Gennaio 6th, 2015 Riccardo Fucile
LA LETTERA SPEDITA AI SOCI DELLA COOP: “VOTATE PER GIOVANNELLI E ZINGARETTI”
Salvatore Buzzi aveva a disposizione un «pacchetto» da migliaia di voti. 
L’uomo che con l’ex estremista dei Nar Massimo Carminati è accusato di aver guidato l’associazione mafiosa infiltrata nel Campidoglio e in altre istituzioni della Capitale, poteva orientare le scelte politiche di soci e dipendenti delle sue cooperative.
E nel 2004, in occasione delle Europee, decise di puntare sul centrosinistra sponsorizzando Oriano Giovannelli e Nicola Zingaretti.
La prova è in una lettera trovata durante le perquisizioni disposte dai magistrati della Procura di Roma ed eseguite dai carabinieri del Ros guidati dal generale Mario Parente.
Nuovi documenti allegati all’inchiesta che fanno emergere il ruolo di primo piano di altri detenuti nella gestione della «29 giugno», come Franco La Maestra, ex brigatista condannato a 18 anni di reclusione che dal carcere rivendicò anche l’omicidio di Massimo D’Antona
La «raccomandazione»
L’11 dicembre vengono arrestati Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, affiliati al clan calabrese dei Mancuso che avrebbero fatto affari con Carminati, Buzzi e i loro sodali.
Durante la perquisizione nell’appartamento di Ruggiero a Roma, i carabinieri trovano le ricevute di pagamento da parte della cooperativa di Buzzi, un’agenda, alcuni appunti e «una lettera indirizzata ai soci e dipendenti delle “Cooperative 29 Giugno”, “L’apostrofo” e “Formula Ambiente”, datata 7 giugno 2004 avente ad oggetto l’invito di Buzzi Salvatore a sostenere la candidatura di Giovannelli e Zingaretti al Parlamento Europeo (in alto a sinistra è riportato a matita “per Zidda Giovanni (da distribuire”)».
Zingaretti riuscì a vincere e attualmente è presidente della Regione Lazio.
Giovannelli è deputato del Pd. Gli inquirenti sono convinti che fossero all’oscuro della «sponsorizzazione» di Buzzi, ma ritengono importante il metodo perchè richiama il sistema utilizzato da altre organizzazioni mafiose che orientano il proprio «pacchetto» elettorale a favore di un partito e dei suoi candidati.
E infatti sottolineano come la lettera era stata inviata anche agli esponenti della cosca di ‘ndrangheta.
«Ho buttato tutto»
Il giorno del blitz che porta in carcere Buzzi e gli altri, i soci della «29 giugno» sono preoccupati per quanto potrà accadere. Scrivono i carabinieri nella loro informativa riferita a quando viene «registrato» il 2 dicembre: «In questa fase appariva di particolare rilevanza il ruolo assunto da La Maestra Franco il quale, unitamente a Rotolo e Ruggiero, cercava di definire la gestione dei soci. Alle 13.31, l’intercettazione ambientale attiva sull’autovettura di Rotolo consentiva di captare una conversazione avvenuta all’interno del veicolo tra quest’ultimo e La Maestra nel corso della quale il primo, oltre a commentare con il suo interlocutore gli arresti, presupponendo evidentemente un coinvolgimento all’interno della vicenda giudiziaria, gli confidava: “Guarda io ho buttato tutto, computer, ho buttato tutto, quello di mio (…) l’ho buttato lo scorso anno, di mio niente, che cazzo mi potevano di’ per anni di Buzzi” intendendo dunque che il “contenuto” del computer che lo stesso aveva provveduto a distruggere, avrebbe potuto fornire ulteriori elementi di prova, utili all’indagine».
«Comandiamo noi»
Nel pomeriggio di quello stesso giorno c’è un altro colloquio tra Rotolo, La Maestra e Ruggiero.
Annotano gli investigatori: «La conversazione aveva ad oggetto i nuovi assetti interni. In particolare Rotolo, ipotizzando l’intenzione da parte di qualcuno a voler “prendere potere della 29 giugno”, individuava in Colantuono Guido uno da tenere “a bada”, sottolineando che, in mancanza di Buzzi, il comando sarebbe dovuto naturalmente passare in mano a “a noi che siamo i detenuti” asserzione cui anche La Maestra si mostrava concorde “e certo che comandiamo noi, che faccio comanda’ a lui! ma che scherzi!».
E l’ex brigatista proprio riferendosi a Buzzi aggiunge: «Poi ci ha detto mentre andava via… m’ha guardato e m’ha fatto “me raccomando, non litigate” praticamente poi m’ha guardato, m’ha detto sta cosa, s’è avvicinato eh… “tu sei il capo, mi raccomando… non litigate… non litigate».
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere dela Sera”)
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Gennaio 6th, 2015 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA TRA IL PADRONE DELLA COOP 29 GIUGNO E IL VICE COMANDANTE DI MAGGIO SULLA GESTIONE DELLA SICUREZZA A CASTEL ROMANO, POI “AFFIDATA” AL CLAN DEI CASAMONICA
L’epidemia di Capodanno miete le prime vittime. Gli ispettori ministeriali sono in Campidoglio, il comandante Clemente ha avviato il primo screening sui certificati medici. Agli atti c’è la denuncia di un medico di base che ha rifiutato di retrodatare un certificato al 31 dicembre: “È illegale”, avrebbe risposto a una vigilessa che ora rischia il licenziamento.
Ma non c’è aria di smobilitazione, la vera prova di forza è spostata a domenica prossima quando ci sarà il derby Roma-Lazio e i vigili annunciano diserzioni e scioperi.
“Quale assenteismo, è una protesta disperata, chiedono un contratto di lavoro e Marino che fa? Apre la trattativa con la pistola sul tavolo”, dice Francesco Storace, attuale presidente del consiglio regionale, che si schiera a gamba tesa con gli “assenteisti”.
Non è l’unico, tra i più prodighi di dichiarazioni troviamo Fabrizio Ghera, ex assessore della giunta Alemanno: “Il problema riguarda il Campidoglio che in due anni non ha aperto un vero confronto con la categoria”.
Ma pochi ricordano che Ghera era un assiduo frequentatore del Circolo di Lungotevere Dante e che nell’ordinanza d’arresto, l’ex comandante Giuliani intercettato parlava anche di lui: “Ti ricordi che Ghera ha versato un milione?”. A che titolo? Non si è mai scoperto.
Strascichi velenosi. “Ci vorrà tempo per fare pulizia, non sono i soldi a preoccupare chi ha dato forfait a Capodanno, non quelli dello stipendio almeno…
Giuliani è andato fuori di testa in due occasioni: quando Alemanno minacciò di togliergli il circolo e quando propose la rotazione degli incarichi”, afferma un attuale alto dirigente della Municipale.
Ma poi nel 2012 l’ex sindaco fece marcia indietro, oggi è improbabile che Marino faccia altrettanto.
Anzi il sindaco è irremovibile sull’applicazione del piano anticorruzione che Clemente intende far partire da gennaio e che prevede la rotazione dei comandanti ogni cinque anni e dei vigili ogni sette di quartiere in quartiere.
Un’iniziativa apprezzata anche dal commissario anticorruzione Raffaele Cantone perchè“spezza il sistema”, impedisce il radicamento di una squadra con il conseguente giro di bustarelle e licenze d’oro .
Che il circolo sportivo e l’avversione a ogni forma di rotazione fossero i punti cardine dell’accordo che Giuliani aveva imposto ad Alemanno emerge con chiarezza da un’intercettazione della stessa ordinanza.
L’ex comandante ha appena appreso che Carlo Buttarelli, suo successore, ha disposto il trasferimento di un gruppo di vigili dal centro sportivo, è turbato: “Me poteva almeno avvertì sto stronzo, io con il sindaco c’avevo un patto… sto sindaco non conta un cazzo. Di’ a Carlo (Buttarelli, ndr) che je scureggiasse meno il cervello che se no arrivano i faldoni pure su di lui, lo sto aspettà ”.
Buttarelli fu poi costretto a dimettersi anticipatamente, proprio per la guerra che gli era stata scatenata dall’interno, eppure oggi molti assenteisti lo rimpiangono e per contestare il nuovo comandante Clemente è nato il gruppo “Aridatece Buttarelli”.
C’è anche un filo che lega questi metodi a Mafia Capitale. Non è questione di metodi estortivi e neppure dei rapporti che in entrambi i casi affondano nella pubblica amministrazione, ma di un filo diretto, fatto di telefonate e contatti, che ancora una volta ruotano attorno a Salvatore Buzzi e alla sua enclave di cooperative rosse.
