Destra di Popolo.net

IL CINQUESTELLE TOFALO: DA BOIA A CHI MOLLA A BOIA CHI PAGA (I CONTRIBUTI)

Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile

ASSUNZIONE DEI COLLABORATORI, E’ BUFERA SUI GRILLINI…I CASI DI FICO, DI MAIO, SORIAL, MORRA E DELLA LOMBARDI

Collaboratori e consulenze: il caso tocca anche il M5s. O almeno la metà  dei parlamentari campani.
Che restituiscono, è vero, parte dello stipendio e dei rimborsi, come evidenziato nel sito “tirendiconto.it”, ma utilizzano qualche escamotage per il pagamento dei contributi Inps ai propri collaboratori parlamentari e ai propri consulenti: alcuni «cittadini» non risultano aver pagato alcun contributo previdenziale, altri hanno inventato il sistema della ditta individuale.
La questione dei collaboratori parlamentari, il cui “status” è in fase di perenne, ma mai definitiva, regolamentazione, tocca trasversalmente molti gruppi politici ma alcuni aspetti dell’attuale vicenda, con la creazione delle ditte individuali, rasenta per qualche esperto il «tentativo di elusione fiscale».
Il più originale è l’uomo del «boia chi molla», Angelo Tofalo. La sua frase è rimasta scolpita nelle recenti cronache parlamentari.
Nel suo rendiconto presentato sul sito M5S è preciso nel documentare quanta parte del proprio stipendio ha restituito.
Per i collaboratori, tuttavia, ha inventato un sistema tutto suo: ha infatti creato la ditta individuale «Tofalo Angelo» con indirizzo in Pellezzano.
Tipo di azienda: «A1 – azienda con una sola posizione, senza unità  operative, non autorizzata all’accentramento contributivo», per «attività  dei partiti».
Due assunzioni, con contratto “part time” ma a tempo indeterminato in modo da godere delle agevolazioni della legge 407 del 1990 che prevede, per soggetti disoccupati da più di 24 mesi residenti nelle regioni del Mezzogiorno, l’esenzione totale dal pagamento dei contributi previdenziali, contributi che vengono coperti dall’Inps, cioè da tutti.
Sistema spinto all’esasperazione, ma non isolato visto che anche il capogruppo alla Camera, Alessio Villarosa, è ricorso allo stesso “escamotage” per ottenere le stesse agevolazioni contributive, assumendo due collaboratori in qualità  di operai, sempre a spese dei contribuenti.
Un metodo, evidentemente, non condiviso dagli altri esponenti dei cinquestelle campani se Silvia Giordano, Girolamo Pisano, Carlo Sibilia, Andrea Cioffi, Vilma Moronese, Sergio Puglia e Bartolomeo Pepe hanno scelto la via «normale»: hanno assunto collaboratori parlamentari, full time e a tempo determinato (visto che i M5s possono restare in Parlamento solo per due mandati, anche se Tofalo, con i suoi contratti a tempo indeterminato, sembra volerci rimanere molto di più) versando tutti i contributi nella “gestione separata”, con il modello F24 utilizzando il regolare codice Cxx.
Il modello della ditta individuale ha convinto anche Vega Colonnese e Luigi Gallo (collaboratori full time a tempo determinato) con potenziali vantaggi di tipo fiscale, visto che pagando i contributi per dipendenti si hanno «costi di produzione» che si potrebbe anche dedurre.
Per altri quattro parlamentari campani la situazione è un tantino più complessa.
Dai loro rendiconti agli elettori, infatti, compaiono spese per collaboratori e consulenti senza però che risultino all’Inps i relativi versamenti dei contributi.
È il caso di Roberto Fico: il presidente della commissione di vigilanza Rai segnala 700 euro di spese per collaboratori a settembre, 744 euro a ottobre con 1286 euro per consulenze ma con versamenti, tramite modello F24, di contributi minimi, appena 132 e 208 euro a dicembre.
Salvatore Micillo rendiconta 2674 euro per collaboratori da luglio a ottobre, ma la sua posizione fiscale/Inps segna zero versamenti tramite modelli f24.
Paola Nugnes indica, da giugno a ottobre scorsi, spese per collaboratori per 3200-3600 euro per complessivi 418 euro di contributi versati come «sostegno regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile».
Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, ammette di essere ricorso, da giugno a ottobre, a vari consulenti per spese variabili dai 400 ai 1200 euro, ma sempre nessun contributo versato.
E gli altri? Difficile fare una verifica per tutti.
Per i protagonisti delle polemiche di questi giorni, tuttavia, è possibile ricavare qualcosa.
Giorgio Sorial, il deputato del M5s che aveva lanciato il “Napolitano boia” ha optato anche lui per la ditta individuale con contratto a termine e full time per il suo collaboratore.
Anche Nicola Morra, presidente del gruppo al Senato, punta sulla ditta individuale, così come l’ex capogruppo Vito Crimi.
Vincenzo Santangelo, capogruppo al Senato, invece versa interamente i contributi ai suoi collaboratori.
La presidente dei M5s alla Camera, infine, Roberta Lombardi ha rendicontato consulenze per 9420 euro a luglio e da agosto collaboratori che costano 1000-2500 euro al mese, ma come contributi Inps risultano solo quelli relativi all’Irpef, in tutto 370 euro.
Per fare un paragone, basta citare il deputato sempre dei Cinquestelle Sergio Puglia che nel suo rendiconto agli elettori di ottobre indica spese per 1420 euro per collaboratori e 6623 euro per consulenti e a novembre ha normalmente versato 292 euro per i primi e 1523 euro per i secondi.
(da “il Mattino”)
La precisazione del Mattino
«In relazione a quanto sostenuto dal deputato M5S Angelo Tofalo, il Mattino precisa che, come da documenti in nostro possesso, risulta all’Inps di Salerno, nel fascicolo elettronico delle aziende, una posizione aperta in data 2 maggio 2013, intestata a Tofalo Angelo – Ditta la cui attività  economica è: attività  politica».
Grazie a questa formula, il deputato grillino ha potuto beneficiare, come egli stesso ammette, delle agevolazioni per assunzioni di lavoratori disoccupati da più di 24 mesi previste dalla legge 407/90, che consentono, per il part time al Sud, sgravi contributivi».
«Come abbiamo scritto nell’articolo, questa formula non è peraltro adottata dai suoi stessi colleghi parlamentari citati nell’articolo, e cioè Silvia Giordano, Girolamo Pisano, Carlo Sibilia, Andrea Cioffi, Vilma Moronese, Sergio Puglia, e Bartolomeo Pepe, che hanno utilizzato il contratto a progetto per collaboratori con i versamenti previsti per la gestione separata.
Nessun intento di screditare l’attività  politica di Tofalo, ma solo il diritto-dovere di segnalare una curiosa novità  nella contrattualistica parlamentare.
Quanto alle accuse di dilettantismo – conclude Il Mattino – ci riserviamo di rispondere nelle sedi opportune».

