Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile
SALTATE LE TRATTATIVE, ORA TOCCA AI GIUDICI STABILIRE IL VALORE DELL’ADDIO
Tornato in campo da padrone per rilanciare Forza Italia a colpi di video-messaggi, comizi, attacchi e
interviste televisive, Silvio Berlusconi sta usando tutto il suo proverbiale carisma pubblicitario per delegittimare la condanna per frode fiscale e ripresentarsi agli elettori con l’aureola del perseguitato dalla giustizia.
Eppure basta scavare dentro una delle sue più famose cause giudiziarie, quella che lui stesso ha avviato contro l’ex moglie, per ritrovargli cucito addosso il marchio verace del privilegiato.
Già , perchè il divorzio da Veronica Lario è il perno di una vertenza che pochissimi in Italia potrebbero permettersi: un problema da mezzo miliardo.
La cifra, mai ufficializzata finora, è stata al centro di una trattativa che si è interrotta circa un anno fa, in un clima di assoluta riservatezza.
In quel periodo Silvio Berlusconi e la sua ex moglie, dopo mesi di veleni, erano tornati anche a vedersi e a parlarsi a tu per tu.
Le loro squadre di avvocati civilisti puntavano a chiudere tutte le cause incrociate di separazione e divorzio con un accordo globale: un maxi-assegno definitivo, da versare una volta per tutte.
La fine delle liti con Veronica, madre di tre dei suoi cinque figli, avrebbe consentito al leader di Forza Italia di riportare la pace nelle sue famiglie e concentrarsi sulle sue preoccupazioni di sempre: politica, affari e giustizia.
Invece l’accordo è naufragato. E finora, nonostante il ruolo dei protagonisti nella vita pubblica, non si sapeva nulla nè della trattativa, nè del perchè fosse fallita.
Ora “l’Espresso” può ricostruire i fatti fondamentali.
L’accordo è saltato per una questione di cifre: Veronica Lario voleva più di mezzo miliardo. Per l’esattezza, 540 milioni di euro.
Una richiesta che Silvio Berlusconi ha bollato come esagerata, sproporzionata, ingiustificabile.
Tra denaro e proprietà , il padrone della Fininvest sarebbe stato disposto a liquidarla con più di 200 milioni. Meno della metà della somma rivendicata da lei.
Visto il patrimonio accumulato da Berlusconi, accreditato di una fortuna superiore ai sei miliardi di dollari, l’ex moglie si è sentita presa in giro.
A quel punto i contatti tra ex coniugi si sono interrotti. E la partita è tornata in mano agli agguerriti staff legali, che sono tuttora impegnati nelle due cause in corso: quella di separazione, che è in fase d’appello a Milano, e il processo di divorzio, avviato dallo stesso Berlusconi in primo grado a Monza.
Gli ex coniugi, beninteso, hanno sempre la possibilità di riaprire la trattativa e arrivare a un accordo soddisfacente per entrambi. Ma almeno fino a questo momento l’ipotesi di un lieto fine viene considerata molto improbabile.
Di fatto, in questi ultimi mesi, gli avvocati stanno lavorando solo per rendere più vantaggiosa possibile la decisione finale che spetterà ai giudici.
La sentenza più importante riguarda il contenuto economico del divorzio: il verdetto di primo grado è previsto tra circa un anno.
Finora i tribunali hanno quantificato solo l’assegno mensile provvisorio: i giudici di Monza, all’inizio di quest’anno, l’hanno ridotto a un milione e 400 mila euro, con un taglio notevole rispetto ai circa tre milioni (ovvero centomila euro al giorno) che erano stati fissati a Milano nel quadro ormai superato della separazione iniziale. Questa cifra mensile può fornire una prima indicazione sul valore di un ipotetico accordo finale: gli esperti di diritto ricordano, a titolo di esempio, che una regola-base del vecchio codice prevedeva di moltiplicare per 20 la rendita annua.
Applicando questo semplice parametro all’assegno che Berlusconi è già ora tenuto a versare a Veronica, dunque, si raggiungerebbe un capitale di 336 milioni.
Un valore che si colloca più o meno a metà strada fra l’offerta di lui e la richiesta di lei. E che di certo rappresenta un tesoro irraggiungibile per i cittadini normali.
In Italia, secondo l’Istat, il reddito medio per abitante si ferma a meno di 18 mila euro all’anno (per l’esattezza, 17.979). Per poter liquidare l’ex coniuge con la stessa cifra, dunque, l’italiano medio dovrebbe lavorare (risparmiando tutto) per 18 mila e 688 anni.
Per i giudici non sarà facile decidere il cosiddetto «divorzio del secolo», anche perchè la legge fissa solo principi generali, da applicare al caso concreto con molte variabili: il tenore di vita durante il matrimonio, la sua durata, i bisogni dei figli, l’età , la salute e altri dati tutti da interpretare.
Rispetto alla separazione (provvisoria), il divorzio fa cessare gli effetti del
Ma anche dopo il taglio della somma mensile, Silvio e l’ex moglie hanno continuato a dividersi, ad esempio, sulla durata dell’assegno: lui ha 77 anni, ma gli avvocati di Veronica puntavano a un accordo calcolato sull’aspettativa di vita di lei, che ha vent’anni di meno.
I possibili riflessi pubblici di questa lite privata sono ben noti a Berlusconi.
Il proprietario della Fininvest ha sposato Miriam Bartolini, conosciuta con il nome da attrice di Veronica Lario, il 15 dicembre 1990.