Uno dei punti sensibili dell’attività del socio di Massimo Carminati, come si sa, è la gestione dei campi nomadi, come emerso dall’inchiesta su Mafia Capitale.
In particolare quello di Castel Romano, gestito dalla cooperativa Eriches, dove nel 2013 c’erano stati incendi, motivo per il quale il comando dei Vigili aveva convocato Buzzi che fece di tutto per evitare l’incontro almeno fino a quando Angelo Scozzafava, ex dirigente delle Politiche sociali, non è riuscito a spianare la strada.
In attesa di una soluzione c’è un fitto scambio di telefonate che finisce per coinvolgere anche Antonio Di Maggio, vicecomandante generale addetto all’emergenza.
Il 20 giugno 2013, Buzzi parlando con due suoi collaboratori li informa che, nonostante Di Maggio stesse monitorando la situazione, lui aveva deciso di affidare a Luciano Casamonica la vigilanza del campo per un compenso di mille euro al giorno. Il 21 luglio Buzzi e Di Maggio al telefono commentano la notizia di un altro incendio: “Non credi che quelli facciano sta cosa per tornare in possesso del campo come era con Luca Odevaine, che vogliono i soldi loro”, dice Di Maggio. Buzzi: “Forse, oppure vogliono tornare a Tor de’ Cenci”.
Ma Di Maggio insiste: “No, vogliono loro i soldi, capito?”. L’altro annuisce: “Da mo’ che li vogliono…”.
Rita Di Giovacchino
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 6th, 2015 Riccardo Fucile
PER I SUOI E’ UN ERRORE DA MATITA ROSSA
Tra i suoi c’è chi parla di “errore da matita rossa”, chi lo descrive come uno “scivolone”
pericolosissimo per il timing: è avvenuto proprio a ridosso della discussione parlamentare sulla legge elettorale e dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
Cioè proprio quando Matteo Renzi ha disperato bisogno di un appoggio largo in Parlamento e senza insidie.
I renziani della cerchia stretta giurano che la norma ribattezzata ‘salva Berlusconi’, contenuta nel decreto fiscale varato in consiglio dei ministri la vigilia di Natale, non era un regalo all’alleato del Patto del Nazareno.
Nessuno in consiglio dei ministri si era accorto che quella depenalizzazione dell’evasione fiscale fino al 3 per cento del reddito imponibile cancellerebbe la condanna di Berlusconi per frode fiscale nel processo Mediaset e la conseguente interdizione dai pubblici uffici e incandidabilità .
Insomma una svista madornale, un errore da dilettanti che non fa fare bella figura al governo con gli interlocutori imprenditoriali che appoggiano la norma in questione e che inasprisce il clima nel Pd, ma anche nelle altre forze politiche, Ncd e Forza Italia. Perchè fuori dalla cerchia dei suoi, la versione è che invece la norma sia stata inserita nel decreto fiscale proprio per fare un favore a Berlusconi, per uno scambio in vista dei passaggi delicati su riforme e Quirinale.
Comunque la si metta è un pasticcio. Ed è per questo che Renzi è molto preoccupato per il possibile effetto valanga del ‘salva Silvio’. Tanto per iniziare: non salverà più Silvio.
Malafede o no? In mattinata Renzi convoca Marco Causi a Palazzo Chigi.
Con il capogruppo del Pd in commissione Finanze rimette a fuoco il decreto fiscale. Ha già deciso che lo farà ripassare dal Consiglio dei ministri.
La norma verrà corretta e ripresentata in Parlamento dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica e quando Berlusconi avrà terminato il periodo di pena ai servizi sociali.
Non sarà cancellata la depenalizzazione tout court, ma dovrebbero essere escluse alcune fattispecie di reato. Come la frode fiscale.
Insomma, in un modo o nell’altro, la questione non riguarderà più l’ex Cavaliere.
E’ da sabato sera che il premier si sfoga con i suoi sull’argomento. “Nè ora nè mai Matteo avrebbe bisogno del clima di sospetti su possibili favori giudiziari a Berlusconi…”, dice un parlamentare renzianissimo.
Fatto sta che resta il giallo su chi abbia introdotto le contestate cinque righe di pasticcio.
Beppe Grillo accusa Antonella Manzione, il capo dei vigili di Firenze che Renzi ha trasferito a capo dell’ufficio legislativo del governo.
Da Palazzo Chigi non ribattono sul punto. Del resto, confida una fonte renziana, “la Manzione ha un legame strettissimo con Matteo che infatti si è assunto la responsabilità di quella norma: anche se volesse, il premier non potrebbe prendersela con lei…”.
La svista è sul collegamento con Berlusconi: “Nessuno ci ha fatto caso, nè in consiglio dei ministri quando se ne è discusso il 24 sera, nè sul Fatto quotidiano, che per primo ha sollevato il problema sabato scorso ma solo in un secondo momento ha collegato la cosa a Berlusconi, a conferma del fatto che era facilissimo non vedere il collegamento…”, continua la stessa fonte renziana.
Prove tecniche di anti Patto del Nazareno.
E’ quanto basta per alimentare il clima dei sospetti. I renziani sospettano che la soffiata che ha sollevato il velo dal decreto fiscale, scoperchiando il salvacondotto per Berlusconi, sia partita dalla minoranza Pd oppure dal Nuovo Centrodestra.
Qualcuno sospetta anche dei fittiani di Forza Italia.
Insomma, a Palazzo Chigi ne hanno la certezza: si sono messe in moto le forze ostili al Patto del Nazareno. Il segnale è chiaro e mette in allarme il premier.
Se prima si cercava un candidato a prova di bomba per il dopo-Napolitano, alla luce del ‘pasticcio’ sul decreto fiscale e delle polemiche che ha sollevato, c’è bisogno di un “candidato a prova di bomba atomica…”.
E’ per questo che dalla vacanza a Courmayer il premier non ha mai interrotto i contatti con i suoi sul tema del Quirinale.
E ieri, al ritorno dalla montagna, proprio alla luce della nuova polemica, ha continuato a sentire le sue ‘sentinelle’ nel Pd per testare il clima in vista dell’assemblea di mercoledì con i gruppi parlamentari sulla legge elettorale e in vista dell’imminente corsa per il Colle.
Per il Colle, caccia ai voti dei bersaniani di prima elezione nel Pd.
E’ il motivo per cui oggi, tra un incontro e l’altro con i ministri sul tema delle riforme, Renzi ha ricevuto a Palazzo Chigi anche il presidente dell’assemblea Dem, Matteo Orfini.
Coadiuvato dal lavoro svolto dal sottosegretario Luca Lotti sui possibili franchi tiratori del Pd, il premier sta misurando personalmente la temperatura tra i Dem in Parlamento per capire quali margini di azione siano possibili per ridurre i potenziali dissidenti.
L’attenzione è puntata sulla cosiddetta ‘zona d’ombra’, cioè quei parlamentari di prima elezione, giovani, arrivati in Parlamento in era di segreteria Bersani nel 2013 e ora tiepidi rispetto alla loro appartenenza politica di origine.
Sono loro la nuova terra di conquista del premier in vista dell’elezione del successore di Napolitano. E’ tra di loro che Renzi vuole capire che effetto abbia avuto la polemica sul ‘salva Silvio’: quanto è grave il danno? Ancora non si sa.
Però Renzi e i suoi danno per “acquisiti” lo stesso Pierluigi Bersani e gran parte di Area Riformista. Vale a dire quella parte di minoranza Pd che ha aiutato il governo sul Jobs Act. Mentre vengono dati per “dispersi” Pippo Civati e i suoi, non-renziani come Stefano Fassina che infatti è scatenatissimo sul decreto fiscale e chissà quanti si potranno aggiungere.
Un candidato di bandiera nei primi tre scrutini? Prodi?
La materia ormai si è fatta incandescente. Tanto che per le prime tre votazioni, quelle per le quali è richiesta la maggioranza dei due terzi dei 1008 elettori, Renzi sta valutando la possibilità di proporre un candidato di bandiera.
Vale a dire una personalità non legata direttamente al mondo politico: servirebbe solo per contarsi e testare il clima.
C’è chi non esclude che si possa trattare dello stesso Romano Prodi. Ma il nome del prof bolognese mostra diverse controindicazioni: potrebbe essere vissuto male da Berlusconi, chissà ; se così non fosse, potrebbe ‘rischiare’ di essere eletto con l’appoggio del Pd e di una parte del M5s, chissà .
