Destra di Popolo.net

PERCHE’ TUTTE LE FUGHE PORTANO A BEIRUT: DA DELL’UTRI A MATACENA, STESSE ACCUSE

Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile

LA RETE CHE PROTEGGE I LATITANTI IN LIBANO

Le strade della latitanza portano dunque in Libano.
A Beirut è riparato Marcello Dell’Utri. Beirut doveva essere il porto franco di Amedeo Matacena junior.
Perchè?
Latitanti l’uno e l’altro per lo stesso reato (concorso in associazione di stampo mafioso) e figli della stessa famiglia politica (Forza Italia), i due appaiono certamente orientati nelle loro mosse da una considerazione elementare per chi decide di sottrarsi all’esecuzione di una condanna già  inflitta (Matacena) o lì dall’esserlo (Dell’Utri).
Il Libano, dove il reato associativo di mafia è ignoto, la battaglia per l’estradizione non è una scommessa a perdere.
Soprattutto se, nell’estenuante procedura imposta dai trattati (a cominciare dalla traduzione in lingua araba degli atti processuali) e nella possibilità  che il processo di estradizione si trasformi nei fatti in un nuovo giudizio di merito, si ha buon gioco nell’agitare il fantasma di un giustizia orientata politicamente.
È tornato a farlo con significativo timing Akram Azouri, l’avvocato libanese di Dell’Utri («Sul dossier del mio cliente c’è un malsano chiasso mediatico. Ma se in Italia il dossier è politico, non lo è in Libano»). Avrebbe avuto agio di farlo Matacena.
E tuttavia la spiegazione non basta.
Sulla scena della fuga di Dell’Utri, così come in quella di Matacena documentata dagli atti della Procura di Reggio, si rintraccia infatti una cruciale ricorrenza che nulla ha a che fare con le Pandette o il diritto internazionale.
Che evoca piuttosto quel network che, dagli anni ’70, annoda gli ambienti falangisti cristiano-maroniti con quelle che, un tempo, furono le nostre correnti democristiane.
Accade infatti che, come per Dell’Utri, nell’affaire Matacena venga evocato quale nume protettore della latitanza un signore di 72 anni, Amin Gemayel, candidato alle elezioni presidenziali libanesi del prossimo 25 maggio.
Amin Gemayel, dunque. Figlio di Pierre, fondatore del partito cristiano-maronita delle kata’eb (le “Falangi libanesi” che negli anni del conflitto civile si macchieranno del massacro di Sabra e Shatila), ha molto a che fare con il nostro Paese e, quale vicepresidente dell’Internazionale democrisitana, i suoi legami con la rete degli ex dc transitati armi e bagagli con il centro-destra sono saldi come l’acciaio.
È a lui che si fa riferimento nell’intercettazione ambientale di “Assunta Madre”, il ristorante romano ai cui tavoli Alberto Dell’Utri ragiona della latitanza del fratello Marcello.
Ed è ancora lui ad essere improvvidamente evocato un mese fa da Berlusconi in un colloquio con i deputati di Forza Italia per giustificare la presenza di Dell’Utri in Libano («L’ho mandato io a Beirut per dire che Putin lo avrebbe appoggiato alle presidenziali»).
Un canovaccio che si ripete nell’affaire Matacena.
Nel maggio del 2013, Amin Gemayel è infatti in Italia per deporre una corona di fiori al cimitero del Verano sulla tomba di Andreotti, accompagnato da un signore cui la Procura di Reggio attribuisce un ruolo operativo chiave nell’organizzare l’arrivo di Matacena in Libano: Vincenzo Speziali, nipote dell’omonimo ex parlamentare forzista reggino e uomo dalla vita divisa tra la Calabria e Beirut, dove per altro ha incontrato la donna che è diventata sua moglie.
E ancora: in quello stesso mese incontra per un pranzo a Milano proprio Silvio Berlusconi.
C’è di più. Nelle indagini della Procura di Reggio e della Dia, il mondo che si agita insieme a Claudio Scajola per aiutare a raggiungere il Libano “l’amico Amedeo” (figlio per altro di quell’Amedeo senior animatore dei moti di Reggio nel ’71) ha invariabilmente le stimmate di quell’area di ex democristiani “grigio fumo” che flirtano con la destra.
E per i quali, evidentemente, la scommessa su un Libano “falangista” di Amin è qualcosa di più che un credito a futura memoria da riscuotere con due latitanti.
Nelle indagini della Dia, fa capolino un vecchio arnese come Emo Danesi, oggi ultrasettantenne ed ex segretario di Toni Bisaglia, espulso dalla Dc di De Mita perchè appartenente alla P2.
Di più: Chiara Rizzo, la moglie dell’armatore, trova aiuto e sponda nei figli di Amintore Fanfani, Giorgio e Cecilia. Incontra anche Luigi Bisignani. Che tuttavia, raggiunto al telefono, cade dalle nuvole prima di sciogliersi in una risata: «Non vedo Matacena da sei anni. Ho incontrato la moglie a una festa a Montecarlo organizzata da mia cognata in cui gli invitati saranno stati almeno 150. E quanto al Libano, sono stato di recente a Beirut. Ma per andare a trovare mia figlia, che si è trasferita lì con il marito, e il mio nuovo nipotino di 6 mesi».

