Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
NUOVO PIANO REGOLATORE: IMPRENDITORI VICINI AL PD MANDANO MESSAGGI CON “CONSIGLI”…LA PROCURA APRE UN FASCICOLO
Pressioni delle cooperative sul sindaco e sui consiglieri comunali di San Lazzaro di Savena (Bologna) per salvare la cittadella di 582 alloggi.
A denunciarlo è il primo cittadino Pd Isabella Conti che ha deciso, dopo il fallimento di una delle coop coinvolte nel progetto, di bloccare la costruzione da tempo contestata dai cittadini.
Ora il Piano regolatore dovrà essere approvato dal consiglio comunale e nel frattempo alcune persone del mondo della politica e alcuni imprenditori vicini al Partito democratico avrebbero inviato via sms “alcuni consigli” per dire al sindaco di valutare la sua decisione, per evitare eventuali problemi di equilibri politici in seguito al fermo dei lavori e per non rischiare azioni di risarcimento danni.
La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo sulla questione. L’inchiesta, per il momento conoscitiva e senza ipotesi di reato, è sul tavolo del procuratore aggiunto Valter Giovannini.
Alcuni giorni fa il sindaco è stato sentito dai carabinieri del Nucleo investigativo e ha formalizzato la denuncia, facendo nomi e cognomi degli autori delle pressioni, al limite delle velate minacce.
Si tratterebbe di persone del mondo della politica e dell’imprenditoria. Al centro dell’inchiesta ci sarebbe anche una frase velatamente minacciosa riferita al sindaco: sarebbe stata pronunciata da un professionista (partito a cui appartiene anche il primo cittadino) che l’avrebbe detta a una dipendente comunale.
Il progetto al centro delle pressioni riguarda un insediamento urbano da 582 alloggi, più una scuola e un centro sportivo, che sarebbe dovuto sorgere a Idice, fra via Palazzetti e via Fondè.
Varato dalla giunta precedente, guidata da Marco Macciantelli, ora stoppato attraverso una delibera con cui è stato avviato il procedimento di decadenza del Poc, il Piano operativo comunale.
La decisione, formalizzata a fine novembre, aveva innescato le proteste dalla cordata di cooperative che dovevano realizzare l’insediamento.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“IL MAGGIOR NUMERO DI ASSENTI ERA IN REGOLARI FERIE”
“Per come sono stati pubblicati, i dati inducono in errore. C’è da dire, infatti, che la maggior
parte delle assenze non è per malattia, ma per ferie. C’è stata una sbagliata organizzazione. La verità è che stato tenuto in servizio solo un numero di agenti in grado di coprire l’ordinario. Per quanto riguarda i servizi particolari della notte di capodanno, contavano su circa 700 vigili che volontariamente si sarebbero dovuti secondo loro mettere in straordinario, ma questo non è successo. E’ stato quindi un errore di valutazione da parte loro”
Così, intervistato dall’agenzia di stampa Dire, il segretario del Sulpl di Roma, Stefano Giannini, sull’assenza dal servizio dell’83,5% dei vigili urbani della capitale la notte di capodanno.
E proprio per questo Giannini ora non crede ci saranno conseguenze di alcun tipo per gli agenti: “Quelli che si sono assentati per malattia erano veramente malati. A quanto ci risulta nessuna visita fiscale ha rilevato anomalie”.
“Matteo Renzi decida se noi siamo polizia o impiegati”.
E’ il messaggio lanciato al presidente del consiglio dal segretario da Giannini: “C’è una confusione- ha spiegato- frutto della mancata riforma della polizia locale, che noi chiediamo da anni. Ora il governo deve impegnarsi per mettere definitivamente un punto su questo. Perchè al momento siamo considerati forze di polizia quando gli fa comodo e impiegati in altri casi…”.
I vigili assenti a capodanno a Roma?
“La maggior parte hanno donato il sangue e, come previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro degli enti locali, erano esentati dal servizio”.
Così Franco Cirulli, responsabile Uil polizia municipale di Roma Capitale, commenta il tweet del ministro della pubblica amministrazione Marianna Madia.
Alla domanda sul perchè i vigili abbiano deciso di assentarsi per donare il sangue proprio in concomitanza con una serata impegnativa per la viabilità come quella del 31 dicembre, il sindacalista risponde: “Chi ha bisogno di sangue ne ha bisogno sempre, anche la notte di capodanno e di natale. Noi come sindacato, con senso di responsabilità abbiamo sospeso le assemblee, se i vigili hanno donato il sangue assentandosi in modo massiccio è perchè glielo consente la legge”.