La crisi fu ufficializzata da lei nel 2007 con una famosa lettera a “Repubblica”: Veronica gli chiedeva «pubbliche scuse» dopo le galanterie di Silvio con Mara Carfagna alla serata dei Telegatti.
Ma precisava anche di essergli stata «al fianco» fin dal 1980. Cioè da quando Berlusconi era ancora sposato con Carla Dall’Oglio, la madre di Marina e Piersilvio, che si era accontentata di un assegno molto inferiore.
Nel 2009, dopo l’apparizione di Berlusconi al diciottesimo compleanno di Noemi Letizia, è sempre Veronica a preannunciare la causa di separazione con una lettera all’”Ansa”.
Dove non solo definisce «ciarpame» le candidature di «veline», ma allude anche, in anticipo ai processi per il caso Ruby e l’affare Tarantini, a «vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica».
Gli avvocati civilisti di Berlusconi, d’altro canto, hanno già incamerato due ottimi risultati.
Gli ex coniugi hanno rinunciato a rinfacciarsi «l’addebito per colpa», per cui restano fuori dal processo di divorzio tutte le storie di sesso e soldi documentate dalle indagini di Milano e Bari.
Inoltre il tribunale di Monza ha ormai ratificato lo status di divorziati: una sentenza “parziale” che toglie a Veronica il diritto di rivendicare il 25 per cento del patrimonio di Silvio nella futura eredità ormai riservata solo ai figli.
Ma se è vero che Berlusconi è un uomo con molti segreti, il riconoscente silenzio di un’ex moglie può ancora valere un tesoro.
Paolo Biondani
(da “l’Espresso“)
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Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile
EXPO E MAZZETTE: “MA I PARTITI NON C’ENTRANO”
Dunque i partiti non c’entrano. Sono puri e immacolati come acqua di fonte.
L’ha detto D’Alema, l’ha ribadito B.: “Forza Italia con gli scandali non c’entra. E questo signor Matacena io non me lo ricordo. Sarà stato deputato di Forza Italia vent’anni fa”.
E pensare che han mandato proprio lui ad assistere i malati di Alzheimer.
Per la cronaca Amedeo Matacena, figlio dell’omonimo armatore dei traghetti “Caronte” sullo Stretto, fu tra i fondatori di FI in Calabria, deputato dal ’94 al 2001, salvato dall’arresto per ‘ndrangheta da destra e sinistra nel ’99.
Non ricandidato, lanciò oscuri messaggi a B.: “mi ha chiesto di testimoniare a Caltanissetta contro la Procura di Palermo” e “io mi trascinai dietro altri testimoni che avevano perplessità a raccontare i fatti”; poi spiegò che Dell’Utri e Previti, anch’essi nei guai con la giustizia, erano stati ricandidati perchè “nascondono delle verità ”.
Condannato per mafia, fuggì per tempo a Dubai, ma si accingeva a raggiungere Dell’Utri a Beirut con l’aiuto di Scajola, già coordinatore nazionale di FI.
E chissà se B. ricorda questo signor Frigerio, tre volte pregiudicato (6 anni e 8 mesi definitivi di galera, ovviamente mai scontati in carcere ma ai servizi sociali) e dunque deputato di FI dal 2001 al 2006, attualmente di nuovo al gabbio; e questo signor Grillo (Luigi), che nel ’94 fu eletto col Ppi, ma passò subito a FI per garantire al governo B. la maggioranza al Senato in cambio di un posto di sottosegretario, fu parlamentare per 6 legislature dal 1987 al 2008 e ora si trova al fresco per le mazzette Expo.
Però, sia chiaro, “Forza Italia non c’entra”.
A maggior ragione non c’entra il Pd. Primo Greganti, tre volte pregiudicato per tangenti, è figlio di NN: è nato sotto un cavolo e lo porta sempre la cicogna. Ieri, alla chetichella, il Pd l’ha “sospeso” in quanto detenuto perchè “in caso di arresto o di dubbia condotta le regole sono molto precise”.
Così precise che le sue tre condanne a 3 anni e 6 mesi per corruzione e finanziamento illecito al partito (non a se stesso) non costituivano una condotta sufficientemente dubbia per negargli la tessera, nè perchè Fassino e Chiamparino, renziani anche loro, lo tenessero lontano dalle proprie campagne elettorali, cui partecipava in prima fila.
“È vero — dichiara, restando serio, il segretario renziano del Pd torinese Fabrizio Morri — non potevamo certo negargli di avere contatti con il mondo del Pd o di partecipare agli eventi, ma a quanto ne so non aveva rapporti con i dirigenti. Mi dispiace molto a livello umano, Greganti cercava di risollevarsi dal punto di vista professionale. Ma certamente faceva tutto per sè, non per il partito”.
Ecco, cercava di risollevarsi, tutto per sè. Purtroppo, dalle carte dell’inchiesta di Milano, risulta che grazie a lui la cupola di Frigerio&C. arrivava ai “sindaci comunisti”, cioè Pd, contattava i vertici Pd e il commissario di Expo Giuseppe Sala (un altro che non c’entra mai) per piazzare “un amico” nella commissione aggiudicatrice.
“Bisogna parlare con Primo — diceva Frigerio — perchè il comune è di sinistra… Sala è un uomo di sinistra, non di Pisapia, è più legato alla gente che Primo conosce… al Pd”. Greganti confermava: “Devo scendere a Roma a parlare con gli amici miei”.
Saranno stati amici di bisbocce, perchè il Pd non c’entra, ci mancherebbe.