Ma soprattutto, una volta in pista alle prime tre votazioni, con quale motivazione verrebbe ritirato alla quarta votazione, quella per cui bastano 508 voti per arrivare alla presidenza della Repubblica? Troppi rischi.
E poi c’è anche un’altra incognita: quanta voglia ha Prodi di continuare a fare da pungiball in questa storia?
Ragion per cui in questa fase a Palazzo Chigi prevale ancora l’idea di far votare scheda bianca ai primi tre scrutini per poi passare al ‘nome vero’ per la quarta votazione.
Il nuovo presidente, un under 60. Il punto è che sul ‘nome vero’ Renzi ancora brancola nel buio.
E non aiuta il clima dei sospetti che proietta ombre sul Patto del Nazareno, sempre più cupe. Da qualche giorno, il premier è al lavoro per fugare almeno i sospetti che lo riguardano più direttamente, che lo descrivono come interessato ad eleggere un suo ‘avatar’ al Quirinale.
Per questo motivo si sta concentrando per ottenere almeno che il nuovo presidente rechi un qualche marchio del renzismo da poter sfoggiare.
Un segno di novità , insomma. Escluso che si possa trattare del genere: difficilissimo eleggere una donna anche stavolta, registrano i suoi.
Il marchio più facile potrebbe essere l’età . In questi giorni la ricerca si starebbe concentrando tra gli under 60, categoria nella quale rientrano tanti candidati dai rumors di palazzo. Da Graziano Delrio a Piero Fassino, allo stesso Dario Franceschini e anche Walter Veltroni che ne compie 60 solo a luglio.
Di certo, notano nella cerchia del premier, se il pasticciaccio sul decreto fiscale ha avuto un effetto sulla corsa quirinalizia, è quello di gettare ombre sul ministro Pier Carlo Padoan, un altro candidato per il dopo-Napolitano.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
IL TRIBUTARISTA: “CERTEZZA DEL DIRITTO A RISCHIO”
«Per come è formulata la norma vale senz’altro il principio del “favor rei” e quindi le norme del codice di procedura penale sulla retroattività delle misura più favorevole», spiega Alessandro Giovannini, ordinario di diritto tributario a Siena e presidente dell’Associazione italiana professori di diritto tributario.
Quindi Berlusconi potrebbe certamente avvantaggiarsene e vedersi annullare la condanna penale per frode fiscale, con tutto quello che ne consegue.
«Il problema — aggiunge però Giovannini — è che non si capisce perchè sia stata inserita questa nuova soglia del 3% perchè nella vecchia legge le soglie già c’erano».
I difensori di Berlusconi però sembrano divisi: uno sostiene che lo sconto si può applicare anche al l’ex Cavaliere ed un altro no. Lei cosa ne pensa?
«La nuova norma si inserisce in una legge già esistente che riguarda tutti i tipi di reati in materia tributaria, sia quelli di fatto minori come la dichiarazione infedele, sia quelli di maggiore antigiuridicità , come la frode. E non specificando consente una applicazione all’intero complesso dei reati»
Per correggere il pasticcio dunque basta specificare che la soglia del 3% non riguarda la frode, come pare sia intenzionato a fare Renzi?
«Personalmente credo che questa legge vada ritirata e rimeditata complessivamente»
Solo per questo «incidente» o anche per altre ragioni?
«I punti critici sono tanti. Ad esempio la norma sull’abuso del diritto finisce per creare un meccanismo ancora più macchinoso di quello attuale visto che rimette completamente tutto in mano alla giurisprudenza. In pratica lo slogan con cui è stata presentata la legge, ovvero la “certezza del diritto”, risulta vanificato dalla legge stessa».
Eppure l’intenzione era questa: semplificare, dare certezze alle imprese, alleggerire i tribunali…
«Peccato che il prodotto finale sia un altro. Ma poi ci sono altri aspetti che non funzionano, come la norma sul patteggiamento che di fatto viene impedito, visto che chi patteggia va incontro alla confisca dei beni, mentre se si va al dibattimento e si sana la posizione debitoria con il Fisco la confisca non c’è più. In questo modo nessuno seguirà più questa strada creando un effetto a valanga negativo sul processo penale, ingolfando ulteriormente la macchina giudiziaria».
Torniamo alla questione del 3%. A parte il «regalo» a Berlusconi, questa norma risponde a pieno alla filosofia delle delega che puntava a semplificare e ad alleggerire il carico giudiziario nell’interesse generale non di uno solo.
«Il problema non è tanto il fatto del 3, del 2 o dell’1%: il problema è che in questo modo si è aggiunta una soglia ad un sistema che già prevedeva delle soglie all’interno dei singoli reati sotto le quali non scattava la sanzione penale. Per cui mi chiedo: perchè è stata aggiunta?».
Paolo Baroni
(da “La Stampa“)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO PIU’ ASSENTEISTA D’ITALIA (82% NEL 2012, 59% NEL 2013) CHE PER EQUIPARARE IN BASSO VUOLE TOGLIERE DIRITTI A TUTTI
Matteo Renzi è stato per due anni consecutivi il sindaco più assenteista d’Italia (con il 59% di
assenze in consiglio comunale nel 2013 e addirittura l’82% nel 2012), ma adesso che è diventato premier ritiene giusto che in futuro paghi col licenziamento “un impiegato pubblico che sbaglia, partendo dai furti e arrivando all’assenteismo a volte vergognoso“, e su questo principio si dichiara “pronto al confronto in parlamento“.
Ma c’è ben poco da confrontarsi: forse Renzi ignora che la legge italiana ha già introdotto da diversi anni la possibilità di licenziamento a seguito di un procedimento disciplinare per i dipendenti pubblici ladri o nullafacenti, che falsificano documenti, dichiarano il falso, riportano condanne penali definitive o hanno una insufficiente valutazione del rendimento nell’arco di un biennio.
Il licenziamento non è ancora previsto, invece, per le cariche elettive ricoperte in seno alle istituzioni pubbliche, che consentono ancora di assentarsi a piacimento dal luogo di lavoro, come ha potuto fare il “sindaco d’Italia” quando era ancora sindaco di Firenze.
L’ipotesi alternativa all’ignoranza del premier sulla normativa in vigore è che queste dichiarazioni siano funzionali alla preparazione del terreno per una inconfessabile agenda politica: rendere licenziabili anche senza una giusta causa tutti i dipendenti pubblici a prescindere, in modo da poterli trasformare in esuberi a convenienza, per semplici ragioni di efficienza economica e indipendentemente dalla loro onestà e dal loro rendimento.
Del resto, i licenziamenti senza giusta causa sono appena stati legalizzati nel settore privato con il crudele sillogismo alla base del “Jobs Act”: Voglio diritti uguali per tutti.
C’è qualcuno senza diritti. Allora togliamoli a tutti per affermare nobili principi di uguaglianza.
In questo modo la disparità di trattamento tra precari e contrattualizzati è stata eliminata alla radice: adesso sono tutti licenziabili a piacimento, fannulloni e stakanovisti.
E’ il libero mercato, bellezza, dove i problemi si possono scaricare dai piani alti fino ai livelli più bassi della piramide sociale.
Il passo successivo sarà quello di far notare che adesso i dipendenti pubblici hanno più diritti di quelli del settore privato, e in nome dell’uguaglianza bisognerà negare questi diritti con un nuovo livellamento verso il basso, che renderà tutti i lavoratori ricattabili perchè nessuno sarà più tutelato da licenziamenti arbitrari, nemmeno chi lavora sodo e si trascina in ufficio anche con la febbre.
Una ipotesi che il giuslavorista Ichino aveva frettolosamente descritto come realtà già in vigore per effetto del “Jobs Act”, costringendo Renzi a smentirlo: “il Jobs act e il disegno di legge Madia sono due cose diverse – ha dichiarato il premier – per questo ho chiesto di togliere il riferimento al pubblico impiego dal Jobs act“.
Nella nuova sinistra, infatti, non bisogna essere impazienti come Ichino: i diritti vanno tolti poco per volta, una legge dopo l’altra, senza strappi bruschi e convincendo il popolo che è l’unica strada possibile verso l’”uguaglianza reale”, cominciando dai precari per poi risalire ai contrattualizzati del settore privato e culminare con la rimozione delle tutele di quelli che nel nostro immaginario collettivo sono i tutelati per antonomasia.
E dopo il regalo di Natale del Jobs Act, si intravede già che cosa ci porterà la primavera grazie al botticelliano ministro Madia e alla sua annunciata riforma del pubblico impiego: raccogliere a sinistra quello che aveva seminato Brunetta da destra, aggiungendo alla possibilità di licenziamento senza giusta causa per i dipendenti pubblici altre forme mascherate di licenziamento, come il demansionamento che altri chiamerebbero mobbing o il trasferimento forzato in un raggio di cinquanta chilometri da casa, pagando il rifiuto con la perdita del posto.
