Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
QUESTI SONO I DATI UFFICIALI DEL MINISTERO DELLE FINANZE, MA IL BAMBOCCIO CONTAPALLE NON HA L’ONESTA’ DI AMMETTERE IL SUO BLUFF
“I soldi ci sono, e quindi l’impegno a pagare i debiti 2013 entro il 21 settembre è mantenuto”. Così il
premier Matteo Renzi, intervistato al Tg2, sui debiti della pubblica amministrazione. “Tutti coloro che devono avere dei soldi dalla P.a. – ha spiegato Renzi – possono averli iscrivendosi al sito del ministero dell’Economia. Chi va sul sito del governo trova la pratica per ricevere i denari”.
Eppure, secondo i dati, a oggi – giorno della scadenza della promessa del premier di ripianare tutti i 60 miliardi della pubblica amministrazione – solo la metà dei soldi sono arrivati a destinazione.
Tant’è che Giorgio Squinzi ha spiegato che “le imprese italiane sono in difficoltà e io sono assolutamente convinto, e con me il Centro studi di Confindustria che soprattutto un intervento di detrazione dell’Irap avrebbe fatto ripartire la manifattura. Ma il problema non è solo il costo del lavoro, perchè le imprese sono in difficoltà anche per i debiti non pagati dalla Pa”.
Così, mentre Renato Brunetta parla di “bugie che ci portano verso il baratro” e Maurizio Gasparri di un “san Matteo che non ha fatto i miracoli”, è Beppe Grillo a sferrare l’attacco più deciso: “Non ci sono santi che tengano. Ecco l’ennesima bugia del nostro premier che, balla dopo balla, ci sta portando verso il baratro. Nel salottino di Bruno Vespa, a marzo scorso, Renzi aveva promesso che avrebbe liquidato entro oggi (giorno di San Matteo) gli oltre 60 miliardi di pendenze arretrate delle pubbliche amministrazioni. Basta farsi un giro sul sito del Mef o leggere i giornali per scoprire che siamo a circa 30 miliardi effettivamente erogati. Tra l’altro si tratta di soldi in gran parte stanziati dai governi precedenti, per cui i meriti di Renzi sono pressochè pari a zero. Ora siamo curiosi di sapere se il capo del governo smaltirà qualche chilo andando a piedi in pellegrinaggio a Monte Senario”.
Così, a fine serata, Palazzo Chigi è costretto a diramare una nota: “Grazie all’accordo tra governo, banche e Cdp, lo Stato si è messo nelle condizione di pagare tutti i debiti” della Pa. È dunque è corretto sostenere che la sfida di liberare risorse per pagare tutti i debiti Pa è vinta”.
Se ancora non tutti i debiti sono stati pagati è responsabilità della procedura, viene spiegato, perchè le risorse per il pagamento sono state messe a disposizione.
Entro il 21 settembre abbiamo messo a disposizione i soldi per pagare tutti i debiti di parte corrente”.
Ma qui sta la menzogna: i soldi cui si riferisce il comunicato sono i 30 miliardi, peccato che i debiti siano almeno il doppio.
Pronta la replica della Cgia di Mestre che aveva sollevato il caso.
“Forse i suoi collaboratori non l’hanno informato bene: ma sui debiti della Pa le cose, purtroppo per le imprese, non stanno come ha affermato. Il problema non è quanti soldi sono stati messi a disposizione, ma conoscere quanti soldi sono stati pagati alle imprese rispetto al debito complessivo accumulato in questi anni dalla Pa nei confronti dei fornitori”, fa sapere il segretario del’associazione, Giuseppe Bortolussi. “Tra il 2013 e il 2014 gli ultimi esecutivi hanno messo a disposizione 56,8 miliardi di euro. Al 21 luglio scorso, ultimo dato aggiornato, sono stati pagati 26,1 miliardi. Pertanto, l’incidenza dei pagamenti effettuati sul totale dei soldi messi a disposizione è pari al 46 per cento. Stando alle affermazioni rilasciate la settimana scorsa dal ministro Padoan, la Pa, dal 21 luglio ad oggi, avrebbe pagato altri 5/6 miliardi. Se li aggiungiamo ai precedenti, entro il 21 settembre dovrebbero essere stati onorati 32 miliardi di euro circa, ovvero il 56,3%. Delle risorse messe a disposizione”, ribadisce sottolineando che il problema non è quanto la Pa ha pagato sul totale dei soldi messi a disposizione, ma quanti soldi sono stati dati alle aziende sull’ammontare complessivo del debito contratto dallo Stato nei confronti delle imprese.
“E’ questo il nodo da sciogliere — prosegue Bortolussi — Renzi ci può dire a quanto ammonta lo stock del debito? La verità è che non lo sa lui e nemmeno il ministero dell’Economia. Gli unici che l’hanno stimato sono i ricercatori della Banca d’Italia“.
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Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
I PAESI DEL NORD BLOCCANO IL SISTEMA EUROPEO DI SOSTEGNO… E L’ITALIA HA PRESENTATO IL PIANO ALTERNATIVO CON MESI DI RITARDO
Dopo una lunga carriera come maestra, di recente Cristina Danese ha iniziato a notare qualcosa che le ricorda l’infanzia: bambini affamati fra i banchi di scuola, a Milano. Quello che questa insegnante non sa è che la malnutrizione che grava su milioni di persone nell’Italia del 2014 non è solo frutto della crisi più lunga nella storia nazionale.
È anche uno scandalo politico, consumato nel silenzio, che chiama in causa molti protagonisti: la burocrazia e il governo, lenti nel chiedere a Bruxelles le centinaia di milioni di euro che spettano all’Italia per la lotta contro la fame; il governo precedente, che ha dedicato poco più che spiccioli all’emergenza alimentare proprio mentre questa stava esplodendo e gli aiuti europei stavano per bloccarsi; e il governo di Berlino, impegnato a decurtare ogni sostegno della Ue agli indigenti nel momento in cui l’Europa brucia nella recessione e nei sacrifici chiesti ai cittadini per uscirne.
