Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
IL LEADER DELLA LEGA NON COMMENTA PIU’ DALLE 13 DI IERI, LA MELONI INVOCA PENA ESEMPLARE “PERCHE’ HA GETTATO DISCREDITO SULLA MARINA”… MA QUANDO E’ UN IMMIGRATO A COMMETTERE UN REATO FORSE NON GETTA DISCREDITO SUI SUOI CONNAZIONALI?… E SU FB LA FECCIA MASCHILISTA INSULTA LA RAGAZZINA
Ore 13.12 di ieri, Salvini scrive su Fb: “Roma, una ragazza di 16 anni è stata violentata stanotte. Per lo schifoso, di qualunque razza sia, CASTRAZIONE CHIMICA e via!”
Si noti il “di qualsiasi razza sia”, simbolo di speranza (sotto inteso “magari fosse un immigrato”).
Gli fa eco Giorgia Meloni che, essendo più informata, chiosa su toni più bassi: “Solidarietà totale alla ragazza di 16 anni che ieri sera ha subito a Roma un’assurda violenza sessuale”.
Ci viene spontaneo chiederci se esista una violenza sessuale giustificabile e non “assurda”, ma passiamo oltre.
La Meloni conclude: “Spero che il colpevole sia identificato e punito. Chiediamo per queste bestie certezza della pena: questa gente deve stare in galera”.
Arriviamo ad oggi: viene fermato con prove schiaccianti il responsabile della violenza.
E’ un italiano appartenente alla Marina militare e non un immigrato, un profugo o un clandestino.
A distanza di ore Salvini non dice più nulla, lui che scrive ogni secondo per segnalare anche quando piscia controvento nella sua seconda casa di Recco e Senarega è costretto a spostarsi.
Non si castra più nessuno, non sia mai che ci giochiamo il voto dei militari.
Con qualche ora di ritardo arriva il commento della Meloni che invoca “Pena esemplare per lo schifoso che ha stuprato una ragazza di 16 anni a Roma. È un vigliacco che col suo gesto ha anche gettato discredito su un’intera categoria di lavoratori al servizio del Ministero della Difesa.”
Se quindi un immigrato commette un reato dovrebbe valere lo stesso concetto: getta discredito sulla sua comunità , peccato che non abbiamo mai letto nulla al riguardo, anzi si tende a colpevolizzarli tutti.
Con questo originale concetto meloniano se il violentatore fosse stato un operaio avrebbe gettato discredito sui metalmeccanici?
O se fosse stato un commerciante sugli esercenti?
Chiudiamo in bruttezza: sulla pagina TGcom si commenta la notizia della violenza a una 15enne.
Si va da “cosa ci faceva per strada a quell’ora” al “se l’è cercata”, dal “zozzetta” a “si sarà fatta sbattere”, dal “avrà fatto un’orgia” a “vedrai che le tette di fuori non le mette piu”.
In uno Stato serio questi escrementi umani sarebbero già stati prelevati casa per casa e condannati a pulire cessi senza guanti per dieci anni.
In assenza dello Stato, una destra seria (quindi non quella suddetta) li avrebbe già ospedalizzati.
Decidete voi se a psichiatria o a traumatologia.
Noi un’idea la abbiamo.
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
L’AEREO “AVVENERISTICO” CHE GLI USA CI HANNO APPIOPPATO IN 90 ESEMPLARI A PESO D’ORO CONTINUA A PRESENTARE PROBLEMI
Nuove imbarazzanti rivelazioni per quello che in teoria dovrebbe essere il piu’ sofisticato caccia-
bombardiere del mondo, lo statunitense F-35 di Lockheed Martin.
A gennaio – ma la notizia e’ trapelata solo oggi – un F-35 e’ stato ‘abbattuto’ in uno scontro diretto con un vecchio ma affidabilissimo F-16 il cui progetto risale agli anni ’70.
