Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
QUARTA FORZA IN EUROPA, I VERDI SI PRESENTANO IN ITALIA CON CANDIDATI TRASVERSALI E SIMBOLI DELLA LOTTA AI VELENI DELL’ILVA
Nell’Italia dove conta più apparire che essere, dove si concede più credito alle parole e alle
promesse che ai fatti concreti, la presenza alle elezioni europee di una lista che punta sui contenuti non dovrebbe passare inosservata.
Invece accade che la nuova aggregazione ecologista “Green Italia – Verdi europei” sia finora snobbata dai media nazionali, pur avendo in sè degli elementi innovatori rispetto ai tradizionali partiti verdi del passato.
In particolare il recupero di temi non solo strettamente ambientalisti ma anche di tutela dei beni artistici del nostro Paese, una modernizzazione green che sappia coniugare tutela ambientale e paesaggistica con occupazione e impresa, elaborando un nuovo modello di sviluppo avanzato che faccia emergere idee e talenti.
La lista è espressione del partito Verde Europeo che rappresenta il quarto gruppo per numero di deputati nel parlamento di Bruxelles.
Nel Meridione spicca la candidatura dell’allevatore tarantino Vincenzo Fornaro che da anni si batte per difendere l’agricoltura e la zootecnia del suo territorio dai veleni dell’Ilva.
Grazie al coraggio e alla determinazione di Fornaro la Procura della Repubblica di Taranto ha scoperchiato il pentolone del malaffare che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio di 53 persone tra cui il presidente della regione Puglia Nichi Vendola, il sindaco di Taranto Stefano e il presidente della Provincia Florido.
Sono presenti anche rappresentanti della battaglia che i campani stanno facendo per bonificare la Terra dei fuochi in nome della conversione ecologica e strategica per far nascere una nuova economia pulita.
Green Italia ricorda come 3,5 miliardi di euro destinati alla conversione industriale in aree in crisi, non sono mai stati utilizzati dall’Italia.
Altro elemento di spicco è il capolista nelle Isole, Fabio Granata, solide radici a destra e da sempre sensibile alla difesa dei beni artistici della Sicilia: “Ci proponiamo come forza in grado di aggregare tutti i siciliani che sono stanchi della rivoluzione di Crocetta promessa e mai avvenuta. Penso al clamoroso voltafaccia sul no ai Muos su cui il presidente ha fatto tutta la campagna elettorale e che ora lo vede fra i sostenitori”.
Punti di forza del programma l’abbandono delle politiche di austerity, la green economy e il rilancio per la Sicilia delle attivita’ legate alla cultura, al turismo, alla bellezza dell’isola.
Un tentativo intelligente di gettare le basi di una forza verde trasversale su un progetto comune.
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
“RENZI PARLA E BASTA, MA GOVERNARE L’ITALIA NON E’ COME FARE TEATRO”
Attore teatrale, drammaturgo, scrittore, Moni Ovadia adesso sta girando come una trottola il Nordovest d’Italia, dov’è candidato alle elezioni europee nella lista «Un’altra Europa con Tspiras»: «Io sono per natura un ribelle, ma stavolta noi rappresentiamo il buon senso; la nostra affermazione sarà utile anche per il centrosinistra, servirà a svegliarlo dal suo torpore».
E domenica Barbara Spinelli e altri candidati della lista saranno a Ventotene, dove vennero confinati dal regime fascista Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, e dove scrissero il manifesto “Per un’Europa Libera e Unita”.
«Il documento politico più attuale che ci sia sull’Europa», assicura Curzio Maltese
Moni Ovadia, nel merito: perchè bisognerebbe votare per voi?
«Siamo l’unico voto utile, perchè nel Parlamento europeo ci saranno due grandi blocchi entrambi non credibili: da un lato i populisti di ogni risma, compresi i neofascisti, tutta gente che ha una sostanziale repulsione per l’Europa; e al centro un grande partitone».