Per Frigerio, Greganti era “convinto che si potesse ancora correre su Nucci (ex Ad di Sogin, ndr) perchè Pier Luigi Bersani ha detto ‘sono d’accordissimo’”.
Ma questo signor Bersani dev’essere un omonimo.
Come Burlando (omonimo del governatore ligure), Guerini (omonimo del vicesegretario di Renzi), Pittella (omonimo dell’eurodeputato Pd) e Quagliotti (omonimo del braccio destro di Fassino, condannato — insieme a Greganti — per una tangente Fiat all’ex Pci).
Alla fine si scoprirà che anche Greganti è un omonimo. Finiamola di chiamarlo Primo. Chiamiamolo Secondo.
Dopodichè bisognerà trasferire i malati di Alzheimer in Parlamento, o i parlamentari a Cesano Boscone: il vero servizio sociale è quello lì.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile
QUEI VOLTI SENZA SORRISO E L’IMPOTENZA DEL NOSTRO MONDO… LA LIBERTA’ DELLE DONNE E’ ORMAI IL NOCCIOLO DURO DELLA PAROLA OCCIDENTE
Ieri, grazie all’imprudenza dei loro persecutori, le abbiamo viste “le nostre ragazze” rapite, rivestite e
velate al gusto di quelli, con gli occhi sbarrati dallo spavento, addestrate a pregare con le palme aperte ma non abbastanza da simulare un solo sorriso.
Il mondo è ubriaco di petrolio, acqua, traffici di droga e armi, minerali rari, giochi della finanza.
Che si combatta una guerra planetaria la cui vera posta è il controllo e la riconquista delle donne può sembrare una boutade, o un’iperbole.
I signori di Boko Haram si sono premurati di renderlo evidente, come in un Manifesto.
Centinaia di ragazze rapite dal dormitorio della loro scuola, una delle poche ancora aperte nello stato di Borno, subito dopo aver sostenuto gli esami di fine anno; e poi il capobanda che annuncia che le venderà a quattro soldi per farle schiave o mogli forzate (è la stessa cosa) fuori dai confini; e poi ancora il capobanda — vanesio, come tutti questi epici farabutti — che si dichiara magnanimamente disposto a scambiarle con i suoi adepti detenuti dal governo federale nigeriano, quelle che non si sono convertite, e mostra le altre, quelle «che si sono sottomesse». «Anzi, le abbiamo liberate», dice.
C’è una difficoltà , abbiamo imparato, a tradurre adeguatamente il titolo mezzo hausa mezzo arabo della banda, Boko Haram — vuol dire, più o meno, che ciò che è occidentale è peccaminoso, e vietato.
Qualche etimologista inclina a pensare che il Boko storpi l’inglese book , libro — l’inglese è lingua ufficiale in Nigeria: così, questi fanatici del libro sacro da prendere alla lettera, sarebbero i vietatori del libro.
L’occidente che aborrono — il loro fondatore, Mohammed Yusuf, guidava una Mercedes e negava sdegnato che la terra fosse rotonda — era arrivato in Nigeria con il colonialismo e ci è rimasto con le multinazionali del petrolio, ma anche col cristianesimo delle scuole e la bella storia sulla lapidazione mancata dell’adultera.
Il governo corrotto e inetto di Abuja ha trattato per anni le stragi di Boko Haram come affare di musulmani che si ammazzavano fra loro: un po’ come facevano i nostri governi con le guerre di mafia.
Quando, ogni tanto, decidevano di esibire la propria repressione, emulavano la ferocia dei terroristi. Anche questa volta, ad Abuja per un po’ hanno fatto finta di niente, e anzi denunciato l’allarme sulle ragazze come un diversivo al loro balletto elettorale, come ha scritto Wole Soyinka. Poi hanno chiesto aiuto agli occidenti, quello che trepida e prega per le ragazze violate, e quello che prega, Cina compresa, per il colossale serbatoio di petrolio e gas che la Nigeria possiede, ma molto lontano dal nordest.
Per i Taliban di Boko Haram le bambine non devono andare a scuola, come per i loro colleghi afgani. Devono tornare a chiudersi dentro una galera domestica, o dentro la galera portatile del burka o del velo imposto.
Comunque lo si traduca, l’occidente che Boko Haram vieta, maledice e condanna ha la sua essenza nella libertà civile e sessuale della donna, cui tutte le altre libertà sono debitrici: anche la Conchita Wurst che scandalizza i governanti russi.
Il ratto delle ragazze nel nordest della Nigeria è così vistoso ed esemplare che ha scosso il mondo, e ha suscitato una reazione commossa.
Americani, inglesi, francesi, hanno offerto collaborazione. Israele ha proposto di partecipare alle ricerche delle ragazza sequestrate, e il presidente Goodluck Jonathan ha accettato.
Ma ancora una volta ci si chiede, di fronte a questa volonterosa impotenza, per così chiamarla, come possa il mondo fare a meno di una polizia capace di prevenire o punire la malavita, quando la malavita lavori all’ingrosso.
Negli stessi giorni in cui dura il sequestro, i suoi autori vanno avanti con gli attentati suicidi e le aggressioni armate, ben armate, distruggendo chiese, moschee, scuole, villaggi interi, ammazzando centinaia di persone alla volta, come a Gamboru Ngala lo scorso 5 maggio.
