Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
L’AUTHORITY ANTICORRUZIONE: “SPESE LIEVITATE OLTRE OGNI LOGICA, PROGETTI CARENTI E NESSUN TRASPARENZA”
Le premesse perchè la faccenda della Metro C di Roma finisse alla procura della Corte dei conti
c’erano tutte.
Non soltanto per una oggettiva questione di numeri: l’aumento dei costi di realizzazione, cresciuti di ben 692 milioni passando da 3 miliardi 47 milioni 424 mila a 3 miliardi 739 milioni 863 mila euro.
Ma soprattutto per il modo in cui è successo.
Progettazione carente: l’affidamento dei lavori è avvenuto sulla base della progettazione definitiva solo per le tratte più semplici, mentre per quelle del centro storico c’erano solo i progetti preliminari.
Soprattutto, indagini archeologiche assolutamente superficiali, che però non hanno impedito l’avvio di un appalto sempre più caro man mano che venivano a galla le sorprese.
Quindi una cifra astronomica di varianti in corso d’opera (quarantacinque).
Per non parlare di un contenzioso infernale costellato di decisioni e arbitrati per lo meno discutibili.
Questo è il referto finale dell’Autorità anticorruzione, tale da certificare anche il clamoroso e definitivo fallimento della legge obiettivo, che avrebbe dovuto garantire tempi e costi certi con l’istituzione della figura del cosiddetto general contractor.
I dubbi sull’appalto
E le premesse c’erano già dallo scorso novembre. Bastava leggere la prima delibera dell’authority presieduta da Raffaele Cantone, innescata dagli esposti del consigliere comunale di Roma Riccardo Magi e dell’ingegnere Antonio Tamburrino e da alcuni articoli, che aveva già spiattellato tutte le presunte magagne.
Nè le controdeduzioni presentate da Roma Metropolitane, la società del Comune che funge da stazione appaltante e dal consorzio Metro C che sta realizzando l’opera, hanno fatto evidentemente cambiare idea ai commissari dell’Anac.
Che nella relazione conclusiva, pubblicata venerdì sera, sono andati se possibile ancora più pesanti.
E le 44 pagine del loro rapporto hanno preso la via della Corte dei conti, dove il procuratore generale Salvatore Nottola le passerà ai raggi x.
Nel dossier firmato da Cantone si arriva perfino a esprimere perplessità sulla stessa continuità dell’appalto aggiudicato nel 2006 a un raggruppamento composto da Astaldi, Vianini lavori gruppo Caltagirone, il consorzio Cooperative costruzioni e l’Ansaldo Finmeccanica. Si capisce chiaramente dal richiamo ai «soggetti coinvolti ad assumere ponderate decisioni circa il prosieguo dell’opera, atteso che per la tratta T2 (quella che dovrebbe attraversare il centro storico di Roma, ndr) allo stato di fatto sono ancora concretamente da valutare tempi e costi di esecuzione nonchè la stessa possibilità di realizzazione».
Le istruttorie superficiali
La consegna della tratta in questione, secondo il programma originario, era prevista per il 21 giugno 2015: due settimane fa.
Sapevano benissimo tutti quanti, sostiene l’authority, ciò a cui andavano incontro. Sapevano che era impossibile non dover fare i conti con i problemi archeologici, e che quindi i ritrovamenti non potevano essere considerati come eventi di forza maggiore, bensì «circostanze insite nelle attività rimesse al contraente generale», il consorzio Metro C.
Ciò nonostante, insiste il rapporto, le indagini preventive sono state superficiali.
«Appare del tutto evidente», c’è scritto, «come ciò abbia determinato una notevole aleatorietà delle soluzioni progettuali da adottare nella fase di esecuzione e, ad appalto già in corso di esecuzione, rilevanti modifiche rispetto alle previsioni contrattuali, in particolare l’effetto della nuova tipologia esecutiva delle stazioni» che ha fatto lievitare nel tratto T3 un aumento dei costi superiore al 60 per cento.
Basta dire che la scelta iniziale, quella della grande galleria larga 10 metri, è stata subito messa in discussione.
I costi record di un’opera inutile
Ancora: «Pur prendendo atto di indubbie difficoltà operative, la pressochè totale assenza di indagini preventive all’appalto, per una parte così ampia del tracciato, non appare coerente con i principi di trasparenza e di efficienza che debbono connotare l’operato della stazione appaltante, per assicurare la certezza dell’oggetto contrattuale, dei costi e dei tempi dei realizzazione».
Il fatto è, continua il rapporto, che «alla luce dell’ampiezza dell’intervento e delle suddette carenze di indagini preventive, si sarebbe dovuta valutare con maggiore attenzione la decisione di procedere ad un appalto unico; dall’evoluzione dell’appalto sembra potersi dedurre che sarebbe stato opportuno verificare anche la fattibilità , in termini di attendibilità dei costi e dei tempi, della realizzazione dell’opera mediante lotti distinti, per i quali procedere ad accurate indagini prima di sviluppare la progettazione definitiva».
Tanto più che la questione archeologica è decisiva per le tratte del centro storico, dov’è in discussione anche la realizzabilità delle uscite superstiti, dopo che è già stata cancellata quella di piazza Argentina mentre pure quella della Chiesa nuova è ormai data per defunta: ed è chiaro che una metropolitana senza stazioni non serve a nulla.
Per giunta, andando avanti di questo passo, sarebbe l’opera pubblica inutile più costosa mai realizzata nel dopoguerra.
Gli oneri pagati due volte
Ma nel dossier pubblicato venerdì l’Anac tira in ballo anche i 65 milioni riconosciuti da Roma Metropolitane, al general contractor Metro C come «oneri inerenti» la stessa funzione di general contractor.