Quanto al resto dei vigili assenti, oltre ai donatori di sangue, prosegue il sindacalista, “c’era chi era malato e chi ha usufruito della legge 104”, spiega.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
NUMERI IN CADUTA LIBERA: DA UN MILIONE DI CONTATTI NEL 2013 A POCHE MIGLIAIA QUEST’ANNO
Un anno fa, per il messaggio di fine 2013, boom di contatti e diretta in tilt.
Un anno dopo, per il messaggio di fine 2014, il web resta tranquillo, quasi dorme.
Il discorso di Capodanno di Beppe Grillo è ormai una consuetudine.
Ma se nel 2013 – quando il leader cinquestelle lanciò per la prima volta l’obiettivo del «vinciamo noi» per le elezioni europee – la trasmissione web si impallò più volte per eccesso di contatti (e ci fu chi, immancabilmente, ipotizzò complotti), questa volta tutto è filato liscio.
Per il capo del M5S questa quiete online non è un buon segno.
Minore l’attesa politica su quanto avrebbe detto il leader, ormai prevedibile l’idea del controcanto al discorso presidenziale.
E così se per il discorso di fine 2013 le visualizzazioni su YouTube sono state oltre un milione e centomila, quello del 2014, a ieri sera, era stato visto da alcune migliaia.
Il dato, certo, crescerà ma arrivare a un milione sembra una chimera.
La reazione del web nelle prime ore è decisiva.
E questa volta l’interesse per la performance di Grillo a Capodanno è stato tutt’altro che frenetico: negli anni scorsi, per esempio, le condivisioni del video dal blog a Facebook erano state migliaia (15 mila nel 2012), dieci volte di meno questa volta (ma i modi per far circolare il filmato sono tanti e quindi la cifra complessiva sarà più alta).
Molti di meno anche i commenti, per la maggior parte si tratta di fedelissimi che invitano il leader a «non mollare».
Il cuore dell’edizione 2014 del discorso del capo del Movimento Cinque Stelle si è concentrato su due obiettivi politici: il referendum consultivo per uscire dall’euro e il reddito di cittadinanza. «Vogliamo avere la nostra sovranità monetaria – ha detto Grillo -.
Uscire dalla moneta unica è una partenza, diventeremo competitivi. Lo so che è chiedere una cosa gigantesca».
In penombra, con in mano una lanterna e una candela di fianco, il leader del M5S ha scherzato: «Siamo nel nuovo ufficio della Casaleggio Associati, una specie di catacomba dove aleggiano gli spiriti, quelli buoni». Grillo si è rivolto esclusivamente ai sostenitori, descrivendo il Movimento come l’unico partito degli onesti: «Siamo qui per parlare di cose proibite e pericolose come lealtà ed onestà – ha sussurrato dagli schermi – noi siamo i veri eversori». E per chiudere ha letto un racconto di Italo Calvino, La pecora nera , in cui in un paese dove tutti sono ladri e si derubano a vicenda, la presenza dell’unico onesto crea un certo scompiglio. «È una parabola – ha chiosato il leader – scritta decenni fa, ma non è cambiato niente».
Pessimista sul futuro – «il 2014 ce lo ricorderemo, sarà leggermente meglio del 2015: abbiamo una disoccupazione a livelli memorabili» -, Beppe Grillo ha attaccato ancora una volta il capo dello Stato: «Forse avremo una grande soddisfazione – ha detto – perchè per raggiunti limiti di età Napolitano, che ha condiviso (e leggermente sponsorizzato) questo sfacelo, si toglierà »
Nel mirino anche Matteo Renzi: «Forse il 2015 ci porterà dei risultati straordinari. Può darsi che l’ebetino si toglierà di mezzo». Poche ore prima il messaggio contro il premier era stato ben più cruento: sulla web tv del Movimento, con l’idea di voler ironizzare sull’inglese incerto del presidente del Consiglio, era stato pubblicato un video, una celebre scena dal film Pulp Fiction , in cui un malcapitato – che grazie a un fotomontaggio ha il volto di Matteo Renzi – viene crivellato di colpi di pistola.
Tra i commentatori sono diversi quelli che apprezzano il messaggio violento: «Magari fosse vero» scrive un utente.
Massimo Rebotti
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
I VIGILI APPLICANO IL REGOLAMENTO DI POLIZIA URBANA DEL FAMIGERATO COMUNE DI PADOVA
Considerate le 112mila infrazioni per eccesso di velocità sulle tangenziali condonate di recente
dall’amministrazione comunale c’è una storia che merita di essere raccontata.
È quella di Massimo Susa, un senzatetto di 48 anni originario di Torino, che la notte del 21 dicembre scorso, come spesso fa, ha scelto il selciato di piazzetta Sartori come letto.
