Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
FA ATTENDERE SCHULZ TRA RITARDI E SELFIE
“Ah, l’Italie…”. 
E’ questo il commento di Yann Barthès, conduttore della trasmissione “Le Petit Journal”, sull’emittente televisiva francese Canal Plus, al termine di una clip presentata nel talk show.
Personaggio dell’rvm: il premier Matteo Renzi.
Nel programma, infatti, è ospite in studio Martin Schulz, al quale viene proposto un servizio ironico in cui il presidente del Consiglio, a margine dell’incontro bilaterale a Strasburgo, fa attendere a lungo il politico tedesco per ben due volte, tra ritardi e selfie.
Il filmato fa sovvenire inevitabilmente il siparietto che ebbe per protagonista Silvio Berlusconi, quando, nell’aprile del 2009 alla cerimonia di apertura della seconda giornata del vertice Nato a Strasburgo, il Cavaliere fece attendere una imbarazzata Angela Merkel perchè impegnato in una lunga telefonata.
Nelle immagini proposte dalla trasmissione, si vede Schulz che cerca di ingannare il tempo sorseggiando un caffè, finchè non viene addirittura coinvolto da Renzi a partecipare all’allegro autoscatto assieme a un gruppo di ragazze.
Nel finale, vengono mostrati gli stralci della conferenza stampa congiunta dei due leader: mentre il politico tedesco è impegnato nel suo intervento, Renzi, visibilmente annoiato, fa smorfie, si gratta sul capo, guarda lo smartphone, sbadiglia.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
RIANIMA UN 55ENNE INVESTITO: “SONO AMAREGGIATA, PENSAVO CHE IL REATO PIU’ GRAVE FOSSE OMETTERE I SOCCORSI”
Mentre Celia massaggiava il petto dell’uomo a terra nel tentativo di rianimarlo dopo l’arresto cardiocircolatorio, l’ultimo pensiero in transito per la sua testa era quello di rimuovere il furgoncino lasciato in divieto di sosta.
Anche perchè il mezzo era in servizio, con il logo dell’Amsa sulla fiancata, itinerante per definizione: pulizia di strade e marciapiedi, svuotamento dei cestini.
Celia Prada, infatti, di mestiere è operatrice ecologica.
Ma quando ha visto arrivare gli agenti della polizia locale – avvertiti per l’incidente con un motorino – non ha ricevuto complimenti. Anzi, le hanno staccato una contravvenzione
Sono le 17.57 di lunedì scorso all’Isola, Celia sta facendo il suo solito giro del quartiere, prima di rientrare al dipartimento Amsa in via Olgettina.
Deve sostituire i cestoni, così accosta il suo mezzo leggero – un furgoncino guidabile anche con patente B chiamato in gergo gasolone perchè alimentato a metano – all’incrocio tra via Alserio e via Civerchio prima di scendere per recuperare l’immondizia.
Siamo nell’ultimo isolato della strada che congiunge piazzale Segrino e via Farini, conosciuta più per la movida notturna davanti alla vecchia discoteca degli after party , il Pulp, che per la quiete apparente di quel pomeriggio.
All’improvviso la donna sente il grido di una frenata. Si gira e vede uno scooter che scivola grattando l’asfalto, avvolto dalle scintille. Pedone travolto.
Racconta: «Ho visto un uomo sbalzato in aria, ricadere a terra e restare lì immobile, come morto. Ho lasciato giù i sacchi della spazzatura e sono corsa ad aiutarlo».
Celia, origini peruviane, da otto anni lavora con Amsa come netturbino nel quartiere: è la «spazzina» dell’Isola.
In azienda la elogiano tutti: «Una in gamba» dicono, tra le più brave, preparata pure al primo soccorso. La donna infatti si precipita sul pedone investito, si china, cerca di rianimarlo con tenacia.
Un medico civile intervenuto durante i soccorsi della giovane dichiarerà agli infermieri del 118 che l’uomo, un italiano di 55 anni, era andato in doppio arresto cardiaco.
Traduzione: Celia gli ha salvato la vita. Tornato cosciente, l’uomo verrà portato in ambulanza alla clinica Città Studi in codice giallo. Scampato pericolo. Sospiro di sollievo.
Ma quando arrivano i vigili, la musica cambia. E quella che per tutti i testimoni, fin lì, era stata un’eroina, per i freddi verbali della municipale diventa una colpevole di divieto di sosta, addirittura presunta «concausa» dell’incidente secondo un’interpretazione piuttosto rigida della dinamica.
