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IN VENETO IL 35% DEGLI ELETTORI DI FORZA ITALIA NON VUOLE L’INTESA CON SALVINI, SOLO IL 27% E’ FAVOREVOLE

Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile

IPSOS: A LIVELLO NAZIONALE IL 40% E’ CONTRARIO AD ALLEANZA CON LA LEGA… IN VENETO IL 24% RITIENE TOSI UN PERICOLO PER ZAIA E UN ALTRO 19% DA’ ZAIA SCONFITTO IN OGNI CASO…IN CAMPANIA PER 4 ELETTORI PD SU 5 DE LUCA DEVE RITIRARSI

Mancano due mesi alle elezioni di maggio che riguarderanno 7 Regioni e oltre mille Comuni, di cui 18 capoluoghi di provincia.
Complessivamente saranno chiamati alle urne circa 17 milioni di cittadini, cioè un elettore su tre. Ogni elezione in Italia assume un carattere «nazionale» e rappresenta una verifica che riguarda, di volta in volta, il consenso del governo, l’andamento dei partiti, l’esito di alleanze o l’aumento dell’astensione.
Inutile dire che spesso sono di indicazioni un po’ forzate, dato che si tratta di un voto amministrativo, ma tant’è: la politologia in Italia è sempre più simile alla drammaturgia, a maggior ragione negli ultimi anni nei quali si è registrata una fluidità  elettorale senza precedenti.
Il sondaggio odierno si concentra sulle due Regioni più popolose in cui si terranno le elezioni e sui principali temi che le contraddistinguono: la candidatura di Vincenzo De Luca in Campania; la vicenda Tosi e le alleanze nel centrodestra in Veneto.
In Campania De Luca, che ha una condanna in primo grado a suo carico per abuso d’ufficio, ha vinto le primarie del centrosinistra e sfiderà  il governatore uscente Caldoro.
La candidatura di De Luca ha suscitato vivaci reazioni perchè secondo la legge Severino gli amministratori condannati in primo grado non possono ricoprire cariche pubbliche.
Oltre quattro italiani su cinque (83%) ritengono che De Luca dovrebbe rinunciare alla candidatura perchè, se venisse eletto, rischierebbe di non poter fare il presidente.
Al contrario il 10% pensa che dovrebbe partecipare alle elezioni perchè una condanna considerata lieve non può fermare chi ha il consenso popolare.
L’opinione prevalente è quindi molto netta e non si ravvisano differenze significative nelle diverse aree del Paese e nei diversi elettorati, nemmeno tra quello del partito di De Luca, il Pd (84%).
Nel Veneto dopo l’espulsione di Tosi dalla Lega e l’annuncio della sua candidatura contro il governatore leghista Zaia le opinioni degli elettori appaiono molto diversificate: il 26% prevede che, nonostante il rischio di divisioni tra le fila della Lega Nord, Zaia vincerà  comunque (percentuale che sale al 39% nelle Regioni del Nordest e al 44% tra i leghisti) perchè ha governato bene, mentre il 24% ritiene che la candidatura di Tosi rappresenti un serio pericolo che farà  perdere le elezioni a Zaia e il 19% prefigura comunque una sconfitta il per governatore uscente, con o senza Tosi. Quanto alla possibile alleanza tra Forza Italia e Lega alle prossime Regionali, il 35% ritiene che Berlusconi dovrebbe evitarla, perchè le loro posizioni sono troppo distanti, il 27% è di parere opposto per ragioni tattiche e avere la possibilità  di vincere nonostante le significative differenze tra i due partiti e il 13% ritiene che per entrambi sarebbe opportuna un’alleanza politica in grado di rilanciare il centrodestra e renderlo competitivo nei confronti del Pd di Renzi.
Va sottolineato che le opinioni degli elettori delle due forze politiche sono tutt’altro che univoche e convergenti: tra i berlusconiani prevale il favore all’alleanza con la Lega ma più per ragioni tattiche, ossia per vincere le elezioni in Veneto (32%), che di strategia politica (22%) e una robusta minoranza (36%) si dichiara contraria ad una qualsiasi un’alleanza con Salvini.
I leghisti sono più favorevoli ad un’alleanza politica (37%) che tattica (27%) mentre uno su quattro risulta indisponibile ad un accordo tra le due forze politiche.
A prescindere dalle prossime elezioni regionali, l’ipotesi di una l’alleanza complessiva di Berlusconi con Salvini divide nettamente gli elettori dei due principali partiti del centrodestra: tra i berlusconiani il 43% è favorevole e il 40% è contrario; tra i leghisti favorevoli e contrari si equivalgono (47%).
Tra i primi è presente una forte preoccupazione per il possibile spostamento a destra della coalizione, soprattutto dopo la manifestazione promossa dalla Lega a Roma a cui hanno partecipato esponenti di CasaPound e della destra neofascista.
Tra i secondi è forte la consapevolezza del crescente consenso della Lega e la tentazione di poter assumere autonomamente il predominio nel centrodestra, preferendo rimanere divisi.
Insomma, un’alleanza non facile che potrebbe dare un impulso centripeto al frammentato e disorientato elettorato di centrodestra ma potrebbe anche determinare ulteriori spinte centrifughe, soprattutto da parte dei moderati che faticano a riconoscersi nella politica di Salvini ma non trovano un alternativa «centrista» che al momento non riesce ad imporsi e, anzi, appare in difficoltà  dopo la vicenda che ha portato alle dimissioni del ministro Lupi.
E sullo sfondo c’è un elettorato astensionista le cui fila sembrano allargarsi progressivamente.

Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)

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IL GOVERNO DELLA VERGOGNA: EXPO PARTE SENZA PALAZZO ITALIA E MATTARELLA RESTA AL QUIRINALE

Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile

I TECNICI CONFERMANO LA RESA,   ULTIMATI SOLO 15 PADIGLIONI ESTERI SU 53

l capo dello Stato Sergio Mattarella deve aver capito per tempo l’aria che tira, infatti ha declinato l’invito: all’inaugurazione lui non ci sarà .
Palazzo Italia, il cuore dell’Expo, edificio simbolo del paese ospitante, non sarà  pronto all’inaugurazione dell’esposizione universale, il primo maggio prossimo a Milano.
Quelle che fino a qualche giorno fa erano solo le funeste, o realistiche, previsioni di “gufi e rosiconi”, secondo il nuovo lessico renziano, si stanno confermando.
I ritardi di Expo sono incolmabili, ma non è solo qualche padiglione estero a non poter concludere in tempo i lavori.
All’appello mancherà  il pezzo forte, l’edificio eretto dal Paese ospitante, tradizionalmente il più visitato in ogni esposizione universale, oltre a essere quello dedicato agli ospiti istituzionali: capi di Stato, delegati internazionali , ambasciatori.
Assieme a quello, è tutta l’area del Padiglione italiano, ai due lati del Cardo, a essere indietro.
Il disastro ora lo ammettono anche i tecnici: “Può darsi che il primo maggio non si riesca ad aprire neanche uno dei sei piani di Palazzo Italia”, dice un ingegnere di Expo che preferisce rimanere nell’anonimato.
Dichiarazioni che smentiscono le rassicurazioni date fino a quattro giorni fa dal commissario Sala, secondo cui sarebbe stato tutto pronto salvo “qualche finitura da sistemare”.
A guardare lo stato di avanzamento dei lavori a un mese dall’appuntamento viene peraltro da domandarsi che cosa ci sarà  di pronto: i padiglioni esteri terminati ad oggi sono una quindicina su 53.
Nel cantiere mancano l’acqua, le fognature e l’energia, tanto che le maestranze al calar del sole devono lavorare alla luce di fotoelettriche attaccate ai generatori; sul Cardo, viale simbolo delle eccellenze alimentari italiane, della Confindustria e della casa Lombardia, le strutture sono ancora ai primi stadi dell’edificazione.
Il governatore lombardo Roberto Maroni, interpellato due giorni fa dall’agenzia Ansa sui ritardi di Casa Lombardia, ha detto: “Chiedete a Expo, io non faccio i padiglioni” , ammettendo di essere “moderatamente” preoccupato.
Il responsabile del dipartimento di prevenzione dell’Asl di Milano ha fatto sapere che anche laddove i lavori saranno completati non ci sarà  tempo per i collaudi.
Un aspetto non da poco, considerando che nel sito dovrebbero essere aperti più di 200 ristoranti.
Giova ricordare che l’Expo 2015 è stata assegnata a Milano il 31 marzo 2008, sette anni fa.
La gara per Palazzo Italia, secondo la Procura di Firenze che il 15 marzo ha disposto quattro arresti nell’ambito dell’inchiesta sul presunto “cartello delle grandi opere” che conta 51 indagati, sarebbe stata assegnata alla società  Italiana Costruzioni grazie agli uffici di Antonio Acerbo, già  responsabile unico del Padiglione Italia arrestato nell’ottobre scorso per un altro appalto Expo, quello sulle “Vie d’acqua”, di Andrea Castellotti, uomo di Cl, ex dirigente dell’impresa Tagliabue, portato da Acerbo in Expo come Facility manager, arrestato anch’egli per l’appalto delle Vie d’Acqua, e dell’imprenditore Stefano Perotti, arrestato insieme al super-manager delle Infrastrutture Ercole Incalza.
Secondo la Procura fiorentina, è evidente che “la gara di Palazzo Italia sia stata pilotata”.
La retorica pro Expo alla luce della situazione reale assume le caratteristiche del grottesco.
“Dobbiamo saperci raccontare meglio all’estero. Expo e Giubileo sono due grandi occasioni anche per un cambio di marcia psicologico”, ha detto ieri il ministro dei Beni culturali e del Turismo Franceschini, a Firenze, Palazzo Vecchio, durante la seconda giornata dedicata alla presentazione nazionale di Expo.
L’iniziativa, dal nome “Il Paese nell’anno dell’Expo”, era stata aperta dall’intervento del ministro dell’Interno Angelino Alfano, seguito da lavori incentrati sul tema “Padiglione Italia come vetrina del sistema-Paese” condotti, tra gli altri, da Luca Lotti, sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Diana Bracco, commissario per il padiglione Italia dell’Expo e Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole con delega all’Expo.