Cristina Danese vive a Milano dal 1960, quando arrivò dal Veneto più o meno alla stessa età che hanno i suoi allievi di quest’anno.
E poichè ricorda la cocente vergogna di sua madre quando lei al mattino doveva andare a scuola senza aver cenato la sera prima, cerca di muoversi con tatto.
Dalla mensa dell’istituto Rodari di Greco, a Milano, ogni giorno ha iniziato a riportare in classe sacchetti di pane e frutta e li offre in modo casuale.
«Sono avanzati — dice — qualcuno li vuole portare a casa?».
Sa che sempre gli stessi quattro, tutti figli di italiani, alzeranno la mano
Mille chilometri più a sud il 2014 invece era iniziato bene per Rosetta De Luca, di Cosenza.
Aveva presentato domanda per una casa popolare nel 1985 e quest’anno finalmente il Comune l’ha chiamata per darle l’appartamento dove ora vive con tre dei suoi cinque figli. È a due passi dal magnifico Duomo medievale.
Subito dopo però si è presentato un problema: improvvisamente la signora De Luca ha smesso di ricevere i pacchi del Banco alimentare, la più grande piattaforma italiana di distribuzione di cibo agli indigenti.
Di solito le buste contenevano pasta, legumi, biscotti, olio, sugo, latte.
Per una disoccupata di 48 anni come la signora De Luca, con due figli grandi ma senza lavoro, nessun diritto a un sussidio e una bambina di dieci anni, quelle consegne rappresentavano metà della dieta quotidiana.
«Magari mangiavo una volta al giorno — dice — ma i miei figli sempre due».
Poi sono iniziati i quattro mesi durante i quali non ha visto nemmeno un pacco, spiega sedendo al caffè dietro la cattedrale. Sua figlia Chiara la ascolta concentrata, assaporando un gelato alla nocciola.
«Carne è una vita che non ne mangio e lei anche — aggiunge, indicandola con lo sguardo — Ci farebbe bene, siamo anemiche».
La fame in Italia nel 2014 è un’epidemia non vista, ma non invisibile.
È una piaga evitabile, ma non evitata: a Roma, a Bruxelles e a Berlino ha radici e omissioni che vanno aldilà del disastro che sta rendendo l’economia italiana oggi di 230 miliardi di euro più piccola di come sarebbe se tutto fosse continuato al ritmo, lento, tenuto dal Paese fino al 2007.
Nella richiesta di aiuti che il governo ha spedito a Bruxelles questo mese si legge: «La quota di individui in famiglie che non possono permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni è cresciuta dal 12,4% del 2011 al 16,8% del 2013». Quest’anno sta salendo ancora, stima il Banco alimentare. Sono i numeri di un collasso consumato nella distrazione del resto del Paese: secondo l’Istat le persone in povertà assoluta in Italia, cioè incapaci di sostenere la spesa minima mensile per alimentazione, casa, vestiti, sono passate da 2,4 milioni del 2007 a sei milioni nel 2013. Praticamente nessuno di loro è stato raggiunto dal bonus fiscale da 80 euro al mese deciso dal governo.
Secondo l’Agea, l’agenzia del governo per l’aiuto alimentare, gli assistiti con cibo in Lombardia sono aumentati del 26% in quattro anni a 330 mila del 2013: insieme farebbero la seconda città della regione dopo Milano.
Nel Lazio sono 425 mila, più 30% nello stesso quadriennio.
E l’anno scorso il Banco alimentare, che copre meno di due terzi degli assistiti in Italia, ha dato da mangiare a duecentomila bambini fra zero e cinque anni: è il doppio rispetto al 2007, in un’età durante la quale la malnutrizione può imprimere danni irreversibili allo sviluppo mentale.
Chiara, figlia di Rosetta De Luca, a scuola ha ottimi voti e da grande vuole fare la maestra. Ma non è difficile capire perchè sua madre ha smesso di ricevere gli aiuti e ora la manda a scuola senza poterle dare proteine a sufficienza.
In tutt’Italia le scorte sono sparite, proprio ora che servirebbero di più.
Il magazzino del Banco alimentare della Calabria è quasi completamente vuoto. «Abbiamo dovuto dimezzare quantità e frequenza delle distribuzioni mentre le richieste continuano ad aumentare — dice Giovanni Romeo, il responsabile — Per soddisfare la domanda per intero, dovrei avere almeno tre volte tante risorse».
Mentre Romeo parla, una mattina di fine settembre, un muletto sta caricando un pianale di pesche nettarine che erano destinate alla Russia ma ora sono bloccate dalle sanzioni.
In un angolo si notano scatole di biscotti con le dodici stelle dell’Unione europea e la scritta: ”Aiuto Ue. Prodotto non commerciabile”.
Presto finiranno anche queste, perchè le provviste di quest’anno sono falcidiate da una vicenda che ha molti responsabili in Italia e in Europa e pochi innocenti.
Dal 1987 l’aiuto alimentare nell’Unione europea era assicurato dalla Politica agricola comune. Bruxelles comprava le eccedenze, o sussidiava una produzione supplementare, e distribuiva gratis le derrate ai ministeri dell’Agricoltura, i quali a loro volta le passavano alle associazioni caritative.
Questo sistema si è interrotto per una sentenza della Corte di giustizia europea nel 2011 prodotta da un ricorso contro gli aiuti presentato dalla Germania e sostenuto da Svezia, Austria, Olanda, Gran Bretagna, Danimarca, Repubblica Ceca.
Come si nota dalle dichiarazioni alla Corte, rese nel momento più drammatico della crisi del debito, questi governi hanno sostenuto che l’aiuto alimentare agli indigenti non spetta all’Europa ma ai singoli governi e agli enti locali con i propri cittadini: ciascuno faccia da sè, con i propri sistemi di welfare state.