«Ci dispiace ma non potevamo non notificare la posizione del mezzo Amsa nell’incrocio – spiegano dal comando della locale – potrebbe aver impedito la visuale al guidatore dello scooter».
Una forzatura per chi c’era, soprattutto se si tiene conto che l’automezzo è per natura itinerante. «Dove avrei dovuto andare? Ero scesa pochi secondi prima di continuare il mio giro» dice adesso incredula davanti alla sanzione.
Tutto si riduce dunque a una multa di 27,50 euro da pagare in cinque giorni, altrimenti diventeranno 65. E neppure una menzione.
Dall’Amsa stanno valutando il da farsi, senza escludere di sostituirsi al pagamento. «Sono amareggiata – dice ancora lei -. È inspiegabile. Pensavo che il vero reato fosse l’omissione di soccorso».
Giacomo Valtolina
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX LEADER DELLA CGIL STA RIFLETTENDO, NON MANCANO LE SOLLECITAZIONI DI CIVATIANI E SEL PER UN CARTELLO ALTERNATIVO ALLE REGIONALI… “NON POSSIAMO STARE CON CHI E’ ALLEATO DEL CENTRODESTRA”
La tentazione, per Sergio Cofferati, si chiama nuovo centrosinistra. 
Vale a dire una coalizione dai confini netti, non sfrangiati, una coalizione che, sotto forma di lista civica, potrebbe decidere di presentarsi, nuova e sola, alle elezioni regionali di maggio. Magari con lui alla guida.
Con tutte le conseguenza del caso, a partire dall’addio al Pd, il partito di cui il “Cinese”, come lo chiamavano in Cgil, è stato tra i fondatori.
Per ora è (quasi) tutto quieto.
Certo c’è una serie di telefonate di chi sta provando a immaginare scenari, tempi, rischi e possibilità concrete.
E c’è un partito, il Pd, appunto, strattonato dal dopo Primarie. Un Pd che deve riuscire a trovare la strada giusta, tra la necessità di provare a ricucire e gli scenari, futuribili ma non troppo.
In sintesi: il nuovo centrosinistra, che a sentir molti, sembra ormai cosa fatta.
A cucire le fila del centrosinistra nuova versione, provvede “Rete a sinistra” di Sel, del mondo ecologista, della sinistra dem di Civati.
Per tutti loro l’appuntamento è per mercoledì pomeriggio alle 17.30 al Teatrino degli Zingari nella Comunità di San Benedetto.
Luca Pastorino deputato, è civatiano da sempre. E, anche, un mediatore per carattere. Questa volta, però, non ci sta.
La vittoria della Paita con il centrodestra a supporto non gli è andata giù. Conferma: “Ho detto al Pd che cosa penso di tutto quello che è successo, ma il partito è spaccato e c’è poco tempo per ricucire”.
Aggiunge: “Sono stufo di mediazioni, senza contare che alcune situazioni proprio non si possono rimettere insieme. Noi poniamo un problema morale, di principio, non di numero di voti in più o in meno”.
E allora? Allora domani i civatiani si incontrano in assemblea, aspettando che, sempre domani, Cofferati dica che cosa vuole fare. E’ il primo passo fondamentale, vista la posta in gioco: una lista civica aperta alla società civile e lo strappo definitivo del Cinese dal Pd.
Intanto, Stefano Quaranta, deputato di Sel, che per primo, a caldo aveva sbarrato la strada all’ipotesi di un possibile appoggio alla Paita, ora conferma. E rilancia.
Così: “Noi ci rivolgiamo, in modo trasversale, a tutti quelli che sono rimasti sconcertati da quanto è successo. Un disagio che non è solo del Pd, è trasversale anche questo”.
Poi Quaranta ribadisce: “La candidatura Paita non è di centrosinistra, tant’è che si è rivolta al centrodestra, noi abbiamo già espresso le nostre perplessità sul come si è arrivati alle Primarie, vale a dire senza prima aver tracciato un bilancio sulla giunta uscente, senza avere immaginato le prospettive per quella nuova”.
Errori che “Rete a sinistra” non vuol ripetere.
Quaranta: “Vogliamo costruire una vera coalizione di centrosinistra, che abbia come protagonista la società civile”.
