Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
I POVERI DELLA PORTA ACCANTO: “UNA SITUAZIONE CHE COLPISCE ANCHE AREE DEL NORD”… E IL GOVERNO HA DIMEZZATO I FINANZIAMENTI: DAI 2,5 MILIARDI DEL 2008 A 766 MILIONI DI OGGI
Crescono, aumentano, vivono al Nord come a Sud, formano un esercito senza nome che pochi notano, di cui
poco si sa.
Sono i bambini poveri e l’unica cosa certa è che in due anni sono raddoppiati: su un totale di circa 10 milioni, erano 723mila nel 2011, sono saliti a 1 milione 434mila nel 2013. E dal 2012 al 2013 sono cresciuti di oltre il 30 per cento.
Le cifre dell’ultima rilevazione Istat indicano quelli che si trovano in uno stato di “povertà assoluta”, ovvero che si trovano nella “incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza”, come mangiare carne o pesce tutti i giorni, possedere libri o giochi adatti alla sua età o avere uno spazio adeguato per fare i compiti.
Ma ce ne sono molti altri, sono quelli che vivono parcheggiati in una zona grigia, impoveriti, a cui la crisi ha tolto molte cose che è difficile definire superflue: la possibilità di fare sport, di andare in vacanza, di fare una gita scolastica o frequentare un centro estivo, o peggio, proseguire gli studi.
Sono i poveri della porta accanto, svantaggiati, ma non in modo vistoso, a cui la famiglia continua a dare una vita apparentemente dignitosa ma che nasconde già molti vuoti, ragazzi a cui può bastare poco per passare il confine, la sottile linea rossa della povertà definitiva.
La povertà minorile in cifre
Sempre più piccoli e al Nord. Ma chi sono i bambini poveri?
Sono i figli delle famiglie numerose che non arrivano a fine mese, i bambini degli immigrati senza lavoro e spesso senza casa, delle madri single che si arrangiano, dei genitori separati.
O sono i figli delle coppie giovani, con lavori precari, famiglie dove l’arrivo di un bambino mette in crisi il bilancio familiare.
Marco, Christian, Manuela, Camilla, Vlad… Le loro storie tutte diverse e tutte uguali: chi è finito in una casa famiglia dopo uno sfratto, chi lascia gli studi, chi sta tutto il giorno in casa davanti alla tv e mangia solo pizza e patatine.
La maggior parte ha difficoltà a scuola, scarsa socializzazione, non va in vacanza o solo con le organizzazioni religiose.
Tra i desideri che elencano c’è “andare allo stadio”, “poter fare tardi la sera”, “un cellulare nuovo”, “una casa”.
Microdesideri. “Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo”, scrive la poetessa Marge Piercy, ma per molti bambini sognare è un lusso, c’è solo da vivere il presente, il quotidiano, giorno per giorno.
“I bambini poveri sono più che raddoppiati e la povertà colpisce bambini sempre più piccoli. Al Nord questa è una grossa novità ed è la conseguenza dell’incremento della povertà assoluta delle famiglie straniere”, spiega Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’Istat.
“L’aumento della povertà infantile è la conseguenza di due fattori: della crescita della povertà assoluta al Sud e del peggioramento della situazione delle famiglie operaie e straniere al Nord, quelle che hanno più figli, nuclei familiari dove lavora solo l’uomo e in regioni dove si è fatta sentire di più la crisi delle fabbriche”.
L’Italia è sempre stato un paese con un alto tasso di bambini poveri, per la presenza al Sud di molte famiglie numerose, ma ora l’impoverimento si è ulteriormente diffuso. “Si è aggravato perchè sono peggiorate le condizioni per tutte quelle famiglie dove c’è una sola fonte di reddito. Ed è peggiorata anche la situazione al Nord per le famiglie immigrate e quelle operaie che si sono ritrovate senza lavoro”.
La mancanza di lavoro e la precarietà economica colpiscono gli adulti, ma si trascinano dietro i bambini. Con conseguenze ancora peggiori.
Per molti minori negli ultimi anni è iniziata una vita in salita: le ultime rilevazioni Istat rivelano che quelli che non possono permettersi una settimana di vacanza all’anno lontano da casa erano il 40% nel 2007 sono saliti al 51,3% nel 2013.
I bambini che non possono permettersi un pasto proteico una volta ogni due giorni erano 6,2% nel 2007, sono più che raddoppiati nel 2013: 14,4 %.
Anche “Save the children” ha realizzato un dossier sui mille volti dell’infanzia deprivata, lo slittamento progressivo, le rinunce quotidiane.
Vecchie e nuove povertà .
“Possiamo dire che prima c’era la famiglia povera, storie di disagio sociale che attraversano le generazioni e che non si risolvono mai”, spiega Lucia Anania della Caritas.
C’era ed esiste ancora la povertà tramandata come una malattia genetica, il disagio come un virus inguaribile che marchia le generazioni, un ergastolo economico che sancisce: fine pena mai.
Ma non c’è solo la povertà economica assoluta che si tramanda di padre in figlio.
“Ora ci sono tante forme di disagio e a pagare per primi sono loro, i più piccoli. Vediamo aumentare i problemi delle famiglie, si espandono le situazioni difficili perchè negli ultimi dieci anni sono venuti a mancare i supporti sociali e familiari, non ci sono più puntelli esterni. Per sostenere le situazioni di disagio cerchiamo di recuperare con una rete amicale e familiare ma la rete è a maglie sempre larghe ed è facile scivolare da questi buchi”.
E in questi buchi, a volte voragini, finiscono i bambini, nell’impotenza delle famiglie e nell’ignavia generale.
