Maggio 30th, 2014 Riccardo Fucile
A RISCHIO L’INTESA CON FARAGE, RISSA ALL’ASSEMBLEA DEI DEPUTATI
Il virus della disgregazione si è impossessato del Movimento cinque stelle.
Non è più un duello tra falchi e colombe, ormai è una guerra tra bande. Un dossier molto critico con i vertici dei Cinquestelle travolge lo staff della comunicazione della Camera, mentre gli ortodossi si spaccano in assemblea.
E la furia di Gianroberto Casaleggio è incontenibile: «Ora basta con i sabotatori. Ora basta con queste follie». E così tutto torna in discussione, dall’unità dei gruppi all’intesa con l’Ukip.
Manca soprattutto un timoniere.
Rinchiuso nella villa di Marina di Bibbona, Beppe Grillo prova a metabolizzare la sconfitta elettorale.
Il guru, invece, si barrica sconvolto nel suo studio della Casaleggio associati. Quando lo informano che lo staff della comunicazione ha presentato ai deputati un documento che sconfessa tutte le scelte degli ultimi mesi, Casaleggio sbotta.
In quel testo – al paragrafo “Non siamo da governo” – si offre una fotografia imbarazzante dei parlamentari del Movimento: «Non sono ancora percepiti come affidabili. Si ritengono poco concreti e la battaglia sul 138 l’hanno capita ben poche persone. Mancano di umiltà e a volte sono percepiti come saccenti. Se non si ha una soluzione a un problema, non lo si può denunciare». Desolante, appunto.
Non è tutto. Nel report si critica apertamente anche la linea del guru, convinto di dover limitare le presenze pentastellate sul piccolo schermo: «Se si decide di voler raggiungere il 51% – scrive invece lo staff della Camera – allora bisogna adeguare il messaggio e far ricorso a strumenti appropriati (tv in prima istanza)».
Per disintegrare definitivamente la linea dei due cofondatori, la comunicazione di Montecitorio giudica «paradossale» lo sbandierato «vinciamo noi» di Grillo: «Una vittoria percepita come sicura potrebbe aver demotivato qualcuno dei nostri che non è andato a votare».
Ciliegina sulla torta, un parallelo da brivido: «Gli italiani hanno dimostrato di aver bisogno di affidarsi a un uomo forte, fattore che ciclicamente torna nella storia, da Mussolini a Berlusconi. Renzi ha saputo trasmettere serenità ».
«Sono pazzi», urla Casaleggio. A caldo, insieme a Grillo, valuta addirittura un reset degli assetti della comunicazione della Camera.
E in un baleno finisce sul banco degli imputati il capo della comunicazione Nicola Biondo che, già in passato, si è scontrato con lo staff del Senato.
Non a caso, da Palazzo Madama Claudio Messora fa sapere: «Noi della comunicazione del Senato apprendiamo con stupore dell’esistenza di questo documento, che non abbiamo visionato, getta ombre irragionevoli sulle figure di Grillo e Casaleggio e ci sembra molto lontano dalla realtà ».
Tutti contro tutti, insomma.
Grillo, basito, osserva l’harakiri del Movimento.
Su Facebook si fa sentire solo per replicare a chi, come Tommaso Currò, aveva sollecitato un suo passo indietro: «C’è chi ha chiesto le mie “dimissioni” (non si sa da cosa). Il tempo è dalla nostra parte».
Eppure, il comico è costretto a fare i conti con un’altra mina che rischia di esplodergli tra le mani: la collocazione dei grillini tra i banchi dell’Europarlamento.
Tanti, tantissimi pentastellati rabbrividiscono pensando a un’intesa con la destra euroscettica britannica di Nigel Farage .
A pianificare la trattativa continentale è proprio Messora, mentre a Montecitorio molti deputati contestano l’alleanza con l’Ukip.
Ecco allora che i veleni si sprigionano veloci, fino a immaginare addirittura uno sgambetto studiato dallo staff della comunicazione di Montecitorio.
Di certo c’è che Casaleggio è preoccupato: «Non possiamo far saltare l’intesa, perderemmo la faccia».
Non a caso, il guru ha convocato gli eurodeputati a cinquestelle.
Si vedranno già oggi a Milano e il cofondatore cercherà di superare le resistenze dei neoeletti. Non è affatto detto che riesca nell’impresa, però, perchè i Verdi europei – al di là delle dichiarazioni pubbliche – hanno avviato una mediazione sotterranea con i grillini approdati a Bruxelles.
Come se non bastasse, tutti i rancori del Movimento trovano sfogo a sera in un infinito summit tra deputati.
Tutti, o quasi, si scagliano contro la comunicazione, contestano le strategie parlamentari. Finisce nel tritacarne anche la “tv coach” Silvia Virgulti.
La colpa? Aver sottolineato l’effetto boomerang del cappellino indossato da Casaleggio a “In mezz’ora”, bollando il fotogramma come «inquietante e non rassicurante ».
Una sortita «villana», la boccia Walter Rizzetto. In un attimo, parte il processo.
L’incontro si trasforma in uno sfogatoio. Luigi Di Maio, tra gli “ortodossi” messi sotto accusa, dà uno sguardo alla riunione e subito se ne va dopo aver fiutato l’aria.
Alessandro Di Battista ammette «alcuni errori », mentre un moderato come Massimo Artini non risparmia i decibel: «Dobbiamo cambiare la comunicazione e abbassare i toni».
«Vogliamo continuare a far finta di nulla o diciamo che qualcosa non funziona? – domanda Mimmo Pisano – Signori, siamo calati di quattro punti. Dovevamo crescere, abbiamo perso».
L’ira contro il cerchio magico si salda ai dubbi sul futuro.
