Novembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACATO DI DESTRA NON RIESCE A DARSI UN SEGRETARIO: AL CONSIGLIO NAZIONALE FINISCE A BOTTE TRA TAVOLI RIBALTATI E SEDIE ROTTE…CAPONE SI AUTOPROCLAMA SEGRETARIO
Sembra lontano il tempo del sindacato di destra erede del Cisnal e quindi al Msi ma indipendente dal
governo Berlusconi, della celebrità quasi inaspettata sotto la stella della Polverini ospite quasi fissa di Floris, della prima donna segretario di un sindacato, del dialogo permanente con gli altri sindacati la cui storia è da sempre a sinistra o quasi. Dopo Renata, il diluvio: non è bastata la piena dell’inchiesta giudiziaria che ha portato via il successore della Polverini, Giovanni Centrella, peraltro con un’accusa che per gli iscritti non è proprio il massimo (aver usato per fatti suoi i soldi del sindacato).
Ora il processo di successione della guida dell’Unione generale del lavoro finisce in una specie di rissa da saloon e non è nemmeno una battuta: il consiglio nazionale di alcuni giorni fa è finito con tavoli ribaltati, sedie rotte, bicchieri in frantumi, tende strappate.
Per ricondurre alla ragione una decina di partecipanti che sono venuti alle mani nella sala conferenze affittata in un albergo di Montesilvano sono serviti Digos e carabinieri (con il 118 in allerta).
Il tutto perchè una delle due correnti che si sono battute per la guida del sindacato ha tentato di proclamare la vittoria del proprio candidato alla segreteria e gli avversari non erano d’accordo.
Per ricondurre alla ragione una decina di partecipanti che sono venuti alle mani al consiglio nazionale sono serviti Digos e carabinieri
I nomi degli sfidanti sono quelli di Paolo Capone e Salvatore Muscarella.
Il primo è il segretario nazionale del settore Sanità e ha fondato la sua corsa alla segreteria sulle parole di rinnovamento e di allontanamento da quelli che definisce “i devastanti fatti sui quali sta opportunamente facendo luce la magistratura”.
Il secondo è il segretario dell’Ugl Comunicazioni, che si occupa per esempio del settore delle poste.
I numeri in gioco si muovevano intorno ai 178 delegati su 209 che si sono presentati al consiglio e soprattutto ai 138 necessari per essere eletti.
A dare battaglia è proprio Muscarella che, parlando con il Tempo, ha definito l’elezione di Capone “irregolare”: “Non sono stati rispettati nè i principi della democrazia associativa nè regolamento e statuto”.
Dall’altra parte Capone è sicuro di sè: “Alcuni mestatori della bad company centrelliana stanno diffondendo da giorni comunicati nei quali, a seconda di chi scrive, si afferma o che mi sarei autoproclamato segretario generale, oppure che l’elezione non sarebbe mai avvenuta o, ancora più incredibilmente, che la mia elezione non sarebbe stata proclamata dal presidente del consiglio nazionale, Paolo Mattei“.
Secondo Capone la registrazione della seduta del consiglio finita a seggiolate dimostra “inoppugnabilmente l’avvenuta proclamazione”.
“Con Capone, per evitare il peggio, abbiamo cercato di trovare una mediazione fino a mezzanotte. Mi ha detto che non c’era ancora il segretario nominato — racconta Muscarella — Peccato che il giorno dopo mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Il segretario sono io’. E dire che avevamo puntato sulla trasparenza dell’elezione”.
E il mistero continua. Un gruppo che ha sostenuto Muscarella per la mozione “Ripartire dal territorio” annuncia una conferenza stampa chiarificatrice per domani, 3 novembre. “Il consiglio nazionale non ha eletto alcun segretario generale e lunedì in conferenza stampa mostreremo le prove” sottolineavano dando appuntamento nella sede del sindacato, in via delle Botteghe Oscure.
Ma Capone insiste: il segretario è lui è quindi “è destituita di qualsiasi fondamento la notizia” dell’incontro con la stampa.
Ma, a quanto pare, la conferenza stampa si farà , anche se da un’altra parte, cioè negli uffici della Ugl Comunicazioni, in via Volturno “dato che sostanzialmente la sede della Confederazione ci è stata negata”.
Alla conferenza stampa, si legge nell’ennesima nota, “parteciperanno 10 segretari confederali, 48 segretari delle Unioni del Territorio e numerosi segretari di categoria per fare luce su quanto accaduto all’ultimo Consiglio Nazionale di Montesilvano attraverso filmati inequivoci, per illustrare le iniziative, anche giudiziarie, che sono state intraprese e per rilanciare il progetto sindacale per far ripartire l’Ugl dai territori”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
ALLARME DELLA CORTE DEI CONTI
Prestiti dal Tesoro non regolarmente iscritti fra debiti, in Piemonte.
