Destra di Popolo.net

QUELLA PSEUDODESTRA CHE A ROMA CERCA L’INCIDENTE

Luglio 18th, 2015 Riccardo Fucile

NON C’E’ NULLA DI SPONTANEO NELLA RIVOLTA ANTI-IMMIGRATI, MA UN DISEGNO POLITICO PRECISO: ALZARE LA TENSIONE E DARE VITA A UN RISIKO DELLA PAURA CON DIVIDENDI POLITICI (E NON SOLO)

Non c’è nulla di spontaneo nel giorno da cani di Casale san Nicola, nè nella carne da cannone offerta alle cariche della Celere a beneficio di telecamere («Semo italiani come voi!», «Anche tu c’hai ‘na moje e ‘na famija!»).
Perchè non è la prima rappresentazione. E perchè non sarà  l’ultima.
Perchè le sue stimmate – la tartaruga nera e i caschi integrali di CasaPound – i suoi volti (Simone Di Stefano, che di Casa Pound è vicepresidente, come il suo spicciafaccende Mauro Antonini) e soprattutto il canovaccio e la messa in scena delle sue parole d’ordine – «Gli Italiani per primi» (variante dell’originale “Padroni a casa nostra”), sono il format di una Fabbrica dell’Odio battezzata esattamente un anno fa – sabato 14 luglio 2014 – nel corteo che attraversò il quartiere Esquilino, a Roma (dove CasaPound ha la sua sede) e che fu Epifania dell’abbraccio tra i fascisti di Gianluca Iannone e la Lega Nord della coppia Borghezio-Salvini.
Dodici mesi fa, una marcia per un generico “cartello” «contro gli immigrati».
Dal febbraio scorso, patto politico organico all’ombra delle tre spighe (“No euro”, “stop immigrati”, “Prima gli Italiani”), simbolo della neonata sigla “Sovranità “, creatura che di Salvini è stampella e di Casa Pound succursale.
Luglio 2014, luglio 2015.
I piccoli e grandi fuochi di cui si è accesa Roma in questi dodici mesi hanno la cadenza, le modalità  e i luoghi propri di una pianificazione certosina.
Dove le borgate dell’aerea metropolitana, sollecitate e accompagnate alla “rivolta” contro i centri di accoglienza per immigrati, non sono semplicemente luoghi da liberare dai “ Negri ” e restituire agli “ Italiani ”, ma la mappa di un Risiko della paura dagli immediati dividendi politici (e non solo, come vedremo).
Una leva. Un pretesto.
Una pentola a pressione sotto la quale non deve mai essere spento il fuoco. In principio, fu la “rivolta di Settecamini”.
Poi toccò a Torre Angela, Ponte di Nona, Corcolle, Tor Sapienza, Infernetto, Tor Pignattara.
In una sequenza che, ogni volta, si ripropone identica a sè stessa.
Sulla scena – proprio come ieri a Casale san Nicola – si muovono “Comitati di quartiere” di cui CasaPound è il ventriloquo.
Spuntano come funghi e, negli ultimi sei mesi del 2014, si arriva a contarne 60. Invariabilmente professano di non essere «nè di destra, nè di sinistra ».
Di fatto, non ce ne è uno che non abbia come suo capo bastone qualche vecchio arnese della fascisteria romana, piuttosto che militanti di Forza Nuova.
E, altrettanto invariabilmente, «l’incidente» che ne innesca la rivolta è regolarmente opaco nelle dinamiche ( le aggressioni a Tor Sapienza, piuttosto che gli asseriti assalti agli autobus a Corcolle, i “raid Rom” di Torre Vecchia) e certamente sproporzionato rispetto alla reazione.
Una qualificata fonte investigativa del Ros dei carabinieri – dove ormai, dopo cinque anni di indagini, esiste un’enciclopedia su CasaPound – spiega: «La regia nella cosiddetta rivolta delle borgate contro i centri di assistenza agli immigrati ha un tratto evidente. Cercare l’incidente. Se necessario, provocarlo, certamente ingigantirne la portata. La logica è quella di mantenere costante la tensione e sfruttare la potenzialità  manipolatorie dello strumento mediatico». C’è di più.
Nelle retrovie della campagna di odio di CasaPound e di Salvini, protetti dalla maschera posticcia dei “Comitati di quartiere” e la loro «lotta agli immigrati», si muovono, almeno fino a quando sono stati in grado di farlo, tre figure chiave della destra “politica” romana che dicono molto del doppio fondo della “rivolta”.
Gianni Alemanno, Luca Gramazio, Giordano Tredicine (per dirne una, partecipano nel novembre scorso alla “marcia delle Periferie sul Campidoglio”).

Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)

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“TRATTATI COME CANI, PICCHIATI E INSULTATI”: I PROFUGHI DI TREVISO ISOLATI COME APPESTATI, I DELINQUENTI A PIEDE LIBERO

Luglio 18th, 2015 Riccardo Fucile

COME MAI IL PREFETTO NON HA PROVVEDUTO A DENUNCIARE I TEPPISTI VENETI CHE HANNO VIOLATO DOMICILI E DISTRUTTO BENI PUBBLICI?

Dopo lo sgombero dalle palazzine di Quinto di Treviso, i 100 profughi, la cui presenza era stata contestata dai residenti di via Legnago, sono stati portati alla ex caserma Serena.
Il gruppo di migranti è stremato dal caldo, dalle zanzare, da tre giorni sotto l’assedio delle proteste dei residenti di Quinto che alla fine hanno ottenuto il loro allontanamento.
“Siamo stati trattati come cani, ci hanno picchiato, ci hanno insultato”, racconta Alou, un ventenne del Mali.
“Tuttavia io non intendo dire che tutta Treviso sia così, mi riferisco solo a quella zona”.
Molti dei residenti delle palazzine di Quinto avevano paventato con la loro presenza rischi per i bambini: “Dicono così solo perchè abbiamo la pelle nera”.
L’unico a parlare assieme ad Alou è Antonio, un ragazzo che preferisce non rivelare il Paese da cui proviene e che al collo porta un rosario bianco: “Penso l’Italia sia il posto giusto, anche perchè è il centro della cristianità . Ma stare sotto assedio, chiusi dentro a chiave — dice riferendosi alle proteste dei cittadini di Quinto contro la loro presenza — non è stato bello”.
Al di là  dello spostamento dei profughi dalla primaria destinazione alla caserma, molti si chiedono come sia possibile che la Prefettura e le forze dell’ordine non abbiano provveduto ad arrestare e denunciare, in flagranza di reato, i teppisti che hanno violato domicili, forzato porte, distrutto e incendiato beni pubblici, compiuto blocchi stradali.
Ci si chiede come mai chi ha istigato a delinquere non sia stato denunciato, nonostante dichiarazioni pubbliche di palese incitazione a violare la legge.
Se qualcuno pensa che il trevigiano non sia soggetta alle leggi dello Stato italiano, basta saperlo.
E regolarsi di conseguenza quando costoro usciranno daI confini della loro Repubblica delle banane per addentrarsi in altre regioni civilizzate.

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CROLLA IL CERCHIO MAGICO DI BERLUSCONI, LA ROSSI DEFENESTRATA, TORNA LA SANTANCHE’, SE NE VA VERDINI