Marco Maroni
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ROTTAMAZIONI ALTERNE: RENZI CHIUDE DUE OCCHI

Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile

IL PREMIER CHIEDE ALLA MINORANZA DI FAR FUORI BERSANI E D’ALEMA, MA LUI UN BEL PO’ DI VECCHIA GUARDIA SE LA TIENE ECCOME

Stando a quanto raccontava Repubblica ieri, Renzi avrebbe detto “ai suoi” di smetterla di andar dietro a D’Alema e Bersani.
L’oggetto del contendere è la legge elettorale, sul quale il premier vuole un sì definitivo alla Camera senza variazioni.
Ma se D’Alema è un antico bersaglio, peraltro già  colpito (e ampiamente rottamato ), Bersani come obiettivo esplicito non era mai apparso in questi termini.
È la guerra generazionale, il nuovo che avanza.
O meglio, il metodo ormai consueto per Renzi: portare a sè i giovani, inglobarli proponendo loro ruoli, posti di potere, magari candidature e isolare i “vecchi”, fino a detronizzarli.
Matteo Orfini, Marianna Madia, Debora Serracchiani, ma anche Enzo Amendola e Roberto Speranza prima erano all’opposizione, ora sono o “diversamente” maggioranza, o puntelli del premier segretario nella minoranza.
Eppure, se una parte consistente della vecchia guardia (D’Alema, Veltroni, Marini) ormai non conta più nulla, una pattuglia decisamente numerosa non solo resiste, ma avanza.
Soprattutto sui territori.
Perchè di certi pezzi di vecchio potere, il “nuovo” Matteo non può fare a meno.

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PICCOLO, LANDINI “IL REAZIONARIO” E LA LOCOMOTIVA DI GUCCINI

Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile

L’INTELLETTUALE RENZIANO E L’APOLOGIA DELLA PRESUNTA CONCRETEZZA DEL “FARE” (STRONZATE)

Sulla home page dell’Huffington Post ieri mattina campeggiavano due foto: Maurizio Landini e Francesco Piccolo.
Il leader della Fiom e l’ultimo premio Strega, da molti indicato come l’intellettuale di riferimento del renzismo di lotta, soprattutto di governo.
Nell’intervista al giornale on line diretto da Lucia Annunziata, Piccolo se la prende con Landini. Se la prende storicamente non personalmente, naturalmente: “È un discorso sulla sinistra che si sente pura, il mio giudizio su Landini è storico, non personale. E lo esprimo nel pieno rispetto delle sue idee e di quelli che le condividono”.
Fatta la doverosa premessa, la tesi è: Landini è reazionario.
Il che ha lo stesso effetto comico di quando Peppone tuona contro “la signora reazione che con ignobili insinuazioni tenta speculazioni ai danni del popolo”.
Ma almeno Peppone faceva il meccanico, non l’intellettuale.
Spiega lo scrittore che lo scontro “si apre ogni volta che la sinistra si fa concreta, diventa di governo, e deve mettere in atto le cose. Di fronte a questo appuntamento, in cui ci si espone alla fragilità  del non farcela, c’è sempre nella sinistra un risveglio di purezza. Contrapporre alla fragilità  della concretezza la purezza degli ideali è una strada seducente, irresistibile. Stavolta tocca a Landini incarnarla”.
La sinistra concreta sarebbe quella di governo.
La sinistra del Jobs Act, dell’articolo 18, del superpreside nella buona scuola.
La sinistra delle riforme, il pateracchio del Senato dei nominati e dell’Italicum fotocopia del Porcellum.
La sinistra del fare che vuol governare a suon di premi di maggioranza e listini bloccati.
La sinistra del decreto legge.
È questa la sinistra che, dice Piccolo, è diventata adulta. Perchè ripeness is all, la maturità  è tutto e dunque non si può restare ostaggio delle idee, non diciamo ideologie che sono morte e sepolte da decenni.
Il governo del fare mette le mani nelle cose. E questo sarebbe di per sè un bene?
Che senso ha l’apologia dell’agire se le azioni sono quelle, molto discutibili, viste in questi mesi? Agire, ma per fare cosa?
Sembra una domanda inutile, senza importanza, in quest’orgia laudante del premier facitore.
È tutto un elogio della velocità , del piglio, dell’energia.
Ma è sul cosa e sul come, che Landini vuol portare l’attenzione e il segretario della Fiom ha ragione quando rivendica come politica la sua iniziativa.
Dice lo scrittore che le persone hanno un’irresistibile attrazione verso lo scatafascismo. Ma il mito del progresso (chissà  se Piccolo se lo ricorda ancora il treno della Locomotiva gucciniana) è un mito smentito dai fatti: basta guardare la classe dirigente dei tuìt e delle slide.
Gente che non risponde mai sul punto, mai nel merito alle obiezioni.
Quelle rare volte che le obiezioni vengono considerate e non rispedite al mittente con gentilezze tipo ”tutti gufi e rosiconi”.
Prima non andava tutto meglio? È più convincente il “non c’è limite al peggio”.
Da “l’ottimismo della volontà ”, passando per “l’ottimismo è il sale della vita” della pubblicità , era un fatale arrivare al “preferisco avere il mito del futuro che quello del passato”.
Per questo il pessimismo della ragione è più che mai una risorsa.
Da ultimo: chi si autodefinisce intellettuale suscita sempre una certa diffidenza.
Non solo perchè spesso l’uso del cervello viene confuso con l’uso di mondo, o perchè a intellettuale seguono aggettivi come “libero” o “cosmopolita” oppure, perchè no, “organico”. Soprattutto per la presunzione di intelligere.

Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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FORZA ITALIA, IL J’ACCUSE DELLA VECCHIA GUARDIA: “CI STIAMO DISSOLVENDO, SILVIO CEDA SOVRANITA'”

Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile

SFOGO DI ROMANI E NUOVA LITE CON BRUNETTA

Berlusconi lancia la sfida per riconquistare Milano (tra un anno) e l’Italia (chissà  quando), ma il partito nel frattempo si sbriciola sotto i colpi di piccone.
L’ultimo arriva a sorpresa da un fedelissimo come Paolo Romani. Il capogruppo al Senato interviene prima del consueto collegamento telefonico del leader che chiude la manifestazione organizzata da Mariastella Gelmini all’auditorium Gaber di Milano. «Non si dica che tutto va bene, perchè oggi non va bene nulla – esordisce – Siamo divisi e litigiosi, non raccontiamo cose credibili e i peggiori di noi vanno in tivù solo per dire stupidaggini: dalle intransigenze stile Brunetta alla melassa a cui appartengo».
E ancora, «occorre una cessione di sovranità  interna, il problema c’è, lo dobbiamo affrontare », dice riferendosi alla necessità  di organismi dirigenti veri e operativi, al di là  del leader.
Poi le alleanze. «Siamo sicuri che possiamo essere federatori, che esiste ancora il centrodestra? Tra Salvini che dice cose terrificanti e Alfano che è il servo sciocco di Renzi?»
Un j’accuse che va oltre l’autocritica e tutt’altro che improvvisato.
«Ho scritto e ragionato una notte intera, erano cose che andavano dette e poteva farlo giusto uno che vuole bene a Berlusconi – racconterà  poi, raggiunto al telefono, il capogruppo – Se alle regionali non raggiungiamo almeno il 15 per cento, la dissoluzione diventa inarrestabile».
Giovanni Toti, presente all’evento, ironizza: «Oggi Romani si è divertito a fare il rottamatore con i capelli bianchi e ci è riuscito anche bene ».
Romani legge e non incassa l’allusione renziana: «Non sono rottamatore, ma un ragionatore e dopo 20 anni in Fi me lo posso permettere».
Chi l’ha presa proprio male è Brunetta (tra i due, un mese fa, altro scontro): «Grazie a Romani per avermi definito intransigente nei confronti di Renzi – è il suo tweet – meglio intransigenti che inesistenti».
Tanti altri invece plaudono. Altero Matteoli concorda «totalmente » con Romani e spera «che si possa aprire subito un confronto con Fitto per evitare spaccature: a Berlusconi al telefono ho già  detto che non condivido la circolare della senatrice Rossi che impedirebbe di candidare chi ha più di tre mandati ».
Che poi, nella lettura della cerchia ristretta del leader, sarebbe proprio la miccia che avrebbe acceso queste reazioni.
Raffaele Fitto, un piede già  fuori in Puglia e non solo, chiede se a questo punto «si aprirà  una riflessione davvero libera o si farà  finta di nulla e si proseguirà  con epurazioni, esclusioni e commissariamenti?»
E con Romani anche Daniela Santanchè: «Basta fare gli struzzi, apriamo un dibattito franco».
Maurizio Bianconi, fittiano: «Facile diventare antifascisti il pomeriggio del 25 aprile. Ma meglio tardi che mai».
In questo clima, l’ex Cavaliere («Colpa di un’influenza») diserterà  stamattina la manifestazione romana organizzata da Tajani e la Rossi, limitandosi a una telefonata. In quella di ieri a Milano aveva suonato la carica.
Il centro-destra dovrà  riconquistare «la guida di Milano, dove tutto è iniziato, poi faremo ripartire anche l’Italia, dove siamo la maggioranza vera e naturale».
Per poi attaccare Renzi che «sta dimostrando che la sinistra pensa solo a occupare potere a qualunque costo ».
Unica nota positiva, per lui, la schiarita con Salvini in vista delle regionali. Il capo del Carroccio parla prima a Torino, dove si registrano scontri tra antagonisti del corteo anti Lega e polizia, poi a Bergamo: «Non c’è alcun ostacolo a un accordo, non ho condizioni da imporre a Forza Italia».

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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“ABBIAMO UN SOGNO NEL CUORE, RENZI A SAN VITTORE”: LANDINI HA PIAZZA E POPOLO

Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile

“SIAMO STANCHI DI SPOT E SLIDE, RENZI È PEGGIO DI BERLUSCONI”