Cessioni di immobili della Liguria che risultano partite di giro in grado di arricchire, grazie alle commissioni, solo la Cassa di Risparmio di Genova.
«Discrasie» che impediscono alla Corte dei conti di “parificare” (cioè dichiarare credibile) il bilancio della Campania.
Poi le spese non coperte della Sardegna, i controlli inesistenti della Calabria, le leggi senza relazione tecnica della Sicilia, gli aumenti di capitale delle società termali della Toscana, le spese non giustificate dei presidenti in Trentino-Alto Adige, i 1.600 dipendenti fuori bilancio del Friuli.
Non c’è quasi Regione che ne esca indenne.
Da quest’anno la Corte dei Conti ha il potere di controllare e certificare i conti dei governatori, grazie a una norma dell’ottobre 2012.
E da qualche mese nelle relazioni della Corte stanno venendo alla luce centinaia di trucchi e imbellettature che a volte sconfinano nella falsificazione dei bilanci.
L’esercizio della magistratura contabile è di quelli condotti al di sotto dei radar, senza clamori.
È un’operazione fra le più ardue perchè – miracolo del federalismo all’italiana – ogni Regione d’Italia scrive il bilancio in base a regole che si è scelta da sola.
Nell’ultimo decennio quasi nessuna si era mai dovuta assoggettare a un controllo esterno. Ora però sta succedendo mentre si avvicina una legge di Stabilità che taglia 4 miliardi alle Regioni stesse. E da un esame delle carte della Corte emerge che in molti casi i tagli e la pulizia di bilancio saranno durissimi
Fra i casi più controversi c’è il Piemonte, dove la magistratura contabile ha negato la “parifica”, cioè la certificazione, di parte del bilancio.
Una relazione della Corte dell’11 luglio parla di «dubbi sulla corretta iscrizione a bilancio della anticipazioni», cioè di oltre due miliardi di euro prestati dal Tesoro nel 2013 per pagare gli arretrati alle imprese fornitrici della sanità .
La Corte nota che il Piemonte nel 2012 «ha finanziato con le risorse ricevute dei debiti diversi», e «passività pregresse extra bilancio».
L’accusa sarebbe dunque duplice: la giunta ha preso un prestito dal Tesoro per saldare le imprese creditrici, ma ha usato quei soldi per altre spese; in più, ha cancellato dal bilancio i debiti verso i fornitori già pagati, ma non ha iscritto i prestiti del Tesoro come nuovo debito. Se lo facesse uno Stato europeo, sarebbe un caso politico dirompente a Bruxelles e a Francoforte
Ancora più drastico il giudizio sulla Campania, relativo al bilancio 2012.
La Corte nega in blocco la parifica. «La Procura Regionale – si legge nella requisitoria del giudice – condivide le osservazioni attinenti alla mera regolarità contabile formulate dalla Sezione di controllo».
Poche parole burocratiche ma devastanti, a fronte di un bilancio da 16,8 miliardi con un deficit di 1,7 miliardi. La giunta ha fatto ricorso e per ora ha ottenuto il ritiro del giudizio della Corte dei Conti, ma questa resta un’amministrazione «vicina al default».
Molto duro poi anche il giudizio sulla Liguria, dove la Corte nega il timbro su 91 milioni di “residui attivi” (crediti presunti ma in realtà inesigibili), su 103 milioni di cessioni di immobili e su 17,5 milioni di operazioni in derivati con la banca americana Merrill Lynch.
L’amministrazione ligure presenta in realtà anche problemi più piccoli ma quasi grotteschi.
Primo fra tutti, un bonus fino al 20% della paga in più dato ai direttori delle Aziende sanitarie.
La Corte parla di «stortura », perchè l’obiettivo di produzione del premio di produzione 2013 ai dirigenti Asl viene fissato un mese prima della fine dell’anno stesso a un livello molto vicino: impossibile mancarlo, a quel punto. «Una scelta del tutto irrispettosa dei principi di efficienza», dice il magistrato.
Ancora peggio la presunta “cessione” per 103 milioni di immobili della Regione a Arte, un ente strumentale della Regione e con i soldi sempre della Regione transitati da un conto di Carige: certificazione negata.
Assai seri anche i problemi del Veneto, anch’esso a rischio bocciatura: la requisitoria del magistrato parla di «errori» di contabilizzazione dell’indebitamento e «rappresentazioni contabili scorrette».
