Luglio 14th, 2015 Riccardo Fucile
IL GOVERNO DELLE CHIACCHIERE COLPISCE ANCORA
Il debito pubblico italiano è cresciuto di 83,3 miliardi, pari al 3,9%, dall’inizio dell’anno. 
Lo rende noto la Banca d’Italia nel supplemento al bollettino Statistico, sottolineando che a maggio 2015 il debito tocca un nuovo record storico a 2.218,2 miliardi di euro.
Il debito è cresciuto in un solo mese di 23,4 miliardi.
L’incremento del debito è stato superiore al fabbisogno del mese (4,3 miliardi) principalmente per l’aumento di 17,8 miliardi delle disponibilità liquide del tesoro (a fine maggio pari a 100,9 miliardi; 92,3 a maggio del 2014); complessivamente la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, il deprezzamento dell’euro e l’emissione di titoli sopra la pari hanno accresciuto il debito per 1,3 miliardi.
Con riferimento ai sottosettori, il debito delle amministrazioni centrali è aumentato di 22,9 miliardi, quello delle amministrazioni locali di 0,5 miliardi; il debito degli enti di previdenza è rimasto sostanzialmente invariato.
Banca d’Italia rende noti anche i dati sulle entrate tributarie, che rimangono stabili a maggio.
Il gettito contabilizzato nel bilancio dello Stato è cresciuto dello 0,6% tra gennaio e maggio rispetto allo stesso periodo del 2014, attestandosi a 146,2 miliardi contro i 145,4 dello scorso anno.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 14th, 2015 Riccardo Fucile
ARRESTATI PIO DEL GUADIO, EX SINDACO DI CASERTA E ANGELO POLVERINO, EX CONS. REG., ENTRAMBI DEL PDL…ARRESTATO ANCHE L’EX UDEUR BARBATO CHE ORA HA APPOGGIATO DE LUCA
Un blitz contro camorristi, imprenditori e politici, legati gli uni agli altri da un pericoloso legame.
Nel mirino i lavori per la rete idrica casertana e finanziamenti illeciti ai partiti.
Tredici le ordinanze di custodia cautelare e c’è anche una richiesta di arresto nei confronti del deputato Fi-Pdl, Carlo Sarro, 55 anni.
E’ stata inviata alla Camera dei deputati dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. L’accusa ipotizzata nei confronti del parlamentare è di corruzione aggravata dall’avere agevolato un’organizzazione camorristica.
L’inchiesta è coordinata dal pool anticamorra guidato dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e dai Pm Maurizio Giordano, Catello Maresca, Cesare Sirignano e dall’attuale consigliere CSM Antonello Ardituro
Gli arrestati: Oltre a imprenditori e funzionari pubblici, nella misura cautelare firmata dal giudice Pilla ci sono anche nomi di politici e amministratori: oltre Sarro, ci sono anche l’ex sindaco di Caserta Pio Del Gaudio, l’ex consigliere regionale Angelo Polverino, entrambi eletti con il Pdl, e l’ex parlamentare dell’Udeur Tommaso Barbato, candidato non eletto alle ultime elezioni regionali nella lista ‘Campania Libera’ in appoggio a Vincenzo De Luca.
Tommaso Barbato.
Barbato fu protagonista, a Palazzo Madama, dello sputo al collega Nuccio Cusumano. All’annuncio di Cusumano di votare la fiducia a Prodi contro l’indicazione del gruppo Udeur, il capogruppo Barbato prima gli fece le corna, poi gridò “traditore”, “pezzo di m…”, e dopo essersi lanciato verso di lui gli sputò contro per superare il muro dei senatori che lo avevano bloccato.
Per Barbato l’accusa è di associazione per delinquere avendo, secondo i pm, svolto un ruolo favorendo imprenditori del calibro di Luciano Licenza, Giuseppe Fontana, Francesco Martino, Vincenzo Pellegrino e Bartolomeo Piccolo offrendo loro appalti in regime di somma urgenza.
Carlo Sarro
Avvocato amministrativista di Piedimonte Matese (Caserta), è alla sua seconda legislatura ed è attualmente vicepresidente della commissione giustizia di montecitorio, oltre che membro della commissione antimafia..
Sarro, tra l’altro, era anche commissario del consorzio Ato 3, che gestisce dal punto di vista amministrativo il ciclo delle acque nella zona vesuviano – sarnese.
E’ accusato di turbativa d’asta aggravata, per una gara di appalto nell’area sarnese-vesuviana, per aver agevolato il clan Zagaria e aver favorito un’impresa di Lorenzo Piccolo.
Pio Del Gaudio
Avrebbe ricevuto un finanziamento illecito di circa 20mila euro, da parte di Giuseppe Fontana, imprenditore colluso col clan dei casalesi, per la campagna elettorale relativa alle elezioni per diventare sindaco di Caserta nelle elezioni del 2011, poi vinte.
In cambio Fontana avrebbe ottenuto la promessa di appalti.