Alle 2 e 25 non si può certo dire che la zona pulluli di passanti.
Eppure la sua presenza ha catturato l’attenzione.
«Si sdraiava a terra sul marciapiede utilizzandolo come giaciglio per dormire. Nell’occasione utilizzava cartoni e coperte che venivano fatte rimuovere». Recita così il verbale con cui la municipale, contestandogli la violazione del regolamento di polizia urbana, gli ha affibbiato una multa da 100 euro.
Il caso della multa al senzatetto “esplode” sulle televisioni nazionali.
Massimo Susa è un uomo mite e colto che otto anni fa è stato licenziato dall’azienda di illuminazione per la quale lavorava.
Viveva con i genitori, non è più riuscito a trovare lavoro, e a un certo punto non se l’è più sentita di stare in casa con loro. Così la vita l’ha portato sulla strada. Lasciata Torino, Massimo gira senza una meta precisa.
Cerca e trova aiuto, chiede l’elemosina per campare.
A Piacenza la Caritas locale gli dà spesso una mano, ma anche Padova si è dimostrata ospitale con lui.
Chiede qualche spicciolo agli Eremitani, trova chi gli offre un pasto caldo e qualche volta un tetto.
All’asilo notturno c’è da alzare la voce per avere un posto.
Non è nello stile di Massimo, e così, come in quel 21 dicembre, non resta che la strada.
Non vuole far polemica, qualcuno si è già reso disponibile a pagargli la multa.
In fin dei conti a Padova si trova bene.
Nonostante chi la amministra.
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEI COMMERCIANTI: “SENZA ALTRE OPERE LA CITTA’ ANDRA’ SOTTO”
Venezia 2017, cronaca del Mose in funzione: scatta l’allarme, le dighe si alzano e fermano l’alta marea.
Evviva, la laguna è salva. Ma esiste una zona che non può stappare lo champagne e non si tratta di un campiello di periferia.
E’ piazza San Marco, che si allaga comunque.
Già , fra tre anni, quando sarà varato il Mose, lo scenario potrebbe essere proprio questo, beffardo e paradossale. Cioè, la grande opera non proteggerà il suo centro storico, simbolo della città nel mondo.
Lo denunciano compatti e agguerriti gli abitanti della piazza, gli imprenditori, i commercianti, i ristoratori, i famosi caffè Quadri e Florian e pure la Basilica di San Marco per bocca del suo proto, l’architetto Ettore Vio, che lancia l’allarme usando la matematica: «Se, come hanno deciso, il Mose verrà alzato soltanto quando la marea è a 110 centimetri, il problema non è affatto risolto perchè la Basilica inizia ad andare sott’acqua a 80 e nel 2014 è successo 200 volte. Se non si interviene in tempo rischiamo di perdere un patrimonio immenso, mosaici del tredicesimo secolo compresi».
L’associazione Piazza San Marco, che riunisce oltre cento fra esercenti e grandi appassionati di Venezia (il 10% dei soci è straniero) ha preparato un documento di denuncia e di rabbia.
«E’ uno scandalo: hanno speso oltre 5 miliardi per fare il Mose, hanno rubato decine di milioni in tangenti e non sono riusciti a fare le opere complementari di San Marco. Restituiscano le mazzette e con quei soldi salviamo la piazza più bella del mondo», esce allo scoperto Alberto Nardi, presidente dell’Associazione e titolare dell’omonima storica gioielleria.
Domanda: possibile che in trent’anni di battaglie e progetti nessuno avesse previsto una cosa del genere, Mose su e San Marco giù?
Naturalmente no, tutti ne erano a conoscenza. Tutti sapevano che la piazza ha la sfortuna di essere la zona più bassa di Venezia e che la Basilica si trova in una sorta di catino.
Per questa ragione lo Stato aveva previsto, oltre al Mose, alcuni interventi complementari, come l’innalzamento delle banchine verso il bacino, l’isolamento dell’antica rete di cunicoli e l’impermeabilizzazione della zona per impedire l’allagamento per risalita delle acque.
Costo degli interventi: 100 miliardi di lire, lievitati poi a 100 milioni di euro.
Una cifra importante ma nemmeno un cinquantesimo del costo del Mose (5,4 miliardi) e in ogni caso inferiore ai colossali sprechi scoperti dall’indagine giudiziaria sulla corruzione legata alla grande diga.
Il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico del governo per le opere di salvaguardia della laguna, prima fra tutte il Mose, qualcosa aveva anche fatto: il banchinamento, che però risulta inutile se non vengono realizzati anche gli altri lavori, come dimostrano le 240 acque alte dell’anno appena concluso.