Ma chi potrebbe essere il candidato o la candidata alla presidenza? Per ora si aspetta Cofferati, il primo obiettivo resta ritrovarsi intorno a un progetto politico, ma “le disponibilità ci sono” garantiscono.
La conferma arriva da Genova, dove qualcuno ha anche provato a capire che aria tira dalle parti dei Cinque Stelle. Porte sbarrate. Per il resto si vedrà .
Se Cofferati sceglierà di essere protagonista di un altro clamoroso strappo: l’addio al Pd, il suo partito.
O se, invece, aspetterà solo quella “soddisfazione morale” che può fargli archiviare il voto di domenica scorsa.
Wanda Valli
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
L’INCONTRO CON FITTO NON FERMA LA FRONDA…. IN CAMPO ANCHE IL NOME DI MARTINO… BRUNETTA ATTACCA VERDINI: “CI PORTI A SBATTERE”…LA REPLICA: “CON TE SIAMO FOTTUTI”
«A me possono proporre tutto, possiamo discutere di chiunque, basta che non mi vengano a chiedere il voto per un ex segretario Pd o per chi è stato mio avversario diretto alle politiche».
Silvio Berlusconi il suo identikit per il Quirinale inizia a delinearlo, pur al contrario, nella sequenza di incontri a Palazzo Grazioli, in una giornata che ha avuto il suo culmine nel faccia a faccia di quasi due ore con Raffaele Fitto.
Col capocorrente – che rischia di rompergli le uova nel paniere nella difficile trattativa con Renzi su riforme e Colle – il gelo resta intatto, le posizioni immutate. Sebbene in serata il leader racconterà ai collaboratori che con l’eurodeputato «è andata benissimo, alla fine ci siamo anche sciolti in un lungo abbraccio».
Sarà , quel che è certo è che al momento il capo non può contare sull’intera truppa di 130-140 grandi elettori forzisti.
Una quarantina rispondono a Fitto, mentre nei gruppi è guerriglia continua.
Berlusconi proverà a mettere una pezza, incontrerà martedì i senatori, mercoledì i deputati.
Intanto la sua black list, se confermata il 29 gennaio, sbarrerebbe la strada a molti dei “papabili” del campo democraico.
Come pure – racconta chi ha parlato ieri – l’ex premier non sembra tanto disposto a concorrere all’elezione di un «pezzo della Prima Repubblica», pur autorevole, come Sergio Mattarella.
È tutto un gioco ad excludendum , che lascerebbe sul campo i nomi fatti ieri a Repubblica dalla compagna Francesca Pascale, oltre allo scontato Gianni Letta, anche Pier Ferdinando Casini e Anna Finocchiaro.
Questo non vuol dire che Berlusconi rinuncerà ad avanzare una sua rosa, sebbene di bandiera.
«I miei candidati ideali li avrei pure – raccontava nel pomeriggio a una deputata – e sono Letta, Antonio Martino e il generale Leonardo Gallitelli. Ma non sarò io a nominarli e bruciarli».
Con Fitto, per la prima volta, si sono ritrovati a tu per tu, senza testimoni e mediatori. Alla fine si sono dati appuntamento alla vigilia dell’elezione del Quirinale.
Il chiarimento intanto è stato schietto, come sempre, anche se non risolutivo. «Che ci hai guadagnato da queste riforme? Ci stiamo rimettendo tutti, tu la faccia e il partito i voti. Renzi incasserà il sostegno sull’Italicum e poi eleggerà un suo presidente», lo incalza l’ex governatore.
Berlusconi gli dà ragione, conferma che «Matteo non è stato leale, ha cambiato le carte in tavola a più riprese», ma gli spiega che «non possiamo tirarci indietro ora o ci ritroviamo un altro presidente ostile».
Quindi gli chiede con insistenza di restare in squadra e votare in linea dal 29.
Fitto abbozza, resta vago. Ma, appena uscito dalla residenza di Palazzo Grazioli, raggiunge i suoi a Montecitorio per ribadire che «la posizione non cambia, continuiamo a schierarci contro queste riforme».
Lo si è visto chiacchierare in buvette anche con il capogruppo Renato Brunetta, acerrimo nemico del patto del Nazareno, che per tutto il giorno tenta di bloccare l’esame riforme fino all’elezione del presidente.