Negli Stati Uniti alla Grande depressione degli anni ’30 si rispose con i “Food Stamps”, i buoni che ancora oggi garantiscono che chiunque abbia almeno da mangiare.
L’Italia oltre 80 anni dopo non ha niente del genere, il sostegno agli indigenti può essere zero, e l’Europa ha risposto alla Grande Recessione con una lite sul cibo in Corte di giustizia.
Il programma contro la fame è stato cancellato dalla sentenza di Lussemburgo ma, nella distrazione generale, lo scontro è proseguito.
Riducendo altri piani, a parità di spesa totale, la Commissione europea ha ricavato spazio per gli aiuti alimentari nei fondi strutturali.
Anche questa proposta è stata bloccata dalla coalizione dei Paesi nordici, Germania in testa, poi si è trovato un compromesso: da quest’anno fino al 2020 ci saranno 3,5 miliardi di euro per il sostegno materiale ai poveri, di cui circa 90 milioni l’anno per l’Italia, e ogni governo provvederà a usarli per comprare beni come cibo, vestiti, libri scolastici; ma i Paesi che hanno già un welfare nazionale efficiente, quelli del Nord, potranno in parte spenderli in modo diverso.
È qui che gli intoppi della politica e della burocrazia in Italia hanno prodotto un passaggio a vuoto in cui, quasi certamente, quest’anno milioni di persone (4 si stima) si sono viste ridurre i pacchi alimentari o le porzioni alle mense di carità .
Il vecchio sistema europeo di aiuti in natura infatti è stato chiuso con la fine del 2013, quello nuovo di aiuti finanziari è uscito in Gazzetta Ufficiale della Ue il 12 marzo 2014. Ora spettava al ministero del Lavoro presentare subito un “piano operativo” a Bruxelles sull’impiego di questi fondi, in modo da poterli ricevere al più presto. Il tempo conta.
Per evitare un arresto del flusso di cibo agli indigenti, la Francia per esempio ha preparato il proprio programma già da fine 2013, lo ha subito presentato ed è partita con gli anticipi di cassa, senza interruzioni. Anche Paesi con problemi di povertà come la Polonia ha mandato i piani a Bruxelles in tempi stretti.
In Italia invece si è costituito un “tavolo” a fine aprile guidato da Giuliano Poletti, il ministro del Lavoro, con sindacati, enti caritativi, Regioni, grandi città , l’associazione dei Comuni e vari altri soggetti.
La disponibilità di cassa e non più di pasta, scatolame o biscotti dall’Europa aveva prodotto una novità : le amministrazioni più a corto di soldi per l’assistenza sociale, Comuni come Palermo, Genova o Napoli, per la prima volta si sono messi a competere con gli enti caritativi per ricevere e intermediare i sussidi di Bruxelles.
Questa concorrenza per le risorse ha ritardato tutto e il flusso di aiuti dall’Europa, cioè gran parte del cibo per milioni di poveri in Italia, si è interrotto.
L’Italia non è il solo caso in Europa, è vero, anche se pochi altri Paesi hanno una simile crescita della povertà .
Il blocco dei sussidi era talmente prevedibile che il governo di Enrico Letta aveva persino creato un fondo per garantire gli approvvigionamenti di quest’anno, ma non è servito: la Legge di stabilità lo finanzia con appena 10 milioni, un decimo delle somme necessarie.
Ora il piano italiano, dopo una riscrittura in estate, è definitivamente partito per Bruxelles a inizio settembre.
Gli anticipi di cassa sono scattati da agosto ma servono ancora i bandi e gli appalti per prodotti come pasta o zucchero.
I primi alimenti per chi ne ha urgente bisogno arriveranno non prima di fine novembre, nove mesi in ritardo
Nel frattempo Giovanni Romeo, a Cosenza, raziona le dosi dal suo deposito: per i suoi 135 mila assistiti, ha scorte in media per un giorno.
«Qui non c’è uno tsunami o una bomba d’acqua — osserva nel magazzino vuoto — ma un silenzio assordante».
A Milano, zona Gratosoglio, una madre di sei figli, Nunzia Pollo, 36 anni, disoccupata come il marito, riceve aiuti solo grazie a Carlo Marnini, un imprenditore del quartiere che raccoglie in proprio prodotti in dono dai clienti negli alimentari della zona.
Marnini riesce a rifornire solo metà delle 160 famiglie che gli chiedono soccorso, dice, dunque decide lui chi gli sembra più bisognoso.
Nunzia Pollo per esempio riceve solo un assegno da 900 euro ogni sei mesi dal Comune, nient’altro: cassa integrazione, assegno di mobilità o social card sono scadute o sono state rifiutate.
Questa donna va fuori di sè quando vede che il camion del Banco alimentare porta cibo al convento vicino a casa sua, dove vivono alcuni rifugiati dalla Siria e degli stranieri arrivati da Lampedusa. «Questa cosa arrivo a odiarla», confessa.
Anche Cristina Danese, la maestra della Rodari di Milano, sa che la fame può diventare incendiaria se si presenta un politico pronto a usarla per i propri fini.
Distribuendo alle famiglie degli allievi il cibo della mensa di scuola, Danese viola la legge.
Non è la cosa che la preoccupa di più: «Aspetto solo che qualcuno mi denunci».
Federico Fubini
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Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
E TORNA LO SPETTRO DELLA SCISSIONE: “GLI ELETTORI CI HANNO VOTATO PER UN PROGRAMMA CHE NON PREVEDEVA UNA POLITICA DI DESTRA”
La minoranza del Pd ha letto la mail di Renzi come una dichiarazione di guerra. 
«Dica quello che crede. Su questo piano io non mi ci metto», sibila Pier Luigi Bersani in una versione insolita: è furioso.