Si tratta di un eventualita’, quella dello scontro diretto ravvicinato a vista, in teoria remota per un F-35 che essendo invisibile ai radar, a differenza dell’F-16, puo’ abbattere quest’ultimo parando un missile senza essere neanche avvistato da grandissima distanza.
Ma un aereo da guerra – come scoprirono gli americani a loro spese in Vietnam – sempre essere in grado di difendersi in un combattimento ravvicinato.
Secondo quanto riferisce il britannico Daily Mail, “la piu’ costosa arma della storia americana” (il programma completo costera’ 350 miliardi di dollari), in un cosiddetto ‘dogfight’ (combattimento aereo a vista testa a testa) sull’oceano Pacifico vicino alla base Edwards in California si e’ rivelato troppo lento rispetto al piu’ maneggevole F-16, impiegato da decine di anni da decine di Paesi oltre gli Usa.
Nel test, si voleva verificare le capacita’ di sopravvivenza dell’F-35 (di cui l’Italia e co-partner con Finmeccanica e che intende ordinarne 90 esemplari) in un combattimento a distanza ravvicinata tra i 3.000 e i 10.000 metri di quota in cui entrambi i piloti – senza ovviamente spararsi addosso – hanno cercato di farsi fuori.
Secondo il rapporto di 5 pagine del pilota dell’F-35 il jet si e’ dimostrato “completamente inadatto al combattimento ravvicinato”.
Il pilota ha riferito che l’F-35 ha “problemi aerodinamici inclusa un ‘insufficiente rateo di beccheggio’ (alza troppo lentamente il muso, aspetto chiave in uno scontro) rivelando che il jet e’ troppo ingombrante per evitare di farsi colpire”.
Il pilota si e’ anche lamentato dell’avveniristico casco da mezzo milione di dollari a pezzo che concede al pilota una visuale a 360 gradi con i dati di volo ed il mirino per le armi che appare direttamente sulla visiera.
Il casco si e’ rivelato “troppo ingombrante per muoversi agilmente nell’abitacolo”, consentendo all’F-16 di avvicinarsi da “ore sei” (alle spalle) senza essere notato.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
PODEMOS E CIUDADANOS RIESCONO A INCIDERE TRATTANDO SUL LORO PROGRAMMA
Questa settimana, in Spagna, si sono concluse le investiture dei governi dei numerosi municipi e comunità autonome dove, poco più di un mese fa, sono state celebrate elezioni.
Lo spettro di una generalizzata ingovernabilità dovuta alla rottura del tradizionale sistema bipartitico è stato allontanato, almeno per il momento.
Le due formazioni emergenti, Podemos e Ciudadanos, hanno adottato in questo senso un’attitudine costruttiva: hanno dimostrato, cioè, di essere disposte a scendere a patti con il Partito socialista (Psoe) e il Partito popolare (Pp), differenziandosi quindi dalla linea ostruzionista tipica dei Cinque Stelle italiani.
Al tempo stesso, hanno dato prova di una notevole abilità nel dettare l’agenda politica. Non solo infatti sono riuscite a imporre al centro del dibattito pubblico le questioni del «cambiamento» e della «rigenerazione democratica», ma sono anche state in grado di sfruttare al massimo quello che si potrebbe definire come il loro «potenziale di ricatto»: pur di ottenere il loro appoggio, indispensabile per governare in pressochè tutte le principali località , il Psoe e il Pp si sono infatti visti costretti ad accogliere delle cospicue e composite serie di condizioni.
Emblematico a tal proposito è il caso della Comunità di Madrid, in cui i popolari hanno finito per accettare una lista di ben 82 punti proposta da Ciudadanos che, oltre a misure riguardanti la gestione della cosa pubblica come ad esempio l’arresto al processo di privatizzazione del settore sanitario, include persino l’impegno a democratizzare la vita interna del Pp attraverso la celebrazione di primarie per la designazione dei suoi dirigenti.