Carlo Bonini

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INTERVISTA A STEFANO BOERI: “MANDATO VIA PERCHE’ OSTACOLAVO GLI AFFARI”

Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX ASSESSORE ALLA CULTURA DENUNCIA: “SONO STATO LASCIATO SOLO ANCHE DAL MIO PARTITO”

Le lobby economiche («compresa la Lega delle Cooperative») e la rete di potere di Formigoni e dei suoi uomini di Infrastrutture Lombarde.
«Per questi mondi io costituivo un ostacolo e per questo sono stato fatto fuori dalla partita». Stefano Boeri – architetto di fama internazionale e poi candidato sconfitto alle primarie milanesi del centrosinistra – è stato assessore alla Cultura e a Expo nella giunta Pisapia.
Il dissidio tra i due, Boeri e Pisapia, ha riempito per mesi le cronache dei giornali. Alla fine l’ha spuntata il sindaco.
A Boeri è stata prima sfilata la delega all’esposizione e poi, in un secondo momento, è stato «dimissionato» dalla giunta.
Boeri, che idea s’è fatto degli arresti di giovedì? Dietro Expo c’è davvero una nuova Tangentopoli ?
«Rispetto a Mani Pulite ci sono delle differenze evidenti. Un tempo i soldi arrivando dalle grandi imprese andavano ai partiti. Oggi circolano solo risorse pubbliche che non vanno direttamente ai partiti ma ad alcuni centri di potere in collegamento coi partiti. Mi sembra, semmai, che questa vicenda assomigli di più alle inchieste che hanno interessato vicende come il G8. Però mi faccia dire che non si tratta solo di malcostume privato. Su Expo si sono create le condizioni ideali perchè questo meccanismo di corruzione si mettesse in moto».
Quali sono le condizioni che hanno reso possibile questo disastro?
«L’elemento degenerativo è nato subito, con la scelta di organizzare l’evento su un’area privata. Nel nostro caso i terreni di Rho-Pero. Non era mai successo prima. E le alternative c’erano, eccome se c’erano. Penso per esempio all’Ortomercato o ad altri terreni pubblici della città . Poi la decisione di attribuire a quell’area un enorme carico volumetrico, pari a diciotto grattacieli Pirelli, che nessuno mai realizzerà  e soprattutto acquisterà . E infine la scelta di comprare dai privati. Il prezzo versato dal pubblico per i terreni è stato di 16 volte superiore al valore di quelle aree agricole. Un clamoroso regalo. Il rischio adesso è che quel sito resti senza futuro e sulle spalle del pubblico».
Il suo allontanamento dalla giunta è in relazione a questi dissensi?
«Ricordo che nell’autunno 2011 è stato prima messo da parte Renzo Gorini, un manager stimato che si occupava nella società  Expo di infrastrutture e appalti. Al suo posto è arrivato Angelo Paris (uno degli arrestati, ndr ), che invece si occupava di acquisti. Dopo poche settimane sono “saltato” io».
Il Pd non l’ha difesa ?
«In campagna elettorale parlavamo di un evento “sobrio”, su terreni che non andavano acquistati, e che non potevamo consegnare tutto nella mani di Formigoni. Ma al momento di sostenere queste posizioni i dirigenti locali e nazionali del Pd mi hanno lasciato solo. Perchè? Sospetto che il Pd di allora conservasse un rapporto anomalo con certi operatori interessati all’evento, come quelli con alcuni settori del mondo delle cooperative. Per fortuna oggi il vento è totalmente cambiato».
È stato il sindaco Pisapia a ritirarle le deleghe. Responsabile anche lui?
«Non credo affatto che Pisapia sia ostaggio di questi interessi. Il suo però è stato un grande errore politico. Lui pensava a una politica di “riduzione del danno”, non capendo che invece Expo aveva bisogno di un governo forte, di un sindaco che se ne occupasse in prima persona. E infatti alla fine questo ruolo se lo sono presi Formigoni e Maroni. E Infrastrutture Lombarde. La prova di quello che dico è che in giunta nessuno mi ha sostituito. Non esiste un assessore all’Expo».
L’Expo disegnato dal Masterplan è stato snaturato?
«In massima parte sì. Di quel progetto rimane molto poco, purtroppo».
Ma Milano ce la farà ?
«Rimango ottimista. A patto che si ridimensioni il progetto e che si pensi al dopo 2015. Expo non può lasciare dietro di sè una distesa di rovine. L’idea valida resta quella di un grande parco agroalimentare. Ricerca, cultura, turismo e intrattenimento. Milano è una città  di potenzialità  enormi. E Pisapia e Maroni hanno le capacità  politiche per vincere la sfida».

Andrea Senesi
(da “il Corriere della Sera“)

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DENTIERE E PENSIONI, IL WELFARE DI BERLUSCONI PER IL VOTO DEGLI ANZIANI

Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile

“IMPIANTI E CURE DAL DENTISTA A CARICO DELLO STATO”

