Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
A PORDENONE “IL BONUS ALLE AZIENDE SE NE VA IN ASSUNZIONI DI OCCUPATI, FATTI DISOCCUPARE E POI RIASSUNTI”
Licenziati e poi tutti riassunti nel giro di pochi mesi. In modo da beneficiare degli incentivi della
legge di stabilità .
Uno scenario già visto tra Piacenza e Reggio Emilia ed etichettato dai sindacati come esempio di “furbetti del Jobs act”.
E che ora, denuncia la Filt Cgil, si ripete a San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, e in altri impianti del nord Italia.
“Forse il presidente del Consiglio Matteo Renzi non lo sa, — si legge in un comunicato sindacale — ma il suo bonus alle aziende se ne va in assunzioni di occupati, fatti “disoccupare” e poi riassunti: ma dalla statistica poi arriveranno dati esaltanti per l’occupazione e… per il governo”.
Teatro della vicenda sono gli stabilimenti di un’azienda bresciana, la Sirap Gema, che produce contenitori per alimenti e materiali isolanti in polistirolo e che il sindacato precisa non essere “direttamente coinvolta” nella querelle.
Fin dal 2011, la società aveva affidato la gestione del magazzino a una cooperativa, la Soluzioni Coop di Pavia, che dava lavoro a 59 persone, nove nello stabilimento di San Vito e cinquanta negli altri impianti Sirap, tra Mantova, Arezzo e Brescia.
I problemi sono cominciati ad aprile del 2015: la Soluzioni Coop, dichiarando difficoltà economiche, ha aperto le procedure di licenziamento per tutti i lavoratori.
A questo punto, è entrata in scena una nuova cooperativa, la Mag Solution.
Nuova in tutti i sensi: la società è stata costituita il 15 maggio 2015.
E le è stato subito affidato l’appalto in precedenza gestito da Soluzioni Coop.
Pochi giorni dopo, le due aziende e i sindacati hanno firmato due accordi, sancendo il licenziamento di tutti i lavoratori dalla prima cooperativa e la riassunzione nella seconda. Ma attenzione.
L’intesa prevede che ai lavoratori spetti un contratto a tempo determinato della durata di sei mesi, giustificato con la “necessità della cooperativa di valutare le compatibilità economiche dell’ingresso nella gestione dell’appalto”.
Una volta terminato questo periodo definito di “sperimentazione”, la società si impegna, “fatte salve condizioni economiche e non prevedibili, alla massima stabilizzazione possibile dei lavoratori”.
E in questa operazione, denuncia la Filt Cgil di Pordenone, si nasconde il trucco dei “furbetti del Jobs act“.
Dal 1 dicembre, infatti, i dipendenti di Mag Solution potranno essere assunti a tempo indeterminato per continuare il lavoro che hanno sempre fatto, semplicemente con un cambio di appalto.
Intanto, però, la società potrà beneficiare dell’esonero contributivo previsto dalla legge di Stabilità , che nel caso specifico equivale a circa 1,5 milioni di euro.
I sei mesi di “purgatorio” come contratto a termine sono una condizione prevista dalla manovra per accedere agli incentivi.
Questa legge, secondo un comunicato sindacale, “sembra essere più un finanziamento occulto alle aziende che un vero incentivo alle assunzioni, assumendo il solito aspetto dopante che non servirà a sollevare le sorti dell’economia e nemmeno dell’occupazione”.
Così la Filt Cgil friulana ha segnalato l’anomalia all’Inps di Pordenone, alla Direzione provinciale del lavoro e a Unindustria.
E ha proceduto alla disdetta dell’accordo, dissociandosi anche dall’operato dei sindacati degli altri territori.
La richiesta era l’applicazione, fin da subito, del contratto a tempo indeterminato.
“Non ho mai visto utilizzare un contratto a termine per un appalto — sostiene Claudio Petovello, segretario Filt Cgil Pordenone — Una volta finito l’appalto, una società può licenziare i dipendenti senza incorrere in sanzioni. Il tempo determinato non ha senso, se non per avere accesso agli incentivi. Non potevamo firmare, quei 1,5 milioni sono soldi rubati ai cittadini italiani”.
Ad alimentare i sospetti del sindacato, anche la recentissima costituzione della società , nata solo due settimane prima di ottenere la commessa.
Inoltre la sigla sindacale ha impugnato i licenziamenti attuati da Soluzioni Coop, ritenendoli contrari alla normativa relativa alle cooperative.
