIMENTO”

È incredibile il talento di Beppe Grillo nel farsi male da solo.
Sul palco del terzo Vaffa Day era parso (per quanto può) più propositivo che distruttivo. Neanche una settimana dopo, torna quel suo agire perennemente bipolare: un giorno una mossa vincente e quello dopo un autogol titanico.
A che serve, politicamente, il post di Beppe Grillo contro la giornalista de L’Unità ?
A nulla, se non a generare due effetti particolarmente nefasti per il M5S.
Il primo è che quasi tutti i giornalisti, a partire da coloro che hanno colpe gigantesche sullo svilimento della categoria, potranno recitare comicamente la parte dei martiri.
Il secondo è che l’attacco frontale a Maria Novella Oppo de L’Unità  ecciterà  la parte insultante dell’elettorato grillino.
Una parte largamente minoritaria, come testimoniava la piazza del V-Day 3 (fatta più da “dialoganti” che da “talebani”), ma che in Rete è assai attiva.
Esporre alla gogna i giornalisti, con tanto di foto segnaletica, è tanto volgare quanto politicamente suicida. Alimenta le accuse di fascismo, di squadrismo.
Riverbera l’incubo delle liste di proscrizione, che con il M5S non c’entrano nulla, ma che Grillo e Casaleggio in qualche modo fanno ricordare attraverso post inquietanti.
Non c’è nulla di nuovo nel rapporto conflittuale tra Grillo e giornalisti. E’ stato parte del suo successo, soprattutto all’inizio: serviva a sottolineare la differenza tra “noi” e “loro”. Stampa e tivù hanno colpe enormi.
Gli stessi articoli della Oppo picchiavano duro: “Ogni giorno una pagliacciata dei grillini […] fanno casino […] dimostrano di non saper fare e di non aver fatto niente per il popolo italiano […] sono succubi di Berlusconi”.
Asserire il non vero per supportare Cuperlo, o dileggiare l’avversario per rivalutare D’Alema, è cosa diversa dall’esercitare il diritto di critica.
In un emblematico fuori onda, l’inviato nonchè (bravo) autore di Piazzapulita Alessandro Sortino ha candidamente ammesso una settimana fa che, in tivù, il politico potente non è quasi mai messo sotto torchio. Altrimenti, poi, non torna. Bisogna trattarlo bene.
Parlava, con alcuni attivisti 5 Stelle, di Matteo Renzi, che infatti suole farsi intervistare in collegamento dal suo studio e possibilmente senza interlocutori a parte il conduttore, ma vale per quasi tutti.
Con Grillo e parlamentari 5 Stelle, al contrario, si usa il napalm.
Come ha detto Fiorella Mannoia, c’è “questa caccia insopportabile al grillino mezzo scemo”: sulla parlamentare che crede alle sirene si sprecano pagine, su Boccia e Violante che difendono Berlusconi si preferisce glissare.
Due pesi e due misure, prassi deontologicamente orrenda di cui peraltro L’Unità  (o quel che ne resta) è maestra.
Ciò, però, non giustifica il post di Grillo. Giustifica casomai la frustrazione di militanti e parlamentari, che continuano a essere trattati da reietti come se passassero la vita a discutere di scie chimiche oppure occupare i tetti.
Non però coloro che sono i leader di un Movimento che aveva il 25% a febbraio e che è ancora sopra il 20%: un capo — o “megafono” che sia — non può permettersi di esporre al pubblico ludibrio un giornalista, innescando insulti che in Rete ci sono ovunque (ovunque: grillini, renziani, berlusconiani, persino civatiani) ma che se “incentivati” da un leader politico diventano oltremodo gravi.
Grillo non accetta le critiche, ed è un problema suo; così facendo, oltre a fare pubblicità  ad articoli che nessuno si sarebbe filato, continua però a mettere in difficoltà  deputati e senatori che stanno crescendo.
E questo diventa un problema di molti, se non di tutti.
I suoi attacchi ai giornalisti sono ciclici. Chiamò Formigli “Vermigli”, fece definire questo giornale “falso amico” dal primo Farinaccino che gli passava davanti e riuscì persino a far passare un Pigi Battista qualsiasi per una sorta di Politkovskaja nostrano (poveri noi).
Più attacca i suoi detrattori, più li eleva a martiri. Più si circonda di cattivi consiglieri rissosi, politicamente arguti come tanti Renzo Bossi duropuristi, più depotenzia un Movimento che non esisterebbe senza di lui.
La malainformazione è un problema enorme e le carognate che riceve M5S ne sono ulteriore prova. Non è però pubblicando gli identikit delle “nemiche” Oppo che si risolve il problema. Tutti i politici sono vendicativi, ma di solito si “limitano” a negarti le interviste.
La colonna infame è irricevibile, nonchè un boomerang: se qualcuno facesse lo stesso con un ritratto di Casaleggio, infierendo sui boccoli da Yoko Ono folgorato sulla via di Cocciante, non basterebbe tutta Nonciclopedia.
Dario Fo, con consueta lucidità , ha riassunto la vicenda: “I toni di Beppe sono inaccettabili, ma i giornalisti la smettano di sputtanare”. Sintesi perfetta.
Grillo vuole bene al Movimento e ai suoi parlamentari. Proprio per questo, e al più presto, deve individuare e disinnescare il mandante di tutte le cazzate che fa.

Andrea Scanzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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L’ORCHESTRINA SUONA LO STESSO SPARTITO: IL BLOG DI GRILLO, “IL GIORNALE” E “LIBERO” ATTACCANO I 150 PARLAMENTARI DEL “PREMIO”.