Ne consegue che quello raggiunto attualmente è un equilibrio quanto mai fragile, la cui capacità di tenuta dipenderà dalle tattiche che nei prossimi mesi i vari partiti decideranno di seguire con vista alle generali di novembre
Per quanto riguarda Ciudadanos e Podemos, occorre tener presente che si trovano comunque in due situazioni diverse.
Il primo, infatti, il 24 maggio scorso ha ottenuto dei risultati che, per quanto positivi, sono stati al di sotto delle sue aspettative e non è riuscito ad affermarsi in nessuna località come primo partito.
Nella maggior parte dei casi — eccezion fatta per l’Andalusia, dove sostiene il Psoe – ha optato per fornire il proprio appoggio condizionato al Pp, ma restando all’opposizione.
Non ha perciò responsabilità governative, il che potrebbe essere un vantaggio, permettendogli di presentarsi in autunno come l’unica forza «pura», non contaminata dalla prova dei fatti.
D’altra parte, continua a presentare un’elevata ambiguità e una scarsa definizione programmatica – appella semplicemente al «buon senso» —, due elementi intrecciati tra di loro che, sebbene abbiano funzionato relativamente bene fino ad ora, se protratti eccessivamente potrebbero diventare fattori di debolezza.
L’avvenire di Ciudadanos dipenderà anche dall’evoluzione che sperimenteranno i popolari: il Pp al momento è in subbuglio e, se le richieste di rinnovamento avanzate da alcuni suoi leader come Cristina Cifuentes — la nuova governatrice della Comunità di Madrid — dovessero prevalere, non è escluso che riesca a riassorbire parte dell’elettorato che a maggio si è orientato verso il partito di Albert Rivera.
Podemos invece, oltre ad appoggiare il Psoe in diversi municipi e comunità autonome, per mezzo di liste civiche ad esso collegate è alla guida del governo in numerose località , tra cui spiccano Madrid e Barcellona.
È ancora presto per fare un bilancio dell’attività svolta, dato che le nuove sindache delle due principali città spagnole — rispettivamente Manuela Carmena e Ada Colau – sono entrate in carica da circa due settimane.
Tra gli obiettivi che si sono proposte per i loro primi cento giorni di mandato vi sono misure di marcato carattere sociale, come lo stop agli sfratti e l’implementazione delle mense popolari per i minori.
Carmena si è già incontrata con rappresentanti delle banche per dimostrare loro che intende assumere un atteggiamento dialogante e che non vi è il rischio, paventato dalla destra, dell’instaurazione di un modello chavista.
Di particolare interesse in questi giorni è stato il definitivo rifiuto, da parte di Podemos, di arrivare a un patto con Izquierda Unida, la coalizione guidata dal Partito comunista.
Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos, in polemiche dichiarazioni rilasciate a Pàºblico, ha affermato che la creazione di una nuova maggioranza non passa attraverso accordi con un vecchio partito che in questi anni, pur di difendere la sua identità ormai sorpassata, si è accontentato di una esigua percentuale di voti.
Iglesias, in un’ottica più generale, nell’intervista ha voluto prendere chiaramente le distanze dalla cultura della sinistra tradizionale, caratterizzata da «pessimismo esistenziale» e che ormai si rivolge solo a un gruppo minoritario fatto di persone tristi, noiose e amareggiate.
Non bisogna infine dimenticare che gli scenari futuri saranno influenzati anche dagli sviluppi di quella che si è ormai profilata come una vera e propria Tangentopoli spagnola, che quotidianamente miete nuovi indagati tra le fila del Psoe e, soprattutto, del Pp, continuando così a minare la credibilità di questi due partiti.
Emanuele Treglia
assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli (Roma) e membro del Centro de Investigaciones Histà³ricas de la Democracia Espaà±ola (Madrid).