Angelo Polverino
Già coinvolto in numerose inchieste sui condizionamenti camorristici nella sanità casertana, avrebbe ricevuto dall’imprenditore edile Giuseppe Fontana, anch’egli arrestato stamani, 30mila euro per le Regionali del 2010 (fu poi eletto).
L’operazione dei Carabinieri del Ros: è in corso nelle province di Caserta e Napoli. Sono 13 i provvedimenti cautelari nei confronti di esponenti e favoreggiatori del clan dei Casalesi – gruppo Zagaria.
Le accuse
Gli indagati sono accusati, tra l’altro, di associazione di tipo mafioso, corruzione, intestazione fittizia di beni, turbata liberta’ degli incanti e finanziamento illecito a partiti politici.
Nello stesso ambito, i militari stanno eseguendo un provvedimento di sequestro preventivo di conti correnti per un valore complessivo di undici milioni di euro circa. Dalle indagini, condotte dal Ros, e’ emerso che alcuni imprenditori locali avevano presentati una serie di false denunce, per patite estorsioni, contro il boss Michele Zagaria per ottenere una ‘rigenerazione’ degli impresari in odore di Camorra.
Le indagini, hanno anche svelato un diffuso sistema corruttivo all’interno degli Enti che gestiscono i servizi idrici della Regione Campania, l’elargizione di illeciti finanziamenti a esponenti politici locali.
I lavori per la rete idrica
Dalle indagini è emerso che una settantina di imprese, in gran parte legate alla camorra, per compiere riparazioni urgenti alla rete idrica si aggiudicavano i micro lotti di poche decine di migliaia di euro ciascuno, importi inferiori, cioè, al tetto che impone la certificazione antimafia. Le riparazioni, in realtà , non erano urgenti e in alcuni casi erano inesistenti.
I documenti del boss.
L’ordinanza si sofferma anche sulla cattura del boss Michele Zagaria, avvenuta il 7 dicembre del 2011 a Casapesenna.
In quell’operazione c’è un giallo: non c’è traccia infatti di una chiavetta usb con documenti importanti che il superlatitante avrebbe avuto con sè nel suo covo sotterraneo.
Secondo un’ipotesi investigativa Orlando Fontana avrebbe corrisposto 50mila euro a un ignoto pubblico ufficiale della squadra mobile di Napoli per entrare in possesso della pen drive trovata appunto nel covo dell’ex boss Michele Zagaria.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 14th, 2015 Riccardo Fucile
DURO GIUDIZIO: “EVITATO IL PEGGIO, NON IL MALE”
È un giudizio severo, anche amaro, quello che Romano Prodi riserva all’accordo fra Grecia e
creditori. “Abbiamo evitato il peggio, ma non il male” scrive in un editoriale sul Messaggero l’ex presidente della Commissione Europea, che parla da un lato di “cattivo accordo per la Grecia”, vittima di una “strategia sbagliata” da parte di Alexis Tsipras, e dall’altro lato di “pessimo segnale per l’Europa”.
Secondo Prodi “la Grecia ha perso. Ma ancora di più ha perso l’Europa.
Ha perso la sua anima ed ha ipotecato il proprio futuro.
Ha perso la sua anima – prosegue l’ex premier – perchè è ormai esclusivamente dominata dagli interessi elettorali dei singoli Paesi, senza minimamente rendersi conto degli interessi generali. L’Europa ha perso perchè quando ci si mette su questa strada non vi è alternativa al comando del Paese più forte”.
La Germania, quindi, che ha impresso la sua orma sull’accordo.
“L’Unione Europea ha anche ipotecato il proprio futuro” prosegue Prodi, secondo cui “dopo il caso greco diventerà sempre più difficile elaborare una politica comune fondata su un equilibrato compromesso fra gli interessi dei diversi stati. L’Europa era nata come una Unione di minoranze, nella quale ogni cittadino entrava con pari dignità e pari diritti”.
In cui la Commissione Europea “esercitava un ruolo di arbitrato e di componimento degli interessi” fra i diversi Paesi, grandi e piccoli, potenti e deboli.
“L’indebolimento francese e la possibile uscita della Gran Bretagna hanno cambiato la natura dell’Unione. È chiaro che la Germania ha assunto il ruolo di comando non solo per le debolezze altrui, ma anche per le proprie virtù”, ma nel caso greco non è riuscita a “trasformare la sua forza in una leadership capace di farsi carico degli interessi generali”.
È la crisi anche delle grandi famiglie politiche europee.
Del Partito Popolare Europeo, da cui non è arrivato “”nessun richiamo alle conseguenze delle politiche sulle persone più deboli”.
L’Unione Europea, conclude il Professore, “ha quindi protetto l’euro, ma lo ha fatto ipotecando il proprio futuro. Respiriamo pure perchè per ora l’euro è salvo, ma rendiamoci conto che, continuando così, si finisce male”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 14th, 2015 Riccardo Fucile
ERA SOTTO PROTEZIONE DAL 1993 PER I NUMEROSI INCARICHI POLITICI E LE MINACCE RICEVUTE… MA GIA’ DA UN ANNO LA SCORTA NON C’E’ PIU’
Niente più scorta, e da quasi ormai un anno, per Gianfranco Fini.