Maurizio Landini ha portato a Roma molta più gente di quanta ne abbia portata Matteo Salvini riempendo Piazza del Popolo come non capitava da anni.
Lo ha fatto con una organizzazione, la Fiom, che si conferma zoccolo duro del sindacalismo italiano e in cui si preservano le tradizioni di sinistra.
Prova ne è la colonna sonora della manifestazione fatta di Bella ciao, l’Internazionale e addirittura Contessa.
A tanta Fiom non ha corrisposto un’adeguata presenza di soggetti e movimenti che dovrebbero comporre la “coalizione sociale” proposta da Landini.
Hanno parlato gli agricoltori del Tavolo verde, i precari della scuola, gli studenti, i movimenti per la casa, è stato letto un intervento di Gustavo Zagrebelsky, solo un disguido ha impedito di ascoltare la voce di Gino Strada dalla Sierra Leone.
Ma la giornata è stata della Fiom: “Lo avevamo detto che non ci saremmo fermati” dice Landini “ecco perchè siamo qui, la coalizione è ancora una proposta e va tutta costruita”.
A descrivere il progetto, però, quasi didascalicamente, ci hanno pensato i due interventi centrali del pomeriggio.
Quello di Stefano Rodotà , una lezione di politologia che, oltre a lanciare più di una battuta contro Renzi, accusato di avere “il complesso di inferiorità ” rispetto ai “professoroni”, ha spiegato come sia oggi necessario realizzare una “massa critica sociale” capace di trasformarsi in “massa critica politica”.
E che sia capace di irrompere anche nelle istituzioni come dimostra il progetto di legge popolare sul reddito minimo, presentato in piazza da Giuseppe De Marzo di Libera, che ieri ha avuto anche un sostegno dal M5S.
Un’alleanza che, se dovesse crescere, potrebbe creare un fatto politico nuovo.
Ancora più chiaro è stato poi Landini, nel corso del lungo e molto applaudito intervento. “Si tratta di tornare alle radici del movimento operaio” ha ricordato, riferendosi “all’800, quando nascevano le Unions” (titolo della manifestazione di ieri, ndr.), gli operai inglesi in sciopero.
“Si tratta di ripristinare il diritto alla coalizione impedendo la competizione tra gli stessi lavoratori”.
Landini prende a prestito i padri nobili del sindacato, Giuseppe Di Vittorio e il suo “Statuto dei diritti dei cittadini lavoratori”, ma anche Bruno Trentin che pensava “a nuove forme sindacali” (con la vedova, Marcelle Padovani, che però non apprezza).
“Coalizzarsi significa allargare la rappresentanza sociale del sindacato e riformarlo democraticamente” ha spiegato, chiarendo che il cuore della proposta è costituito dalla sfida interna alla Cgil.
Nei prossimi giorni la Fiom designerà  due coordinatori per il progetto “coalizione” che dovrebbero essere due giovani dirigenti: Michele De Palma, responsabile Auto e già  coordinatore dei Giovani comunisti del Prc e Valentina Orazzini, che si occupa di rapporti europei e molto apprezzata all’interno del sindacato.
Anche le Fiom territoriali dovrebbero organizzarsi per designare dei responsabili e costruire, così concretamente, la nuova rete.
Il collante di tutto, sia pure in negativo, è Matteo Renzi.
Contro di lui si è espressa la piazza — “Abbiamo un sogno nel cuore, Renzi a San Vittore” — si è esercitato Rodotà  intervenuto seduto su una sedia: “Renzi dice che i professori sono pigri, io lo sono così tanto da essere venuto con le stampelle”.
Soprattutto, si è dilungato Landini : “Noi abbiamo più consenso di lui”, ha dichiarato a inizio manifestazione per poi bersagliarlo: “Siamo stanchi di spot e slide”, “ha una logica padronale”, “è peggio di Berlusconi”, “la coalizione sociale l’ha fatta con la Bce e la Confindustria”, “in Europa si limita a regalare cravatte a Tsipras”.
Ha poi ricordato il Renzi “gasatissimo” in visita da Marchionne opponendogli lo stile del centenario Pietro Ingrao che, quando fu eletto presidente della Camera, come primo atto si recò alle acciaierie di Terni per dire ai lavoratori che i “costituenti” erano loro.
Discorso da futuro segretario della Cgil, impostato su temi sindacali (salari, occupazione, orari, contratto) e generali (pensione, scuola, fisco).
Lo dimostra anche il gelo con la segreteria nazionale presente con Susanna Camusso, Serena Sorrentino e Franco Martini.
Anche altri dirigenti, come la segretaria dello Spi, Carla Cantone, quello della scuola, Domenico Pantaleo, e del Nidil, Claudio Treves, sono stati in piazza.
Ma la Cgil si è vista poco, se non in forma simbolica. Susanna Camusso è salita sul palco restandone sempre ai bordi e facendo solo una laconica dichiarazione ai giornalisti.
Distanza anche con la politica. Sia con le rappresentanze di Sel e Prc (presenti con Nichi Vendola e Paolo Ferrero) sia con Stefano Fassina e Pippo Civati del Pd.
Unica eccezione, quando Landini ha parlato di appalti e corruzione, la richiesta di un applauso della piazza per Rosi Bindi in quanto presidente della commissione Antimafia.
Le conclusioni sono state dedicate a Giovanni XXIII (“ma non ho la fede”) e a Pablo Neruda: “Prendi il meglio della tua vita e consegnalo alla lotta”.
Tripudio della folla.

Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SQUALLORE LEGHISTA: L’INFELICE POST DELLO SPIN DOCTOR DI SALVINI

Marzo 28th, 2015 Riccardo Fucile

MORETTI E LA PORNOSTAR, ACCOSTATI DUE MANIFESTI: “INVOLONTARIE SIMMETRIE”

La foto di un manifesto elettorale di Alessandra Moretti con a fianco ragazze mezze nude che pubblicizzano serate hard in un locale.
L’immagine è stata ‘postata’ su uno dei profili ufficiali di Matteo Salvini.
“Involontarie simmetrie, io scelgo Zaia”, commenta Luca Morisi, con riferimento all’accostamento tra il manifesto della candidata del centro-sinistra alle regionali venete e la foto delle “pornostar”.
Morisi è lo spin doctor che gestisce la comunicazione del segretario federale della Lega Nord e il ‘post’ è stato pubblicato sulla pagina ‘Matteo Salvini leader’.
Il post ha avuto anche l’apprezzamento del senatore della Lega Nord Gian Marco Centinaio, che ha messo “mi piace”.
Ma hanno scatenato polemiche gli insulti sessisti a corredo del post: ” Almeno si guadagnerebbe il pane se facesse quel lavoro”,
“Dai che forse ha trovato la sua vera vocazione….”.
E via peggiorando.
Pura classe padagna da maschilisti frustrati

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EXPO, NON C’E’ NEANCHE IL TEMPO PER I COLLAUDI

Marzo 28th, 2015 Riccardo Fucile

PER ADESSO LA FOLLA È QUELLA DEGLI OPERAI, RADDOPPIATI DA TRE A SEI MILA

Niente collaudi, per le strutture di Expo: non c’è tempo.
Il programma prevedeva che i progetti dei padiglioni fossero presentati entro marzo 2014 e che la loro costruzione fosse ultimata per fine marzo 2015.
Poi l’ultimo mese prima dell’apertura dei cancelli avrebbe dovuto essere dedicato ai collaudi finali.
Invece il programma è saltato, gran parte dei padiglioni sono ancora in costruzione e i lavori finiranno, nel migliore dei casi, a fine aprile 2015.
Dunque, per i collaudi non c’è tempo.
Il segnale d’allarme lo ha dato Susanna Cantoni, direttore del dipartimento prevenzione dell’Asl di Milano: “Faremo i collaudi tramite autocertificazione, poi procederemo con verifiche a campione”.
Bisognerà  insomma fidarsi delle dichiarazioni dei progettisti, i quali dovranno certificare che il loro lavoro è fatto bene: come chiedere all’oste se il vino è buono.
Il commissario Expo Giuseppe Sala è ottimista: “Per il 1° maggio tutti i Paesi avranno terminato la costruzione. Ci saranno quattro o cinque casi in cui si continuerà  a lavorare per qualche giorno alle finiture interne”.
Salteranno però i collaudi. Servono a certificare l’idoneità  delle strutture e la loro corrispondenza al progetto.
Lo straordinario ritardo con cui sono partiti i lavori ha però reso necessarie molte modifiche in corsa: che cosa succederà  se nei controlli a campione che verranno fatti si riscontreranno discrepanze tra progetto e opera terminata?
Verrà  chiuso il padiglione?
“A questo punti tutte le responsabilità  ricadranno sui progettisti”, spiega Antonio Lareno, responsabile del progetto Expo per la Cgil.
“Va considerato”, spiega il sindacalista, “che qui dovrebbero essere fatti non soltanto i collaudi statici, quelli sull’abitabilità  delle strutture. Ci saranno anche 200 ristoranti, con acqua, scarichi, elettricità , fuochi, condizionatori, problemi di conservazione e smaltimento degli alimenti”
Se c’è però un aspetto dell’Expo a cui va riconosciuta una buona gestione, è quello della sicurezza sul lavoro.
L’Inail, l’Istituto nazionale per la sicurezza contro gli infortuni, aveva calcolato che per un evento come Expo si rischiavano 20 mila infortuni.
Grazie alla collaborazione tra Expo spa e sindacato, il numero e l’entità  degli incidenti, che pure non sono mancati, sono stati molto al di sotto delle medie statistiche: finora 93 infortuni sul lavoro, di cui solo sette gravi.
Ora però il rischio è che, nel finale, per evitare brutte figure, si sorvoli sulla sicurezza dell’esposizione.
Anche se Susanna Cantoni della Asl, come riportato ieri da Repubblica, esibisce tranquillità : “Le autocertificazioni sono un atto serio, chi firma si prende la responsabilità ”.
E poi i controlli sono stati continui, durante i lavori: “Proprio per garantire una maggiore sicurezza, i progetti sono stati esaminati da una commissione di vigilanza integrata che ha riunito tutti i protagonisti, dai Comuni ai vigili del fuoco fino ai tecnici Expo”.
Ora nel sito i lavoratori sono raddoppiati, passando nell’ultima settimana da 3 mila a 6 mila, attivi su 200 cantieri in cui oggi operano 112 auto-gru.
Intanto è stata avviata un’ennesima operazione di retorica buonista, sul fronte della comunicazione: quella sulla “Carta di Milano”.
È, per ora, la bozza di un “Protocollo di Milano” sulla nutrizione, catalogo di buoni propositi da sottoporre alla firma dei visitatori di Expo e dei rappresentanti dei Paesi partecipanti, con l’obiettivo di farlo sottoscrivere da 20 milioni di persone per poi consegnarlo all’Onu.
È, in realtà , un testo uscito dagli uffici del Barilla Center for Food & Nutrition, ora all’esame del Comitato scientifico di Expo.
Vi si legge che “le Parti si impegnano a eliminare la fame e la malnutrizione”.
Proposito impegnativo. L’accordo comunque non è vincolante.
La bozza sarà  presentata oggi a Palazzo Vecchio di Firenze e punta a riuscire là  dove hanno fallito i “Millenium Development Goals”, impegni assunti dalle Nazioni Unite che scadono proprio nel 2015.