Chissà  se è perchè gli hanno segnalato che sul blog di Beppe Grillo, fino a qualche ora prima, campeggiava in bella vista un’inserzione pubblicitaria che prometteva «denti fissi in otto ore», per giunta con la garanzia che il tutto sarebbe stato (testualmente) «veramente indolore».
O se è perchè davvero l’idea era «una cosa a cui avevo pensato già  negli anni in cui stavo al governo, ma che poi non è stato possibile realizzare».
Sta di fatto che ieri mattina Silvio Berlusconi ha imboccato la via odontoiatrica al moderatismo. E, intervistato da Canale Italia, s’è abbandonato alla promessa elettorale che segue: «Per gli anziani abbiamo moltissime altre cose in previsione. Andando in campagna elettorale al Sud – e il riferimento è ovviamente ai tour del passato, condotti da uomo libero – ho fatto quasi una classifica. Ho visto che ci sono persone anziane a cui mancano i denti e che non hanno i soldi per pagarsi gli impianti dai dentisti».
Ergo, ha concluso l’ormai ex Cavaliere, «come già  sta facendo la Svezia in Europa, lo Stato pagherà  questi impianti dentali che durano per sempre».
Letto, firmato e controfirmato davanti al notaio a cui l’ex premier riconosce autorità  suprema, e cioè davanti alle telecamere.
La zampata folkloristica di un leader che deve recuperare terreno rispetto a Matteo Renzi e Beppe Grillo? La solita trovata a effetto? Può darsi.
Ma, almeno a sentire quello che si dice tra gli uomini-comunicazione di Forza Italia, il tutto sembra confezionato seguendo una ricetta studiata a tavolino.
Che rimanda al target di riferimento a cui l’ex presidente del Consiglio punta per risalire la china. E cioè agli anziani.
«Sono proprio i pensionati quelli che stanno rischiando di più rispetto alle politiche del governo Renzi», sussurra Giovanni Toti, che oltre a essere capolista nel Nord-Ovest è pur sempre l’ex direttore di due telegiornali molto seguiti dagli over 65, Studio Aperto e Tg4.
E poi, aggiunge il consigliere politico, «ci sono anziani che avranno sempre un debito di riconoscenza verso Berlusconi, che è l’ultimo ad aver innalzato le pensioni minime e che adesso si propone di elevarle ancora fino a ottocento euro, magari a mille».
Ma non è tutto. Berlusconi sognerebbe di incunearsi nella sfida aperta tra un premier di centrosinistra da un lato e i sindacati dall’altro.
L’ossatura degli iscritti di questi ultimi è sorretta dalle tessere dei pensionati. E Toti lo dice: «Non mettiamo limiti alla provvidenza. Oltre a partite Iva, artigiani, commercianti, oltre a tutti quelli che Renzi sta lasciando fuori dai suoi provvedimenti, puntiamo al voto dei pensionati. Anche di quelli della Cgil».
Deborah Bergamini, responsabile comunicazione di Forza Italia, partendo dalla «dentiera gratis» arriva addirittura a teorizzare «un modello di welfare» che starebbe già  in cima ai desiderata berlusconiani.
«Siamo di fronte a un nuovo Medioevo, dove la salute è un bene che possono permettersi solo i ricchi? Vi pare normale? Con la crisi, la gente rinuncia anche a curarsi. E i denti sono proprio quelli che vengono trascurati di più». E così, oltre che dall’insistente campagna animalista, Berlusconi riparte dalla sedia del dentista.
A differenza di quanto non avesse fatto promettendo l’abolizione dell’Ici (2008) e la restituzione dell’Imu (2013), questa volta dimentica di pronunciare la formula da televendita, quel «sì, avete capito bene, cari italiani» che in passato aveva quasi sempre scandito (non la volta che promise la sconfitta del cancro, però, anche perchè quello era un comizio).
Ma la sostanza rimane agli atti. Tornasse al governo, centinaia di migliaia di italiani avrebbero una dentiera.
Indolore più di quella pubblicizzata dal blog di Grillo.

Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera”)

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FAME DA LUPI: DA CL FINO ALL’EXPO’, UNA CARRIERA DA PREDESTINATO

Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile

È IL SIGNORE DEI LAVORI PUBBLICI, DAI TEMPI DELL’ASSESSORATO A MILANO

Mentre i magistrati indagavano sui lavori dell’Expo Maurizio Lupi, 54 anni, potente ministro delle infrastrutture ciellino, nonostante tutto non avrebbe potuto accorgersi di nulla.
Neppure dei legami della cosiddetta “cupola” degli appalti Expo con Carlo Chiriaco — ex dirigente dell’Asl di Pavia già  condannato a 13 anni in primo grado — considerato dai pm referente della ‘ndrangheta nella sanità  lombarda.
Non poteva certo accorgersene, Maurizio Lupi, di questa nuova Tangentopoli che ha portato alla grande retata dei giorni scorsi , risollevando agli onori delle cronache vecchie conoscenze come il democristiano Gianstefano Frigerio e il comunista Primo Greganti, coinvolti nella Mani pulite dei ruggenti e indimenticabili anni ’90.
È bene chiarire che Lupi non è indagato.
Nelle carte della maxi-retata è citato diverse volte, tirato in ballo in alcune conversazioni, d’altra parte è il ministro delle infrastrutture e di appalti si parla.
I protagonisti come potrebbero non accennare al ministro che più tocca le loro sensibilità ?
Ad esempio rivelano una predilezione di Lupi per yacht di trenta metri, il ristorante più “in” di Alghero, champagne e aragoste.
Così, mentre conversano sul ministro e sul suo “padre” politico Roberto Formigoni, si percepisce l’invidia di tal Cattozzo, collaboratore di Frigerio: “Ma proprio ricchezza sfrenata… proprio vistosa… arriva con questo yacht che sembra una nave… poi attorniato di belle donne… cioè io ci posso andare da… lui no… io sono un libero cittadino”.
Lupi non può accorgersi di nulla, mentre l’Expo 2015 affonda nella corruzione, nonostante un curriculum e un’esperienza nel settore ormai incontestabile.
Poche ore dopo la maxi-retata sale lui al Colle, per tranquillizzare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
“Caro presidente, sono incidenti di percorso, l’Expo non è a rischio, i lavori vanno avanti”. E ora Renzi è costretto a chiedere all’Autorità  anti-corruzione di Raffaele Cantone di seguire questi benedetti lavori
Grande esperienza nel settore dicevamo, un talento compreso già  a suo tempo dall’allora sindaco di Milano Gabriele Albertini che lo vuole nella sua giunta: assessore con deleghe, pensate un po’, allo sviluppo del territorio, arredo urbano ed edilizia privata. Era il 1997.
Incappò in un’inchiesta, finì in un faldone, ma fu prosciolto con formula piena perchè “il fatto non sussiste”.
Il fatto che non sussisteva era la concessione alla Compagnia delle opere di un appalto per una cascina.
Vecchi ricordi di un passato lontano per un enfant prodige che ne ha fatta di strada e che recentemente ha piazzato l’ex presidente della Compagnia delle opere, Raffaello Vignali, a guidare la tesoreria del suo nuovo partito, Ncd.
Ma il grande salto lo compie nel 2001.
Per Comunione e liberazione è già  uno dei punti di riferimento più importanti in Forza Italia quando viene eletto deputato.
Subito presidente di una commissione.
Indovinate quale? Ovvio, ambiente, territorio e lavori pubblici. È così bravo nel settore questo Lupi che Berlusconi crea un dipartimento nazionale “lavori pubblici” di Forza Italia e affida proprio a lui le chiavi della baracca.
Poi c’è l’affetto, il sentimento. Amore ricambiato con Silvio Berlusconi, al punto che nel 2011 scrive, insieme a Formigoni, un appello per chiedere agli italiani tutti di sospendere ogni giudizio morale su Berlusconi indagato per il bunga bunga.
Passi per la concussione ma il reato di prostituzione minorile per un cattolico devoto, praticante e militante in Cl, dev’esser stato difficile da mandare giù.
Eppure Lupi è stato pronto sempre ad immolarsi per Silvio, anche davanti alle trascendentali telecamere di Porta a porta, anche davanti alle accuse più penose.
Poi è successo quel che è successo, il Popolo delle libertà  si è spaccato e Lupi mentre il capo del governo cambiava, con Letta freddato da Renzi, rimaneva al suo posto, inamovibile al Ministero delle Infrastrutture, evidentemente giudicato talmente esperto da non poterne fare a meno anche da Renzi.
Passato nella nuova avventura di Ncd con Angelino Alfano rimane comunque il più berlusconiano dei governativi, apostolo delle larghissime intese, ha fatto della trasversalità  la sua seconda religione tra intergruppi parlamentari fondati con Enrico Letta e convegni di Italianieuropei con baci e abbracci a Massimo D’Alema.