Luglio 18th, 2015 Riccardo Fucile

LA BADANTE SPODESTATA, LA PITONESSA E DELLA VALLE DIETRO UN NUOVO PARTITO

La Casa della Speranza richiama l’insegna di una clinica per malati gravi.
Forse anche per questo Silvio Berlusconi vuole chiamare così il futuro contenitore del centrodestra.
Il suo partito, Forza Italia, è sempre più incurabile ma guai a darlo per spacciato.
Nei sondaggi, da solo, Silvio continua a valere il dieci per cento. Senza fare nulla.
LA NOVITà€
Nel piccolo mondo berlusconiano,la novità  più clamorosa di questi giorni è però un’altra.
Non il nome dell’ennesima creatura nuova che dovrebbe partorire B., lasciando Forza Italia al suo triste destino di bad company.
Nè l’annunciatissima scissione filorenziana del manipolo di parlamentari di Denis Verdini, plurinquisito e plurimputato nonchè custode della scatola nera del patto del Nazareno.
No. Niente di tutto questo.
ROSSI CHI?
La notizia che sta sconvolgendo gli equilibri attuali tra i deputati e i senatori rimasti fedeli all’ex Cavaliere è la fine della dittatura del cerchio magico, alla base di tutte le fughe più recenti, dai già  citati verdiniani ai conservatori fittiani.
Tutto nasce dalla rottura tra Mariarosaria Rossi, pilastro del cerchio magico, e la coppia formata da Berlusconi e dalla sua fidanzata Francesca Pascale.
POLPETTE
Dopo la   fine dell’accordo segreto da B. e il premier Renzi, Mariarosaria Rossi, badante berlusconiana non estranea al bunga bunga, ha di fatto preso in mano la gestione di Forza Italia con il ruolo di tesoriere.
Un potere cresciuto dopo giorno dopo giorno e capillare,al punto che nella sua regione natìa, la Campania, ha telefonato a tutti i neo consiglieri regionali per ordinare l’elezione a capo gruppo di Armando Cesaro, figlio di Luigi detto Gigino la polpetta, al posto di un altro aspirante.
IL DIRETTORIO
A livello nazionale, Rossi ha installato un direttorio che fatto gridare al golpe interno, contro lo stesso Berlusconi.
Due riunioni tenute e una saltata proprio questa settimana a causa della furia del Cavaliere, che non ne sapeva nulla.
A irritarlo, la postura da zarina di Rossi nel cerchio magico e in questo direttorio composto dai capi gruppop arlamentari (Brunetta e Romani); i vicepresidenti di Camera e Senato (Baldelli e Gasparri); Giovanni Toti, governatore della Liguria; Deborah Bergamini, responsabile della comunicazione; due azzurri di partito come Sestino Giacomoni e Francesco Giro.
LA PITONESSA.
Negli stessi giorni in cui si doveva tenere la riunione del direttorio,è caduto il trentesimo genetliaco della principessa regnante di Arcore, la napoletana Francesca Pascale.
E così,alla cena esclusiva nella casina Valadier, a Roma, la lettura “sovietica” degli invitati ha fornito la nuova mappa del potere forzista. Fuori Rossi e dentro, di nuovo, Daniela Santanchè, la Pitonessa dalle sette vite.