«Non abbiamo realizzato le nostre promesse – si accende Rizzetto – non abbiamo portato a casa nulla. Ma siamo stati bravissimi ad arrampicarci sui tetti… ».
Per ordine del capogruppo – così giura lo staff – i cronisti vengono tenuti a un paio di rampe di scale di distanza.
Eppure, gli spettri continuano a circondare i falchi. L’effetto è paradossale.
Un deputato chiede a un dipendente del gruppo di avvicinarsi a uno scantinato buio a due passi dalla sala.
Dentro c’è solo il quadro elettrico, nessun giornalista. Ma una voce ribadisce: «Eppure ho sentito un rumore…». «Il problema — gli risponde un altro — non sono i rumori che arrivano da fuori, ma che qui non c’è più una guida».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Maggio 30th, 2014 Riccardo Fucile
ACCORDO TRA I DICASTERI DELLA GIUSTIZIA E DELL’AMBIENTE…IL PRIMO PROGETTO A PARTIRE DOVREBBE ESSERE QUELLO DELLE CINQUE TERRE
Detenuti al lavoro nei parchi nazionali per realizzare le finalità della rieducazione e del
reinserimento sociale con quelle della tutela della natura.
È stato firmato giovedì 29 maggio il protocollo d’intesa (dal ministro della Giustizia Andrea Orlando e dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti) del progetto che si pone come obiettivo la promozione e l’agevolazione dell’attività lavorativa dei condannati nei parchi nazionali italiani.
Le modalità del progetto saranno definite con accordi operativi tra i singoli parchi e l’amministrazione penitenziaria.
Le attività saranno volontarie per quei detenuti che hanno le caratteristiche idonee per poter partecipare al progetto.
Il primo a partire dovrebbe essere quello delle Cinque Terre.
«Con questo protocollo», osserva Orlando, «affrontiamo il tema dei detenuti che potranno lavorare all’esterno. Nei parchi potranno anche acquisire una specificità con i cosiddetti green jobs. Si potrà in futuro fare anche un ragionamento per occupare i detenuti nella manutenzione del suolo», prosegue il ministro.
«I lavori di pubblica utilità vanno nella direzione che vorrei si prendesse non solo per le emergenze ma in chiave strutturale. Iniziative come queste possono essere un prototipo».«Mettiamo a disposizione 24 parchi nazionali», ha aggiunto il collega di governo Galletti.
«Tra gli altri fini dell’inclusione sociale ci può essere anche la tutela della natura: e i parchi sono una leva straordinaria. Inoltre credo che ci sia anche un’utilità vera per il mantenimento dell’ambiente e che questa ‘accoppiata’ anomala ma vincente possa essere l’inizio di un proficuo lavoro anche in altri settori».
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 30th, 2014 Riccardo Fucile
“TRADITORI COME ALFANO VOGLIONO ESAUTORARMI” BERLUSCONI GELA FITTO E I TIFOSI DELLE PRIMARIE
Fallisce ogni tentativo di far rientrare la fronda di Fitto, e di tutti quelli che con lui invocano primarie.
Silvio Berlusconi dopo l’ufficio di presidenza ad alta tensione di mercoledì tiene a rapporto la cerchia più stretta dei fedelissimi e prima di rientrare a Milano si abbandona allo sfogo più amaro.
L’eurodeputato pugliese da 284 mila voti finisce sotto accusa. «Lui e gli altri non hanno avuto alcun rispetto per la mia storia, per il mio ruolo » è una delle considerazioni affidate ai suoi ospiti, Maria Rosaria Rossi e la Pascale, Giovanni Toti e Mariastella Gelmini, Paolo Romani e Renato Brunetta.
Quella magra figura davanti a decine di coordinatori regionali, oltre ai dirigenti e ai parlamentari riuniti nella direzione di San Lorenzo in Lucina, l’ex Cavaliere se la sarebbe volentieri risparmiata.
E ora medita vendetta. «Quella di Fitto è stata una vera e propria aggressione. Lui e gli altri si sono comportati come squali pronti a colpire la preda nel momento di maggiore debolezza».
E quando dice gli altri, il leader forzista si riferisce a chi si è schierato con Fitto e ora lo segue, dalla Polverini alla Carfagna, da Capezzone a Saverio Romano a Galati. L’accusa è di lesa maestà . «Si stanno comportando come Angelino Alfano e gli altri traditori, ma dove pensano di andare? Sono minoranza, non hanno i numeri».
La proposta di primarie è destinata a questo punto a naufragare.
E il ragionamento fatto da Berlusconi ieri incontrando i dirigenti più vicini è proiettato, come sempre, alla difesa della sua leadership: «Vogliono introdurre primarie per decidere tutte le cariche. A quel punto cosa faccio io? Ratifico? La verità è che mi vogliono esautorare nella maniera più subdola».
È panico da ghigliottina per il “sovrano” che ha ormai perso ogni potere, in declino e abbandonato dai sudditi
L’ex premier è un fiume in piena, schiumante rabbia dopo la sconfitta elettorale e lo scontro interno. Con un partito-polveriera sul quale si ritrova seduto e che non promette nulla di buono per le prossime settimane.
Si dice in ogni caso certo che gli oppositori non avranno i numeri per imporsi. Verdini, i capigruppo, Toti, le “erinni” di Arcore, Rossi-Pascale, stanno tutti sull’altra sponda del fiume, propongono la convocazione di congressi, anzichè primarie.
Un escamotage, hanno spiegato al capo, per mettere anche una pezza alla disastrosa situazione finanziaria, dato che i tesserati porterebbero quote per l’iscrizione.
«Ben poca cosa» ribattono gli altri.