A Roma sud ci sono intere famiglie con i figli che vivono in roulottes, sono perlopiù stranieri, da anni in attesa di una casa, un lavoro, una sistemazione. In un piazzale vicino a Laurentino 38 ci sono un paio di roulottes che stazionano davanti a un centro commerciale, i bambini la mattina vanno a scuola, poi tornano nella roulotte. Qui un bambino è stato anche picchiato da una guardia giurata, ma i genitori non hanno sporto denuncia per paura.
Secondo dati forniti dall’Unicef, il 13,3% dei minori italiani vive in una condizione di deprivazione materiale, intesa come la mancanza di accesso ad alcuni beni ritenuti “normali” nelle società economicamente avanzate: almeno un pasto al giorno contenente carne o pesce, libri e giochi adatti all’età del bambino, un posto tranquillo con spazio e luce a sufficienza per fare i compiti.
L’Italia in questa classifica è al 20° posto su 29 Paesi considerati. Islanda, Svezia e Norvegia, per esempio, presentano percentuali di deprivazione inferiori al 2%.
La paura di perdere i figli.
“Il problema è che l’impoverimento aumenta e diminuiscono le risorse, non ci sono più gli aiuti che c’erano qualche anno fa, Comuni e Regioni non ce la fanno. La situazione sta degenerando e poi molte mamme in difficoltà vedono i servizi non come un aiuto ma come una minaccia: hanno paura che possano togliere loro i figli e quindi evitano anche di rivolgersi ai servizi sociali”, racconta Cristina Manzara che dirige “La casa di Christian”, un centro della Caritas a Roma che accoglie madri con bambini in difficoltà .
“Da noi si rivolgono i servizi sociali per chiederci di ospitare madri sfrattate o che hanno perso il lavoro o abbandonate dal marito, in un anno sono state 280 le richieste, in due/tre anni sono raddoppiate”.
Capita così che bambini per uno sfratto perdano la propria casa, finiscano in strutture di accoglienza e da qui a volte inizia una caduta inarrestabile.
“Succede poi che la povertà finisca con il confinare con la criminalità , ragazzi che non avrebbero mai commesso reati finiscono male, perchè smettono di studiare, frequentano la strada e da lì inizia una discesa”.
Tra i bambini che vivono in famiglie con un solo genitore il tasso di deprivazione materiale è del 17,6%, mentre tra i bambini che vivono in famiglie con genitori con un basso livello di istruzione il tasso è del 27,9%, cresce al 34,3% per i bambini che vivono in famiglie senza lavoro mentre per chi è figlio di migranti il tasso è del 23,7% (dati dell’Unicef).
Crisi economica e crisi della famiglia.
Problemi economici e di disagio che si potrebbero attutire se ci fosse una rete che impedisce di cadere o di non farsi male.
Ma la rete non c’è più: sono diminuiti i servizi sociali e di assistenza per i tagli statali, dei Comuni, degli enti locali. In alcuni comuni è capitato che bambini fossero respinti dalle mense scolastiche perchè i genitori non pagavano regolarmente.
Se nel 2008 i fondi nazionali per il contrasto della povertà erano 2 miliardi e mezzo di euro, nel 2013 gli stanziamenti sono arrivati a 766 milioni di euro.
Sono aumentati col governo Letta risalendo a 964 milioni, ma complessivamente c’è un miliardo 536 milioni di euro in meno dall’inizio della crisi.
Mentre i sostegni economici calano anche le famiglie si assottigliano, i legami si fanno più fragili, i padri più assenti.
“Avere figli aumenta il rischio povertà , questo è un legame certo, a livello europeo l’Italia è il paese dove la sproporzione è più forte perchè non ci sono correttivi, nè servizi nè sgravi fiscali. Secondo dati Eurostat, in Italia questa forbice è accentuata come nei pesi dell’Europa orientale, una situazione peggiorata negli ultimi tempi per la rottura di reti familiari e di sostegno”, dice Evelina Martelli della Comunità di Sant’ Egidio.
“Oggi, a differenza di una volta, le famiglie hanno meno reti, meno supporti”, dice Paola Pistelli dell’Istituto degli Innocenti di Firenze.
“C’è più solitudine, più incapacità ad affrontare le relazioni. Noi abbiamo un centro dove ospitiamo donne sole con figli, donne che hanno ricevuto uno sfratto, perso il lavoro, problemi che accadono ma che diventano insormontabili se agli ostacoli materiali si aggiungono quelli interni. Oggi vediamo donne più perse, con più fragilità . Ci sono poi le immigrate: loro sono diverse, sono più forti e consapevoli, sono donne che hanno affrontato un viaggio difficile ma anche per loro non è facile perchè spesso si ritrovano con i figli, ma senza un compagno e senza un lavoro. Oggi oltre alla povertà materiale ad aggravare la situazione c’è una povertà di relazioni che riguarda sia le immigrate che le italiane. Le madri vanno a fondo e si portano dietro i figli”.
Marina Cavallieri
(da “La Repubblica”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
WELFARE BOCCIATO IN 26 PAESI…INDAGINE SULL’AFFIDABILITA’ DELLA POLITICA
Sappiamo che c’è un grande divario tra ciò che i popoli chiedono ai regimi democratici e ciò che è effettivamente loro consegnato.
Grazie ad un nuovo esame effettuato dall’European Social Survey è possibile quantificare la differenza tra l’ideale e il reale.