Lei mette insieme i popolari e i socialisti?
«Governano insieme, in Italia e in Europa. Una Grosse Koalition ogni trent’anni ci può stare, ma quando diventa routine provoca un cortocircuito nella dialettica democratica. Senza contare che questo partitone è liberista, vota provvedimenti da macelleria sociale».
E voi siete l’alternativa a entrambi questi blocchi…
«Non imboccheremo mai la deriva populista, non abbiamo la vocazione a farci bypassare dagli elettori».
Questa è per Renzi?
«Ovvio. Mi spiace dirlo, ma tecnicamente Renzi è un notorio bugiardo, ha mentito ai suoi elettori e al suo Paese, quando giurava che non sarebbe andato a Palazzo Chigi senza passare dal voto».
Lei però nel 2006 è stato eletto consigliere comunale a Milano con il Pd…
«Mi ero detto: vuoi vedere che il progetto di Veltroni ci porta fiori dalla palude? E invece subito dopo le elezioni è cominciato il balletto con Berlusconi: un suicidio politico, e Renzi sta facendola stessa cosa».
E adesso ha scelto Tsipras.
«Candidarmi mi è già costato tre spettacoli, per via della par condicio. Non ci guadagno niente,anzi ci rimetto. Ma lo faccio molto volentieri».
Lei ha dichiarato che, una volta eletto, rinuncerà al seggio a Bruxelles. Perchè?
«L’ho detto prima che cominciasse la campagna elettorale, non voglio fare da specchietto per le allodole. Come la Spinelli e Prosperi, mi sono messo in lista per sostenere un’idea in cui credo molto, per dare una mano a un progetto. E senza avere ambizioni personali».
Come sta impostando la campagna elettorale?
«C’è un tema che più di tutti mi sta a cuore: il lavoro. Il centrosinistra parla di flessibilità , e il risultato per l’occupazione è zero. Noi vogliamo che per creare lavoro l’Europa investa cento miliardi l’anno per dieci anni. Siamo anche per una Costituzione votata dai cittadini e per costruire in tempi brevi l’unità politica dell’Europa».
Non teme che quest’avventura sarà un altro buco nell’acqua per la sinistra radicale?
«Il nostro è un progetto europeo che ha una sua forza, per questo mi sono candidato. E al centro del progetto c’è Tsipras: in Grecia ha dimostrato che un partito di sinistra-sinistra può diventare maggioranza».
Dunque è ottimista sul risultato?
«Forse riusciremo a essere il terzo schieramento, io ci credo. E in Italia andremo ben oltre il quattro per cento».
Che cosa glielo fa pensare?
«Il paese è troppo conciato. E Renzi sta facendo il gioco delle tre carte, lo stesso di Monti e di Letta. Il premier parla bene, ma – lo dico da esperto e con verve – governare l’Italia non è come fare teatro».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
IL VICECOMMISSARIO ROBERTO MANCINI, 54 ANNI, È DECEDUTO IERI… PER ANNI HA SCRITTO RELAZIONI E PERIZIE SULLO SMALTIMENTO DI RIFIUTI NEL NAPOLETANO
“Venerdì stavo morendo. I medici hanno avvisato mia moglie che probabilmente non avrei
superato la nottata, ma grazie anche a tutti voi ce l’ho fatta. Per ora”.
È l’ultimo messaggio “postato” sulla sua pagina Facebook da Roberto Mancini il 14 aprile scorso.
Roberto è il poliziotto, vicecommissario, che per primo ha indagato sulla Terra dei Fuochi.
Ieri ha perso la sua battaglia più importante, quella contro il tumore che da anni gli divorava la vita.
Poliziotto fino in fondo, Roberto Mancini fu chiamato dalla Commissione di indagine sul ciclo dei rifiuti a metà degli anni Novanta. Girò le terre della Campania dove il clan dei “casalesi” era padrone del business monnezza e affondò mani e piedi, e non è una metafora, in terreni contaminati dal morbo.