Di primarie e congressi si tornerà a parlare nel prossimo ufficio di presidenza tra due settimane, meglio rinviare a dopo i ballottaggi, è stato deciso due giorni fa.
Sebbene Laura Ravetto sia stata incaricata pubblicamente da Berlusconi di redigere il regolamento delle primarie.
Lei l’ha presa sul serio e già annuncia: «Tra due settimane, il presidente avrà sul suo tavolo il mio testo, una cosa chiara e sintetica, quattro paginette, ci ispireremo al modello Usa. I congressi locali li vuole Verdini, ma sono stati la morte dell’ultima Dc».
Giovanni Toti in serata a Matrix conferma al contrario la linea sua e del capo: «Primarie di coalizione quando ci sarà una coalizione e quando si andrà a votare».
La frattura insomma resta verticale. Il leader lascia così Roma in preda allo sconforto e rientra a Milano prima di sera, come prescrive l’ordinanza dei giudici: questa mattina lo attende la quarta puntata al centro sociale di Cesano Boscone.
Ma sa di sfida proprio a Raffaele Fitto quanto avvenuto ieri pomeriggio. Berlusconi invia proprio il braccio destro Toti, assieme ai capigruppo Romani e Brunetta, alla conferenza stampa tenuta nel pomeriggio a Montecitorio con il leader leghista Matteo Salvini.
C’è da siglare l’accordo per sostenere almeno due dei sei referendum del Carroccio (ripristino del reato di immigrazione clandestina e abrogazione della riforma Fornero). Ma soprattutto, c’è da abbozzare una riedizione dell’alleanza elettorale.
All’ex Cavaliere premono i ballottaggi nelle città del Nord, da Cremona a Pavia a Padova, anche quelli pericolosamente in bilico per il centrodestra.
Berlusconi in persona aveva promesso di firmare quei referendum. E invece ieri il dietrofront. Tutt’altro che casuale.
Raccontano che siano stati l’ex commissario Ue Antonio Tajani, Mariastella Gelmini e l’eurodeputato Toti a suggerirgli di non esporsi in prima persona al fianco di Salvini nella solenne sala Aldo Moro di Montecitorio.
Soprattutto, all’indomani della photo opportunity scattata mercoledì a Bruxelles dallo stesso leghista al fianco di Marine Le Pen, neo alleata.
La triangolazione con il Fronte nazionale francese sarebbe deleteria per Forza Italia, in grado di peggiorare i rapporti già precari con Merkel e gli altri leader Ppe.
Berlusconi chiama di persona Salvini, si scusa, spiega. La conferenza stampa fila liscia. Ma Toti stesso frena sull’intesa col Carroccio: «Con loro condividiamo alleanze sui territori e diagnosi su molti mali dell’Europa, ma sulle cure abbiamo opinioni diverse ».
Il fatto è che in Forza Italia in parecchi hanno mal digerito la svolta a destra.
Ma anche questo secondo abbraccio con la Lega. Piace poco ancora una volta a Fitto e agli altri big meridionali, convinti che sono più i voti che si perderebbero a Sud che quelli conquistati a Nord.
Per Angelino Alfano tutta questa storia è un invito a nozze: «Una Forza Italia lepenista ci apre praterie».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Maggio 30th, 2014 Riccardo Fucile
LE TESI DEI POPULISTI DELL’UKIP DI FARAGE CHE ORA I MILITANTI GRILLINI DOVRANNO CONDIVIDERE
Siete d’accordo con questa affermazione? «Non vorrei dei romeni come vicini di casa». E con
questa? «Gli omosessuali sono dei pervertiti». E con questa? «Non dovremmo dare aiuti economici ai paesi del bongo bongo».
Se siete elettori di Beppe Grillo e rispondete di sì a tutte e tre le domande, la possibile alleanza a Strasburgo del Movimento 5 Stelle con l’Ukip, il partito populista che ha vinto le europee in Gran Bretagna, non deve turbarvi.
Altrimenti potreste avere qualche preoccupazione.
E ne avreste ancora di più ascoltando quello che dice di Farage e del suo partito chi li conosce da vicino.
Come il primo ministro e leader conservatore David Cameron, secondo cui l’Ukip è un partito di «picchiatelli, gente stramba e razzisti mascherati».
O come l’ex-ministro laburista Barbara Roche, che ha coniato un termine apposta: «Euracism».
O come Alan Skudd, che ha fondato l’Ukip nel 1993 ma se n’è andato sostenendo che è diventato «un partito anti-Islam, antiimmigrati e razzista».
Tale è anche l’opinione (sondaggio di Yougov) del 27% dei britannici, che lo considerano «un movimento razzista» (per il 35 per cento «non è razzista, ma attira le simpatie di molti razzisti»).
Farage assicura: «L’Ukip non tollera il razzismo». Coloro che espongono idee razziste o contrarie alle posizioni del partito vengono espulsi.
«In ogni partito c’è qualche pazzo», minimizza. Ma nel suo ce ne sono parecchi.
E le loro intemperanze, chiamiamole così, non si limitano al razzismo, come si evince da un mini “alfabeto dell’Ukip”, tratto dalle dichiarazioni più scandalose di militanti oltre che dal programma del partito.