Giampiero Calap�
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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GREGANTI E LA LOBBY DELLE COOPERATIVE ROSSE

Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile

“COSI’ CI PRENDIAMO UNA COSA DA 67 MILIONI”…SPUNTANO I NOMI DI SALA, E DEGLI EX MINISTRI CANCELLIERI E TRIGILIA

“Per vincere quell’appalto serve il quadro completo. Così siamo a posto», diceva al telefono la banda dell’Expo.
Volevano dire che bisognava mettere insieme «i compagni» e i «compagni neri», le cooperative rosse e quell’Enrico Maltauro, l’imprenditore che pagava tangenti.
Nell’inchiesta sulla nuova tangentopoli milanese non c’è soltanto la rete di Gianstefano Frigerio e i suoi amici di Forza Italia.
Parallela corre quella di Primo Greganti, a partire da quel Claudio Levorato, potentissimo numero uno di Manutencoop. Ed è proprio grazie al compagno G che la banda di Frigerio arriva ai «sindaci comunisti», contatta o almeno così racconta di fare i vertici del Pd, riesce a intervenire persino sul commissario unico dell’Expo Giuseppe Sala per far nominare un «amico» nella commissione aggiudicatrice.
IL CONTATTO CON SALA
Il 17 maggio del 2013 la “cupola” è in fibrillazione. «Sta uscendo una cosa da 67 milioni… – dice Sergio Cattozzo (il braccio destro del ex senatore Pdl Luigi Grillo) a Frigerio – è la progettazione esecutiva e l’esecuzione dei lavori per l’architettura dei servizi». Per mettere le mani sull’affare, e intascare così una tangente dell’0,80 per cento del valore complessivo, serve qualcuno nella sede dove prendono le decisioni.
Il Professore ha già  un piano: «Bisogna parlare con Primo (Greganti, ndr) perchè il comune è di sinistra… Sala (ndr Giuseppe, il commissario unico) è un uomo di sinistra, non di Pisapia, Sala è più legato alla gente che Primo conosce, cioè Boeri e quelli lì, al Pd».
Greganti si muove e, annota la Procura nella richiesta di arresto, riesce a inserire un suo uomo di fiducia nella commissione. È la sua quinta colonna segreta, lo mette al corrente delle offerte, ne condiziona l’esito. Ma come ha fatto?
La risposta sta in un’intercettazione telefonica, datata 29 ottobre. Cattozzo si lascia sfuggire che Greganti, per mettere un suo uomo dentro, è andato da Sala: «Primo, per il commissario, è andato lì eh…».
Un’espressione «di univoca interpretazione », scrivono i magistrati, perchè «era stato appena sottolineato il ruolo di Sala all’interno di Expo Spa e le sue vicinanze con gli ambienti politici notoriamente accomunati a Primo Greganti»
GLI UOMINI DEL COMPAGNO G
La galassia dei contatti di Greganti, vera o millantata che sia, funziona. Produce effetti. «Devo scendere a Roma, a parlare con gli amici miei», comunica più volte ai suoi sodali, senza specificare nomi e ruoli. Un’accortezza, forse imparata negli anni di Tangentopoli, che però gli altri non hanno.
Al telefono Frigerio spiega come Greganti «fosse convinto che si potesse ancora correre su Nucci (ndr, ex ad di Sogin non riconfermato) perchè Pierluigi Bersani ha detto “sono d’accordissimo” ».
L’ex segretario del Pd ha smentito definendole «pura illazione». Il compagno G prova poi ad avvicinare il nuovo ad di Sogin (Riccardo Casale) che pare essere «persona molto vicina a Enrico Letta e a Claudio Burlando», governatore della Liguria, quota Pd, e «questo va bene – dice Cattozzo – perchè Primo ha un ottimo rapporto con il nostro qua di Genova».
Il 26 settembre 2013 Cattozzo chiama Giovanni Battista Raggi, attuale tesoriere del Pd in Liguria: «Se senti Burlando, digli che Greganti lo vuole vedere abbastanza urgentemente».
Lo ascoltano, il compagno G. Trova uditori disponibili anche nei vertici del Partito democratico. Nella sua rete di contatti ci sono Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento europeo, e Giancarlo Quagliotti, area torinese del partito.
Mentre Frigerio – che dice di conoscere Maltauro grazie all’ex ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri – sostiene di dover scendere a Roma per parlare con Lorenzo Guerini, il vicesegretario del Pd.
LEVORATO E MANUTENCOOP
L’uomo forte delle coop è invece Claudio Levorato, 65 anni, presidente della Manutencoop di Bologna, un colosso da 15mila dipendenti.
Nel giro di pochi mesi ha scampato due volte il carcere: a Milano e a Brindisi dove ora è stato chiesto il rinvio giudizio per un appalto da otto milioni promesso alla sua società  da consiglieri regionali del Pd in cambio di assunzioni.
Il numero 1 di Manutencoop è in ottimi rapporti con Greganti e viene messo in contatto con Frigerio e Maltauro per entrare nell’affare della Cittadella della Salute.
«Volevo vederla per questo, tra poco comincia la fase delicata degli esami, dei progetti e così via» gli dice Frigerio. «Ed è importante che io da parte mia e lei da parte sua facciamo ogni sforzo di collegamento per portare a casa un risultato pieno».
Levorato sembra aver capito: «Si lavora per questo, non si lavora per stare a guardare gli altri» gli risponde. Ma è chiara la «volontà  di Frigerio – dice la Procura – di mantenere saldo anche lo stretto legame con gli ambienti delle Cooperative e con Levorato in particolare al fine di sfruttare tutte le alleanze e gli appoggi di ogni parte politica».
Provano infatti a costruire un futuro per Antonio Rognoni, dg di Infrastrutture Lombarde: tanto che il 13 novembre Maltauro e Cattozzo sono a Roma e incontrano Alfonso Celotto, capo di gabinetto del ministro della Coesione Territoriale Carlo Trigilia, per sponsorizzarlo.
Levorato e Frigerio parlano anche della realizzazione del nuovo ospedale di Maglie, un project financing da 165 milioni di euro del quale il “professore” dice di aver «parlato con Fitto » (ndr, Raffaele).
Roba che potrebbe interessare all’amico Maltauro.

Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A GHERARDO COLOMBO: “COME AI TEMPI DI MANI PULITE: COLPA DELLE LEGGI AD PERSONAM

Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile

OCCORRONO STRUMENTI E MEZZI PER PORRE UN FRENO ALLA CORRUZIONE: INTERVENTI LEGISLATIVI IN TAL SENSO NON SE NE VEDONO

Tutto «come vent’anni fa». I magistrati hanno raccolto «una serie quasi infinita di prove», ma le leggi ad personam e la prescrizione hanno falcidiato i processi.
L’ex pm di Milano Gherardo Colombo è convinto che la svolta «non arriverà  in tempi brevi». Un primo passo è sicuramente quello di «allontanare dal suo ufficio chi sbaglia la prima volta».
Quanto alla politica, anche della sinistra, il giudizio è netto: «Non vedo da tempo interventi utili a prevenire la corruzione »
Tangentopoli Due, Dell’Utri condannato, Scajola arrestato. Che succede in Italia?
«Tenuta ferma la presunzione di innocenza fino al giudizio definitivo, non c’è bisogno di queste notizie per avere la forte impressione che non sia cambiato molto dai tempi di Mani pulite. Forse sono diverse le modalità  e, al momento, pare che non si riscontri quel coinvolgimento dei partiti politici che si era verificato allora. Ma l’impressione è che esista comunque una corruzione particolarmente diffusa nel nostro Paese».
Il sottosegretario Del Rio dice che bisogna cambiare l’etica pubblica. Come se fosse facile, visto che in Italia pare che il Dna dell’onestà  sia carente. Siamo condannati a veder riprodotti all’infinito questi comportamenti?
«È una questione che non riguarda solo l’etica pubblica, ma anche quella privata, perchè quando si verifica un fatto di corruzione, oltre a una parte pubblica, è sempre coinvolto un soggetto privato, impresa o persona fisica che sia. A livello di vertice, la corruzione può essere un fenomeno costante solo se esiste una pratica diffusa in qualsiasi altro livello della società . Se non si promuovono cambiamenti che riguardano il rispetto delle regole per tutti, è difficile, se non impossibile, marginalizzare la corruzione anche ai livelli più alti».
Nella famosa intervista che dette a D’Avanzo 20 anni fa lei indicava nella politica e nel patto della Bicamerale una responsabilità  determinante. Oggi la colpa su chi ricade?
«Non credo sia importante stabilire di chi sia la colpa, quanto cercare le cause. E allora mi chiedo: quali modelli di comportamento sono stati promossi in questi anni? Quali punti di riferimento sono stati indicati? Considero un equivoco pensare che un problema così generalizzato si possa risolvere a livello giudiziario, attraverso le inchieste, i processi e le sentenze. Proprio l’esito delle indagini degli anni Novanta costituisce un riscontro inconfutabile. La raccolta di una serie quasi infinita di prove, attraverso le quali venivano individuate le responsabilità  di un gran numero di persone, non ha quasi avuto seguito a livello giudiziario ».
Non è troppo pessimista?
«I processi spesso si sono conclusi per prescrizione o per assoluzioni dipendenti da incisive modifiche della legislazione processuale e sostanziale, che hanno ridotto l’efficacia probatoria di alcune emergenze, hanno accorciato i termini di prescrizione e hanno ridimensionato reati come il falso in bilancio. Tutto ciò non ha impedito che la corruzione continuasse a mantenere livelli molto elevati. Da tempo sono convinto che incidere sulla corruzione sia necessario intervenire soprattutto a livello educativo e preventivo».
Non le viene il dubbio che così, tra 50 anni, ci troveremo con gli stessi fatti criminali?
«Se consideriamo che il fenomeno è così esteso, di certo la soluzione non potrà  intervenire in tempi particolarmente brevi. Essa potrà  essere tanto più rapida, quanto più l’educazione e la prevenzione saranno agite in modo tempestivo, organico e profondo».
Com’è possibile che nel mercato degli appalti trattino e facciano mediazioni personaggi come Frigerio e Greganti?
«In tanti casi persone ritenute responsabili di corruzione o che avevano patteggiato per questi reati sono state lasciate a svolgere le stesse funzioni. La questione coinvolge la responsabilità  di chi ha il compito di applicare la legge e di fare scelte di gestione, e cioè scelte politiche».
Governo Prodi nel 2006, governo Renzi nel 2014. Le leggi di Berlusconi sono sempre in vigore. Non c’è una responsabilità  della sinistra nell’ostacolare la riconquista della legalità ?
«Da tempo, non ho visto interventi legislativi che cercassero di incrementare effettivamente, al di là  delle parole, una maggiore capacità  di intervento sia a livello educativo che a livello preventivo».
Cantone, un ex pm, è il nuovo commissario anti-corruzione e Renzi l’ha appena coinvolto da Renzi per Expo. I suoi consigli?
«Non credo di potergliene dare su come gestire il suo ufficio, ma è necessario che gli vengano dati gli strumenti e i mezzi per poter svolgere un’efficace attività  di controllo in posizione assolutamente indipendente».