Il progetto, disegnato da Hanspeter Kriesi, Leonardo Morlino e i loro colleghi, conferma che la stragrande maggioranza degli europei condivide la fede democratica. In tutti i paesi i cittadini lodano l’opportunità di essere governati da rappresentanti eletti e in 24 su 29 paesi partecipanti all’indagine il punteggio è superiore a 8/10. Russi e ucraini sono quelle che attribuiscono un’importanza inferiore all’auto-governo, e il dato non sorprende vista la poca esperienza che hanno finora maturato. L’assenza di fiducia nella democrazia di quei popoli aiuta a capire perchè i loro capi sono così irrispettosi dello Stato di diritto; sanno che è improbabile che pagheranno il conto – in termini di riduzione del consenso – quando reprimono la stampa e l’opposizione.
L’Europa è lunga e larga, e la parola democrazia ha sempre più numerosi significati. Siamo sicuri che il termine significhi la stessa cosa in paesi diversi quale Irlanda e Cipro?
La definizione minima di democrazia ricevuta dai libri di testo è di un governo scelto in elezioni libere e competitive, con libertà per i media e l’opposizione, e dove operano controlli e contrappesi tra istituzioni.
Questo è ciò che chiamiamo democrazia liberale. Ma i cittadini identificano sempre di più il potere del popolo anche con la distribuzione di benefici sociali, e richiedendo ai governi che eleggono di assistere e proteggere i più deboli.
La contrapposizione tra democrazia liberale e sociale ha generato accaniti dibattiti tanto nell’accademia che nei parlamenti, ma qual è la visione dei popoli, che dovrebbero essere i primi a beneficiarne?
Per i popoli del Nord, la democrazia è prima di tutto il rispetto delle regole e delle libertà individuali, uguaglianza di fronte alla legge; libertà dei media.
I popoli del Sud, invece, sono più determinati nell’aggiungervi la protezione sociale, e rivendicano un sistema politico che si faccia carico della povertà e delle disuguaglianze.
Si conferma, insomma, che a Nord i cittadini sono figli di John Locke e a Sud di Jean-Jacques Rousseau.
I popoli dell’Est, che hanno sperimentato le libere elezioni meno di un quarto di secolo fa, vogliono tutto, e presto.
Non sono disposti ad abbandonare la protezione sociale garantita dai vecchi regimi comunisti, ma esigono anche uno stato di diritto liberale.
Mentre nel Nord e nella Scandinavia la componente liberale della democrazia è promossa, essa è bocciata nel Sud e, ancora più severamente, nei paesi dell’Est.
In molti di questi paesi, i cittadini dubitano che il proprio regime possa essere considerato democratico.
Ma ciò che accumuna i popoli a Nord e Sud, Ovest e Est è l’insoddisfazione per quanto è stato raggiunto sotto il profilo sociale.
Anche lì dove l’opinione pubblica dà spesso la sufficienza in termini di libertà civili e stato di diritto, si lamenta l’assenza di azioni per la coesione sociale.
In 26 paesi su 29 la componente sociale della democrazia è bocciata.
Si tratta di un telegramma importante che l’indagine ESS manda ad Angela Merkel, Ecofin e alla BCE: il malcontento per quello che i regimi politici europei riescono a conseguire in termini di coesione unisce tedeschi ed inglesi ai greci e agli spagnoli.
Solo i popoli scandinavi promuovono il proprio regime. In questi paesi emerge un vero e proprio orgoglio democratico, e la differenza tra i desideri e quanto conseguito è veramente modesta.
Che i cittadini del vecchio continente sognino nella stessa lingua democratica è la condizione essenziale per un progetto politico europeo.
La classe politica dovrebbe cogliere questa opportunità e coinvolgere più direttamente la popolazione, con forme di autogestione e democrazia diretta, nella realizzazione del progetto.
Altrimenti c’è il rischio che il sogno deluso finisca per spazzare via non solo i regimi, ma anche le istituzioni costituite in decenni di duro lavoro.
Che dire poi della valutazione che gli italiani danno del proprio sistema politico?
E’ umiliante vedere che un paese con settant’anni di tradizione democratica, e tra i fondatori dell’Unione Europea, sia oggi classificato dai suoi stessi cittadini al terz’ultimo posto, dopo il Kosovo e un soffio prima della Russia.
Oramai distanziata non solo da Spagna e Portogallo (diventati democratici trent’anni dopo di noi), ma addirittura da Bulgaria e Albania, l’Italia deve correre ai ripari se non vuole far svanire per sempre il sogno europeo.
Daniele Archibugi
(da “La Repubblica”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
LA REPLICA: “C’ERANO MEMBRI NON PARLAMENTARI E BISOGNAVA PAGARLI”
Pare destinata a non finire mai, la polemica tra partito pesante e partito leggero. Tra una formazione
politica che per sopravvivere ha bisogno di strutture a tempo pieno, e un’altra che se la cava tranquillamente tra whatsApp, telefonini e riunioni di segreteria saltuarie.
Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd targato Renzi, ha detto ieri – dal palco della festa dell’Unità di Firenze che la segreteria di Pier Luigi Bersani costava al Pd un milione di euro all’anno.
Si parlava del buco di bilancio di 11 milioni di euro, ed è stato a quel punto che Bonifazi ha tirato fuori i numeri: «Tutti i componenti della segreteria Bersani godevano di 3.500 euro di indennità -rimborso. Due avevano anche appartamenti». Solo per le auto blu, «sono stati spesi nel 2012 450mila euro. Scesi a 124mila nel 2013».
Per il sito web «servivano 373mila euro».
E i costi complessivi del partito, quindi non solo della segreteria, compresi viaggi, bar e ristoranti, «sono stati di 1 milione e 62mila euro».
Ma il predecessore di Bonifazi, l’ex tesoriere Antonio Misiani, non ci sta: «Le spese le abbiamo tagliate noi già nel 2013, dopo il dimezzamento dei rimborsi elettorali. Nel 2011 la segreteria costava 863mila euro, passati a 462mila nel 2012 e 100mila nel 2013. Io ho lasciato a chi è arrivato dopo di me 9 milioni in cassa».
