Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
SPERANZA: “UN ERRORE IL JOBS ACT”…. A MARZO UNA CONVENTION
Neanche un mese dopo l’elezione di Sergio Mattarella, momento di massimo politico peso della
minoranza Pd nell’era renziana, la sinistra è in un angolo.
Per uscirne dovrebbe far valere i «rapporti di forza», dice un bersaniano, com’è successo sul voto per il Quirinale.
Sulla legge elettorale alleandosi con Forza Italia, sul lavoro cercando una sponda con Maurizio Landini.
«Ma se non siamo uniti, perdiamo sempre», dice Alfredo D’Attorre.
Per questo oggi i dissidenti “festeggiano” l’attacco di Roberto Speranza a Matteo Renzi. Significa che i pontieri sono più arrabbiati e la pratica della mediazione perde un po’ di ragione d’essere.
Il capogruppo del Pd aveva avuto garanzie dal premier sul Jobs Act portando quasi tutti i deputati dem a votare per la delega.
«Spariranno i licenziamenti collettivi, garantito », aveva promesso il premier.
È finita con il decreto che conferma quella forma di uscita dal mercato del lavoro.
«Il governo ha sbagliato a non tener conto del parere delle commissioni lavoro di Camera e Senato sui licenziamenti collettivi previsti dalla delega sul lavoro», dice ora Speranza.
Poi annuncia battaglia: «Deve essere a tutti chiaro – spiega riferendosi a Renzi – che se viene meno la necessaria sintonia tra Parlamento e governo non si va da nessuna parte».
Il patto stipulato tra minoranza e Renzi viene confermato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti. «Ha ragione Speranza – racconta il ministro – ma la scelta del governo di non cambiare l’impianto del decreto dato alle Camere era per evitare il pericolo di una incertezza ».
Non si volevano mettere gli imprenditori italiani e gli investitori stranieri di “scappare” con la scusa che prima c’era stato un impegno e poi si era tornati indietro. «Ne abbiamo discusso molto – dice Poletti – e alla fine abbiamo deciso così».
Questo atteggiamento però porta alla radicalizzazione dello scontro interno.
I “rapporti di forza” impongono alla sinistra di trovare un minimo di unit�
A marzo, in una convention che si sta preparando, verranno messi insieme bersaniani, civatiani, cuperliani, con la sponda della Cosa rossa in gestazione, quella che sarà guidata dal segretario della Fiom Landini.
«Sul lavoro Maurizio pone un problema reale. Il distacco tra il Pd e i lavoratori è sempre più profondo. Ma non c’è bisogno di scorciatoie organizzative«, dice Stefano Fassina.
Ossia, Pippo Civati a parte, nessuno nel Partito democratico pensa a una scissione.
«È evidente l’indifferenza assoluta di Renzi per il pluralismo interno. Per lui si limita alla chiacchierata in streaming tra di noi», attacca l’ex viceministro.
Il terreno comune a sinistra può diventare «la distribuzione delle risorse, se davvero assisteremo all’inizio della ripresa», precisa D’Attorre.
Temi più vicini alla gente delle riforme, anche se ormai il Jobs Act è andato. La guerriglia parlamentare invece può realizzarsi dalla fine di marzo sull’Italicum.
Renzi lo vuole approvare in via definitiva, quindi non va toccato rispetto al testo uscito dal Senato.
Il capogruppo Speranza però non sembra disposto ad offrire, su questo punto, un sostegno assoluto al premier: «La Camera discute. È un suo diritto. Anzi, il suo dovere ».
I dissidenti pensano aun’asse con Forza Italia che a Montecitorio è guidata da Renato Brunetta, nemico del patto del Nazareno.
«Il dialogo è inevitabile — avverte Fassina -. E nessuno si deve permettere di accusarsi di usare strumentalmente gli azzurri. Che il testo va cambiato lo diciamo da prima della rottura con Berlusconi. Vorrà dire che parleremo con quelli che fino a ieri erano gli amici di Renzi».
Ma di cosa? Non dei capolista bloccati, bersaglio della sinistra ma pilastro della strategia berlusconiana.