ANIMALI
«Certi omosessuali preferiscono fare sesso con gli animali» (Julia Gasper si è dimessa)
BAMBINI
«I musulmani si moltiplicano dieci volte più veloci di noi, un giorno non riusciremo più a resistere alle loro richieste» (Lord Pearson)
CAMMELLI
«I musulmani fanno sesso anche con i cammelli» (Maggie Chapman)
DISOCCUPATI
«E’ pericoloso permettere di votare a chi è senza lavoro, perchè finisce per decidere come usare denaro altrui» (Alexander Swann-ha lasciato il partito considerandolo troppo anti-immigrati)
ELTON JOHN
«Mi rifiuto di definire gay quei pervertiti come Elton John, invece di permettergli di sposarsi dovrebbero tornare a chiudersi nell’armadio» (Dave Small-espulso)
FUMO
«L’Ukip è contrario al divieto di fumo» (programma del partito)
GAY
«Quello che mi disgusta degli omosessuali è la loro pretesa di essere considerati normali» (Douglas Denny)
HITLER
«E’ stata la Polonia a incitare la Germania a invaderla nella seconda guerra mondiale e Churchill ammirava Hitler» (Hugh Williams)
ISTINTO
«Certe persone hanno una tendenza naturale ad essere soggiogate fin dalla nascita» (David Griffith — riferito ai neri)
MOGLI
«Non è possibile che un uomo stupri la propria moglie, una volta che una donna accetta, accetta» (Demetri Marchessini)
MOSCHEE
«Bisognerebbe vietare di costruire moschee nel nostro paese» (Gerard Batten)
NERI
«Il comico nero Lenny Henry dovrebbe emigrare in un paese nero, non deve vivere con i bianchi» (William Henwood-si è dimesso)
OLIMPIADI
«A Londra nel 2012 i polacchi hanno fatto un buon bottino, si sono portati a casa bronzo, argento, oro, tutto quello su cui potevano mettere le mani » (Paul Estwood, alla cena di gala del congresso del partito).
PEDOFILIA
«Il legame tra omosessualità e pedofilia è così evidente che non vale neanche la pena di discuterne» (Julia Gasper-si è dimessa)
PUTIN
«Ammiro Putin come leader politico» (Nigel Farage)
RISERVE
«Anche gli indiani d’America non davano importanza all’immigrazione e poi sono finiti a vivere nelle riserve» (volantino elettorale dell’Ukip)
SCUOLA
«Lo studente Nigel Farage professa idee razziste e neo-fasciste ed è stato visto cantare canzoni che inneggiano a Hitler» (rapporto del 1981 della scuola frequentata dal futuro leader dell’Ukip)
SVILUPPO
«La Gran Bretagna non dovrebbe dare aiuti economici alle terre del bongo bongo» (Geoffrey Bloom)
TRENO
«Non mi piace quando in treno sento parlare solo lingue straniere intorno a me» (Nigel Farage)
VICINI
«Non vorrei avere dei rumeni come vicini di casa» (Nigel Farage)
VOLPE
«L’Ukip è contrario al bando alla caccia alla volpe» (dal programma del partito)
WELFARE
«Il nostro paese è diventato un immondezzaio pieno di scrocconi stranieri che vengono qui a farsi mantenere» (Dave Small-espulso)
Enrico Franceschini
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Maggio 29th, 2014 Riccardo Fucile
IL NODO DEL RAPPORTO CON IL GOVERNO: CON RENZI O CON TSIPRAS?
Capan nelli dei depu tati di Sel si rag gru mano, si scom pon gono, si ricom pon gono in un Tran sa tlan tico ancora sotto l’effetto del Renzi-boom, il 40,8 per cento del Pd che sta già «ren ziz zando» l’emiciclo, una forza cen tri peta che attira ogni cosa verso il premier.
Non siamo alla scis sione, anzi la scis sione guai a nomi narla, è una «pro fe zia interessata», «un’entrata a gamba tesa nel nostro dibat tito interno» da parte dei cro ni sti.
E allora è almeno un divor zio, quello che già si vede all’orizzonte nel movi mento di Ven dola.
E per una volta viene dopo una vit to ria, quella della Lista Tsi pras, che con tro tutti i pro no stici dome nica ha acciuf fato il 4, 03 per cento.
La rot tura non è con su mata, ma ormai non sem bra evi ta bile.
Per chè se su Repub blica il capo gruppo di Sel alla Camera Gen naro Migliore pro po neva di «costruire in Ita lia un sog getto uni ta rio di sini stra, rego lato dalla demo cra zia interna, che possa far vivere le aspet ta tive di cam bia mento. Senza restare cia scuno, Pd e Sel, nel pro prio con te ni tore», sul Mani fe sto la depu tata Ileana Piaz zone andava oltre: «Vogliono fare un nuovo sog getto a sini stra: io non ci sto, ma non voglio fare nean che la parte di quella che si mette di tra verso».
In entrambi i casi sono pro po ste in rotta di col li sione con il co-working delle sini stre unite nella lista Tsipras.
Il dis senso era ampia mente annun ciato, si era già con tato al con gresso nello scon tro fra pro-Schulz e pro-Tsipras, e poi in una suc ces siva dire zione del feb braio scorso.
Poi i dis si denti, sareb bero una quin di cina di depu tati, ave vano tenuto disci pli na ta mente le boc che cucite durante la cam pa gna elet to rale, per evi tare l’accusa di sabotaggio.
Ma ora la casa ven do liana va in fibril la zione. «Dichia ra zioni intem pe stive, a bal lot taggi in corso in mezza Ita lia», è una delle obie zioni dei con trari.
I favo re voli invece: «Non si può non ren dersi conto che dopo il 40,8 per cento è cam biato tutto», rigo ro sa mente a tac cuino chiuso.
«Quello che dice Gen naro non è pere grino, stanno cam biando la linea del con gresso con pic cole suc ces sive furbizie».
Ileana Piaz zoni, ‘miglio ri sta’ dichia rata: «Non capi sco la linea di Sel: se dopo la lista Tsi pras non si fa una costi tuente di sini stra, che l’abbiamo fatta a fare la lista uni ta ria? Per eleg gere tre euro de pu tati? Ma se si fa, sarebbe il cam bio di linea rispetto al con gresso».