Dicembre 8th, 2013 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA PRO-IMPEACHMENT: TUTTO SERVE A FARE CASINO

Centocinquanta parlamentari con tanto di foto sul blog di Beppe Grillo e l’hashtag “Fuorigliabusivi”.
Il leader di 5Stelle attacca sul suo sito: «In Parlamento siedono 150 abusivi eletti grazie al premio di maggioranza del Porcellum. Gli abusivi sono di Pd, Sel, Centro democratico e Svp. La loro elezione non è mai stata convalidata e, in seguito alla pronuncia della Consulta che dichiara incostituzionale il premio di maggioranza, non può più essere convalidata».
I grillini sostengono che alle Camere quei deputati non devono più entrare.
In prima fila nello schedario del guru Grillo, ci sono Daniele Farina, vendoliano, e Bruno Tabacci, Giuditta Pini e Maria Elena Boschi, democratiche, e anche il vice presidente di Montecitorio, Roberto Giachetti al 63° giorno di sciopero della fame per la riforma elettorale.
I grillini chiedono l’impeachment del presidente Napolitano, Forza Italia è tentata.
L’attacco al capo dello Stato salda l’asse tra Grillo e Berlusconi. «Un comportamento squadrista», lo definisce il Pd.
Ma il leader dei 5Stelle e il Cavaliere si scambiano reciproci assist. È Renato Brunetta, il capogruppo forzista alla Camera, a annunciare: «Quando il Movimento 5Stelle presenterà  l’atto di accusa in Parlamento contro Napolitano avremo il dovere di esaminarlo».
I Democratici denunciano «l’attacco a tenaglia dei populisti di Forza Italia e dei 5Stelle». Il responsabile giustizia del Pd Danilo Leva chiede di fermarsi: «Napolitano e le istituzioni devono essere poste al riparo da questa aggressione squadrista».
E Berlusconi, dopo avere attaccato i giudici costituzionali, mira al ritorno alle urne in primavera, accusando la sinistra e i magistrati: «Dovremmo chiedere a tutte le forze in Parlamento che si faccia un governo di scopo, che abbia come fine soltanto quello di fare la nuova legge elettorale – afferma – magari mettendo insieme le elezioni europee con le elezioni nazionali».
Che la legge elettorale sia urgentissima è certo, ma lo stesso presidente Napolitano, dopo tanti appelli, si lascia andare a una battuta poco ottimista, uscendo dalla Scala a Milano: «La volta buona per una nuova legge elettorale? È la volta buona per una prossima prima della Scala».
È un modello maggioritario quello a cui pensa l’ex premier, che possa mettere in difficoltà  Alfano e il Nuovo centrodestra».
Di nuovo accusa: «Siamo un Paese in libertà  condizionata, a democrazia dimezzata. La magistratura è incontrollabile, irresponsabile e impunibile. E’ molti anni che in Parlamento non si riescono a promulgare leggi che non siano solo quelle benvolute dall’Anm».
Torna alla carica con le sue ricette: la riforma della giustizia e la reintroduzione dell’immunità  parlamentare. «Sento il dovere di resistere – informa Berlusconi in collegamento telefonico con un club forzista di Perugia – almeno «fino a quando i problemi della giustizia non saranno risolti».
A portare avanti l’offensiva berlusconiana ci pensa Brunetta, sulle orme di Grillo, sostenendo che dei 30 componenti la giunta delle elezioni, 10 sono abusivi e perciò «in pieno conflitto d’interessi».
È un attacco a due, sempre Fi e grillini per dare la spallata al governo Letta e tornare alle urne. «Il Parlamento è legittimo – spiega Walter Verini, deputato democratico – ma c’è un problema politico e questo va affrontato»

Giovanna Casadio
(da “la Repubblica“)

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LE PRIMARIE DEL GRANDE FREDDO: COSA VOTERANNO I SANTONI INTELLETTUALI DELLA SINISTRA?

