Destra di Popolo.net

GOVERNO, RIMPASTO IN VISTA AGLI ESTERI E ALL’ISTRUZIONE: IN PRIMA FILA PISTELLI E PUGLISI

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

SI DEVE SOSTITUIRE LA MOGHERINI, MA ANCHE ASSEGNARE A UN ESPONENTE PD L’ISTRUZIONE…MA SE ORLANDO ACCETTASSE DI CORRERE IN LIGURIA E DEL RIO O POLETTI FOSSERO DIROTTATI IN EMILIA, ALLORA SI LIBEREREBBERO ALTRE POLTRONE

Lapo Pistelli alla Farnesina. Francesca Puglisi all’Istruzione. Giovanni Fiandaca alla Giustizia. Ecco il toto ministri.
Una, due, tre, quattro, cinque, forse addirittura 6 caselle costituiranno il rimpasto delle prossime settimane.
Non è dato sapere con precisione quando il premier-segretario romperà  gli indugi. Fatto sta che in Transatlantico — tra una fumata nera sui membri della Consulta e una mezza bianca sui membri laici del Csm (Legnini, Fanfani e Leone per ora i 3 eletti su 8 totali) — è una girandola di nomi che certamente, sottolinea un deputato Pd, “dialogheranno con il rinnovo della segreteria”.
Lapo Pistelli, fiorentino, già  sottosegretario alla Farnesina, per il quale Renzi ha lavorato negli anni Novanta come portaborse, è in pole position come ministro degli Esteri.
In alternativa ci sarebbe il nome “autorevole” di Marta Dassù, che è stata già  sottosegretario agli Esteri ai tempi di Letta, conosce a menadito la macchina del dicastero, e avrebbe una standing internazionale (proprio in questi giorni ha incontrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano)
Emanuele Fiano, milanese, Pd, alla terza legislatura e di rito rigorosamente franceschiniano, avrebbe le carte in regola per rivestire il ruolo di sottosegretario alla Farnesina (sostituirebbe Pistelli).
E a quelli sopracitati si possono aggiungere: la renziana Lorenza Bonaccorsi, Lia Quartapelle, esperta di esteri, Giuseppe Beretta, già  sottosegretario alla Giustizia con il governo di Letta, Andrea Giorgis, professore di diritto costituzionale e deputato, fino a giungere a Raffaella Paita, attualmente in corsa per la Regione Liguria. Francesca Puglisi, senatrice democratica, esperta di scuola e formazione, ha il profilo giusto — rivelano dal Nazareno e da Palazzo Chigi — per sostituire la montiana Stefania Giannini, segretaria di un partito ridotto al lumicino.
Ma corsa sembra a tre: partecipano anche la siciliana Sofia Amoddio e la giovanissima lettiana Anna Ascani.
A Giovanni Fiandaca, giurista siciliano, autore di un testo sulla trattativa Stato-Mafia che ha suscitato parecchie polemiche (in uno scontro continuo in particolare con Marco Travaglio) e in corsa fino a pochi giorni fa per la vicepresidenza del Csm, potrebbe essere riservato il dicastero di via Arenula, se Andrea Orlando volesse candidarsi a presidente della Regione Liguria a primavera.
E ancora: gira con insistenza il nome Silvia Fregolent, piemontese di area Fassino (Piero), per sostituire come sottosegretario all’istruzione Reggi, da ieri direttore generale dell’Agenzia del Demanio.
Gli emissari di Matteo Renzi, Luca Lotti e Maria Elena Boschi lavorano in questa direzione.
E nel weekend porteranno a Renzi una lista composta da una ventina di nomi su cui, poi, il premier proferirà  l’ultima parola. In un match che si intreccerà  con il rinnovo della segreteria.
Seguendo la regola: chi non entra in segreteria, scalerà  i ranghi del governo.
Del resto, dalla giornata di ieri i fatti non lasciano spazio ad altre interpretazioni. Il metodo pure: “Liberare posti al governo per pilotare il grande rimpasto di ottobre”. Con l’obiettivo, scherza Pippo Civati con ilfattoquotidiano.it, “di fare un grande Palazzo Chigi”. Così Reggi all’Agenzia del demanio e Giovanni Legnini vice a Palazzo Marescialli.
Una mossa del “cavallo” che spalanca le porte alla rivisitazione della compagine di governo, nonostante avesse definito “fantapolitica” un rimpasto generale.
Quindi non solo la sostituzione della Mogherini.
Nel giro di pochi giorni lo scenario è mutato considerevolmente.
Gli attacchi della minoranza interna al partito, le dichiarazioni al vetriolo dei vertici dell’Anm, la trattativa delicata sull’elezione dei membri laici del Csm e della Corte Costituzionale, il rinnovo della segreteria.
Infine, il caso Emilia Romagna. Dossier delicati che impongono all’inquilino di Palazzo Chigi un cambio di strategia.
E “quale miglior occasione — si domanda con un filo di sarcasmo chi conosce l’ex sindaco di Firenze — se non quella delle regionali emiliane e della nomina dei membri del Csm?”. A ciò si aggiunge che è tornato a girare il nome del Guardasigilli Orlando, come candidato governatore della regione Liguria.
Prima, però, si dovrà  risolvere con delicatezza il caso Emilia.
C’è chi assicura che la vicenda Bonaccini si scioglierà  nelle prossime ore quando il premier in persona gli potrebbe chiedere un passo indietro.
Perchè, annota un parlamentare Pd, “non esiste che uno, Richetti, si debba sfilare per un’inchiesta sulle spese pazze, e l’altro, Bonaccini, sulla medesima inchiesta debba restare lì, immobile”.
E, allora, se Bonaccini si ritirasse dalla competizione, Renzi punterebbe su Graziano Delrio o su Giuliano Poletti.
Nomi che gli garantirebbero di tenere unita la “ditta” emiliano-romagnola, e, allo stesso tempo, di accelerare sul rimpasto.