Ma contro la sua proposta di ritardare pur di poche ore i lavori votano contro perfino sei forzisti, tra i quali la Gelmini, Abrignani, D’Alessandro.
«Siete dei verdiniani », si è scagliato contro di loro subito dopo la bocciatura a maggioranza. Le riforme vanno avanti.
E Brunetta resta in trincea contro “i Nazareni”.
Mercoledì sera stava finendo male con quello che il capogruppo ritiene il loro capofila, Verdini. Appena Berlusconi ha lasciato la riunione tenuta nel Parlamentino di Palazzo Grazioli, Brunetta si è scatenato contro il senatore: «Sei un amico di Renzi e ci porterai a sbattere». E il toscano a urlargli: «Lo capisci o no che se non approviamo le riforme siamo fot…?»
I due erano già a pochi centimetri.
Ed è quando Brunetta è sbottato in un «non sputare mentre mi parli» che i presenti sono dovuti intervenire per fermare il senatore toscano.
In questo clima Forza Italia affronterà riforme e elezione al Colle nel giro di due settimane.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
PRIMARIE LIGURIA, CONTINUA LA FARSA: “NON SAPPIAMO QUANTIFICARE I VOTI”… MA LA PROCURA CONTINUA A INDAGARE
Esaminate 28 segnalazioni pervenute e i singoli reclami, il collegio dei garanti per le primarie della
Liguria all’unanimità ha annullato il voto di 13 seggi.
I voti non si potranno perciò conteggiare.
“Non sappiamo quantificare i voti da cancellare” ha detto il presidente Fernanda Contri. Raffaella Paita ha battuto Sergio Cofferati con 4mila voti di scarto.
Secondo quanto si apprende da fonti interne al Pd, a Raffaella Paita verrebbero cancellati poco meno di 900 voti mentre a Sergio Cofferati circa 400.
La modifica dei conteggi non dovrebbe cambiare l’esito del voto visto il margine di circa 4000 preferenze tra i due candidati.
Il comitato politico della coalizione di centrosinistra si riunisce alle 18 per esaminare il verbale del collegio dei garanti e proclamare il vincitore delle primarie della Liguria.
E’ evidente che si sta cercando di mettere un tappullo alla vicenda, eliminando le sezioni più esposte. Ma la Procuta sta indagando su “un sistema” diffuso di voti inquinati, non solo di singoli episodi.
Se fosse dimostrato che si sono mobilitate “altre forze” per condizionare il voto, non basterebbe certo questa decisione dei garanti lottizzati ad assicurare la regolarità delle primarie.
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DIETRO L’EX ESPONENTE SOCIALISTA
Nella nebbia che avvolge la falange di candidati per l’irto Colle orfano del sovrano, sono due le ombre che s’individuano meglio delle altre nella folla degli aspiranti presidenti.
La prima è quella dell’eterno Topolino della Casta al secolo Giuliano Amato, già craxiano e tante altre cose, oggi giudice della Corte costituzionale.
Quando ieri a Montecitorio si è propagata alla velocità della luce la notizia che Giorgio Napolitano era già al lavoro nel suo studio di senatore a vita a Palazzo Giustiniani (contrariamente alle previsioni che riferivano di qualche giorno di riposo dopo le dimissioni di mercoledì), il riflesso malizioso di molti è stato questo: “A Palazzo Giustiniani è stato inaugurato il comitato elettorale di Giuliano Amato”.
La lobby di “Topolino” e lo schema anti-Renzi
Non è mistero per nessuno che l’ex Re Giorgio consideri “Giuliano” come il suo erede naturale, al punto che l’eventuale successo di questa operazione avrebbe come titolo questo: “Ecco il Napolitano ter”.
La lobby amatiana è forte e composita.
Comprende Silvio Berlusconi, comprende il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore, comprende Massimo D’Alema, che pur di non darla vinta all’odiato premier avrebbe detto ai suoi fedelissimi di far recapitare a Silvio anche il nome di Paola Severino. Insomma, comprende quasi tutti, tranne Renzi.
Nel Pd delle minoranze si confida con un alto grado di attendibilità che le ultime sorprendenti uscite di Napolitano in favore di Renzi possano aver avuto come prezzo proprio questo: l’impegno del premier a eleggere un candidato autorevole e dalla fama internazionale.
E disponibili su piazza sono solo in due con questo profilo.
Uno è Romano Prodi, l’altro è Amato.