Fulvio Scarlata
(da “il Mattino“)

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DECRETO BANKITALIA: “IL REGALO L’HANNO FATTO LE BANCHE AGLI ITALIANI PAGANDO LA CANCELLAZIONE DELL’IMU”

Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile

PATUELLI (PRESIDENTE ABI): “GLI EFFETTI POSITIVI SUL CREDITO DIPENDONO DA QUANDO VERRANNO CONTABILIZZATI GLI EFFETTI PATRIMONIALI”

“La rivalutazione delle quote della Banca d’Italia non è un regalo alle banche, anzi il regalo lo hanno fatto forzatamente le banche agli italiani finanziando, pagando con le assicurazioni la cancellazione della seconda rata dell’Imu del 2013”.
Così il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, oggi a “L’Economia Prima di Tutto” su Radio1 Rai.
Parole destinate a far infuriare i Cinque Stelle e non solo, che proprio sulla questione del decreto Imu-Bankitalia hanno investito moltissime delle loro energie.
“Stiamo lontani dalle polemiche politiche, restiamo ai fatti giuridici”, ha detto stamattina Patuelli. “Sono le banche che hanno pagato e che sono costrette dalla legge a pagare ancora con l’addizionale Ires dell’8,5, che è enorme, sui redditi 2013 che saranno determinanti per essere esaminati negli stress test” europei.
Il presidente dell’Abi ha commentato anche l’invito arrivato dal governatore della Banca d’Italia Visco secondo cui dopo la revisione delle quote ora le banche potranno fare di più sul fronte del credito: “Visco ha ragione, è esatto quello che dice ma rimane il fatto che restano incertezze applicative per le banche che avevano questi diritti dell quote Bankitalia, perchè non è chiaro quando verranno contabilizzati gli effetti patrimoniali: gli effetti positivi” sul credito ci saranno “a seconda di quando saranno contabilizzati gli effetti patrimoniali”.
“Ricordo – ha concluso Patuelli – che la rivalutazione delle quote era un atto dovuto perchè i valori erano rimasti al 1936, il quattordicesimo anno dell’era fascista”.