Il modo — un messaggio agli iscritti del Pd per additare i compagni di partito come nemici del partito e del Paese, le parole durissime contro «la vecchia guardia» che ha preso il 25 per cento e ora vorrebbe riconquistare il Pd sono il «piano» che ha offeso non solo Bersani ma tutto il blocco di opposizione al Jobs Act.
È già cominciata la conta, antipasto della battaglia.
Fra deputati e senatori la componente bersaniana unita alle altre anti-Renzi, può contare all’incirca su 110 dissidenti.
Martedì si riuniranno, dopo il vertice che vedrà allo stesso tavolo Fassina, Cuperlo, Bindi, Civati.
L’ex sfidante delle primarie pronuncia chiaramente la parola che altri non vogliono nemmeno sentire, ma che in caso di scontro nessuno può escludere.
«Se Renzi pensa di andare alle urne sulla riforma del lavoro credo che troverà una nuova forza di sinistra in campo – dice Pippo Civati –. È uno choc, lo capisco. Ma il fantasma della scissione aleggia e non solo dalle mie parti».
Stefano Fassina aiuta a capire qual è la strada che sta imboccando il Pd.
Ed è una strada che a un certo punto si divide in due.
«La posta in gioco è un partito progressista utile all’Italia o un PdR, ossia il partito di Renzi, incapace di un cambiamento progressivo», spiega l’ex viceministro. Lui ha già scelto, sa bene come comportarsi se il premier non tornerà indietro.
«Ho vinto le parlamentarie grazie a migliaia di consensi. Il mio mandato di deputato è chiaro: votare riforme diverse da quelle della destra come invece vorrebbe Renzi. La direzione può decidere ciò che vuole. Per me è prioritario l’impegno che ho preso con gli elettori».
Ecco, come in una fotografia, i contorni della spaccatura.
Il bersaniano Alfredo D’Attorre fa i conti: alla riunione convocata martedì dovrebbero essere presenti 110 parlamentari.
Tutti potenziali voti contrari alla riforma dell’articolo 18, se l’atteggiamento di Fassina sarà maggioritario. «Non voglio sentire richiami alla disciplina di partito da Renzi. Non può dare lezioni. Ricordo bene che fu lui a sabotare l’indicazione a maggioranza di Marini per il Quirinale. Con una pubblica dichiarazione », ricorda l’ex viceministro.
L’ipotesi scissione diventa tanto più concreta quanto più aumentano i sospetti sul vero obiettivo del premier.
«Penso che la sua sia una manovra politica. Andare alle elezioni accusando il Parlamento di impedirgli la rivoluzione del Paese», dice Fassina.
Ma proprio per questo la minoranza cerca di evitare strumentalizzazioni.
«Renzi sta trasformando un problema serio in un referendum. O me o Bersani e la Camusso. Ma non è questo il punto », dice D’Attorre.
Dice Civati: «Matteo ha grossi problemi con la legge di stabilità . Non sa dove trovare i soldi e in Europa non ha ottenuto niente. Allora prende tutti a pallonate e nasconde il suo fallimento».
Adesso la minoranza vuole organizzarsi, con alcuni argomenti a favore e a sfavore.
Sa che la Cgil è impopolare in larghi strati della società . Sa anche che il tema «vecchia guardia » può avere una certa presa.
Ma userà la legge delega per sostenere le sue tesi. «Lì l’articolo 18 non c’è e quel testo l’ha scritto il governo, non io», ricorda Fassina.
«Renzi era a favore del modello tedesco, ora ha cambiato idea. Noi presenteremo al Senato e alla Camera emendamenti che vanno verso quel modello e verso l’estensione degli ammortizzatori ai precari».
Il vertice di martedì serve anche a saldare la sfida sul Jobs Act alle proposte sulla Finanziaria, «il punto debole della strategia renziana», dicono gli oppositori.
La successiva riunione dei parlamentari dovrà fornire la consistenza della «fronda». Senza rinunciare alla battaglia nella direzione del 29 settembre. «Finora in quella sede non ci siamo mai contati davvero. Lo faremo questa volta. E se i contrari alla riforma del lavoro saranno il 40 per cento, Renzi dovrà scendere a patti», dice un bersaniano. Volutamente i giovani turchi di Matteo Orfini non stati invitati a questi appuntamenti. «Gliel’avevo detto — sottolinea Civati – . Il renzismo è totalizzante. È impossibile fare la sinistra di Renzi. Anche perchè uno dei suoi obiettivi è ammazzare i “comunisti”».
Sullo scontro peserà molto la possibile alternativa al governo attuale, che al momento non si vede.
Se l’obiettivo nascosto è il voto in primavera la minoranza sarà costretta a muoversi con maggiore cautela.
Renzi del resto in privato ammette: «Voglio arrivare al 2018. Ma l’approvazione dell’Italicum mi può servire come strumento di pressione…».
Perchè non è solo Civati a pensare che il premier punti alla soluzione finale: cancellare la componente ex Ds dal Pd.
Goffredo De Marchis
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Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
GLI STRILLONI ERANO STUDENTI: “CI PAGAVAMO LE SIGARETTE, CI SVEGLIAVAMO ALL’ALBA, AL MASSIMO SI GUADAGNAVA 400 EURO AL MESE”
Dieci società in trent’anni e appena un dipendente a tempo indeterminato: il figlio Matteo.
Della vita imprenditoriale di papà Tiziano Renzi, ora sotto la lente degli inquirenti di Genova che lo hanno indagato per la bancarotta della Chil Post, colpisce anche la gestione del personale.
Dal 1984 a oggi, le dieci società che impegnano Renzi senior fanno uso quasi esclusivo di lavoratori atipici.
Anche le sorelle di Matteo, del resto, sono tuttora inquadrate nell’azienda di famiglia, la Eventi 6, con contratti co.co.co.
E l’attuale premier è stato regolarizzato appena una settimana prima della candidatura alla poltrona sicura di presidente della Provincia di Firenze così da vedersi versare i contributi previdenziali prima da Palazzo Medici Riccardi e, una volta diventato sindaco, da Palazzo Vecchio.