Risultato: il Mose sara’ una bellissima, incompiuta opera.
Come aver fatto una casa meravigliosa dimenticando le finestre. Sul perchè non si possano fare le finestre non ci sono dubbi.
«Sono finiti i fondi della legge Speciale per Venezia», allargano le braccia in Comune. Succede poi il fatto strano che a denunciare la falla del Mose siano un po’ tutti.
Non solo i commercianti della piazza, con Raffaele Alajmo del Quadri a fare da alfiere, considerato che il suo storico caffè è sempre il primo ad essere allagato: «Quest’anno mi è entrata 140 volte, noi abbiamo l’acqua quando la marea supera gli 85 centimetri, a 95 perdiamo 4 ore di lavoro. Questo significa che devo fermare l’attività tutte le volte, con cuochi lavapiatti camerieri e receptionist da pagare ugualmente e sono 25. Poi abbiamo gli stucchi della sala Ponga che quest’anno è peggiorata in modo vistoso per l’acqua salata di risalita. Insomma, un disastro se non si provvede in qualche modo, anche perchè le acque alte sono sempre più frequenti».
A denunciare il fenomeno è, paradosso nel paradosso, anche lo stesso Consorzio Venezia Nuova, cioè chi dovrebbe provvedere alla salvaguardia di Venezia.
Ecco come parla Hermes Redi, il direttore generale e ingegnere che ha seguito la grande opera come una sua creatura: «Hanno ragione i commercianti, posso dire solo questo. Anzi, aggiungo che lo stesso problema avrà Rialto, altra zona bassa. L’acqua entrerà dalle forine, la piazza doveva essere impermeabilizzata. Anche se ritengo che un utilizzo elastico del Mose possa limitare i danni».
Alcuni propongono di risolvere il problema alzando la diga quando si prevedono acque alte sopra i 90 centimetri, in modo che anche San Marco rimanga all’asciutto. «Impossibile – spiegano i tecnici – dovremmo chiudere la laguna troppo spesso e lo specchio d’acqua diventerebbe una fogna a cielo aperto, con ripercussioni negative sotto il profilo ambientale e sanitario. E’ necessario garantire il ricambio delle acque». Già , ma a chi spettava l’onere di completare i lavori?
«C’è stato un problema di competenze, doveva occuparsene il Comune », azzarda Redi. E i responsabili del Comune cosa dicono?
«Il problema è di pecunia — spiega Marco Agostini, il direttore generale che ha seguito passo passo la vicenda — Dieci anni fa le opere erano state presentate al Comitatone che però non le ha mai approvate per mancanza di fondi. La Legge Speciale è sempre abbastanza incerta come competenze».
Consorzio, Comune, Comitatone. La palla e’ pesante e passa di mano in mano. Agostini riconosce un rischio serio: «Non solo per San Marco: i palazzi possono cadere se non vengono fatte le opere complementari perchè le acque alte sono sempre di più. Non sono capricci, questi. Io dico che se le mazzette fossero finite in queste casse non saremmo qui a parlarne».
Dunque, il responsabile sarebbe il Comitatone per Venezia. E il Comitatone sono un po’ tutti: governo, Regione, Provincia, Comune, Magistrato alle Acque, autorità portuale. E quando ci sono tutti nessuno è più responsabile e Piazza San Marco affoga.
(da “il Corriere veneto”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“COL SUO SANGUE SI CREERA’ UNA BANCA DI PLASMA PER CURARE ALTRE PERSONE”
Aveva contratto il virus in Sierra Leone, ma i sanitari dell’ospedale Spallanzani di Roma hanno
annunciato che Fabrizio Pulvirenti, il medico siciliano di Emergency e ‘paziente zero’ di Ebola in Italia, è “completamente guarito”.
Quindi è stato dimesso dalla struttura sanitaria capitolina specializzata nel trattamento delle malattie infettive, dove era stato ricoverato lo scorso 25 novembre.
“Ringrazio i medici — ha detto Pulvirenti -: quello che è stato fatto per me è davvero grande”. E annuncia di volere continuare a operare, anche se non a breve e “per un periodo limitato”, in Sierra Leone .
“Devo prima di tutto ricostruire il mio tono muscolare, successivamente valuterò quando tornare. Sicuramente — ha aggiunto — voglio tornare per completare il lavoro che stavo svolgendo”.
Al suo fianco anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, la presidente di Emergency, Cecilia Strada, il commissario straordinario dell’Inmi Valerio Fabio Alberti e il direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito.
Quest’ultimo ha anche annunciato che “con il sangue di Fabrizio”, che sarà inviato anche in Sierra Leone, si procederà a creare una “banca centralizzata” di plasma per curare altre persone colpite da Ebola.