Ma pure le giunte che passano l’esame non ne escono bene.
Nelle provincie autonome di Trento e di Bolzano spese “di rappresentanza” dei due presidenti per decine di migliaia di euro non hanno giustificativi ritenuti credibili.
In Toscana nel 2013 emerge uno scostamento al rialzo addirittura del 75% delle spese fra preventivo e consuntivo, da quota 10,4 miliardi fino a 18,4 miliardi.
La giunta, invece di privatizzare, si è addirittura spinta a salire nel capitale della società Terme di Chianciano e in Fidi Toscana, una finanziaria in perdita che ha partecipazioni in tutto: dai caseifici della Maremma agli allevamenti ittici.
Quanto al Friuli-Venezia Giulia, la Corte mostra che presenta 2.800 dipendenti, ma altri 1.700 lavorano per la stessa Regione, fuori bilancio, in un «sistema satellitare composto da enti, agenzie, aziende, società , enti funzionali».
Insomma, credevamo che il fiscal compact ci avesse cambiato la vita. Fine della finanza pubblica allegra, nessuno sforamento se non in casi eccezionali.
Le Regioni italiane, però, senza troppo clamore, vivono in un’altra epoca.
Violando le regole dell’Unione, quelle del Parlamento nazionale, quelle del buon senso come quelle, infine, delle «più elementari regole contabili », come ha scritto la Corte dei Conti nella relazione al bilancio della Sardegna.
Già perchè da quelle parti, ma non solo da quelle parti, si è davvero esagerato.
Come nel 2010 e nel 2011 anche nel 2013 si è ricorso all’esercizio provvisorio. Il bilancio 2013 è stato approvato a maggio.
Ma nel frattempo i legislatori sardi hanno approvato leggi senza alcuna copertura finanziaria, rinviando, per le coperture, proprio alla legge di bilancio che sarebbe arrivata dopo.
Pensate se un simile schema fosse adottato da un governo nazionale nei confronti di Bruxelles: prima spendo poi troverò le coperture.
I giudici contabili parlano di una situazione «particolarmente grave», di una situazione di «irregolarità complessiva».
E irregolarità per irregolarità , la regione Sardegna ha continuato a trasferire risorse alle partecipate, spesso senza che queste abbiamo un regolare contratto di servizio e spesso nonostante siano in perdita.
Trasferimento, in quest’ultimo caso, in violazione della legge.
C’è pure il caso della Fluorite di Silius (manutenzione e bonifica delle strutture minerarie) finita in liquidazione dal 2009.
Bene, nel 2013 la Fluorite ha aumentato la propria spesa per il personale passando da poco più di tre milioni a 3,7 milioni. Si può? Certo che no. E la legge stabilisce che spetti proprio all’amministrazione regionale controllante il compito di contenere le voci della spesa corrente.
Ma questa è una società partecipata da una Regione per di più a statuto speciale. Regione che non controlla nulla, non le partecipate, ma nemmeno i suoi assessorati.
Hanno scritto i giudici della Corte dei Conti: «Si è potuto riscontrare che la Regione non esercita alcun controllo, in termini di semplice conoscenza, su aspetti essenziali ai fini dell’esercizio dei propri compiti gestionali e della propria programmazione finanziaria ». Regioni come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo.
In Sicilia solo la metà delle leggi presentate dalla giunta sono accompagnate dalla relazione tecnica. «Ciò – scrivono i giudici contabili – non consente l’emersione di oneri che potrebbero rimanere occulti ».
D’altra parte siamo nella regione in cui ci sono ancora pensionati con l’assegno calcolato sull’ultima retribuzione tanto che dal 2009 al 2013 la spesa previdenziale è cresciuta dell’8%. L’89% delle risorse va a spesa corrente il che pone «a serio rischio, per il futuro, il mantenimento dei necessari equilibri di bilancio», scrive la Corte.
Andiamo in Calabria.
Qui i debiti fuori bilancio sono diventati la norma, non l’eccezione. Nell’esercizio del 2013 sono stati riconosciuti oltre 2,3 milioni di debiti senza copertura ai quali aggiungere 24,5 milioni di debiti «da riconoscere » già pagati a seguito di pignoramenti senza però copertura. In totale quasi 27 milioni di debiti scoperti.
