Marzo 1st, 2015 Riccardo Fucile
NON ESISTONO “PIU’ DESTRE”, MA SOLO UN POPOLO CHE HA BISOGNO DI SENTIRSI RAPPRESENTATO… NON SERVONO PAROLE O “LECTIO MAGISTRALIS”, MA GESTA E SCELTE SEMPLICI DA UOMINI VERI
La manifestazione svoltasi ieri a Roma al grido “Renzi a casa”, ha dato una sorta di immagine bidimensionale dello stato della destra in Italia.
Da una parte, l’immagine della cosiddetta pseudo-destra “della pancia”, quella che grida e che cavalca la disperazione e la rabbia della gente, alla ricerca della “pesca delle occasioni”.
Dall’altra, quella della destra raffinata, elegante, sofisticata: quella della “destra con cultura di Governo”, che però non riesce neanche più a portare 100 amici in una sala prenotata per 1.000 persone.
La realtà è che non ci sono “più destre”, ma “solo” un popolo moderato che ha bisogno di risentirsi protagonista e degnamente rappresentato, sia nelle istanze che nei bisogni di ogni tipo.
Fino a quando avremo politici e politicanti che penseranno di essere solo loro a contare e a “segnare la via”; fino a quando avremo politici che continueranno ad immaginare di potersi mettere su una cattedra per “fare la lezione al popolo”, la nostra idea non avrà mai un futuro.
A “chi ha dato”, consiglierei vivamente di farsi da parte: non ha più, nè l’autorità , nè l’autorevolezza, nè la lucidità per dispensare pseudo-patenti, compiti, funzioni o per individuare chi avrebbe diritto di incarnare una possibile storia diventandone il leader.
La sovranità si appartiene al popolo e sarà proprio il popolo che dirà “chi, come e quando”.
Nelle more c’è da prendere atto che la società è variamente composta ed articolata, che ha diverse sfumature e che ha bisogni variamente esplicitati.
Al netto dei distinguo, vi è una parte che non si sente adeguatamente rappresentata, che ha perso la speranza e che ha perso la fiducia in personaggi che hanno saputo soltanto tradire, abbandonandosi alla propria boria.
Un vero leader non dispensa patenti, non impone una strada, non schernisce chi la pensa diversamente: si fa riconoscere e si fa “individuare” dal suo popolo, lo prende per mano, ci si mette accanto e cammina con lui, perchè soltanto insieme sarà possibile stabilire dove e quando “andare”.
Al popolo non interessano le lezioni: per ritornare “a credere” ha bisogno di vedere combattenti audaci, appassionati e irriverenti.
Le distanze dalla gente e dai loro bisogni non si combattono e non si colmano con le parole o con le lectio magistralis.
Occorrono gesta, semplici ma da uomini veri.
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Marzo 1st, 2015 Riccardo Fucile
SU 170.000 PROFUGHI ARRIVATI NEL 2014, NE SONO RIMASTI IN ITALIA SOLO 67.034… MENO DEGLI 80.000 CHE IL MINISTRO DEGLI INTERNI LEGHISTA VOLLE REGOLARIZZARE 4 ANNI FA
La realtà è solo ciò che appare. 
È unicamente quel che rimandano in circuito il web, la televisione, i giornali.
Le foto di Lampedusa, i derelitti umani ripresi al largo delle coste, la massa disperata e imballata su gommoni di fabbricazione cinese che dopo tre miglia sono destinati all’inabissamento divengono il fondale della Grande Paura, cartellonistica pubblicitaria per frasi shock, sostegno visivo all’uso quotidiano di uno spot politico che sta facendo faville e merita di essere approfondito.
Siamo invasi dagli immigrati, anzi: siamo all’apocalisse dei barconi.
Nella torre di Matteo Salvini, che ieri svettava alta a piazza del Popolo, a Roma, i neri d’Africa e i musulmani d’Oriente stanno per cingerci al collo, toglierci la libertà , quel poco di prosperità che ci rimane.