La “perla” di Renzi sui ladri e i fannulloni, dipinti come inamovibili anche se è già possibile licenziarli, non è una gemma isolata, ma va incastonata in quel teatrino della politica dove i “rottamatori dei diritti” hanno costruito sapientemente nel corso degli anni un ricco cast di personaggi: i “lavoratori flessibili” di Maroni, da flettere fino allo schiavismo, i “dipendenti pubblici fannulloni” di Brunetta su cui far convergere l’odio dei meno abbienti, gli “annoiati dal posto fisso” di Monti che rifiutano le sfide della modernità , i “disoccupati schizzinosi” della Fornero che non lavorano per colpa loro, e dulcis in fundo i “contrattualizzati privilegiati” di Renzi, spogliati delle loro misere tutele per renderli nudi tanto quanto i precari davanti ai loro datori di lavoro.
A questo si aggiunge l’artificio retorico dei futuri contratti a “tutele parziali” che vengono spacciate per “tutele crescenti”: a parità di condizione sociale dovremo decidere se le tutele che un tempo coprivano tutti vanno fatte crescere nei contratti destinati al giovane o all’anziano, al neoassunto o allo specializzato, allo sposato con prole o al divorziato, al disabile o alla vedova.
Il risultato di questa compartimentazione dei diritti è la perdita di ogni umana solidarietà tra lavoratori, dove i nemici sono sempre altri lavoratori: gli autonomi evasori se sei tassato alla fonte, gli statali fannulloni se sei libero professionista, le caste delle libere professioni se sei un dipendente pubblico, i giovani rampanti se sei anziano, gli anziani baroni se sei giovane, i precari malpagati che svalutano la tua professione se sei assunto, gli assunti privilegiati se sei precario.
Il meccanismo culturale che porta le classi meno abbienti a sbranarsi politicamente e culturalmente a vicenda, sgretolando ogni brandello residuo di solidarietà tra onesti lavoratori, è stato illustrato in modo magistrale già da tempo da Alessandro Robecchi, che fa i conti con un imprescindibile “dato ideologico” (grassetti miei):
“la vera vittoria del renzismo – scrive Robecchi – [è] aver trasferito l’invidia sociale ai piani bassi della società . Quella che una volta si chiamava lotta di classe (l’operaio con la Panda contro il padrone con la Ferrari) e che la destra si affannava a chiamare “invidia sociale“, ora si è trasferita alle classi più basse (il precario con la bici contro l’avido e privilegiato statale con la Panda). Insomma, mentre le posizioni apicali non le tocca nessuno (nè per gli ottanta euro, nè per altre riforme economiche è stato preso qualcosa ai più ricchi), si è alimentata una feroce guerra tra poveri. Una costante corsa al ribasso che avrà effetti devastanti. Perchè se oggi un precario può dire al dipendente pubblico che è privilegiato, domani uno che muore di fame potrà indicare un precario come “fortunato”, e via così, sempre scavando in fondo al barile. Si tratta esattamente, perfettamente, di un’ideologia”.
Sul palco di questo teatrino ideologico dove i pupi sono spinti a darsi randellate a vicenda, gli unici che non sono esposti ai fischi e al lancio di pomodori sono i burattinai che restano dietro le quinte a custodire l’ideologia: i finanzieri con la residenza fiscale all’estero che pontificano alla Leopolda contro il diritto di sciopero, i banchieri che tappano i loro buchi privati di bilancio grazie ai miliardi erogati con decretazione d’urgenza, le multinazionali che fanno profitti in Italia ma li fanno tassare in altri paesi grazie a quel legalissimo e convenientissimo gioco delle tre carte chiamato elusione fiscale, i vip alla Ezio Greggio che portano in dote a Montecarlo i profitti maturati nella televisione italiana, i faccendieri alla Briatore che si spacciano per grandi capitani d’industria con “sogni” e visioni innovative mentre sono semplicemente degli ex latitanti con conoscenze altolocate
Il dibattito sul diritto di licenziare i dipendenti pubblici come ultima frontiera verso l’uguaglianza dei diritti (negandoli a tutti in egual misura) si preannuncia come intenso e appassionante.
Ma prima di affrontarlo, fermiamoci un attimo a riflettere su altri dibattiti già persi in passato.
Com’è finito il dibattito sul precariato? Con Maroni che approva la legge sedicente “Biagi”.
Com’è finito il dibattito sulle pensioni? Con la Fornero che alza l’età pensionabile. Com’è finito il dibattito sulla macelleria sociale? Con l’aumento di Monti dell’Iva e delle accise per non toccare profitti finanziari, patrimoni e redditi milionari.
Com’è finito il dibattito sull’articolo diciotto? Con Renzi che lo rottama dipingendo una tutela come privilegio.
A questo punto non ci vuole un indovino per capire come andrà a finire il dibattito sui dipendenti pubblici da licenziare a convenienza e assumere a progetto con contratti stagionali, come già avviene del resto per gli insegnanti.
Da qui il dubbio: anzichè accanirci sui dibattiti, non sarebbe meglio mettersi a studiare perchè finiscono sempre nel modo peggiore per chi lavora, che casualmente coincide con quello auspicato da chi comanda?
Del resto, vista la scelta tra Gesù e Barabba, cosa possiamo aspettarci da un popolo imbevuto dall’ideologia del teatrino quando viene chiamato a scegliere tra il dipendente pubblico (archetipo del parassita) e l’intraprendente finanziere con residenza fiscale all’estero, archetipo del determinato e salvifico uomo di successo che porterà in italia gli investitori, ma solo a condizione che si smetta di scioperare nel settore dei trasporti?
Alla dozzina di discepoli del keynesismo, ostili al potere politico dei macellai sociali e al potere religioso del culto neoliberista, non resta che restare nelle catacombe del mondo intellettuale dove saranno pereguitati come “professoroni”, mentre cercano di predicare la buona novella del ‘900, quella a cui avevano creduto in molti: un mondo che verrà , dove la spesa pubblica è orientata al lavoro socialmente utile come “moltiplicatore keynesiano dell’economia”, e non a Ilva, Banche, Confindustria, Mercanti d’armi, mafie private camuffate da servizi pubblici, grandi opere inutili, e tutto per poi piangere miseria ogni luglio, licenziando anche gli insegnanti che si riassumeranno con certezza il settembre successivo.
Se il rischioso percorso della licenziabilità è la strada che ha deciso di intraprendere la maggioranza politica del paese, non possiamo che inchinarci alle regole del gioco democratico. Ma in ogni caso io introdurrei per gli sperimentatori di queste ricette economiche un principio di “accountability”, obbligandoli a rispondere delle loro decisioni.
I detrattori del pubblico impiego che applaudono con la bava alla bocca le ipotesi di licenziabilità senza giusta causa dei dipendenti statali dovrebbero mettere per iscritto la loro presa di posizione, per renderne conto politicamente (o almeno moralmente) nel caso in cui questa ennesima sforbiciata alla rete di tutela del lavoro dovesse innescare in Italia la spirale che dalla crisi porta verso la profonda e conclamata depressione economica, terreno fertile per la trasformazione del conflitto sociale in guerra civile.
Per quanto mi riguarda, è palese che lo Stato col pubblico impiego fa girare l’economia italiana più di quanto non faccia la grande industria, e che piegare anche il settore pubblico alla logica del profitto (per alcuni fortunati che resteranno nella macchina statale a prescindere dal loro rendimento) significa condannare il paese alla miseria (per tutti quelli che non avranno santi in paradiso e si vedranno licenziati anche lavorando sodo, perchè i bilanci si faranno quadrare coi licenziamenti e i tagli orizzontali).
A conferma del ruolo centrale del pubblico impiego come motore dell’economia, ci sono i dati di realtà raccolti in una ricerca pubblicata dal Forum PA, da cui risulta che i dipendenti pubblici in Italia sono il 14,8% rispetto al totale degli occupati, e di conseguenza rappresentano una fetta consistente della popolazione lavoratrice, che con il suo reddito e le sue spese aiuta a tenere in piedi l’economia del paese, e in molti casi ne compensa anche le diseconomie, come avviene nelle famiglie in cui il reddito di un dipendente pubblico compensa l’intermittenza di reddito di un familiare precario.