Gianni Barbacetto e Marco Maroni
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CON RENZI LE SPESE CORRENTI DELLO STATO SONO SALITE A 681 MILIARDI NEL 2014, ALTRO CHE SPENDING REVIEW

Marzo 28th, 2015 Riccardo Fucile

ENTRO FINE ANNO BISOGNERA’ TROVARE 16 MILIARDI PER EVITARE GLI AUMENTI DI TASSE PREVISTE DALLA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA

Sarà  che il capitolo più facile da tagliare, il welfare, è il più impopolare.
Mentre far calare la scure su quelli più difficili causerebbe troppe resistenze.
E, come il premier Matteo Renzi non manca mai di ricordare, la spending review è una scelta politica.
Fatto sta che da una trentina d’anni i governi italiani tentano di ridurre la spesa pubblica, ma i risultati parlano da soli: nel 1990 le uscite complessive dello Stato, contando anche gli interessi sul debito, ammontavano (in euro e al cambio attuale) a circa 340 miliardi, nel 2000 sono salite a 549 e nel 2014 sono lievitate a 825 miliardi.
“Colpa”, stando ai dati della ragioneria generale dello Stato, di pensioni e altre prestazioni sociali ma soprattutto della voce “amministrazione generale, vale a dire il costo sostenuto per beni e servizi acquistati dalla pubblica amministrazione.
Ora, dopo il ritorno di Carlo Cottarelli al Fondo monetario internazionale, Renzi ci riprova nominando un altro commissario ad hoc.
Il prescelto è Yoram Gutgeld, deputato Pd e consigliere della prima ora del premier. Da adesso in poi sarà  l’ex partner della società  di consulenza McKinsey, che dall’anno scorso siede nella “cabina di regia economica” di Palazzo Chigi, a proporre dove utilizzare le forbici per limare le uscite di ministeri, amministrazioni locali ed enti previdenziali. Un’impresa da far tremare le vene dei polsi, visto l’esito dell’azione dei predecessori.
Da Giarda a Cottarelli una lunga sequenza di tentativi falliti
In principio furono le Commissioni tecniche per la spesa pubblica, la prima in attività  dal 1986 al 2005 ​sotto la guida di Piero Giarda ​e la seconda operativa ​dal 2007 al 2008​ per volere dell’allora ministro Tommaso Padoa Schioppa.​
Mario Monti nel 2012 ha provato a mettere in campo, a fianco dello stesso Giarda nominato nel frattempo ministro per i rapporti con il Parlamento, addirittura il tridente Giuliano Amato – Enrico Bondi – Francesco Giavazzi: l’ex premier e giudice costituzionale si è occupato di analizzare i finanziamenti ai partiti, l’ex commissario straordinario di Parmalat e dell’Ilva ha proposto un piano di razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi e l’economista della Bocconi ha messo a punto raccomandazioni sui contributi alle imprese.
Ma solo sul primo aspetto è intervenuta una legge ad hoc che elimina in maniera graduale i contributi pubblici, pur continuando a prevedere corpose agevolazioni fiscali.
Dimessosi Bondi, è stata la volta del ragioniere generale dello Stato Mario Canzio, rimasto in carica solo cinque mesi a cavallo dell’avvicendamento tra Monti ed Enrico Letta.
Quest’ultimo per affrontare il problema ha chiamato in Italia da Washington Cottarelli, che ha finito il lavoro sotto il nuovo esecutivo.
Giusto il tempo di presentare il piano per disboscare la “giungla” delle società  partecipate, ancora inattuato, e l’economista ha avuto il benservito da Renzi e se ne è tornato all’Fmi.
Intanto le spese dello Stato continuano a lievitare
Ed ecco gli esiti: in base agli ultimi Documenti di economia e finanza (Def) le spese correnti, al netto di quelle in conto capitale e degli interessi passivi sul debito pubblico, si sono impennate dai 661 miliardi del 2009 ai 681 del 2014.
In mezzo, nel 2011 e 2012, c’è stato un lieve calo, ma l’illusione è durata poco.
E per il 2015 è previsto un altro aumento a 689,8 miliardi.
Per di più, stando alle stime del governo, non andrà  meglio nemmeno negli anni successivi, quelli che dovrebbero segnare il decollo della ripresa produttiva e di conseguenza essere caratterizzati da un minor ricorso agli ammortizzatori, sgonfiando così il capitolo prestazioni sociali.
Nel 2016 l’esborso complessivo è visto in salita a 699 miliardi, per toccare i 711 nel 2017. In quell’anno l’impatto sul pil dovrebbe calare dal 42,9% del 2014 al 41,1%, ma solo grazie al previsto aumento del prodotto.
Sempre che il governo non riesca a mettere a segno i risparmi indicati nel Def dello scorso anno: fino a 17 miliardi quest’anno e 32 nel 2016.
Il nuovo Documento è atteso entro dieci giorni e sarà  la cartina di tornasole delle intenzioni dell’esecutivo.
Indispensabili 16 miliardi di tagli per evitare aumento dell’Iva