Il governo ritiene che l’ex presidente della Camera protagonista della “svolta di Fiuggi”, ma anche dello scontro con Silvio Berlusconi che pose una pietra tombale sulle sue aspirazioni a diventare il leader del centrodestra, non è più ormai da quasi un anno soggetto esposto a “concreti ed attuali indicatori di rischio”.
L’eliminazione di ogni forma di tutela nei confronti di Fini, sotto scorta dal 1993 prima da leader di An e poi come vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e, infine, presidente della Camera dei deputati nella scorsa legislatura, viene spiegata in Senato dal viceministro all’Interno Filippo Bubbico con una breve e scarna risposta ad una interpellanza di Aldo Di Biagio, proveniente anche lui dalle file di Alleanza nazionale.
Che l’ex presidente della Camera fosse rimasto privo di guardie del corpo, d’altra parte, è cosa nota da circa un anno.
“Dal 1993 in poi — ricorda il rappresentante del Viminale — l’on. Gianfranco Fini è stato destinatario di misure di protezione ravvicinata, prorogate di volta in volta in relazione agli incarichi politici, governativi e istituzionali ricoperti ed alle numerose espressioni di minaccia di cui è stato destinatario nel corso della carriera politica. Nel tempo, il profilo di rischio della personalità si è affievolito comportando, di conseguenza, un adeguamento delle misure tutorie disposte in suo favore. In particolare, nel mese di giugno 2013 (a qualche settimana dalla fine della legislatura in cui presiedeva la Camera e dalla sua non rielezione in Parlamento) il prefetto dl Roma ha proposto una prima rimodulazione della misura tutoria da un secondo livello, “scorta su auto specializzata”, ad un terzo livello, “tutela su auto specializzata”.
Successivamente, nel gennaio 2014, il dispositivo è stato ulteriormente rimodulato ad un quarto livello, “tutela su auto non protetta“.
Infine, il 7 agosto 2014, sempre su proposta del prefetto di Roma, è stata disposta la revoca della stessa misura tutoria, espletata dall’Ispettorato di pubblica sicurezza Viminale, “attesa l’assenza di concreti ed attuali indicatori di rischio, direttamente riferibili al dottor Gianfranco Fini, confermati anche da ulteriori approfondimenti”.
Per cui, da allora Fini si muove, a Roma e fuori dalla capitale, con mezzi propri. Anche per recarsi alla Camera dei deputati, dove ancora per qualche anno ha a disposizione, in quanto ex presidente, un ufficio e del personale di segreteria.
Roberto Grazioli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 13th, 2015 Riccardo Fucile
DEGLI 82 MILIARDI PROMESSI L’80% ANDRA’ AL PAGAMENTO DEL DEBITO PREGRESSO E ALLE BANCHE.. SOLO 10 MILIARDI POTRANNO ESSERE UTILIZZATI DAL GOVERNO PER CREARE INVESTIMENTI
Oltre l’80% degli 82-86 miliardi di nuovi aiuti alla Grecia sarà destinato al saldo o al
rifinanziamento del debito pregresso (53%) e alla ricapitalizzazione delle banche (30%), mentre al governo resteranno da gestire solo 10 miliardi e gli investimenti per il rilancio dell’economia saranno ipotecati al buon esito delle cosiddette privatizzazioni.
Con dei paletti molto stretti.
Restano i tempi talmente da record da rendere estremamente ardua l’approvazione delle riforme, ma anche il “pignoramento” dei beni pubblici da vendere per ridurre i debiti e il ritorno della Troika ad Atene.
Il tutto condito da un colpo di spugna sulla legislazione introdotta dall’esecutivo greco in contrasto con il memorandum con i creditori.
Scompaiono, anche perchè illegali, solo la sede estera del trust a cui verranno affidati i beni pubblici ellenici “pignorati” e la minaccia di espulsione dall’euro.
Inutile a dirsi, infine, che di taglio del debito non c’è neanche da parlarne.
Insomma, non solo Alexis Tsipras non ha abbandonato il vertice con i leader politici della zona euro come gli chiedeva domenica notte il popolo di twitter cinguettando a squarciagola #TspirasLeaveEUSummit (Tsipras abbandona l’Eurosummit), ma ha anche firmato un’intesa che si discosta molto poco dalla criticatissima proposta originaria dell’Eurogruppo.
La stessa, cioè, che nella notte tra domenica e lunedì aveva fatto parlare Atene di condizioni “umilianti e disastrose” e che il premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, dalle colonne del New York Times ha attribuito a una “follia vendicativa”, evocando una “completa distruzione della sovranità nazionale” e un “grottesco tradimento di tutto quello che significa il progetto europeo”.