Santanchè infatti era stata emarginata dal cerchio magico ed era pure considerata vicina a Denis Verdini. Adesso nel momento dello strappo dei verdiniani, lei ritorna in auge, di nuovo accanto a Pascale, di cui fu consigliera e amica nella fase iniziale del fidanzamento della giovane con l’ottuagenario Berlusconi.
Con lei, in ascesa, anche Andrea Ruggeri, nipote di Vespa e fidanzato di Anna Falchi.     L’ALTRA ITALIA
In questo contesto completamente ribaltato, si colloca quindi il tormentone di una nuova forza politica al posto di Forza Italia. Si farà  mai?
Per il nome della creatura, B. in persona si sarebbe fissato per una strana dicitura: “L’Altra Italia”. Strana perchè questo è il titolo di una pietra miliare del pensiero laico ed azionista, scritto da Ugo La Malfa 40 anni fa, nel 1975.
OSSESSIONE PRI.
Alcuni tra quelli che si sono opposti al berlusconismo nella Seconda Repubblica, tipo Eugenio Scalfari, l’hanno fatto nel nome di un’altra Italia diversa ontologicamente dagli azzurri, tanto è vero che Giuliano Ferrara ha scritto sovente, in senso orgoglioso, di un’Italia alle vongole di marca forzista.
La Malfa senior, da non confondere col figlio Giorgio, fu leader del Pri prima dell’era Spadolini ed è ricordato per la sua sobrietà  e il suo pessimismo della ragione.
Non proprio berlusconiano. Ma non è la prima volta che B. si appropria di suggestioni legate all’Edera, simbolo storico del Pri, fondato nel 1895 tre anni dopo la nascita del Partito socialista.
Prima di pensare all’Altra Italia, voleva trasfigurare Forza Italia nel nuovo Partito repubblicano.
OBIETTIVO 2018.
In ogni caso, le strategie di Berlusconi per il futuro sono calibrate su un ritorno naturale alle urne, nel 2018. Non prima.
Anche per questo la divisione tra falchi e moderati in Forza Italia non provocherà  sconquassi.
I primi sono quelli di Renato Brunetta, riconosciuto hezbollah dell’antirenzismo duro e puro.
A contrapporsi al capogruppo della Camera, è il suo omologo al Senato, Paolo Romani, che fa ragionamenti diametralmente opposti.
Nel senso che tra le colombe di Palazzo Madama si coltiva la speranza che un’eventuale fine del Renzi uno possa far rinascere una grande coalizione, con la relativa distribuzione di poltrone di governo.
DENIS ADDIO.
La prossima settimana i verdiniani dovrebbero formalizzare la nascita di nuovi gruppi in Parlamento.
Il condizionale è d’obbligo, dopo tanti annunci mai seguiti dai fatti. In questo modo, Denis Verdini (tra l’altro ex repubblicano spadoliniano) tenta di anticipare B. nella corsa al governo.
I numeri sono ballerini ma la cifra dovrebbe essere di 12 a Palazzo Madama, cui, nel conto delle perdite, vanno sommati i 10 senatori passati con Fitto.
L’Altra Italia nasce striminzita.
Anche se c’è Diego Della Valle dietro l’angolo.