«Sull’apparentamento al secondo turno abbiamo posizioni simili. Significa che il testo può cambiare, che Renzi è a rischio sui numeri e l’Italicum dovrà tornare al Senato», sottolinea D’Attorre.
Questa ipotesi era già prevista negli emendamenti Gotor, dunque non c’è .
«Però incidiamo solo se siamo uniti — insiste D’Attorre -, come è successo con il voto a Mattarella ».
Per questo la convention di marzo. Per questo non è più tempo di mediatori, di pontieri.
Una battaglia da condurre dentro il Pd, dicono tutti i dissidenti.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
E’ ACCADUTO DOMENICA ALL’ACCADEMIA DI SANTA CECILIA: “LA BUONA SCUOLA DOVREBBE INIZIARE DAL RISPETTO DELLE BELLE PAROLE, MA LEI STESSO NON HA PRESTATO ATTENZIONE”
Egregio signor primo ministro
oggi (domenica, ndr) mia figlia quattordicenne ha suonato con la JuniOrchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, a Roma, all’evento del Pd, «La Scuola che cambia, cambia l’Italia».
È tornata a casa in lacrime umiliata e mortificata dalla totale assenza di attenzione da parte del pubblico durante la loro esecuzione successiva al suo intervento.
Mentre i ragazzi erano impegnati nella difficile esecuzione di musiche di Beethoven e di Tchaikovsky il pubblico in sala era principalmente impegnato a prodigare saluti, non solo parlando a voce alta, ma camminando e urtando i ragazzi, rendendo di fatto impossibile l’esecuzione stessa.
Lei stesso non ha prestato alcuna attenzione alla musica preparata e studiata dai ragazzi espressamente per questa circostanza.
Ma è mai possibile?
Un convegno che parla di educazione e di scuola (anche sottolineando l’importanza della musica per la formazione di buoni cittadini) e i cui partecipanti trattano i ragazzi e il loro impegno in questo modo?
Credo che la Buona Scuola inizi proprio da qui: dal rispetto dei ragazzi prima di tante belle parole e oggi questo è venuto drammaticamente a mancare.
Un drammatico autogol per il mondo della politica!
Emilio Cabasino
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
ANZI, UN SACCO DI FAVORI A CORROTTI E CORRUTTORI
Mai avremmo immaginato di arrivare a invidiare la Grecia, che fino all’altroieri sembrava esistere
in Europa solo per evitare all’Italia l’ultimo posto nelle classifiche e nelle statistiche.
Ora anche quel momento è arrivato. È vero che quello che Tsipras gabella per un trionfo sulla Troika e per la fine dell’austerità è, in realtà , una discreta capitolazione sulle promesse agli elettori per vincere le elezioni.
Ma sentirlo parlare di un piano straordinario di lotta all’evasione e alla corruzione e di una patrimoniale sui grandi capitali per rientrare nei parametri comunitari e anche per aumentare i salari pubblici ci provoca attacchi incontrollabili di ellenofilia.
Dunque il mantra, molto in voga da noi, secondo cui le “riforme” che ci “chiede l’Europa” devono obbligatoriamente passare per le larghe intese, il massacro dei pensionati, l’abolizione dei diritti dei lavoratori, la cieca obbedienza a Confindustria e alle altre lobby padrone, lo smantellamento delle garanzie costituzionali, lo strapotere dei governi e delle maggioranze, la mordacchia alle opposizioni e la compressione del diritto di voto, è una balla sesquipedale.
Il patto sottoscritto da tutti gli Stati europei va garantito da regole uguali per tutti e da sanzioni severe per chi sgarra.
Ma le modalità per recuperare le risorse necessarie a rimettersi in carreggiata appartengono alla discrezionalità politica dei governi dei singoli Stati, che decidono liberamente in base ai loro programmi e al patto stipulato con i rispettivi elettori.
In Spagna ha vinto la destra di Rajoy che dunque governa con politiche di destra.