Ma si sbaglia chi pensa che i dipendenti pubblici “sono troppi e vanno sforbiciati in qualche modo”, come suggerirebbe l’ideologia renziana: in Francia i dipendenti pubblici sono il 20% degli occupati, in Inghilterra il 19,2%, e sono molti meno anche in termini assoluti e in rapporto alla popolazione complessiva.
In Italia abbiamo 3,4 milioni di dipendenti pubblici pari al 5,6% della popolazione, contro 5,5 milioni in Francia (dove rappresentano l’8,3% della popolazione) e 5,7 milioni in Inghilterra, che corrispondono al 10,9% della popolazione britannica.
E dopo aver scoperto che ci sono paesi dove il settore pubblico viene sostenuto senza timore, invece di essere minacciato con ipotesi di licenziamenti giustificati solo dalle esigenze della macelleria sociale, possiamo chiederci quali possono essere i rischi potenziali legati ad un crollo del pubblico impiego.
Se il settore pubblico diventa “licenziabile a prescindere” anche se non ci sono motivi di licenziamento, la conseguenza è che i dipendenti pubblici diventeranno ricattabiili e corruttibili, perdendo ogni potere di contrattazione e ogni rivendicazione di diritti di fronte alla minaccia di licenziamento.
Visto che non sono dipendente della pubblica amministrazione italiana potrei anche fregarmene se la scure dei macellai cadrà su altri, ma azzerando le tutele del pubblico impiego crollerà inevitabilmente anche il reddito, con l’applicazione della collaudata formula “se non ti sta bene così ti licenzio, ti demansiono finchè non ti stufi o ti trasferisco anche se hai figli a carico, tanto ne trovo a migliaia disposti a fare la fila per condizioni peggiori delle tue“.
E se crolla il reddito in un settore che genera il 14,8% del lavoro in Italia c’è il rischio concreto che crolli l’intera economia del paese e che la crisi acuta si trasformi in una depressione economica esplosiva, che a quel punto colpirà tutti, dipendenti pubblici e non.
E da qui le domande cruciali di fronte al vento di tempesta che sta soffiando sul pubblico impiego: cari innovatori, rottamatori, cambiatori di verso, costruttori di futuro, twittatori, coraggiosi visionari di governo e profeti dell’ideologia renziana: vale davvero la pena di rischiare la depressione economica per battere cassa in modo miope con tagli che generano risparmi sul breve periodo ma negano lo sviluppo economico sul lungo termine?
Vale davvero la pena di colpire un settore strategico del nostro sistema economico e lavorativo, legittimando questo azzardo con il risentimento atavico indirizzato verso il settore pubblico?
Vale la pena di cavalcare questo risentimento per l’ennesimo attacco ai lavoratori tra i più deboli e ai redditi tra i più bassi?
Ha senso negare che questo risentimento nasce anche da una classe politica che oggi pretende di colpire l’assenteismo altrui con il licenziamento, ma ieri non è stata in grado di arginare il proprio assenteismo nemmeno con delle semplici sanzioni morali, che avrebbero evitato di affidare il governo del Paese al sindaco più assenteista d’Italia?
A tutte queste domande solo il tempo potrà dare risposta.
Nel frattempo si apra pure il dibattito sulle sorti del pubblico impiego, anche se postumo e con decisioni già prese altrove.
Carlo Gubitosa
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
DROGA, OMICIDI, ARMI: COMANDANO LE MAGGIORI FAMIGLIE LEGATE ALLE COSCHE CALABRESI, HANNO CONTATTI E SANNO MUOVERSI… SULLE SPALLE PORTANO DECENNI DI CARCERE, OGGI, PERà’, SONO UOMINI LIBERI
Ama i casinò e i bei vestiti. Nasce a San Luca nel cuore dell’Aspromonte, ma è a Milano che tesse business e rapporti.
Dalla Calabria però si porta in dote una relazione privilegiata con la cosca di Sebastiano Romeo detto u Staccu.
In curriculum mette anche qualche anno di università . Da qui il soprannome di Dutturicchiu. Giuseppe Calabrò, classe ’50, è uno dei dieci uomini d’oro che sovraintendono gli affari nel capoluogo lombardo.
Tutti hanno contatti e sanno come muoversi. Sulle spalle portano decenni di carcere.
Oggi, però, sono uomini liberi, nonostante molti dei lori nomi compaiano nelle carte delle ultime inchieste dell’antimafia.
Vivono da fantasmi e sfuggono agli arresti. Stanno lontani dai reati e utilizzano poco il telefono.
S’incontrano per strada o negli uffici. I salotti buoni li accolgono a braccia aperte. La politica li invita a cena.
Nei quartieri della mala il loro nome è sinonimo di rispetto. Mafiosi di rango, certificati dalle sentenze dei giudici e da recentissime informative della polizia giudiziaria.
Siciliani, ma soprattutto calabresi perchè come spiega il 59enne broker della coca Marcello Sgroi “A Milano comanda la ‘ndrangheta”.
Ore 15 del 25 maggio 2012 via Oldrado de Tresseno zona viale Monza.
U Dutturicchiu attende in strada. Suona il cellulare. La telefonata dura nove secondi. Giusto il tempo perchè l’interlocutore confermi l’appuntamento.
Non è la prima volta, è già successo e sempre in questa strada privata non lontana dalla stazione Centrale, dove il cellulare di Calabrò viene agganciato diverse volte dagli investigatori.
Chi chiama è Giulio Martino, uomo del clan Libri, gregario di lusso dell’ergastolano Mimmo Branca.
I due discutono di armi e di droga da trafficare dal Sudamerica direttamente nel porto di Gioia Tauro.
Calabrò ha una partita di kalashnikov e Uzi. Li tiene ad Arma di Taggia e vuole portarli a Milano.
Martino interessa il suo factotum Eddy Colangelo, ex trafficante oggi collaboratore di giustizia. È lui che fa il nome di Calabrò. Lui che con le sue confessioni svela i traffici del clan Martino coinvolto nell’operazione Rinnovamento del 16 dicembre scorso. Racconta Colangelo: “Giulio Martino mi dice che c’era da fare un favore al vecchio. Con tale soprannome noi ci riferivamo a Beppe Calabrò”.
Spiega: “Io lo avevo conosciuto nel 1999 a San Vittore, me lo avevano presentato i fratelli Martino (…). In carcere si sentiva parlare di lui come di una persona importante. Lo rividi molti anni dopo nel 2011, in compagnia di Giulio Martino”. Uomini liberi si diceva.
Tale è oggi Calabrò, il quale non risulta indagato nell’ultima inchiesta della Dda milanese.
Prosegue Colangelo: “Giulio Martino mi parlava di costui come di una persona che era uno molto importante in Calabria”.
Chi è realmente u Dutturicchiu lo mettono nero su bianco i carabinieri per i quali le parole di Colangelo “confermano lo spessore criminale di Giuseppe Calabrò (…) personaggio di spicco della ‘ndrangheta”.
Il suo nome è collegato anche al malavitoso serbo Dragomir Petrovic detto Draga.
Il serbo, intercettato dalla Guardia di Finanza nell’ottobre 2013, discute di un traffico di droga assieme a Roberto Mendolicchio, fratello di Luigi già luogotenente di Mimmo Branca e attuale ras della zona di piazza Prealpi. Per il carico i due fanno riferimento allo stesso Calabrò, il quale, ancora una volta, non risulta coinvolto penalmente nella vicenda.
Contatti e relazioni.
Così se nel 2012 Calabrò incontra gli uomini di Mimmo Branca, il suo nome compare già in alcune informative del 1990.
Si tratta dell’indagine Fior di Loto dove viene descritto “come personaggio dotato di una forte potenzialità criminale” in contatto con Santo Pasquale Morabito, altro boss alla milanese, originario di Africo e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito alias u Tiradrittu.
Dopo quasi 30 anni di galera, oggi Santo Pasquale è tornato in libertà . La sua scarcerazione risale al febbraio scorso.
Attualmente abita in una zona residenziale della città e non risulta indagato in nessuna inchiesta. A metà degli anni Novanta ecco cosa scrive di lui la Criminalpol: “Santo Pasquale Morabito, per il suo modo di essere, di atteggiarsi e per i riguardi che gli sono riservati dai suoi interlocutori ha indubbiamente raggiunto una posizione di alto rango. E ciò anche in relazione alla sua capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico, con l’acquisizione di attività imprenditoriali, e negli organi istituzionali e rappresentativi”.
Da quell’indagine emergono, netti, i legami con Calabrò.