(da “La Stampa”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
SIAMO TUTTI FIGLI DEL LOGOS: LA CULTURA GRECA FA PARTE DEL MITO FONDATIVO DEL VECCHIO CONTINENTE
Può l’Europa fare a meno della Grecia? 
Se la domanda fosse stata rivolta a uno qualsiasi dei protagonisti della cultura europea almeno dal Petrarca in poi, questi neppure ne avrebbe compreso il significato.
La patria di Europa è l’Ellade, la “migliore patria”, avrebbe risposto, come verrà chiamata da Wilhelm von Humboldt, fondatore dell’Università di Berlino.
Filologia e filosofia si accompagnano, magari confliggendo tra loro, nel dar ragione di questa spirituale figliolanza.
Non si tratta affatto di vaghe nostalgie per perdute bellezze, nè di sedentaria erudizione per un presunto glorioso passato, coltivate da letterati in vacua polemica con il primato di Scienza e Tecnica.
Oltre le differenze di tradizione, costumi, lingue e confessioni religiose che costituiscono l’arcipelago d’Europa, oltre l’appartenenza di ciascuno a una o all’altra delle sue “isole”, si comprende che il logos greco ne è portante radice, che non si intende il proprio parlare, che si sarà parlati soltanto, se non restiamo in colloquio con esso.
Quel logos ci raccoglie insieme e ha informato di sè la storia, il destino di Europa.
Ciò vale per pensatori e movimenti culturali opposti, per Hegel come per Nietzsche.Vale per scienziati come Schroedinger, Heisenberg, Pauli.
Vale anche per coloro che si sforzano di pensare ciò che nella civiltà europea resterebbe non-pensato o in-audito: anche costoro non possono costruire la propria visione che nel confronto con quella greca classica.
Per la cultura europea, dall’Umanesimo alle catastrofi del Novecento, la memoria della “migliore patria” è tutta attiva e immaginativa: non si dà formazione, non può essere pensata costruzione-educazione della persona umana nella integrità e complessità delle sue dimensioni senza l’interiorizzazione dei valori che in essa avrebbero trovato la più perfetta espressione.
Un grande filosofo, Edmund Husserl, li ha riassunti in una potente prospettiva: nulla accogliere come quieto presupposto, tutto interrogare, procedere per pure evidenze razionali, regolare la propria stessa vita secondo norme razionali, volere che il mondo si trasfiguri teleologicamente in un prodotto della vita di questo stesso sapere.
Una follia? Forse – ma una follia che ha veramente finito col dominare il mondo. Eurocentrismo? Certamente – ma autore dell’occidentalizzazione dell’intero pianeta.
La Grecia non assume più per noi alcun rilievo culturale e simbolico?
Possiamo ormai contemplarla come l’Iperione di Hà¶lderlin dalle cime dell’istmo di Coritno: «lontani e morti sono coloro che ho amato, nessuna voce mi porta più notizie di loro»?
Come è spiegabile un simile sradicamento?
L’anima bella “progressista” risponde con estrema facilità : quell’idea di formazione che aveva la Grecia al suo centro era manifestamente elitaria, anti-democratica; la sua fine coincide con l’affermazione dei movimenti di massa sulla scena politica europea. Io credo che la risposta sia ancora più semplice, ma estremamente più dolorosa.
Tra l’ora attuale ( noi, i “moderni”!) e la “patria migliore” c’è il suicidio d’Europa attraverso due guerre mondiali.
L’oblio dell’Ellade è il segno evidente della fine d’Europa come grande potenza.
Si badi: grande potenza è anche lo Stato o la confederazione di Stati che intendano diventarlo.
Essi dovranno, infatti, dotarsi tanto di armi politiche ed economiche quanto di una strategia volta alla formazione di classe dirigente e di una cultura egemonica.
Sempre così è stato e sempre così avverrà .
Quando vent’anni fa scrivevo Geofilosofia dell’Europa e L’Arcipelago ancora speravo che questo arduo cammino si potesse intraprendere.