Il futuro, la democrazia e quel che segue sono a grave rischio.
I numeri testimoniano un crollo degli arrivi: ma allora di cosa si sta parlando
L’anno scorso, che è pur sempre un anno assai carico di disgrazie e di arrivi, di morti in mare e di attraversamenti ancora annunciati, sono giunti sulle coste italiane – nelle condizioni che sappiamo – 170 mila migranti.
Sono giunti i vivi, perchè dei morti non abbiamo censimento esatto.
Ed è vero che il numero degli sbarcati è quattro volte in più che nel 2013, oltre il doppio rispetto al 2012.
Eppure prendendo in considerazione proprio quest’anno, il numero di arrivi risulta equivalente al numero dei permessi di soggiorno che nel solo 2007 il governo rilasciava attraverso i cosiddetti flussi.
E i permessi vidimati erano almeno quattro volte in meno delle presenze stimate, delle richieste inoltrate, di immigrati clandestini già al lavoro da noi.
Se poi dovessimo incolonnare le cifre di chi ad oggi è rimasto in Italia dopo lo sbarco, di coloro attualmente assistiti nelle diverse strutture d’accoglienza, dovremmo riconsiderare nettamente al ribasso la cifra iniziale perchè dei 170 mila sbarcati circa centomila sono i ripartiti.
Ad oggi infatti le presenze censite arrivano a 67.034
Numero che risulta sconfitto dall’offerta che solo nel 2011 il ministero dell’Interno – lo guidava il leghista Roberto Maroni, anch’egli sul palco ieri a sventolare la bandiera della sovranità minacciata – rendeva disponibile per chi volesse regolarizzarsi. Ottantamila permessi di soggiorno nel relativo decreto flussi: 50 mila a favore di nazionalità cosiddette privilegiate (Paesi che con l’Italia hanno stipulato accordi di cooperazione) e 30 mila destinate all’universo delle badanti.
È praticamente da quell’anno che in Italia i flussi sono scomparsi, che gli arrivi degli immigrati per vie diverse dal mare sono quasi cessati per ragioni essenzialmente economiche.
E da quell’anno l’Italia è divenuta terra d’attracco, di sosta temporanea e poi di transito per il nord Europa (Germania, Olanda, Svezia).
Abbiamo registrato 26 mila visti di asilo politico, contro i 127 mila della Germania.
Esiste dunque, per cifre assolute e relative, un documentato crollo degli arrivi.
Ma ciò che non si vede, semplicemente non è.
La Lega ha sempre fatto un lavoro superlativo per produrre un effetto ottico, un elemento fantastico tra la realtà e l’apparenza.
E dobbiamo dire che c’è quasi sempre riuscita. Nel 2007, per esempio, il senatur Umberto Bossi sbraitava contro terun e neri, la Padania era dei padani eccetera eccetera. A Treviso era stato eletto sindaco lo sceriffo Gentilini, quello che espiantava le panchine dai parchi pur di togliere un sedile a chi non aveva niente.
Eppure, incredibile paradosso, in quello stesso anno le domande di assunzione di extracomunitari nel solo nord est erano pari a circa un terzo delle 740 mila giunte da tutta Italia al Viminale.
Un numero di offerte di lavoro quasi cinque volte superiore a quello permesso dal relativo decreto di regolarizzazione.
Leghisti gli uni e spesso leghisti gli altri.
Leghisti di lotta — i padroncini che chiedevano braccia robuste per le stalle, le fonderie e per aiutare i nonni invalidi — e leghisti di governo che obbligavano a serrare le fila contro l’invasione barbarica.
Ricordatevi le quote latte: il Carroccio fa campagna elettorale, il conto lo paghiamo noi
Esiste una proiezione fantastica della realtà leghista che diviene, per merito della propaganda e di una inclinazione ambientale alla xenofobia, realtà oggettiva, documento inattaccabile, verità assoluta.
È esattamente quel che è successo con gli allevatori padani e le quote latte.
Ricordate?