Denari che secondo l’authority erano già compresi contrattualmente, ma che sono diventati ugualmente oggetto di un singolare arbitrato.
Al termine del quale quegli oneri sono stati riconosciuti non soltanto per il passato, ma anche per il futuro.
Tanto per non venir meno alla regola che la parte pubblica negli arbitrati è sempre destinata a soccombere.
Il rapporto non risparmia neppure le modifiche introdotte, stavolta in sede contrattuale, che sono andate tutte a vantaggio del consorzio, al quale è stato concesso di ridurre dal 20 al 2 per cento gli oneri di prefinanziamento dell’opera a suo carico, oltre a «una riprogrammazione delle attività con anticipazione di opere apparentemente meno complesse di contro a una, di fatto, mancata accelerazione delle attività di competenza di Metro C».
E non manca di sottolineare la circostanza che le valutazioni dei soggetti deputati a esaminare fondatezza, ammissibilità e quantificazione economica delle riserve che hanno contribuito a far esplodere i costi non sempre siano state così attente e rigorose…
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
LA MERCIFICAZIONE DEL NOSTRO PATRIMONIO CULTURALE
Un amico newyorchese mi manda questa fotografia, chiedendomi cosa sia successo all’Italia. Questo amico ama moltissimo Eataly, e ci va spesso «to buy some of their fantastic produce, mortadella and fresh mozzarella».
Ma certo non si aspettava di trovare, nel settore dedicato alla pasta, una statua del secondo Quattrocento proveniente dal Duomo di Milano, buttata nel mezzo della sala dentro una scatola di plexiglass.
In effetti questa fotografia illustra la mercificazione del patrimonio culturale italiano meglio di un intero volume dedicato all’argomento.
Perchè la preziosa opera d’arte di un museo italiano deve decorare il negozio di un privato?
Ed è opportuno che un’opera d’arte del passato (per giunta di soggetto sacro) venga estratta da un museo per essere straniantemente inscatolata in mezzo alla pasta e alla mortadella?
Domande retoriche, visto che la mostra Tesoro d’Italia (sempre di Farinetti, all’Expo) replica questo modello su vastissima scala, mescolando capolavori dei musei pubblici a opere private, e addirittura a opere in vendita.
Poco cambia se quella statua è in realtà una copia eseguita nel 1962 (l’originale del XV secolo è da allora nel Museo del Duomo), perchè oggi lo stesso negozio ospita quattro pezzi originali del Duomo di Milano: tre doccioni autentici del XV secolo e una guglia del Seicento, in un inestricabile miscuglio di feticci e riproduzioni.
Molti pensano che questo sia un modo per avvicinare «la gente» all’«arte».
Io credo che sia solo un modo per piegare il patrimonio artistico bene comune agli interessi commerciali dei nuovi padroni del vapore.
Padroni a cui quelle opere d’arte interessano solo come strumenti del proprio marketing: presentando questi incredibili prestiti, Oscar Farinetti parlò di una statua di Santa Lucia incinta, fraintendendo, fantozzescamente, la veste tardogotica allacciata sotto il seno, e ignorando evidentemente tutto della storia della vergine siracusana in generale, e di questa statua in particolare.
Naturalmente non è questo il punto: ma dovrebbe far riflettere il fatto che chi parla continuamente di bellezza non ha in realtà la minima idea di quella bellezza.
Lo sfruttamento dell’arte da parte dei potenti di turno è una storia antica, ma la Costituzione italiana aveva messo le premesse di un futuro diverso, indicando un uso dell’arte del passato che fosse indirizzato verso la conoscenza, l’uguaglianza, il pieno sviluppo della persona umana.
Ma era un’altra Italia.
Oggi, anche agli occhi di un newyorkese è evidente che Eataly si è mangiata Italy.
(da “la Repubblica“)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE DI VAROUFAKIS: “IL PIANO DELLA UE CUI LA GRECIA E’ STATA SOTTOPOSTA DAL 2010 HA SOLO CAUSATO UN CALO DEL 25% DEL PIL, UNA RICETTA FALLIMENTARE UTILE SOLO ALLE BANCHE TEDESCHE E FRANCESI”
E’ stato l’ombra e il fedele consigliere di uno dei protagonisti della crisi greca, il ministro delle
Finanze Yanis Varoufakis.
Lo ha seguito dappertutto in questi quattro mesi. E a poche ore dal referendum che può segnare il destino dell’Eurozona, è ancora ad Atene, al ministero delle Finanze, in compagnia del ministro greco. James Galbraith, docente all’università di Austin ha tutte le doti tipiche di un consigliere, tranne una: la diplomazia.
E a meno di 24 ore dal voto usa parole durissime nei confronti dei nemici di Atene.
Uno schieramento in cui Galbraith arruola anche il nostro presidente del Consiglio. “Ci ha delusi, è stata una follia la sua presa di posizione di lunedì”, dice Galbraith riferendosi al tweet in cui il premier spiegava che un no avrebbe voluto dire scegliere di uscire dall’euro, come avevano suggerito anche altre Istituzioni europee:
“Una minaccia vergognosa”, accusa Galbraith, “che Renzi ha deciso di sposare”
Professore, torniamo indietro un attimo, osservando da fuori è sembrato che in questi questo mesi di trattative il negoziato abbia cominciato a muoversi veramente soltanto all’inizio di giugno. Come se nelle settimane precedenti le proposte di Atene non fossero mai state prese sul serio. E’ così?