Giuseppe Alberto Falci

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FORZA ITALIA, FITTO CONTRO ROSARIA ROSSI: “ALLIBITO CHE BERLUSCONI LASCI DARE PATENTI DI PARTITO”

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

“C’E’ SEMPRE PIU’ DISAGIO PER IL METODO UTILIZZATO, PERCHE’ SILVIO L’AUTORIZZA?”

La risposta di Raffaele Fitto arriva poco dopo la lettura dei giornali del mattino: “Sono allibito”. E lo scontro dentro Forza Italia torna pubblico.
Mariarosaria Rossi in un’intervista su Repubblica parla del futuro del partito.
E ferma ogni possibilità  di primarie: “Le vuole Fitto? Ognuno ha le proprie ambizioni. ma da noi non se ne parla”.
E il collega risponde sul suo blog con un duro attacco: “Lascia allibiti il fatto che il presidente Silvio Berlusconi possa consentire alla senatrice Rossi di distribuire, controllare, rilasciare o ritirare ‘patenti’ sulla legittimità  dello stare nel partito, e sulla correttezza o meno delle opinioni e delle tesi politiche altrui”.
La Rossi, considerata tra le più vicine all’ex Cavaliere, è vista come una delle esponenti del cerchio magico e portatrici del pensiero del leader di Forza Italia.
Tanto che Fitto risponde piccato: “Ritengo che nè la senatrice Rossi nè altri in un movimento liberale, possano anche solo lasciar intendere nulla di simile. Così come ritengo che nè la senatrice Rossi nè altri abbiano titoli o legittimazione tecnico-giuridica e statutaria nonchè politica per ipotizzare cose di questo genere”.
Il deputato da tempo critico con le posizioni del leader, torna così a manifestare il suo malumore sulla situazione del partito.
“Credo che sia sempre più forte il disagio di tanti colleghi parlamentari, di amministratori, iscritti e militanti, per un metodo che addolora e lascia perplessi. E lo dice — sia ben chiaro — chi, come me, ha sempre ritenuto e ritiene che Forza Italia sia stata, sia e sarà  ancora anche casa propria”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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UNA POLTRONA PER TE: GLI AMICI DI RENZI SEMPRE AL POSTO GIUSTO

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

HA COMINCIATO CON LE PARTECIPATE DI STATO E NON SMETTE PIÙ… DOPO REGGI, L’AMICO “RITROVATO”, E LEGNINI (SPINTO DA LOTTI) VUOLE CONTROLLARE ANCHE IL POSTO CHE LA TODINI LASCERà€ IN RAI