In questi giorni, alla gara di persone comuni e personaggi famosi fotografati con l’appello “ Bring Back Our Girls ”, hanno fatto da contrappunto voci di malcontenti: per l’esibizionismo o l’ipocrisia supposta della campagna, perchè “ben altro”, perchè la guerra di Boko Haram ha fatto più di 12mila vittime, per il silenzio sulla devastazione del delta del Niger, per il silenzio o le complicità con la spietata tratta di ragazze prostitute dalla Nigeria del sud, quella cristiana e voodoo, che riempie i campi della Campania o i marciapiedi di Genova.
E’ vero, tutto vero, e però inutile e fatuamente anticonformista.
Fra i milioni che si commuovono per le ragazze del villaggio di Chibok, molti si saranno informati e interrogati per la prima volta su una quantità di cose.
Sulla Nigeria, così grande da contenere un quarto di tutti gli africani, così ricca da eccitare gli appetiti di occidente e oriente e così povera da regalare a una banda di fanatici i pretesti per proclamarsi paladini della gente.
E sul mondo, in cui si combatte una guerra di liberazione delle donne, con le armi più diverse, come il Facebook delle donne iraniane che si fotografano con il vento fra i capelli.
Boko Haram ha avuto tempo sufficiente a trasformarsi da una banda efferata di cialtroni in una banda di cialtroni che spadroneggia a cavallo dei confini di Nigeria, Ciad, Camerun, Niger. L’islamismo jihadista africano si associa già , e più si associerà , con quello maghrebino, e la loro alleanza si salderà sull’odio per l’occidente, parola sempre più difficile da tradurre, se non per quel nocciolo duro, quella quintessenza, la libertà delle donne.
Adriano Sofri
(da “La Repubblica”)
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Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile
GREGANTI IN UNA CELLA 4 X 2 SCEGLIE IL SILENZIO
Da una parte, il silenzio più glaciale. Dall’altra, le prime ammissioni.
A quattro giorni dagli arresti che hanno fatto ripiombare Milano negli anni bui di Tangentopoli la “cricca degli appalti” – che decideva come spartirsi la succulenta torta dell’Expo 2015 – si comincia a spaccare.
I primi a fare parziali ammissioni davanti ai magistrati, durante gli interrogatori di garanzia che sono andati avanti tutta la giornata nel carcere di Opera, sono stati l’ex segretario regionale Udc della Liguria, Sergio Cattozzo, e l’imprenditore Enrico Maltauro.
Gli stessi immortalati da un video della Procura mentre si scambiano, il 17 aprile scorso in corso Sempione a Milano, una bustarella da 15mila euro.
“I biglietti che ho cercato di nascondere erano quelli su cui ho annotato la contabilità delle tangenti”, avrebbe spiegato Cattozzo al gip, riferendosi ad alcuni foglietti che durante l’arresto ha cercato di nascondere nella biancheria intima, ma che poi ha consegnato ai militari della Guardia di Finanza.
Più o meno sulla stessa linea le dichiarazioni di Maltauro, che davanti al suo avvocato Paolo Grasso ha ammesso alcuni dei fatti che gli sono stati contestati dalle toghe pur specificando di avere con Cattozzo “un rapporto professionale”.
Ha negato tutte le accuse, invece, l’ex senatore di Forza Italia Luigi Grillo. Che davanti al suo avvocato Andrea Corradino ha spiegato di “non aver mai preso soldi da nessuno e di non essersi mai occupato di appalti”.
Ha parlato per più di due ore — conferma il suo legale Luca Troya — il responsabile dell’ufficio contratti di Expo Angelo Paris.
Davanti alle toghe, il manager avrebbe chiarito la sua posizione senza rispondere in maniera specifica alle accuse che gli vengono contestate. Paris ha però insistito per fare una cosa: si è fatto consegnare carta e penna e ha redatto una lettera ufficiale di dimissioni da consegnare alla società .
Nessuna ammissione neanche dall’ex Dc Gianstefano Frigerio, detto ‘o professore. Eppure era proprio sua la voce intercettata dagli uomini delle Fiamme Gialle mentre, al telefono con Cattozzo, illustrava il modus operandi della “cupola dell’Expo”, per dirla con le parole degli inquirenti: “Ci sono tre canali da seguire: il primo è quello con la sinistra, il secondo è quello con le banche e con Gigi Grillo (ex senatore Forza Italia, ndr), il terzo è il mondo cattolico”.
La più enigmatica, però, resta ancora una volta la posizione di Primo Greganti.
A sentire gli indagati, era il “canale rosso” da percorrere per raggiungere “i sindaci comunisti”. L’eminenza grigia che prometteva incontri e accordi fruttuosi con personaggi di spicco dell’area Pd.
Eppure, a 21 anni da Tangentopoli e dalla bufera che ha segnato la fine della Prima Repubblica, ora come allora Greganti resta un rebus.
Il compagno “G”, dal quale nel Pd oggi tutti prendono le distanze nonostante risultasse regolarmente iscritto al partito fino a pochi mesi fa, attraverso il suo avvocato torinese Nicola Durazzo fa sapere di non avere nulla dire.
Non ci sono più le fatiscenti mura di San Vittore, stavolta, ma il carcere di massima sicurezza di Opera, lo stesso che ospita l’ex capo di Cosa Nostra Totò Riina.
Il “compagno G” è stato sistemato in una cella di 4 metri per 2,5, insieme a un altro detenuto. “Mangia, dorme tranquillamente, non parla quasi mai”, fanno sapere dall’istituto penitenziario alle porte di Milano.
Quel che è certo, è che gli interrogatori andranno avanti anche nei prossimi giorni. Perchè è soprattutto la scia delle mazzette che sarebbero state elargite e intascate per accaparrarsi la succulenta torta degli appalti Expo e della Sanità lombarda a interessare i magistrati milanesi.