Dicembre 8th, 2013 Riccardo Fucile

FRATTURA GENERAZIONALE ANCHE ALLE URNE… I PIU’ DELUSI SONO I CANTAUTORI DELLA SINISTRA

È chiaro, l’intellettuale organico non c’è più, non c’è più quel mondo, non ci sono quei tic e quei riflessi condizionati. C’è semmai una frattura di ragionamenti anche tra scrittori e intellettuali, dinanzi alle primarie del Pd.
Gli intellettuali
È probabile che Umberto Eco confermi la sua decisione di altre volte, di non votare alle primarie.
Claudio Magris è in Albania per un ciclo di letture, molto difficile che voti. Francesco Piccolo, un autore già  di culto per un intero mondo, spiega: «No, non andrò a votare per le primarie perchè io sono contro le primarie. Pur avendo stima per tutti e tre i candidati, e nessun pregiudizio per Renzi (anzi, ho simpatia per lui, trovo che venga definito di destra in Italia solo perchè vince), non voto perchè penso che le primarie siano uno strumento sbagliato».
Lo motiva così: «Le primarie da una parte sono auto-indulgenti, ossia celebrano il trionfo illusorio del siamo-tanti-belli-e-giusti, dall’altra sanciscono una rinuncia alla politica: perchè tutti i candidati sono costretti a estremizzare molto la proposta, e questo crea delle divisioni fortissime, che poi dopo sono un ostacolo, più che una forza».
Massimo Coppola, editore di Isbn e conduttore di Masterpiece, trasmissione culto di Raitre, dice: «Io invece andrò, e voterò Renzi. Credo che le primarie siano anche uno strumento per provare a riconquistare fiducia e elettori. Cuperlo mi pare uomo intelligente, ma esprime posizioni che abbiamo già  sentito; Civati è forse quello più vicino a me, ma non si vota per simpatia o per pancia, si vota con la testa, per la forza di una candidato; e io penso che il più forte per guardare al futuro possa essere Renzi».
Usa questa immagine, Coppola: «A sinistra dobbiamo smetterla di votare per la nostra foto di quando eravamo bambini».
Un po’ l’errore che ha confessato di aver fatto Michele Serra.
Nonostante, ha scritto, il Pd abbia fatto di tutto per disilludere i suoi elettori, anche i chierici, «poi vedi quei tre in tivù, una breve rappresentazione della politica come decente fatica collettiva e non come arraffo furbastro e/o rissa tra mediocri, e senti vacillare la tua ferma decisione di chiamarti fuori. Forse a sinistra non tutto è perduto, o forse mi hanno fregato ancora una volta (la centesima?), ma è probabile che tra una settimana ci si rimetta in coda, poveri illusi, in parecchi».
Voterà  per Renzi o Civati o Cuperlo?
«Essere di sinistra, una volta, voleva dire votare per gli altri. E gli altri per eccellenza, qui e oggi, sono gli italiani giovani. Migliori o peggiori non saprei dire. Certo, però, in diritto di scegliere la strada».
Potrebbe non votare più il candidato d’apparato? Mentre l’anno scorso votò Bersani. Fabio Fazio è assai amico di Cuperlo e lo voterà  (l’anno scorso si astenne).
Appelli – come quello per Bersani firmato nel 2012 da Alfredo Reichlin, Miguel Gotor, Salvatore Veca e altri – stravolta non ce ne sono.
I nomi citati voteranno per Cuperlo, ma in ordine sparso. Cuperlo è assai amico di Nanni Moretti, che l’altra volta sostenne Bersani.
Naturalmente Alessandro Baricco voterà  Renzi; mentre Eva Cantarella e il giallista Marco Malvaldi apprezzano Civati e potrebbero votarlo.
Gustavo Zagrebelsky riflette: «Io andrò a votare, ma non dico per chi per una semplice ragione: non penso che esista più la figura dell’intellettuale-mosca cocchiera». Chi ha ascoltato i suoi ragionamenti giura però con certezza: voterà  Civati.
Politici e sindacato
La leader della Cgil, Susanna Camusso, lo ha già  annunciato: non voterà , «perchè sono primarie interne al partito».
Anche se pezzi cospicui del suo sindacato non fanno mistero di avere una preferenza per Gianni Cuperlo.
Per Cuperlo anche l’ex segretario Sergio Cofferati. Non si schiera e non andranno a votare Maurizio Landini e i vertici della Fiom.
Non si schiera nemmeno la Cisl, mentre i suoi ex dirigenti oggi nel Pd fanno scelte diverse: Franco Marini per Cuperlo; Sergio D’Antoni per Renzi.
Dalla Uil, il segretario Luigi Angeletti non vuole far sapere se voterà  o meno. Prodi voterà , ma anche tra i suoi storici collaboratori alcuni non voteranno, come Mario Barbi e Silvio Sircana.
Schierati per Renzi Arturo Parisi, Sandro Gozi, Ricardo Levi.
Andranno a votare per Giuseppe Civati la ex portavoce del Professore, Sandra Zampa, e l’ex ministro Giulio Santagata.
Lo spettacolo
Persino i pasdaran del voto a oltranza, comparto spettacolo-impegnato, vacillano.
Lo ha detto a chiare note e non torna indietro: Ligabue non ci sarà . Il rocker di Correggio che fu persino consigliere comunale del Pds, ha argomentato di esser «deluso. Entro a far parte di una schiera nutrita, il partito fatica a rappresentare i valori che ha sempre dichiarato in maniera chiara in passato».
Dello stesso partito dei traditi il regista Paolo Virzì, il direttore artistico del Torino Film Festival di quest’anno. «Ho sempre votato il Pd ma non so se andrò al gazebo l’8 dicembre. Renzi ha un che di Pieraccioni, è simpatico ed è un bravo ragazzo. Attacca D’Alema perchè è il suo perfetto rivale essendo molto rancoroso».
Tra color che son sospesi anche lo sceneggiatore Andrea Purgatori: «Deciderò sabato sera ma sono molto tentato dal non andare, sarebbe la prima volta. Sento intorno a me un’aria di grande disillusione e disaffezione. Se andassi, voterei Renzi».
Franco Battiato, che votò Bersani, getta la spugna. «Non credo proprio che andrò a votare alle primarie. Ho sbagliato troppe volte a giudicare persone che si sono rivelate diverse da come le avevo immaginate. Quindi mi fermo».
Renato Zero fa sapere che «votare alle primarie del Pd mi deprime».
Francesco De Gregori non vuole neppure essere chiamato in mezzo a cose politiche. Tempo fa disse che la sinistra si era persa tra slow food e il no tav.
Stesso sentimento del collega Francesco Guccini che non ha digerito la pugnalata dei 101 a Romano Prodi: «Non so se il Pd sia ancora il mio partito».
È il pensiero che la governance del Pd sia scollata dalla gente.
Lo sostiene Antonello Venditti affranto, e anche Fiorella Mannoia che alle scorse elezioni votò alla Camera Rivoluzione Civile di Ingroia e lo ha detto via tweet e in televisione: «Non condividono gli ideali che abbiamo sempre avuto, vivono nei palazzi, sono staccati dal popolo».
Eppure Mannoia potrebbe votare Renzi pure se il suo candidato ideale si suppone sia Landini della Fiom.
Sabrina Ferilli voterà  Cuperlo sostenendo che in ogni modo «il Pd va bene così». Alessandro Gassmann è rimasto colpito dal dibattito tv dei tre candidati: «Considero in buona parte condivisibili i loro programmi. Nell’ordine, Civati e Renzi», facendo così capire che il suo voto andrebbe a Civati.
E se Jovanotti voterà  Renzi (come peraltro Pippo Baudo), il maestro Francesco Rosi regala la sua speranza: «Certo, vado a votare. Ero andato anche alle scorse primarie. E voterò Cuperlo. In un certo senso capisco la sua profondità  culturale. Lo sento consapevole delle tragiche difficoltà  che il Paese sta attraversando, molto consapevole. Oggi è difficile seguire la politica dal di fuori ma è complicato anche seguirla dal di dentro. L’Italia vive un momento veramente grave».