Matteo Renzi non può nominare se stesso, così indica quelli che incarnano il renzismo, lo diffondono, lo proteggono.
Non importa se la nomina deve conservare un minimo di rigore istituzionale, una traccia di imparzialità : vidimando una pratica istruita da Luca Lotti, la scatola nera del renzismo, al Csm ha mandato l’ex bersaniano Giovanni Legnini, che pure Enrico Letta aveva arruolato a Palazzo Chigi.
E non sarà  una poltrona-figurina, l’abruzzese Legnini sarà  designato Capo, erede di Michele Vietti, vice soltanto di Giorgio Napolitano che presiede l’organismo costituzionale.
Legnini in sè non c’entra nulla, le referenze si possono rendicontare, è il metodo da conquistatore totale che non è mai esistito, neanche con il vorace Silvio Berlusconi.
Legnini è sottosegretario al Tesoro, stessa carica di Roberto Reggi, che però sta all’Istruzione.
Reggi ha completato la riabilitazione e s’è meritato il trasloco al Demanio per vendere un po’ di immobili statali e gestire la colossale riforma del catasto: l’ex sindaco di Piacenza, coordinatore di primarie contro Pier Luigi Bersani, non fu candidato in Parlamento (nel 2013) come capro espiatorio per attacchi troppo ruvidi agli avversari del renzismo.
Ha recuperato. Le promozioni di Renzi non seguono una , perchè poi producono dei pastrocchi.
E lo spostamento di Legnini è un pastrocchio prevedibile.
Il docente in aspettativa, che dovrà  governare i magistrati, in questi mesi s’è comportato da affidabile referente di Palazzo Chigi al Tesoro, sempre in stretto contatto con il fiorentino Lotti (li accomuna la pesante delega al Cipe, dove si sbloccano progetti milionari).
Adesso Legnini doveva badare alla delicata legge di Stabilità  (l’ex Finanziaria) dentro un ministero controllato dal tecnico (e dalemiano) Pier Carlo Padoan e da una coppia di ex collaboratori di Letta: Fabrizio Pagani, capo di segreteria e Roberto Garofoli, capo di gabinetto. Con l’ex animatore di Vedrò, Garofoli stava a palazzo Chigi, segretario generale, rimosso per far spazio a Mauro Bonaretti, che Graziano Delrio s’è portato da Reggio Emilia.
Risultato: Bonaretti non tocca palla perchè la vigilessa Antonella Manzione, reggente dell’ufficio legislativo, comanda la macchina burocratica.
E il bello (o il brutto) è che il non renziano Garofoli muove le leve al Tesoro.
Renzi “ricicla” pure gli amici di amici, il sindaco di Arezzo, Giuseppe Fanfani, va al Csm in quota Maria Elena Boschi.
Con l’ostinazione di chi deve presidiare gli angoli del potere e il centro assieme, Renzi perde un interlocutore decisivo in via XX Settembre.
Esemplare il caso di Reggi: la scuola è il primo pensiero di Renzi, no? Bene, all’Istruzione non c’è un democratico: il ministro Stefania Giannini è di Scelta Civica; i sottosegretari sono Gabriele Tocca-fondi (Forza Italia) e Angela D’Onghia (Popolari per l’Italia).
Anche il destino di Carlo Cottarelli è deformato dalla tattica mi-prendo-tutto di Renzi: prima l’ha commissariato con i fidati Filippo Taddei e Yoram Gutgeld, poi l’ha immolato in pubblico per giustificare i ritardi con la spending review e ora lo spedirà  al Fondo Monetario Internazionale come rappresentante del governo italiano, subentrerà  ad Andrea Montanino.
Come premio a una riforma (per il momento) esclusivamente declamata nelle conferenze stampa o durante le interviste, Renzi vuole il posto nel Cda Rai che sarà  presto vacante per l’uscita di Luisa Todini (quota Forza Italia), da maggio presidente di Poste.
Al Pd non spetta quella poltrona in viale Mazzini, ma i frequenti e trasversali patti con Silvio Berlusconi, a discapito di un’opposizione totalmente ignorata (i Cinque Stelle e quel che resta di Sel), possono consentire ai democratici di raccattare un’altra seggiola nel servizio pubblico sfruttando i numeri in Commissione di Vigilanza.
Renzi ha piazzato il suo commercialista Marco Seracini in Eni (come sindaco), il suo avvocato Alberto Bianchi in Enel e il suo finanziatore Fabrizio Landi in Finmeccanica.
A Palazzo Chigi ha importato fianche il fotografo compaesano.
Ovvio, tutti toscani. Tutti a ingrossare il Granducato di Matteo.
Quando il serbatoio regionale è vuoto, Renzi attinge altrove.

Stefano Feltri e Carlo Tecce
(da Il Fatto Quotidiano“)