In particolare, sotto la lente degli inquirenti ci sarebbe il caveau di una banca di Lugano utilizzato per custodire mazzette, riconducibile proprio a Frigerio, da cui avrebbe però attinto anche l’ex senatore Luigi Grillo.
Sono sempre loro, i “danè”, infatti, gli unici indiscussi protagonisti di questa nuova Tangentopoli all’ombra della Madonnina.
Il fruscìo delle mazzette fa da colonna sonora a molte delle intercettazioni telefoniche registrate dagli inquirenti: “Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette….ventuno, trenta, sessantacinque…bene, gli altri me li sistemi tu?”, dice Frigerio mentre conta le banconote.
Soldi che sarebbero stati sistemati, appunto, in una banca svizzera.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile
CHIUSE LE INDAGINI: L’ESPONENTE DI FRATELLI D’ITALIA E’ RITENUTO L’IDEATORE DI UN’OPERAZIONE DI “TELEMARKETING” DA 30.000 EURO A FAVORE DELLA LISTA POLVERINI: “FACEVANO DOMANDE SULLE MENSE”
Rischio processo a Roma per l’ex sindaco Gianni Alemanno. La procura, a conclusione di un’inchiesta
su un’ipotesi di finanziamento illecito, ha fatto notificare all’ex sindaco l’avviso che prelude alla citazione diretta a giudizio.
Verso l’archiviazione, invece, la posizione di Renata Polverini, ex governatrice del Lazio, ora deputata di Forza Italia.
L’inchiesta dei pm Paolo Ielo e Mario Palazzi riguarda una presunta provvista di circa 30mila euro realizzata con false fatture dalla società Accenture e destinata alla Coesis per confezionare un falso sondaggio favorevole al listino della Polverini.
Il tutto in prossimità delle elezioni regionali del 2010 vinte dalla Polverini.
Rischiano il processo anche Fabio Ulissi, collaboratore dell’ex sindaco, e Giuseppe Verardi, ex manager della “Accenture”. La Polverini è risultata estranea “all’operazione” che per i pm fu ideata da Alemanno.
Secondo quanto emerso nel corso dell’inchiesta nel 2010 il Pdl viene escluso dalle liste elettorali per le Regionali (che peraltro il centrodestra ha poi vinto).
La Accenture quindi commissiona un sondaggio. L’oggetto riguarda in teoria le mense scolastiche. In realtà , secondo gli inquirenti, quando le persone rispondono al telefono si sentono fare domande diverse.
Un testimone sentito durante le indagini dichiara: “La finalità del progetto (il sondaggio, ndr) era far vincere le elezioni alla Polverini. Il telemarketing è un vero e proprio spot pubblicitario, in questo caso a favore della Polverini”.
Della lista Polverini faceva parte anche la moglie di Alemanno, Isabella Rauti.
Già ad aprile del 2013, Roma Capitale Investments Foundation era stata oggetto di perquisizioni da parte della procura di Roma.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile
GIUSI NICOLINI: “MARE NOSTRUM SOLUZIONE EMERGENZIALE”
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, come vive queste ore di angoscia?
Con la speranza che il bilancio parziale cambi a favore dei vivi e non dei morti.
Questo naufragio ha specificità ?
Ogni naufragio la le sue specificità , ma il tema è unico. Ci sono barconi a perdere con a bordo vite a perdere. Se non avvistati in tempo e soccorsi, sono destinati ad affondare. Questo era a venti miglia dalla costa libica, appena partito.
Che cosa pensa del dibattito che si è aperto nelle ultime settimane sull’operazione Mare Nostrum?
Mare Nostrum è stata una soluzione emergenziale, ovvio che non può essere definitiva per diversi motivi. Primo: non evita naufragi, perchè è impossibile rastrellare il mare in tutta la sua immensità . Secondo: ha costi elevati. Terzo: richiede uno sforzo enorme, anche per i nostri uomini.
C’è chi sostiene che la certezza che le nostre navi siano pronte al soccorso incentivi i trafficanti di uomini a moltiplicare le partenze, anche in situazioni disperate.
Probabile, ma poi che facciamo? Non soccorriamo più? Lasciamo morire? E poi il 3 ottobre non c’era ancora Mare Nostrum eppure ci fu un naufragio drammatico. No, mi sembrano ragionamenti privi di logica.
E quindi?
Bisogna capire che questo è un dramma epocale, da soli non ce la si fa.
Che cosa si dovrebbe fare?
Capire, in Europa, che il Mediterraneo non è un problema dell’Italia.
Tutti chiedono aiuto all’Europa, ma non accade nulla.
Ora c’è il semestre italiano di presidenza Ue. Il riconoscimento formale non serve più. Anche i soldi non sono tutto. Occorre che i nostri uomini, invece di stare a qualche decina di miglia dalla costa libica ad avvistare barconi, stiano in quei porti, offrendo l’asilo ai rifugiati prima che salgano sui barconi.
Com’è la situazione a Lampedusa?
Tranquilla. Quasi nessun migrante è rimasto qui, il centro è chiuso per lavori. Sono sollevata per la mia isola, in vista dell’estate, ma aver spostato l’emergenza altrove non risolve l’emergenza. Continuando così, il Mediterraneo sarà sempre un cimitero di morti.