Lui si è affidato alla politica, mica ai sindacati.
Nei capannoni renziani nessun problema di licenziamenti per l’articolo 18, picchetti per la tutela dei diritti, cause di lavoro e via dicendo.
Tutto dribblato alla radice.
E ora, da premier, Renzi junior vuole adottare il Jobs act, una riforma del lavoro che secondo Cgil, Cisl e Uil cancella un paio di secoli di lotte.
Lui difende la sua creatura. E attacca. “A quei sindacati che vogliono contestarci io chiedo: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario?”. Insomma è colpa dei sindacati se l’esercito più numeroso d’Italia, dopo i pensionati, è quello dei precari.
Una convinzione forse maturata vedendo le attività del padre. Proprio sui contratti atipici, infatti, sembra fondarsi il Tiziano Act.
E le società di Renzi senior, per quanto rimanessero in vita spesso meno di due anni, avevano comunque un’attività importante.
Alcune hanno registrato anche risultati economici di rilievo. Come la Chil Post che nel 2009 supera i 4 milioni di euro di fatturato o la Mail Service che nel 2006, prima di essere ceduta, chiude il bilancio indicando nello stato patrimoniale un attivo di 4 milioni.
La Uno Comunicazione e la Arturo, società attive tra il 2002 e il 2008, registrano rispettivamente ricavi di 458 mila e 954 mila euro.
Insomma le aziende di lavoro ne hanno. In settori per lo più legati all’editoria: distribuzione di giornali e volantini, attività di marketing e promozione di iniziative specifiche legate a determinati prodotti, solitamente allegati alle riviste.
Attività che richiedono dunque molta manodopera.
Lo stesso Matteo Renzi, prima di darsi alla politica, lavorava alla Chil Post e consegnava il materiale da distribuire in vari punti di Firenze agli strilloni. In gran parte studenti universitari. Giovani.
In città molti hanno collaborato con la Chil, alcuni sono poi diventati giornalisti di testate locali. Quelli che abbiamo rintracciato ci hanno concesso il ricordo di quell’esperienza in cambio dell’anonimato.
“Era faticoso perchè ci svegliavamo all’alba, ma per il resto era il classico lavoro da studenti e ci ripagavamo sigarette e qualche uscita di sera”. Il contratto era atipico.
Lo stipendio più alto ricevuto? “400 euro, mi sembra di ricordare, su un annetto buono di lavoro”.
Quantificare i contratti atipici firmati da Tiziano Renzi è impossibile.
Ma dai bilanci e dalle visure risulta che ha firmato un solo tempo indeterminato, al figlio Matteo.
Dalla prima società , la Speedy, creata nel luglio 1984 e poi liquidata nel 2005, alla Chil Post, ultima azienda di cui il padre del premier è stato titolare.
Nel 2007 figurano tre “addetti” alla Arturo, indicati dalla Camera di Commercio come dato “ufficioso”.
La società gestiva un forno e la compravendita di beni alimentari, attività che possono essere svolte solo con l’impiego di alcune specifiche figure professionali.
Lo dice la legge, in effetti, mica i sindacati.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
IL MODELLO RESTA SUO PADRE: IN TRENT’ANNI TITOLARE DI DIECI AZIENDE E UN SOLO DIPENDENTE: MATTEO
Cari fans, come ho detto nel videomessaggio di venerdì ai sindacati, noi non siamo interessati a uno
scontro ideologico sul passato, perchè non ci preoccupiamo della Thatcher, ma di Marta e di Giuseppe.
L’articolo 18 garantisce lavoro a chi già ce l’ha e non a chi non ce l’ha, creando cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Per colmare questa diseguaglianza inaccettabile, noi potremmo fare qualcosa per garantire il lavoro anche a chi non ce l’ha, ma sarebbe banale.
Perciò preferiamo battere la strada più originale e innovativa: garantire a chi ha un lavoro la certezza di perderlo quanto prima, anche senza giusta causa.
Del resto, chi siamo noi per giudicare sulla giustezza di un licenziamento?
Mica possiamo costringere un datore di lavoro a tenersi un lavoratore che gli sta sul hazzo.
Se gli sta sul hazzo, come giusta causa mi pare sufficiente.
Conosco molti imprenditori che assumerebbero un sacco di giovani, se sapessero di poterli licenziare ancor prima di assumerli.
Io, per esempio, a mio padre stavo parecchio sul hazzo.
Infatti, dopo una vita da co.co.co., mi assunse come dirigente un minuto prima che mi candidassi alla Provincia di Firenze: tanto si sapeva che sarei stato eletto, mi sarei levato dai hoglioni e i contributi li avrebbe pagati la Provincia, mica lui.
Una forma di contratto a tutele crescenti ante litteram: appena cresci, entri in politica a carico dei contribuenti.
Ecco, cari Marta e Giuseppe: prendete esempio da Tiziano e Matteo.
La finalità sociale dell’impresa, checchè ne dica la Costituzione che non a caso stiamo riformando in versione 2.0 per farne una Selfieconstitution, praticamente una SmartCard, è questa: assumere e subito licenziare più lavoratori possibili.
A fine anno, chi ne avrà assunti e licenziati di più vincerà una cena con la Boschi.
Il secondo classificato, con la Picierno. Il terzo, con la Pinotti. L’ultimo con Orfini, così impara. Basta con le vecchie dispute ideologiche, i totem e i tabù.
E non mi riferisco solo all’articolo 18.
Ma anche al mito dello stipendio: chi l’ha detto che chi lavora debba essere pagato? È una bella pretesa! Ma come, io mi sacrifico per darti un lavoro e tu, esoso, dopo un mese vieni subito a battere cassa? Bella riconoscenza.
Non avete idea di quanti giovani assumerebbero le aziende senza il fastidio di stipendiarli. Perciò, dopo il Jobs Act, stiamo approntando lo Spartacus Act per ripristinare il lavoro obbligatorio e gratuito.