Jacopo Iacoboni, Francesca Schianchi, Michela Tamburrino
(da “La Stampa”)

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PRIMARIE PD: “MENO DI 1,5 MILIONI DI VOTI UN FLOP”, RENZI TEME LE TRAPPOLE

Dicembre 8th, 2013 Riccardo Fucile

LO SPAURACCHIO DI UN DIMEZZAMENTO DEI VOTANTI E LA PAURA DEL SINDACO DI NON RAGGIUNGERE LA MAGGIORANZA ASSOLUTA

Democratiche, ma tutt’altro che scontate.
E non tanto per l’esito finale, quanto per i numeri che faranno da cornice alla sfida tra Renzi, Cuperlo e Civati.
Nella notte dell’Immacolata l’universo-mondo Dem avrà  due risposte: saprà  chi sarà  il nuovo segretario e, soprattutto, se questi avrà  davvero il potere di rappresentare (tutto) il partito.
Se il successo di Matteo Renzi riserva dubbi solo di facciata, ciò che invece agita i sonni dei sostenitori del fu rottamatore è la portata della vittoria.
Le previsioni non sono buone. E Renzi non lo nasconde: teme che la quasi certezza sul risultato finale faccia calare a livelli minimi l’appeal delle consultazioni ‘dal basso’.
Il sindaco di Firenze è il primo ad ammetterlo: “Se l’8 dicembre andranno a votare meno di un milione e mezzo di persone si tratterà  di un fallimento”.
Che per lui diventerebbe una debacle totale qualora la bassa affluenza contribuisse a non fargli raggiungere il 50,1% dei consensi, soglia che gli permetterebbe di essere eletto subito al posto di Guglielmo Epifani.
L’incubo si chiama “Articolo 9, comma 9″ dello Statuto Pd: se nessun candidato alle primarie raggiunge la maggioranza assoluta, “il Presidente dell’Assemblea nazionale indice un ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati” più votati.
A decidere cioè sono i 1100 componenti dell’Assemblea nazionale.
Senza voto palese, è terreno buono per i capicorrente. E quando nel Pd si parla di voto segreto, le imboscate sono all’ordine del giorno, come il fuoco amico che ha impallinato Prodi sulla strada del Quirinale. Renzi ha paura del trappolone.
Anche perchè, se dovesse passare dalla strettoia del ballottaggio interno, l’unico modo per conquistare con certezza la segreteria sarebbe quello di stringere alleanze con il terzo incomodo.
Una sorta di larghe intese in salsa dem, quindi una doppia beffa.
A Renzi non basta vincere, Civati spensierato, catenaccio Cuperl
In tal senso, i numeri dei congressi locali (ovvero tra gli iscritti Pd) non inducono all’ottimismo: Renzi al 46,7%, Cuperlo al 38 e Civati al 9.
Se queste percentuali fossero confermate l’8 dicembre (e nelle precedenti tornate interne non si sono mai registrati grandi stravolgimenti) si andrebbe al ballottaggio.
Renzi vuole evitarlo e alza l’asticella della sua campagna elettorale, tutta orientata verso il cambiamento non del Pd (o almeno non solo) ma dell’intero Paese (“Un referendum sull’Italia” è lo spot).
Una strategia che non vive più solo di slogan, a cui nelle ultime settimane hanno fatto da corredo dati, numeri e peculiarità  del suo progetto, sbandierato in tutti i salotti tv in cui si è presentato.
La conferma è nei messaggi agli elettori: “Se volete eliminare il Senato votate me” ha detto il sindaco, che promette di prendere possesso del governo delle (ex) larghe intese per spingere la gente ad andare ai seggi. S
e la strategia avrà  successo, lo si saprà  solo nella notte dell’Immacolata.
Di recente, però, il quotidiano Europa ha pubblicato un sondaggio secondo cui, rispetto alle scorse settimane, saranno almeno 300mila i votanti in meno.
Con questi dati, l’alba del nove dicembre avrebbe un sapore amarissimo per Renzi e, perchè no, anche per Civati, l’unico che non ha davvero nulla da perdere nella competizione (e per questo potrebbe esserne la sorpresa).
Diverso il discorso per Cuperlo e per chi lo sostiene. Secondo i più maligni, infatti, D’Alema (padre politico del deputato triestino) starebbe giocando una partita doppia: in pubblico lancia la volata a Cuperlo, nelle segrete stanze del partito ne rallenta l’andatura. Il ragionamento dell’ex premier sarebbe questo: contro Renzi si perde, quindi meglio limitarne il successo che provare inutilmente a vincere.