“Non penso. Ci sono state discussioni intense fin dall’inizio. Il problema è che le posizioni dei creditori sono rimaste immutate fino alla fine di giugno, quando il programma era in scadenza. Un programma che di fatto era stato rigettato dal popolo greco con le elezioni di gennaio. Per il nuovo governo, proseguire lungo quella linea era inaccettabile, ma le Istituzioni hanno deciso di mantenerla comunque fino alla fine. L’esecutivo di Tsipras è arrivato a questo punto perchè ha capito che da parte dei creditori non era stata fatta nessuna sostanziale concessione alla Grecia. L’obiettivo era respingere in toto la politica del suo governo”.
Eppure questo scenario sembra una sconfitta per tutti. Crede che ci siano stati errori nel negoziato da entrambe le parti?
“L’errore principale è stato commesso nel 2010, quando invece di ristrutturare e cancellare un debito chiaramente insostenibile è stato coinvolto il Fondo Monetario con l’obiettivo i salvare i creditori privati, specialmente le banche francesi e tedesche. Il secondo catastrofico errore è stata la previsione che la ricetta messa a punto per la Grecia avrebbe portato a una ripresa, quando invece ha causato un calo del 25% del Pil negli anni della crisi. Anche il programma di acquisto di titoli SMP da parte della Bce è stato uno sbaglio e la lista potrebbe ancora continuare”.
Qui si parla però degli anni passati. Rispetto a questi quattro mesi Grecia e creditori hanno qualcosa da rimproverarsi?
“Direi che il governo greco ha negoziato in buona fede e con dignità . Forse è stato difficile capire per tempo quanto sarebbero stati intransigenti i creditori, ma non mi sento di biasimare Tsipras per questo, perchè serve tempo per capire su cosa si può veramente trattare”.
E i creditori?
“Hanno semplicemente immaginato che il governo greco alla fine avrebbe ceduto su tutta la linea. Sono abituati a dare per scontato che ogni nuovo governo che va al potere alzi la voce in Europa ma poi alla fine finisca per allinearsi, come ha fatto il governo francese di Franà§ois Hollande. Hanno scoperto che il governo era diverso e non era disposto a cedere e per questo si sono spazientiti ed esasperati”.
Crede che il governo greco si aspettasse un maggiore supporto da parte dei Paesi socialisti in Europa, compreso il nostro?
“Come si ricorda, all’inizio del suo mandato Yanis Varoufakis ha fatto un tour in Europa per incontrare i ministri dei governi di Centrosinistra. Ma da quei momenti e dai primi incontri con i ministri dell’Eurozona è parso subito chiaro che non ci potevano essere illusioni da parte del governo greco. C’era un fronte all’interno dell’Eurogruppo, con la Spagna il Portpgallo e l’Irlanda in testa, che ha fatto fin da subito capire che per loro Syriza era un pericolo, perchè avrebbe spinto i partiti di sinistra in vista delle prossime elezioni.
E riguardo all’Italia ?
Tutti i partiti socialisti europei, incluso il Pd, hanno guardato con sospetto a Tsipras fin dall’inizio. Il motivo è semplice, sono affiliati con una forza, il Pasok, che è stato praticamente cancellato proprio da Syriza.
Insomma non esiste un alleato in Europa per Syriza
“Se vincerà in Spagna, Podemos. E se ciò accadesse penso che questo possa portare a un cambio di atteggiamento anche da parte del governo italiano”.
In che senso?
Devo dire che una delle cose che ha maggiormente deluso me e molte persone qui in Grecia è stata la presa di posizione di Matteo Renzi lunedì. Ha sposato quella vergognosa minaccia lanciata dall’Europa, per cui se i greci avessero votato no avrebbero scelto l’addio all’euro. Non avrebbe dovuto farlo. Una posizione del genere, così dura, poteva prenderla la Germania, ma non un Paese come l’Italia che sta ancora affrontando una crisi. E non è finita, secondo Bloomberg, i ministri delle Finanze europei sarebbero d’accordo su un sostegno alla Grecia anche in caso di no. Hanno capito che i costi di un’uscita dei Atene dall’ euro sarebbero enormi e maggiori di quelli da sostenere per mantenerla dentro. In altre parole hanno sgonfiato la minaccia fatta da Renzi lunedì e ha reso il suo posizione veramente assurda, folle”.
Pensa che Tsipras si aspettasse una tale radicalizzazione delle posizioni europee?
“Non so cosa Tsipras avesse in testa all’inizio, ma so che Varoufakis non ha mai avuto grandi illusioni. Anche nei vertici europei, i colleghi si sono dimostrati gentili, anche Schaeubele nelle conversazioni private, ma fin da subito si sono dimostrati molto chiari sul fatto che non sarebbero stati in grado di offrire qualcosa di sostanzialmente diverso da quanto previsto dal memorandum”.
Poniamo per ipotesi che vinca il sì. Pensa che Tsipras si dimetterà ? E’ possibile che, una volta che questo fosse il mandato del popolo greco, il premier decida di sottoscrivere un accordo contro cui si è deliberatamente schierato?
“Lo scopriremo la domenica sera, ma penso che sia molto difficile che Alexis accetti questa resa, cioè accetti di portare avanti questo programma. Peraltro lo stesso Varoufakis ha detto pubblicamente che si dimetterà in caso di sì”.
Lei è un amico stretto di Yanis Varoufakis. In questi mesi è stato spesso al centro di molte polemiche per la sua sovraesposizione mediatica. E’ sempre stato rappresentato come un uomo molto sicuro di sè. Ora la Grecia è al bivio, come sta vivendo questa responsabilità così forte?
“Yanis è un uomo molto riflessivo. Sarebbe ingiusto fare una valutazione su di lui solo basandosi sulle apparizioni Tv, perchè quelle rappresentano solo una parte del personaggio”.