“Poco più di un mese fa, il 25 novembre, ci interrogavamo sulla sorte di questo straordinario medico, che come ha giustamente detto il presidente Napolitano si può annoverare tra le eccellenze italiane“, ha dichiarato Alberti.
“Da allora — ha sottolineato — non vi nascondo che abbiamo passato momenti duri e oggi con soddisfazione e orgoglio possiamo comunicare ufficialmente la sua guarigione”. In conferenza stampa è intervenuto anche Gino Strada che, in collegamento su Skype ha detto: “Sono molto contento, nessuno di noi ha mai dubitato che Fabrizio ce l’avrebbe fatta”.
Il racconto del medico: “Due settimane di buco di coscienza”
“Sono stato curato non soltanto dal punto di vista professionale, ma con i colleghi dello Spallanzani si è creato un rapporto amichevole, di affetto — ha detto Pulvirenti nel giorno delle dimissioni — E li ringrazio uno per uno abbracciandoli perchè quello che è stato fatto per me credo sia davvero grande”.
Il medico ha spiegato di avere sempre seguito le procedure di sicurezza in Sierra Leone e ritiene “impossibile risalire al momento del contagio”.
Poi ha descritto la sua esperienza di paziente. Dopo i primi giorni nella clinica, ha detto, “nei quali cercavo di guardare ogni sintomo con occhio scientifico, per mantenere la mente impegnata la luce della coscienza si è spenta, con un buco di circa due settimane delle quali non ricordo assolutamente nulla: i buoni propositi di mantenere la razionalità sono andati a farsi benedire e il medico è stato scalzato dal paziente, com’è giusto che sia. In questo momento io sono il paziente”.
Nel suo intervento anche un pensiero ai colleghi: “Non sono un eroe. Sono solo stato meno fortunato di loro perchè sono stato contagiato”.
Lorenzin: “Giornata di felicità ”
“Una bella notizia con cui iniziare l’anno — ha detto durante la conferenza stampa il ministro della Salute Beatrice Lorenzin – e la dimostrazione di quello che siamo capaci di fare. Questa vicenda è l’esempio di collaborazione di squadra che ha funzionato. Una giornata di felicità per me e per tutti gli italiani”.
Lorenzin ha inoltre aggiunto che “abbiamo trovato altri 4 milioni di euro per lo Spallanzani nel fondo del ministero della Salute“, e ha annunciato anche che “a Emergency sarà data una medaglia ad alto valore per la sanità italiana.
La diamo a voi — ha proseguito — perchè in questo modo va a tutti i colleghi di Fabrizio, che avrà una onorificenza a parte per il coraggio e per la forza di volontà e l’esempio che ha dato”.
Sulla guarigione del medico è intervenuto anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che su Twitter ha scritto: “Grazie a medici e personale dello Spallanzani per la loro straordinaria professionalità . In bocca al lupo a Fabrizio: buon lavoro”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PRIMO SOPRALLUOGO NEL POMERIGGIO
Il Norman Atlantic è attraccato al porto di Brindisi.
Tra i primi a scendere dal rimorchiatore Marietta Barretta sono stati gli 8 vigili del fuoco che da una settimana si trovavano a largo delle acque albanesi, impegnati nelle operazioni di salvataggio.
Strette di mano e abbracci con colleghi e familiari. “Dentro la nave c’è un’aria lugubre“, racconta uno degli operai che si sono occupati delle operazioni di salvataggio. Molti soccorritori hanno raccontato che la sensazione è che a bordo ci sia “più di qualche morto“.
Intanto, la procura di Bari ha formalizzato l’iscrizione nel registro degli indagati di altre quattro persone, oltre al comandante e all’armatore: si tratta di due membri dell’equipaggio e di due rappresentanti della ditta greca noleggiatrice, la Anek Line. In Puglia stanno arrivando, dalla Grecia, 8 famiglie di passeggeri dispersi.
Magistrato e vigili del fuoco saliti a bordo.
Operai: “Più di qualche morto”.
Poco dopo l’attracco della Norman Atlantic, i primi a salire a bordo sono stati i Vigli del Fuoco, per spegnere gli ultimi focolai, e il pm della procura di Bari, Ettore Carminali, per effettuare il primo sopralluogo e cercare la scatola nera.
Scesi a terra dopo giorni passati in mare a svolgere le operazioni di soccorso, gli uomini a bordo dei rimorchiatori hanno raccontato i momenti più difficili dell’intervento: “Sono stati i giorni migliori della mia vita — ha dichiarato Luigi Manesi, comandante del rimorchiatore Tenax -, abbiamo salvato molte persone. Il momento più difficile? Quando Giacomazzi ci ha gridato ‘date tutto adesso, abbiamo le fiamme a 4 metri da noi”.