Certo, prima era diverso: «L’attuale segreteria è composta solo da parlamentari, il team di Bersani era invece fatto da persone che lavoravano al partito a tempo pieno. Non avevano alcuna carica istituzionale, venivano retribuiti come quadri in un’epoca in cui c’era un budget per l’attività politica. E se ne faceva tanta».
Quel budget era dato dai 60 milioni di rimborsi elettorali che il Pd incassava prima del taglio: «Era un partito che faceva i conti su risorse enormemente superiori a quelle attuali – spiega Misiani – e che chiudeva il bilancio in pareggio. Di auto blu non ne avevamo neanche una, usavamo il noleggio con conducente quando era necessario». «Non è che arrivi ovunque in treno», gli fa eco Chiara Geloni, già direttrice di YoudemTv e tra i più fidati collaboratori dell’allora segretario.
«Le auto si prendevano per andare nei paesini e lo facevano tutti, non solo la segreteria. Matteo Orfini, Stefano Fassina, Francesca Puglisi allora non erano parlamentari e avevano bisogno di rimborsi per fare attività politica, a Roma e in giro per l’Italia. Io di sprechi non ne ho visti»
Del resto, chi era a fianco di Bersani ricorda che la segreteria precedente costava anche di più, «ma non è che abbiamo passato quattro anni a dire quanto spendeva Veltroni, o a vantarci di aver tagliato volantini e manifesti. È una questione di stile». Quanto alla segreteria Epifani, Misiani ricorda che era anche quella costo zero, «perchè una volta intervenuti i tagli ci siamo adeguati. I numeri sono pubblici e certificati, le polemiche senza senso lasciano il tempo che trovano, il punto vero per il Pd oggi è l’autofinanziamento. Bisognerà capire che fine fa la raccolta fondi, ormai indispensabile. Bisognerà avere un’idea di che fine fanno L’Unità ed Europa».
Sulla prima, Bonifazi ieri ha detto: «Sono ottimista, c’è un interessamento di più solidi soggetti economici italiani, con tre proposte più credibili».
Se la trattativa andrà in porto, «in 120 giorni l’Unità potrebbe tornare in edicola».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
OCSE: “ITALIA – 0,4% NEL 2014″… MENTRE LA GERMANIA CRESCERA’ DELL’1,5% E LA FRANCIA DELLO 0,4%
Doccia gelida per l’Italia dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. L’Ocse ha tagliato drasticamente le stime di crescita per il Paese, arrivando a prevedere che quest’anno il prodotto interno lordo crollerà dello 0,4%, contro il +0,5% stimato solo a maggio. E’ l’unico dato negativo tra i Paesi del G7 e, se si verificasse, sarebbe uno scenario molto peggiore di qualsiasi altra previsione recente.
Nessun istituto di ricerca, infatti, “vede” un calo del genere, nonostante il -0,2% registrato dall’Istat nel secondo trimestre: finora il quadro più pessimistico era quello delineato dall’agenzia di rating Moody’s, che in agosto ha prefigurato per l’anno scorso una contrazione limitata però allo 0,1%.
Mentre Standard&Poor’s si limita a prevedere una crescita zero.
Solo nel 2015, secondo l’organizzazione parigina, ci sarà una timida ripresa dello 0,1%. Contro il “corposo” +1,1% della precedente stima.
Per l’area euro l’Ocse prevede una crescita quest’anno dello 0,8%, in accelerazione all’1,1% nel 2015.
Il Pil dovrebbe aumentare in Germania dell’1,5% sia quest’anno che il prossimo, mentre in Francia il prodotto interno lordo dovrebbe assestarsi allo 0,4% nel 2014 e all’1% nel 2015. Una ripresa con il freno a mano tirato, insomma.
Il recupero in Eurolandia “rimane deludente, specialmente nei Paesi più grandi: Germania, Francia, Italia”, scrive l’Ocse nell’Interim economic essessment.
Ma “mentre la ripresa in alcune economie periferiche è incoraggiante, altri Paesi fronteggiano ancora sfide strutturali e di bilancio, insieme al peso di un alto debito”.
L’identikit è esattamente quello di Roma.
Al contrario la ripresa “è solida” negli Stati Uniti, si sta rafforzando in India ed è in linea in Giappone e Cina.
“L’inferiore sincronizzazione economica dei diversi Paesi si riflette in requisiti di strategia politica divergenti. Ciò nonostante, resta vero che le condizioni monetarie dovrebbero rimanere di sostegno in tutte le principali economie avanzate, mentre la maggior parte dei Paesi dovrebbero fare ulteriori progressi nel consolidamento di bilancio per assicurare che il debito resti sostenibile”.
Non ad un allentamento del controllo sui conti pubblici, dunque. Ma, è la ricetta dell’Ocse, occorre anche usare tutti gli spazi di flessibilità esistenti.
“Vista la debolezza della domanda, la flessibilità all’interno delle regole europee dovrebbe essere utilizzata per sostenere la crescita”.
Poi il richiamo sulla necessità delle riforme: “Il continuo fallimento dell’economia globale nel generare una crescita forte, equilibrata ed inclusiva sottolinea l’urgenza di sforzi di riforma ambiziosi”. Per rafforzare sostanzialmente la crescita”, insiste l’organizzazione parigina, “alcuni Paesi stanno cogliendo l’opportunità di riformestrutturali e devono ora assicurarne l’effettiva implementazione, mentre altri devono essere più ambiziosi per aumentare la competizione e l’occupazione“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
SONO FINITI I TEMPI DEGLI SPOT: ORA AD ACCOGLIERE IL PREMIER DELLE PROMESSE MANCATE CI SONO I NON GARANTITI
Il premier Matteo Renzi stamane a Palermo inaugura l’inizio dell’anno scolastico all’istituto Padre Pino
Puglisi di Brancaccio, nel 21esimo anniversario dell’uccisione del sacerdote da parte della mafia.