Ma sono stati mesi molto duri. All’Eurogruppo di Riga ad esempio, alla fine di aprile, quando secondo alcune indiscrezioni venne definito un”dilettante”.
Crede abbia mai pensato di dimettersi?
“Sì, credo ci siano stati dei momenti. Ma so per certo che non al vertice di Riga. Yanis ha registrato quell’incontro e quelle cose non sono mai state dette, le dichiarazioni circolate dopo sono assolutamente false. Il punto è che Yanis rappresentava una minaccia politica, siccome non c’erano riposte politiche da contrapporgli, hanno provato a screditarlo, spostando la questione sul piano personale”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
UN PAESE DIVISO PER UN FUTURO INCERTO
Il sondaggio non è scientifico, il campione non è rappresentativo. Ma a fare su e giù tra le due piazze che hanno chiuso la campagna per il referendum di domani, sembra in vantaggio il no.
Il conteggio ufficiale della polizia parla di 25 mila persone per il no e 17 mila per il sì. I sondaggi danno le due posizioni molto più vicine, per alcuni sarebbe in vantaggio il sì. Ma non tutti li considerano affidabili.
In ogni caso poco cambia se quel nuovo piano di aiuti in cambio di riforme sui cui 8 milioni di greci dovranno votare è stato nel frattempo modificato e pure ritirato.
Più che un referendum, quello di domani è un voto di fiducia al governo di Alexis Tsipras.
Il movimento del sì, l’opposizione al governo, ha scelto la piazza davanti allo Stadio Kallimarmaro, quello tutto di marmo delle prime olimpiadi moderne, quello stretto e aperto su un lato dove si chiuse la maratona dei Giochi 2004.
La gente comincia ad arrivare proprio mentre arriva la notizia che il Consiglio di Stato ha bocciato il ricorso presentato contro il referendum. Domani si vota, nessuna sorpresa all’ultimo chilometro.
Anatolios Andreadis ha una bandierina dell’Europa in mano e la nonna sotto braccio: «Siamo venuti insieme – dice lui, studente universitario di economia – per far vedere che giovani e vecchi sono d’accordo: senza l’Europa staremmo peggio ancora».
La musica non sembra proprio omogenea: prima una rumba poi addirittura Manu Chao. Si stupisce anche Todoros Vlachos, poliziotto in pensione che però si butta subito su quello che sembra il suo argomento preferito: «Io ho sempre votato a sinistra ma Tsipras non è di sinistra. È solo un bugiardo che promette cose che non può mantenere».
Palloncini azzurri, gente vestita bene, signore anche eleganti.
Qui è tutto abbastanza ordinato. Per distribuire gli adesivi ci sono anche i banchetti, poltroncine blu con bordo dorato. «Qui si viene per rimanere nell’euro», spiega la signorina ripetendo le parole che l’ex primo ministro Antonis Samaras ha detto poco prima alla tv.
Piazza Syntagma, quella del no e a favore di Tsipras, è dall’altra parte del Giardino nazionale.
Il cancello è chiuso da oggi pomeriggio per motivi di sicurezza. Bisogna fare il giro e passare davanti al palazzo presidenziale, quello con il famoso cambio della guardia con la pantofola a pon pon che oggi non si filano nemmeno i turisti.
Giri l’angolo ed ecco un cartellone scritto in tedesco, per essere sicuri che arrivi al mittente: «Schà¤uble traditore, vai all’inferno».
Dal palco si fanno i nomi di «Merkel, Draghi, Lagarde e Juncker» che sono «contro la democrazia e davanti a questo voto si stanno innervosendo».
Applausi della folla. Sulla sinistra del palco c’è anche una bandiera italiana ma la ragazza bionda che la sventola non vuole parlare.
Georgos Petropoulos, disoccupato, tiene in mano un manifesto che qui va fortissimo: una vecchia dracma che spacca a metà una moneta da due euro. «Facevo il muratore – racconta – non lavoro da due anni. Cosa me lo tengo a fare l’euro se poi muoio di fame?».
Giù in fondo alla piazza, verso via Ermou, sale il fumo dei lacrimogeni: gli anarchici hanno ottenuto quello che volevano, uno scontro con la polizia, di quelli come si deve. Dura poco, per fortuna.
Adesso tocca a Tsipras chiudere la giornata: «Oggi festeggiamo la vittoria della democrazia che ritorna in Europa. Siamo già vincitori, perchè tutti gli occhi dell’Europa sono puntati sul popolo greco». Boato della folla.
«Con il referendum non decidiamo semplicemente di stare in Europa, decidiamo di stare in Europa con dignità ». Altro boato.
La macchina di Syriza sarà pure riuscita a mobilitare il suo popolo, mentre il fronte del sì è più sfrangiato, scende in piazza con meno facilità e comunque con una «temperatura» diversa.
Ma l’impressione è che mentre davanti allo stadio e sotto le bandiere dell’Europa ci fossero i ricchi, qui a sentire Tsipras ci siano soprattutto i poveri.
Statisticamente i poveri sono di più.
E dopo cinque anni di crisi, con un greco su quattro senza lavoro e gli stipendi scesi di un terzo, sono sempre di più.
Lorenzo Salvia
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
ALLO IAMB DI BARI (IN DOPPIA VESTE DI GIUDICE E PREMIATO NELLE GARE PER IL PIANO DI SVILUPPO SOSTENIBILE DA ESPORRE A PADIGLIONE ITALIA) ASSEGNATI I LAVORI A CHIAMATA DIRETTA
Un contratto da 1,3 milioni di euro assegnato senza gara. 