Fabrizio D’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL SUK DI VERDINI PIOMBA SULL’ASSEMBLEA PD: DENIS PROMETTE POSTI E SBANDIERA ACCORDI

Luglio 17th, 2015 Riccardo Fucile

LA MINORANZA PD NON VUOLE L’OPERAZIONE “RESPONSABILI”, MA RENZI PENSA GIA’ ALLA FUTURA COALIZIONE

Piomba nel cuore dell’assemblea del Pd il suk del Senato. Perchè sull’operazione “responsabili” Denis Verdini ha sferrato l’affondo finale, come ai tempi di Razzi e Scilipoti.
Entro una settimana, i gruppi. La promessa ricevuta da più di un senatore riguarda un prossimo ingresso nel governo, in cambio del sostegno sulle riforme (e non solo): come sottosegretario nel prossimo rimpasto di settembre ma prima ci sarebbe posto come presidente di commissione, visto che le presidenze alla Camera si rinnovano già  martedì. Insomma, si sa quanto sia abile Denis Verdini a chiedere, come si diceva un tempo, di arruolarsi in marina promettendo un entusiasmante giro per il mondo.
A garanzia della bontà  dell’offerta il plenipotenziario di Berlusconi con diversi processi a carico, compresa la bancarotta fraudolenta nell’ambito dell’inchiesta sul credito fiorentino, avrebbe addirittura ripetuto che sulle ricompense politiche Luca Lotti sarebbe d’accordo.
Il pressing è estenuante perchè, sottotraccia, l’avversario che si è ritrovato Verdini nel suk è un esperto di aste, anzi uno per cui le aste le gestiva in prima persona: Silvio Berlusconi.
Che da Arcore ha iniziato a contattare i senatori in bilico, smontando una per una le promesse di Verdini.
Attenzione, dice l’ex premier, non fidatevi perchè io lo conosco bene Verdini. Quando c’era da chiedere un aiuto economico, prosegue Silvio, quello stava dalla mattina alla sera ad Arcore. Ora, siccome è preoccupato dalla procura di Firenze, pensa che il giglio magico sia una polizza sulla vita. In ogni caso, l’operazione è tutta personale: “E poi — è la convinzione di Berlusconi — Renzi si sta indebolendo. Prima o poi sarà  costretto ad aprire alle larghe intese. Restate qui che vi conviene, altro che Denis”.
Nulla può raggiungere, nel suk, un livello di mercanteggiamento come quello tra due, Verdini e Berlusconi, che hanno condiviso segreti indicibili e indicibili metodi.
Tanto che in uno degli ultimi incontri, quando Denis ha sbattuto le mani sul tavolo, ha urlato una frase che suonava così: “Silvio, non provare a prendermi in giro, perchè dopo tanti omicidi (politici, ovviamente, ndr) che abbiamo fatto assieme, conosco i tuoi metodi”.
Però stavolta Verdini è convinto di avere un asso nella manica. La voce è arrivata anche nel governo dove, per dirne una, Lupi l’ha condivisa con preoccupazione con qualche collega: l’operazione Verdini la fa perchè ha la garanzie che alle prossime elezioni sarà  alleato con Renzi.
L’accordo, va dicendo in giro Verdini, già  ci sarebbe. Proprio questo spiega il crescendo di insofferenza della minoranza del Pd.
L’ex capogruppo Roberto Speranza, nella sua intervista all’HuffPost, ci è andato giù duro: “Si pensa a scorciatoie affidando la stabilità  a una nuova operazione responsabili con gli amici di Verdini, Consentino a Lombardo. Siamo al dunque e mi auguro che Renzi all’assemblea del Pd faccia chiarezza”.
Pier Luigi Bersani, intervistato da Tommaso Labate alla Festa dell’Unità  di Roma, ci ha messo il carico: “Non consentiremo che si butti fuori la sinistra per far entrare Verdini. Non abbiamo fatto tutto questo per fare un partito pigliatutto”.
Neanche Gotor pure si affida a giri di parole: “Spero che ci sia una smentita, che purtroppo non è ancora arrivata, relativa a eventuali intese con Verdini, Cosentino e Lombardo sulle riforme costituzionali. Non è possibile fare del calciomercato – sottolinea – anche perchè una squadra che acquista Cosentino, Verdini e Lombardo evidentemente sta cambiando schema di gioco e categoria e questo è inaccettabile”.
Lo schema di gioco alle prossime politiche, secondo lo schema di Verdini, ricalca quello di De Luca in Campania o di Emiliano in Puglia: il candidato e le liste di “impresentabili”.
Ovvero Renzi premier, sostenuto dal Pd, e una lista “per Renzi” con Verdini, i responsabili e quelli di Ncd che non vogliono tornare nel centrodestra.
È lo schema della “coalizione della Nazione” che rafforza il premier, indebolendo (come avvenuto nelle regioni) il suo partito.
E poco importa che questo presupponga una modifica della legge elettorale. Per Renzi conta la vittoria e questo Italicum la rende incerta.
In parecchi sono certi che lo cambierà , dopo il Senato.
In un capannello al Senato, l’altro giorno lo spiegava pure una vecchia di volpe come Pier Ferdinando Casini, che col premier parla spesso, perchè è scattata una simpatia a pelle: “Vedrete, Matteo cambierà  la legge elettorale. Gli conviene una coalizione”.
E Verdini è pronto.

(da “Huffingtonpost”)

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GABRIELLI, IL PREFETTO-SCERIFFO PRENDE LE REDINI DI ROMA

Luglio 17th, 2015 Riccardo Fucile

RIPRISTINARE LA LEGALITA’: “OGGI ABBIAMO ASSISTITO A UNA COSA INDECENTE, I RESPONSABILI DEVONO AVERE LA FEDINA PENALE MACCHIATA”