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RENZI ISPIRA MENO FIDUCIA E PERDE 15 PUNTI IN TRE MESI

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

SONDAGGIO DEMOS: PD 41,1%, M5S 20%, FORZA ITALIA 18,6%,   LEGA NORD 6,9%, SEL 5,8%, NCD 2,9%, FDI 2,1%

Alla fine di un’estate attiva e combattiva, Matteo Renzi e il suo governo dispongono di un consenso ancora ampio e maggioritario.
Il Pd resta il primo partito, con oltre il 41% dei voti. Conferma, quindi, il significativo risultato ottenuto alle elezioni europee.
Tuttavia, il clima d’opinione a favore di Renzi e il suo governo risulta molto ridimensionato rispetto a giugno.
Perchè sembra indebolita quella trasversalità  emersa, in particolare, nel voto europeo. Si tratta delle prime indicazioni del sondaggio di Demos per l’Atlante Politico, presentato oggi su Repubblica.
Il PD di Renzi, il PdR, cioè, oggi appare, in parte, “normalizzato”.
Non è più in grado di attingere consensi da tutti i principali settori dello spazio elettorale, ma è divenuto un soggetto politico di centrosinistra, più di centro che di sinistra. Come il suo leader. Come il premier. Che, per questo, non piace più, come prima, a centrodestra, ma neppure agli elettori maggiormente spostati a sinistra.
Nè, a maggior ragione, agli elettori del M5s.
Chiariamo: la posizione del premier e del governo appare ancora solida.
Il consenso per il governo, infatti, tocca il 54%. Mentre la fiducia nei confronti di Renzi è intorno al 60%. Tantissimo, non c’è dubbio.
Soprattutto in confronto agli altri leader, molto lontani, per grado di confidenza.
E quasi tutti in declino. Segno di una certa stanchezza politica che pervade la società . La differenza, rispetto agli ultimi sei mesi, è che neppure Renzi e il suo governo “personale” riescono a sottrarsi a questa tendenza. Anzi.
La fiducia nei loro confronti, infatti, subisce un calo di circa 15 punti rispetto a giugno.
Le ragioni di questo sensibile calo sono diverse e prevedibili.
Anzitutto, la crisi, che non riduce la pressione sul reddito personale e familiare. Poi, la delusione. D’altra parte, c’è un’evidente distanza fra le attese dei cittadini e le priorità  del governo. Che, fin qui, ha privilegiato le riforme istituzionali. La fine del bicameralismo perfetto (e del Senato), la legge elettorale. Ora: la giustizia.
Che, tuttavia, come emerge dal sondaggio dell’Atlante Politico, non suscitano grande passione, fra gli elettori. Molto più interessati, invece, alle riforme che riguardano il mercato del lavoro, il rilancio dell’occupazione, l’adeguamento delle pensioni più basse, il sistema scolastico, il fisco.
Naturalmente, Renzi ha scelto la via delle riforme istituzionali e del sistema elettorale per poter, comunque, rivendicare dei risultati, dopo pochi mesi di governo.
Ma anche per creare le condizioni favorevoli per “governare”, in futuro. E per andare a elezioni, in tempi non troppo lontani, con regole che permettano la formazione, in Parlamento, di maggioranze stabili.
Il calo della popolarità  del premier e del governo, però, sottolinea come l’apertura di credito degli elettori non sia infinita.
Quindici punti di fiducia in meno, in tre mesi, non sono pochi. Anche se è cresciuta la quota di elettori che pensa che Renzi governerà  fino in fondo.
Il 43% degli intervistati, infatti, ritiene che arriverà  a fine legislatura.
Si tratta di 11 punti in più, rispetto allo scorso giugno. Mentre, al contrario, si è ridotta a poco più del 20% la componente degli scettici, i quali credono che resisterà  meno di un anno.
Parallelamente, resta maggioritaria – anche se in calo – la componente di chi ritiene che Renzi ci porterà  fuori dalla crisi.
Gli orientamenti di voto, peraltro, riflettono quelli emersi alle elezioni europee.
Con alcune limitate — e significative – differenze.
In particolare, la ripresa di FI, che risale oltre il 18%. E il parallelo ridimensionamento di NCD e Udc. Come della popolarità  di Alfano e Casini. Risucchiati nella spirale del PdR.
Si allarga, invece, il peso della sinistra (SEL), in parte, probabilmente, per il sostegno delle componenti critiche del PD.
Dunque, la maggioranza degli italiani pensa che Renzi e il governo arriveranno in fondo alla legislatura. Il partito di Renzi, inoltre, mantiene una larga maggioranza. Perchè non sembra avere alternative, nè un’opposizione effettiva.
Anche il M5s non riesce ad andare oltre il 20%.
Eppure, come si è detto, la fiducia personale nel premier e nel governo ha subito una brusca discesa.
La spiegazione “politica” di questo ridimensionamento è comprensibile osservando le tendenze del consenso nei diversi elettorati di partito.
Lo scorso giugno, dopo le elezioni europee, il gradimento per Renzi e il governo risultava, infatti, trasversale. Solo fra gli elettori del M5s, infatti, era molto sotto alla maggioranza.
Ora, invece, resta larghissimo nella base del PD — prossimo al 90% – e fra gli elettori centristi e del NCD. Ma crolla in tutti gli altri settori.
Soprattutto a destra: nella base di FI e degli altri partiti di centrodestra. Oltre che del M5s (dal 36% a 20%).
Oggi, dunque, Renzi appare ed è un leader di centrosinistra, alla guida di un governo di centro-sinistra.
E ciò significa che il PDR non può più prescindere dal PD.
Il leader ha bisogno del partito, per governare e per imporsi, in caso di elezioni.
Anche se il partito — il PD — ha bisogno di Renzi per affermarsi. Per non scivolare di nuovo al 25%.
Per questo i prossimi mesi appaiono importanti e critici.
Per il governo e il suo premier. Per il Pd e per il suo leader. E, dopo sei mesi di corsa, Renzi deve fare più attenzione.
Al partito, agli elettori, alle parole, ai risultati. Senza riassumere e sovrapporre governo e comunicazione.