Liana Milella
(da “La Repubblica“)

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SEQUESTRATO L’ARCHIVIO SEGRETO DI SCAJOLA: MIGLIAIA DI FASCICOLI SU POLITICI E FAVORI

Maggio 12th, 2014 Riccardo Fucile

PER I PM IL POLITICO E’ “SOCIALMENTE PERICOLOSO”… MOVIMENTI BANCARI PER MILIONI DI EURO DA PARTE DELLA MOGLIE DI MATACENA

Decine di raccoglitori catalogati per nome e per argomento.
Documenti riservati, veri e propri dossier che l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola custodiva nei propri studi di Roma e Imperia oltre che a Villa Ninnina, la lussuosa dimora ligure a Diano Calderina.
È l’archivio messo sotto sequestro dagli investigatori della Dia per ordine dei pubblici ministeri di Reggio Calabria. Non è l’unico.
In una cantina della segretaria di Amedeo Matacena, Maria Grazia Fiordelisi, sono state trovate migliaia di carte che dovranno essere adesso analizzate. Materiale prezioso per l’inchiesta che ha portato in carcere Scajola e tutte le persone che negli ultimi mesi hanno protetto e agevolato – secondo l’accusa – la latitanza di Matacena, l’ex deputato di Forza Italia condannato a cinque anni di pena per complicità  con la ‘ndrangheta.
Le verifiche si concentrano poi sulle movimentazioni bancarie, per ricostruire i flussi finanziari che avrebbero consentito a Scajola e agli altri di mettere in sistema il «programma criminoso», come lo hanno definito i magistrati motivando la scelta di indagarli anche per concorso esterno in associazione mafiosa.
In particolare emergono alcuni trasferimenti di denaro, considerati sospetti, effettuati da Chiara Rizzo, la moglie dell’ex parlamentare riparato a Dubai.
Scajola «socialmente pericoloso»
Nella loro richiesta di cattura gli inquirenti – il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, il sostituto Giuseppe Lombardo e il pm nazionale antimafia Francesco Curcio – evidenziano come le risultanze investigative «costituiscono uno spaccato di drammatica portata, in grado di enfatizzare la gravità  “politica” del comportamento penalmente rilevante consumato da Scajola, il cui disvalore aumenta a dismisura proprio nel momento in cui lo si mette in correlazione al delitto di concorso esterno in associazione di tipo mafioso posto in essere da Matacena, da considerare la manifestazione socio-criminale più pericolosa per uno Stato di diritto che un ex parlamentare ed ex ministro dell’Interno dovrebbe avversare con tutte le sue forze e che, invece, consapevolmente sostiene, agevola, rafforza».
Al momento di sollecitare l’arresto preventivo chiedono che sia disposto il trasferimento in carcere per due motivi: «Da un lato l’obiettiva gravità  dei fatti reato e dall’altro la evidente pericolosità  sociale dei prevenuti, quali risultano dall’estremo allarme riconnesso a condotte delittuose poste in essere in modo programmato».
Tutto questo, aggiungono, «non solo è essenziale alla conservazione ed al rafforzamento della capacità  di intimidazione che deriva dal vincolo associativo che caratterizza l’organizzazione di tipo mafioso a favore della quale il contributo consapevole di Matacena è stato prestato, ma si pone come ineludibile passaggio al fine di evitare o, comunque, arginare l’espansione in ambiti imprenditoriali e politici delle consorterie criminali di tipo mafioso, potenzialmente in grado di condizionare in modo irreversibile tali ambiti decisionali ed operativi».
E concludono: «Tale giudizio negativo, che si riflette inevitabilmente in termini di concretezza e specificità  anche sulla valutazione del pericolo di reiterazione di analoghe condotte delittuose, risulta rafforzato dalla capacità  criminosa degli indagati».
Le carte riservate
Sono migliaia i documenti che Scajola conservava seguendo un metodo che gli investigatori definiscono «maniacale».
Riguardano politici, imprenditori, personaggi con i quali ha avuto a che fare nel corso della sua lunga e intensa attività .
Ma anche affari, viaggi, richieste di interventi, raccomandazioni. Qualche settimana fa, nell’ambito di un’inchiesta che riguarda il porto d’Imperia, i magistrati della Procura locale gli avevano sequestrato materiale riservato risalente all’epoca in cui era ministro dell’Interno. Comprese alcune relazioni su Marco Biagi. In quell’occasione si trattò di una ricerca mirata. Giovedì scorso, invece, gli inquirenti calabresi hanno deciso di portare via l’intero archivio, alla ricerca di ogni elemento utile a sostenere l’accusa più grave.
Non solo lì.
Quando sono arrivati nell’abitazione sanremese della segretaria di Matacena, Maria Grazia Fiordelisi, gli agenti della Dia hanno scoperto che la donna aveva la disponibilità  anche di una cantina.
E in esecuzione dell’ordine dei magistrati che prevedeva la verifica «delle pertinenze e dei locali annessi a tutti gli immobili», alla ricerca degli indizi necessari a «ricostruire la genesi e la natura dei rapporti tra i soggetti sottoposti a indagini», hanno deciso di controllarla.
Senza immaginare di poter trovare tanto materiale. Nello scantinato c’erano infatti – pure in questo caso classificati in faldoni – molti documenti relativi all’attività  dell’ex parlamentare condannato.
Movimenti per milioni di euro
Un intero capitolo della richiesta d’arresto è dedicato ai «riscontri economico-finanziari» che i pubblici ministeri ritengono di aver trovato all’ipotesi accusatoria.
Sono elencate decine di movimentazioni bancarie che ora gli indagati saranno chiamati a chiarire.
In particolare sui conti di Chiara Rizzo risultano trasferimenti di denaro di vari importi. Alcuni molto consistenti, come quello del 15 luglio 2009 per 952.000 euro; oppure quello da 270.000 euro effettuato nel 2010 attraverso la Compagnie Monegasque de Banque – Principato di Monaco, Paese nel quale la signora Matacena ha spostato la residenza.
Sotto osservazione è finito pure il patrimonio della madre del condannato, anch’essa indagata nell’inchiesta calabrese e ora agli arresti domiciliari, con particolare attenzione agli spostamenti di soldi tra l’Italia e l’estero.