Giuseppe Salvaggiulo
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Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile
IL LEADER NAZIONALISTA MODI VUOLE UN’INDIA INFLUENTE E AVRA’ BISOGNO DI TANTI AMICI ALL’ESTERO
La democrazia dell’India – Paese in via di sviluppo e con una diversità interna senza pari – è una storia
incredibilmente complessa.
Da un lato, vi è stata un ampliamento della mobilitazione politica tra gruppi sociali precedentemente emarginati e una serie di programmi di azioni positive che danno a questi gruppi svantaggiati alcuni diritti in posti di lavoro e nell’istruzione.
D’altra parte, lo Stato è stato in grado di fornire servizi anche di base o protezione per la maggior parte indiani, compresa l’acqua , l’elettricità e l’assistenza sanitaria.
C’è una cultura dinastica profondamente radicata nella politica indiana che confina con il culto della personalità megalomani , e la corruzione è così diffusa che quasi un quarto dei legislatori eletti in India ora hanno una fedina penale sporca.
L’ India vota spesso, con una grande partecipazione, in modo per lo più trasparente, e soprattutto i poveri votano con un entusiasmo e una speranza particolarmente forti.
Gli indiani hanno l’abitudine di votare il partito di governo o della coalizione al potere e una volta ogni cinque anni, in occasione delle elezioni nazionali, mettono in scena uno dei più grandi spettacoli politici del pianeta, di cui sono consapevoli e orgogliosi. I risultati – questa volta – saranno dichiarati il 16 maggio, e tutti i sondaggi lasciano pensare che il partito del Congresso al governo guidato da Sonia Gandhi è alla vigilia di una grave sconfitta .
Il vincitore di queste elezioni, e il più probabile futuro primo ministro dell’India, è Narendra Modi del BJP , il ministro attuale della provincia di Gujarat e un leader forte destra di centro- la cui campagna si è concentrata sulla ri-partenza economica dell’India grazie allo stimolo degli investimenti e alla creazione di posti di lavoro, in forza di una governance più efficiente.
La maggior parte degli osservatori concordano: questa è una delle elezioni più importanti nella storia indiana.
L’affluenza record di votanti (quasi il 64 per cento a livello nazionale) fa pensare a una estrema polarizzazione nella società indiana , con il Congresso, BJP e sostenitori comunisti disposti a riconoscere anche un atto di legittimità politica a vicenda. In un certo modo, la politica indiana e italiana sono su percorsi molto simili : c’è una natura “do-or -die” per le elezioni in entrambi i paesi, una crisi acuta di leadership, e una politicapesantamente segnata dal calcolo e dalle reciproche accuse. I parallelismi tra Italia e India sono diventati più interessanti negli ultimi mesi a causa del notevole successo di Arvind Kejriwal , leader molto simile a Beppe Grillo, e del suo nuovo partito politico, il Partito Aam Admi ( che in inglese si traduce direttamente come Partito dell’Uomo comune) .
AAP è emerso sulla scena indiana a pochi mesi fa con metodi poco ortodossi e uno zelo messianico finalizzato a combattere la corruzione .
Kejriwal ha scosso l’establishment politico ordinando un’indagine contro il CEO della più grande azienda privata indiana, ha messo in scena una protesta di strada contro gli eccessi della propria forza di polizia locale, ha cercato di istituire “tribunali del popolo” e si è fatto fotografare e riprendere mentre andava in ufficio ogni giorno con la sua piccola utilitaria.
Come Grillo , Kejriwal ha agito come la quintessenza dell’ “estraneo“ in una crociata per ripulire un sistema completamente marcio .
Il successo di AAP rappresenta non solo il movimento del “ buttare fuori i mascalzoni “, ma riflette anche l’emergere della classe media indiana , un gruppo che forma già quasi il 25 per cento dei 1,2 miliardi della popolazione indiana , e che dovrebbe salire al 40 per cento nell’arco del prossimo decennio.
L’India non è più solo un paese rurale e agricolo in difficoltà , ma anche uno con abitudini urbane e aspirazioni moderne , ed è questa parte dell’India che esige strade sicure, approvvigionamento affidabile di acqua ed elettricità , e il progresso economico attraverso posti di lavoro qualificati . L’attuale processo elettivo, tuttavia, presenta anche aspetti più in ombra, come quello che coinvolge i due marò italiani, caso che è diventato apertamente un fatto della politica indiana . Nel mese scorso, il leader del Bjp , Narendra Modi , ha sollevato l’incapacità di India di avviare azioni legali contro Massimiliano Latorre e Salvatore Girone , e della loro sistemazione “con tutti i comfort nell’ambasciata italiana in India” , come un segno di debolezza e partigianeria di Sonia Gandhi , il suo principale avversario .
Il riferimento di Modi ai fucilieri italiani, e le relative ricadute nazionaliste in parte dei media indiani , ha dato una nuova e sfortunata declinazione alla disputa, tanto più evitabile perchè il Bjp ha al suo interno un discreto numero di diplomatici in pensione in qualità di consulenti che dovrebbero sapere quanto pericoloso e avventato sia stato tutto ciò.
E ‘ molto sconcertante inoltre, per molti analisti sia in Italia sia in India, constatare quanto rapidamente un rapporto bilaterale una volta saldo e forte, sia diventato così aspro, soprattutto perchè entrambi i paesi hanno avuto crescenti legami culturali e commerciali nel corso degli ultimi due decenni . Infatti, anche oggi , il fascino del cibo italiano, delle vacanze e dei marchi della moda è irresistibile per la classe media indiana, così come i ristoranti e il design italiani sono un business sicuro in India , molto più di qualunque altro paese .