Più volte i due, intercettati, discutono di armi e di droga. Addirittura, ricostruiranno gli investigatori, progettano un agguato all’allora capo della polizia Arturo Parisi. Durante quei colloqui negli uffici della Loto Immobiliare, impresa mafiosa a due passi dal Tribunale, c’è Pietro Mollica, anche lui di Africo, cugino di Santo Pasquale Morabito.
Mollica oggi è un cittadino libero. E nonostante questo mantiene stretti rapporti con la malavita.
Tanto che nel marzo 2012, la Guardia di Finanza filma un incontro di altissimo livello ai tavolini del bar il Borgo di via San Bernardo 33 a Milano.
Oltre al cugino di Morabito, i militari fotografano Mario Trovato, fratello dell’ergastolano Franco Coco Trovato.
Oggi Santo Pasquale Morabito conduce una vita riservata, periodicamente si reca al commissariato per la firma di rito, s’incontra con i vecchi amici. Tra questi il cugino Pietro Mollica. Basso profilo, dunque, e la solita grande passione per gli orologi di lusso.
E se Santo Pasquale Morabito è tornato in libertà , un altro uomo del clan è in fuga dal 1994.
Rocco Morabito, detto u Tamunga, è inserito nella lista dei dieci latitanti più pericolosi. Ricercato per mafia, è considerato un broker della droga di altissimo spessore.
Ultima residenza nota: via Bordighera 18 a Milano. Da sempre u Tamunga è considerato l’alter ego di Domenico Antonio Mollica, trafficante legato ai servizi segreti militari.
In città , dunque, gli uomini della cosca Morabito tornano in pista. Il clan, infatti, non è stato coinvolto nelle recenti inchieste dell’antimafia. L’ultima indagine risale al 2006. Si tratta dell’operazione For a King che ha fotografato l’infiltrazione della ‘ndrangheta di Africo all’interno dell’Ortomercato di Milano e i rapporti con l’attuale consigliere regionale del Nuovo centrodestra Alessandro Colucci (mai indagato).
Occhio al passato
E così per capire il presente bisogna conoscere il passato. Dal passato arriva Giuseppe Ferraro alias il professore. Classe ’47 da Africo Nuovo, il professore oggi gestisce una lavanderia in via Amadeo.
Nel 1984 la squadra Mobile scrive come fosse “legato al fratello Santo Salvatore e ad altri pregiudicati calabresi in relazione a traffici illeciti, in particolare commercio di stupefacenti ed estorsioni”.
Recentemente il suo nome, mai iscritto nel registro degli indagati, è emerso nell’inchiesta dei carabinieri che ha portato in carcere l’ex assessore regionale Domenico Zambetti.
In particolare Ferraro viene allertato da Pino d’Agostino, altra eminenza grigia della cosca in riva al Naviglio, per procurare voti certi al candidato di riferimento. La contabilità degli affari malavitosi passa anche e soprattutto per le zone a sud di Milano.
Qui l’alto commissariato del crimine è rappresentato dagli uomini e dalle donne della cosca Barbaro-Papalia, il cui organico è tornato a ingrossarsi dopo che la maxi-inchiesta Parco sud è recentemente naufragata in Cassazione scagionando dall’accusa di mafia diversi personaggi. Su tutti: Salvatore Barbaro e Domenico Papalia, figlio del boss ergastolano Antonio Papalia.
Giovani leve sulle quali si accendono di nuovo i riflettori. E nonostante questo, attualmente equilibri, decisioni, affari sono in mano a due vecchi luogotenenti del clan. Il primo è Domenico Trimboli, detto Micu u Murruni, classe ’59 e una nobile parentela con il vecchio cda della ‘ndrangheta al nord rappresentato dalla famiglia Papalia. Il ruolo di primo piano di Trimboli emerge netto dall’indagine Rinnovamento, quando il reggente della cosca viene contattato dagli uomini del clan Libri, i quali chiedono un incontro.
Il 16 luglio 2013 l’appuntamento è fissato ai tavolini del bar Clayton di via Volta a Corsico. A Trimboli, che non risulta indagato, viene chiesto di appoggiare l’azione di protezione nei confronti di un imprenditore milanese minacciato da un gruppo di siciliani. Trimboli, definito “personaggio di spicco della criminalità organizzata calabrese”, viene scarcerato nel 2009 e subito decide di tornare nella sua residenza di via Milano a Corsico.
Nell’appartamento spesso alloggia Antonio Papalia, classe ’75, trafficante di droga, il quale, negli anni Novanta, aveva progettato di uccidere l’attuale procuratore aggiunto Alberto Nobili. Dopo Murruni, nel 2012 torna in libertà un altro pezzo da novanta. Si tratta di Rocco Barbaro, classe ’65, detto u Sparitu.
Come il primo anche lui sceglie una residenza milanese in via Lecco a Buccinasco. Attualmente non risulta indagato.
Le intercettazioni dell’indagine Platino ne tracciano la figura. Parla Agostino Catanzariti, reggente arrestato nel gennaio 2014 e recentemente condannato a 14 anni. Dice: “Lui è capo di tutti i capi (…) di quelli che fanno parte di queste parti”.
Per i carabinieri il senso è chiaro: Rocco Barbaro è l’attuale referente di tutta la ‘ndrangheta lombarda. E lo è “per regola”, visto che è figlio di Francesco Barbaro detto Ciccio u Castanu, classe 1927, “una delle figure più importanti di tutte le ‘ndrine platiote”.
Arriva anche Cosa nostra
Milano capitale di ‘ndrangheta, ma non solo.
Attualmente, infatti, diversi esponenti di Cosa nostra sono tornati in libertà o stanno per essere scarcerati.
Si tratta di nomi storici da sempre in affari con le ‘ndrine. Tra questi Antonino e Carlo Zacco, padre e figlio. Il primo soprannominato Nino il bello, negli anni Novanta viene coinvolto nell’inchiesta Duomo connection mentre in Sicilia lavora nella grande raffineria di Alcamo.
Da sempre è in contatto con la ‘ndrangheta a sud di Milano. Suo figlio Carlo, non indagato, viene citato nell’ultima indagine sui fratelli Martino. In particolare viene coinvolto dal clan nella vicenda della protezione da dare a un imprenditore sotto scacco da un gruppo di catanesi.
All’incontro Carlo Zacco, scrivono i carabinieri, si presenterà armato. In attesa di concludere una carcerazione trentennale è invece Antonino Guzzardi, broker della droga legato ai corleonesi Ciulla, in rapporto con i cartelli colombiani e in passato vicino a Pablo Escobar.
Giocano forte gli uomini d’oro del crimine alla milanese. Incrociano inchieste, ben attenti a non inciampare in reati penali. Liberi si muovano da fantasmi.
Nella Milano dell’Expo e dei quartieri popolari: dal Corvetto a Quarto Oggiaro, fortino dello spaccio svuotato dalle inchieste e oggi controllato da personaggi storici come Luigi Giametta e Francesco Giordano detto don Nicola.
Ultimi sopravvissuti dopo la mattanza dell’inverno 2013, quando Antonino Benfante ha sterminato il clan Tatone. Ben-fante lo chiamano Nino Palermo.
Testa criminale e una sola strategia: “Bacia le mani a chi le merita tagliate”. Benvenuti in città .
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
DALLE TARGHE CLONATE PER MASCHERARE I SUBAPPALTI ILLEGALI AI LEGAMI FAMILIARI CON I BOSS: I DOCUMENTI RISERVATI DELLA PREFETTURA DI MILANO
Te lo confidano a mezza voce i penalisti: «Ci sono aziende che ormai non possono più lavorare
perchè uno dei soci è pregiudicato, e ci chiamano per un consiglio, ma che possiamo fare?».
Lo sussurrano informalmente i poliziotti: «I mafiosi qui hanno finito di scherzare e sentirsi impuniti, li possiamo toccare sui soldi, come insegnava Giovanni Falcone».
Chi ufficialmente potrebbe parlare, tace in pubblico.
Ma il dato di fatto è certo. È cominciata nei territori del Nord una guerra dura e silenziosa alla mafia imprenditrice, alla “zona grigia”.
E l’Expo di Milano è la trincea più avanzata.
“Repubblica” ha potuto osservare alcuni documenti riservati. Ne ha tratto cinque episodi, sufficienti a raccontare un “sistema”.
Un’impresa di costruzioni era entrata nella White List delle aziende affidabili per i cantieri Expo e poteva stare tranquilla.
Invece è finita “out”: mandava sul cantiere della Tangenziale est esterna auto, camion e ruspe con le targhe clonate.
Cioè affidava ad altri imprenditori, molto meno “puliti”, gli importanti lavori che aveva otbravi tenuto.