La strada per arrivare all’ex craxiano è semplice: imprigionare Renzi nel suo triplice schema mortale, riforme più Italicum più Quirinale, e metterlo spalle al muro, impallinando tutti gli altri candidati. Il calcolo prevede che si arrivi almeno al decimo scrutinio.
La supplica di Pier Luigi a Grillo
Ed è qui che il gioco dell’establishment incrocia la tattica della maggiore opposizione antirenziana del Pd, quella dei bersaniani.
Ieri, in una riunione volante di alcuni colonnelli di “Pier Luigi”, la supplica rivolta nei giorni scorsi a Grillo si è trasfigurata in una disperata e rabbiosa imprecazione: “Ma perchè Grillo è così coglione da non capire che se propone Prodi qui esplode tutto, a cominciare dal Nazareno?”.
Ma Bersani sa che i manganelli per bastonare Renzi sono due.
Oltre Prodi, c’è Amato appunto. Persino Stefano Fassina si sarebbe lasciato andare promettendo che non avrebbe “problemi” a votare Amato. Sintesi estrema affidata a un antirenziano autorevole: “Il premier si sta sempre più infilando in un cul de sac. E i deputati che controlla nel Pd non sono più di duecento. Se non rinuncia alla sua arroganza sarà una battaglia feroce. Certo il problema non si risolverà domani (oggi per chi legge, ndr) in direzione”.
Il dossier Delrio sull’ex demitiano della Dc
La seconda ombra più visibile delle altre che emerge dalla nebbia quirinalizia è quella di Sergio Mattarella, ex demitiano della sinistra dc, giudice costituzionale e fratello di Piersanti , presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia nel 1980 (e di cui da poco è uscita la biografia scritta da Giovanni Grasso).
Il nome di Mattarella rimbalza con insistenza da due giorni e sono in tanti ad assicurare che il primo vero dossier istruito da Renzi riguardi lui.
A curarlo il sottosegretario Graziano Delrio.
Per i democristiani del Pd, Mattarella è diventata una speranza concreta dall’altra sera, quando a cena si sono ritrovati i deputati di Beppe Fioroni e il vicesegretario dem Lorenzo Guerini.
In quell’area non tutti però sarebbero d’accordo. In primis i cosiddetti franceschiniani. Loro vorrebbero Pierlugi Castagnetti ma qualcuno rivela che lo stesso “Pierluigi si sarebbe detto d’accordo su Mattarella”.
Il conto non torna e il sospetto è che i guastatori franceschiniani lavorino invece per il loro leader, oggi ministro della Cultura.
In ogni caso la pancia moderata del Pd è eccitata come non mai da mercoledì scorso, giorno delle dimissioni di Napolitano. E in Transatlantico si è pure rivisto Enzo Bianco, sindaco di Catania.
I veleni sul figlio e il derby della Consulta
A dimostrare che il nome di Mattarella sia una cosa seria è il fatto che cominciano a circolare le voci sul figlio Bernardo Sergio, professore di diritto amministrativo e soprattutto capo dell’ufficio legislativo del ministro alla Semplificazione Marianna Madia.
Sul sito del dipartimento della Madia, Bernardo Mattarella ha un curriculum di ben 73 pagine ma questo non ferma le illazioni su consulenze e stipendio d’oro da più di centomila euro annui.
Storie di Casta, di padre in figlio. In ogni caso su Mattarella ancora non c’è una risposta definitiva di Silvio Berlusconi.
E contro il siciliano c’è già il precedente del 2013. Sergio Mattarella fu infatti la prima scelta del Pd di Bersani. Solo dopo venne Franco Marini.
Quando l’allora segretario democratico chiamò B., questi chiese e ottenne di incontrarlo. L’impressione non fu negativa: “Mi avevano detto che lei era peggio della Bindi ma ora che la conosco mi rendo conto che non è così”.
Tuttavia non bastò e venne fuori Marini, poi fucilato dai franchi tiratori di Matteo Renzi, all’epoca minoranza.
Il primo vero derby tra candidati si gioca nel recinto della Corte Costituzionale. Amato contro Mattarella. Il primo è favorito. Anche perchè sarebbe una garanzia assoluta contro lo scioglimento anticipato delle Camere. Parola di Napolitano, senatore a vita.
Fabrizio D’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
STRATEGIE DI MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE
«L’onere di fornirci un nome spetta a Renzi», ripete Berlusconi. 