In Grecia ha vinto la sinistra di Tsipras che dunque governa con politiche di sinistra. Poi c’è l’Italia, dove governa Renzi che non ha vinto le elezioni (a parte le comunali a Firenze e le europee), con una maggioranza in parte illegittima (drogata dal premio del Porcellum incostituzionale) e in parte raccogliticcia (il Nuovo Centro Destra ha preso voti insieme a B. contro e in alternativa al Pd; Scelta civica ha preso voti contro e in alternativa al Pd e a B.; e gli ex-M5S han preso voti contro e in alternativa a Pd, a B. e a Scelta civica).
Infatti, dal Jobs Act alla giustizia, dall’evasione alla riforma elettorale e costituzionale, Renzi realizza politiche che nemmeno B. e Monti s’erano azzardati ad attuare e neppure Confindustria aveva osato sperare.
Tsipras, fra le “riforme” che portano gettito, mette in prima fila la lotta all’evasione e alla corruzione.
E fa benissimo perchè, nei paesi a malaffare diffuso come Grecia e Italia, la manovra finanziaria si fa così: attingendo le risorse negli enormi serbatoi del nero e facendo pagare la crisi ai delinquenti.
Che ad Atene sono tanti e pingui. Ma mai come in Italia, dove ai reati dei colletti bianchi va aggiunta la voce “criminalità organizzata”.
Eppure da noi, su questi tre freni a mano tirati sullo sviluppo, si continua a cincischiare con ddl annunciati e mai varati, e che anche se fossero varati vedrebbero la luce dopo anni luce.
E le coperture dell’ultima manovra sono garantite dai soliti noti: tagli lineari agli enti locali (con aumenti di tariffe e tasse locali) e clausole di salvaguardia (che faranno aumentare le tasse dal 2016 di una ventina di miliardi l’anno).
Niente patrimoniale, niente lotta straordinaria a corruzione, evasione e mafie.
Anzi, un sacco di favori a corrotti e corruttori (la prescrizione non si tocca), evasori (soglie di impunità ) e mafiosi (tutto come prima).
Finchè regnavano le larghe intese con B., dichiarate (governi Monti e Letta) o meno (Patto del Nazareno), Renzi aveva l’alibi dell’alleato riottoso.
Ora che il Patto è sciolto (così almeno ci dicono i due ex soci), le chiacchiere stanno a zero.
Se le priorità del governo sono le ferie (tagliate per decreto) e la responsabilità civile dei magistrati (a tappe forzate con la scusa dell’Europa, che in realtà chiede tutt’altro), non è colpa di nemici esterni o interni.
È che anche sotto Renzi l’Italia rimane una Repubblica fondata sulle mafie, sull’evasione e sulla corruzione. Noi, naturalmente, speriamo sempre di essere smentiti.
Altrimenti, che aspetta l’Europa a commissariarci per davvero?
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
“GIORGIA MELONI E’ UNA GRANDE DELUSIONE, E’ DIVENTATA LA MASCOTTE DELLA LEGA”… “IL VUOTO VA RIEMPITO, MA SI DEVE PARTIRE DALLE IDEE, NON DAI VERTICI TRA EX COLONNELLI”
Gianfranco Fini, parliamo della crisi del centrodestra. Anzi no, prima risponda ad una domanda preliminare. C’è ancora la destra in Italia?
“Dobbiamo metterci d’accordo su che cosa s’intenda per una politica di destra. Attualmente in Italia ci sono due forze politiche che si definiscono di destra: c’è la Lega, con l’aggiunta della costola Giorgia Meloni, sempre più mascotte di Salvini. La definirei una destra minoritaria per vocazione che si nutre di due spettri, di due paure: l’immigrazione e l’Unione europea. E poi c’è Forza Italia, il grande club Forza Silvio, piegato agli interessi e agli umori quotidiani di Berlusconi”.
Nient’altro?
“Vedo il deserto dei tartari. La destra come la intendo io, maggioritaria, di governo, anche quando è all’opposizione, purtroppo non esiste”.
Ci sono voci di movimenti: gli ex An si darebbero da fare. La rivedremo con Alemanno e La Russa?
“Non si può riportare indietro le lancette. Nell’ambito di quella che fu An circolano tuttavia due sentimenti che coinvolgono una parte di ex ceto politico che non vuol ridursi al “Si Salvini chi può” pur di essere eletto… ”
Ce l’ha con la Meloni?