Le discariche del broker dei rifiuti Cipriano Chianese, quelle dove erano sepolti i fanghi della bonifica dell’Acna di Cengio, i fossi dove erano stati interrati rifiuti nucleari. Roberto era un vero segugio e produsse informative di centinaia di pagine che si rivelarono preziose per il lavoro della Commissione e per l’azione della magistratura.
“Nel 1996 portammo il pentito Carmine Schiavone in volo sul casertano — ha raccontato nelle interviste che ultimamente concedeva alle tv di mezzo mondo — individuammo un allevamento di bufale i cui terreni erano contaminati. Sequestrammo cinque siti, a distanza di due ore la camorra ci bloccò la strada che portava in quei luoghi con cumuli di monnezza. Sapevano tutto, erano potentissimi. Interravano i rifiuti a 20 metri, ma i carotaggi sono stati fatti a sette metri, dove c’era solo terra di riporto”.
Roberto Mancini ha sempre detto che i magistrati che indagavano sul business rifiuti erano entusiasti delle sue informative, ma poi quei dossier vennero chiusi in un cassetto.
“Ne persi le tracce fino al 2010 quando la Dda di Napoli mi convocò come testimone”.
Un lavoro duro, che a Roberto è costato la vita. Un lavoro che per lo Stato non esiste. “Mi hanno riconosciuto — diceva Roberto — un equo indennizzo (e rideva quando pronunciava l’aggettivo “equo”, ndr) di 5 mila euro”.
Una miseria, certamente molto meno dei soldi che negli anni delle eterne emergenze rifiuti in Campania hanno guadagnato consulenti, prefetti, viceprefetti, commissari che poco o nulla capivano, infilati nei Commissariati straordinari.
Gente che si è arricchita, politici trombati che hanno ricostruito la loro carriera politica.
“Ho passato la vita a combattere la criminalità organizzata”, disse Roberto in una intervista a Servizio pubblico, “ora passerò i giorni che mi restano a combattere lo Stato”.
Quello Stato che non gli riconosce il lavoro svolto per una importante Commissione del Parlamento italiano. Per questa ragione gli amici di Roberto, poliziotti, attivisti dei movimenti ambientalisti, giornalisti, gente comune, si sono mobilitati e hanno lanciato una petizione su Change.org   che ha già raccolto cinquantamila firme.
L’obiettivo è il giusto riconoscimento del lavoro svolto da un funzionario di polizia onesto e capace.
Roberto Mancini lascia una moglie e una figlia giovanissima.
I funerali del vicecommissario si svolgeranno sabato 3 naggio a Roma alle 11:30 nella Basilica di San Lorenzo.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
COME IL PD, PER ALLARGARE IL CONSENSO, HA DOVUTO ASSUMERE ALCUNI VALORI DI BERLUSCONI
Quando l’esperienza storica del cosiddetto socialismo reale si era ormai esaurita con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, alcuni storici tra cui David Sassoon, nella scia di riflessioni acute dovute a Hobsbawm, formularono una interessante diagnosi: che cioè il più importante risultato, soprattutto in Europa, del socialismo reale, era stata la nascita a Occidente dello «Stato sociale».
Era stata quella la risposta quasi obbligata, e alla fine vincente, alla sfida «rivoluzionaria», nella contesa tra i due sistemi che divisero l’Europa in due campi per tantissimo tempo.
Era accaduto cioè che, nei Paesi nei quali l’esperienza comunista avviatasi nel 1917 era parsa per un certo tempo attraente e quasi vincente ma da un certo punto in poi declinante, furono nondimeno assunti orientamenti che miravano a togliere terreno all’avversario, ma al tempo stesso modificavano l’assetto economico e sociale: per l’appunto lo «Stato sociale».