Giovanni Bianconi e Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)

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CASERTA, LA REGGIA DEI SOLDI BUTTATI VIA

Maggio 11th, 2014 Riccardo Fucile

IN OTTO ANNI E’ PRECIPITATA DAL TERZO AL DECIMO POSTO NELLA CLASSIFICA DEI SITI PIU’ VISITATI…I VISITATORI PASSATI DA 458.000 A 204.000

Non ha portato bene, alla Reggia di Caserta, l’orrendo «cuorno» alto 13 metri eretto prima di Natale davanti all’ingresso: sui tetti del magnifico e ammaccato Palazzo borbonico si è spalancata una voragine.
Non bastasse, sono crollati i visitatori e anche il gigantesco corno «russo, tuosto, stuorto» (rosso, tosto e storto), costato 70 mila euro e rimosso dopo le proteste, giace ora abbandonato a ridosso di un capannone. In pezzi.
Colpa del malocchio? No, della cattiva manutenzione di quel tesoro che non ci meritiamo.
Silvio Berlusconi ci portò i grandi del mondo, alla Reggia casertana, durante il G7 di Napoli del 1994, per la serata di gala.
Il giorno dopo, ai giornalisti di tutto il mondo, ammiccò: «Ieri sera mi sono sentito orgoglioso di essere italiano. Le fontane illuminate erano bellissime. Le signore stringevano gli occhi con anche un’aria romantica. A qualcuno ho detto: “Attenzione che sennò questa notte aumentiamo la prole”».
Dicono di essere tutti orgogliosi, a parole, quelli che in questi anni hanno tenuto i cordoni della borsa. A parole, però.
Perchè quella straordinaria Reggia edificata a metà  del Settecento da Luigi e Carlo Vanvitelli, con il suo parco, le sue fontane, la sua sala del trono, i suoi saloni, le 1.200 stanze e le 34 scale e le 1.742 finestre è da troppo tempo trascurata.
E vede l’intervento dei governi e dei ministri e delle autorità  regionali, generalmente, solo «dopo» qualche crollo, qualche scandalo, qualche denuncia tivù.
Come il servizio, mesi fa, della trasmissione Kilimangiaro , dove Stefania Battistini fece vedere alberi secolari del parco crollati e mai rimossi, le piantine che crescevano sui cornicioni, i calcinacci ancora a terra di uno squarcio apertosi nel soffitto molte settimane prima per il crollo d’una trave sul fianco della Cappella Palatina o le erbacce che invadevano i pavimenti delle Reali Cavallerizze da non molto restaurate per una mostra.
Denuncia seguita da una sistemazione delle realtà  di incuria più inaccettabili.
Certo è che da tempo i giornali battono e ribattono sul degrado della residenza, spesso abbinato all’abbandono della vicina Reggia di Carditello alla quale Nadia Verdile ha appena dedicato un libro.
Basti ricordare il reportage di Alessandra Arachi che un anno fa raccontava di tuffi di ragazzini nella fontana di Diana e Atteone, di ponteggi montati con enorme ritardo dopo troppi crolli, di auto e moto su e giù per i viali e venditori abusivi che si infilavano «persino dentro le stanze degli appartamenti» per spacciare «guide taroccate e tarocchi della felicità , ombrelli, palloncini, biglietti per i ristoranti, persino numeri da giocare al lotto».
Poi, appena l’attenzione dei giornalisti calava, tutto tornava come prima.
Con Italia nostra che si sgolava per denunciare la mancanza di manutenzione, l’eterno ritorno degli ambulanti, la mancanza di custodi perchè i dipendenti sono in larga parte «amministrativi», i tentativi del sindaco Pio Del Gaudio di strappare il via libera della sovrintendenza a costruire dei baracchini in piazza: «Il problema degli abusivi va risolto, che male ci sarebbe a mettere delle strutture fatte bene in fondo all’emiciclo? Siamo gli unici al mondo a non avere delle bancarelle!».
Finchè, motivando la sua contestatissima scelta con la tesi che voleva dare una scossa al disinteresse generale, il sindaco fece tirar su, in poche ore, nel dicembre scorso, un enorme corno portafortuna rosso battezzato «Good Luck, Caserta» proprio in faccia all’ingresso della Reggia.
Reazioni scandalizzate. Foto sui giornali. Critiche pesanti. E lui: «Se davanti alla Reggia avessi messo un grande albero di Natale o un bel presepe non se ne sarebbe accorto nessuno. Un giorno o l’altro, presto, lo togliamo, ma mica mi chiamava il Corriere , se non mettevo “’o cuorno ”! E invece, così, al ministero è scoppiato un putiferio e li ho costretti a precipitarsi tutti qui».
E insistette: «Quando a Roma l’hanno saputo mi ha telefonato il direttore generale Antonia Pasqua Recchia: “Tolga subito quel coso prima che al Unesco se ne accorgano! La piazza è nostra”. E che è: extraterritoriale come il Vaticano? “Finalmente ve ne siete accorti”, ho risposto, “Ci abbiamo messo due giorni a tirarlo su. Senza che qualcuno se ne accorgesse. Evidentemente la Reggia è incustodita e abbandonata a se stessa».
Certo è che il 1° maggio quelli della Soprintendenza hanno notato un foro nei tetti della parte della Reggia occupata dall’Areonautica militare.
Risposta: «La competenza sui tetti non è nostra, ma del ministero». Durante la stessa giornata, ha raccontato alla Repubblica di Napoli la funzionaria Flavia Belardelli, «il foro si è esteso diventando una voragine».
Colpa della pioggia? Anche. Ma «crediamo sia un problema di scarsa manutenzione». E di rimpallo delle competenze. Al punto che per una settimana lo squarcio è rimasto così. Senza che alcuno intervenisse.
Più o meno contemporaneamente, scoppiavano nuove polemiche dopo la pubblicazione su Facebook, da parte dell’associazione «Ciò che vedo in città », delle foto che mostravano che fine avesse fatto «’o Cuorno ».
L’«opera d’arte», dopo essere stata rimossa per essere spostata da un’altra parte, è stata in realtà  abbandonata all’esterno di un capannone dalle parti dell’autostrada. Dove rappresenta oggi un monumento allo spreco: 70 mila euro buttati per una bravata propagandistica di un mese.
Soldi che avrebbero potuto essere spesi meglio. Magari per un minimo di decoro intorno e dentro la Reggia.
Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua e il filosofo veneziano Massimo Cacciari, salendo ieri mattina la scalinata centrale del palazzo per il Forum Universale delle Culture, potevano notare insieme con la magnificenza dell’architettura, il volo dei piccioni che svolazzavano schizzando qua e là  il loro guano, i mozziconi schiacciati sui gradoni, un pacchetto di sigarette vuoto abbandonato da una parte…
Come meravigliarci del crollo dei visitatori?
Dicono i numeri ufficiali del ministero che nel 1996, l’anno prima di diventare sito Unesco, la Reggia era al terzo posto tra i siti più visitati d’Italia: adesso è al decimo. Da allora ad oggi i visitatori paganti sono precipitati da 458.942 a 204.390: meno 55 per cento.
I visitatori complessivi, compresi quelli coi biglietti gratuiti, da oltre un milione a 439 mila: meno 57 per cento.
E meno male che dovrebbe, quella Reggia, renderci «orgogliosi di essere italiani».