«È Renzi che deve fare la prima mossa», concorda Alfano.
Una responsabilità di cui il premier sente il peso e che oggi, in Direzione, vuole cominciare a condividere con il suo partito.
La minoranza Pd gli chiederà non uno «schema», non un «metodo », ma subito qualcosa di più: l’identikit del futuro capo dello Stato.
Ed è su questo che si lavora a palazzo Chigi. Trovare un candidato che superi la prova dei veti reciproci, dei ricatti delle correnti, delle antiche rivalità ormai stratificate da anni.
La lista del premier è divisa in blocchi.
E il punto di partenza, necessariamente, sono gli ex leader del centrosinistra.
Personalità forti, con un seguito nella base, e una caratteristica in comune: «Si ritengono – ripete da giorni il segretario ai suoi collaboratori -, anche legittimamente per carità , candidati di diritto ».
In quel blocco ci sono Romano Prodi, Piero Fassino, Dario Franceschini, Walter Veltroni, Pierluigi Bersani e Guglielmo Epifani.
In corsa lo sono tutti, anche quelli che si schermiscono. Ma agli occhi di Renzi, che guarda alla storia delle elezioni per il Quirinale, se si esclude Giuseppe Saragat nel ’64, mai nessun segretario di partito si è insediato nel palazzo dei Papi. –
Troppo ingombranti le loro personalità , troppo difficile farli accettare sia dagli alleati che dai rivali interni.
Con il rischio di spaccare i gruppi Pd senza attrarre nuovi voti dalle opposizioni. «E adesso serve uno che facilita l’intesa».
Semmai lo schema renziano ripete quello che portò Napolitano al Colle nel 2006: un politico puro ma pescato tra i dirigenti — in primo luogo ex Ds — mai arrivati al vertice del loro partito o scelto tra le riserve della Repunblica.
È un profilo che oggi ricalca molto quello di Sergio Mattarella. Ai suoi il premier non dice che sarà lui il prescelto ma ammette che l’ex ministro, oggi giudice costituzionale, «ha tutte le qualità necessarie».
È stato alla Difesa durante le guerre balcaniche, quando l’Italia partecipò in maniera sofferta ai bombardamenti della Nato sulla Serbia.
È stato vicepresidente Consiglio nel governo D’Alema, con cui ha ottimi rapporti. Ma più di tutto conta il precedente di due anni fa: era il primo nome della rosa che Bersani presentò a Berlusconi (gli altri due erano Marini e Amato).
Ovvero era il candidato ufficiale della «Ditta». Il Cavaliere allora non pose veti, preferendolo persino ad Amato. Poi si andò su Marini, con gli esiti che tutti ricordano.
Oggi Mattarella ritorna anche nelle discussioni della minoranza Pd.
«Sarebbe un presidente che può tenere unito il partito», ammettono i bersaniani. Ma naturalmente i dissidenti aspettano che sia il segretario a fare la proposta.
Per questo, per evitare trappole e non solo quelle interne, Renzi ha cambiato tattica. «Votare scheda bianca nei primi tre scrutini è troppo pericoloso, ci esponiamo ai giochetti di Sel, dei grillini e di tutti i gufi sparsi in parlamento. Troveremo un candidato di bandiera».
Come si faceva nella prima Repubblica. Il premier non lo dice ma è Prodi il nome che teme gli sia gettato tra i piedi nelle prime votazioni.
Un candidato capace di catalizzare sia i voti dei cinquestelle, di Sel, della minoranza Pd e, probabil- dei ribelli forzisti. «I grillini – rivela Arturo Scotto, capogruppo vendoliano – stanno ragionando su questo, forse stavolta si svegliano».
Nella lista di Renzi c’è anche un altro gruppo, importante di papabili, specie se la crisi finanziaria dovesse riaccendersi.
Sono i candidati «graditi a Bruxelles », quelli che offrono più garanzie internazionali ma non interne.
Tra di loro c’è Giuliano Amato, ma soprattutto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Anche alcuni ministri come Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti andrebbero bene per le Cancellerie. Ma il premier ha già deciso: «Resteranno entrambi ai loro posti».
Se il Pd è il fuoco dell’attenzione di Renzi, Lotti e Guerini, da ieri anche la situazione interna a Forza Italia viene monitorata da vicino.