Quindi chie dete un con gresso? «Nean che per sogno. Sta a loro fare una pro po sta sul futuro». State trat tando con il Pd? «Par liamo con tutti i dem, ma il pro blema non è il Pd ma la col lo ca zione rispetto al governo. Non si può non rico no scere un ten ta tivo rifor ma tore in Renzi».
Nicola Fra to ianni, coor di na tore di Sel e ultrà dell’operazione Tsi pras sil laba un «no com ment, ci con fron te remo alla riu nione di pre si denza di venerdì». Dalla sua parte vige la con se gna del silen zio. Ma tira aria gelida. E c’è chi vede in que sto silen zio persino un invito ai dis si denti di levare il disturbo.
Anche Nichi Ven dola non com menta. Lui che a con gresso si era bat tuto come un leone per evi tare la rot tura fra i suoi, cerca anche sta volta quella che nei par titi si chiama «la sin tesi».
«Se Renzi riu scirà a ribal tare l’agenda di governo dell’Europa tra sfor me remo le nostre cri ti che e i nostri dis sensi in con senso». Non sono pre ci sa mente i toni che i garanti della lista usano nei con fronti del pre mier («Il Pd è una nuova Dc», ha detto lunedì Bar bara Spi nelli), ma lo si potrà misu rare meglio sabato pros simo, all’assemblea dei can di dati della lista, dove sarà lan ciata la pro po sta di «andare avanti»: ma i modi di que sto «andare avanti» sono tutto per Sel.
Cele ste Costan tino, che pure non era fra gli entu sia sti di Tsi pras chiede «calma, discustiamo, è chiaro che la stra-vittoria di Renzi cam bia tutto, ma io non voglio restare schiac ciata fra due posi zioni pre sunte. Nes suno sta chie dendo lo scio gli mento di Sel. Abbiamo fatto l’esperienza della lista, abbiamo vinto, pos siamo vedere que sto pro cesso dove porta prima di dichia rarlo chiuso?».
Ma il ciclone Renzi non può non porre dei pro blemi, nei capan nelli si ragiona «nei col legi i nostri com pa gni sono con fusi, non si può soste nere che in quel 40,8 per cento non ci sia anche un po’ della nostra sini stra».
La replica è «ma ora che Grillo è in crisi dob biamo essere un rife ri mento per quelli che lo abban do nano. Alleanze con il Pd? Ripar lia mone nel 2018».
Oggi, alla riu nione della pre si denza, ci sarà il primo round del con fronto. Il 14 giu gno l’assemblea nazio nale, che però è com po sta a stra grande mag gio ranza da pro-Tsipras, qual siasi cosa oggi voglia dire: tutti i pro-Tsipras esclu dono «un ritorno alla vec chia Rifon da zione e alla sini stra identitaria».
L’ora della verità però potrebbe arri vare anche prima sul decreto degli 80 euro, che scade il 23 giu gno.
Pre sto andrà al voto del Senato, dove però dei sette sena tori nes suno al momento sarebbe sulla linea di Migliore.
Poi alla Camera, dove invece sareb bero una quin di cina quelli che dichia rano di non essere dispo ni bili a votare no.
La media zione potrebbe essere la scelta dell’astensione. Ma non è nean che detto che i ‘miglio ri sti’ siano dispo ni bili ad accettarla.
Daniela Preziosi
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Maggio 29th, 2014 Riccardo Fucile
I VERTICI PRENDONO LE DISTANZE DALL’ANALISI DEL VOTO ELABORATA DALLO STAFF DI COMUNICAZIONE
Senato contro Camera, Milano contro Roma, deputati contro senatori, ortodossi contro
dissidenti. Insomma, tutti contro tutti.
A quattro giorni dal voto delle Europee, il M5S appare incapace di riprendersi dalla delusione e ancora in preda al caos.
Fratture e faide interne, evidenziate dal rimpallo delle colpe per la debacle elettorale, vengono ingrandite dalla pubblicazione di un documento top secret di analisi del voto realizzato dallo staff comunicazione Cinquestelle alla Camera.
Lo scontro, stavolta, coinvolge proprio i comunicatori voluti da Gianroberto Casaleggio alla guida dei gruppi delle due Camere.
Per una volta le divisioni tra gli allineati e i ribelli, che dopo il voto hanno rialzato la testa e puntano a un nuovo gruppo, vanno in secondo piano.
Il documento ufficiale dello staff contiene critiche esplicite sulla gestione della recente campagna elettorale e suggerisce una exit strategy: puntare sulla tv con una maggiore presenza nei tg; creare una sorta di «governo ombra» all’inglese per conquistare credibilità tra gli elettori; e modificare il sistema di selezione dei candidati.
Inviato nei giorni scorsi al quartier generale di Milano, il documento dà una lettura in chiaroscuro delle Europee.
Da una parte si sottolinea che «il MoVimento non è crollato» ma dà la colpa del flop agli italiani «che hanno dimostrato di aver bisogno di affidarsi a un uomo forte» come avvenuto con «Mussolini e Berlusconi».
Poi, si dà il via ad una disamina degli errori compiuti.
Si parla di cattivo uso del mezzo televisivo. Si invita a «usare meglio la tv»: «I tg li guardano in 15/20 milioni di persone ogni giorno», molti più di talk show o trasmissioni. «Per far percepire l’affidabilità del M5S – si legge – non si possono più fare solo denunce senza affiancarle a proposte e soluzioni».
E a tal proposito viene suggerita la presentazione di «una squadra di governo».
Dopo la pubblicazione dell’analisi, però, si scatena il caos.
Fonti parlamentari del Senato lasciano trapelare che il documento elaborato alla Camera ha mandato su tutte le furie Casaleggio e Beppe Grillo.