E ci si risparmi la fatica di ripetere che non è affatto necessario che ciò si realizzi nel senso di una volontà di potenza sopraffattrice.
L’Europa può ora pensare di dimenticare la Grecia, perchè rinuncia a svolgere una grande politica, la quale può fondarsi soltanto sulla coscienza di costituire un’unità di distinti, aventi comune provenienza e comune destino.
Se questa coscienza vi fosse stata, avremmo avuto una politica mediterranea, piani strategici di sostegno economico per i Paesi dell’altra sponda, un ruolo attivo in tutte le crisi mediorientali.
E avremmo avuto grandi interventi comunitari per la formazione, gli investimenti in ricerca, l’occupazione giovanile. Tutto si tiene.
Una comunità di popoli capace di svolgere un ruolo politico globale non può non avere memoria viva di sè, memoria di ciò che essa è nella sua storia, e non di un morto passato.
Tutti miti – diranno gli incantati disincantati dell’economicismo imperante.
So bene – l’Europa attuale è quella costruita sulla base delle necessità economico- finanziarie.
Gli staterelli europei usciti dalla seconda Guerra non avrebbero potuto sopravvivere senza l’unità del denaro.
Oggi la Grecia grida al mondo che una tale unità non produce di per sè alcuna comunità politica.
Se pensiamo all’Europa come a un colossale Gruppo finanziario, allora è “giusto” che una delle sue società di minore peso( magari mal gestita, da un management inadeguato) possa tranquillamente essere lasciata fallire.
L’importante è solo che non contagi le altre.
Ma se l’Europa vuole ancora esistere in quanto tale,e non disfarsi in egoismi, nazionalismi e populismi, deve sapere che la Grecia appartiene al suo mito fondativo, e che nessuna credenza è più superstiziosa di quella, apparentemente così ragionevole e “laica”, che ritiene il puro calcolemus senso,valore e fine di una comunità .
Massimo Cacciari
(da “La Repubblica”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
GIORNATA DI LUTTO PER I RAZZISTI NOSTRANI: NON POSSONO SPECULARE SUL “PROFUGO VIOLENTATORE”
E’ stato fermato il presunto stupratore che la notte tra il 29 e il 30 giugno ha violentato un ragazzina di 15 anni a Roma.
Si tratta di un militare 31enne, G.F., queste le sue iniziali, è in forza presso l’Arsenale della Marina del ministero della Difesa.
Secondo alcune fonti l’uomo era di passaggio nella capitale: si sarebbe dovuto imbarcare oggi per una missione.
La svolta alle indagini è arrivata nella notte quando alcune persone sono state portate a San Vitale per essere ascoltate. Tra queste l’uomo fortemente sospettato dell’abuso, poi trattenuto dagli agenti.
Ad inchiodarlo una bicicletta con cui si era avvicinato alle ragazze. Legata ad un palo è rimasta lì per ore, piantonata a distanza dagli agenti che speravano in un passo falso. E così è stato: il fratello dello stupratore è andato a recuperarla ed è stato bloccato. Interrogato per ore, e poi denunciato in stato di libertà per favoreggiamento personale, ha permesso agli agenti di rintracciare il 31enne riconosciuto dalla vittima come l’autore della violenza.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione del fermato sono stati trovati e sequestrati un paio di pantaloncini, appena lavati, che l’uomo, come ha raccontato la 15enne, indossava la sera dello stupro.
Ora toccherà all’autorità giudiziaria convalidare l’arresto.
“Siamo dispiaciuti per quello che è successo, ma siamo soddisfatti perchè i nostri investigatori hanno individuato subito l’autore del fatto. Hanno lavorato bene e velocemente. Gli elementi a carico dell’indagato sono pregnanti” ha commentato il questore di Roma, Nicolò D’Angelo.