(da “Huffingtonpost“)

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IN SVIZZERA REFERENDUM ANTI-IMMIGRATI ITALIANI, MARONI SI SCOPRE “BUONISTA”: UN ERRORE METTERE QUOTE”

Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile

COERENZA LEGHISTA: IN ITALIA PER I RESPINGIMENTI, CON LA SVIZZERA: “I NOSTRI LAVORATORI VANNO PROTETTI”

«Per colpa degli immigrati la nostra disoccupazione è aumentata, i treni sono sovraffollati, c’è troppa criminalità . Questa situazione non è più sostenibile. Basta con l’immigrazione di massa: bisogna reintrodurre le quote».
Ma Roberto Maroni, ex segretario leghista e governatore lombardo, è contrario.
Certo, perchè gli immigrati che «rubano i posti di lavoro» di cui sopra sono di Como, Sondrio, Lecco.
E quelli stanchi della situazione, quelli che vogliono mettere un tetto all’immigrazione sono gli svizzeri.
Domenica i cittadini elvetici andranno nelle urne e diranno la loro, rispondendo «sì» oppure «no» al referendum che chiede loro un quesito semplice che suona più o meno così: volete voi limitare il numero degli stranieri nel nostro Paese?
L’ultimo sondaggio dice che, a oggi, solo il 43% degli svizzeri vorrebbe alzare le barriere alla frontiera. Ma il fronte opposto è cresciuto nettamente nelle ultime settimane e da qui a domenica potrebbe esserci il sorpasso.
Nella Svizzera italiana gli anti-immigrati sono il 54%.
Il referendum, promosso dal partito di destra dell’Udc e dalla Lega dei Ticinesi, ha già  avuto il parere contrario del governo, anche perchè potrebbe creare seri problemi con l’Unione Europea.
Metterebbe in discussione gli accordi raggiunti sulla libera circolazione delle persone, ma soprattutto – secondo il governo – «i danni per l’economia sarebbero ingenti».
La pensa così anche Roberto Maroni, ex segretario del Carroccio. «La Svizzera non può considerare i lavoratori lombardi come dei topi. Sono dei lavoratori che operano oltre confine, hanno una dignità  che va rispettata».
Maroni parla soprattutto dei frontalieri, circa sessantamila lombardi che ogni giorno varcano il confine per andare a lavorare. Ai quali si aggiungo circa 500 mila italiani che risiedono in Svizzera.
Per la Lega Nord, dice Maroni, «si tratta di persone che svolgono la loro professione, rendendo un servizio alla società  ticinese».
Per la Lega dei Ticinesi questi lavoratori sono solo «un peso sulla nostra assistenza sociale».
Per Maroni «senza questi lavoratori, di là  non so cosa potrebbe accadere».
Di là , a Nord. Padroni a casa vostra.

Marco Bresolin

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OPERAZIONE “OROLOGI INDIETRO”: ECCO IL NUOVO-VECCHIO PDL

Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile

DA ALFANO A CASINI, DA MARONI A GASPARRI: TUTTI ALLINEATIPER TORNARE AL GOVERNO

La nostalgia c’entra poco.
La memoria va a Pinuccio Tatarella e al 1994, all’armonia e alla grande alleanza di centrodestra per dire che vincere si può ancora.
Grazie all’Italicum di Renzi, e soprattutto alla voglia matta di tornare al governo di Casini, La Russa, Gasparri e Maroni.
C’erano vent’anni fa, ci sono oggi e vogliono esserci anche domani.
Ecco Pier Ferdinando Casini. Uno sulla scena da sempre, da Arnaldo Forlani a Silvio Berlusconi, da Monti contro Silvio e poi di nuovo col Cavaliere.
Cambiano le Repubbliche, ma lui è presente.
“Perchè — spiega — c’è un elemento di novità  nella politica italiana. Il terzo polo esiste ma è quello di Grillo, un populismo retorico e antieuropeo”.
Prima di prendere la parola e di sedersi accanto a quelli del ’94 (assente ingiustificato Gianfranco Fini, assente perchè in attesa degli eventi il Cavaliere), Pier ha chiarito che non è “il servo di Berlusconi”.
Bisogna essere realisti e “la legge elettororale spinge a una sfida a tre. Lo spazio per procedere in ordine sparso non c’è”.
Lui, Casini, più sveglio degli altri, lo ha capito prima di tutti.
Bobo Maroni raccoglie la palla. La Lega è pronta, gli ultimi sondaggi fanno ben sperare. La partita è tutta da giocare.
“Siamo pronti a discutere, le nostre posizioni non sono incompatibili”.
Al governatore lombardo bastano pochi secondi per elencare il suo programma, un po’ di più per lanciare un messaggio chiaro: “Questa coalizione può tornare a vincere”. Alleanza quindi, grande ritorno al centrodestra che fu, Lega compresa.
Perchè i sondaggi parlano chiaro: Berlusconi da solo non vince, senza di lui Alfano, La Russa e company sono nessuno, insieme si può.
“Forza Italia è il terzo partito del Paese, il centrodestra la prima coalizione, quella vincente, lo dicono i sondaggisti”.
Angelino Alfano si gioca le sue carte migliori. Si sente l’ago della bilancia, e sa che quella del Cavaliere è una forza debole.
“Dobbiamo trovare il modo — manda a dire all’uomo che lo giudicò senza quid — di recuperare l’incolmabiledifferenza tra Pd e Forza Italia”.
Compito certamente “complicato”, ma “bisogna mettersi d’accordo”. Come? Innanzitutto facendo “le primarie di coalizione”.
Perchè “senza di noi cade il governo Letta. Senza di noi il centrodestra non vince”. Maurizio Gasparri prende appunti, più tardi dovrà  riferire al Cavaliere parole e umori. Fa il duro, “Casini ha capito, gli altri capiranno”. Mostra i muscoli, “Forza Italia ha il 25% dei voti, senza di noi non si vince”.
Poi concede quasi tutto. Le primarie? Si faranno. La Lega vuole le macro-regioni? Le avrà . “Perchè io sono per una coalizione larga”.
Insomma, rieccoli, come nel ’94, pronti a vincere sfruttando tutti gli errori di Renzi e del Pd. Rimane solo il povero Ignazio La Russa.
Anche lui, come dice Gasparri, “capirà ”, è sicuro, per il momento fa l’offeso.
Dice che ha dovuto fare dodici telefonate a Verdini per parlare della legge elettorale, mentre “Renzi è venuto nella sede di Fratelli d’Italia”.
E allora “chi non è buono per il re non è buono per la regina. Io ho una cultura per cui da ragazzo ero molto affascinato dalla bella morte. Quindi se dobbiamo essere solo dei portatori d’acqua per gli altri allora meglio andare da soli…”.
No, da soli non andranno. Silvio li aspetta come vent’anni fa.
Per portare indietro l’orologio e vincere.

Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL GRANDE FREDDO FRA ENRICO E MATTEO

Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile

LETTA: “RENZI VUOLE IL MIO POSTO? MI SFIDUCI”

Lo conferma la telefonata serale con Giorgio Napolitano. Ma pesa, nella valutazione degli alleati di governo e in quella dei semplici parlamentari, il rapporto con Matteo Renzi.
Un gelo assoluto, un silenzio assordante. Il segretario del Pd, ossia il principale partito della maggioranza, e il premier non si parlano e non si messaggiano da quasi due settimane.
Dal giorno in cui Letta, in tv, ha accennato all’ipotesi di mettere il conflitto d’interessi nel patto di coalizione. Il passo e chiudo fu un sms feroce di Renzi.
Per questo Scelta civica, il partito di Angelino Alfano e tanti esponenti del Pd, a partire dalla minoranza interna, si chiedono come possa proseguire l’esecutivo in carica.
Come possa arrivare in porto la riforma elettorale se sembra scontato che, una volta approvato l’Italicum, immediatamente dopo, la soluzione sia esclusivamente il ritorno alle urne.
Una prospettiva che non piace nè ai montiani, nè all’Ncd, nè ai bersaniani e cuperliani.
Ecco perchè la maggioranza vuole Renzi a Palazzo Chigi subito, proprio per stabilizzare la situazione, fare davvero tutte le riforme, insomma guardare ben oltre il 2015. Magari al 2016, al 2017.
«Letta deve stare attento – dice un renziano –. La scelta sui commissari europei si fa in queste settimane. Se salta questa finestra rischia di rimanere a bocca asciutta». Come dire: gli conviene farsi da parte e avrà  un posto in Europa.
Altrimenti, niente. In questo quadro nascono le indiscrezioni sull’addio di Alfano a Letta, su un’uscita degli alfaniani dall’esecutivo.
Gli antirenziani Nico Stumpo e Alfredo D’Attorre tifano apertamente per il governo Renzi, «unica garanzia di stabilità  e di successo delle riforme».
Il capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza illustra un punto politico dirimente: «O Renzi si impegna nel sostenere Letta legittimandolo e rafforzandolo oppure il governo non tiene. Il segretario deve fare una scelta politica ».
Ma conversando con i suoi colleghi in Transatlantico Speranza si mostra pessimista: «Non basta incardinare la sola legge elettorale. I deputati annusano la trappola delle elezioni e non la fanno passare. Se invece si capisce che l’alternativa è un esecutivo stabile e riforme possibili, la situazione si tranquillizza».
Oggi Renzi e Letta in qualche modo dovranno rompere il ghiaccio nella direzione del Pd.
Il sindaco non accetterà  strappi dal premier: «Se viene a dirci che non lo appoggiamo abbastanza, che il partito dev’essere più compatto, allora finisce male». L’intenzione di Letta non è quella.
«È tutto più lineare e più chiaro di quello che appare – spiega ai fedelissimi –. Ho preso la fiducia in Parlamento e sarà  il Parlamento a sfiduciarmi quando verrà  il momento. Adesso vado avanti». Senza forzare.
Se oggi prenderà  la parola sarà  per dire che Palazzo Chigi vuole accompagnare le riforme e realizzare il programma. Ma per farlo ieri il premier ha dovuto stringere i bulloni. Ha visto Giorgio Squinzi, il presidente di Confindustria che vorrebbe staccare la spina, ha sentito Napolitano per avere di nuovo la sponda piena del Colle, ha pranzato con Lupi, Alfano e Franceschini per tenere unito l’esecutivo.
Mosse che rivelano il senso di una giornata molto delicata per il capo dell’esecutivo. Intorno a lui tutto si muove nella direzione contraria alle sue aspettative.
Il lavoro ai fianchi arriva anche dalle opposizioni. Con Sel prontissima a stare dalla parte di un governo Renzi e impegnata in un dialogo costante, al Senato, con una dozzina di parlamentari grillini.
Che potrebbero staccarsi dalla casa madre, che potrebbero appoggiare dall’esterno un nuovo esecutivo. «Ecco, se Napolitano vuole davvero le riforme, se quello è il suo assillo, sappia che con Letta la strada è in salita», ripetono i renziani in tutti i colloqui con compagni di partito e colleghi di maggioranza.
I tempi non sono ancora maturi. Alla fine della giornata, dopo la mediazione di tanti a cominciare da Franceschini, la minuscola tregua prevede di attendere una settimana, di vedere come procede l’Italicum in aula dove comincia a essere votato martedì.
«Ma se c’è un piccolo incidente sulla legge elettorale, se capita un altro problema con i decreti, Enrico arriva a fine corsa. E non sarà  lui ad aver scelto nè i tempi nè il modo», spiegano i renziani.
Ha tutta l’ariadi una profezia che si autoavvera.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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BERLUSCONI: “COLPA DI NAPOLITANO. MA IO NON ROMPO IL PATTO CON RENZI”

Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile

“SE RENZI VA A PALAZZO CHIGI PER PORTARE AVANTI LE RIFORME, E’ CHIARO CHE IN QUEL GOVERNO DOVREMO STARCI ANCHE NOI”

«Di cosa vi stupite? Grasso risponde al capo dello Stato Napolitano, il disegno è chiaro». Silvio Berlusconi è rientrato a Roma da qualche ora.
A Palazzo Grazioli si succedono riunioni coi dirigenti, fino al gabinetto ristretto serale con Toti, Verdini e i capigruppo Romani e Brunetta.
Il Cavaliere non si abbandona all’ira che spesso ha contrassegnato le sconfitte più cocenti, prova anzi a fornire ai suoi una lettura «politica» di quanto accaduto con la decisione del presidente del Senato di costituire la Camera alta parte civile nel processo sulla compravendita dei senatori. E avverte subito che non farà  saltare per questo il tavolo delle riforme.
«Io non mi sorprendo più di nulla» confessa il leader di Forza Italia comunque di pessimo umore dopo la notizia. E nel mirino finisce ancora una volta il Colle.
«È chiaro che dietro la decisione di Grasso c’è il presidente della Repubblica, c’è lui dietro ogni tentativo di delegittimarmi ».
È un pallino, un chiodo fisso che non lo abbandona più dalla sentenza definitiva di condanna del primo agosto. In un crescendo continuo che lo ha portato sabato scorso a Cagliari a dire pubblicamente che oggi non avrebbe mai rivotato per Napolitano al Quirinale.
Col presidente della Repubblica che due giorni fa, partecipando al Parlamento europeo a un seminario su Altiero Spinelli, non lesinava stoccate indirette.
È accaduto quando ha parlato del celebre europeista che nel 1979 si preparava «a una grande discesa in campo», poi correggendosi: «Scusate se mi viene questa espressione un po’ malfamata».
Ma erano affondi di fioretto, rispetto alle cannonate berlusconiane.
L’ex premier a Toti, Verdini e agli altri riuniti a casa conferma che tuttavia lui non cadrà  «nella trappola».
Convinto com’è che nel Partito democratico sia in corso una guerra interna nel tentativo di far saltare il tavolo delle riforme con il quale Renzi lo ha coinvolto a pieno titolo, pur tra mille polemiche.
«Non rinuncerò all’accordo sulla legge elettorale per questa provocazione di Grasso» mette in chiaro con la schiettezza che lo contraddistingue.
Sospetti ai quali, non a caso, dà  voce il capogruppo Brunetta con una nota proprio attorno alle 21, mentre è a cena a Palazzo Grazioli: «La scelta di Grasso è in realtà  un colpo dato a freddo alla pacificazione voluta da Renzi e Berlusconi, il segretario intervenga».
Ma dal quartier generale era partito già  da qualche ora il via libera alle proteste in serie di tutti i deputati e senatori forzisti contro la decisione del presidente del Senato. Con picchi di veemenza, «Grasso è il braccio politiche delle toghe, fazioso, peggio dei grillini » attacca Luca D’Alessandro.
Del resto un altro falco come Daniela Santanchè si lascia andare sull’altro sospetto: «L’asse Napolitano-Grasso fa molto male a questo Paese ». Ma anche il “nuovo” Toti non è da meno con quel «Grasso scredita le istituzioni». Il clima insomma è questo.
Ma Berlusconi non molla l’osso delle riforme e non rinuncia al suo ruolo da protagonista.
E guarda con molta attenzione a quanto si sta muovendo in via del Nazareno, in attesa della direzione Pd di oggi. Il suo piano è assai ambizioso e anche di questo ha parlato ai pochi dirigenti convocati ieri.
«Se Renzi va davvero a Palazzo Chigi al posto di Letta per portare avanti le riforme, allora è chiaro che in quel governo dovremo starci anche noi», è l’azzardo che lascia non poco sorpresi i suoi.
Rientrare in un esecutivo a guida Pd dopo la decadenza e l’addio alla maggioranza di novembre. Ma la svolta avrebbe una motivazione politica forte, a suo modo di vedere: «Non possono pensare di fare con noi le riforme e poi tenerci fuori dal governo che deve condurle in porto».
E una volta al governo – impossibile da ministro, legge Severino alla mano – cercare di lucrare vantaggi per il suo status. Il pensiero fisso del resto è al 10 aprile, quando il Tribunale di sorveglianza di Milano dovrà  assegnarlo ai servizi sociali.
Per non dire della chance di aggrapparsi di nuovo a Palazzo Chigi con la prospettiva di un ipotetico governo Renzi che sulla carta potrebbe andare avanti ben oltre il 2015.
Insomma, è di questo che ragiona il Cavaliere.
Pur tra i dolori dovuti all’imbarazzante incidente casalingo di due sere fa, per nulla celato ai fedelissimi. Ad Arcore è scivolato su una pallina giocando con il cane Dudù e ancora ieri risentiva del forte ematoma a un gluteo, come si lamentava con chiunque. Un po’ per questo, un po’ perchè risentito per l’«affronto» perpetratogli dalla presidenza del Senato, sta di fatto che Berlusconi ha lasciato scivolare via anche la giornata del rientro a Roma senza nominare l’ufficio di presidenza di Forza Italia sollecitato dal gruppo dirigente, tra gli altri Fitto e Verdini.
Ai capigruppo e agli altri ospiti spiegava in serata perchè è ancora restio a procedere alle nomine che alcuni davano per imminenti. Se ne riparlerà  oggi. Forse.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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GRILLO NON FA POLITICA MA SOLO MARKETING VIRALE PER INCREMENTARE IL FATTURATO DEL SUO SITO

Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile

GRILLO E’ IL NUOVO GRANDE FRATELLO ORWELIANO: LA PRATICA COLLETTIVA DEI “DUE MINUTI DI ODIO” ERA GIA’ CITATA NEL LIBRO “1984” DI GEORGE ORWELL

Parliamo di fatti e dati concreti: fino a pochi giorni fa la media settimanale di “mi piace” sulla pagina di Grillo stava sui 4.000/5.000, più o meno quella dei suoi avversari.
Già  quelli erano guadagnati con la politica dell’insulto ma non gli bastavano.
Come vedete dai dati forniti da Facebook, nel momento in cui Grillo ha alzato il livello degli insulti è subito salito a quasi 24.000.
Come disse Federica Salsi dopo essere stata cacciata da 5 Stelle con con quella volgarissima frase di Grillo sul suo “Punto G”, questa campagna d’odio che ogni poco Grillo lancia contro qualcuno, serve solo per aumentare i contatti sul suo sito e quindi aumentare il suo fatturato attraverso la pubblicità .
I bi-leader Grilloleggio pensano di essere dei geni del marketing politico, ma gli studi dimostrano che a tanti “mi piace” non corrisponde un proporzionale successo politico, al massimo un successo di marketing aziendale.
Ed è forse proprio questa l’unica cosa che ha loro interessa veramente.
Fare spamming virale attraverso gli insulti per portare gente sul loro sito ed incassare i soldi con la pubblicità .
Grillo è il nuovo Grande Fratello orweliano. I “due minuti d’odio” sono una pratica collettiva esercitata dal governo del Grande Fratello nel romanzo “1984” di George Orwell.
Tale pratica collettiva viene attuata sui posti di lavoro, negli incontri di partito, ovunque sia possibile; consiste nel riunirsi “spontaneo” degli astanti, al segnale emesso da altoparlanti, dinanzi ad un teleschermo che proietta immagini del nemico supremo della patria Oceania, Emmanuel Goldstein: scene di guerra e sequenze studiate per coinvolgere psicologicamente gli spettatori, accompagnate da suoni e rumori fastidiosi.
Dopo pochi secondi il pubblico inizia a dare in escandescenze e ad inveire contro Goldstein o contro lo schieramento con cui ci si trova in guerra in quel momento – Eurasia oppure Estasia – e si arriva a lanciare oggetti contro il teleschermo, imprecando colti da implacabile furore, sotto lo stretto controllo di incaricati del partito.
Chiunque manifesti segnali di eterodossia, o perfino micro-espressioni facciali non consone al contesto, viene considerato come un possibile traditore.
Questo meccanismo rappresenta, tra le altre cose, una valvola di sfogo dell’aggressività  dei cittadini ed un modo per demonizzazione un capro espiatorio su cui gettare tutte le colpe delle difficoltà  della loro vita quotidiana.
I “due minuti d’odio” sono funzionali al mantenere un controllo ancora più stretto e serrato sul popolo e sui membri del partito.