I due cofondatori non condividono l’invito a puntare sulle tv e sarebbero rimasti allibiti da «critiche che mettono in cattiva luce il Movimento».
«È l’opposto di quello che abbiamo detto», avrebbe detto Casaleggio secondo quanto riferito da fonti di Palazzo Madama.
Tuttavia la notizia di un Casaleggio furioso viene smentita da fonti Cinquestelle alla Camera che, al contrario, asseriscono di non avere alcun problema con Milano e rilanciano, a loro volta, la palla a Palazzo Madama. L’unica certezza, tra mezze verità e confidenze, è che tra gruppi comunicazione a Palazzo Madama e a Montecitorio è in corso una guerra fratricida.
Il responsabile comunicazione di palazzo Madama e coordinatore degli uffici delle due Camere Rocco Casalino viene visto nel pomeriggio dirigersi alla Camera per avere un chiarimento. Rimbalzano le voci di licenziamenti da una parte e dall’altra.
Anche a Milano il clima è pesante.
Alla Casaleggio, sempre secondo fonti parlamentari, non sarebbe piaciuta neanche una analisi presentata da Silvia Virgulti, tv coach e collaboratrice dei gruppi, che attribuisce a Grillo e Casaleggio la colpa del risultato elettorale.
Alla Virgulti, in particolare, viene attribuita una valutazione negativa sull’effetto «inquietante» del look di Casaleggio con il cappellino che copre le cicatrici della recente operazione.
Così come non sarebbe piaciuta una critica a Grillo per le uscite sulla vivisezione di Dudù e sui «processi di popolo online» contro politici, imprenditori e giornalisti.
In questo quadro si inserisce una nuova variabile: la presenza, sempre più costante, di Davide Casaleggio nelle riunioni M5S. Il figlio del guru milanese, ieri, ha accompagnato Grillo a Bruxelles per l’incontro con Nigel Farage.
Una presenza vista da parlamentari e comunicatori come «ingombrante».
E a provocare mal di pancia nel Movimento è anche l’alleanza stretta ieri a Bruxelles tra Grillo e il leader dell’Ukip Farage.
La deputata del M5S Giulia Sarti, intervistata da La Stampa , spiega che il Movimento non ha «nulla in comune» con il partito di Farage e auspica che Grillo si consulti con gli eletti prima di fare accordi.
«Appena ho saputo dell’incontro di Grillo con Farage ho pensato: perchè l’ Ukip? La sua campagna elettorale l’ho schifata più ancora di quella della Le Pen; Poi se il Movimento facesse un gruppo con l’ Ukip, saremmo anche costretti, noi qui in Italia, a votare contro le loro posizioni in Europa, ad esempio sull’ immigrazione».
«Forse si sta pensando a un gruppo con loro per pesare di più in Europa, ma non c’ è ancora niente di ufficiale», dice Sarti.
«Quando Grillo ha detto no alla Le Pen io pensavo che fosse no a lei e a tutto il contorno di partiti simili, ora mi sembra di capire che non è così. Quello che io di sicuro non accetterei mai – aggiunge – è di stare sotto di loro, cioè che i nostri debbano prendere indicazioni dall’ Ukip».
(da “La Stampa”)
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Maggio 29th, 2014 Riccardo Fucile
I TRANSALPINI INVESTONO IL 5% DEL PIL NEL SOSTEGNO ALLA MATERNITA’
Altro che Italia. Il secondo figlio è nato da un mese appena e a casa già arriva un assegno mensile da 124 euro.
Succede in Francia, unico Paese al mondo – certifica uno studio dell’Institut national etudes dèmographiques (Ined) – ad avere un tasso di fecondità costante da 40 anni: qui il numero di figli per donna è di 2 dal 1973 (contro l’1,42 dell’Italia, dati Istat).
Miracoli del welfare. Per il demografo Gilles Pison il baby boom in Francia non è mai finito per merito della politica familiare messa in campo dallo Stato, che investe nel sostegno alla maternità il 5% del Pil.
Al compimento del 14esimo anno di ogni figlio (e fino al 20esimo) l’assegno aumenta di 62 euro. Indipendentemente dal reddito.
Per il 90% delle famiglie (tutte tranne le più abbienti) è previsto un bonus bebè da 923 euro che scatta al settimo mese di gravidanza.
E fino al terzo anno di vita del bimbo, sempre per il 90% delle famiglie, c’è un assegno mensile di altri 186 euro.
In sintesi: una famiglia del ceto medio con un neonato e un bimbo all’asilo nido in un anno può mettersi in tasca quasi settemila euro.
Tutti i dati – e per tutta Europa – li mette in fila un dossier dell’assessorato al Welfare della Regione Lombardia.
Lo scopo? Capire quali sono le migliori politiche di sostegno alla maternità (per ricavarne proposte di intervento).
Così emerge che nel resto d’Europa ci sono principalmente tre misure con cui si aiutano le donne a fare figli: soldi in tasca alle famiglie (assegni legati alla maternità ), cura dei bambini (dagli asili nido alle babysitter di famiglia), benefit vari (spesso a sostegno dei redditi più bassi).
Sono tutti provvedimenti che mettono in evidenza come l’Italia sia ancora all’Anno Zero. Difficile meravigliarsi se una donna italiana su quattro giunge al termine dell’età fertile senza avere bambini (contro l’una su dieci della Francia).
Un trend confermato dagli ultimi dati Istat. Da noi non c’è praticamente nessun aiuto a livello statale, tranne le detrazioni fiscali (tra i 950 e i 1.220 euro l’anno).
E le iniziative regionali si contano sulle dita di una mano (Toscana, Piemonte, Emilia Romagna e Umbria, oltre alla Lombardia dov’è allo studio un potenziamento degli aiuti alla maternità )
Meglio guardare all’estero.