“La Meloni è una gran delusione”.
L’ho interrotta. Diceva dell’altro sentimento in ambito An.
“Sì, è quello degli elettori che hanno perso una casa comune, che hanno votato Grillo o Pd, oppure non hanno più votato e non si sentono rappresentati politicamente. Sono loro gli interlocutori, quelli che si aspettano un centrodestra con una fisionomia programmatica, un centrodestra con le idee. La sinistra, sia pur con mille tormenti, si è messa in moto, mentre a destra non si vede niente”.
Ripartire con chi?
“Certo non con i vertici tra ex colonnelli, con la definizione delle alleanze alle prossime elezioni o con l’individuazione risibile di una leadership. Mi permetto di dare un consiglio: prima di tutto bisogna fare chiarezza sui contenuti”.
Alemanno e altri si stanno muovendo con una sorta di Cosa post-An. E poi ci sono i soldi della Fondazione An, 230 milioni che servono come il pane…
“Io non sono iscritto alla Fondazione. Al di là del tesoretto, vedo con interesse tutto ciò che si muove nella direzione che ho detto e, se richiesto, darò il mio contributo”.
Non chiude la porta ad un nuovo impegno politico?
“Il mio impegno non è mai cessato. Vada sul sito di Liberadestra. Non troverà commenti a Tizio o Caio ma riflessioni per mettere benzina nel motore”.
Immagino lontane dal Salvini pensiero
“Quello è lepenismo d’accatto. Al netto delle felpe, Salvini è un personaggio della vecchia Lega. Prima volevano la Liberazione del Nord per portarlo in Europa, adesso la liberazione dell’Italia da Bruxelles. La mia idea di destra va in direzione esattamente opposta. Il problema non è l’euro. Il problema è che abbiamo una politica monetaria comune e non una politica fiscale omogenea. Bisogna spingere, da destra, verso gli Stati Uniti d’Europa”.
Le piacerà ancora meno il Salvini sull’immigrazione.
“Ha detto cose oscene tipo che “se non partissero non annegherebbero”. Molto è cambiato da quando feci la legge con Bossi. Oggi arrivano donne e uomini in fuga dalla guerra civile che, giustamente, chiedono diritto d’asilo. Una politica di destra ed europeista dovrebbe chiedere la revisione del trattato di Dublino 3. Non è possibile che l’Italia debba farsi carico da sola, dall’identificazione alla permanenza, di chi arriva sulle nostre coste”.
Insisto: ma se Berlusconi decidesse di andare alle Bahamas a chi tocca?
“Al momento non c’è nessuno come non c’era nessuno a sinistra. La leadership non si costruisce in laboratorio, la leadership si afferma con le proposte, con una visione della politica e della società . Il nuovo leader della destra deve ancora emergere”.
Non a caso Renzi dice: io duro fino al 2018 e poi vinco le elezioni. Secondo lei ha ragione?
“Renzi è un uomo fortunato, spregiudicato, a volte un po’ bullo, in questo momento non ha competitori. Gli italiani cominciano a capire che la protesta di Grillo è fine a se stessa. E se non votano Grillo oggi cosa c’è? Berlusconi o Salvini? Mi creda: Renzi può dormire tra due guanciali”.
Ma prima o poi ci sarà un’altra destra?
“E’ inevitabile che il vuoto finisca per riempirsi”.
Alessandra Longo
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
FIGURACCIA A “QUINTA COLONNA”: SALVINI AVREBBE ASSICURATO PER UN MILIONE E MEZZO EVENTUALI DANNI ALLA CITTA’ (MA CON CHE SOLDI, SE NON LI HA PER I DIPENDENTI?)… E DEL DEBBIO OSSERVA: “GUARDI CHE ASSICURATO SI SCRIVE CON DUE S E ALLEGATO CON 2 L”
“Sabato pomeriggio mi aspetto in piazza le mamme coi bambini, i nonni… una manifestazione bella,
colorata e pacifica. Ma non vorrei che ci fosse qualcuno che viene a rompere le palle alle mamme, ai nonni, alle persone perbene”.