“Ciò a cui abbiamo assistito è una cosa indecente e indecorosa. Auspico che le forze dell’ordine denuncino, in modo tale che queste persone abbiano sulla propria fedina le cose di cui si sono macchiate”.
È il prefetto-sceriffo Franco Gabrielli a prendere in mano per l’ennesima volta la città .
In una Roma massacrata dal caldo, sotto il sole a picco un presidio di residenti e militanti di CasaPound si oppone all’arrivo di un gruppo di immigrati.
Gabrielli non ci sta, manda la Polizia, passa come uno schiacciasassi sopra le tensioni e sopra le sedie usate come ostacoli improvvisati, sgombra la strada, ripristina la legalità .
E chiede – e come ignorare le richieste di un prefetto su questi argomenti – il pugno di ferro.
In una città  che non sa più a quale santo appellarsi, figuriamoci a quale sindaco, al gruppo capitolino del Pd non pare vero.
In fretta e furia si prepara una nota, si celebra la “Roma solidale”, e si offrono “sostegno e collaborazione” a Gabrielli.
La città  è allo sbando. Ignazio Marino tiene duro, non molla di un millimetro nonostante assessori e vice gli scappino via da tutte le parti.
Mafia Capitale ha aperto crepe che continuano ogni giorno ad allargarsi, a Palazzo circola sussurrata la voce che manchi poco ad una terza infornata degli arresti che hanno squassato destra e sinistra senza fare prigionieri.
Il caldo torrido ha poi, se ce ne fosse stato bisogno, ulteriormente messo a nudo i tragici problemi di organizzazione sociale della città , servizi pubblici allo sbando e forze dell’ordine più chiuse negli uffici che a pattugliare le strade.
Non è la prima volta che il prefetto prende in mano le redini della città .
Da braccio destro operativo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi quando guidava la Protezione civile, a emanazione del premier nella capitale.
È stato il premier a chiedergli di andare a installare la propria base operativa nella prefettura della Capitale. Un sindaco debolissimo e mai amato, una tempesta giudiziaria che sembra non vedere mai la fine, un Giubileo alle porte, con appalti da assegnare nella città  dove gli appalti sono “latte da mungere”, e un’organizzazione pubblica che arranca nei giorni feriali, figuriamoci con le vagonate di pellegrini in arrivo.
Al punto che Gabrielli entra ormai di diritto in qualunque totonome sulla successione del chirurgo di Genova.
Nel partito il suo nome lo si fa senza remore. Non ci sono di mezzo posizionamenti di correnti, invidie risalenti agli anni di Pds-Ds-Margherita. Non c’è nulla.
C’è solo un uomo tutto d’un pezzo che sta esercitando una supplenza decisiva su dossier chiave.
Ma soprattutto non c’è un nome che, a mesi dalle elezioni, riscuota successi unanimi e trasversali come il suo.
Roberto Giachetti e Lorenza Bonaccorsi, renziani, giovani, freschi, sono considerati entrambi troppo poco conosciuti per fare breccia nel complicato corpaccione elettorale della città . I vari Gentiloni, Franceschini, Sassoli, Gasbarra, nomi spesi e rispesi un po’ in tutte le stagioni, scatenano invidie e non scaldano gli animi.
La virata di Alfio Marchini verso il centrodestra sembra aver visto sfumare la possibile toppa messa da un papa straniero.
Così rimane il profilo tecnico del prefetto-sceriffo.
Troppo realista per mettere nero su bianco che Roma possa essere commissariata per mafia, troppo poco ingenuo per capire che l’ingranaggio che dovrebbe far girare la città  si è inceppato da tempo.
L’uomo giusto per rimetterlo in moto. Oggi da prefetto.
Domani chissà .

(da “Huffingtonpost“)