Quanto accaduto a Montecitorio, con il capogruppo forzista Brunetta che si è messo di traverso rispetto al cammino della riforma costituzionale, ha confermato a palazzo Chigi quanto sia ormai «friabile » il patto del Nazareno.
Perchè, al di là della volontà dell’ex Cavaliere, «Berlusconi non è in grado di reggere il suo partito. Brunetta è una scheggia impazzita ».
L’incidente della Camera è stato al centro di una serie di riunioni e telefonate che il premier ha avuto lungo tutto il pomeriggio. Contatti che sono ruotati intorno alle riforme, al cammino dell’Italicum e alla partita del Quirinale. Da Angelino Alfano al capogruppo dem Roberto Speranza, fino al capogruppo Zanda e al senatore Chiti.
Bei – De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
ORLANDO SI DIFENDE: “NORMA DECISA A FINE AGOSTO”… IL PD: “SERVE PIÙ SEVERITà€”
Questa volta la “manina” non è sbucata dal nulla.
Il terzo comma dell’emendamento 7.10000 non approfitta del clima di distrazione natalizia.
Arriva da lontano, dalla fine dell’estate, tiene a precisare il ministero della Giustizia.
È dal 29 agosto che in via Arenula, “salvo intese” con palazzo Chigi, avevano deciso che le soglie di non punibilità del falso in bilancio restassero le stesse identiche che tredici anni fa volle Silvio Berlusconi.
La denuncia era arrivata ieri: i Cinque Stelle in commissione Giustizia al Senato, alle prese con gli emendamenti al ddl anti-corruzione presentati il 7 gennaio dal governo Renzi, si erano accorti che quella norma — che delimita il reato delle false comunicazioni sociali — era spiccicata a quella che fu scritta nel 2002 e che finì ad ingrossare le fila delle famigerate leggi ad personam .
“Un’altra prova del patto del Nazareno”, tuonano i Cinque Stelle, considerandola una pedina ad hoc per la prossima partita del Quirinale.
Ma il ministro Orlando — che ha materialmente depositato gli emendamenti in commissione la settimana scorsa — ricostruisce i fatti e ricorda che quella norma sta nei cassetti del Senato dal 20 novembre scorso.
Poi, siccome in commissione il ddl anticorruzione ha finalmente ripreso a camminare dopo i mesi di stallo, hanno pensato di trasformare quel progetto di legge in un emendamento, in modo da accelerare la sua corsa.
“Non c’è nessun piano alle spalle”, “il patto del Nazareno non c’entra nulla”, ha spiegato ieri Orlando. E ha aggiunto: “Dire che la nostra proposta indebolisce il falso in bilancio è contro la realtà ”.
In effetti, nemmeno i Cinque Stelle sostengono questo. Apprezzano l’aumento delle pene, per esempio.
Ma aggiungono che se rimane la norma per cui “chi falsifica il bilancio in misura inferiore al 5% del risultato economico di esercizio, cioè dell’utile d’impresa, o nella misura dell’1% del patrimonio netto, non è penalmente perseguibile”, “si può pure avere l’ergastolo, tanto nessuno verrà punito: è il principio che da tredici anni a questa parte ha svuotato il reato di falso in bilancio, ormai non si celebra più nemmeno un processo in materia”, sostiene il Cinque Stelle Maurizio Buccarella.
Lo stesso vale per la difesa delle piccole imprese, quelle che possono sbagliare i conti perchè non hanno uffici dedicati e qualificati, altro punto con cui Orlando giustifica le soglie: “Siamo i primi a non voler punire l’errore — insiste Buccarella — ma solo i casi in cui c’è il dolo”.
Per la verità , anche nel Pd, si levano voci critiche.
Felice Casson ha annunciato che presenterà emendamenti contro la proposta del governo. Il collega Giuseppe Lumia ammette che “rimane una questione aperta, quella cioè delle cosiddette soglie, la cui modifica discuteremo con il governo. Come gruppo Pd — conclude — proporremo un emendamento che superi il problema delle soglie per definire così un testo severo e condiviso”.
Paolo Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
MA QUANTE MANI E MANINE HA MATTEO RENZI?
Solo nell’ultimo anno e mezzo, se n’è già perso il conto. 
Roba che la Dea Kalì gli fa una pippa.