Per Expo la storia si ripete.
Oscar Farinetti non è l’unico a essersi assicurato un appalto senza confrontarsi con altri concorrenti.
Lo stesso beneficio è toccato anche al Politecnico di Milano e all’Istituto agronomico mediterraneo di Bari (Iamb), interessato di recente dalle indagini sulla Xylella fastidiosa, il batterio che ha colpito gli ulivi del Salento.
Ai due enti sono state infatti affidate l’ideazione e la gestione di Feeding knowledge, uno dei progetti finalizzati a riempire di contenuti lo slogan “nutrire il pianeta, energia per la vita”.
Tutto regolare? Qualche dubbio viene, a vedere la parsimonia con cui i soggetti coinvolti forniscono informazioni sui dettagli economici dell’accordo.
Partiamo però dal progetto.
Iamb e Politecnico hanno lavorato alla raccolta e alla divulgazione delle ‘best practice’ sviluppate in giro per il mondo in ambito di sicurezza alimentare.
In tutto ne sono state individuate più di 700, poi messe a gara per scegliere quelle migliori da esporre al Padiglione Zero, uno degli spazi più importanti del sito di Milano-Rho. Come già raccontato da ilfattoquotidiano.it, la gara ha avuto come protagonista indiscusso lo stesso Iamb, che non si è limitato a svolgere il ruolo di organizzatore, ma è stato anche arbitro e giocatore.
Ben sei membri sui 18 della commissione di pre-valutazione provenivano infatti dallo Iamb e dal Ciheam, l’organismo intergovernativo di cui lo Iamb è la struttura operativa italiana.
Sui 18 progetti vincitori, inoltre, tre avevano come promotore o partner lo Iamb, che in tutto ne ha presentati una trentina.
Un conflitto di interessi che ha portato una delle aziende escluse dalla premiazione, la pugliese Emitech, a presentare una denuncia in procura a Milano.
A questo aspetto se ne aggiunge un altro: l’affidamento dei lavori a Iamb e Politecnico è avvenuto senza alcun bando pubblico.
Eppure l’importo è piuttosto consistente: 1,3 milioni di euro. Un numero a cui ilfattoquotidiano.it è arrivato con una certa fatica.
Inutile infatti chiedere il valore del contratto a Iamb e Politecnico. Cosimo Lacirignola, segretario generale del Ciheam, l’ha buttata sul “rispetto istituzionale verso Expo.
Sono loro a dover dare questa informazione. Alla cifra che le daranno, aggiunga un 20%, la quota di cofinanziamento che spetta a noi”.
Parole a cui è seguita poche ore dopo un’email dell’ufficio stampa del Ciheam, che invece rivolgeva il proprio rispetto “nei confronti dell’autorità giudiziaria”, in virtù “della (da lei riferita) tendenza di indagini da parte dei ‘pm di Milano’”.
Analoghe le argomentazioni usate come schermo dal Politecnico: “La risposta dovrebbe darla Expo. O in seconda battuta lo Iamb, visto che il nostro ruolo è stato defilato”.
Una risposta, alla fine, Expo l’ha data. Dopo un po’ di insistenza, però. E dopo una prima nota che ometteva qualsiasi riferimento ai dettagli economici del contratto.
Ma come mai un progetto da 1,3 milioni di euro è stato affidato senza gara?
“L’accordo in questione è un contratto di ricerca a rimborso costi”, risponde la società di Giuseppe Sala, sostenendo che tale tipologia è esclusa dall’applicazione del Codice dei contratti pubblici.
Per giustificare la scelta, Feeding knowledge viene definito “un programma di ricerca, finalizzato a creare gli strumenti tecnologici e cognitivi che consentano di migliorare l’accesso e lo sviluppo delle conoscenze per la ricerca e l’innovazione nell’ambito della sicurezza alimentare”.
Sarà . Ma dal Politecnico fanno sapere di essersi limitati allo sviluppo della piattaforma informatica che fa da contenitore alle best practice, un lavoro di “consulenza tecnica”.
E perchè anche quella dello Iamb non è stata considerata una consulenza?
La domanda rimane aperta, con una sola certezza: di bandi pubblici non ce ne sono stati. E non vale come giustificazione il fatto che Iamb e Politecnico non siano aziende private. Nei mesi scorsi infatti l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone ha vietato ad Arexpo, la società proprietaria delle aree Expo, di affidare all’università degli Studi di Milano e allo stesso Politecnico una consulenza sul destino del sito a esposizione conclusa, imponendo la pubblicazione di un bando da 90mila euro.
Nel caso di Feeding knowledge il valore del contratto è pure ben più consistente.
L’Anac però fa sapere di non poter entrare nel merito della questione, dal momento che l’accordo è stato siglato a luglio 2012.
Prima cioè che il governo incaricasse Cantone di vigilare sugli appalti di Expo.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
LA SUA POSIZIONE AL VAGLIO DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI
“Lascio il governo a testa alta”. Il 20 marzo scorso Maurizio Lupi annunciò alla Camera le dimissioni da ministro delle Infrastrutture rivendicando di non essere indagato: “Dopo due anni di indagini i pm non hanno ravvisato nulla nella mia condotta da perseguire”.
A travolgere Lupi era stato soprattutto il Rolex regalato al figlio da Stefano Perotti, l’ingegnere arrestato con Ercole Incalza dalla procura di Firenze.
Ma le parole di Lupi erano viziate da un vago eccesso di ottimismo.
Lupi infatti risulta indagato per abuso d’ufficio, e la sua posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri di Roma.
Nel mirino c’è dunque un reato ministeriale.