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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L’ITALIA STRACCIONA, GALLERIA BORGHESE, DA DUE MESI CONDIZIONATORI GUASTI: “OPERE A RISCHIO SENZA IL CLIMA GIUSTO”

Maggio 11th, 2014 Riccardo Fucile

DA RAFFAELLO A CANOVA, MINACCIATI I CAPOLAVORI DI ROMA CHE TUTTO IL MONDO CI INVIDIA… DA 5 ANNI CHIESTO UN NUOVO IMPIANTO DI CONDIZIONAMENTO, MA IL MINISTERO NON HA SOLDI

Soffrono le tele di Tiziano e Caravaggio, le tavole di Raffaello, i marmi del Bernini e del Canova.
Alla Galleria Borghese di Roma, tempio dell’arte fra i più prestigiosi in Italia, l’emergenza si chiama climatizzazione.
Da due mesi, nel nono monumento statale più visitato del 2013 (quasi 500 mila visitatori e oltre 3 milioni di incassi), l’impianto è guasto.
E le temperature – uno dei fattori più delicati per la conservazione delle opere, insieme all’umidità  – sono fuori controllo.
Soprattutto nella Pinacoteca, culla di gioielli come l’”Amor Sacro e Amor Profano” di Tiziano, che il personale stesso ormai definisce «un forno».
«Si passa dal gelo al caldo asfissiante, come in questi giorni. Per questo dobbiamo aprire le finestre – si giustifica un custode – altrimenti qui dentro si muore».
Di fronte al “Ratto di Proserpina” del Bernini i vetri sono spalancati, come nella sala della “Madonna dei Palafrenieri” del Caravaggio e, al piano superiore, in quella con la magnifica “Deposizione di Cristo” di Raffaello.
Ma appena si cambia stanza, si resta a bocca aperta. E, purtroppo, non solo per lo splendore del “David” di Bernini o della “Paolina Borghese” del Canova.
«Da due mesi siamo alle prese con questa emergenza – spiega Anna Coliva, direttrice del museo – L’impianto di climatizzazione, costruito nel 1997, è completamente usurato e sconta anni di cronica mancanza di manutenzione ».
Se l’emergenza è recente, il problema, però, non è nuovo.
«La richiesta per un nuovo impianto è già  in ballo da 4 o 5 anni. Due anni fa si rifece uno dei motori, ma poi non si proseguì per mancanza di risorse – racconta Coliva – Ora, con l’ufficio tecnico della Soprintendenza al Polo museale romano, stiamo cercando di risolvere l’emergenza, con interventi per riequilibrare il clima. In attesa di poter rifare l’impianto».
Nel frattempo, si tampona la situazione con le finestre aperte. «È il male minore, rispetto agli sbalzi di temperatura – sostiene la direttrice – Per fortuna il microclima del parco che ci circonda, in questa stagione, è ottimale».
Ma quella che sembra una soluzione temporanea potrebbe mettere ancor più a rischio le opere se dovesse protrarsi a lungo.
«Bisogna cercare di evitarla il più possibile perchè quel che entra dall’esterno, e parlo di inquinanti non solo chimici ma biologici, è fuori controllo – spiega Elisabetta Giani, fisica dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro – Soprattutto, ci vuole un monitoraggio costante dell’umidità , sia all’interno che all’esterno».
È quello, infatti, il peggior nemico delle tele e, soprattutto, delle tavole: «Il parametro per l’umidità  relativa è del 50-55 per cento, sbalzi troppo elevati possono deformare o danneggiare i materiali».
Ma anche le temperature, «se dovessero superare a lungo i 30 gradi», potrebbero causare danni. Non a caso nel dicembre 2012 le “Sale blu” degli Uffizi di Firenze furono chiuse per un paio di giorni proprio per la temperatura troppo alta. E da allora il museo si è dotato di due nuove «torri evaporative» per raffreddare l’acqua usata per in condizionamento, oltre a rinnovare il sistema di climatizzazione.

Sara Grattoggi

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