Impossibile sapere se a guidargli la mano sia stata la disperazione o il waterboarding mentale di cui il Guardian accusa Tusk, Merkel e Hollande, ma è innegabile che il premier greco sia entrato al vertice dicendosi pronto per un “compromesso onesto” e ne sia uscito compromesso.
PRIMA LE RIFORME POI I NEGOZIATI SUL PIANO DI AIUTI
I punti dell’accordo dell’accordo approvato all’unanimità dai leader politici della zona euro lunedì mattina a valle di un Eurosummit dalla durata record di oltre 17 ore, del resto, parlano chiaro.
Per poter avviare un negoziato sul terzo piano triennale di finanziamenti internazionali, questa volta da 82-86 miliardi, Atene ha innanzitutto 48 ore per varare le riforme dell’Iva, delle pensioni e dell’Elstat (l’istituto nazionale di statistica), oltre a introdurre tagli semi-automatici alla spesa in caso di deviazioni dall’obiettivo del surplus primario.
“Solo conseguentemente alla implementazione legale delle prime quattro misure su menzionate — recita il documento — così come alla assunzione di tutti gli impegni inclusi in questo documento dal Parlamento greco, verificato dalle istituzioni e dall’Eurogruppo, potrà essere presa la decisione di dare mandato alle istituzioni di negoziare un memorandum di intesa”.
LE BANCHE POSSONO ASPETTARE FINO AL 22 LUGLIO
Nove, invece, i giorni a disposizione per adottare la riforma del codice di procedura civile e recepire la direttiva Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) sul fallimento degli istituti di credito per introdurre il nuovo sistema europeo di salvataggio delle banche, il cosiddetto bail in, che affianca l’intervento esterno (bail out) ad appunto quello interno, cioè il contributo a vario titolo di azionisti e correntisti con depositi al di sopra dei 100mila euro.
Questione non da poco, quest’ultima, visto che un intervento sulle banche greche sembra ormai inevitabile, ma senza il recepimento della direttiva sarebbe tecnicamente difficile.
E che è stata curiosamente postposta, quando invece sarebbe prioritaria date le condizioni degli istituti ellenici che secondo i ministri delle finanze della zona euro dovrebbero avere la disponibilità immediata di una decina di miliardi.
LA RESTAURAZIONE DELLA TROIKA CON LA CANCELLAZIONE DEL NORME IN CONTRASTO
Tra gli impegni sicuramente più sgraditi ai greci, spicca il ritorno del commissariamento da parte dell’odiata Troika.
Quest’ultima non riavvierà solo le sue ispezioni in loco per “normalizzare pienamente i metodi con le istituzioni, incluso il necessario lavoro sul campo, per migliorare l’implementazione e il monitoraggio del programma”.
D’ora in avanti, si legge infatti nel documento, “il governo necessita di consultarsi e accordarsi con le istituzioni (Commissione Ue, Fmi e Bce, appunto, ndr) su tutte le bozze di legge in aree rilevanti, con un anticipo di tempo adeguato, prima di sottoporle alla consultazione pubblica o al Parlamento”.
A scanso di equivoci quella più rilevante è già messa nero su bianco e riguarda il lavoro: la Grecia recita il testo, deve “intraprendere riesami rigorosi e la modernizzazione della contrattazione collettiva, dell’azione industriale e, in linea con la direttiva e le migliori prassi pertinenti dell’Ue, dei licenziamenti collettivi secondo le scadenze e l’approccio convenuti con le istituzioni”.
Il passato, invece, va scordato. Anzi, cancellato: “Fatta salva la legge sulla crisi umanitaria, il governo greco riesaminerà , per modificarla, la legislazione introdotta in contrasto con l’accordo del 20 febbraio retrocedendo dagli impegni del precedente programma, o individuerà chiare misure di compensazione equivalenti per i diritti acquisiti creati successivamente”.
In questo contesto, altro punto ad alto sgradimento ellenico, resta confermato il ruolo centrale del Fondo Monetario Internazionale. “Lo Stato membro della zona euro che richiederà l’assistenza finanziaria dell’Esm rivolgerà , ove possibile, richiesta analoga al Fmi. Questa è una condizione necessaria affinchè l’Eurogruppo approvi un nuovo programma Esm. Pertanto la Grecia richiederà il sostegno continuo dell’Fmi (monitoraggio e finanziamento) a partire da marzo 2016″.
ALLE NECESSITA’ DEL GOVERNO SOLO 10 MILIARDI SU 80. LE GARANZIE IN NATURA
Gli 82-86 miliardi che, se i negoziati veri e propri andranno a buon fine, verranno stanziati dal nuovo fondo salva stati Esm, saranno spalmati su tre anni.
I primi 12 dovranno essere messi a disposizione della Grecia subito, con un prestito ponte: 7 entro il 20 luglio (quando scadranno obbligazioni in pancia alla Bce per 3,5 miliardi) e altri 5 entro metà agosto (quando ne scadranno altri 3,2 miliardi).
Considerando anche la rata già scaduta di 1,6 miliardi dovuti al Fondo Monetario e quella di 450 milioni in scadenza martedì, in pratica più di due terzi dell’ammontare del prestito ponte serviranno a ripagare il debito pregresso.