La vicenda è ben riassunta dalla lista degli altri indagati. Giacomo Aiello è stato fino al 20 marzo scorso capo di gabinetto di Lupi al ministero. Roberto Linetti è il Provveditore alle Opere pubbliche di Lazio, Abruzzo e Sardegna.
Ci sono poi due imprenditori delle costruzioni, Lupo Rocco, titolare dell’omonima impresa con sede a Gaeta, e Francesco Bachetoni, titolare della Inteco di Roma.
L’ipotesi è dunque che il ministro delle Infrastrutture abbia commesso un abuso d’ufficio in concorso con due dirigenti e due appaltatori.
L’inchiesta parte dalla complessa vicenda dell’ex Provveditore del Lazio Donato Carlea, nominato a settembre 2010 dall’allora ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli al posto di Giovanni Guglielmi.
Quest’ultimo, oggi direttore generale per l’edilizia statale nonostante i diversi procedimenti penali a suo carico, aveva lasciato in eredità a Carlea la grana della ristrutturazione della Questura dell’Aquila, danneggiata dal terremoto del 2009.
I lavori erano stati affidati con procedura “fiduciaria” a un raggruppamento di imprese composto da Lupo Rocco e Inteco, per un importo di 3 milioni di euro.
Nel giro di poche settimane l’appalto si era gonfiato fino a 18,5 milioni, provocando la reazione della Corte dei Conti che sollevò corpose obiezioni di legittimità .
Per quella vicenda Guglielmi e altri sono stati indagati nel 2011.
Fu Carlea, appena subentrato, a bloccare l’appalto e a fare rapidamente una nuova gara, aggiudicata al prezzo di 5,4 milioni.
A testimonianza del clima val la pena ricordare un articolo pubblicato su Repubblica da un giornalista esperto come Alberto Statera a fine 2010, nelle more della seconda gara: “Vogliamo fare una scommessa? La garetta riparatrice sarà vinta dalla stessa Inteco, che magari è un’ottima impresa corretta e timorata. Ma la parabola della questura dell’Aquila rivela i danni delle procedure emergenziali introdotte dalla coppia Balducci-Bertolaso, con il fattivo sostegno della presidenza del Consiglio e segnatamente del supersottosegretario Gianni Letta”.
La maliziosa scommessa di Statera è stata persa, così come l’Inteco ha perso l’affare.
Carlea ha raccolto un centinaio di offerte per il lavoro e l’ha aggiudicato a un’altra impresa.
A fine 2011 Lupo Rocco e Bachetoni hanno cercato di rifarsi partecipando alla gara bandita dal Provveditore per le opere pubbliche di Firenze per il restauro dell’ex caserma De Laugier, e hanno avuto successo.
A febbraio 2013 il Provveditore, Roberto Linetti, cresciuto al provveditorato di Roma nella squadra di Angelo Balducci, in seguito onnipotente dominus della cosiddetta “cricca”, ha aggiudicato alle due imprese un appalto da 12,8 milioni.
A settembre 2013 Lupi e Aiello hanno deciso di far fuori Carlea, che pure rivendicava importanti risultati soprattutto nella ricostruzione dell’Aquila.
Tanto che il suo siluramento provocò la protesta del sindaco del capoluogo abruzzese, Massimo Cialente.
Lo stesso Carlea apostrofò senza mezzi termini Lupi e Aiello: “Quella che voi chiamate rotazione è invece una restaurazione”.
Al posto di Carlea è stato nominato Linetti, oggi indagato con Lupi, Aiello e i due imprenditori.
In seguito si è aperto uno scontro senza esclusione di colpi tra Carlea e i vertici del ministero.
Il primo ha denunciato con un certo vigore l’andazzo incline alla corruzione che vigeva alle Infrastrutture. Lupi e Aiello per tutta risposta lo hanno sospeso dall’incarico di Provveditore della Campania verso il quale lo avevano dirottato.
Mesi prima dell’arresto di Ercole Incalza, l’uomo forte del ministero che ha trascinato nella sua disgrazia anche Lupi, Carlea ha scritto al presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone che, a fronte della sua sospensione, “all’interno del ministero che Lupi e Aiello stanno distruggendo ci sono decine di casi di gente, dirigenti generali e non, che hanno in corso procedimenti penali per reati gravissimi”.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
LUI DISOCCUPATO E’ MORTO, LEI IN FIN DI VITA… DOV’ERANO LE STRUTTURE SOCIALI DI MARONI? IMPEGNATE A TROVARE UN POSTO ALLE SUE EX SEGRETARIE?
Le tapparelle al civico 40 di via Cavour a Nuvolento sono rimaste abbassate per tutta la sera,
sigillate per non fare entrare neppure la minima traccia di luce.
Al buio, con il solo chiarore delle abat jour alle 22, sono risuonati due colpi sordi di pistola che hanno infranto il silenzio della via.
Sul tavolo in cucina, la lettera dello sfratto esecutivo.
Sui comodini i biglietti d’addio scritti in bella grafia destinati ai parenti e agli amici. Una coppia, lei di 59 anni e lui di otto anni più giovane, ha scelto di farla finita insieme, come insieme avevano affrontato le strettoie sempre più anguste delle difficoltà economiche.
Lui, ex guardia giurata, da mesi viveva nel dramma dell’indigenza a causa della disoccupazione.
Lei lo sosteneva come poteva dopo aver accudito l’anziana suocera morta di recente che, con la sua pensione, aveva tamponato i problemi economici della coppia.
Senza quel supporto, la situazione è precipitata rapidamente fino allo sfratto per insolvenza. A quel punto è iniziato il conto alla rovescia verso il dramma familiare. L’uomo ha puntato la pistola contro di sè esplodendo un colpo che gli ha fermato il cuore all’istante.