Ilvio Diamanti
(da “La Repubblica”)

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FORZA ITALIA NEL CAOS, IL CAVALIERE SOTTO ACCUSA: “NON CONTROLLA PIÙ IL PARTITO”

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

I GRUPPI DISATTENDONO LE DIRETTIVE, I PARLAMENTARI NON PAGANO LA QUOTA….E SILVIO E’ ACCUSATO DI UNA OPPOSIZIONE TROPPO BLANDA

Silvio Berlusconi ha perso il controllo dei gruppi parlamentari di Forza Italia.
L’ennesima fumata nera sui giudici costituzionali alla Camera fa scattare l’allarme rosso ad Arcore.
La situazione è sfuggita di mano e il flop di ieri sulla candidatura imposta dall’alto di Antonio Catricalà  è stata solo l’ultima amara conferma di una leadership in declino.
Il giro di telefonate con Roma per tutto il giorno è stato fittissimo, la partita sembrava chiusa, col pranzo di mercoledì a Villa San Martino con Denis Verdini (sponsor di Bruno), Gianni Letta (sponsor di Catricalà ), Nicolò Ghedini. E invece tutto è saltato per aria, in un partito già  nel caos.
Il capo di Forza Italia – che gli stessi (pochi) fedelissimi ormai definiscono “più renziano di un Guerini o di un Lotti” – stenta a mantenerlo unito.
I mugugni e i capannelli in Parlamento si trasformano ormai in insubordinazione nelle aule parlamentari.
I capigruppo di Camera e Senato fanno ormai fatica a tenere in riga la squadra. E non certo perchè la voce e gli ordini dell’ex premier giungono flebili dalla Brianza, dove è costretto in casa dall’uveite recidiva.
Il fatto è che la nuova linea appiattita su Renzi convince poco o nulla deputati e senatori. «Così andremo a schiantarci» per dirla con parecchi di loro e non solo con Raffaele Fitto, unico a dichiararlo apertamente.
Al pallottoliere di Verdini ieri risultavano fra trenta e quaranta i parlamentari forzisti che avrebbero votato il senatore Donato Bruno (alla fine 120 voti) alla Corte Costituzionale, violando l’ordine di scuderia.
Erano presenti 104 dei 69 deputati e 59 senatori. Una vera e propria rivolta contro l’uomo forte sponsorizzato da Gianni Letta, ma ritenuto dai senatori un «corpo estraneo». Francesco Nitto Palma viene ritenuto lo “Spartaco” dell’insurrezione, lui smentisce, ma non è quello il punto.
«Quanto accaduto è grave perchè diamo l’impressione di un caos assoluto e dell’impossibilità  di Berlusconi di governarlo » spiega in Transatlantico un ex ministro. Del resto non è l’unico indizio.
Negli ultimi sei mesi non sono state sufficienti le minacce del capo e gli avvertimenti della tesoriera Maria Rosaria Rossi per costringere i 55 tra deputati e senatori che dal marzo 2013 ad oggi si sono rifiutati di versare al partito gli 800 euro mensili, ormai indispensabili per la sopravvivenza finanziaria dopo il taglio ai finanziamenti pubblici. Risultato, il buco da 15 milioni di euro che si somma ai quasi 90 di disavanzo.
Con la senatrice ombra del capo che mette nero su bianco una lettera dai toni durissimi, in cui alla minaccia spuntata di non ricandidare i morosi (la gran parte dei parlamentari sa che non sarà  in lista comunque), affianca quella più immediata del deferimento ai probiviri e dell’espulsione dal partito.
«Tutti devono contribuire» ha rincarato ancora ieri Giovanni Toti.
Il fatto è che il brand Berlusconi non tira più come un tempo. Anche le cene di fund raising organizzate nei mesi scorsi sembra non abbiano dato i risultati sperati.
Quelle nelle grandi città  lasciano indifferenti i potenziali vip finanziatori e l’idea adesso è quella di portare in giro il capo-icona per paesi e piccoli centri, con la speranza di raggranellare qualcosa almeno lì.
E ancora, Berlusconi pone il veto sulle primarie, ma Fitto e i suoi gli dichiarano guerra: «Sono una risorsa, vanno fatte in tutte le regioni».
Un’epoca si è chiusa. Il disinteresse di Berlusconi per le vicende del partito, sempre più concentrato sulla salvaguardia delle aziende in tempi di crisi, fanno il resto.
A Renzi ha promesso una mano sulle riforme, certo, ma adesso non è escluso che possa arrivare un’astensione o addirittura il voto favorevole alla legge di Stabilità  se davvero dovesse contenere una riduzione dell’Irap e altre misure favorevoli al rilancio.
Ma ora dovrà  riprendersi il partito.
E chissà  se sarà  sufficiente, come un tempo, tornare la settimana prossima a Roma.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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BERLUSCONI NON PAGA PIU’, FORZA ITALIA VICINO AL FALLIMENTO