Complessivamente, del resto, oltre la metà dei fondi stanziabili con il nuovo piano servirà a rifinanziare i 46 miliardi di vecchi debiti della Grecia con Fmi e Bce.
Altri 25 miliardi, invece, sono destinati alla ricapitalizzazione delle banche.
E saranno garantiti con il discusso fondo ad hoc con sede ad Atene, unica concessione rispetto alla richiesta iniziale di aprirlo in Lussemburgo, mentre resta la gestione da parte delle “autorità greche sotto la supervisione delle competenti istituzioni europee”.
Qui verranno conferiti i beni pubblici greci da vendere. L’obiettivo piuttosto impervio della nuova creatura sarà raggiungere quota 50 miliardi.
Una volta superata la soglia dei 25 miliardi necessari per gli istituti, il resto andrà impiegato per metà in abbattimento del debito e per metà in investimenti.
In sostanza, per ottenere la possibilità di impiegare un miliardo di euro in investimenti, la Grecia dovrà cedere 27 miliardi di asset pubblici: i primi 25 andranno alle banche, un miliardo andrà all’abbattimento del debito pregresso e un altro miliardo andrà finalmente in investimenti.
A disposizione delle necessità del governo, quindi, resterà soltanto una decina di miliardi su 80. Ma tanto è bastato per far affermare a Tsipras, che pure nella notte si sarebbe tolto la giacca invitando i leader dell’Eurozona a prendersi anche quella, di aver “evitato il piano per uno strangolamento finanziario e per il collasso del sistema bancario” e aver ottenuto “finanziamenti a medio termine”.
Nonostante le premesse sulla gestione del fondo e sulla destinazione del denaro, il premier greco ha inoltre rivendicato di aver “evitato il trasferimento dei nostri beni all’estero” e “ottenuto l’alleggerimento del debito”, per altro subordinato al via libera a riforme ritenute soddisfacenti dai creditori.
“Abbiamo lottato duro” a Bruxelles ora lo faremo in Grecia contro “gli interessi” consolidati, ha chiosato mentre ministro dell’Energia e leader dell’ala radicale di Syriza, Panagiotis Lafazaris, definiva l’accordo “umiliante“.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA GRECIA NON POSSIEDE BENI DA DARE IN GARANZIA PER UN TALE VALORE
“Quei 50 miliardi del fondo sono un sogno, prima ancora che un traguardo”.
Daniel Gros, presidente del Ceps, uno dei Think tank più autorevoli di Bruxelles, smonta così uno dei punti più importanti del sofferto documento congiunto approvato dall’Eurosummit.
Una sorta di maxi-cauzione chiesta dal Germania a garanzia del nuovo massiccio piano di finanziamenti che però esiste soltanto sulla carta.
“Non penso – aggiunge — che sarà mai possibile arrivare a questa cifra”.
Ci faccia capire, cosa non funziona nell’istituzione di questo fondo?
“Tanto per cominciare serve a poco. I 50 miliardi sono un sogno più che un traguardo. Si parlava della stessa cifra 5 anni fa e nel frattempo dalle privatizzazioni sono stati raccolti pochi miliardi. Secondo, dal punto di vista strettamente economico, non ha senso per il governo greco vendere attività che hanno un rendimento decente, che è più alto del costo del proprio debito”.
Cioè quello che dovrebbe vendere rende di più degli interessi sul debito che si spera di ridurre dalle cessioni di asset
“Esatto. Privatizzare serve per ottenere liquidità immediata, ma non è questo l’obiettivo di fondo”.
Ci aiuti a capirne la natura. È una sorta di fondo di garanzia sul nuovo prestito dell’Esm o un semplice veicolo per raccogliere i proventi delle privatizzazioni?
“Nell’accezione della proposta iniziale di Schaeuble era più simile al primo. Nel testo finale dell’Eurosummit somiglia più al secondo”.
Se i 50 miliardi sono “un sogno”, e non si tratta di un vero fondo di garanzia, perchè inserire questa clausola nell’accordo?
“Si tratta comunque di un modo per assicurare i tedeschi che esiste una forma di garanzia e di impegno di beni greci ai nuovi finanziamenti che verranno concessi dall’Europa”.
Nel testo finale della proposta si spiega che i primi 25 miliardi raccolti saranno destinati alla ricapitalizzazione delle banche. Crede sia una proposta valida per dare ossigeno agli istituti di Atene?
“In linea di principio è un’idea giusta, ma in pratica è totalmente sbagliata”.
Perchè?
“Perchè per le banche serve una ricapitalizzazione immediata, entro due settimane. Con questo schema magari fra 5 anni ci saranno anche 5 miliardi, ma potrebbe essere troppo tardi per gli istituti”
Allora chi può iniettare liquidità fresca nelle banche in tempi così stretti?
“Lo abbiamo scritto oggi in un nuovo articolo. Con una gestione oculata, potrebbe essere l’Esm (Il fondo salva Stati ndr ).