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PER LE FORZE DELL’ORDINE NON C’E’ UN EURO, MA DUE MILIARDI SEQUESTRATI AI BOSS MAFIOSI SONO DIMENTICATI NELLE CASSE DI EQUITALIA

Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile

L’AGENZIA PER I BENI CONFISCATI: “USIAMO PIUTTOSTO QUEI SOLDI PER TROVARE I LATITANTI”… IN TOTALE IL PATRIMONIO CONFISCATO ALLA MAFIA AMMONTA A OLTRE 30 MILIARDI

“Mi risulta che nel Fondo unitario per la giustizia ci sia un miliardo di euro in contanti ed un altro miliardo in titoli ed assicurazioni », dice il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati.
«Come mai non vengono assegnati al ministero dell’Interno che ha difficoltà  persino a pagare la benzina per le volanti o per chi cerca i latitanti? Avevo proposto che i fondi fossero utilizzati per la fiscalità  di vantaggio per le aziende confiscate che ogni giorno rischiano di chiudere ma non ho mai avuto risposte».
Equitalia non sa esattamente quanto ha in cassa (i dati sono fermi al 2012), sa solo che in quattro anni, dal 2008 (quando è stato istituito il Fug) al 2012, tra soldi contanti e titoli riscossi confiscati, sono stati riversati alla Ragioneria generale dello Stato 209 milioni e 300 mila euro. Poco più del 10 per cento.
L’affondo di Caruso è solo l’ultima scossa di un terremoto che sta scuotendo il “mondo” dei patrimoni sottratti alle mafie, un tesoro che vale quanto una Finanziaria, difficile da quantificare esattamente ma di sicuro oltre 30 miliardi di euro: più di 11.000 immobili e 1.700 aziende dislocati per l’80 per cento tra Sicilia, Calabria, Puglia e Campania anche se da qualche tempo anche in Lombardia e Lazio i colpi al cuore dell’economia criminale si sono moltiplicati.
Un patrimonio che continua, per l’85 per cento, a rimanere inutilizzato, imbrigliato dai mille lacci della burocrazia e da lacune legislative ma che nasconderebbe anche ben altro
«I beni confiscati dovrebbero essere riutilizzati a fini sociali ed essere restituiti alla collettività  e invece, in troppi casi, e per troppi anni, sono stati considerati “beni privati” da alcuni amministratori giudiziari che li hanno considerati come fortune sulle quali garantirsi un vitalizio», accusa Caruso.
Parcelle d’oro, amministratori giudiziari che sono anche presidenti dei consigli di amministrazione delle aziende confiscate, patrimoni gestiti per decenni dalle stesse persone senza che il bene o le società  vengano assegnati o liquidati.
La durissima denuncia lanciata dal prefetto Caruso è finita in Parlamento e sul tavolo del governo e il direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati è stato convocato per oggi dalla presidente della commissione antimafia Rosy Bindi e dal viceministro Filippo Bubbico per fornire chiarimenti sulle motivazioni che, negli ultimi mesi, lo hanno indotto a sostituire alcuni dei più noti amministratori giudiziari nominati dalle sezioni “Misure di prevenzione” dei tribunali per gestire gli enormi patrimoni sottratti ai boss di Cosa nostra e ai loro prestanome.
Cambio alla guida dell’impero immobiliare miliardario già  dei costruttori Piazza e Sansone (uomini di fiducia dei Graviano e di Riina), al patrimonio dell’ingegnere Michele Aiello (braccio economico di Provenzano), alla testa dei supermercati del “re della grande distribuzione” Giuseppe Grigoli, fiduciario del superlatitante Matteo Messina Denaro.
E ora questa storia dell’immensa fortuna in contanti dimenticata nei conti di Equitalia. Sì, perchè la legge numero 143 del 2008 ha subappaltato ad Equitalia con la neonata “Equitalia giustizia” la gestione di questo fondo nel quale confluiscono tutti i contanti, i titoli, i rapporti bancari, le polizze sequestrate o confiscate dall’autorità  giudiziaria. Ed è ad Equitalia giustizia che è demandata la gestione finanziaria delle risorse sequestrate (che ha finora fruttato solo lo 0,10 per cento del capitale) e soprattutto il versamento allo Stato delle risorse confiscate, in parte al ministero della Giustizia e in parte a quello dell’Interno.
Cosa che, stando alla denuncia del direttore dell’Agenzia, sarebbe rimasto lettera morta.
Nella sua audizione, Caruso è pronto a fornire all’Antimafia tutti i chiarimenti sulle revoche degli incarichi che in Sicilia stanno creando tanto malcontento tra gli amministratori giudiziari e tra alcuni dei giudici che, in virtù di un rapporto fiduciario, hanno assegnato loro la gestione di ingenti patrimoni.
Malumori raccolti ed amplificati anche da un anonimo recapitato alcuni giorni fa a diversi indirizzi, dal Quirinale alla Procura di Palermo, nel quale si sottolineerebbe come alcuni dei professionisti da poco nominati da Caruso sarebbero vicini ad alcuni uomini politici, dunque nomine dettate non da una sorta di “spending review” dei costi delle amministrazioni giudiziarie ma da condizionamenti politici da parte del prefetto.
Che respinge le accuse al mittente e risponde con un esempio per tutti.
«Uno di questi noti amministratori giudiziari, Gaetano Cappellano Seminara, che ha gestito la più grande fetta dei patrimoni confiscati in Sicilia, ha presentato una parcella da sette milioni di euro e contemporaneamente prendeva 150.000 euro all’anno come presidente del consiglio di amministrazione della stessa azienda. Controllore e controllato allo stesso tempo e con duplice compenso. Basta?».
Replica l’amministratore giudiziario Cappellano: «Il prefetto Caruso ha delegittimato l’operato di amministratori giudiziari e dei giudici del tribunale di Palermo che hanno vigilato durante questi 20 anni sul nostro operato approvandone i rendiconti e liquidandoci i compensi».