Ad attendere Renzi ci sono gruppi di precari della scuola che chiedono di essere stabilizzati ma anche vincitori del concorso del 2012, che attendono l’immissione in ruolo.
Poco distante un gruppo di disoccupati che per anni ha lavorato nel settore dell’edilizia, invece, rivendicano l’applicazione di un protocollo di intesa stipulato nel 2013 dal Comune di Palermo e dalle associazioni sindacali e di categoria.
Daniele Midolo è uno degli insegnanti che da anni lavora con contratti a termine nella scuola, da 28 anni
insegna educazione musicale a Catania, così come Antonio Geraci, che di anni ne ha 60 e da 35 è precario. “Chiediamo la stabilizzazione – dicono i due docenti – l’immediata immissione in ruolo. A Matteo Renzi diremo che nella scuola ci sono cattedre vuote”.
“Non siamo grasso che cola – gli fa eco Claudia Platania, dell’Anief di Catania, insegnante di musica – è inutile fare concorsi quando da anni nelle scuole insegnano docenti come noi”.
I manifestanti hanno striscioni con scritto “Premiate il merito”, “Esclusi senza motivo”.
Gli edili sono scesi in piazza con gli elmetti gialli. “Siamo qui per chiedere i nostri diritti – dice Salvatore Bruno, operaio di 29 anni – Chiediamo a Renzi di fare rispettare il protocollo di intesa firmato con il Comune di Palermo per promuovere politiche attive del lavoro funzionali ai bisogni occupazionali del settore”
(da “La Repubblica”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
I GRANDI MALATI D’EUROPA NON PIU’ IN SALA DI RIANIMAZIONE, MA PRIMA DI FIRMARE LE DIMISSIONI DALL’OSPEDALE E’ MEGLIO ATTENDERE CHE IL QUADRO CLINICO SIA PIU’ CHIARO
Il “Troika fan club” — dopo aver passato cinque anni in trincea subissato dalle critiche dei nemici
dell’austerity — inizia, un dato economico alla volta, a rialzare la testa.
La cartella clinica dei grandi malati d’Europa finiti sotto alla tendina ad ossigeno di Ue, Bce e Fmi evidenzia qualche timido segnale di miglioramento: il Pil di Spagna e Portogallo ha ripreso a crescere, l’Irlanda rimborserà in anticipo i prestiti al Fondo Monetario.
La Grecia, che molti davano per spacciata, è stata promossa da Standard & Poor’s e ha chiuso il bilancio 2013 con 1,3 miliardi di attivo.
Nessuno, ovvio, canta ancora vittoria.
Tra i falchi del Vecchio continente, però, il tam tam dell’ottimismo inizia a suonare con insistenza: «Avevamo ragione noi — è il mantra dei profeti del rigore —. La cura da cavallo imposta a questi Paesi ha funzionato».
Sottointeso: Italia e Francia farebbero meglio ad alzare bandiera bianca e affidarsi alle cure delle istituzioni internazionali se vogliono davvero risolvere i loro problemi.
Jyrki Katainen — numero due della commissione Ue ed enfant prodige della linea dura alla tedesca — è stato chiaro all’Ecofin di Milano: «Chi ha fatto le riforme come Madrid ha raccolto i frutti e corre più veloce degli altri».
Klaus Regling, altro rigorista di vecchia data imposto da Berlino al vertice del fondo salva-Stati, è ancora più esplicito: «L’aggiustamento è stato duro e doloroso — ha ammesso —. Ma senza vivremmo in un mondo molto diverso».
E i Paesi risanati dalla cura lacrime e sangue della Troika «avranno performance migliori di altre nazioni dell’area euro».
Vero? Dipende se si guarda al bicchiere mezzo pieno o a quello mezzo vuoto.
Se cioè si mettono sul piatto i primi segnali positivi che, in effetti, arrivano dagli ex-Piigs o se si mette sotto la lente il costo sociale — ancora ben visibile — dell’effetto Troika.
La medicina, su questo nessuno discute, è stata amarissima: Bce, Ue e Fmi hanno stanziato per Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro qualcosa come 530 miliardi di prestiti.
Chiedendo in cambio riforme strutturali e manovre finanziarie pari a circa 300 miliardi. Un elettrochoc.
Che come tutte le terapie d’urto che non uccidono il paziente, ha accelerato la guarigione, rischiando però di lasciare sul corpo dei degenti cicatrici difficili da rimarginare.
Oggi come oggi, in effetti, il quadro pare questo: a due facce.
Qualche dato macro e contabile — quelli sventolati da Katainen & C. — spinge il barometro degli ex Paesi a rischio verso il bel tempo: il Pil di Dublino salirà quest’anno dell’1,7%, le entrate fiscali dell’isola sono state di un miliardo superiori alle previsioni e l’attività delle imprese è ai massimi degli ultimi 14 anni.
«Merito di una spesa pubblica ridotta dal 47 al 42% del Pil», dicono i falchi.
E l’Irlanda ha già deciso di uscire in anticipo alla tutela di Fmi, Ue e Bce.
L’economia in Portogallo e Spagna è cresciuta dello 0,6% nel primo semestre, cifra che a Roma e Parigi guardano con invidia.
Lisbona chiuderà il bilancio 2013 con il primo surplus in venti anni mentre Madrid, il fiore all’occhiello del fronte del rigore «è l’esempio di come le riforme funzionino », ha ricordato l’ex premier finlandese.