Gli allevatori – agevolati dal governo di centrodestra e sostenuti apertamente dalla Lega – rifiutarono di produrre entro i limiti stabiliti dall’Unione europea.
Limiti in effetti ingiusti ma che l’Italia aveva sottoscritto. Il gioco del rifiuto è durato trent’anni. Alla fine il conto salato: quattro miliardi di multa da parte di Bruxelles trasformati in revoca dei contributi comunitari di pari importo.
Settanta euro a testa abbiamo pagato.
Chi oggi porta il conto a Bossi, Maroni e Salvini? Nessuno.
L’industria della sicurezza e dell’accoglienza vale 800 milioni e solo il 5% va ai migranti
E chi dice ai capi leghisti che dei circa 800 milioni di euro, una cifra importante, che l’Italia destina al problema dell’immigrazione, meno del 5% giunge in tasca agli immigrati?
Il resto, tutto il resto, è sostegno all’industria dell’accoglienza e della sicurezza, all’indotto del catering alla residenza alberghiera.
La verità è che gli immigrati sono divenuti un reddito per migliaia di italiani.
E se domani d’incanto smettessero gli sbarchi, un mucchio di buste paga salterebbero. Perchè al netto degli abusi, delle camarille di potere se non vere e proprie mafie – vedi l’eclatante esempio di Roma – il circuito finanziario tiene in vita una nuova forma di attività economica, la cosiddetta impresa sociale, che non ha più nulla del volontariato e della carità .
Ogni sbarcato ha diritto a un pocket money di 2,5 euro al giorno a fronte di un contributo statale di 30.
Che è destinato a piccole imprese italiane, coop, società che partecipano ai bandi di gara che la Direzione centrale immigrazione, diretta dal prefetto Morcone, istituisce ogni anno.
Le regioni del Nord si rifiutano di accettare la loro quota di migranti, ma se tutti i comuni italiani si rendessero disponibili ad accogliere (contro soldi) i migranti, il numero in ciascun comune sarebbe di 21 (ventuno).
Cioè niente.
Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 1st, 2015 Riccardo Fucile
IL CONTADINO: “ENTRO GIUGNO NIENTE PANE”. IL PESCATORE: “FINITO PURE IL PESCE”….LA MASCOTTE GIOGIO’ APRE IL CONCERTO, POI UNA SERIE DI CORBELLERIE GALATTICHE DEL PADAGNO
Lo spettro lugubre di una carestia apocalittica aleggia in piazza del Popolo: sul palco un sediente rappresentante dei contadini annuncia che in Italia, al massimo entro giugno, finiranno pane, latte e carne. Conclude e salgono due pescatori liguri, padre e figlio.
De profundis anche per l’italico pesce.
Poi è il turno di Simone Di Stefano, vicecapo di Casa Pound, che grida: “In Italia non produciamo più acciaio”. La colpa è “dell’Unione Sovietica Europea”, come dice in un videomessaggio Marine Le Pen, icona europopulista.
Alle 14 e 40, quando mancano venti minuti all’inizio della manifestazione, Piazza del Popolo è piena a metà , fino all’obelisco. Mezzavuota,quindi. Trentaminuti e arrivano in supporto quelli di Casa Pound, ma i numeri dell’invasione fascioleghista di Roma restano bassi.
Non più di 15.000-20.000 persone, secondo fonti ufficiose della Digos.
Il debutto romano della destra blu, questo il colore predominante sul palco, copiato dal lepenismo transalpino, non ha numeri esaltanti.
Un mezzo flop, in cui peraltro c’è di tutto. I salviniani di Orte, per fare un esempio, e quelli della Puglia e della Campania. Il tricolore e la bandiera del secessionismo padano. Le famigliole con la colazione al sacco e le auto blu di chi ha una poltrona come Calderoli o Maroni.
Il discorso di Salvini è peggio: un’insalata russa (mentre sventolano i vessilli russi con l’aquila degli zar) con decine di ingredienti inconciliabili.