Ora qualche sindacalista gufo, ancorato agli schemi del passato, parlerà di schiavismo: noi preferiamo “servizio civile a costo zero”.
Conosco imprenditori, tipo mio padre, che dovendo distribuire giornali per le strade davano un lavoro da strilloni a un sacco di precari ed extracomunitari più o meno clandestini, provenienti da paesi che hanno superato da tempo i miti del posto fisso, del contratto e dello stipendio.
Non per nulla, in 30 anni ha avuto 10 società e un solo dipendente: io.
Cari sindacati, dov’eravate mentre noi sperimentavamo su strada (fra Santa Maria Novella e Palazzo Vecchio) questa nuova forma di flessibilità ?
Chi intendesse delegittimarla con formule obsolete, tipo “lavoro nero”, si rassegni: dopo il Jobs Act e lo Spartacus Act, il governo ha pronto il superemendamento KuntaKinte, come sempre aperto ai vostri suggerimenti: scriveteci a zio  tom@governo.it  .
Dopodichè — come ci chiede l’Europa, che non deve darci ordini perchè noi li anticipiamo — passeremo a sfatare il più ideologico e pernicioso dei tabù che frenano la crescita e bloccano la ripresa: la pensione.
No, non sarà la solita riforma per ritoccare questo o quel dettaglio, ma una scelta molto più radicale: l’azzeramento.
Se già quella di essere pagati quando si lavora è una pretesa che non possiamo più permetterci, figurarsi quella di essere pagati quando si smette di lavorare. Troppo comodo.
Con Farinetti e il prof. Ichino, stiamo elaborando un decreto altamente innovativo ispirato al modello esquimese: il matusa, una sera, saluta parenti e amici e va a suicidarsi.
Via, una bocca da sfamare in meno. Non sarà un obbligo, ma un esodo volontario incentivato: chi si toglie di mezzo godrà di robusti sgravi fiscali.
Ora può partire la slide dell’Igloo Act.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
I GIUDICI ESAMINERANNO DUE RICORSI E GIà€ SI ANNUNCIA LA “VITTORIA MORALE” MA INVECE “LA CONDANNA RESTA FERMA, SALVO L’EVENTUALE REVISIONE”
La notizia com’è: la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha dichiarato ammissibili due dei tanti ricorsi presentati da Silvio Berlusconi contro la sua condanna definitiva.
La notizia come è stata raccontata: è l’inizio della rivincita, il primo passo verso l’annullamento della condanna e dunque la riabilitazione dell’ex presidente del Consiglio.
È già una “vittoria morale”, commenta pronto sul Corriere della Sera Pier Luigi Battista, già sicuro che “si è scritta in Europa una brutta pagina per la giustizia italiana”.
Per l’avvocato Niccolò Ghedini, preso sul serio da un titolo del Corriere, “se venisse accolto il ricorso, quella condanna cadrebbe”.
Naturalmente non è così.
La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) non è affatto un quarto grado di giudizio, dopo i tre gradi italiani.
Non ha il potere di annullare sentenze italiane. Lo sa anche uno studente al primo anno d’università e comunque lo può facilmente appurare chiunque, anche solo consultando Wikipedia.
Eppure la notizia è stata gonfiata: “L’ex Cavaliere ai suoi: sono in campo e sarò riabilitato” (sempre secondo un titolo del Corriere).
Ma andiamo per ordine
La Corte di Strasburgo ha finora soltanto affermato l’ammissibilità — almeno secondo quanto dichiarato dai difensori di Berlusconi, senza alcuna conferma ufficiale — di due dei ricorsi. Uno è quello che sostiene che l’imputato, nel processo Mediaset in cui è stato condannato a 4 anni per frode fiscale, avrebbe subìto lesioni del principio del “giusto processo”, che esige un equo contraddittorio fra le parti, il diritto dell’imputato a essere presente alle udienze, a non essere processato per fatti già contestati, ad avere i testimoni a difesa.
L’altro è il ricorso che sostiene che l’incandidabilità alle elezioni e la decadenza dal Senato, imposti dalla legge Severino, non potevano essere applicate a Berlusconi, perchè i reati commessi sono precedenti all’approvazione della legge.
È già una vittoria per Berlusconi e una sconfitta per i giudici italiani?
“No. L’ammissibilità viene decretata per tutti i ricorsi che non siano manifestamente infondati”, spiega il professor Vittorio Angelini, ordinario di Diritto costituzionale presso l’università Statale di Milano.
“La Corte europea controlla solo che il caso proposto sia di sua competenza, cioè che riguardi eventuali violazioni alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.
Insomma: dire che un ricorso è ammissibile non significa ipotizzare che la Convenzione possa essere stata violata, ma soltanto che la materia proposta è di competenza della Cedu. Nel caso del ricorso sul processo Mediaset, quello eventualmente violato sarebbe l’articolo 6 della Convenzione, che stabilisce le garanzie degli imputati nel processo.
Se il ricorso è ammissibile, la Corte lo analizzerà nel merito. Ma a che risultati potrà arrivare?
“Non certo ad annullare una sentenza di condanna pronunciata dai giudici italiani”, afferma Angelini.
Non analizzerà neppure i fatti che il Tribunale, la Corte d’appello e la Cassazione hanno stabilito essere reati.
Non sarà messa in discussione la colossale evasione fiscale realizzata da Berlusconi attraverso il labirinto di società estere che poi vendevano i diritti televisivi a Mediaset, come accertato in tre gradi di giudizio.
La Cedu valuterà soltanto se il processo ha rispettato le regole e le garanzie dell’imputato. Già molti giudici italiani hanno detto di sì, rispondendo alle ricorrenti proteste dei difensori. Ora risponderà anche la Corte europea: se deciderà per il sì, il caso è chiuso.