Da qui la scelta di un candidato non proprio pop (vedi la gag de Il Terzo segreto di Satira) e una campagna elettorale non brillante.
I sondaggi della vigilia danno ragione al sindaco di Firenze
Alle urne tra i 900mila e i 2,1 milioni di italiani, Renzi sicuro di vincere al primo turno a prescindere da quanta gente andrà  a votare.
E’ quanto emerge dal sondaggio dell’istituto di ricerca Tecnè per Tgcom24.
Nel corso della rilevazione l’1,9% degli intervistati si è dichiarato sicuro di votare alle primarie del Pd. Di contro, il 60,4% ha invece ammesso che “sicuramente” non vi prenderà  parte.
Il 13,3% ha preferito non indicare la sua partecipazione o meno alle votazioni. Prendendo in considerazione “chi ha dichiarato quale candidato voterà  alle primarie”, Matteo Renzi otterrebbe da un massimo del 62% delle preferenze ad un minimo del 56%.
Percentuali decisamente più alte rispetto a quelle che otterrebbero altri due candidati alle primarie: Cuperlo (28% — 34%) e Civati (6% — 12%).
Ma le intenzioni di voto subiscono una variazione a seconda del numero degli elettori che si recheranno alle urne.
E così nel caso in cui i votanti raggiungessero quota 2,1 milioni, Renzi otterrebbe il 56%, Cuperlo il 26% e Civati il 7,3%.
Qualora i votanti fossero 1,8 milioni, l’attuale sindaco di Firenze arriverebbe al 54,9%, Cuperlo salirebbe al 27,7% e Civati all’8,1%.
Nel peggiore dei casi, con il numero degli elettori che si fermerebbe a 900 mila, Renzi si attesterebbe al 52,2%, Cuperlo raggiungerebbe quota 32,6% mentre Civati conquisterebbe il 10,1% delle preferenze.
Numeri che fanno ben sperare il sindaco di Firenze. Ma con una oscillazione così ampia nel numero dei possibili votanti, anche le sicurezze traballano.
I numeri di ieri e quelli di oggi.   Con una certezza: nessun record di voti.
Già  il fatto che all’interno del Nazareno si ragioni su 1,5/2 milioni di votanti come linea di confine tra il successo e l’insuccesso delle primarie è un fatto assai significativo. Soprattutto perchè testimonia le ambizioni ridotte del Pd, che dà  già  per scontato il dimezzamento della partecipazione rispetto alle precedenti tornate.
Nel 2012 erano sì primarie di coalizione (oltre a Renzi, Puppato e Bersani, anche Tabacci e Vendola), ma al primo turno andarono ai seggi 3milioni e 100mila persone, per poi diventare 2milioni e 800mila al ballottaggio vinto da Bersani.
Nel 2009, invece, erano primarie pure: scontro tra Franceschini (34%), Marino (12%) e Bersani (53%), 3milioni e 103mila alle urne.
Nel 2007 Veltroni vinse con percentuali bulgare: quasi il 76% dei 3milioni 554mila voti, contro il 13% della Bindi e l’11% di Enrico Letta.
L’8 dicembre, invece, a sentire Davide Zoggia (responsabile organizzativo del Pd) negli 8800 seggi sparsi in tutta Italia si attendono al massimo 2 milioni di persone. Per i vertici democratici sarebbe un gran risultato.
Il motivo? “Dobbiamo ricordarci — ha detto Zoggia — che alle primarie del 2009 e a quelle del 2012 si è avuta una partecipazione di oltre 3 milioni perchè non si votava per scegliere il segretario ma il candidato premier, quindi aveva un significato diverso”. Sarà , ma dare per assodato oltre un milione di voti in meno non è buon segno.
Panorama democratico: le squadre dei tre candidat
Con il rottamatore molti rottamati (e un po’ di banche), con Civati i giovani di OccupyPd (e forse Prodi), con Cuperlo l’apparato.
E’ pieno di contraddizioni più o meno lampanti il mosaico democratico a sostegno dei tre candidati alla segreteria nazionale.
Il sindaco di Firenze, ad esempio, rispetto al passato ha cambiato strategia: oltre a puntare sui suoi fedelissimi (Delrio, Rughetti e Richetti su tutti), questa volta non ha perso d’occhio il consenso trasversale all’interno del partito.
Da qui le adesioni multicolor al suo progetto politico, tanto che il ‘fronte Renzi’ sembra quasi una riproposizione tutta democratica de l’Unione di prodiana memoria: ex dalemiani (Emiliano, Latorre e Burlando), ex bersaniani (Vincenzo De Luca, Merola e Bonaccini), prodiani (Gozi, Parisi, Recchia, ecc), veltroniani (Veltroni, Ceccanti, Morando, ecc), il liberal Enzo Bianco, l’ex candidato Pittella, il lettiano Boccia e i ‘dem’ Franceschini, Fassino, Zanda e Sereni.