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

CON UN BUCO DI 88 MILIONI, LA TESORIERA ROSSI VA A CACCIA DEI MOROSI… A RISCHIO GLI STIPENDI DEI DIPENDENTI

È lei che popola i sogni degli onorevoli di Forza Italia. E non tanto per le foto in abiti non proprio monastici apparse nei giorni scorsi su Chi.
Sono più che altro incubi.
Ormai, da quando è stata nominata tesoriere unico del partito, Maria Rosaria Rossi fa più paura di chiunque altro.
Più dello stesso Berlusconi, che ormai morde sempre meno, chiuso nei suoi appartamenti con la fidanzata Francesca Pascale.
Non importano i suoi occhioni, quando arriva la Rossi cala il gelo: si racconta di deputati e senatori che fuggono per i corridoi al suo solo apparire, perchè la grintosa Maria Rosaria gira armata di biglietti come verbali di un vigile urbano.
Su ognuno è scritto il nome del debitore con la somma dovuta al partito. E addirittura il codice Iban.
Appena ti pizzica te lo rifila. Impossibile sfuggirle.
La missione che le ha affidato il grande capo è chiara: tagliare, tagliare, tagliare.
E poi recuperare fino all’ultimo centesimo.
Perchè le casse di Forza Italia, una volta partito di nababbi, sarebbero lisce come una pista di pattinaggio sul ghiaccio. E l’ex Cavaliere, come dicono i suoi collaboratori, “a giugno dopo un controllo si è rotto definitivamente i maroni. Basta pagare per gli altri”.
Ormai dal partito non arrivano più soddisfazioni, ma soltanto debiti.
Da anni ormai la falla si è aperta.
All’inizio il compito di tapparla era stato affidato niente meno che a Daniela Santanchè.
La pasionaria dal passo di valchiria doveva ridurre i costi, ma soprattutto fare la fund raiser, per dirla all’inglese che fa più chic. In pratica raccattare soldi.
Ma nonostante la grinta, la missione di Daniela sarebbe tragicamente fallita.
Il punto è che Forza Italia è una vacca da cui troppi mungevano latte. Con un risultato impressionante: debito di 88 milioni e rosso di 15 milioni in dodici mesi.
E così un anno fa ecco i primi tagli. A cominciare dalle sedi.
Sono finiti i tempi d’oro in cui i fedelissimi di re Silvio si radunavano tra i legni pregiati del parlamentino al piano terra di Palazzo Grazioli.
O al primo piano, nell’ufficio di Paolo Bonaiuti, dove si sussurravano le preghiere per il Capo.
A citarli in giudizio per il mancato pagamento dell’affitto, come un inquilino moroso qualsiasi, era stato il proprietario: il conte Emo Capodilista, che ha ereditato il palazzo nel cuore di Roma insieme con Saverio (detto Lallo) Caravita di Sirignano.
Sette mesi di morosità , assicurarono i nobili.     Che umiliazione allora dover trattare, chiedere lo sconto, tirare sul centesimo.
Alla fine il trasloco: Forza Italia ha rinunciato al parlamentino per ritirarsi nella sede di San Lorenzo in Lucina.
A Palazzo Grazioli, simbolo di un ventennio, finito nelle cronache politiche e rosa in attesa forse di approdare ai libri di storia, resta soltanto Berlusconi.
Per adesso. Il suo fidatissimo architetto Gianni Gamondi è stato sguinzagliato per le dimore più esclusive di Roma. Ma finora niente da fare.
Ma una cosa è certa: Berlusconi di soldi è ancora disposto a spenderne per la sua residenza. Ma non vuole più essere la vacca da mungere del partito.
Che ci pensino gli altri, quelli che non vogliono scucire nemmeno i soldi della quota. La pacchia per loro è finita, ora è arrivata Maria Rosaria Rossi, una da far impallidire Cottarelli. Ha convocato una riunione d’emergenza con il consigliere politico Giovanni Toti, la responsabile comunicazione, Deborah Bergamini, l’amministratore dell’ex Pdl, Rocco Crimi e Sestino Giacomoni.
Lapidaria la comunicazione: le casse sono vuote.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PARTITO SMEMOCRATICO: DALLA ROTTAMAZIONE AL RICICLAGGIO