Ma oltre il danno, è arrivata anche la beffa. In seguito alla disdetta dell’accordo, riferisce la Filt Cgil locale, l’azienda ha deciso di non assumere i nove lavoratori operanti nello stabilimento friulano.
“Un messaggio chiaro, in linea con i tempi, — afferma un comunicato sindacale — in cui il ricatto occupazionale “consiglia” silenzio e accettazione senza se e senza ma delle condizioni imposte dal datore di lavoro o dalla cooperativa di turno”.
Insomma, una situazione ad alta tensione che promette di non finire qui.
E dire che il ministero del Lavoro è a conoscenza di casi simili e ha già annunciato controlli in questo senso.
In una circolare di giugno, il dicastero di Giuliano Poletti ha fornito indicazione alle sedi territoriali di effettuare ispezioni per contrastare “comportamenti elusivi, volti alla precostituzione artificiosa delle condizioni per poter godere del beneficio” previsto dalla legge di Stabilità .
Lo schema descritto dalla circolare non sembra molto diverso da quello attuato a San Vito: disdetta dell’appalto, prosecuzione dell’attività con contratto a termine di sei mesi, riassunzione dei lavoratori da parte di una società terza, a volte costituita appositamente. Ora non resta che aspettare di vedere in azione i controlli annunciati.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
“IL TRIBUNALE DEL DIRITTO DEL MARE NON HA GIURISDIZIONE PER I REATI COMMESSI IN INDIA”
L’India si opporrà il prossimo 10 agosto davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare (Itlos) alle richieste di “adozione di misure cautelari” presentate dall’Italia nella vicenda dei due Fucilieri di Marina coinvolti nell’incidente in cui morirono due pescatori indiani il 15 febbraio 2012.
Lo ha sostenuto in dichiarazioni al quotidiano The Hindu l’Additional Solicitor General P.S. Narshima che difenderà gli interessi indiani nell’udienza di Amburgo.
“Davanti all’Itlos – ha spiegato il magistrato – noi sottolineeremo che solo l’India ha giurisdizione per processare i reati commessi nel Paese e che il Tribunale non può interferire in questo”.
“L’India – ha aggiunto Narshima – sosterrà anche che l’Italia non ha esaurito tutte le procedure locali a disposizione, un requisito necessario prima di presentare istanze all’Itlos. Infine l’India obietterà che non vi sono circostanze stringenti tali da richiedere qualsiasi adozione di misure provvisorie” nel caso che coinvolge Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
“L’India – ha concluso – si presenterà nell’udienza dell’Itlos che può solo prendere in considerazione misure provvisorie per una questione che riguarda la giurisdizione sul caso e che è in attesa di essere esaminata dalla Corte permanente di arbitrato (Cpa) dell’Aja in base alla sezione 7 della Convenzione” delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).
Secondo The Hindu, l’India sta cercando di avvalersi di un esperto in arbitrati internazionali di Ginevra per sostenere le sue argomentazioni davanti al Cpa .
L’istanza presentata dall’Italia all’Itlos contiene due richieste: la prima è che l’India “si astenga dal prendere o eseguire ogni misura giudiziaria o amministrativa” contro i due fucilieri e “dall’esercitare ogni forma di giurisdizione” a proposito dell’incidente.
La seconda è che “l’India prenda ogni misura necessaria ad assicurare che le restrizioni sulla libertà , sicurezza o movimento dei Fucilieri siano immediatamente rimosse in modo da permettere al sergente Girone di viaggiare e rimanere in Italia e al sergente Latorre di rimanere in Italia” per tutta la durata del procedimento alla Corte di Arbitrato dell’Aja sul ricorso italiano riguardante la giurisdizione sul caso.
(da Agenzie)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DI ALESSANDRO GASSMANN SPOPOLA SU TWITTER CON L’HASHTAG #ROMASONOIO
Roma ha un testimonial di eccezione: Alessandro Gassmann ha lanciato su Twitter l’hashtag
#Romasonoio per invitare chi vive nella capitale a combattere il degrado a partire dal proprio portone di casa.
L’attore, figlio d’arte, sta promuovendo una campagna di sensibilizzazione, facendo leva sul senso civico.
“Ognuno fa il suo – risponde a un follower -. Basta pulire davanti al proprio portone, prendi una maglietta vecchia e ci scrivi ‘#Romasonoio’, fai foto e twitti”.