In Gran Bretagna, per la solita famiglia del ceto medio con due bimbi, arrivano nel portafoglio 3.168 euro l’anno (il tasso di fecondità è di 1,92 figli per donna): i genitori ricevono un contributo mensile di 100 euro per il primo figlio e di 164 euro dal secondo in avanti.
In Svezia sono 3.012 euro all’anno (il tasso di fecondità è di 1,91): per chi ha due bambini il sussidio familiare è di 251 euro mensili.
In Germania le cifre in gioco sono ancora più alte: 4.416 euro all’anno, per il primo e il secondo figlio l’importo è pari a 184 euro.
In questo caso, però – come sottolineato dal demografo Gilles Pison – il tasso di fecondità rimane tra i più bassi d’Europa (1,38): una mancanza d’entusiasmo che si spiega, forse, con la radicata convinzione che una donna con un figlio piccolo non debba lavorare.
Oltre agli assegni familiari, che di solito valgono fino al 16°/18° anno di età , gli aiuti per la cura dei figli sono l’altro pilastro fondamentale adottato nell’Europa che sostiene la maternità .
In Francia, fino al 66% delle rette per i nidi e gli asili è coperta da fondi pubblici.
In Gran Bretagna, per le famiglie con un reddito inferiore a 32 mila euro, c’è la childcare tax credit , un credito d’imposta a copertura parziale delle spese di assunzione della tata.
In Svezia i Comuni sono obbligati a offrire ai bimbi fino a 12 anni una rete di servizi tra cui la babysitter di famiglia (il Comune raccoglie le richieste e smista tra le famiglie le educatrici). Mentre in Germania, dall’estate del 2013, ogni famiglia può ottenere per legge un posto all’asilo nido; chi, invece, preferisce accudire a casa il bimbo riceve 150 euro mensili (per 22 mesi).
Una famiglia numerosa? Con il Paris pass family scattano sconti per piscine, mostre e musei.
Per chi risiede in Baviera ci sono contributi pubblici che aiutano le famiglie meno abbienti a portare i figli in villeggiatura (per ciascun minore è garantito un contributo di 13 euro al giorno in posti di soggiorno convenzionati con lo Stato).
Trentamila negozi della Gran Bretagna sono a disposizione delle neomamme squattrinate che possono acquistare con voucher latte, frutta, verdura e vitamine.
E la Svezia aiuta le famiglie con figli perfino a pagare l’affitto.
Simona Ravizza
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 29th, 2014 Riccardo Fucile
A PARTIRE SONO SOPRATTUTTO LAUREATI O DIPLOMATI
A lungo siamo stati un popolo d’emigrati, un po’ per spirito d’avventura molto per necessità .
Siamo anche stati – ed è storia recente – terra promessa per chi fuggiva dalla miseria, dalle dittature o dal crollo dei regimi. Ora siamo di nuovo in fuga.
L’Italia non piace più.
Nè agli stranieri, che fino a qualche anno fa si catapultavano dentro i nostri confini in cerca di una vita migliore, nè agli italiani che sempre più spesso fanno le valigie senza sapere se e quando torneranno.
Il 2014 sarà il primo anno a saldo migratorio negativo, sostiene la Caritas Migrantes. Fuori dalle definizioni statistiche, significa che i nostri connazionali in fuga dalla crisi saranno più degli stranieri in cerca di lavoro e dei disperati che sfidano la morte affrontando strazianti viaggi nel Mediterraneo.
La bilancia penderà verso i fuggiaschi per almeno 20-30 mila persone. Non era mai successo. Non da qualche decennio, almeno.
Mentre i barconi rovesciano profughi al largo della Sicilia – secondo Frontex, l’agenzia europea che monitora le frontiere, ne sono già arrivati 25 mila – il flusso di stranieri verso l’Italia per ragioni di lavoro (i cosiddetti «migranti economici») si è quasi arrestato: dai 300 mila e più degli anni scorsi ai 30 mila che si prevedono quest’anno.
«La capacità attrattiva dell’Italia è certamente diminuita, anche perchè la crisi qui ha penalizzato gli immigrati più degli italiani», spiega Ferruccio Pastore, direttore del Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione.
«La domanda di lavoro immigrato esiste ancora, ma oggi è in parte assorbita da stranieri che sono già in Italia e hanno perso il lavoro. Per chi arriva da fuori, quindi, le opportunità si sono ridotte».
Nel Sud Europa, dalla Spagna alla Grecia, è già accaduto: il saldo migratorio si è invertito un paio d’anni fa, anche perchè molti stranieri sono tornati ai Paesi d’origine. L’Italia ha resistito ancora un po’, ma oggi fronteggia lo stesso fenomeno.
Nel 2011, 90 mila italiani hanno cercato rifugio all’estero, l’anno dopo erano solo 60 mila, poi 75 mila.
Quest’anno sfonderanno la soglia dei 100 mila.
«Numeri calcolati per difetto», precisa Sergio Durando della Caritas Migrantes, perchè si basano su statistiche ufficiali, ad esempio dell’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero, «e non considerano chi si trasferisce senza cambiare residenza o senza comunicarlo alle autorità italiane». L’anno scorso l’Aire ha tracciato un identikit degli italiani espatriati: sono oltre 4 milioni, in media quarantenni, senza sostanziali differenze tra uomini e donne.
Quasi la metà ha una laurea o un diploma. L’altra metà no, ed è il segno che l’emigrazione si è estesa – come accadeva decenni fa – alla manodopera.
Lo dimostrano i 3500 italiani che nel 2013 sono emigrati in Cina: imprenditori, laureati ma anche cuochi, attratti dal boom della ristorazione italiana in Oriente che cresce a due cifre.