Poi è toccato a lei impugnare l’arma puntandosela alla testa: ma il proiettile non l’ha uccisa.
La 59enne è ora in fin di vita al Civile di Brescia.
I primi soccorritori li hanno trovati uno vicino all’altra, teneramente distesi sul letto con la mano nella mano.
E così se li ricordano i vicini che ogni giorno li incrociavano per strada insieme al loro piccolo cane, rimasto a vegliare i padroni dopo la tragedia.
Proprio ieri mattina intorno alle 6, l’ex guardia giurata è stata vista da un vicino di casa con il cane al guinzaglio: ha percorso in maniera calma e placida la strada che divide la sua abitazione da un parco.
Seduto sulla panchina è rimasto diversi minuti a pensare, lo sguardo perso nel vuoto dell’angoscia, fino a quando il sole si è alzato alto e la disperazione per i debiti è diventata insopportabile.
Forse a quel punto, con la consapevolezza di non avere alternativa ha parlato con la compagna della sua vita ed hanno pianificato l’addio.
Tornato a casa ha pulito accuratamente la pistola, regolarmente detenuta, caricandola con il colpo in canna.
«Sapevo che aveva quella pistola», si è disperata la sorella rimasta sull’uscio di casa quasi ad aspettare il ritorno della coppia. «Sapevo che aveva quell’arma e forse avrei dovuto avvertire qualcuno».
«Le prime persone che ho conosciuto quando sono arrivato a dicembre sono stati loro», ha raccontato il vicino che vive nell’appartamento al piano superiore rispetto a quello teatro della tragedia.
«Sapevo che lui non lavorava da tempo ma pareva comunque sereno, molto legato alla moglie, avevano chiesto aiuto alla Caritas ma in un momento difficile come stiamo vivendo tutti non mi sembrava una cosa preoccupante».
Ai carabinieri il compito di ricostruire il dramma.
Giuseppe Spatola
(da “Brescia Oggi”)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
INTERCETTAZIONI: A POLANCO, DE VIVO & C NON BASTANO DENARO E REGALI E ORGANIZZANO UNA PROTESTA DI GRUPPO
Silvio lo sapeva,di essere nelle mani delle ragazze che hanno partecipato alle “cene eleganti”.
Chiedevano soldi, auto, case, regali, facendo capire che altrimenti erano pronte ad andare a denunciare tutto.
“Vado dalla Boccassini” era diventata una minaccia ricorrente,traleospitidellecenedi Arcore.
Per mesi c’è stata la “paghetta” mensile, accreditata in banca. Poi, in previsione dell’inchiesta Ruby Ter sulla corruzione di testimoni, è arrivata a tutte la lettera di “dimissioni” da bancomat e la liquidazione.
Tutto finito? No.
L’appetito continua, le ragazze vogliono essere a posto per la vita.
Riprendono le telefonate all’ingegner Spinelli. E le richieste a “Papi”.
A un certo punto si organizzano su una chat di WhatsApp e discutono di inscenare una protesta collettiva: tutte insieme ad Arcore a batter cassa.
L’imperativo per tutte: chiamare Spinelli, fin dalle 6, perchè “il mattino ha l’oro in bocca”.
Marysthell Polanco scrive chiaramente a Niccolò Ghedini, l’avvocato di Silvio: “Dirò tutto come sta,ho le prove, non si può essere così bastardi ci tiene alla politica? Ok oggi sono nella merda ma andremo tutti nella merda”.
Barbara Guerra annuncia di andare a buttare giù il cancello di Arcore per prendersi un’auto richiesta a Spinelli: “Domani butto giù il cancello di Arcore comunque, vado a rubargli una macchina al vecchio”, dice all’amica Ioana Visan.
Poi si lamenta: “Ho appena richiamato Arcore e mi sono incazzata che io sono la p…sono a 35 anni zitella perchè la p… del presidente non la vuole più nessuno… mi sono incazzata come una bestia”.
A febbraio 2014 ribadisce a Spinelli il concetto: “Io andrò con il mio legale in questura se non mi risolve i problemi che lui mi ha arrecato! Non ho ricevuto nulla. Ho urgenza per la vettura ragioniere. Grazie”.
Altre otto ragazze, in una chat estratta dal cellulare di Lisney Barizonte, organizzano la protesta.
“L’estrazione effettuata dal cellulare della Barizonte — è scritto negli atti — conta 323 messaggi che hanno come scopo lo stabilire una strategia comune per ottenere vantaggi dalle vicende giudiziarie che coinvolgono le partecipanti e organizzarsi per andare ad Arcore e presentare queste istanze”.
È il 12 settembre 2014.
L’appuntamento è per “lunedi 22 settembre a Milano 2 alle 15 in via Olgettina 65,dove è cominciato tutto. Vestite comodo perchè faremo anche la notte se sarà necessario”.
Ognuna offre la disponibilità in base ai propri impegni: “Domani sono carica”, “Anch’io”. “Bomba, getto una bomba”.
Alle 2 meno un quarto si danno la buona notte e alle 8 e un quarto di mattina già il primo messaggio: “Buongiorno ragazze siete cariche. Oggi ci faremo sentire”.
Una scrive: “Ragazze facciamo qualcosa di intelligente — cominciamo a chiamarlo a manetta che stiamo arrivando — anche se non è vero ma per fagli capire che siamo unite — ognuna chiama e dice il suo nome che sta arrivando”.
Una dice: “Io già ho chiamato stamattina alle 8”. Un’altra è più mattiniera: “Io è dalle 6 che chiamo”.