Così Matteo Salvini annuncia l’adunata leghista prevista per sabato 28 febbraio nella Capitale durante il talk show di approfondimento politico “Quinta Colonna”, su Rete4.
Il leader del Carroccio sfoggia una t-shirt con la scritta “Renzi a casa”, slogan della manifestazione, e mostra al conduttore Paolo Del Debbio un foglio: “Questa è l’assicurazione sottoscritta per la manifestazione. Io a nome della Lega ho sottoscritto un’assicurazione di un milione e mezzo di euro, perchè, se qualcuno fa il cretino e danneggia qualcosa, ne rispondo io per le migliaia di persone che ci saranno”.
Nessuno gli chiede che garanzie abbia potuto dare per una cifra del genere, visto che la Lega non avrebbe neppure i soldi per garantire il posto di lavoro ai propri dipendenti.
Del Debbio però rovina lo spot e osserva: “Ma chi l’ha scritto ‘sto foglio qui? Ci sono alcuni errori. Innanzitutto, la parola “assicurato” si scrive con due esse. “Allegato” si scrive con due elle”.
Salvini fa un sorriso imbarazzato e bonfonchia: “Sì, è sbagliato… diremo all’assicuratore di correggerlo. Però il milione e mezzo lo garantisco”.
E riprende la reprimenda contro i centri sociali
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
SALVINI GONFIA LA PANZA: “CHI DISCUTE LA LINEA E’ FUORI”… E TOSI PENSA DI CANDIDARSI CONTRO ZAIA IN VENETO
Non si placa lo scontro tra Flavio Tosi e Matteo Salvini.
Dopo l’aut aut di Tosi per le prossime regionali in Veneto (“o una mia lista di appoggio a Zaia o mi candido io alla presidenza della regione”) e la risposta dura del segretario del Carroccio: “Chi discute Zaia è fuori dalla Lega” sono numerosi gli esponenti del Carroccio veneto ad esporsi in prima persona per stigmatizzare la condotta del segretario nazionale della Liga.
Dopo Lorenzo Fontana, capogruppo a Bruxelles, anche Gian Paolo Gobbo, il gran vecio della Lega ed ex sindaco di Treviso, lancia i suoi strali contro Tosi: “Sulle sue prese di posizione c’è poco da dire, ha già creato un altro partito ed evidentemente vuole uscire allo scoperto.”
Anche tra i fedelissimi del sindaco di Verona serpeggia il malumore.
Il rischio è che una scissione, ventilata la scorsa settimana dallo stesso Tosi, non sortirebbe nessun effetto anzi provocherebbe il risentimento degli elettori leghisti.
A maggior ragione se ostacolare il governatore del Veneto portasse acqua al mulino del centrosinistra. e della sua candidata Alessandra Moretti.
Anche la decisione di non scendere a Roma, seppur non ancora confermata, per la manifestazione “Renzi a Casa” ha creato non pochi malumori tra i militanti pronti a partire venerdì notte che nella sola Verona sono circa tremila.
Ma il punto saliente per comprendere la questione sta nel desiderio di Flavio Tosi di raggiungere ben altre mete.
La sua Fondazione Ricostruiamo il Paese è stata creata per lanciarlo a sempre più improbabili primarie del centrodestra dove il suo ruolo di segretario della Liga si è di volta in volta appannato a favore di strategie e aperture non in linea con Matteo Salvini.
Sia sull’euro sia sui rapporti con Italia Unica di Corrado Passera ad esempio.
A breve scadrà il suo mandato da sindaco e rischia di rimanere con un pugno di mosche. Schiacciato a livello nazionale da Salvini e a livello locale da Luca Zaia, l’unica reale possibilità di rimanere a contare qualcosa è conservare un numero sufficiente di consiglieri regionali che rispondano direttamente a lui.
Il che significa posti di comando nelle società partecipate e quell’egemonia sulla sanità veneta di cui si vanta dal 2005.
E su questo Zaia non ci vuole sentire affatto. “Ci mancherebbe altro e stia sereno perchè i candidati li scelgo io e sia chiaro che il segretario della Liga Veneta non può candidarsi contro di me, dopodichè ognuno farà quello che vorrà .”
Anche come pokerista la carriera di Tosi non sembra aver grande futuro.