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

SI FA AVANTI NEL PD RENZIANO IL CONCETTO DI MODICA QUANTITA’ DI REFURTIVA

Le inchieste sul nuovo ad dell’Eni Claudio Descalzi (indagato a Milano per corruzione internazionale) e sui candidati renziani a governatori dell’Emilia Romagna Matteo Richetti e Stefano Bonaccini (indagati a Bologna per peculato) la dicono lunga sulla portata rivoluzionaria del renzismo.
Descalzi, nominato da Renzi al posto di Scaroni, era il braccio destro di Scaroni. Infatti è inquisito con Scaroni per la megamazzetta nigeriana.
Alla presidenza dell’Eni Renzi, in perfetta coerenza, ha piazzato Emma Marcegaglia, azionista e dirigente del gruppo di famiglia che pagò tangenti all’Eni per un appalto Enipower.
Se questo è il rinnovamento, tanto valeva tenersi Scaroni.
Idem come sopra sul versante politico. Chi sono i “renziani”? Ex comunisti o diessini, ex democristiani o margheriti che negli ultimi due anni, fiutata l’aria che tirava, si sono paracadutati sul carro del vincitore un attimo prima o un attimo dopo che vincesse.
Nulla di male, intendiamoci: una classe dirigente non s’inventa tra un tweet e un selfie. Ma questa non è rottamazione, e nemmeno rivoluzione: è riciclaggio.
E l’idea che i 39 anni di Renzi immunizzino tutti i suoi dai guai giudiziari è una pia illusione.
I guai giudiziari dei politici non dipendono dalle idee politiche dei pm, ma dai comportamenti dei politici. E nessuno può meravigliarsi se anche i renziani cominciano a cadere nella rete delle Procure: se tutti — diconsi tutti — i consigli regionali d’Italia sono sotto inchiesta perchè si facevano rimborsare spese private con soldi pubblici, era abbastanza prevedibile che i renziani che vi bivaccano da anni finissero nei pasticci.
“Cambiare verso” non significa essere immuni da collaboratori indagati: significa reagire alle indagini in maniera diversa rispetto al passato.
E qui casca l’asino, anzi Matteo con tutto il cucuzzaro.
Il premier, sull’indagine bolognese, non ha voluto fare commenti. Il che è già  qualcosa, visto che quando Errani fu condannato in appello per aver fatto carte false nel tentativo di coprire lo scandalo dei finanziamenti regionali alla coop del fratello che non ne aveva i titoli, lo ricevette in pompa magna a Palazzo Chigi, manco fosse un eroe nazionale.
Sul caso rimborsi invece Renzi ha solo precisato di non aver chiesto a Richetti di ritirarsi nè a Bonaccini di resistere (invece avrebbe fatto bene a metterli da parte entrambi).
Se passa il principio che chi è indagato si ritira in attesa del processo, che ci fanno nel governo Renzi gli inquisiti Barracciu, Del Basso De Caro, De Filippo e l’imputato Bubbico?
E che ci fa nella segreteria renziana l’indagato Faraone?
La Boschi, poveretta, s’è affannata a richiamare la presunzione d’innocenza fino a condanna definitiva, come se questa vietasse le dimissioni di chi è raggiunto da gravi sospetti (automatiche e doverose in tutte le democrazie, fuorchè in Italia).
Su Europa, organo clandestino del Pd, si leggono commenti che paiono tratti pari pari dal Giornale o dal Foglio: “Politici e amministratori sono esposti alla discrezionalità  spinta dei magistrati” in guerra “contro il governo in difesa degli stipendi e delle ferie”.
Quindi giustizia a orologeria per vendicare la casta togata contro le riforme: ora Berlusconi chiederà  le royalty.
Europa (ma non solo) aggiunge che è “pazzesco” indagare Bonaccini per soli “4 mila euro in 19 mesi”: quindi se, putacaso, quei soldi Bonaccini li avesse davvero rubati, non sarebbe comunque reato per la modica quantità  della refurtiva.
Ergo, se uno scippatore frega la pensione a cinque-sei vecchietti, che fanno?
Lo candidano a governatore?
Sicuri che le mutande verdi di Cota a spese della Regione Piemonte costassero più di 4 mila euro?
Si dirà : ma questa è la finta sinistra, poi c’è quella vera di Sel.
Infatti l’assessore vendoliano alla Cultura, Massimo Mezzetti, dichiara spiritoso: “Facciamo così, per risparmiare tempo chiediamo alla Procura di Bologna chi vuole alla presidenza della Regione”.
Mezzetti s’è scordato che in Italia accade così da anni, tant’è che indagato è diventato sinonimo di candidato. Ai tempi di B. la selezione delle classi dirigenti avveniva sul registro degli inquisiti.
Oggi, invece, pure.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MARO’: LATORRE RIENTRERA’ IN ITALIA PER QUATTRO MESI, OK DELLA CORTE SUPREMA INDIANA