«L’esistenza di debiti senza copertura finanziaria condiziona pesantemente gli equilibri finanziari della Regione, in piena continuità ed assonanza con la deleteria prassi di procedere al riconoscimento di debiti fuori bilancio per somme sempre più ingenti». Ma quando si arriva a pagina 55 del Giudizio sulla Calabria si rischia di rimanere allibiti: «La Regione non solo non è dotata di strumenti e sistemi atti a garantire in termini di cassa il rispetto dei vincoli tra entrate e spese, ma non è oggettivamente nelle condizioni di conoscere le proprie disponibilità di cassa vincolata dell’anno, nè quelle per le quali occorrerebbe provvedere alla ricostituzione. Tale situazione costituisce violazione del principio di trasparenza ed è certamente foriera di una grave situazione di squilibrio della gestione vincolata della cassa regionale».
E anche di quelle statali, aggiungiamo noi.
Federico Fubini e Roberto Mania
(da “La Repubblica”)
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Novembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
“QUANTE UMILIAZIONI, MENZOGNE E INSULTI HO DOVUTO SUBIRE IN QUESTI 5 ANNI DI LOTTA PER LA GIUSTIZIA, DI FRONTE AL FALLIMENTO DELLO STATO DI DIRITTO”
Venerdì sera continuavo a ripetere a Fabio: “Abbiamo vinto”. 
Lui (Fabio Anselmo, il legale della famiglia, ndr.) mi guardava, sorrideva triste e non credeva alle mie parole ma io continuavo a dire: “Fabio abbiamo vinto noi. Hanno perso loro. Tutti sanno e tutti hanno capito. In quell’aula di tribunale le tue foto hanno creato sconcerto e imbarazzo. Ma tu hai solo rappresentato ciò che è successo”.
Poi sono scoppiata in lacrime.
Il senso di colpa per non avere aiutato mio fratello in quei giorni mi ha travolta. Non volevo essere nessuno, volevo solo tornare indietro, volevo solo avere la possibilità di fare qualcosa per lui.
Continuavo a ripetere a me stessa quanto tutti mi considerino una gran rompiscatole. In quei giorni io dovevo rompere le scatole, avrei dovuto urlare, avrei dovuto farmi arrestare, avrei dovuto far sentire la mia voce attraverso i muri, attraverso le porte chiuse a Stefano, mio fratello.
Quando ho smesso di piangere mi sono resa conto di quanta strada avevamo fatto in questi cinque anni, attraverso le umiliazioni, attraverso le menzogne, attraverso gli insulti e attraverso la nebbia alzata da consulenze e perizie che sembravano fatte a regola d’arte per portare a quel drammatico risultato.
Fabio ce lo aveva sempre detto ma non gli avevamo creduto. Glielo avevamo sentito dire con forza all’udienza preliminare, lo avevamo visto litigare con i giudici di primo grado fino a far sospendere l’udienza.
Ma non volevamo credere che fosse possibile che lo Stato potesse dichiarare il proprio fallimento quando tutto era così chiaro: avevamo negli occhi l’immagine di Stefano nelle ultime ore che lo avevamo visto libero e avevamo negli occhi l’immagine di Stefano quando ci è stato restituito dall’ospedale Sandro Pertini con la patente di morte naturale.
Di fronte a professori luminari o pseudo tali che, con la più grande sfacciataggine possibile, avevano il coraggio di affermare verità medico scientifiche assolutamente incompatibili con tutte le osservazioni e le diagnosi compiute dai numerosi medici che hanno potuto visitare Stefano in vita prima del suo ricovero al Pertini, ci sentivamo impotenti e avevamo solo il conforto del nostro avvocato e del prof. Fineschi, che mai si sono stancati di ripetere a tutti, sia pur inascoltati, la più semplice delle verità .
E cioè che se mio fratello non fosse stato pestato non sarebbe mai stato ricoverato al Pertini e non avrebbe mai potuto soffrire così tanto fino a morirne.
Abbiamo partecipato a tutte le udienze, siamo andati a tutte le riunioni dei periti.
Se in quei sei giorni non siamo riusciti a stargli vicini non abbiamo mai abbandonato i poveri resti di Stefano in tutti questi anni.
Siamo stati costretti a vedere le foto del suo corpo sezionato da autopsia, siamo stati costretti a vedere fisicamente i pezzi nelle mani dei periti della sua colonna vertebrale, siamo stati attenti ad ogni loro espressione, ad ogni loro sguardo e ad ogni loro parola. Il dolore che abbiamo provato ci ha dato e ci da la determinazione per andare avanti. Non accettiamo ipocrisie. Non accettiamo contentini. Non accettiamo false verità . Stiamo osservando quanto sta accadendo in questi giorni.
Posso dire che la solidarietà dei quasi tre milioni di persone che mi hanno seguita su Facebook, ma soprattutto di tutti coloro che si sono civilmente ribellati ad una ingiustizia inaccettabile ci ha scaldato il cuore, perchè non ci sentiamo soli.