Se per il no, potrà condannare lo Stato italiano a un risarcimento a favore del ricorrente.
“In ogni caso la sentenza di condanna resta ferma”, chiarisce Angelini. “Certo, in caso di decisione favorevole a Strasburgo, Berlusconi potrebbe chiedere la revisione del processo di Milano. Un nuovo dibattimento d’appello. Questo, però, si può riaprire quando siano emersi fatti nuovi: non è detto che una pronuncia della Cedu possa essere considerata un fatto”.
Ma la campagna d’autunno aperta da Berlusconi e presa molto sul serio da alcuni giornali sembra rivolta non tanto a ottenere un risultato giudiziario, difficile a Strasburgo e quasi impossibile a Milano; ma a fare nuove pressioni sul capo dello Stato per ottenere quella che è ritenuta la vera via d’uscita per il Berlusconi padre delle grandi riforme renziane: la grazia.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
NIENTE REINTEGRO, SI POTRANNO ABBASSARE LE MANSIONI E LO STIPENDIO A TUTTI, ADDIO CASSA INTEGRAZIONE… MA PER L’ASSEGNO UNIVERSALE DI DISOCCUPAZIONE I SOLDI NON CI SONO
La legge delega approvata in commissione in Senato e nota alle cronache come Jobs Act è un
concentrato di ricette care alle imprese e all’impostazione economica cosiddetta neoclassica.
Ecco un breve riassunto dei punti più controversi.
Il contratto a tutele crescenti: si applicherebbe ai neoassunti e consentirebbe ai datori di lavoro di assumere e licenziare liberamente almeno nei primi tre anni di contratto. Il problema è che il modo in cui è scritta la delega lascia aperta la possibilità – che per Maurizio Sacconi è una certezza — di non applicare il diritto al reintegro. Demansionamento: durante “ristrutturazione o conversione aziendale” — cioè sempre — si potrà abbassare i compiti di uno o più lavoratori
Nuovi contratti di solidarietà : si potranno usare anche per assumere personale abbassando temporaneamente lo stipendio di tutti.
Addio Cassa integrazione: si restringe il campo di utilizzo e si preferisce slegare il sostegno al reddito del lavoratore dal suo posto di lavoro.
Per l’assegno universale di disoccupazione, però, non ci sono i soldi (per ora, dunque, solo addio alla Cig).
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
MA LE POLITICHE DI OFFERTA IN UNA CRISI DI DOMANDA NON SERVONO A NULLA, SALVO A FAR FELICE CHI AVREBBE ASSUNTO LO STESSO
Non si può dire che non sappia trasformare i problemi in opportunità .
Prendiamo la riforma del mercato del lavoro — cioè licenziamenti più facili e assunzioni meno onerose — quello che si tenta di fare con la legge delega chiamata Jobs Act.
Matteo Renzi non può non farla: glielo ha spiegato Mario Draghi nell’incontro agostano di Santa Maria della Pieve, glielo hanno detto tanto la Commissione Ue che Berlino, glielo ribadiscono ogni volta che possono il Fmi e le grandi banche anglo-americane.
Per venire a fare shopping di imprese italiane (attrarre capitali esteri, nel linguaggio corrente) serve comprimere i diritti di chi lavora
E lui lo fa, ma insieme attacca il sindacato che ha “creato il precariato”, “difende solo gli statali” fannulloni e se ne frega “dei diritti di chi non ha diritti”.
Parole di miele per quelli che al bar sostengono che “l’Italia l’hanno rovinata i sindacati” (non proprio elettori del Pd, in genere, ma in futuro…).
Andiamo con ordine.
Renzi — visto l’andazzo sui conti pubblici — per non farsi commissariare da Bruxelles è costretto a procedere a passo di carica sulla riforma del lavoro: vorrebbe almeno il sì del Senato (va in aula la settimana prossima) “prima dell’8 ottobre”, vale a dire del summit Ue sulla disoccupazione convocato a Milano.
Il tentativo, attraverso il “contratto a tutele crescenti”, di scardinare l’articolo 18 dei lavoratori che prevede (anche) il reintegro in caso di licenziamento illegittimo, ha però irritato non poco i sindacati (peraltro neanche convocati a palazzo Chigi): “Mi sembra che il presidente del Consiglio — ha scandito ieri la leader della Cgil Susanna Camusso — abbia un po’ troppo in mente il modello della Thatcher”, specie nell’idea che “la riduzione dei diritti dei lavoratori sia lo strumento che permette di competere”. Critica a cui Renzi ha risposto con un videomessaggio registrato nel suo studio di palazzo Chigi che inaugura la guerra ai confederali.
Tutto un florilegio delle critiche conservatrici al sindacato: dal passatismo alla contrapposizione tra tutelati e no, il tutto condito da maestose supercazzole. “La Camusso dice che pensiamo alla Thatcher — dice Renzi — ma noi non siamo impegnati in uno scontro ideologico del passato. Noi non siamo preoccupati di Margaret Thatcher, ma di Marta, 28 anni, chenon ha diritto alla maternità : aspetta un bambino ma a differenza delle sue amiche dipendenti pubbliche non ha nessuna garanzia. Abbiamo cittadini di serie A e serie B” (dal che si dedurrebbe che è colpa dei diritti delle sue amiche statali se Marta non ne ha).
Altro giro, altro clichè: “Noi non pensiamo alla Thatcher, ma a quelli a cui non ha pensato nessuno in questi anni, che vivono di Co.co.co, condannati al precariato che il sindacato ha contribuito a creare preoccupandosi solo dei diritti di alcuni e non di tutti. Noi vogliamo regole giuste e non complicate. Se queste nuove regole spingono aziende, magari straniere, a investire in Italia e creare posti di lavoro sarà fondamentale per dare lavoro a chi non ce l’ha” (dal che si dedurrebbe che le multinazionali chiedono di eliminare il precariato e non, com’è, di estenderlo anche a chi oggi non ne è toccato).