Ma l’Esm ha tempi decisionali molto lunghi. Non può sbloccare sbloccare finanziamenti in due settimane
“Se c’è la decisione politica, i tempi tecnici nono sono più un problema”
Provando a prendere “sul serio” la proposta del fondo. 50 miliardi per la Grecia sono una cifra enorme. In rapporto al Pil è come se chiedessero 400 miliardi all’Italia. Che cosa può realmente vendere la Grecia per trovare questa somma?
“Gli asset in teoria, e solo in teoria, sono tantissimi. Ma i problemi sono altri. Faccio un esempio, si è parlato alcuni anni fa della cessione del terreno dell’aeroporto di Atene. Potrebbe avere un valore, ma alla fine non se n’è mai fatto nulla per il blocco dei vari governo Ci sono molto beni immobiliari, ma molti di questi sono difficili da vendere”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 13th, 2015 Riccardo Fucile
CONTRARIA ANCHE LA PRESIDENTE DELLA CAMERA
Dalla festa di piazza alla depressione. In una sola settimana. 
Il premier greco Alexis Tsipras non fa nemmeno in tempo a tornare ad Atene, dopo la nottataccia di Bruxelles, che in patria già gli si scatena il processo per quell’accordo che, dicono nel suo partito e nella sua maggioranza di governo, “non doveva firmare”. Sono almeno 30-35 i deputati di Syriza pronti a votare no in Parlamento al pacchetto di misure imposte dalla Troika, perchè l’intesa di ieri decide anche il ritorno del controllo della Troika sulla crisi greca.
Anche i 13 deputati di Anel, partner di maggioranza sebbene di destra, annunciano il loro voto contrario.
La maggioranza di Tsipras conta su 162 voti: se le cose stanno così, il pacchetto di riforme potrà essere approvato solo con i voti del Pasok, Nea Democratia e To Potami, partiti che hanno già dato il loro via libera al premier.
Ma dopo? Syriza ribolle, il destino di Tsipras come presidente del Consiglio è appeso a un filo, mai così sottile.
Tanto per iniziare, non è affatto detto che il Parlamento ellenico riesca a rispettare al scadenza di mercoledì prossimo, imposta dagli interlocutori europei per l’approvazione delle misure decise in nottata.
Perchè la presidente del Parlamento, Zoe Konstantopoulou, amatissima dalla base di Syriza, non è d’accordo con l’intesa firmata da Tsipras.
Konstantopoulou, 39 anni, soprannome ‘Rambo’, figlia di Nikos (ex presidente del Synaspismos, embrione dell’aggregazione di partiti di sinistra che è Syriza), potrebbe essere la vera spina nel fianco di Alexis, insieme all’ala sinistra di Syriza, s’intende.
Già la settimana scorsa, la presidente, acclamatissima in piazza domenica notte nella festa per la vittoria dei ‘no’ al referendum, ha cercato di ritardare il voto sul mandato per il premier a trattare con Bruxelles.
Mandato che alla fine è passato a larga maggioranza con 251 voti (i deputati sono in tutto 300), ma lei, Zoe, si è astenuta.
E adesso smentisce le voci che la vogliono dimissionaria dalla presidenza.
Tutt’altro: sta pensando ad una ‘mozione di censura’ per ritardare l’approvazione del pacchetto imposto da Bruxelles. Per presentare la mozione servono solo 50 firme.
Se passasse, il governo ellenico non rispetterebbe la scadenza di mercoledì e sarebbe già in difetto con i creditori. Un vero caos.
Ed è questo il primo ostacolo che Tsipras incontra in patria.
Poi c’è il rebus dei numeri in aula, qualora la piattaforma riuscisse ad arrivare al voto. Vassilis Primikiris, ala sinistra di Syriza, prevede “almeno 30-35 defezioni nel partito”.
Cui vanno sommati i 13 di Anel, il partito del ministro della Difesa, Panos Kammenos, alleato di governo di Tsipras, profondamente scontento dell’intesa raggiunta in nottata.
Certo, Tsipras può contare sui 106 voti delle tre forze disponibili a dire sì: Nea Democratia (conservatori, 76 parlamentari), To Potami (liberali, 17 parlamentari) e Pasok (socialisti, 13 parlamentari).
Con i loro voti, l’intesa passerebbe. Ma Alexis potrà restare premier con una maggioranza diversa?
Su questo punto che le diverse anime di Syriza sono paradossalmente d’accordo: no.
Argiris Panagopoulous, che considera l’accordo di Bruxelles “difficile ma da accettare”, è sicuro che, comunque vada in Parlamento, “Syriza non darà i suoi voti per un governo di unità nazionale o tecnico”.
Al limite, ci dice al telefono da Atene, “si può anche pensare ad un governo di minoranza. E se tutto casca, si va al voto a settembre e Tsipras vincerebbe di nuovo perchè Syriza non ha concorrenti sulla scena politica greca: è l’unica forza che ha tentato di combinare qualcosa, gli altri si sono arresi subito ai dictat della Troika.