«L’austerity ad Atene è finita», applaudono gli ottimisti. Il premier Antonis Samaras ha annunciato (nel timore di elezioni anticipate) il taglio delle tasse e il prodotto interno lordo balzerà dell’1,9% nel 2015.
Quanto è costato arrivare a questi risultati? Molto, troppo.
Specie sul fronte sociale, dicono i detrattori della visione “contabile” della Ue.
«La crisi della Grecia non è risolta, anzi la situazione sta peggiorando», sostiene ad esempio il leader di Syriza, Alexis Tsipras.
E cinque anni di austerity hanno lasciato sul terreno molte macerie.
Anche il fronte anti-Troika ha i suoi numeri da mettere sul piatto: nel 2008 Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia davano lavoro a 33 milioni di persone.
Oggi gli occupati nei (presunti) ex-Piigs sono poco più di 27 milioni.
Come dire che sono andati in fumo quasi 6 milioni di posti.
Negli ultimi sei mesi, è vero, la ripresa ha creato quasi 600mila nuovi occupati in Spagna, 100mila in Grecia e 200mila in Irlanda.
Il tasso di disoccupazione resta però al 27% ad Atene e al 24% a Madrid con picchi da brividi (oltre il 53% per entrambi i paesi) tra i giovani.
Atene ha bruciato il 25% del suo Pil dal 2008.
I quattro pazienti della Troika, malgrado gli ultimi progressi, hanno visto andare in fumo in cinque anni 200 miliardi — circa il 10% — del loro prodotto interno lordo.
E sul fronte dell’equilibrio dei conti, i loro bilanci scricchiolano ancora: il rapporto debito/Pil della Spagna è balzato dal 36 al 96%.
Quello ellenico è ancora nella stratosfera e pure a Dublino il dato è in crescita.
I grandi malati d’Europa, è vero, non sono più in sala di rianimazione.
Ma prima di firmare le dimissioni dall’ospedale — con buona pace dell’euforia forse un po’ prematura del “Troika fan club” — è meglio aspettare che il quadro clinico sia un po’ più chiaro.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
CON TASI E IVA PESERA’ DI PIU’
La montagna di tasse e contributi, pari a 15.330 euro l’anno, che grava sulle spalle degli italiani sposta in avanti il cosiddetto «tax freedom day».
Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, con una pressione fiscale che per il 2014 è destinata a toccare il record storico del 44 per cento, quest’anno i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino alla prima decade di giugno: precisamente l’11 giugno, cioè 161 giorni.
Ben 12 giorni in più di quanto avevano fatto nel 1995, quando, però, la pressione fiscale era inferiore di oltre 3 punti percentuali.
Del resto, sempre secondo la Cgia, su ogni famiglia italiana grava un carico fiscale medio annuo di quasi 15.330 euro: considerando l’Irpef e le relative addizionali locali, le ritenute, le accise, il bollo auto, il canone Rai, la tassa sui rifiuti e i contributi a carico del lavoratore.
Ogni nucleo famigliare versa all’erario, alle Regioni e agli enti locali mediamente 1.277 euro al mese: un importo che, dice la Cgia, corrisponde allo stipendio medio percepito mensilmente da un impiegato.
Nel 2013, spiega il presidente del centro studi Giuseppe Bortolussi, grazie all’abolizione dell’Imu sulla prima casa, il prelievo medio annuo era sceso a 15.329 euro: ben 325 euro in meno rispetto a quanto versato nel 2012.
Per l’anno in corso, invece, il gettito è destinato ad aumentare ancora a causadell’introduzione della Tasi e degli effetti legati all’aumento dell’aliquota Iva avvenuto nell’ottobre scorso.
Intanto si avvicina la data del versamento della Tasi.
Secondo la Confedilizia sono più di cinquemila, precisamente 5.050, i Comuni che hanno emanato dopo il 31 maggio le delibere relative al pagamento della tassa sugli immobili. Tra le grandi città , compaiono Roma, Palermo, Firenze, Trieste.
La questione fiscale è nell’agenda del governo. «Per stabilizzare gli 80 euro bisogna evitare l’errore fatto con l’Imu», ha detto il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, a margine del Meeting Confesercenti.
«Un intervento spot ha aggiunto — che non venne bilanciato da un intervento sulla spesa cosicchè la tassa è riemersa sotto altro nome».
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
DATI OPENPOLIS: TRA I VENTI ELETTI CON MENO PRESENZE, DODICI SONO DI FORZA ITALIA. VERDINI E’ STATO AL SENATO 12 GIORNI, GHEDINI APPENA 2
Meno ferie per i magistrati. Annunciando la riforma della giustizia, Matteo Renzi ha dichiarato guerra ai
presunti fannulloni negli uffici giudiziari.
Ma nella sua battaglia moralizzatrice, il premier farebbe bene a guardare anche in casa propria. A scorrere i dati dell’associazione Openpolis, si direbbe infatti che qualche onorevole fra i banchi di Camera e Senato proprio non ci voglia stare.
E nell’elenco dei “cattivi” il primato spetta proprio ai parlamentari di Forza Italia, da sempre sensibili sul tema della meritocrazia e dell’aumento della produttività . Evidentemente solo di quella altrui, visto che fra i peggiori 20, ben 12 sono berluscones: cinque a Montecitorio e sette a Palazzo Madama .
TOH, CHI (NON) SI VEDE
Niccolò Ghedini, il celebre avvocato di Silvio Berlusconi, è ad esempio attivissimo nelle aule di tribunale ma assai meno al Senato.