La caccia al finto poliziotto, che con una scusa, e forse esibendo i suoi documenti di militare, aveva adescato e trascinato in un prato abbandonato accanto a piazzale Clodio la 15enne, era scattata immediatamente in tutta la città dopo la denuncia della giovanissima.
Ieri era stato fornito un identikit dello stupratore: un uomo alto, snello, capelli corti e chiari, tra i 30 e i 40 anni.
Gli investigatori della squadra mobile si erano messi al lavoro sui filmati delle telecamere del quartiere che lo avevano ripreso in fuga dopo la violenza. Incrociati anche i tabulati telefonici, precedenti denunce nella zona e le tracce biologiche lasciate sul corpo della ragazzina.
Lei, barese, è sotto shock, come la sua famiglia arrivata dalla Puglia appena saputo, le amiche che hanno capito troppo tardi cosa stesse accadendo, la madre della ragazza che la ospitava e che le aveva permesso di scendere in strada a vedere i fuochi d’artificio di Castel sant’Angelo sparati nel giorno dei santi Pietro e Paolo.
“Dopo la violenza – ha raccontato la giovane – quell’uomo mi ha minacciato: o taci o ti uccido”, prima di scappare nel buio.
Oggi la svolta delle indagini.
(da “la Repubblica“)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
“NON PREPARAVANO ATTENTATI IN ITALIA”
E’ scattata alle prime ore di stamattina un’operazione della polizia contro il terrorismo internazionale.
L’operazione, denominata “Martese”, ha portato a 10 arresti e perquisizioni nelle province di Milano, Bergamo, Grosseto e in una città dell’Albania. Come anticipato dall’Espresso, tra gli arrestati ci sono i genitori e la sorella di Maria Giulia Sergio, la jihadista italiana partita per la Siria nel 2014.
Il blitz di stamattina è stato condotto dalla Digos e coordinato dal procuratore aggiunto di Milano, Maurizio Romanelli, e dal pm Paola Pirotta.
La famiglia della ragazza vive ad Inzago, nel Milanese. Lei è partita a settembre, per arruolarsi con l’Is, insieme al marito albanese ed alla suocera.
Nel complesso sono coinvolte dieci persone appartenenti a due gruppi familiari e ritenute pronte a partire per combattere in Siria: quattro gli italiani, 5 di nazionalità albanese e uno di nazionalità canadese.
A tutti e 10 sono contestate a vario titolo le accuse di associazione con finalità di terrorismo e di organizzazione del viaggio per finalità di terrorismo.
Le indagini condotte dalla Sezione Antiterrorismo della Digos di Milano riguardano dunque in sostanza due nuclei familiari, quello formato dalla famiglia Sergio, cittadini italiani convertiti da qualche anno all’Islam e l’altro composto da cittadini di nazionalità albanese residenti in provincia di Grosseto.
Il collante tra le due famiglie è rappresentato dalla giovane coppia che si è unita in matrimonio nel settembre scorso ed è poi partita alla volta della Siria.
Quella sfociata oggi con 10 arresti ordinati dai magistrati milanesi e’ la “prima indagine sullo Stato Islamico in Italia, tra le prime in Europa”, ha detto il pm Maurizio Romanelli.
Secondo quanto emerso dalle indagini sulla cellula terroristica italiana legata all’Is, gli arrestati “non progettavano attentati in Italia” ma erano pronti a trasferirsi in Siria, ha detto ancora Romanelli.
Le unità speciali della polizia albanese hanno arrestato a Lushnje, a circa 70 chilometri a sud di Tirana, Baki Coku, 40 anni, zio di Aldo Kobuzi, giovane marito di Maria Giulia Sergio, partito con lei per combattere in Siria. Coku, residente ad Arcille di Campagnatico (Grosseto), si trovava nella sua città natale per trovare la propria famiglia d’origine.