È Eleonora De Vivo che commenta:“La mattinaha l’oro in bocca”. “A Spinelli ho già fatto dieci chiamate… più messaggi… vi giuro alle 6.30 il primo messaggio”.
Poi parlano di un compleanno, probabilmente quello di Berlusconi, il 29 settembre: “Andiamo noi a fargli la festa”.
Manuela Ferrera ha le idee chiare: “Ok cucciole, ve lo dico. Non aspetto un giorno di più — Ho già detto alla segretaria che mi presenterò e lo aspetterò tornare dai suoi festeggiamenti. Tanto una vita non ce l’ho più o marcire a casa o davanti ad Arcore Non cambia nulla- lo ho avvisato che non ho i soldi e indi per cui dovranno pagarmelo loro il taxi — Anche a piedi ci vado non mi interessa- bastaaaaaaa- Vi giuro sono fuori dalla grazia di Dio — Tra un mese ho lo sfratto”.
Gianni Barbacetto e Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
QUEL BONIFICO IN GERMANIA DA 25.000 EURO CHE INGUAIO’ RISSO
Un bonifico da 25mila euro è la traccia che inguaia Luca Risso, l’ex compagno di Karima El
Mahroug, indagato dalla procura di Milano per riciclaggio.
È una lunga scia di denaro quella seguita dal procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno e dai sostituti Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, che martedì scorso hanno inviato l’avviso di conclusione delle indagini a 34 persone, tutte indagate nell’inchiesta Ruby ter.
Tra questi lo stesso Risso, accusato di aver riciclato all’estero le somme di denaro elargite da Silvio Berlusconi a Ruby.
Soldi che secondo i pm sarebbero circolati anche dai conti correnti dei genitori di Risso, e che poi sarebbero finiti all’estero.
È per questo che agli atti dell’inchiesta ci sono anche le rogatorie internazionali in Messico, Svizzera e Germania.
È il 17 febbraio del 2015, quando gli investigatori perquisiscono l’abitazione di Mario Risso e Rosa Magioncalda, i genitori dell’imprenditore genovese, che accudivano Sofia, la figlia di Ruby.
Tra i documenti sequestrati anche le matrici di un bonifico bancario: risale al 17 febbraio del 2013 e ammonta a 25mila euro, soldi che dal conto corrente della Magioncalda vengono inviati alla Standard Chartered Bank Frankfurt Germany.
Il beneficiario è il “banco Monex s.a.”.
È la ricevuta del bonifico che però insospettisce gli investigatori: la causale indicata infatti è “Luca Risso 2420313”.
“Una circostanza che fa presupporre che l’effettivo beneficiario, quanto meno finale, di detto bonifico sia proprio l’indagato Risso”, scrivono i pm nella rogatoria internazionale con cui chiedono la collaborazione delle autorità tedesche.
“È di estremo interesse, per l’efficace proseguimento della presente indagine, acquisire ogni documento e notizia utile in ordine al conto corrente bancario, al fine di verificare quanti bonifici — e di quale entità — siano stati in passato eseguiti in passato”.
È la chiave che allarga il quadro delle indagini: agli atti dell’inchiesta anche la corposa documentazione sulla rogatoria in Messico che però è coperta di omissis.
“Lei per non far testimoniare Ruby a dicembre, ci chiese di andare via e tornare dopo il 10 gennaio”, scrive Risso nella lettera indirizzata all’ex premier.
Si riferisce al suo trasferimento in Messico insieme a Ruby, che per i pm sarebbe stato finanziato da Berlusconi con 320 mila euro in contanti, per evitare che la ragazza di origini marocchine testimoniasse nel processo che lo vedeva imputato per concussione e prostituzione minorile. Ma non solo.
Perchè scandagliando i conti della famiglia Risso, i pm hanno rintracciato altri bonifici citati ampiamente nell’indagine.
”Il 10 giugno 2013 risultano accreditati sul suo conto, provenienti da un disinvestimento, circa 57.000 euro: ci può indicare la provenienza?” chiedono i pm a Mario Risso.
“Sono risparmi di mio figlio Luca accumulati nel corso degli anni quando gestiva locali a Genova. Questo denaro l’ho consegnato a mio figlio Luca tramite l’emissione di assegni circolari. Ho fatto anche un bonifico a mio figlio Luca in Messico”.
Mario Risso è anche l’autore di un esposto indirizzato alla procura di Genova, ma mai spedito, in cui si racconta di come Ruby avesse ricevuto 80mila euro in contanti da un “soggetto che riconosco come il factotum del noto signore milanese”.
“Mio marito non l’avrebbe mai depositato, ne sono certa, non mi ha mai parlato di un factotum da lui riconosciuto; tuttavia ritengo che volesse fare pressione Ruby, spaventarla, e dunque abbia scritto del noto signore milanese per spaventarla di più; è ovvio che il riferimento è a Silvio Berlusconi o qualcuno degli altri soggetti coinvolti nei precedenti processi. I soldi la rendevano prepotente, arrogante”.
Durante quello stesso interrogatorio i pm leggono alla madre di Luca Risso un’intercettazione del 3 febbraio 2015: si sente la sua voce mentre dice: “Io penso che se potessero eliminarla lo farebbero anche loro, non ne possono di più, non ne possono di più, se la sono creata loro questa situazione”.
“A cosa si riferiva?” chiede il pm. “Mi riferivo al fatto — risponde la madre di Luca Risso — che le persone coinvolte nei processi di Ruby le danno dei soldi — ma si tratta di un mio pensiero, non di cose che so con certezza — e non possono smettere di dargliene perchè lei potrebbe danneggiarli“
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)
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