E tanto la sua sorte è intrecciata a quella dell’ex premier, che da quando il Cavaliere ne è stato estromesso il legale padovano pare non ci abbia messo più piede : l’ultima volta che ha partecipato a una votazione è stato il 27 novembre 2013, proprio il giorno in cui la Camera alta votò la decadenza del leader forzista.
Ma nemmeno prima aveva brillato per assiduità : l’unica altra presenza registrata risale al 30 aprile, giorno della fiducia al governo Letta.
Insomma, appena due giorni in Parlamento in 18 mesi di legislatura e un tasso di assenze pari al 99,83 per cento
In linea teorica non è detto che Ghedini (come tutti gli altri) manchi da quel giorno: i resoconti parlamentari non tengono conto delle presenze in commissione, delle sedute d’Aula in cui non sono previste votazioni elettroniche, delle assenze per motivi di salute e nemmeno dei casi in cui il parlamentare è fisicamente presente ma volontariamente non partecipa al voto.
Quel che è certo è che nemmeno in termini di attività legislativa l’avvocato di Berlusconi può vantare numeri migliori: il senatore azzurro ha apposto la sua firma a due proposte di legge presentate da altri e a una interrogazione al ministro Alfano per chiedere più forze dell’ordine a Padova, “soggetta ad un’escalation di violenza che non accenna a placarsi”.
Non si è distinto neppure Denis Verdini, al secondo posto in classifica, che ha mancato oltre il 90 per cento delle votazioni (6.025 su 6.664) ed è stato presente al Senato 12 giorni in tutto.
Il grande tessitore di Forza Italia, fra l’altro, dovrebbe ringraziare la riforma costituzionale del governo che – oltre a ritagliargli un ruolo di primo piano nelle trattative – fra luglio e agosto gli ha consentito di migliorare la performance e lasciare la maglia nera proprio al collega Ghedini. Prima dell’approdo al Senato del ddl Boschi, infatti, Verdini era stato a Palazzo Madama appena tre volte .
L’ultima, il 9 aprile, per un fatto che lo riguardava in prima persona: la concessione all’utilizzo delle sue intercettazioni nell’inchiesta sulla P3 .
Ma la riluttanza a sedersi negli scranni di Palazzo Madama pare diffusa tra i senatori forzisti. Quarto per assenteismo, Riccardo Conti – protagonista nel 2011 di una fortunata compravendita che nel giro di poche ore gli valse una plusvalenza milionaria – pare aver preso un lungo periodo di riposo.
Questa estate, mentre i suoi colleghi schiumavano in Aula per votare le riforme, lui non si è fatto vedere: l’ultima sua votazione a Palazzo Madama risale al 18 giugno, in occasione delle mozioni sull’Expo. Sandro Bondi (settimo in classifica) è invece riapparso proprio in quei giorni (il 21 luglio). Dopo oltre sette mesi: l’ultima volta che aveva partecipato a una votazione era l’11 dicembre.
Non va meglio alla Camera, dove il primato spetta a un altro azzurro: l’imprenditore Antonio Angelucci, che ha mancato il 99,6 per cento delle votazioni.
L’agiato re delle cliniche romane nonchè editore del quotidiano ‘Libero’ (4 milioni e mezzo dichiarati l’anno scorso) ha presenziato finora a Montecitorio appena 7 volte.
Le ultime due a marzo, durante la discussione sulla legge elettorale.
Prima, solo fuggevoli apparizioni: le pregiudiziali di costituzionalità dell’Italicum (31 gennaio 2014), la fiducia al decreto Imu-Bankitalia (24 gennaio), alla legge di stabilità (20 dicembre 2013), al decreto Emergenze (21 giugno 2013) e al governo Letta (29 aprile 2013).
Una panorama reso ancora più desolante dalla assoluta assenza di qualunque atto legislativo : zero proposte di legge, zero emendamenti, niente interrogazioni, nemmeno un intervento in Aula.
Medaglia d’argento provvisoria per Marco Martinelli (anche lui di Forza Italia), che si è rivisto alla Camera a luglio in occasione della legge sull’agricoltura sociale: mancava dal 2 ottobre, giorno della seconda fiducia al governo Letta. Ovvero oltre nove mesi.
Sul podio anche l’altro avvocato di Berlusconi, Pietro Longo, riapparso anche lui a luglio dopo una assenza di quattro mesi (il 26 marzo, decreto Lavoro).
I RECIDIVI
Considerando che da qualche anno Camera e Senato prevedono delle decurtazioni alla diaria (3.500 euro al mese) per gli assenteisti “cronici”, tutti quanti hanno dovuto rinunciare a una parte significativa dello stipendio.
E, malgrado le loro sporadiche apparizioni in Parlamento, si sono dovuti accontentare di circa 12 mila euro netti al mese anzichè dei 14 mila e rotti previsti dalla legge.
In un anno e mezzo di legislatura, circa 180 mila euro.
Comunque guai a pensare che si tratti solo di coincidenze, considerato che i principali assenteisti di questa legislatura lo erano anche in quella passata .
Martinelli, che si piazzò undicesimo, sparì ad agosto 2012 e di lui si perse traccia dopo le vacanze.
Verdini (terzo) si era già eclissato da maggio, dopo aver votato contro il taglio del finanziamento pubblico ai partiti.
Ghedini, invece, si confermò inseparabile da Silvio Berlusconi. Votò la fiducia al governo Monti il 18 novembre 2011 e poi sparì da Montecitorio.