In un certo senso si trattava di un successo del sistema sconfitto ma che era nondimeno riuscito a modificare l’avversario. (Non a caso da anni in Occidente — scomparsa l’esperienza del socialismo reale — si mira sempre più a mettere in discussione e possibilmente demolire lo «Stato sociale». Ma per fortuna la partita è ancora aperta).
Questo modello, che Arnold Toynbee avrebbe definito «sfida e risposta», lo si può osservare, nel più piccolo contesto della realtà italiana dell’ultimo tempo, nel curioso fenomeno del grande successo e apprezzamento che l’attuale presidente del Consiglio consegue presso il più autorevole esponente del centro destra, il leader storico e tuttora operante di Forza Italia.
Lunedì sera la emittente televisiva LA7 ha trasmesso un’intervista al leader di Forza Italia, concessa al giornalista Formigli, in cui campeggiava la reiterata domanda «Renzi le piace?» e la esplicita dichiarazione dell’anziano leader: «Renzi starebbe bene in Forza Italia»
Non giova lasciarsi andare a moralismi: si tratta invece di valutare un’opinione degna di attenzione e di estremo interesse.
È questa infatti la principale vittoria conseguita dal leader del centro destra. Egli ha ottenuto che il Partito democratico, per riuscire finalmente a conseguire (questo per lo meno attualmente si pensa) un consenso significativo, per riuscire insomma a «sfondare », ha dovuto, nella persona del suo attuale leader, assumere i valori fondamentali della parte avversa.
Grande Toynbee.
Luciano Canfora
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
LA RICCHEZZA, IN MANO ALLA FINANZA E INDIPENDENTE DAL LAVORO, DIVISA TRA POCHI…GLI ALTRI A STRAPPARSI UNA FETTA DI PANE NELLA QUOTIDIANA GUERRA TRA POVERI
La vignetta di Altan di oggi ci dice perfettamente dove ci hanno portato questi ultimi trent’anni:
alla nostalgia del lavoro.
Mi viene da dire: alla nostalgia della schiavitù, della fatica, dello sfruttamento. Perchè questo è stata (e dove resiste è ancora) la fabbrica.
Già . Quando arrivò il profetico libro di Rifkin, tutti ci dicemmo: interessante, illuminante, ma poi? Ma dopo?
Non immaginavamo che il dopo sarebbe stato una società in cui la ricchezza (finanziarizzata e quindi diventata in buona parte una variabile indipendente dal lavoro) proprio per questo si sarebbe concentrata nelle mani di così pochi, mentre tutti gli altri stanno a strapparsi i pezzettini dell’altra fetta, quella ancora prodotta dal lavoro.
E non immaginavamo quindi che sarebbe scoppiata anche questa guerra atomizzata tra poveri, fra chi un lavoro ce l’ha decente, chi ce l’ha indecente, chi ne non ce l’ha proprio, chi ce l’ha ogni tanto, e così via.
Perchè questo è il nostro presente, per chi non se ne fosse accorto: una piccolissima fetta di popolazione che del lavoro se ne può fottere altamente, perchè il suo patrimonio lo coltiva altrove; e un’enorme fetta che si ammazza sui brandelli del lavoro che resta.
Dividendosi per questo, politicamente, da una parte in “sinistra e sindacato” (quelli che vogliono proteggere il poco che ancora hanno, compreso il proprio pur merdoso posto di lavoro) e dall’altra parte in “populisti e anti sistema” (quelli che non hanno nulla da salvare perchè rimasti esclusi anche dalla spartizione delle briciole di lavoro rimaste).
Qui siamo. E da qui c’è molto, anzi tutto, da fare, da elaborare, da rovesciare come un calzino.
A meno che, naturalmente, non ci piaccia una società dove l’uno per cento ha tutto senza lavorare e il 99 per cento combatte selvaggiamente per dividersi il lavoro che resta, cioè sempre meno.
Buon Primo maggio a tutti.
(da gilioli.blogautore.espresso)
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