Francesco Viviano e Alessandra Ziniti
(da “La Repubblica”)

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ANCHE DARIO FO PRENDE LE DISTANZE DAI CINQUESTELLE: “PROVOCAZIONI DEGRADANTI”

Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile

IL FILOSOFO REMO BODEI: “GRILLINI INSIPIENTI E TELECOMANDATI, CHE DELUSIONE”

“Una provocazione stupida con un effetto degradante su chi l’ha commessa”.
Così Dario Fo su La Repubblica commenta la contestazione dei grillini in aula ai danni della presidente Boldrini.
“Con il pensiero alle battaglie di Franca (Rame, ndr), mi vengono i brividi a pensare che ancora si faccia uso di certe metafore da sempre utilizzate dal potere maschile”.
Dario Fo, che non ha mai nascosto la sua simpatia per il MoVimento Cinque Stelle, stavolta è deluso e amareggiato. “Non si può arrivare a certe reazioni così grossolane […]. Non è possibile rispondere alla brutalità  di una politica che insulta la democrazia con l’imbecillità  a briglia sciolte. Non giustifico la violenza e le azioni senza un senso, ma penso che l’opposizione vada fatta con fermezza e, se necessario, facendo ricorso all’ironia. Basta vedere e seguire Papa Francesco”.
Critico – ma meno sorpreso – anche il filosofo Remo Bodei, che a marzo dell’anno scorso (prima delle consultazioni in streaming con Pier Luigi Bersani) scrisse insieme ad altri intellettuali un appello a Beppe Grillo affinchè sedesse con la sinistra storica al tavolo di una maggioranza riformatrice.
In un’intervista al Corriere della Sera, Bodei definisce “insipienti e telecomandati” i parlamentari Cinque Stelle.
“L’insipienza e l’arroganza di molti senatori e deputati grillini ha prevalso sull’impegno e la buona volontà  di altri. C’è parecchio analfabetismo politico, questi gruppi sono telecomandati. E per quelli tra loro che vogliono ragionare c’è… il Mastino dei Baskerville”, ossia “Grillo e Casaleggio insieme”.
Bodei riconosce a Grillo il merito di “aver messo insieme una nuova classe politica con alcune persone perbene […], ma l’educazione politica va fatta lasciando autonomia, senza una guida da oracolo nascosto o palese”.
La regola iniziale – “uno vale uno” – “è stata distrutta dagli oracoli e dall’opacità “.
Opacità  che il filosofo, docente a Los Angeles presso l’Università  della California, sembra attribuire in primo luogo a Casaleggio.
“Pensi che a Ballarò non l’ho neanche mai voluto nominare, Casaleggio. Per non dargli importanza…”.

(da “Huffingtonpost“)

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