La morte dei due pescatori indiani è una tragedia che richiede grande umiltà , introspezione e cooperazione, più che accuse selvagge o prese di posizione ispirate alla cieca difesa.
Latorre e Girone non sono gli eroi che Giulio Terzi ha descritto, e non sono certamente i criminali politici che hanno descritto gli indiani.
Il loro gesto è stato un errore orribile che ha portato alla grande tragedia per le famiglie dei due pescatori indiani , ma è stato fatto a difesa della loro nave e in acque internazionali.
Chi lo sa, forse marinai indiani avrebbero agito allo stesso modo in circostanze analoghe…
Se l’India non starà attenta, questo caso rischia di costituire un precedente diplomatico molto negativo, con imprevedibili ripercussioni future.
Dal momento che molti diplomatici ed esperti legali italiani stanno continuando a lavorare sulle prossime mosse da mettere in atto per risolvere la questione, è forse bene ricordare che gli indiani hanno una certa inclinazione per la retorica teatrale, ma non sempre questa porta a decisioni durature, anzi tende piuttosto a morire una volta terminata la recita.
Ci sono tutte le ragioni per sperare e pensare che la linea della saggezza tenderà a prevalere, una volta terminato il polverone elettorale.
Tutta la campagna elettorale di Modi è stata costruita sulla promessa di trasformare l’India in una nazione forte, prospera e influente , e in questo lui e i suoi colleghi più anziani sanno che l’India avrà bisogno di tanti amici all’estero.
Con la probabile sconfitta del Congresso, anche il “problema” dell’italianità di Sonia risulterà meno importante.
Da parte italiana, sarebbe bene ricorrere a un po’ di pazienza, almeno per un paio di mesi, fino a quando in India non ci sarà un nuovo governo.
Subhash Agrawal
Analista politico di Nuova Delhi e fondatore dell’India Focus, think- tank di affari politici
(da “La Stampa“)
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Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile
QUASI 400 COMPLICANO LE PRATICHE PER LE IMPRESE, SOLO 72 SERVONO A SNELLIRE
Non c’è niente da fare: non solo abbiamo una pressione fiscale particolarmente alta, ma anche quella burocratica (legata a tutte le pratiche che il Fisco comporta) è da record.
Solo nelle ultime due legislature sono state ben 629 le nuove norme in materia fiscale adottate dallo Stato e di queste appena 72 (l’11,4% del totale) sono servite a semplificare le procedure a carico delle imprese, 168 quelle neutre, mentre ben 389 hanno aumentato il peso di scartoffie ed adempimenti.
In pratica, rivela un’analisi della Direzione politiche fiscali di Confartigianato che pubblichiamo in anteprima, dal 2008 ad oggi quasi due nuove norme fiscali su tre hanno aumentato il carico di pratiche da istruire.
L’anno peggiore è stato il 2013 (con 99 nuove norme che hanno prodotto un impatto burocratico e appena 6 che invece lo hanno ridotto), mentre il più «felice» è stato certamente il 2011 con ben 29 provvedimenti di riduzione del peso burocratico.
La politica della semplificazione in Italia — sintetizza lo studio – appare insomma sempre più «come una tela di Penelope, visto che per una norma che semplifica ne vengono emanate 5,4 che hanno un impatto burocratico».
Attribuendo valore zero alle norme neutre, -1 a quelle che semplificano ed un valore crescente da +1 a +3 a quelle che rendono progressivamente più complessa l’attività imprenditoriale, Confartigianato ha elaborato un «Indice della pressione burocratica fiscale», indice che nel giro di 5 anni è passato da un valore di 33 punti del 2009 ai 93 nel 2013.
«Abbiamo un carico normativo sproporzionato rispetto agli altri Paesi: 2mila norme in Gran Bretagna e più di 100 mila da noi», denuncia Domenico Massimino, imprenditore edile, presidente di Confartigianato Cuneo e delegato per le questioni fiscali nel comitato di presidenza nazionale.
«Negli anni passati era stato costituito un ministero della Semplificazione, ma evidentemente non è servito a molto».
Il governo Renzi, che in materia fiscale ha ereditato dall’esecutivo precedente una legge delega già bell’è pronta, promette di intervenire presto.
«A giugno saremo pronti con un primo robusto pacchetto di misure di semplificazione — conferma il viceministro all’Economia, Luigi Casero -. Le stiamo ancora definendo, ma certamente partiremo da qui per dare attuazione alla delega che in sostanza si regge su tre pilastri: riduzione del carico fiscale, certezza delle norme e, appunto, semplificazioni».
Sono le manovre di bilancio di fine anno a produrre i maggiori «danni» sul fronte dell’aumento delle pratiche burocratiche: in media ognuna delle 5 leggi finanziarie o di stabilità prese in esame ha generato 17,4 norme con un impatto burocratico mentre sono state solo lo 0,4 quelle che hanno semplificato, con un saldo medio di 17 norme per provvedimento.
In termini assoluti le più «pesanti» sono state quella del 2014, 43 con un impatto burocratico e nessuna semplificazione, quella del 2013 (saldo impatto burocratico +25) e il Salva Italia del 2011 (+24).
Di contro solo il decreto Sviluppo del 2011, con 24 misure di semplificazione e altre 5 di segno opposto, ha prodotto un significativo -19. Sempre nello stesso anno il decreto Semplificazioni tributarie ha introdotto ben 21 semplificazioni, peccato però che le abbia accompagnate con altre 27 che invece hanno aumentato la burocrazia. Un vero paradosso.