Il finale è l’attacco al cuore di Camusso e soci: “Ai sindacati che contestano non chiedo di aspettare di vedere le leggi, ma questo: dove eravate mentre si è prodotta la più grande ingiustizia che c’è in Italia, cioè la divisione tra chi ha un lavoro e chi no, tra lavoratori a tempo indeterminato e precari? Avete pensato solo alle battaglie ideologiche e non ai problemi della gente” (dal che sembrerebbe, ma non succederà , che Renzi pensa di estendere il tempo indeterminato a tutti perchè lui pensa ai problemi della gente).
Applausi dalla destra ovviamente (Renato Brunetta: “Se il Pd non da retta alla Cgil votiamo il Jobs Act”), parecchia irritazione nell’ala sinistra del Pd.
Pier Luigi Bersani ha vaticinato che “saranno presentati molti emendamenti e non solo sul reintegro in caso di licenziamento ingiusto. Così si va ad aggiungere alla precarietà ulteriore precarietà , andiamo a frantumare i diritti: sarà battaglia”.
L’attuale formulazione dell’articolo 18, fa notare poi Cesare Damiano, “è stata modificata appena due anni fa con l’accordo di Pd e Fi e deve rimanere anche per i neoassunti”.
Piccola notazione finale: al di là dello scontro con Camusso, il premier dovrebbe sapere che politiche di offerta (come le riforme del lavoro) in una crisi di domanda non servono a nulla (se non a far felice chi avrebbe assunto comunque).
Marco Palombi
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
UN IMPRENDITORE TORINESE RACCONTA L’AFFITTO DEL CAPANNONE: “DOPO UN PO’ DI MESI HANNO SMESSO DI PAGARMI L’AFFITTO E PER TRANQUILLIZZARMI MI HANNO FATTO INCONTRARE IL PAPA’ DI MATTEO, MA I SOLDI NON LI HO PIU’ VISTI”
L’incontro con Tiziano Renzi dice di ricordarselo bene. 
“Il nome era sinonimo di garanzia. E invece il padre dell’attuale presidente del Consiglio si è prestato al gioco. Anche se disse di essere solo un uomo di paglia”.
Un gioco che Accursio Indelicato, imprenditore di Torino del settore immobiliare, sostiene gli sia costato 196.600 euro.
Scandisce ogni singola cifra di quella somma mai più incassata, dovuta per il suo capannone a Solero (Alessandria).
Lo aveva dato in affitto nel 2008 alla One Post spa, una società di spedizioni di cui era presidente Mariano Massone, figlio di quel Gian Franco che è indagato dalla procura di Genova insieme a papà Tiziano con l’ipotesi di bancarotta fraudolenta per il fallimento della Chil Post srl.
“Firmammo il contratto a giugno — racconta Indelicato — Mariano Massone prima disse di volere acquistare il capannone, poi capii che non aveva abbastanza soldi e glielo offrii in affitto. Aveva una certa fretta”.
Un fretta che più tardi l’imprenditore ha capito essere probabilmente legata alla necessità di lasciare la sede di Alessandria, dove nel 2008 avevano fatto visita forze dell’ordine e ispettorato del lavoro nell’ambito di un’operazione per contrastare l’uso indiscriminato di contratti di collaborazione a progetto, in cui era rimasta coinvolta anche la società Mail Service srl, di cui Tiziano Renzi era stato socio fino a febbraio 2006.
“Dopo la stipula del contratto, mi hanno pagato solo due trimestri d’affitto. Poi basta, hanno smesso di pagare”.
Si va avanti così fino all’inizio del 2010, quando Mariano Massone gli annuncia il subentro di Tiziano Renzi al posto della One Post e della sua volontà di acquistare il capannone attraverso la Chil Post, che allora era ancora in mano della famiglia Renzi: “Mariano Massone diceva di conoscere Tiziano da anni, di essere un vecchio amico del figlio Matteo”. Indelicato smette così di preoccuparsi per gli affitti non versati. Prepara il preliminare di compravendita e va all’incontro con il padre dell’allora sindaco di Firenze negli uffici della One Post.
“Durante le strette di mano Tiziano Renzi fece una premessa. ‘Tanto io sono solo un uomo di paglia’, disse. Dimostrò di fidarsi totalmente del suo amico Mariano Massone e di trovare l’affare interessante e proficuo per entrambi. Quel giorno si parlò di prezzi e pagamenti. Il signor Renzi aggiunse di avere ancora bisogno di valutare alcuni aspetti legati alle sue società e alle modalità di pagamento”.
Passano i mesi e i trimestri non pagati.
L’imprenditore però si fida, del resto gli hanno fatto incontrare uno come Tiziano Renzi. Nel frattempo One Post apporta delle modifiche all’interno del capannone senza chiedere alcun permesso.
Ancora promesse sul versamento degli affitti in arretrato e sull’acquisto del capannone da parte della Chil Post.
Poi gli ispettori del lavoro arrivano anche nel capannone di Solero. “A quel punto — ricorda Indelicato — mi sono deciso a mandarli via”. Massone libera gli spazi, promette di nuovo che rientrerà del debito.
Ma a ottobre 2010 arriva la sorpresa: “Venni a sapere che tutte le quote di Chil Post erano state cedute dal padre di Renzi a Gian Carlo Massone, il padre di Mariano.
Un signore anziano mi hanno detto, io non l’ho mai incontrato”. L’imprenditore torinese i suoi soldi non li ha più visti e, seguito dall’avvocato Alberto Pantosti Bruni, ha avviato una pratica di recupero crediti.
Se oggi si fa una visura camerale su Mariano Massone, a suo nome risultano 34 protesti per un totale di oltre 170mila euro. One Post nel 2010 ha cambiato nome in Directa srl ed è fallita nel novembre del 2013.
Il resto è sulle cronache di questi giorni, con i pm di Genova che indagano su un altro fallimento, quello di Chil Post.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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