Don Milani, don Sturzo, gli immigrati da stendere senza pietà se ti entrano in casa, il turpiloquio continuo, il genocidio degli armeni, le foibe, la prostituzione che esiste da duemila anni e quindi viva le case chiuse.
Prima dell’inizio, due maxi-schermi diffondono il verbo salviniano estrapolato dai talk show.
Ma il contrasto più stridente del casino mentale di Salvini è tra l’evocazione di Alekos Panagulis e i saluti romani; Panagulis, compagno di Oriana Fallaci, combattè il regime greco dei colonnelli.
Prima era toccato aanche alla Meloni, ridotta ormai al ruolo di gruppo spalla o apri-concerto. Bossi, Calderoli e Maroni sono invece sul palco.
Tra fumogeni verdi e petardi e sulle note assordanti di una marcia che è un misto dei Carmina Burana e di Braveheart, il comizio di Salvini comincia alle 16 e 39.
“Perchè ogni volta che dico Renzi dite vaffanculo?”. La piazza esplode. Altri fumogeni e petardi. “Renzi, Renzi, vaffanculo”. E poi Alfano, sempre “vaffanculo”. Linguaggio cupo, oltre che volgare. “Questi infami che governano l’Italia”. “La legge Fornero la cancelleremo e vaffanculo alla Fornero”. “Cazzo, abbiamo una crescita dello 0,1 per cento”. “Prenderemo a calci in culo i falsi invalidi”. “Nella nostra Italia non c’è spazio per i campi Rom. Vai a fare il Rom da qualche altra parte”. “Se entri in casa mia per rubare devi sapere che puoi uscirne steso”. “Renzi servo sciocco dell’Ue” “Chi non salta comunista è” “Vi faremo un mazzo così”. “Anche se non sbaglio nulla, mi rompono lo stesso i coglioni”.
Resuscita, Salvini, persino il termine “zecche” che sta per “comunisti”.
Alla fine, sul lato a destra del palco, quattro giovani padani in carne chiedono a Mario Borghezio di posare per un selfie. Borghezio li guarda e dice: “Vedo che siete anche voi esili come me. Provassero a venire questi quattro black bloc del cazzo”. O quattro “barboni” secondo la versione di Salvini.
Dimenticando che l’ultima volta che sono arrivati vicini a Bologna Salvini non li ha certo affrontati, ma è scappato a gambe levate in auto.
Nulla di fascista, solo leghista.
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Marzo 1st, 2015 Riccardo Fucile
RINVIO A GIUDIZIO PER SCALA E BONET, PROCESSO A GENOVA… MA LA LEGA FA UN PASSO INDIETRO
Il pm di Genova, Paola Calleri, ha chiesto il rinvio a giudizio per l’imprenditore Stefano Bonet e il
commercialista Paolo Scala, imputati per riciclaggio in uno dei filoni d’inchiesta sulla gestione dei fondi della Lega Nord.
L’indagine riguarda il presunto riciclaggio di 5,7 milioni che Francesco Belsito (ex tesoriere del Carroccio) avrebbe usato per investimenti (e diamanti) a Cipro e in Tanzania. Erano stati gli stessi difensori dei due a chiedere il trasferimento del processo da Milano in Liguria perchè, a loro dire, il trasferimento dei fondi sui conti si sarebbe realizzato a Genova.
All’inizio di febbraio, il pubblico ministero aveva chiesto il rinvio a giudizio anche per Umberto Bossi e lo stesso Belsito per la presunta truffa sui rimborsi elettorali ai danni dello Stato da circa 40 milioni di euro.
Il magistrato aveva chiesto il giudizio anche per tre componenti del comitato di controllo di secondo livello del Carroccio: Stefano Aldovisi, Diego Sanavio e Antonio Turci. Per loro l’udienza preliminare è stata fissata il 20 marzo.