Il tentativo di ottenere posti in lista per i suoi fedelissimi dietro minaccia di sganciarsi dal governatore uscente non sembra aver ottenuto grandi risultati.
Dopo il dialogo con Zaia, e Matteo Salvini in disparte, si è ritornati punto a capo.
Ma il segretario federale non ha intenzione di arrivare ad accordi.
“Lo scontro non è tra Milano e il Veneto come qualcuno vuol far credere ma tra la Lega Nord e chi evidentemente si chiama fuori dalla Lega osteggiando Zaia. Se Tosi vuol litigare col mondo faccia pure. Non mi interessa. Se sabato ci sarà non farà altro che il suo dovere” ha spiegato chiaramente Salvini a Repubblica Tv oggi pomeriggio.
Inutile per il sindaco di Verona far leva su quanti nel centrodestra lo hanno appoggiato fino ad oggi.
“Salvini dice che chi discute Zaia è fuori dalla Lega? Mi dicevano che dovevo andar fuori dalla Lega anche quando dicevo di non esser secessionista. Se qualcuno decidesse di farmi fuori ognuno si assumera’ le proprie responsabilita’”.
Cosi’ Flavio Tosi ha infine commentato, a Un Giorno da Pecora, le parole di Matteo Salvini
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
STAMANE PERQUISIZIONI NEGLI UFFICI DELLA LEGA NORD IN REGIONE LIGURIA… TUTTI E TRE I CONSIGLIERI SONO GIA’ INDAGATI, COMPRESO RIXI, IL VICE DI SALVINI, CANDIDATO GOVERNATORE IN REGIONE
Due ufficiali della Guardia di Finanza hanno perquisito stamana gli uffici della Lega Nord in
consiglio regionale ligure per alcuni atti relativi all’inchiesta sulle spese pazze in consiglio regionale e per la quale risultano già indagati tutti e tre i consiglieri del Carroccio.
Secondo quanto appreso, i due ufficiali della Guardia di Finanza sono arrivati verso le 10,20 nel palazzo del Consiglio regionale mentre era in corso la seduta dell’assemblea legislativa.
Assente il capogruppo della Lega Nord Maurizio Torterolo, è stato avvisato Edoardo Rixi, consigliere regionale e vice segretario federale del Carroccio, che ha lasciato il Consiglio per recarsi negli uffici della Lega Nord al primo piano del palazzo.
Secondo quanto appreso, le nuove acquisizioni della Gdf seguirebbero il risultato degli interrogatori dei tre componenti del gruppo leghista Rixi, Bruzzone e Torterolo avvenuti la settimana scorsa nel corso dei quali sono state contestate parecchie “spese pazze” non giustificate da motivi istituzionali.
I consiglieri della Lega nell’occasione avrebbero sostenuto, ad es., che le ostriche consumate a Nizza facevano parte di «attività congiunte con gli indipendentisti francesi», mentre i viaggi in montagna nei fine settimana rientravano invece nell’ambito delle iniziative avviate «con la Regione autonoma del Trentino».
(da “il Secolo XIX”)
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Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
“SALVINI NON RIESCE A TENERE UNITO IL PROPRIO PARTITO, FIGURIAMOCI UNA COALIZIONE”
Il Veneto ribolle. A novanta giorni dalle elezioni, a quattro giorni dalla manifestazione organizzata dalla Lega a Roma, la sfida pare non essere più tra Luca Zaia, il governatore, contro la contendente del Partito democratico, Alessandra Moretti.
La partita è ormai diventata quella tra il segretario leghista Matteo Salvini e il segretario della Liga Veneta (e sindaco di Verona) Flavio Tosi.
Una sorta di guerra civile, o fratricida, il cui esito le opposte tifoserie descrivono con parole chiave diverse, ma non troppo: «commissariamento» e «scissione».
Tosi ha infatti minacciato di presentarsi alle elezioni regionali contro Zaia qualora il partito non ascolti le sue richieste.
Che peraltro, potrebbero diventare quelle ufficiali della Liga se il governatore premesse sull’acceleratore e facesse approvare le richieste dal consiglio «nazionale» veneto.