Il nostro piccolo Stefano non era certamente un eroe, ma era un ragazzo qualunque con i suoi problemi, con i suoi difetti ma anche con le sue virtù.
Ed era un essere umano. Un ragazzo qualunque.
Ora è diventato, grazie a tutti coloro che ci sono stati vicini, il simbolo dei cosiddetti ultimi, privi di privilegi, alla base della scala sociale i cui diritti da vivo non hanno avuto alcun significato e nulla hanno contato per lo Stato.
Nella vicenda processuale di Stefano Cucchi io capisco che tanta gente riveda un po’ una sorta di possibilità di riscatto per una giustizia troppo spesso prona ai potenti e arrogante e spietata con i deboli.
L’ho già detto. Noi abbiamo un profondo rispetto per la magistratura, ma non una venerazione.
E in nome di questo rispetto rimaniamo in attesa come abbiamo sempre fatto in questi lunghi cinque anni che giustizia venga fatta.
Visto che la verità grazie al nostro avvocato e al prof. Fineschi l’hanno già capita tutti.
Ilaria Cucchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
1000 OPERAI DELLA FIOM IN CORTEO ASSEDIANO LA PALAZZOLO
Forte tensione a Brescia, vicino all’azienda Palazzoli dove alle è atteso il premier Matteo Renzi.
Il corteo degli antagonisti, studenti e sindacalismo di base ha tentato di aggirare il cordone di polizia che lo teneva a distanza di sicurezza dalla fabbrica.
Sono volate manganellate. I contestatori hanno risposto con il lancio di fumogeni.
Renzi partecipa all’annuale assemblea degli industriali bresciani, aperta dall’intervento del presidente di Aib Marco Bonometti e da quello di Giorgio Squinzi, leader di Confindustria.
Presenti all’assemblea mille invitati e cento giornalisti.
Restano tesi i rapporti con Cgil e Fiom, che accusano il premier di visitare aziende dove l’agibilità sindacale incontra ostacoli, e accusano i vertici della Palazzoli di avere messo gli operai in ferie «forzate» il giorno della visita di Renzi.
Corteo di 1000 lavoratori
Sono circa 1000 i lavoratori in sciopero della Cgil e Fiom partiti alle 9 dal piazzale della Ori Martin e diretti alla fabbrica che ospita il premier.
Molti gli striscioni con slogan contro il governo («80 euro in busta paga poi tagliano i servizi», altri contro Jobs act).
In corteo anche l’assessore comunale Marco Fenaroli che fa parte di una giunta di centrosinistra. «Ci sono i delegati di tutte le nostre categorie e i lavoratori Fiom di cinque o sei imprese dell’area che oggi scioperano tra cui quelli della Ori Martin», ha spiegato Domenico Galletti, segretario della Cgil di Brescia.
«Appena Renzi arriverà – ha aggiunto – faremo alzare in volo un drone a cui saranno legati quattro diversi striscioni che parleranno dell’articolo 18, dei diritti dei lavoratori e dell’uso improprio dei manganelli la scorsa settimana a Roma».
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
DIFFUSO DALLA TRASMISSIONE “GAZEBO”, IL DOCUMENTO DIMOSTRA CHE LE COSE NON SONO ANDATE COME HA DETTO ALFANO IN PARLAMENTO
Spunta un altro video che riprende la carica della polizia nei confronti degli operai Ast di Terni. 
Nelle immagini, riproposte dal programma “Gazebo” di Diego Bianchim è possibile vedere un funzionario della polizia che ordina “caricate!” contro un gruppo di manifestanti pacifici.
Tra questi anche Maurizio Landini, il leader della Fiom, che si infuria con i responsabili dell’ordine pubblico e tenta di spiegare che il corteo non si stava dirigendo alla stazione Termini ma verso il ministero dello Sviluppo economico.
Per chi conosce piazza Indipendenza, il luogo dove sono avvenuti gli incidenti, è facile comprovare le parole di Landini: poco prima della carica i lavoratori stanno girando a destra verso via XX settembre e non verso la principale stazione ferroviaria della Capitale.
Sia la Questura di Roma sia il ministro Alfano avevano tentato di giustificare le botte della polizia ai lavoratori in quanto si doveva evitare che questi occupassero i binari di Termini.
Si ritorna quindi alla domanda iniziale: chi aveva dato disposizione alle forse dell’ordine di caricare i lavoratori della Thyssen?
E perchè si è poi tentato, da parte del governo, si avallare una ricostruzione tarocca?
(da “Huffingtonpost”)
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