Fauna democratica in ordine sparso, quindi, a cui vanno aggiunti gli endorsement di personaggi noti al grande pubblico (il cantante Jovanotti e il patron di Eataly Oscar Farinetti) e, soprattutto, di Unicredit.
Quest’ultimo non è un fattore da sottovalutare: se anche il potere bancario ha cambiato sponda, allora vuol dire che Renzi ha rottamato la rottamazione per puntare (anche) sull’establishment.
Poche sorprese, invece, tra i sostenitori di Cuperlo.
L’orto è quello di Massimo D’Alema, i frutti non possono che orbitare nelle simpatie del lìder maximo.
Il deputato triestino può contare sui Giovani turchi (Fassina, Orlando, Orfini), dalemiani doc (D’Alema, Finocchiaro, Sposetti, Livia Turco, ecc), ultrabersaniani (Bersani, Errani, Rossi, Speranza, Zoggia, Moretti), su Rosario Crocetta, sulla lettiana De Micheli e sugli ex popolari Marini e Fioroni.
In tutto questo baillamme di nomi e riposizionamenti, Pippo Civati ha la squadra meno forte: con lui qualche prodiano (Zampa, Soliani e Santagata), parlamentari in ordine sparso (Puppato, Casson, Tocci, Mineo, Gandolfi e Marzano) e personalità  del calibro di Pietro Ignazi e Fabrizio Barca.
E Romano Prodi? Il professore alla fine ha detto che voterà , ma non per chi. Immaginare una sua preferenza per l’establishment che gli ha impedito di arrivare al Colle è remoto. E siccome la dirigenza storica si divide tra Renzi e Cuperlo, l’ipotesi più accreditata è che l’ex premier possa votare Civati.
Il giorno dopo le primarie: come saranno le segreterie?
Matteo Renzi lo ha detto e ridetto: “Lunedì 9 dicembre, se sarò eletto, presenterò subito la mia segreteria e così vedrete chi ci metterò dentro”.
La risposta, piccata, è per coloro che criticano le troppe aperture del rottamatore ai rottamati del centrosinistra (e al consenso che conservano all’interno del partito).
Il senso, invece, viene con i numeri anticipati dal sindaco: “La mia segreteria sarà  composta da 12 persone, 6 saranno donne”.
E via al totonomi. Poche certezze, tante ipotesi. Luca Lotti potrebbe essere il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini il tesoriere, Bonaccini all’organizzazione, Yoram Gutgeld o Tommaso Nannicini all’economia, Funiciello alla comunicazione.
E le donne? In pole Deborah Serracchiani e Mila Spicola, da verificare il ruolo che avranno le fedelissime Simona Bonafè ed Elena Maria Boschi.
Poi le voci: per sostituire Rosy Bindi alla presidenza del partito, Renzi potrebbe nominare Piero Fassino.
Ovvero un ex segretario Ds (con Fassino, Veltroni e Franceschini il sindaco avrebbe con sè tre degli ultimi cinque segretari), attuale sindaco di Torino, presidente Anci e componente del cda della Cassa Depositi e Prestiti.
Non proprio un rinnovamento.
Nessuna indiscrezione invece sulla squadra di Cuperlo.
Il delfino di D’Alema, però, ha anticipato qualcosa sul metodo: anche nella sua ipotetica segreteria ci saranno tante donne e, soprattutto, un membro distaccato a Bruxelles.
Perchè — ha detto — “l’agenda europea è un pezzo dell’agenda italiana, e una volta al mese riunirò a Bruxelles la segreteria”.
Che sarà  “itinerante”: “Non la riunirei sempre a Roma, ma in diverse città  d’Italia, nei luoghi della difficoltà , della crisi”.
L’unico ad anticipare un nome della sua possibile segreteria è Pippo Civati, che al confronto su Sky della scorsa settimana ha detto a chiare lettere che prenderebbe con sè Maria Carmela Lanzetta, sindaco anti ‘ndrangheta di Monasterace.
Il resto della squadra del deputato milanese lo hanno anticipato i retroscenisti politici, che vedono un mix tra politici esperti (Fabrizio Barca e il senatore Walter Tocci) e figure nuove, magari da pescare tra i giovani di OccupyPd.
Sempre che, ad occupare il Pd, non siano il ballottaggio al buio dell’Assemblea nazionale e l’addio alle urne democratiche di più di un milione di elettori.
In quel caso non ci sarebbero più rottamatori ma solo rottami.