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IL DOSSIER SEGRETO SU CARMINATI SI FERMO’ AL SISDE

Luglio 17th, 2015 Riccardo Fucile

LA NOTA DEL SISMI SULLA NUOVA VITA DELL’EX NAR, DATATO 2003, E’ ARRIVATO AI PM SOLO DOPO L’ARRESTO

Neanche quando Lirio Abbate su L’Espresso indicò Massimo Carminati tra i quattro “Re di Roma”, i servizi segreti si preoccuparono di inviare il dossier che custodivano dal 2003 sull’ex Nar.
Quel fascicolo di 30 pagine, che a quanto risulta nasce dalle rivelazioni di una fonte agli 007 del Sismi, è arrivato in Procura a Roma solo nel dicembre 2014, dopo la prima retata di Mafia Capitale che portò in carcere l’ex Nar, come ha rivelato nei giorni scorsi Il Fatto.
A dare la spinta è stato il Copasir che nei mesi scorsi aveva chiesto ai servizi di tirare fuori tutto ciò che avevano su Carminati, dopo aver aperto un’istruttoria per fare chiarezza sui presunti rapporti tra l’ex terrorista nero e gli 007 di cui nessuno però ha le prove.
Come ha confermato anche il procuratore capo Giuseppe Pignatone nei giorni scorsi.
Così quel dossier è stato consegnato sia al Copasir sia a Piazzale Clodio, non tramite l’Autorità  giudiziaria come invece si dovrebbe fare.
E infatti non è allegato al fascicolo su Mafia Capitale.
Nel dossier già  12 anni fa ci sono finiti alcuni dettagli della vita di Carminati: il benzinaio di via Cassia, le presunte attività  commerciali riconducibili a Carminati e l’uso da parte dell’ex Nar di una Ferrari.
Nulla di penalmente rilevante. Tuttavia questi elementi si ritrovano nell’inchiesta dei magistrati capitolini Paolo Ielo, Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli che il 2 dicembre hanno arrestato ‘Er Cecato’.
Ancora oggi è detenuto al 41 bis e il processo con rito immediato, nei suoi confronti e di altri, inizierà  il 5 novembre.
Intanto oggi si scopre che quel dossier materialmente è stato scritto dagli agenti dell’allora Sismi (ora Aise) che riportano in 30 pagine le informazioni date da un loro collaboratore.
Poi è stato consegnato al Sisde, oggi Aisi.
È datato 2003, e sono quelli gli anni in cui i servizi segreti si occupano di terrorismo, dei brigatisti (alcuni di questi vengono infatti arrestati quell’anno per il delitto Biagi) e del sequestro di Abu Omar.

Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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CUORE (O CONVENIENZA) DI MERKEL: LA PICCOLA RIFUGIATA RIMARRA’ IN GERMANIA

Luglio 17th, 2015 Riccardo Fucile

LA GERMANIA E’ GIA ABBASTANZA ODIATA, MEGLIO RIMEDIARE: E BERLINO FA DIETROFRONT

Per molti è stata una gaffe brutale di Angela Merkel, eppure l’episodio ha un lieto fine. La piccola rifugiata palestinese, scoppiata a piangere quando la cancelleria ha spiegato che la Germania non può accogliere tutti i migranti, potrà  infatti rimanere in Germania: è l’opinione del ministro per le politiche migratorie Ayan Oezoguz, secondo il quale la giovane Reem Sahwil con molta probabilità  non dovrà  subire uno sradicamento.
Prima di conoscere l’happy end, la ragazzina aveva perdonato la Cancelliera affermando: “Mi ha ascoltata, e mi ha detto ciò pensa, va bene così”.
Merkel è stata molto criticata ed è stata accusata di aver agito in maniera molto insensibile.
Reem Sahwil aveva espresso all’esponente politica le sue preoccupazioni per il futuro, visto che al padre potrebbe scadere il permesso di soggiorno.
Merkel, forse presa dal realismo, aveva sottolineato che non tutti i richiedenti asilo possono sperare di rimanere in Germania.
Parole che hanno colpito la giovane, tanto da farla scoppiare in lacrime.
La portavoce del governo tedesco, Christiane Wirtz, ha dichiarato che Merkel è rimasta molto “commossa” dall’incontro con la ragazza, “così come lo sarebbe chiunque incontrasse una persona che è stata costretta a lasciare la propria casa”.

(da “Huffingtonpost“)

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“QUESTA RIVISTA USA DEDICA LA COPERTINA A POMPEI”. MA PARLA DI “DECLINO SCANDALOSO”

Luglio 17th, 2015 Riccardo Fucile

LA INCREDIBILE GAFFE DEL MINISTERO DEI BENI CULTURALI SU TWITTER (CHE POI CANCELLA)

“La rivista dello Smithsonian, Smithsonian Magazine, dedica la copertina a Pompei”. L’annuncio fatto a mezzo social network arriva dal Ministero dei Beni Culturali.
La rivista americana in questione ha infatti dedicato la sua copertina proprio al sito archeologico più importante di Italia, meta ogni anni da una moltitudine di turisti di tutto il mondo.
Un annuncio che però scompare poco dopo: non ce n’è più traccia sulle pagine Facebook e twitter del Mibact.
Il motivo? Non faceva un ritratto molto edificante del sito archeologico.
In teoria, bastava soffermarsi sul titolo: “The fall and rise and fall of Pompeii”.
O anche sul sottotitolo: “The famous archaelogical treasure is falling ino scandalous decline, even as its sister city Herculaneum is rising from the ashes”.