Gli altri operai saliti sul traghetto raccontano di “un’aria lugubre” all’interno della nave e in molti dicono che la sensazione è che a bordo ci sia “più di qualche morto“.
Identificate 8 delle 9 vittime: non c’è Balzano.
Otto dei nove corpi recuperati dopo il naufragio della Norman Atlantic hanno un nome. Oltre ai due camionisti campani, Michele Liccardo e Giovanni Rinaldi, sono stati identificati altri sei cadaveri: Omar Kartozia, Racha Charif, Muller Afroditi, Havise Savas, Sasentis Nikolaus Paraschis, Kostantinos Koufopuolos.
Tra questi non c’è il corpo di Carmine Balzano, il terzo autotrasportatore campano disperso. C’è un ultimo cadavere ancora da identificare che, dai primi controlli, sembra appartenere a un uomo. Oltre ai nove corpi, la magistratura barese ha stimato altre due vittime certe che non sono state recuperate durante le operazioni di soccorso dei naufraghi.
Quattro nuovi indagati: ci sono anche due italiani.
Lunedì, la procura di Bari ha formalizzato l’iscrizione nella lista degli indagati di altre quattro persone. Tra questi, ci sono il legale rappresentante della Anek Lines e un dipendente dell’azienda, Fantakis Pavlos. Gli altri due sono membri dell’equipaggio del traghetto: il primo ufficiale di coperta, Luigi Iovine, un 45enne napoletano, e Francesco Romano, 56enne siciliano, secondo ufficiale di macchina.
Comandante Giacomazzi: “Errori anche da parte della compagnia”.
Vanno separate le responsabilità nautiche da quelle commerciali. È questo il riassunto delle parole pronunciate da Giacomazzi, sentito giovedì dai pm che indagano sull’incidente del traghetto salpato dalla baia di Valona.
Da quello che si legge dagli stralci dei verbali pubblicati dal Corriere della Sera e da Repubblica, il comandante ha dichiarato che a rendere difficili le operazioni di salvataggio dei passeggeri sono stati l’”overbooking” praticato dalla compagnia e la mancanza di risposte dalla Grecia ai messaggi d’aiuto lanciati dalla nave alla deriva.
Una responsabilità , quella riguardante l’eccessivo numero di passeggeri, che Giacomazzi fa ricadere sulla compagnia greca, sostenendo che, se la Anek Line avesse rispettato il numero massimo di persone trasportabili sul traghetto, il calcolo dei dispersi sarebbe stato più semplice.
Il comandante, ha dichiarato, “non ha funzioni di polizia” sulla nave, “io do disposizioni, ma non posso fare nulla se non vengono rispettate”.
Poi aggiunge: “Ho fatto il mio dovere, nessun eroismo. Mi ha fatto molto male che ci siano state delle vittime, quello che è successo è una tragedia, ma mi dico che chi ha seguito le istruzioni che abbiamo dato si è salvato; purtroppo in quei momenti il panico può spingerti ad azioni incontrollate”.
Giacomazzi, poi, si sofferma sugli errori e le irregolarità commesse dall’equipaggio durante le operazioni di salvataggio e di gestione delle scialuppe: “Ho dato l’ordine di approntarle — ha detto — ma non di ammainarle. Su di ognuna possono salire al massimo tre componenti dell’equipaggio, ma su quella calata in mare ce n’erano almeno tre”.
Da lunedì le autopsie.
Lunedì mattina alle 11 inizieranno le analisi sui nove corpi recuperati dopo il naufragio della norman Atlantic. Il pm della Procura di Bari, Ettore Cardinali, ha affidato a un team di medici legali dell’Università e del Policlinico di Bari l’incarico di effettuare le autopsie. Solo dopo i risultati delle analisi si potranno stabilire le cause della morte dei passeggeri.
Andrea Tundo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
SINISTRA, DESTRA E TERZO STATO… IL PARTITO CHE NON C’E’
Ma Renzi è di destra o di sinistra? O meglio: le politiche messe in campo dal governo Renzi sono
di destra o di sinistra?
La domanda se la fanno in molti, chi con preoccupazione, chi con curiosità .
Capisco la preoccupazione del mondo sindacale, che vede in Renzi il picconatore delle sacrosante conquiste del movimento operaio.
E capisco pure la curiosità di chi, come il mondo del lavoro autonomo, ha sempre guardato con sospetto ai governi di sinistra, ben poco sensibili alle esigenze delle imprese, degli artigiani, dei commercianti, dei liberi professionisti.