L’hashtag è in cima alla classifica dei più utilizzati sul social network, ma resta da vedere se avrà effetto anche sulle strade di Roma.
“Noi romani dovremmo metterci una maglietta con su scritto ‘Roma sono io’, armarci di scopa, raccoglitore e busta per la mondezza, e ripulire ognuno il proprio angoletto di città . Roma è nostra da settembre scendo in strada anch’io, voglio vederla pulita. Diffondete questa notizia, fatelo anche voi. Basta lamentarsi, basta insulti, FACCIAMO!
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA CORRISPONDENTE DEL QUOTIDIANO ECONOMICO. “ROMA E’ UN DISASTRO”
“Roma è semplicemente un disastro. Un mio collega appena tornato da Atene mi ha detto: ma nenache in un paese fallito come la Grecia c’è la sporcizia che si trova qui a Roma”.
Non usa giri di parole Antoinette Nikolova, giornalista, corrispondente dalla Capitale per l’Economist. Intervistata da Il Tempo, racconta la sua visione della Città Eterna:
“Sporcizia, abbandono, immondizia ovunque, addirittura cornacchie che scorazzano e fanno banchetti di piccioni nei parchi pubblici. Mi sembra di essere arrivata al Cairo”. Una situazione inqualificabile per “una città senza mantenimento. La pulizia intesa come fatto ordinario ormai è sporadica”.
Un peccato a suo parere perchè “Roma è una città così bella, ricca di testimonianze storiche, davvero unica al mondo, lasciata in mano ad amministratori che non sanno valorizzarla per quello che è. Uno schiaffo a i tanti turisti che attraversano il mondo per venire qui e si trovano in mezzo a questo disastro”.
Colpa di Marino? “Dovrebbe dimettersi, per quanto non sia direttamente coinvolto, comunque è sempre lui a gestire la baracca”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
UN GENERE DI CRIMINE CHE LE NUOVE NORME SUGLI ECOREATI RISCHIANO DI LASCIARE IMPUNITO
Il più importante processo contro le ecomafie in Campania si celebra in un’aula vuota. 
Non ci sono associazioni, pochi giornalisti, zero televisioni, e quando vengono chiamati gli avvocati delle parti civili, tranne rare eccezioni, sono assenti.
Eppure per la prima volta, tocca proprio al principale imputato rispondere alle domande del pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Napoli Alessandro Milita.
Alla sbarra c’è Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore, candidato alla Camera senza successo nel 1994 per Forza Italia.
Il processo si celebra nell’aula 116 davanti alla V Sezione della Corte di Assise del Tribunale di Napoli.
Chianese risponde di associazione mafiosa, disastro ambientale, estorsione, avvelenamento delle acque.
La Procura lo considera “l’inventore e ideatore dell’Ecomafia in Campania”. Insieme al vertice del clan dei Casalesi, in particolare Francesco Bidognetti, conosciuto come Cicciotto ‘e mezzanotte, ha imbastito il grande affare del pattume tossico.
Con loro Gaetano Cerci, in aula dietro le sbarre, imparentato con Bidognetti e legato con la massoneria di Licio Gelli.
Al termine di un’udienza, Chianese si avvicina a Cerci e sussurra, intercettato dai microfoni di ReInchieste: “Quando vi deciderete a parlare sarà forse troppo tardi”.
Chianese è un uomo potentissimo, capace di cenare con ministri, interloquire con generali delle forze dell’ordine, favorire trasferimenti di agenti dei servizi, finanziare, grazie alla sua enorme disponibilità economica, perfino l’Arma dei Carabinieri.
Lo racconta a processo tra gli sguardi sorpresi dei giudici popolari.
Lo Stato si presentava nell’ufficio dell’avvocato con il cappello in mano: “Ogni tanto ho dato soldi in occasioni di feste dei Carabinieri, l’ultima volta 25mila euro. Qualche volta regalavo frigoriferi e televisori. Mi chiedevano anche di poter entrare nel mio studio per scrivere un verbale con la mia macchina da scrivere”.
L’interrogatorio di Chianese si aggroviglia nelle dispute sulle autorizzazioni e l’organizzazione della sua creatura, la discarica Resit di Giugliano.
Alla Resit erano indirizzati camion dei veleni e pattumi provenienti dalle aziende del nord.