(da “Huffingtonpost”)

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SANITA’ LOMBARDIA, IL MODELLO DI TOTI: APPALTI GONFIATI ALL’OSPEDALE DI GALLARATE

Luglio 17th, 2015 Riccardo Fucile

COSTI DI MANUTENZIONE AUMENTATI, SEI DENUNCIATI: “DANNO ERARIALE DI 2,5 MILIONI”

Sono sei le persone denunciate dalla Guardia di Finanza di Gallarate (Varese) nell’ambito dell’operazione “Clean Hospital” che ha portato al sequestro di 2,5 milioni di euro.
L’indagine, coordinata dalla procura della repubblica di Busto Arsizio, ha preso il via da un esposto presentato un anno fa dai consiglieri regionali di M5S Lombardia Paola Macchi, Silvana Carcano e Eugenio Casalino sulla base di una segnalazione ricevuta da un sindacalista.
L’attività  investigativa ha permesso di fare luce sul sistema degli appalti per la manutenzione delle apparecchiature elettromedicali dell’Azienda ospedaliera di Gallarate.
Dal 2005 l’appalto veniva affidato sempre alla stessa società , la Prima Vera di Domenico Catanese, anche tramite l’interposizione fittizia di un’altra ditta appositamente costituita, la Galileo Technologies, che si è aggiudicata gli appalti a partire dal 2010.
Non solo l’appalto per la manutenzione finiva sempre nelle mani delle stesse società , sostengono gli inquirenti, ma queste avevano messo a punto anche una serie di trucchi contabili tesi a gonfiare il valore degli appalti stessi, con danno economico sia per le casse dell’azienda ospedaliera sia per il sistema sanitario regionale.
Si va dalla maggiorazione del valore delle apparecchiature oggetto della convenzione (che avrebbe consentito proventi ingiustificati rispetto all’effettivo valore del servizio effettuato) fino all’inclusione in convenzione di macchinari dismessi o inesistenti.
I militari hanno passato in rassegna le oltre cinquemila apparecchiature di proprietà  dell’Azienda Sant’Antonio Abate di Gallarate confluite nel servizio di manutenzione affidato in convenzione attraverso gara pubblica.
A fronte di un valore reale di 15,5 milioni di euro, secondo gli inquirenti con la complicità  di un dipendente dell’ospedale alle attrezzature ospedaliere era stato attribuito un valore fittizio di 36 milioni di euro, una cifra gonfiata di oltre il doppio. Il valore delle apparecchiature veniva utilizzato come base per il calcolo del canone annuo del servizio di manutenzione.
Canone che è raddoppiato di pari passo, generando (per il solo periodo 2010 — 2014) un profitto di 2 miloni e 547 mila euro.
Il tutto a danno delle casse pubbliche, sottolinea la Finanza.
Tra i sei denunciati ci sono due dipendenti pubblici che svolgevano il ruolo di responsabile unico del procedimento negli ospedali di Gallarate e Torino e 4 tra presidenti e dirigenti d’azienda.
Tutti sono accusati a vario titolo di reati che vanno dall’abuso d’ufficio al falso, passando per turbata libertà  degli incanti, la truffa aggravata ai danni dello Stato o di altro Ente pubblico e il subappalto non autorizzato di opera pubblica.
Della vicenda è stata informata anche l’Autorità  Nazionale Anticorruzione, nonchè la Corte dei Conti.
Gli uomini della Guardia di Finanza di Gallarate hanno accertato che le stesse procedure relative al convenzionamento delle strutture ospedaliere sono state applicate anche in altre realtà .
Le stesse aziende oggetto dell’inchiesta, nel medesimo periodo, hanno ottenuto un appalto da 3,5 milioni di euro dall’Asl Torino 1.
Motivo per cui gli atti verranno trasmessi al’autorità  giudiziaria del capoluogo piemontese.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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