C’è la mano che indica l’uscita a B. l’11 settembre 2013: “In qualunque paese, quando un leader politico è condannato con sentenza definitiva, la partita è finita: game over”. C’è la mano che quattro mesi dopo, 18 gennaio 2014, stringe quella di B. al Nazareno per siglare l’omonimo patto (“profonda sintonia”), poi riusata fino a consunzione per altre otto strette affettuose a Palazzo Chigi per il rodaggio, la messa a punto e il tagliando dell’inciucione.
The game must go on. C’è la mano che firma l’Italicum e la controriforma costituzionale del Senato su misura di B. che vuole continuare a nominarsi i parlamentari in barba alla democrazia e alla Consulta.
C’è la mano che a metà febbraio twitta #enricostaisereno e poi lo accoltella nella notte.
C’è la mano che scrive il nome di Nicola Gratteri nella lista dei ministri, alla casella Giustizia.
E c’è la mano che, la sera stessa, lo sbianchetta perchè non piace a Napolitano e a B. C’è la mano che a metà giugno dà l’altolà alla legge anticorruzione, pronta per il voto alla Camera, perchè B. non la vuole.
C’è la mano che blocca qualunque velleità di punire i conflitti d’interessi, cioè la ragione sociale di B..
C’è la mano che a settembre sfila dalla riforma della giustizia il blocco della prescrizione, che per B. è come l’aglio per i vampiri.
C’è la mano che firma prima la nomina di Franco Lo Voi, il candidato meno titolato ma il più gradito al Palazzo e al Colle per la Procura di Palermo, e poi l’anticipato possesso per prevenire i ricorsi dei rivali esclusi.
C’è la mano che alla vigilia di Natale infila il SalvaSilvio nel decreto delegato fiscale con l’impunità a chi froda o evade fino al 3% dell’imponibile dichiarato, cancellando la condanna e l’ineleggibilità di B. (Renzi dice che l’arto è il suo, ma non chi l’ha aiutato a stendere tecnicamente la porcata).
C’è la mano che ora si accinge a modificare il SalvaSilvio, ma non si sa come e comunque non subito: solo dopo il nuovo presidente, così tiene B. appeso per il Colle.
C’è la mano che compila la black list per il Quirinale, espungendo tutti i nomi sgraditi a B., cioè i più popolari fuori dal Palazzo: Rodotà , Zagrebelsky, forse Prodi (“Se B. ha eletto Ciampi e rieletto Napolitano, perchè non dovrei consultarlo anche per il nuovo presidente?”, ripete il furbastro, e mai nessuno che gli risponda: “Perchè le altre volte B. non era un pregiudicato, e stavolta sì”; ma ci vorrebbe un intervistatore, non una Bignardi).
E c’è la mano che, l’altroieri, emenda a nome del governo la riforma del falso in bilancio che doveva cancellare il colpo di spugna di B. e invece è copiata paro paro dal colpo di spugna di B. E anche stavolta non lascia impronte digitali nè tracce di Dna, o perchè il titolare ha usato i guanti, o perchè ha ripulito la scena del delitto.
Ci vorrebbe il guanto di paraffina, magari il Ris di Parma col luminol, o meglio ancora Bruno Vespa col plastico di Palazzo Chigi, la criminologa bionda, l’avvocato Taormina, il Paolo Crepet e la Simonetta Matone pràªt-à -porter.
Di solito, al culmine del thrilling, mentre i ministri giocano allo scaricabarile e all’“io non c’ero o se c’ero dormivo” e i giornaloni fanno gli gnorri, scende dall’empireo il Matteus Ex Machina a dire che la mano è una sola, sempre la stessa: la sua, che però agisce a sua insaputa.
Come il braccio del dottor Stranamore, che vive di vita propria e si alza e si tende nell’automatico saluto al Fà¼hrer.
C’è sempre un equivoco, un fraintendimento, un quiproquo, uno sbaglio, una svista, una buccia di banana, anzi di Banana, che giustifica tutto.
Sono quei maledetti gufi che tendono una trappola dietro l’altra e lui, l’ingenuo vispo tereso, ci casca. Ecco.
Guardacaso però, ogni errore va sempre a favorire B. e quelli come lui.
Mai una volta che la manina si sbagli contro B. e contro quelli come lui.
Tant’è che, negli ambienti più accreditati, si fa strada un’inquietante ipotesi alternativa.
Che il povero Matteo, giovane com’è, abbia subìto di nascosto un trapianto di mano. E che il donatore sia il CaiMano.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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