La vicenda, risalente al 2012, aveva scosso i vertici del partito, tanto che l’allora presidente Umberto Bossi si dimise. Tuttavia, dopo la famosa serata delle ramazze colorate con il sole delle Alpi, a simboleggiare una pulizia interna, il Carroccio aveva deciso, per volontà del segretario Matteo Salvini, di non costituirsi parte civile al processo.
Con una scusa ridicola: “Sono cose che fanno parte del passato”, rinunciando così a fare chiarezza sulla destinazione dei fondi portati in Africa da Belsito.
E un’altra ancora più penosa: “Belsito tanto non pagherebbe, non ha quattrini”, quando a Genova sappiamo tutti che possiede, tra l’altro, la più grande discoteca del levante e la più rinomata gelateria di Genova.
Eppure, dopo l’arresto del tesoriere, che aveva dichiarato di avergli dato soldi in nero, l’attuale leader leghista diceva: “Chi ha sbagliato — scriveva poi su facebook — ha pagato o pagherà , la Lega lavora per il futuro”.
Ma Belsito aveva detto proprio di aver passato a Salvini alcune decine di migliaia di euro, come mai ora si rinuncia “in base a un accordo” a non costituire parte civile la Lega contro di lui?
Forse per evitare che Belsito scoperchi il pentolone?
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Marzo 1st, 2015 Riccardo Fucile
FOLCLORE, CRASSA IGNORANZA, BECERODESTRI: LA FAUNA DI PIAZZA DEL POPOLO CHE MUSSOLINI AVREBBE MANDATO A BONIFICARE LE PALUDI
Sono arrivati nella capitale con i cappotti padani, ma a piazza del Popolo fanno 15 gradi e le siure di Bergamo, gli allevatori della Valtelllina con i campanacci delle mucche al collo e i tanti portatori di corna (che non a caso hanno lasciato la moglie a casa) cominciano ad eliminare almeno i maglioni.
L’effetto franchising leghista del “Noi con Salvini” costringe le truppe cammellate del nord a socializzare con i nuovi acquisti del sud: ora va di moda il “siamo tutti italiani”.
Ma come, e Bossi, il tricolore carta igienica e la Padania? “Guardi che per Roma intendo il potere e la burocrazia, mica la gente di qui” è la nuova parola d’ordine fatta passare nelle sezioni alfabetizzate della bergamasca.
Insieme a quella di far dimenticare la “puzza” dei napoletani che Salvini cantava nelle notti padane e a quel grido “Mai coi fascisti”, con cui Bossi cercava di evitare nel 1994 l’alleanza con Fini.
Ora, tutto fa brodo per carpire voti, polenta o matriciana poco importa.
Tra i sudisti prevalgono gli An, ex Msi, ex Forza Italia, rimasti orfani di leader e programmi. Che vedono in Salvini il salvatore della patria o meglio della poltrona, visto che hanno una idea di destra piuttosto psicolabile e confusa, ma chiappe saldamente ancorate al potere locale.
Ci sono giovani padani che urlano “Secessione” (nessuno li ha avvisati del cambiamento di tattica?) e i militanti catechizzati del Nord che declamano la parte “noi ce l’abbiamo con i palazzi di Roma e non con la gente”.
Troppo miele e un signore di Verona a un certo punto sbotta: “A me tutti sti meridionali non è che mi vanno a genio”.
Almeno uno sincero.
Spunta persino un fotografatissimo manifesto con il Duce e il saluto romano: “Salvini, ti aspettavo”, retto da uno sprovveduto analfabeta politico.
Certo, Benito uno come Salvini lo avrebbe anche aspettato, ma per prenderlo a calci in culo, visto che non esiste ideologicamente alcuna affinità tra i due, checchè ne pensino i becerodestri nostrani, la cui cultura politica si deve essere fermata a Topolinia.
Ma quando si deve ammantare la caccia a una poltrona e la garanzia di uno stipendio con una parvenza di “scelta valoriale”, tutto pare consentito.
Conveniamo con il duce: necessitano nuove paludi da bonificare.
La mano d’opera l’abbiamo trovata.
E a basso costo.
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