Intervenire è urgente. Perchè entro fine anno la “priorità  assoluta”, come confermato da Gutgeld in un’intervista a Repubblica subito dopo la nomina, è togliere di mezzo la spada di Damocle che incombe sulle prospettive di ripartenza dell’economia: le clausole di salvaguardia con cui, come ricordato di recente dalla Corte dei Conti, le ultime manovre finanziarie hanno sostituito i tagli di spesa, rinviandoli al futuro.
Si tratta di postille che dispongono aumenti automatici di accise e aliquote nel caso in cui le previsioni dell’esecutivo sul gettito o, appunto, sui risparmi da razionalizzazioni della spesa si rivelino troppo ottimistiche. In mancanza di interventi, nel 2016 sommando le clausole delle leggi di Stabilità  di Letta e di Renzi scatteranno ritocchi all’insù dell’Iva e delle accise sui carburanti per un ammontare di oltre 16 miliardi.
Occorre dunque trovarne altrettanti con misure sostitutive.
E l’esecutivo conta di poter inserire un capitolo ad hoc nel prossimo Def, atteso per aprile. Poi l’impresa promette di diventare ancora più difficile: per il 2017 e 2018 dovranno essere reperiti rispettivamente 25,5 e 28,2 miliardi.
Al via sulla carta i tagli alle partecipate. Interventi timidi su prefetture e polizia –
Gutgeld non partirà  da zero. Il deputato di origini israeliane ha ribadito quel che il ministro Pier Carlo Padoan assicura da un mese: i dossier fantasma di Cottarelli “saranno presto resi pubblici” e anche da lì verranno tratte indicazioni. Diverse proposte dell’ex commissario sono state già  archiviate (vedi il piano “città  buie“) ma l’intervento sulle partecipate, almeno sulla carta, procede.
Alcune misure di riordino, come il commissariamento di quelle in rosso, sono state inserite nella riforma della Pa di Marianna Madia, attesa in aula al Senato il 2 aprile dopo mesi di stallo in Commissione.
Entro fine mese governatori, presidenti delle province, sindaci e vertici di università  e Camere di Commercio dovranno approvare un piano con i dettagli del programma di razionalizzazione che intendono portare avanti e i risparmi previsti. Sempre nel ddl pa sono poi entrati la razionalizzazione delle Prefetture, che da 110 scenderanno a 40-70 e verranno in parte assorbite dai nuovi Uffici territoriali dello Stato, e dei corpi di polizia, che scenderanno da cinque a quattro (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Penitenziaria) in seguito all’abolizione della Forestale.
Stop poi alle sovrapposizioni tra ministeri e authority indipendenti.
E il Consiglio dei ministri di venerdì ha varato un nuovo decreto sui costi e fabbisogni standard di Comuni e Regioni in una serie di settori (dall’istruzione alla gestione del territorio) con l’obiettivo di ridurre l’eccessiva variabilità  delle uscite.
Nel Def dovrebbe infine essere messo nero su bianco l’ammontare delle risorse che il governo punta a recuperare con la dismissione degli immobili pubblici.
E’ invece in un ddl ad hoc la razionalizzazione del trasporto pubblico locale, con l’obbligo di gare per l’affidamento del servizio e un taglio delle risorse alle Regioni che non lo rispettano.
Pensioni e sanità  di nuovo nel mirino
Sulle pensioni, come confermato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti e dal presidente dell’Inps Tito Boeri, si attende a breve un nuovo intervento per dare la possibilità  a chi lo vuole di lasciare il lavoro in anticipo accettando un assegno ridotto.
Gutgeld e lo stesso Boeri hanno anche auspicato il ricalcolo con il metodo contributivo delle “vecchie” pensioni retributive e una pesante tassazione della parte non dovuta sulla base dei contributi versati.
Parlando con il quotidiano di Largo Fochetti, il deputato Pd spiega che “la decisione politica è stata di non riaprire” la questione, ma sembra propenso a intervenire sulla “frammentazione” dell’assistenza sociale tra Inps, Comuni e aziende sanitarie locali, perchè oggi “finisce che alcuni godono di tre prestazioni, altri di nessuna”.
Un altro capitolo di spesa nel mirino è quello della sanità : anche qui secondo Gutgeld la parola d’ordine è “costi standard”.
La titolare Beatrice Lorenzin ha detto che “gli esami diagnostici inutili legati alla medicina difensiva costano all’Italia 13 miliardi di euro l’anno” e il ministero sta lavorando a “protocolli stringenti che evitino gli sprechi”.
Secondo Lorenzin ci sono poi spazi di intervento anche nell’ambito dei ricoveri, spesso troppo lunghi. Come evidenziato dalla Corte dei Conti, però, la distanza tra una riduzione virtuosa della spesa e un peggioramento dei servizi ai cittadini è breve. Infine, è noto che Gutgeld è scettico sulle grandi opere come il Tav.
“Di fatto comportano una redistribuzione di risorse da chi ha pagato le tasse ai costruttori”, ha detto poche settimane fa durante un convegno a Milano.
Aprendo all’idea di imporre al Cipe un’analisi costi-benefici per verificare l’opportunità  di investire miliardi in quel progetto.

Chiara Brusini

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