Pierluigi Giordano Cardone

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PRIMARIE PD, L’ULTIMO GIORNO SPESO PER CONVINCERE GLI ELETTORI

Dicembre 8th, 2013 Riccardo Fucile

PRIMO PROBLEMA RIMANE L’AFFLUENZA, IL CONFRONTO CON 3 MILIONI DI UN ANNO FA E’ PESANTE… L’ANNUNCIO DI PRODI POTREBBE FARE DA TRAINO

La corsa per le primarie del Pd è al rush finale.
Tra poche ore la base del partito deciderà  chi sarà  il nuovo segretario del partito tra Matteo Renzi, Gianni Cuperlo e Pippo Civati.
Ma quanti voteranno domani? La forchetta va da 900 mila – e sarebbe un flop – a 1,5 milioni.
I più ottimisti dicono anche due e forse qualcosa di più.
Il sindaco di Firenze lancia la sfida finale per il governo e per la nuova agenda chiudendo la sua campagna a Reggio Emilia, poi a Empoli. «Grazie per l’entusiasmo di questi giorni! Oggi chiedo a tutti un ultimo sforzo: parlate con tutti, uno per uno, casa per casa. Dai, che questa è #lavoltabuona!», scrive su Facebook.
Il sindaco di Firenze teme la scarsa partecipazione: «Non è vero che per le primarie di domani è tutto già  deciso – avverte -, lo dicono per tenervi lontano dai seggi e per dire che la politica non serve a niente».
I tempi di Renzi sono sempre quelli: «Chi vota per me, vota per cambiare le regole del gioco sul lavoro».
Sul tema della lotta alla crisi, «quello che è stato fatto in questi anni non è servito: c’è il 12,7% della disoccupazione e non ne parla più nessuno come se fosse un dato scontato».
Il sindaco spiega la scelta della sua penultima tappa: «Reggio – scandisce dal palco – è la città  del tricolore e noi col tricolore nel cuore vogliamo dire che vogliamo bene all’Italia».
Cuperlo è intervenuto a Bologna e a Dolo (Venezia).
Assicura la sua lealtà  anche in caso di sconfitta: «Se non dovessi vincere mi metterei al servizio dell’unità  del Pd, difendendo e promuovendo idee e progetti che abbiamo messo al centro di questo programma».
In caso di vittoria «voglio dedicarmi interamente, nei prossimi anni, a questa attività , sono convinto che bisogna reinvestire in questo partito».
«Massimo D’Alema non mi ha dato nessun consiglio», assicura Cuperlo. Che non risparmia una frecciata più o meno velata a Renzi: «Noi non siamo il volto buono della destra, noi siamo la sinistra. Noi non siamo il volto politico della moda o di Zelig, noi siamo la sinistra».
Civati ha tenuto gli ultimi comizi in Sardegna.
Il candidato brianzolo punta a smarcarsi. Un regalo per Natale all’Italia? «Un pacchetto con dentro il Mattarellum, che di per sè non è una legge perfetta, ma sarebbe una piccola rivoluzione e un ritorno a quello che c’era otto anni fa e comunque meglio del Porcellum», dice da Cagliari. Civati non risparmia botte agli altri candidati: la scissione nel Pd? «È una cosa che mette in giro D’Alema. Una volta era Cuperlo che scriveva i discorsi per lui, ora è il contrario: secondo me era meglio prima anche se non funzionava tantissimo».
Civati accusa anche Cuperlo di aver esagerato con il marketing telefonico: «Da ieri migliaia di iscritti ed elettori democratici stanno ricevendo telefonate che invitano a votare per lui».
Poi l’ultimo appello per il voto: «I gufi sono appollaiati sui gazebo da qualche giorno e sperano che le primarie vadano male perchè così non cambia niente. Già  la partecipazione sarebbe un segnale e poi dipende dal voto».
Ma a tenere banco è ancora l’annuncio di Romano Prodi.
Il Professore, dopo il gran rifiuto di inizio novembre quando annunciò di volersi tenere lontano dai gazebo, scende in capo per il Pd: «Voterò per le primarie perchè il bipolarismo è a rischio». Quello di Prodi è un gesto di affetto e responsabilità  verso quel partito che, con i suoi 101 “traditori” gli aveva voltato le spalle quando si trattò di votare il suo nome.
La parola d’ordine rilanciata dal Prof è «salvare il bipolarismo».
Segno che il terremoto della sentenza della Consulta rischia di avere ripercussioni dirette anche sul partito democratico.
«I rischi aperti dalla recente sentenza della Corte mi obbligano a ripensare a decisioni prese in precedenza, ha fatto sapere». Dunque, ha spiegato, «tornerò dall’estero e mi metterò in coda con tanti altri cittadini desiderosi di cambiamento».
Perchè, ha aggiunto, «pur con tutti i suoi limiti, il Pd resta l’unico strumento della democrazia partecipata di cui tanto abbiamo bisogno».
La scesa in campo di Prodi può rivelarsi un aiuto formidabile per dare una spinta alla partecipazione al voto che resta il punto dolente di queste primarie, soprattutto per Renzi che deve confrontarsi con i 3 milioni dell’ultima chiamata alle urne per lanciare la sua sfida finale. Una sfida che combatte sempre sul terreno dell’agenda che dovrà  seguire governo dal 9 dicembre.
Ma anche il segretario Guglielmo Epifani saluta la decisione di Prodi come «un buon viatico» per l’affluenza.
«Il fatto che Prodi abbia cambiato idea è positivo e apprezzato dalla comunità  dei democratici italiani perchè è una scelta importante che spinge al voto e sono convinto che possa far crescere la partecipazione» dice il leader del Pd.
Più difficile dire se quello di Prodi possa rappresentare un endorsement per Matteo Renzi(«penso voti o me o Civati» dice il sindaco).
In realtà  pare che Prodi voti per Civati…

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SALVINI ELETTO SEGRETARIO RICOMINCIA DALLE MUTANDE DI COTA

Dicembre 7th, 2013 Riccardo Fucile

TRA I DUE CANTANTI VINCE IL REPERTORIO “CANZONI DA CASERMA” CONTRO LA “VOCE VECCHIA” DI CASTROCARO (MOLTO CARO, IN EFFETTI)

Come previsto, Matteo Salvini vince il congresso-funerale della Lega con l’82% di consensi contro il 18% di Umberto Bossi.
Ma il dato catastrofico e rivelatore è che gli iscritti-votanti con la segreteria Maroni sono precipitati a 17.047 e alla fine votano pure solo in 10.206.
In pratica rispetto alla Lega con 200.000 iscritti di qualche anno fa, Salvini è stato eletto da appena 8.162 persone (Bossi ha ricevuto 1.833 consensi).
Il Senatur, avute le garanzie richieste, si è limitato a una manifestazione di ego prima di iniziare a frequentare le aule di tribunale, Maroni si è liberato di un peso ed è più libero per gli impegni mondani, Tosi e i veneti pensano ad altro e la fronda di ex maroniani in rotta col sassofonista imporranno come vice Giorgetti, uno dei pochi volti presentabili del Carroccio.
Una vittoria scontata perchè molti bossiani dalla Lega o sono stati cacciati o se ne sono andati di propria iniziativa da tempo.
Se ci si aggiunge il rinvio a giudizio a pochi giorni dal voto, è già  tanto che il Senatur abbia raccolto quasi 2.000 voti.
Una Lega quindi sempre più in mano a ras locali, gestita svogliatamente per un anno da Maroni e in crisi di identità , con contrapposizioni tra veneti e lombardi e persino lombardi tra di loro.
La scelta tra l’ex cantante di Castrocaro e chi ama intonare “senti che puzza, sono arrivati i napoletani” non cambierà  la musica di fondo: neanche un sorso di acqua inquinata del Po ne muterà  il declino.
Si era finito con i lingotti di Belsito, si ricomincia dalle mutande di Cota.