E ora non hanno voti sufficienti per sostenere un governo tecnico senza Syriza”.
Il che, sulla carta, è vero. Gli unici disponibili ad un’operazione del genere sarebbero i soliti Nea Democratia, To Potami e Pasok: 106 voti, non bastano.
Ma quella di Panagopoulous è la versione soft.
Primikiris invece è fuori di sè dalla rabbia. Non si capacita di come sia potuto accadere. “Mi chiamano tutti e mi chiedono perchè Tsipras ha firmato”, ci dice al telefono.
E prova a darsi una spiegazione: “Non basta dire che avevamo la pistola alla tempia, che abbiamo le banche chiuse con un problema enorme di liquidità . Questo non basta. Abbiamo commesso errori, anche come governo”.
Quindi sbotta: “Non si può andare a trattare senza un piano B. E il nostro piano B era l’uscita dall’Eurozona. Invece Tsipras è partito dal presupposto che bisogna rimanere nell’Eurozona ad ogni costo. Così non poteva andare bene”.
Che è un po’ l’idea di Yanis Varoufakis, l’ex ministro dell’Economia sacrificato sull’altare della trattativa con i creditori la sera stessa del referendum.
Primikiris era d’accordo sull’idea di chiedere a Varoufakis un passo indietro: “Così eliminiamo gli alibi della Merkel”, ci diceva ad Atene all’indomani della consultazione referendaria. Eppure ora è furioso.
“Stanotte a Bruxelles — continua – c’è stato un colpo di stato politico contro la volontà di un intero popolo che solo una settimana fa ha votato ‘no’ con più del 60 per cento dei voti. Così facendo, si è messa in discussione la stessa idea di Europa. Sono 5 anni che provano con la stessa medicina e ancora insistono. Ora ci chiedono anche di svendere un patrimonio di 50 miliardi di euro: significa che dobbiamo svendere anche isole e chiese! Se questa intesa passa, tra un anno la gente non sarà in grado di pagare le tasse. C’è un problema di sovranità popolare che questa Europa non ha rispettato: non lo ha fatto Merkel. Francia e Italia hanno tentato di prendere le distanze ma nè Renzi, nè Hollande hanno la forza di reagire…”.
Il governo Tsipras è appeso ad un filo.
La settimana si annuncia lunghissima: nel weekend si riunisce anche il comitato centrale di Syriza e lì i dissidenti potrebbero aumentare, rispetto ai parlamentari.
Al ritorno da Bruxelles, il premier vede i ministri delle Finanze, Euclid Tsakalotos, il fedelissimo ministro Nikos Pappas, un altro ministro Alekos Flaburaris e il ministro dell’Interno Nikos Voutsis.
Non incontra il ministro dell’Ambiente Panagiotis Lafazanis: il primo ad alzare il cartellino rosso contro l’intesa, sia la scorsa settimana che oggi.
Anche lui come Zoe Konstantopoulou.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 13th, 2015 Riccardo Fucile
NUOVE ELEZIONI IN AUTUNNO… “A CHE SERVE ANDARE A VOTARE SE LA UE CI IMPONE PURE IL PRIMO MINISTRO?”
Dopo il Fmi anche la Germania (come testimonia il quotidiano Bild) esce allo scoperto e chiede il suo pedaggio in questa surreale crisi greca: la testa di Alexis Tsipras.
E’quello lo scalpo che due terzi dei creditori internazionali, più di avanzi primari e rimodulazione di piani, pretendono sul tavolo di un europoker che potrebbe ancora trasformarsi in Grexit.
Governo di unità nazionale ora ed elezioni in autunno, scrive la testata tedesca.
Il passo politico sarebbe, per metà , già compiuto: dentro i centristi di Potami guidati dal giornalista televisivo Stavros Theodorakis, nuovo frontman senza cravatta e protetto dal mondo degli oligarchi ellenici, rimpasto ministeriale con tecnocrati come fatto nel 2011 con Lukas Papademos, uomo Goldman Sachs.
Il tutto per decretare la fine dell’esperienza syrizea, così come hanno lasciato intendere, pochi giorni fa, le parole dell’arcigno Schauble: la moneta più preziosa è la fiducia e Tsipras se l’è giocata.
“Prima hanno fatto fuori il ministro delle Finanze, ora ci impongono persino un cambio di premier: tanto vale non andare più a votare” dice amaramente un funzionario di Syriza.
Il partito è spaccato a metà : da un lato gli integralisti legati al cenacolo culturale di Iskra, guidato dal ministro dell’Economia Panagiotis Lafazanis.
Hanno votato paròn (astensione) l’altro giorno in Aula mentre Varoufakis preferiva il sole di Aegina, spingono per aprire a Oriente piuttosto che sottostare a Occidente, tengono il punto del discorso di Salonicco, ovvero la piattaforma programmatica di Tsipras nel frattempo andata in frantumi.