Tutto questo, denuncia Confartigianato, produce un notevole stress sulle imprese. Un sondaggio condotto tra ottobre 2013 e gennaio 2014, stila la classifica delle procedure più complicate e mette al primo posto, col 32,9% delle segnalazioni, proprio gli adempimenti fiscali.
L’indagine segnala un «numero eccessivo» di dichiarazioni, comunicazioni e pagamenti che vengono richiesti e che si sovrappongono con scadenze diverse nell’anno, «e l’estrema difficoltà incontrata nel calcolare le differenti imposte».
Per non parlare poi delle «continue modifiche delle regole», del «proliferare di nuovi adempimenti con scadenze ravvicinate e di istruzioni difficili da comprendere».
«Se si volessero aiutare davvero le piccole imprese – sollecita Confartigianato – oltre a disboscare la selva di norme bisognerebbe anche alzare la soglia di reddito per applicare le contabilità semplificate».
Altro capitolo dolente quello dei controlli. «Anche qui ci vorrebbe una razionalizzazione — sostiene Massimino -. Non è possibile che ci siano 12 enti che controllano la stessa impresa: bisogna arrivare ad un ente unico capace di verificare tutto».
«Puntiamo decisamente ad alleggerire il peso degli oneri contabili e rivedremo certamente anche il sistema dei controlli – assicura Casero -. Il tutto per evitare, come spesso si dice, che l’azienda spenda più di commercialista che di tasse».
Paolo Baroni
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Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile
LA LUNGA PROCEDURA DAI PAESI DELL’EST E LE CONDIZIONI DEGLI ORFANOTROFI SIBERIANI
Tomsk è una città siberiana. In inverno si arriva a -40. 
Ci sono 16 orfanotrofi e il mio amico Salvador ha trovato suo figlio in uno di questi. Denis è un bambino bello e gentile, guardingo; ha 4 anni.
Salvador è stato fortunato. È spagnolo e quindi si è risparmiato il Tribunale dei minorenni.
Tutta la procedura è stata gestita da un’associazione privata, Interadopt, riconosciuta e controllata dalla Comunitad dell’Andalusia.
Hanno accertato quanto guadagnava, dove abitava, come era composta la sua abitazione, se li’ vicino c’era una scuola e un centro sportivo; hanno fatto anche un corso psicologico a lui, a sua moglie e alla figliolina di 13 anni (biologica).
Durata totale, un anno.
Poi hanno cercato il bambino da adottare e, dopo 3 mesi Salvador è partito per Tomsk: 2 brevi soggiorni e ha potuto tornare a casa con Denis.
Costo totale dell’operazione piuttosto elevato: 24.4000 euro di cui solo 6.000 per Interadopt.
Nell’orfanotrofio c’erano 125 bambini, da 0 a 4 anni.
Dormivano in 5 per ogni letto. L’acqua calda non c’era e così in inverno nessuno si lavava. D’estate i bambini venivano allineati, tutti nudi, con le mani appoggiate a un muro e lavati con un tubo di gomma.
Salvador lo ha scoperto al suo ritorno in Spagna, quando — per la prima volta — ha cercato di portare Denis sotto la doccia.
Il bambino piangeva e tremava e, alla fine, disperato, si è appoggiato con le mani al muro singhiozzando.
Invece, che in orfanotrofio c’era poco da mangiare, lo aveva scoperto in Siberia, quando era andato a prendere Denis.
Lo aveva trovato magro, sciupato; eppure, due mesi prima, quando c’era andato per la prima volta, aveva un ottimo aspetto.
Un impiegato gli aveva confidato che c’era poco cibo e allora, quando si sapeva che i futuri genitori sarebbero arrivati, si davano razioni extra nel mese precedente; poi, a carte firmate, non importava più e le razioni tornavano le solite
Salvador ha fatto quello che ha potuto: una donazione per costruire l’impianto dell’acqua calda e qualche vestito per i bambini; Denis dormiva con le scarpe sotto il cuscino perchè altrimenti gliele avrebbero rubate. In effetti c’erano molti bambini scalzi..
Sono rimasto con tante domande e poche risposte.
In Italia la procedura davanti al Tribunale dei minorenni dura circa 2 anni: poi si può essere dichiarati idonei per adottare un bambino.
E poi si comincia a cercarlo. Passano anche 3 anni.
Meglio un Tribunale o un’associazione privata? Più rapidità o più garanzie?
Ma poi, garanzie di che? Quali garanzie dà una coppia che, magari senza lavoro e senza istruzione concepisce uno, due, tre bambini?
Quali garanzie danno due drogati che, nel corso dell’ennesimo “percorso di recupero”, mettono su famiglia e concepiscono un bambino?
Non dovrebbe essere la decisione di adottare (e di spendere un sacco di soldi) di per sè una garanzia?
E poi i bambini. Davvero occorrono tanto tempo e tanti requisiti per decidere che sì, è meglio che Denis stia con Salvador piuttosto che nell’orfanotrofio di Tomsk?
Certo, il traffico di organi, la prostituzione giovanile, i pedofili…
Ma cosa esclude che tutto questo avvenga nell’orfanotrofio? E di genitori che sfruttano la prostituzione dei loro figlioli biologici ne abbiamo avuto esempi recenti
Alla fine sono rimasto con una sensazione di incertezza. Domande e risposte superficiali?
Oppure la constatazione che il delirio di onnipotenza contagia chiunque si assume il compito di decidere della vita degli altri?
Ho ripensato ai miei anni da magistrato. Con qualche disagio.
Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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