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I “FORCONI” UNITI DA NORD A SUD: “DA DOMANI BLOCCHIAMO L’ITALIA”

Dicembre 7th, 2013 Riccardo Fucile

IL LEADER DEL MOVIMENTO: “PARALIZZEREMO IL PAESE PER UNA SETTIMANA”

La parola d’ordine? «Demolire il sistema. Polentoni e terroni, destra e sinistra saranno con noi, in piazza, a partire da domenica notte, e andremo avanti fino a quando questa classe politica fatta di cialtroni e delinquenti non andrà  a casa».
Mariano Ferro è uno dei leader storici del movimento dei «Forconi», che nel 2012 paralizzò la Sicilia.
«Tre giorni fa dissi al prefetto di Catania che l’Italia stava per diventare una nuova Grecia. E il prefetto mi rispose: “Lo so”. Vedrete quello che succederà¡…».
Minaccioso come lo può essere l’Etna di questi giorni con le sue eruzioni, il leader dei Forconi disegna scenari apocalittici a partire dalle prossime ore. A partire da domani notte, con presidi e blocchi di strade, autostrade, ferrovie e porti in tutto il Paese, dalla Sicilia al Nord, da Torino a Verona a Modica e Pozzallo.
Il governo non può tollerare il blocco della circolazione e le direttive impartite dal ministero dell’Interno ai prefetti e questori sono molto chiare: «In relazione ai segnalati propositi di iniziative estemporanee di protesta, con possibile attuazione di blocchi alla circolazione, si rende necessario predisporre attente, coordinate misure di ordine e sicurezza pubblica, volte a garantire il diritto di manifestare per esprimere liberamente la propria opinione, contemperandolo con la libertà  di movimento e di circolazione, anch’essa costituzionalmente tutelata».
Insomma, non saranno tollerati i blocchi stradali.
Il questore di Napoli, per esempio, ha già  vietato il presidio annunciato davanti al casello autostradale di Palma Campania. Quello di Ragusa tutti i presidi stradali.
Quella che si apre domenica notte si annuncia una settimana molto movimentata.
Le forze di polizia dovranno garantire «la libertà  di movimento e della libera circolazione».
Ma anche questa determinazione rischia di essere scavalcata dai fatti. Perchè preoccupano gli esperti di ordine pubblico, le «possibili infiltrazioni nelle manifestazioni di Forza Nuova, di Casapound, degli ultrà  del Catania, dell’Atalanta, del Brescia».
Infiltrazioni che rischiano di provocare una «deriva di esasperazione della conflittualità ».   Insomma se i manifestanti volessero attuare una attività  di rallentamento e non di blocco della circolazione, verrebbero sopraffatti dal radicalismo degli infiltrati.
A sentire i promotori della protesta, «la Sicilia fungerà  da detonatore della “Santabarbara Italia”».
Propositi bellicosi: se i blocchi saranno attuati, a un certo punto, magari a metà  settimana, si dovrebbe convergere su Roma, «dove potrebbero essere presidiate le sedi sindacali, della Confindustria e i partiti».
Quanta benzina sul fuoco della protesta.
Sul web viaggiano alla velocità  della luce proposte di prendere di mira le sedi di Equitalia.
Danilo, di Latina, parla di «Costituzione tradita, usurpata, di classe politica che ci porta al disastro». E propone: «Fuori dall’euro, andiamo a votare subito. Partiti estremisti vogliono strumentalizzare la protesta. Noi non ci faremo condizionare».
Dal profondo Nord, da Verona, Lucio annuncia il presidio davanti al casello autostradale di Soave:
«Gli italiani si sono stufati di farsi prendere per il c.. da una classe politica corrotta e ladrona». Giuseppe di Santeramo in Colle, Bari, elenca le iniziative in cantiere: «Presidio della tangenziale di Bari, cortei o sit in a Conversano, Polignano, Mottola, Massafra, Corato, Andria, Ortanova, Cerignola».
Nelle circolari del Viminale si parla di un «neocostituito Coordinamento nazionale di gruppi e movimenti ha indetto una mobilitazione a carattere nazionale, in segno di protesta contro le politiche economiche governative e per esprimere contrarietà¡ alla globalizzazione».
Al coordinamento hanno aderito il movimento dei Forconi, Liberi imprenditori federalisti europei (Life), Comitati riuniti agricoli (Cra), Cobas-latte, Cos.pa.
Non ci saranno invece le sigle più importanti degli autotrasportatori (Cna, Casa e Confartigianato) che avevano convocato una giornata di blocco per lunedì e poi l’hanno revocata.
«I promotori – fanno sapere le informative dell’intelligence – hanno siglato un accordo con i referenti del movimento bretone dei “Berretti rossi” che hanno portato avanti lotte analoghe in Francia».

Guido Ruotolo
(da “La Stampa“)

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