Dall’altro chi pensava, forse a torto, che sarebbe stato sufficiente piegarsi oltremodo a Berlino per ottenere un altro lasciapassare e andare al terzo memorandum.
Merkel vale Schaeuble, è il ragionamento che solo oggi si fa nella sede di Syriza a Koummoundourou.
Non c’è mai stata una frizione tra i due, “hanno giocato al poliziotto buono e a quello cattivo e oggi la Bild chiarisce tutto”.
“Vogliono distruggerci” certifica a tarda notte il ministro della Difesa Panos Kammenos, che tra l’altro ha il suo bel daffare con le continue provocazioni degli F16 turchi nell’Egeo.
Nelle stesse ore Tsipras faceva il gesto di togliesti la giacca: “Volete anche questa?” ha chiesto alla Troika (che non ha mai smesso di essere tale) attovagliata all’Eurosummit.
Il resto è cronaca spicciola, con l’Aula di Atene in piazza Syntagma presto chiamata a votare in tre giorni le riforme su pensioni, Iva e privatizzazioni per far ripartire il negoziato.
Senza i 30 duri di Syriza, Tsipras dovrà ricorrere ancora ai 100 voti delle opposizioni. Ieri sera il capo del Potami, Theodorakis, ha invocato un governo di unità nazionale dopo aver incontrato Juncker nei giorni scorsi: è il candidato numero uno.
Ha appoggi anche in Francia come il commissario Moscovici, ha candidato nel suo partito intellettuali, storici e giornalisti alla prima esperienza politica, e soprattutto ha alle spalle gli ottimi rapporti con il suo ex editore a Mega Channel, Bobolas.
Ha interessi nell’edilizia, nell’energia, nell’editoria.
Ha fondato il quotidiano Ethnos, la Pegasus Publishing, possiede la piattaforma satellitare Nova e soprattutto il canale televisivo Mega Channel. Bobolas l’ha fondato nell’anno della caduta del Muro di Berlino assieme ai veri re di Grecia: Alafouzos, Tegopulos, Vardinoyannis , Lambrakis.
Fu la prima azienda in Grecia dotata della licenza per operare come stazione televisiva privata, come in Italia Canale 5.
Tsipras, eletto per cambiare il governo socialisti-conservatori, è a un passo dal baratro e sarà costretto a lasciare, anche per suoi errori come la gestione del referendum, il caso Varoufakis e le promesse in campagna elettorale.
Certo, poi ci sarebbe la questione relativa al fondo dove conferire asset ellenici a garanzia degli aiuti: la Grecia può arrivare fino a 17 miliardi, il Fmi ne chiede meno della metà , Germania e Finlandia pretendono 50.
Ma già si scommette che, con un nuovo premier, quelle differenze saranno appianate in un secondo.
Francesco De Palo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 13th, 2015 Riccardo Fucile
“AVEVO UN PIANO DIVERSO DOPO IL NO AL REFERENDUM, MA ALEXIS HA PREFERITO FARE NUOVE CONCESSIONI”
La notte in cui in Piazza Syntagma sventolavano le bandiere del “No”, dopo la vittoria al
referendum, si è consumata la frattura definitiva tra Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis.
È l’ex ministro delle Finanze ellenico, in una intervista a New Statesman, a raccontare il retroscena di quelle ultime ore delicate.
All’origine della rottura tra il premier e il ministro ci sarebbe stata una diversa visione sul da farsi dopo il responso delle urne.
Varoufakis, all’indomani della chiusura forzata delle banche, aveva in mente un piano: mettere in atto tre misure shock per fare pressione sui partner europei.
Una sorta di minaccia simulata di Grexit per convincere i creditori a tornare al tavolo perchè, ha spiegato Varoufakis, “solo rendendo la Grexit possibile avremmo potuto negoziare un accordo migliore”.
Una mossa di rottura non condivisa però da Tsipras e dalla maggioranza di Syriza.
“Emettere i cosiddetti IOU (promesse di pagamento, l’equivalente di buoni di credito ndr), tagliare il rimborso dei bond detenuti dalla Bce, riprendere controllo della Banca di Grecia sottraendolo a quello della Bce”.
Queste, spiega Varoufakis, le tre proposte che la Grecia avrebbe dovuto mettere in atto una volta, tanto più alla luce del no dei cittadini greci.
Le ore immediatamente successive al voto, il gabinetto ristretto di Syriza, riunito per decidere le mosse successive, ha però bocciato 4 a 2 il “piano Varoufakis”.
Una volta sconfitto in quella sede, l’addio al governo è parso così inevitabile.
“Quella notte – rileva l’ex ministro – è stato deciso che il fragoroso No del popolo greco non sarebbe stata la spinta decisiva per il mio piano, ma anzi avrebbe dovuto condurre ulteriori concessioni: l’incontro con gli altri leader politici in cui il nostro primo ministro ha accettato il fatto che qualsiasi fosse stata la posizione dei creditori lui non li avrebbe sfidati. E ciò avrebbe significato cedere, smette di negoziare”.
(da “Huffingtonpost”)
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