È in questo quadro che i sostenitori di Zaia sperano in una decisione d’imperio di Salvini che porti al commissariamento: «Tosi va polverizzato o sarà sempre una spina nel fianco».
Mentre i supporter del sindaco prevedono che non si arriverà al commissariamento semplicemente «perchè Tosi romperà prima».
L’interessato ieri ha osservato che tra lui e Salvini «ci sono sicuramente delle distanze. E in politica certe volte le distanze si riescono a colmare, ma altre volte no». E ha accusato Salvini di «ingerenze milanesi» rispetto alla Liga Veneta.
Salvini scuote la testa: «Ipotizzare di candidarsi contro Zaia o di metterlo in difficoltà non mi sembra utile per il Veneto in questo momento. Se ci sono litigi da fare li si faccia nelle sedi opportune e poi si trovi un accordo».
E così, il piano inclinato corre verso una campagna elettorale (per l’elettore comune un tantino stravagante) in cui il governatore (leghista) Zaia corre per la riconferma contro il sindaco (leghista) di Verona.
Quest’ultimo sostenuto magari dal Nuovo centrodestra e dalla componente di Forza Italia che fa riferimento ai «ricostruttori» di Raffaele Fitto.
Non è più fantapolitica, anche per le implicazioni sulle alleanze nazionali.
Il leader ncd Angelino Alfano, ieri è stato tranciante: «Salvini non riesce a tenere unito il proprio partito figuriamoci una coalizione».
Mentre i rapporti tra Lega e Forza Italia restano tuttora aperti. E anzi, Salvini «ha detto che finchè c’era Berlusconi presidente del Consiglio non c’erano tutti questi casini, ha fatto tanto e un po’ lo rimpiango».
Per poi aggiungere: «Guardo al futuro e ci vuole ricambio».
Ieri è intervenuto nella vicenda anche Roberto Maroni, da sempre grande amico di Tosi.
Il governatore lombardo, tuttavia, ha preso le parti di Luca Zaia: «Io ho interesse che la Lega torni a governare in Veneto e l’unico candidato per la Lega è Zaia».
Con un’osservazione, tuttavia, non marginale: «Il problema qual è? Fare una lista in più o meno mi pare un dettaglio rispetto al fatto di vincere le elezioni».
Il fatto che è che la «lista in più» è proprio quanto chiede Tosi, il quale sostiene la «pluralità di liste», tra cui magari quella a lui intitolata.
Il governatore, che fino a qui si è sempre astenuto rigorosamente dal prendere pubblica posizione sulla vicenda, vede l’ipotesi come il fumo negli occhi: gli eletti della lista Tosi rischierebbero di essere condizionanti nel possibile, futuro governo del Veneto.
Nettissimo, ieri, è stato anche Massimo Bitonci. Già capogruppo leghista alla Camera e storico antipatizzante di Tosi, il sindaco di Padova è stato drastico, quasi i giochi fossero ormai fatti e la campagna elettorale fratricida già iniziata: «Chi si candida contro Zaia è contro il Veneto, danneggia i veneti e favorisce la sinistra».
Marco Cremonesi
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Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
RODOTA’, GINO STRADA, DON CIOTTI E ….”RENZI DICE CHE COME SINDACALISTA HO PERSO? ABBIAMO 350.000 ISCRITTI, PIU’ DEL PD: E SENZA FARE CENE DA MILLE EURO”…VENERDàŒ LA FIOM Dà€ IL VIA LIBERA A LANDINI. NEL PROGETTO UN’AGGREGAZIONE DI SOGGETTI SOCIALI, SENZA LEADER DI PARTITO
“La Fiom fa politica da 114 anni”. Maurizio Landini per spazzare via le polemiche seguite alla sua
intervista al Fatto sceglie la trasmissione di Lilli Gruber 8 e 1/2 ispirandosi a uno dei padri della nuova Fiom, Claudio Sabattini, quando diceva che il sindacato fa politica “perchè ha delle idee sulla società ”.
Dopo l’affondo di Matteo Renzi — domenica scorsa, anch’esso via tv — il segretario della Fiom rilancia tutto.