L’Asia è la nuova frontiera: nell’ultimo anno gli approdi sono cresciuti di quasi il 20 per cento.
Metà di chi scappa si ferma però in Europa, immaginando di poter tornare.
Anche qui però la geografia sta cambiando. Un tempo era la Spagna, invasa negli anni scorsi da 90 mila italiani. Oggi si guarda a Est.
Quasi un contrappasso: siamo noi a emigrare in Romania, Ungheria, Polonia, Russia, a lungo terre di tumultuosi flussi migratori.
Nei primi mesi del 2014 oltre 6 mila italiani sono andati ad abitare a Mosca.
Dal 2011, gli italiani che vivono a Budapest sono decuplicati, da 400 a 4 mila. Una volta sognavano l’Italia.
Oggi siamo noi a bussare a casa loro.
Andrea Rossi
(da “La Stampa”)
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Maggio 29th, 2014 Riccardo Fucile
LO SCOOP DELLA TESTATA FRANCESE “REPORTERRE”: IL DOCUMENTO UFFICIALE DEL COORDINATORE UE DEL CORRIDOIO TORINO-LYON
Completo, segreto, silenzioso dietrofront.
Oltre ad avere quasi dimezzato i finanziamenti alla Tav Torino-Lione, l’Unione Europea ha messo nero su bianco di non farci passare le merci e di utilizzare invece per queste lo storico traforo del Frejus.
Ma proprio il trasporto delle merci doveva essere la pietra angolare della Tav. E’ stupefacente venire a conoscenza di informazioni ufficiali così importanti e che riguardano così da vicino la spesa pubblica italiana con oltre un anno di ritardo e solo perchè le ha rese disponibili on line qualche giorno fa la testata francese Reporterre. Eppure…
Antefatto.
Il traforo ferroviario del Frejus fra Italia e Francia (per i francesi: traforo del Mont Cenis) risalirà pure ai tempi di Cavour, ma è stato ammodernato due anni fa ed è in grado di trasportare anche gli autocarri caricandoli a bordo dei vagoni ferroviari; è usato ben al di sotto delle sue potenzialità ; il traffico merci fra Italia e Francia attraverso il Frejus è in netto calo dal 1997 circa, mentre sembrava in aumento all’inizio degli Anni 90, quando l’Unione Europea ha cominciato a parlare della necessità di costruire un nuovo corridoio ferroviario.
In questo scenario vanno collocate le rivelazioni di Reporterre, che ha messo on line un documento ufficiale firmato da Laurens Jan Brinkhorst, il coordinatore per conto della Commissione Europea del “progetto prioritario 6″, ovvero del costruendo corridoio ferroviario da Lione alla frontiera ucraina.
Il corridoio doveva andare dall’Atlantico a Kiev, ma in Ucraina (con rispetto parlando) non sanno neanche cos’è un treno ad alta velocità ; il Portogallo ha già detto da tempo di no ed ora silenziosamente anche la Spagna si è defilata.
Il documento firmato da Brinkhorst è il rapporto annuale d’attività 2012-13 ed è datato ottobre 2013.
Per quanto riguarda specificamente la Torino-Lione, il suo rapporto — redatto in francese — dice che nel gennaio 2013 si è svolta l’ultima riunione della “plateforme du corridor Lyon-Turin”.
O per lo meno: si è svolta l’ultima riunione prima della redazione del rapporto annuale. La “plateforme” riunisce i soggetti italiani, francesi e dell’Ue coinvolti nella Tav; il summit
ètait centrèe sur la ligne historique et le rà’le qu’elle pouvait jouer comme axe ferroviaire principal entre la France et l’Italie. Les participants sont convenus de la nècessitè de rèactiver la ligne existante pour qu’elle devienne l’axe ferroviaire principal pour le transport des marchandises entre la France et l’Italie. Le point de vue partagè est l’impossibilitè politique de proposer la construction d’une nouvelle ligne sans avoir entrepris tous les efforts possibles pour rètablir la ligne existante comme artère principale de transport après les travaux d’èlargissement du tunnel ferroviaire Frèjus/Mont Cenis
Ovvero: la riunione si è occupata della linea ferroviaria storica (quella dei tempi di Cavour e da poco ammodernata) e del ruolo che essa potrebbe avere come asse principale fra Italia e Francia.
I partecipanti hanno convenuto sulla necessità di riattivare la linea già esistente affinchè diventi l’asse principale del trasporto merci fra Italia e Francia.
Il punto di vista condiviso è l’impossibilità politica di proporre la costruzione di una nuova linea senza intraprendere tutti gli sforzi possibili per ripristinare la linea esistente come la principale arteria di trasporto dopo i lavori di ampliamento del Frèjus-Mont Cenis.
Di questo importantissimo dietrofront emerso durante la riunione della “plateforme” finora non è saputo assolutamente nulla.
Comunque la Francia ha già ufficialmente rimandato a dopo il 2030 (leggi: alle calende greche) il raccordo fra la rete ferroviaria nazionale e il tratto internazionale della Tav Torino-Lione: un tunnel sotto le Alpi di circa 60 chilometri il cui costo è stimato in 8,78 miliardidi euro, per il 58% a carico dell’Italia — così ha stabilito l’accordo con la Francia — anche se la galleria ricade solo per il 20% in territorio italiano.
L’Italia insiste che il tunnel è prioritario.
Ma visto che ora l’Europa dice di non farci passare le merci, per quanti viaggiatori è prioritario andare da Torino a Lione risparmiando un’ora — solo un’ora — di tempo?
E voi spendereste tutto quel denaro pubblico per accontentarli?
(da “blogeko.iljournal.it”)
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