Una perizia consegnata alla Procura di Napoli, nel 2010, ha ipotizzato che nel 2064 ci sarà il picco della degenerazione delle sostanze inquinanti e in particolare del percolato prodotto dalle 341mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi (a cominciare dai fanghi dell’Acna di Cengio).
A questi vanno aggiunte poi le 500 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi e le 305mila tonnellate di rifiuti solidi urbani che raggiungeranno le falde più profonde avvelenando irreversibilmente centinaia di ettari di terreno.
Chianese si rende conto delle accuse che gli vengono mosse? “Non posso parlare con voi, comunque sono tranquillo, non serafico, il serafico ha qualcosa da nascondere. I media enfatizzano”.
In giacca e cravatta, Chianese è un distinto signore, capace, secondo l’accusa, di imbastire il traffico illecito dei veleni dal nord al sud del Paese.
Lui invece ricorda rapporti e amicizie, così come il suo curriculum ricco di incarichi e incontri prestigiosi compreso un convegno con il consolato americano del 1999 per organizzare video-conferenze e dare consigli su come gestire lo smaltimento dei rifiuti.
Quando si passa al nodo dei rapporti con la politica il sostituto procuratore chiede: “Ha mai cercato di essere nominato consulente del ministero dell’Ambiente?”.
E l’avvocato, già condannato in primo grado in un altro processo per estorsione, risponde: “Io non ho mai cercato nessuno, sono sempre gli altri a cercarmi. Me l’hanno proposto nel 1994, nel 1995, nel 2000. Me l’hanno proposto sempre”.
Ma Chianese i nomi non li ricorda: “Vari personaggi politici, funzionari del ministero dell’Ambiente che bontà loro mi ritenevano esperto. I nomi erano talmente tanti che, in questo momento, non me li ricordo. Si possono ricavare dalle intercettazioni”.
L’accusa insiste e Chianese risponde elencando i suoi incarichi così come le vicinanze politiche “Loro mi portarono pure a cena con l’allora ministro Matteoli”.
La serata con l’allora responsabile dell’Ambiente, estraneo all’inchiesta, è documentata in un’informativa inedita depositata agli atti del processo e firmata dall’investigatore della polizia Roberto Mancini, ammalatosi di cancro indagando sulla terra dei fuochi e morto mesi fa.
Nello studio di Chianese sono state trovate anche delle bozze non ufficiali di documenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
Il sospetto è che Chianese fosse in rapporti con alcuni parlamentari della Commissione, rapporti tendenti a controllare e modificare gli atti prima della pubblicazione.
“Non è una cosa irrilevante – sottolinea il pm Milita – avere contatti con membri della Commissione per correggere le bozze”.
Chianese è ancora avvocato, come risulta dal sito dell’ordine e si dichiara innocente.
La discarica Resit, con il suo carico di veleni, è ancora un inferno.
Qualche settimana fa ha preso fuoco e aspetta la messa in sicurezza mentre il suo padrone racconta alle sedie vuote tre decenni di compromissione e contiguità tra Stato, imprenditoria criminale e camorra.
Luca Ferrari e Nello Trocchia
(da “La Repubblica“)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
I COSTI DI TIM, VODAFONE E WIND CRESCONO DELL’ 8%
Arriva una mini-stangata sulle tariffe dei telefonini.
Da qualche giorno, infatti, i tre maggiori operatori telefonici del Paese hanno aggiornato i costi per i clienti che usufruiscono di un piano ricaricabile sul proprio cellulare: i pagamenti, infatti, non saranno più calcolati su base mensile ma scatteranno ogni 4 settimane.
E per le tasche dei clienti questa piccola modifica ha un peso.
Per fare un anno ci vogliono 12 mesi, ma in 365 giorni ci sono 52 settimane, cioè 13 scatti tariffari da 4 settimane l’uno.
Insomma, per dirla in parole povere, il ricalcolo fa guadagnare un mese di pagamenti in più a Tim, Vodafone e Wind, con un incremento della spesa per i consumatori dell’8%.
Prendiamo ad esempio un piano ricaricabile per ogni operatore: a denunciare l’aumento all’Antitrust sono stati i parlamentari del Movimento 5 Stelle, che parlano di «vero e proprio insulto alla concorrenza dal momento che la rimodulazione delle tariffe è stata fatta pressochè all’unisono da tutti e tre gli operatori».
Ma già da qualche settimana online si sono mobilitati i consumatori, con una petizione online pubblicata sul sito Change.org.
Francesco Zaffarano
(da “La Stampa”)
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