E per evitare i controlli, aveva ideato la “furbata”: mettere le proprie targhe, autorizzate, su mezzi non autorizzati, e guidati da dipendenti d’aziende che erano state in qualche caso già cacciate dai cantieri.
Via tutti, dunque, senza possibilità di rientrare.
Un’altra impresa gode – è facile “apparecchiare” le carte – della liberatoria antimafia. Ma s’indaga lo stesso: una delle titolari è sposata con un detenuto, esperto nel traffico internazionale di stupefacenti.
Il capitale sociale serve, viene accertato, «alle spese legali e al sostentamento dei familiari », e questo motivo basta e avanza per sbattere fuori dai cantieri quest’azienda.
E anche la terza azienda appare a prima vista specchiata, ma ha assunto – attenzione: i detective solitamente sono scettici riguardo alle coincidenze – esclusivamente operai che arrivano da un piccolo paese del crotonese.
È una forma di campanilismo oppure c’è altro? E chi sono questi lavoratori?
Vengono censiti e “radiografati”: o sono uomini con precedenti penali, oppure risultano legati (si legge) «a cosche di grande spessore criminale».
Tra i “paesani”, infatti, c’è chi si occupa di prostituzione, chi viene trovato con armi e, un giorno, sul cantiere appare, nonostante non c’entri nulla, un pregiudicato condannato per il 416 bis, l’associazione mafiosa.
Via dall’Expo e dintorni anche questa ditta.
La quarta azienda è a conduzione familiare, ha contratti sia con la metropolitana di Milano che con la tangenziale.
Attende il sì per entrare nella White List ed è tutto all’insegna del «no problem», finchè l’amministratore unico «viene trovato in possesso di due pistole con matricola abrasa e un numero consistente di cartucce».
Emerge una parentela: questo “amministratore calibro 9”, sino ad allora incensurato, è nato nella stessa famiglia di un capomafia «strettamente collegato – così nel documento riservato – ai vertici di Cosa Nostra».
Via anche questa.
E anche la quinta impresa è a conduzione familiare: viene gestita da due giovani fratelli, immacolati, mai un guaio con la legge.
Si occupano del “movimento terra”. Sono anche e costano poco. Purtroppo per i due, è il papà che fa squillare il campanello d’allarme.
Ha un fascicolo penale alto come un vocabolario e frequenta moltissimi pregiudicati.
Le colpe dei padri ricadono dunque sui figli – e tra poco spiegheremo perchè a Milano sta passando questo principio che può far discutere – e vanno cacciati.
Questo è l’ordine della prefettura, la chiamano in burocratese «interdittiva».
Contro questa mano pesante dello Stato, alcune imprese sono scese in campo e hanno combattuto i divieti con l’arma della legalità .
Hanno fatto ricorso al Tar, ma hanno perso.
Consiglio di Stato, tappa successiva: hanno perso anche lì.
Dunque, siamo di fronte ad un assoluto inedito: che cosa sta succedendo a Milano? Che cosa costringe il resto dell’Italia dell’antimafia seria a guardare con grandissima attenzione quello che succede intorno a Expo?
Un rapido passo indietro.
L’Italia aveva dichiarato al mondo che l’Expo sarà un evento “mafia free”. Su questo slogan hanno convinto alcuni scettici, tra i quali gli americani.
Ma lo slogan “mafia-free” è la sintesi di un concetto che appare come una rivoluzione copernicana della lotta alla mafia imprenditrice.
Lo possiamo riassumere così: «Se “appalti pubblici” vuol dire (anche) soldi pubblici che dallo Stato vanno alle aziende, spetta o no allo Stato impedire che i “suoi” denari possano entrare nelle casse di imprese che non convincono?».
La prefettura di corso Monforte è diventata una specie di avamposto avanzato della nuova guerra.
Non dichiarata mai apertamente, mai ufficialmente. Ma in corso.
Sono state infatti emesse 68 «interdittive», che proibiscono di partecipare ai lavori.
I divieti riguardano 48 imprese sulle 367 che sono state controllate: vuol dire che il 13 %, più di una su 8, non supera l’esame.
«Se un privato accetta queste aziende, sono affari del privato, ma lo Stato vuole che i suoi cantieri siano cantieri senza criminali. E noi – dicono dalla prefettura – non abbiamo bisogno delle certezze che ci sono nel diritto penale per stabilire che un’azienda sia permeabile dalle organizzazioni criminali. Cioè, possiamo fare a meno degli elementi indiziari che possono portare in carcere, ma non per questo abbiamo meno scrupoli. Seguiamo alcuni “indicatori” e in questo modo impediamo ai soldi pubblici di finire in mani non corrette».
Ed è così che «Ci sono state più interdittive a Milano che sulla Salerno-Reggio Calabria», ha detto Raffaele Cantone, presidente dell’Autority anticorruzione.
Funziona a Milano una sorta di gruppo misto – composto da antimafia e Asl, ispettorato del lavoro, vigili e funzionari della prefettura – che sta mettendo in ginocchio i “manager squali”.
Questa pattuglia interforze va sui cantieri, ma dietro le quinte lavorano altri due gruppi più specializzati, il Gia (gruppo antimafia) e il Gicex (Gruppo Interforze Centrale per l’Expo 2015).
Appena si accende un allarme rosso – e può essere un allarme “banale”: mancato rispetto delle norme sulla sicurezza del cantiere, presenza di personale non identificato e autorizzato, garbugli amministrativi, uso disinvolto del badge – l’azienda viene “attenzionata” dal gruppo misto e passata al setaccio dai detective, che possono incrociare le varie banche dati, da quelle del ministero dell’Interno a quelle “bancarie”.
Un lavoro certosino: sino alle vacanze di Natale escluse, sono stati controllati 1.436 tra auto, carri, e ruspe, 3.099 persone, 367 società .
C’è stata un’evoluzione continua dei controlli: nel 2009 c’erano stati due accessi nei cantieri, tre nel 2010, sette nel 2011, sedici nel 2012, che diventano 18 l’anno dopo, ma nell’anno 2014, quando il prefetto Francesco Paolo Tronca è ormai convinto dell’efficacia della «procedura alla milanese» diventano 54: «Le forze attive, liberate dal la- voro burocratico che si è accollata la prefettura – hanno raccontato dalla prefettura milanese lo scorso maggio alla commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi – eseguono cinque accessi al mese sui cantieri, che consentono di controllare plurime aziende (…). Coloro che adesso fanno cinque controlli al mese, prima stavano alla scrivania, oggi stanno nel fango del cantiere».
È questo cambiamento “amministrativo” nel metodo di contrasto ai clan e ai loro affari a segnare una svolta concreta.
Le voci “milanesi” stanno circolando tra varie prefetture e gli apparati dello Stato. Questo metodo, viene detto, può estendersi ovunque, si può azzerare («legalmente, facilmente») la possibilità delle aziende grigie di avvicinarsi al “piatto ricco” degli appalti pubblici.
Siamo agli inizi, dunque, di nuovi metodi di contrasto alle mafie: di una questione che da Milano può rapidamente scendere lungo la penisola, per arrivare alle regioni al alta densità mafiosa passando dalle nuove emergenze di Mafia Capitale.
E un altro di questi “sistemi” è stato potenziato dalla procura milanese.
Qui, è noto, l’antimafia ha condotto varie inchieste che hanno portato in carcere circa 400 persone legate ai clan calabresi e prodotto documenti impressionanti, che hanno fatto il giro del mondo.
Come la votazione per alzata di mano del capo-rappresentante di tutti i “locali” (cosche) in Lombardia.
O come il giuramento di affiliazione alla ‘ndrangheta nel nome di Mazzini, La Marmora e Garibaldi. Ma accanto ai blitz, è stata avviata una strategia mirata a colpire il professionista che sa di lavorare per i mafiosi, ma finge di non saperlo, di non essersene accorto. Il commercialista che prestava lo studio per le riunioni d’affari (inchiesta Valle), l’ufficiale dei carabinieri carico di encomi che in pensione aveva aperto l’agenzia privata d’investigazioni e security (caso Tnt), il prestanome degli usurai, l’addetto alla dogana: tutti questi (e altri) non erano imputabili, ma sono stati dichiarati «sorvegliati speciali». Cioè hanno avuto il divieto di uscire prima delle 7 del mattino e di non rincasare dopo le 21, non possono avere armi e non devono «frequentare pregiudicati».
Una sanzione, ma anche un’umiliazione: come spiegare nella cerchia di amici come mai non si va più a cena fuori?