Difende la propria organizzazione che, sia pure in difficoltà negli stabilimenti Fiat, “è ancora il primo sindacato italiano dei metalmeccanici, con 350 mila iscritti, più del Pd e senza fare cene” ma anche la sostanza del proprio progetto, la “coalizione sociale” confermando l’intervista al Fatto.
Il problema è che su questo terreno la comunicazione diventa difficile e le parole assumono significati diversi.
Per gli osservatori, infatti, “fare politica” significa fare un partito e farsi eleggere in Parlamento.
Per Landini no: “Io voglio fare una politica più larga, dal basso, offrendo una rappresentanza a tutti i soggetti colpiti dalla crisi. Voglio unire coloro che non sono rappresentati da un Parlamento che rappresenta solo gli interessi di Confindustria”.
Lo schema di gioco è diverso e si colloca a metà strada tra la storica divisione a cui tutti sono abituati: da una parte la politica, i partiti, le elezioni, dall’altra i sindacati, i movimenti sociali, le associazioni.
La “sfida”, in realtà , è più ampia.
Per capirla meglio, occorre guardare chi sono i soggetti a cui pensa il segretario della Fiom.
Nelle riunioni preparatorie di un progetto che vedrà la luce in primavera, non si ritrovano i protagonisti della sinistra politica: non ci sono Vendola, Civati o Fassina. La Fiom si incontra con Emergency di Gino Strada, con Libera di don Ciotti, con Stefano Rodotà , punto di riferimento ideale di un’area ampia a sinistra, di strutture come la Rete degli studenti.
I rapporti sono costanti con Sergio Cofferati che si dice “molto interessato” al progetto.
Si guarda con interesse, anche se incontri finora non ci sono stati, ai comitati ambientalisti disseminati sul territorio, a esperienze di mutualismo sociale o ad alcuni settori dei centri sociali.
La rete che si sta tessendo è lontana dal campo d’azione della politica più tradizionale. Non è un caso che quella sinistra sia diffidente o a disagio.
Pippo Civati ha detto di non capire questa distinzione tra politica e sociale e ha annunciato di voler incontrare Landini.
Sel, per ora, sta a guardare. “Non ci sfugge la valenza politica del nome di Landini” spiega al Fatto il responsabile organizzativo Massimiliano Smeriglio, “ma a oggi non si riesce a comprendere dove voglia andare”.
Un discorso a parte va fatto per la Cgil.
Landini nella sua iniziativa non ha mai fatto mistero di voler parlare a tutto il sindacato che “ha bisogno di riformarsi perchè la crisi è generalizzata”.
Nella Cgil, però, trova forti resistenze sia perchè questa nuova relazione tra sindacato e politica non è compresa sia perchè non è gradita la sua leadership.
Ma, a quanto si coglie nei corridoi di Corso Italia, l’asse con Susanna Camusso per ora tiene.
E potrebbe rinsaldarsi se la Cgil deciderà di andare a un referendum abrogativo sul Jobs Act.
L’ultimo direttivo ha infatti deciso di “non escluderlo” affidandosi a una consultazione degli iscritti.
Nel corso della riunione, però, si sono notati soprattutto i silenzi come quello della segretaria dei Pensionati, Carla Cantone.
Eppure, l’ipotesi resta sul tavolo. Ieri i due ne hanno riparlato in un faccia a faccia previsto da giorni e che, secondo le ricostruzioni fatte da chi ha partecipato, è andato abbastanza bene.
Camusso non ha preso nessuna distanza ufficiale da Landini anche se la preoccupazione che il suo attivismo possa nuocere alla Cgil c’è tutta.
Soprattutto che il sindacato possa essere accusato di essersi mobilitato contro il Jobs Act per fini politici.
Il referendum, comunque, qualora si celebrasse, sarebbe un test dello spazio politico esistente per questa coalizione sociale.
Se ne discuterà venerdì a Cervia, all’assemblea dei delegati della Fiom.
Circa 600 dirigenti locali e di fabbrica chiamati ad ascoltare, dal loro segretario, le coordinate di questo progetto e ad esprimersi.
Dopo di che, la macchina organizzativa per la “coalizione sociale” si metterà davvero in moto.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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