E tuttavia ad entrambi vorrei dire: non temete, Renzi è sia di destra sia di sinistra.
Se guardiamo con distacco a quel che ha fatto in 10 mesi di governo è difficile, davvero difficile, stabilire se è stato più attento alle esigenze del lavoro dipendente o a quelle del lavoro indipendente.
Nei primi mesi, il pendolo è oscillato decisamente a favore del mondo sindacale, al di là delle frecciate polemiche verso la Cgil: gli 80 euro in busta paga non sono certo stati un gesto pro-imprese, che si aspettavano semmai un abbattimento dell’Irap.
Negli ultimi mesi, invece, il pendolo ha invertito il suo verso: il depotenziamento dell’articolo 18, l’alleggerimento dell’Irap, la decontribuzione delle assunzioni a tempo indeterminato sono tutti gesti che guardano più al lavoro autonomo che a quello dipendente.
Visto da questa angolatura, il consenso che Renzi riesce a convogliare verso di sè e verso il Pd non deve stupirci.
Certo, ad esso contribuisce anche l’autolesionismo degli avversari: Forza Italia fa di tutto per autoaffondarsi, e il Movimento Cinque Stelle non fa nulla per diventare una cosa seria. E tuttavia la vera forza del governo Renzi sta nella sua capacità di fare sia cose tradizionalmente considerate di sinistra, sia cose tradizionalmente considerate di destra.
In un certo senso l’esatto contrario del governo Prodi del 2006-2008, che con la sua (modesta) riduzione del cuneo fiscale, suddivisa fra lavoratori e imprese, finì per fare qualcosa che non appariva nè di destra nè di sinistra
Se le cose stanno così, diventa abbastanza naturale prevedere che, nei prossimi anni, Renzi non avrà avversari.
La sua politica economica, infatti, pare capace di realizzare due miracoli: recuperare, grazie al bonus, molti elettori delusi del centro sinistra, e attirare, grazie alla riduzione del costo del lavoro, molti elettori che un tempo si riconoscevano nel centro destra
E tuttavia … Tuttavia c’è un piccolo problema.
La società italiana è sempre meno una società divisa in due, con una metà che guarda a sinistra e l’altra metà che guarda a destra.
Questa semplificazione poteva reggere, forse, quindici o venti anni fa, nel cuore degli anni ’90 del secolo scorso.
Allora a fronteggiarsi, anche politicamente, c’erano effettivamente due società . Da una parte la prima società , ovvero il mondo dei garantiti, fatto di dipendenti pubblici e occupati a tempo indeterminato delle imprese maggiori, protetti dall’articolo 18 ma anche dalle dimensioni aziendali (secondo il principio “too big to fail”).
Dall’altra la seconda società , ovvero il mondo del rischio, fatto di piccole imprese, lavoratori autonomi, operai e impiegati, tutti esposti alle turbolenze del mercato e sostanzialmente privi di reti di protezione.
Gli uni, i garantiti, guardavano prevalentemente a sinistra, gli altri, gli esposti al rischio, guardavano prevalentemente a destra.
Oggi non è più così. Non perchè non ci siano più una società delle garanzie e una società del rischio, ma perchè oggi c’è anche una terza società .
Una società che c’era già prima, ma che negli anni della crisi è cresciuta di dimensioni, fino a diventare di ampiezza comparabile alle altre due.
Questa terza società è la società degli esclusi, o outsider, nel senso letterale di “coloro che stanno fuori”.
Una sorta di Terzo Stato in versione moderna. Essa è formata innanzitutto di donne e di giovani, ma più in generale è costituita da quanti aspirano a un lavoro regolare (non importa se a tempo determinato o indeterminato), e invece si trovano in una di queste tre condizioni: occupato in nero, disoccupato, inattivo ma disponibile al lavoro. Si tratta di ben 10 milioni di persone, più o meno quanti sono i membri della società delle garanzie così come i membri della società del rischio
Ora, il dato interessante è che, ad oggi, questo segmento della società italiana è sostanzialmente privo di rappresentanza.
E lo è per una ragione economica, prima ancora che politica. L’interesse degli esclusi è diametralmente opposto a quello dei garantiti, ed è in parte diverso da quello della società del rischio.
La priorità degli esclusi è, per definizione, quella di essere inclusi. Il problema è che tale inclusione richiede scelte economiche molto diverse da quelle che hanno permesso a Renzi di dialogare felicemente con la prima e la seconda società . Includere, infatti, significherebbe puntare tutte le carte sulla creazione di posti di lavoro aggiuntivi (a noi ne mancano circa 6 milioni, se come riferimento assumiamo la media Ocse).