La richiesta delle misure di prevenzione è costante e la strategia ha un’altra appendice, che riguarda le banche.
Alcuni direttori sapevano di trattare con i mafiosi? Sì, allora gli istituti di credito sono stati sospesi nei rapporti con questi clienti, al posto del direttore colluso è arrivato un curatore: è successo già tre volte.
Ilda Boccasini, procuratore aggiunto antimafia, con a fianco il procuratore capo Bruti Liberati, dice: «O si sta con la mafia o si sta con lo Stato».
In Italia, a cominciare da Milano, sembra che le sfumature di grigio sporco non siano più di moda.
Piero Colaprico
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
E IL COSTO A CHILOMETRO DI UN’AUTOSTRADA IN ITALIA RIMANE IL TRIPLO RISPETTO A FRANCIA E SPAGNA
Che un viadotto costato 13 milioni duri 7 giorni dall’apertura perchè cede un tratto di manto stradale non può essere considerato normale.
Siamo però in Italia, dove nessuna opera pubblica è realizzata in modo normale.
Oggi non abbiamo elementi per affermare che cosa sia andato storto in questo caso e di chi sia la responsabilità .
Ma nessuno si stupirebbe se si venisse a scoprire che c’è stata qualche carenza tecnica rilevante, magari negli studi sul terreno, nel progetto o nelle stesse procedure di gara. Anche le pietre sanno come vanno le cose negli appalti pubblici.
I bandi sono fatti spesso male, per non dire malissimo.
Talvolta anche i progetti sono carenti, con gli esecutivi che sono impercettibilmente più dettagliati dei definitivi e gli esperti conoscono bene quanto sia importante questo fatto.
Il motivo è semplice: se i bandi fossero scritti con le mani anzichè con i piedi e i progetti esecutivi fossero perfetti, non ci sarebbe bisogno delle varianti in corso d’opera.
Nè del contenzioso infinito che accompagna regolarmente ogni opera pubblica piccola e grande. E neppure degli arbitrati.
Con il risultato che i costi sarebbero più umani, l’esecuzione più rapida e il prodotto migliore.
Il caso della linea C della Metro di Roma, con le sue 45 (quarantacinque) varianti dice tutto.
Come dice tutto il costo di un chilometro di autostrada o di ferrovia ad alta velocità , che in Italia è triplo rispetto a Francia o Spagna.
Per non parlare delle 395 (tante ne sono state censite) opere mai finite, delle quali 150 nella sola Sicilia.
Nè si può trascurare un altro aspetto decisivo.
Chi fa il collaudo di un lavoro pubblico spesso riceve quel compito per ragioni diverse dall’effettiva competenza, più legate alla retribuzione che l’incarico porta con sè. Incarico, peraltro, che non dà luogo all’effettiva assunzione di responsabilità .
Con la conseguenza che alla fine, nonostante le laute prebende, chi ha messo il bollino su un ponte, un viadotto o una strada mai viene chiamato a rispondere.
Queste cose le sappiamo da 20 anni, ma nessuno ha mai voluto cambiare le regole.
Ci sarà un motivo?
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
“UN ENTE SU TRE RISCHIA IL FALLIMENTO”: INCERTO IL DESTINO DEI 20.000 DIPENDENTI
Il grande freddo arriverà a fine primavera. A dirlo sono i gufi o, al contrario, Cassandre
incomprese?
I funzionari dell’Upi, l’Unione delle Province italiane, riassumono la situazione con un dato: «Calcoliamo che a fine marzo il trenta per cento delle Province sarà impossibilitato a presentare il bilancio di previsione del 2015».
Frase sibillina per chi non mastica di finanza pubblica. Ma la traduzione è drammatica: senza bilancio di previsione, le Province rischiano il dissesto e il commissariamento.
Una su tre è sull’orlo del baratro.
Si dirà : ma non dovevano comunque scomparire?
«In realtà dice Marco Zatini, sindacalista della Provincia di Firenze — quelli che rischiano davvero sono i dipendenti e i cittadini. I primi perchè non sanno quale sarà il loro futuro, i secondi perchè verranno tagliati i servizi».
I dipendenti delle Province italiane sono 43 mila e di questi 18-20 mila verranno trasferiti ad altri enti perchè, dice la riforma Delrio, sono oggi impegnati in funzioni che passeranno a Comuni e Regioni.
«Sarà la più grande operazione di trasferimento nella storia della pubblica amministrazione italiana», dicono all’associazione delle Province.
Un trasloco che rischia però di bloccarsi per mancanza di soldi.
Perchè la storia della riforma ha tre problemi da risolvere: il gran numero di dipendenti dichiarati non più utili nelle nuove amministrazioni provinciali, la distribuzione ad altri enti locali dei compiti un tempo attribuiti alle Province e i soldi che scarseggiano.
Tre nodi intrecciati con conseguenze potenzialmente drammatiche
A rendere esplosiva la situazione è stata la legge di stabilità che ha preteso dalle Province il versamento di un obolo di un miliardo alle casse dello Stato.
Inizialmente c’era una logica. Le Province italiane hanno un bilancio complessivo di 8 miliardi di euro.
Di questi, 2 sono destinati agli stipendi e 6 ai servizi al cittadino.
Dimezzando i dipendenti grazie alla riforma Delrio, le Province avrebbero risparmiato un miliardo di euro e lo avrebbero potuto girare allo Stato mantenendo inalterata la spesa per i servizi al cittadino.
La Legge di stabilità è arrivata a metà di questo processo e ha imposto una accelerazione: le Province devono pagare il miliardo già nel 2015 anche se le funzioni e il personale non saranno trasferite e peseranno dunque sui loro bilanci.
Di conseguenza, le amministrazioni provinciali dovranno tagliare servizi ai cittadini per il valore complessivo di un miliardo. Chi non lo farà , rischia il dissesto.
In default sono già andate nei mesi scorsi due amministrazioni, una di una località ricca come Biella e una del povero Sud come Vibo Valentia.
A Vibo il Presidente, Andrea Niglia, ha deciso di non pagare a dicembre stipendi e tredicesime: «Devo ringraziare per la loro comprensione tutti i 379 dipendenti del nostro ente provinciale. Ma siamo veramente in difficoltà . Abbiamo denaro sufficiente a scaldare le scuole solo per quaranta giorni. Così quest’anno niente tredicesime: Babbo Natale ci ha portato il carbone ».
L’alternativa sarebbe quella di trovare presto una sistemazione ai 20 mila dipendenti in sovrannumero, come si dice con un eufemismo. 6.000 potrebbero essere assunti nei centri per l’impiego, dove già lavorano oggi come dipendenti provinciali.
Il loro nuovo datore di lavoro dovrebbe essere l’Agenzia nazionale per l’impiego che dovrebbe essere istituita dai decreti del Jobs act.
Il condizionale è obbligatorio e vale anche per i 1.000 precari degli stessi centri. Rimarrebbero così 14.000 persone in esubero.
Nelle settimane scorse si è tentato di far passare un norma sul prepensionamento di chi nel 2018 avrà raggiunto i 62-63 anni. Ma l’emendamento è saltato. Avrebbe consentito di mandare in pensione circa 4.000 dipendenti.
Secondo il semplice gioco dell’anagrafe invece andranno in pensione entro il 2019 circa 2.000 persone.
Ne rimarranno così 12 mila da sistemare in quattro anni. «Anche se venissero tutti collocati nelle amministrazioni regionali e comunali, rimarrebbe il problema delle funzioni non trasferite», fanno notare all’Upi.
Il rischio è che i dipendenti in esubero delle Province sostituiscano i posti lasciati liberi dai pensionati di Regioni e Comuni ma non si portino dietro la loro funzione.
Se un cantoniere finisce nella pianta organica della Regione, chi ripara la strada?
Il secondo problema è l’enorme tappo sociale che si creerà nelle pubblica amministrazione.
Quanti precari degli altri enti perderanno il lavoro per far posto ai dipendenti in esubero provenienti dalle Provincie?
Eppure senza un trasloco rapido, i bilanci delle Province faranno crack.
Perchè non potranno garantire gli stessi servizi dello scorso anno con un miliardo in meno da spendere.
Lunedì scorso la Provincia di Terni ha diffuso uno scarno comunicato stampa: «Il servizio viabilità ha a disposizione soltanto 300 quintali di sale a fronte di una necessità di almeno due tonnellate e mezza».
Pertanto, «in caso di nevicate o ghiacciate improvvise, le operazioni di emergenza potrebbero non essere garantite in tempi rapidi».
Dal grande freddo si salvi chi può.
Paolo Griseri
(da “La Repubblica“)
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