Tra i primi dieci assenteisti al Senato vi sono poi Carlo Rubbia (87,22% di assenze), Giulio Tremonti (84,86%) Riccardo Conti (77,97%), Altero Matteoli (66,91%), Sandro Bondi (65,89%), Renato Schifani (65,88%), Paolo Romani (57,23%),Paolo Romani (57,23%), Francesco Nitto Paola (51,88%)
Tra i primi dieci alla Camera invece, dopo Angelucci e Longo, spiccano Rocco Crimi (93,76%), Stefano Quintarelli (92,12%) e Daniela Santanchè (77,79%)
Paolo Fantauzzi
(da “l’Espresso”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
NEL REGNO DI ARCORE: “SILVIO DELEGA TUTTO”… IL MONDO BERLUSCONIANO DIVISO IN CORRENTI COME LA VECCHIA DC
Pretendono che l’ordine di votare Donato Bruno alla Consulta arrivi dal capo in persona. Senza mediazioni. Senza portavoce.
Dentro Forza Italia la rivolta dei gruppi parlamentari rasenta ormai l’ammutinamento e così, prima che il Parlamento riprenda le votazioni per giudici di Consulta e Csm, se Silvio Berlusconi vorrà evitare altre imboscate dovrà formalizzare da Arcore la scelta del nome. «Purchè venga allo scoperto lui», è la richiesta.
Il partito monolitico è un ricordo lontano.
Nel giro di un anno Forza Italia ha subito una repentina metamorfosi: da «monarchia anarchica» a «oligarchia del clan», come l’hanno ribattezzata i veterani berlusconiani di Montecitorio e Palazzo Madama.
Da soggetto di plastica a concentrato di correntismo e potentati che neanche la Dc anni Ottanta.
Il fatto è che il leader è al tramonto e tutti cercano un posizionamento nel tentativo di sopravvivergli politicamente.
O all’ombra della sua corte o, per chi ne è fuori, prendendone sempre più le distanze. Lui è sparito dai radar.
«Fino a un anno fa alzava il telefono e se ti doveva urlare per una intervista o un’uscita non dovuta lo faceva senza remore, in prima persona» racconta quasi con nostalgia un ex ministro.
Poi tutto è cambiato. In particolare, raccontano, dopo la valanga giudiziaria fino alla Cassazione dell’agosto 2013 e all’espulsione dal Parlamento di novembre.
Risultato: «Adesso, al posto suo fa parlare e trattare altri, la Rossi del partito, Toti delle alleanze, Verdini delle riforme con Renzi, perfino la Pascale di diritti civili» elenca con amarezza chi è ammesso ormai di rado a Villa San Martino.
Quanti ex fedelissimi parlamentari caduti nell’ombra, chi ricorda Sandro Bondi, Elio Vito, Michaela Biancofiore?
Tutti i 69 deputati e i 59 senatori si sono così frammentati in piccole e grandi fazioni. Non è che non riconoscano più il monarca, ma con l’impallinamento nei giorni scorsi del grandcommis Antonio Catricalà (sponsor Gianni Letta) hanno lanciato l’ultimo, pesante avvertimento.
Al grido di: «Non accettiamo più imposizioni dal clan», d’ora in poi rispondono solo agli ordini del leader, se si deciderà a darne di persona.
Verdini, ma anche i capigruppo Romani e Brunetta si sono precipitati ad Arcore e lo hanno chiamato per riferire in queste ore come la situazione rischi di sfuggire di mano. Ecco perchè Berlusconi, guarito dall’uveite, domani non solo tornerà a Roma, ma ha già fatto sapere che intende convocare e tenere a rapporto l’intera delegazione parlamentare. Cosa che potrebbe avvenire già nelle prossime 48 ore.
Salvo prima risolvere la grana di Consulta e Csm, perchè il caos generato dalla fronda interna che ha boicottato il candidato ufficiale per sostenere in blocco Donato Bruno ha finito col paralizzare l’intero Parlamento.
Dopo i parlamentari, toccherà ai coordinatori regionali, insomma cercherà di riprendersi in qualche modo il partito entro fine settembre, come spiegava ieri ai suoi interlocutori. Ha incontrato i coordinatori lombardo e veneto, Gelmini e Marin, per fare il punto sulle alleanze alle regionali, altri li ha sentiti.
Altro tema caldo, quello del rapporto con Ncd e Lega, per ora rimesso agli sherpa, a cominciare dal gruppetto dei fedeli lealisti Toti, Gelmini, gli stessi capigruppo.
Le interviste politiche che rilasciano sempre più di frequente le “guardie del re”, ultima targhetta affibbiata al duo Francesca Pascale – Maria Rosaria Rossi, alimentano la fibrillazione.
Dopo l’ultima a Repubblica della tesoriera, si è scatenato Raffaele Fitto.
Con lui, ormai riferimento dei numerosi frondisti, c’è tutto un blocco di dirigenti, ex ministri o governatori, dalla Carfagna a Saverio Romano, dalla Polverini a Capezzone. L’eurodeputato da 284 mila voti ieri è tornato alla carica su Sky, rivendicando ancora le primarie e una linea di marcata opposizione a Renzi, «perchè un’opposizione silenziosa rischia di perdere la sua credibilità » è la critica implicita rivolta a Berlusconi.
Al quale ricorda che Forza Italia «è scesa in 5 anni da 13 a 4 milioni di voti».
Da Augusto Minzolini a Lucio Malan non sono pochi quelli che vorrebbero dichiarare guerra al governo.
«Perchè se è vero che in primavera si vota, se Renzi tenta il blitz – ne è convinto il senatore ex direttore del Tg1 – allora stiamo sbagliando strategia. Che racconteremo ai nostri elettori? Che abbiamo sostenuto le riforme del Pd?».
Altra storia, chi metterà mano alle liste, a quel punto.
E su questo è già rassegnazione nel partito. Insomma, «le guardie tengono in pugno il re» dicono.
La partita è in mano al “clan” ristretto.
Per tutti gli altri, l’avventura politica finisce qui.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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