Precisamente il contrario di quanto, nel comprensibile desiderio di attirare voti, il governo Renzi ha fatto finora e intende fare nei prossimi anni, almeno a giudicare dalle tabelle della Legge di stabilità , che per il 2018 prevedono ancora quasi 3 milioni di disoccupati
Per capire perchè gli interessi del Terzo Stato non siano in cima alle preoccupazioni di questo governo, basta riflettere sulle due decisioni cruciali di allocazione delle risorse effettuate nel corso del 2014, ossia gli 80 euro in busta paga e la decontribuzione per i neo-assunti. I 10 miliardi in busta paga sono, per loro natura, una misura a favore di chi un lavoro già ce l’ha, mentre un loro impiego per investimenti pubblici, o per abbattere l’Irap, avrebbero potuto dare una mano a chi un lavoro non ce l’ha.
Quanto ai 5 miliardi di decontribuzione per i neo-assunti, possono apparire un provvedimento per generare nuova occupazione, ma lo saranno solo in misura minima perchè, in assenza di vincoli di addizionalità (aumento del numero di occupati rispetto all’anno prima), finiranno per essere usati soprattutto per sostituire chi va in pensione o si dimette per maternità , senza creazione di posti di lavoro aggiuntivi.
Un punto, quest’ultimo, su cui le preoccupazioni di Susanna Camusso appaiono tutt’altro che ingiustificate
Ecco perchè, a mio parere, il futuro del Pd e del governo Renzi è meno scontato di quel che può apparire a prima vista.
Finchè la terza società , la società degli esclusi, resterà sostanzialmente priva di rappresentanza, Renzi e il Pd potranno dormire sonni tranquilli, perchè la loro capacità di recitare due parti in commedia, quella della sinistra e quella della destra, permetterà loro di rappresentare sia la prima sia, entro certi limiti, la seconda società . Se tuttavia la situazione cambiasse, e un partito, vecchio o nuovo, provasse a intercettare umori e interessi della terza società , il gioco del Pd si farebbe meno facile. Perchè, allora, la domanda non sarebbe più se quel che fa Renzi è di sinistra o di destra, ma diventerebbe improvvisamente un’altra: può esistere una sinistra che lascia ad altri il compito di difendere gli esclusi?
Luca Ricolfi
(da “il Sole 24 ore”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“RISCHIO CHE LA BCE FALLISCA IL MANDATO E’ PIU’ ALTO DI SEI MESA FA”
Mario Draghi si tira fuori dalla corsa al Quirinale, conferma la sua permanenza alla Bce fino alla fine del mandato, nel 2019, e in un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt si dice pronto a usare il bazooka.
QUIRINALE
“Non voglio essere un politico” afferma il presidente della Bce, rispondendo a una domanda su un suo possibile impegno politico in Italia e sull’eventuale successione a Giorgio Napolitano. “Il mio mandato di presidente Bce prosegue fino al 2019”.
DEFLAZIONE
In Europa il rischio di deflazione “non è escluso, ma è limitato” dice Draghi, secondo cui “il rischio che noi non adempiamo al nostro mandato di stabilità dei prezzi è più alto di quanto non fosse sei mesi fa”.
Per questo “stiamo nella fase tecnica di preparazione per modificare le dimensioni, la velocità e la composizione delle nostre misure all’inizio del 2015, se queste dovessero essere necessarie, per reagire a un periodo troppo lungo di bassa inflazione”. E su questo, ha sottolineato Draghi, “c’è unanimità in seno al consiglio direttivo della Bce”.
CRESCITA.
Draghi si dice “prudentemente ottimista” sull’andamento dell’economia nel 2015. Il numero uno dell’Eurotower ha spiegato che oggi ci troviamo in un “lungo periodo di debolezza” dell’economia, “non di una crisi”.
“Io penso che la combinazione della nostra politica monetaria e delle riforme da parte degli stati membri ripristinerà la fiducia perduta”, ha aggiunto Draghi, dicendosi fiducioso sul fatto che l’economia della zona euro il prossimo anno tornerà a crescere.
Ha auspicato che tutti i membri dell’Eurozona aumentino gli sforzi a favore delle riforme strutturali e lavorino per ridurre la pressione fiscale.
Perchè, ha sottolineato, “rilevo troppa burocrazia e tasse. In Europa abbiamo uno dei più elevati carichi fiscali al mondo: è un pesante svantaggio competitivo”.
In sostanza, secondo Draghi “le importanti riforme strutturali – mercato del lavoro flessibile, meno burocrazie, meno tasse – si muovono troppo lentamente”.
(da “Huffingtonpost”)
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