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

DOPO IL MALORE CONCESSO UN PERIODO DI CONVALESCENZA IN ITALIA, MA DIETRO GARANZIA SCRITTA DEL RIENTRO IN INDIA

La Corte suprema indiana ha accolto l’istanza del team di difesa di Massimiliano Latorre per un rientro in Italia di quattro mesi per un periodo di convalescenza dopo l’ischemia che ha colpito il fuciliere di marina il 31 agosto scorso.
I giudici hanno accettato una garanzia scritta di rientro a nome del governo italiano, fornita dall’ambasciatore Daniele Mancini, chiedendo però anche una nuova garanzia scritta “non ambigua e non equivoca” a Latorre.
Garanzia che — si è appreso — sarà  presentata oggi stesso, 12 settembre.
“Abbiamo ottenuto quanto volevamo. Speriamo che possa partire già  domani” ha detto all’Ansa un avvocato del team di difesa di Latorre.
“Tra stasera e domani dovremo essere in grado di completare le pratiche burocratiche necessarie per il rimpatrio”, ha aggiunto il legale.
Il presidente della corte R.M. Lodha, accompagnato dai giudici Kurian Joseph e Rohinton Fali Nariman, ha ascoltato in particolare il rappresentante del governo, l’additonal sollicitor general P.S. Narasimha, a cui in una udienza iniziale lunedì era stato chiesto di presentare la posizione al riguardo.
“Si tratta di un caso di malattia e di condizioni fisiche — aveva detto detto Lodha rivolto a Narashima — e se esistono serie obiezioni alla richiesta dovete dircelo”.
Ma lo stesso giorno in una conferenza stampa il ministro degli indiano Esteri Sushma Swaraj aveva anticipato che “se la Corte concedesse il rimpatrio su un terreno umanitario, noi non ci opporremmo”.
A cercare di intralciare questa decisione era giunta nelle ultime ore una istanza di Freddy Jhon Bosco, proprietario del peschereccio coinvolto nell’incidente del 15 febbraio 2012 in cui morirono due pescatori, in cui si chiedono per Latorre ulteriori accertamenti medici.
In un’intervista all’Ansa lo stesso Bosco ha confermato di avere firmato questa ‘application’ “perchè voglio che sia chiaro che io sono una delle vittime di questa vicenda, che ho perso un peschereccio che era tutto quello che avevo e che sono di fatto rovinato”.
Dopo aver spiegato di aver ricevuto per l’incidente 1,7 milioni di rupie (meno di 25.000 euro), ha sottolineato che il mio peschereccio “è bloccato da tre anni in custodia del commissariato di polizia di Neendakara. Riaverlo mi costerebbe una fortuna in avvocati. Ho avuto intanto un secondo figlio per il prolungarsi di tutta questa vicenda ho dovuto prendere soldi in prestito. E senza la barca sono costretto a lavorare come giornaliero, con un reddito attuale al massimo di 20.000 rupie (225 euro) al mese.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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ORSA DANIZA, L’ESPERTO: “E’ IL TERZO ESEMPLARE UCCISO NEL TRENTINO”

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

IL PROF. FILACORDA: “NON ANDAVA CATTURATA, NON C’ERA MOTIVO”… NEGLI ULTIMI 150 ANNI NON HANNO MAI AGGREDITO L’UOMO

”E’ il terzo orso che muore in un incidente di cattura, in provincia di Trento, negli ultimi anni”.
Lo afferma Stefano Filacorda, dell’Universita’ di Udine, un esperto nella gestione dei plantigradi in Friuli Venezia Giulia.
”Non conosco la dinamica di quanto e’ accaduto, per cui mi astengo dal giudicare le responsabilita’ – afferma Filacorda -. Noi abbiamo catturato 4 orsi per attrezzarli di radiocollare e sappiamo quanto l’operazione sia delicata e problematica per la sicurezza dell’animale e degli operatori”.
Nel caso specifico di Daniza, secondo Filacorda la cattura non era affatto consigliabile, ”dal momento che l’orso non aveva dimostrato comportamenti a rischio, ma tipici di un grande carnivoro che protegge i suoi piccoli”.
Quanto ai casi precedenti di morte, durante la cattura, un orso era deceduto – riferisce Filacorda – a causa di un rigurgito e l’altro per annegamento.
Come ricorda lo stesso sito della Provincia di Trento, in Italia, nelle Alpi e negli Appennini, non sono documentate aggressioni deliberate nei confronti dell’ uomo negli ultimi 150 anni.

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    • “TRUMP NON HA IDEA DI COME PORRE FINE ALLA GUERRA CON L’IRAN”.THOMAS FRIEDMAN SUL “NEW YORK TIMES”: “È OVVIO CHE TRUMP E NETANYAHU HANNO INIZIATO QUESTA GUERRA SENZA AVERE IN MENTE UN OBIETTIVO FINALE CHIARO. NETANYAHU, SOSPETTO, SAREBBE PROBABILMENTE FELICE DI TRASFORMARE L’IRAN IN UN’ALTRA GRANDE GAZA”
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