Dopo le necessarie procedure giudiziarie, l’albanese dovrebbe essere estradato in Italia. Gli altri ordini di arresto per cittadini albanesi riguardano una zia di Aldo Kobuzi, Arta Kacabuni, 41 anni, arrestata nella sua abitazione di Scansano, è la madre del giovane, la suocera della Sergio, che si troverebbe in Siria con il figlio e la nuora.
L’attività investigativa è iniziata a ottobre – si legge in una nota di polizia e Ucigos – ed ha riguardato in particolare le attività della Sergio, “cittadina italiana, che subito dopo la conversione ha intrapreso un percorso di radicalizzazione che l’ha poi spinta a partire insieme al marito alla volta della Siria, per raggiungere lo Stato Islamico e partecipare alla jihad”.
Il percorso dei due sposi verso la Siria è stato ricostruito “attraverso l’intercettazione dell’utenza in uso a un coordinatore dell’organizzazione dei foreign fighters dello Stato Islamico”; intercettazione che ha reso “possibile ricostruire l’attività di smistamento degli stranieri che da varie parti del mondo partono per raggiungere” i miliziani del Califfato.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
EMILIANO E LA COMPAGNA: NON SEMPRE QUELLO CHE E’ LEGITTIMO E’ OPPORTUNO
Sei il sindaco di Bari e assumi un’addetta stampa.
La stimi, ti piace, vi mettete insieme.
Poi diventi presidente della Puglia e te la porti al seguito, senza concorso e con uno stipendio annuo di circa centomila euro pagato dai contribuenti.
Non hai violato alcuna legge e ti senti a posto con la coscienza.
Pensi che chi ti accusa di familismo sia un moralista e un ipocrita.
Provi a ribaltare il ragionamento: essere la fidanzata o il figlio di un uomo di potere non può trasformarsi in un handicap.
Lo scrivi pure sul web: «Non cambio il miglior addetto stampa che abbia mai avuto solo perchè ci siamo innamorati. Non sarebbe giusto».
Come darti torto, governatore (ed ex giudice) Emiliano?
Proviamoci.
Nelle nazioni dove lo Stato non è ancora un participio passato, comanda una parola qui ignota: opportunità .
Esistono molte cose legittime che però non sono opportune.
Non è opportuno che il parente di un rappresentante delle istituzioni ottenga un incarico pubblico, e proprio da lui.
E non è opportuno, anzi comincia a diventare fastidioso, che per i politici del Pd, specie se provenienti dal mondo della magistratura, valga il principio della diversità morale, per cui se Berlusconi piazza un’amica in Regione è un puttaniere, mentre se Emiliano sistema a spese del Pubblico la pur bravissima compagna Elena Laterza è un sincero democratico.
L’opportunità è una forma di sensibilità civile che tiene conto degli umori dei cittadini.
Oggi quegli umori sono esasperati dalla crisi e dal pensiero fisso che il mondo si divida in privilegiati ed esclusi.
Il guaio è che i privilegiati non se ne rendono più neanche conto.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
“LA TERAPIA DEL RIGORE HA SOLO PEGGIORATO LA SITUAZIONE E PORTATO ALLA VITTORIA I MOVIMENTI ANTI-EURO”
«Io mi chiedo come sia stato possibile che dei governi moderni, responsabili, pieni di ottimi cervelli,
non siano riusciti ad evitare che si andasse a finire in una situazione così drammatica». Jean-Paul Fitoussi, decano degli economisti, non riesce a darsi pace. «L’Europa ha accettato, pur di non ricorrere a un supplemento di solidarietà , di prendere un rischio gigantesco, quello di una deflagrazione finanziaria mondiale di portata inimmaginabile. Ma ha anche accettato qualcosa di ancora più orribile», dice il guru di quel crogiuolo di pensiero che è l’università parigina SciencesPo.
A cosa si riferisce, professore?
«Ha ragione per una volta la Merkel. Se salta la Grecia, e con essa sicuramente verrebbe giù l’intera architettura dell’euro, se finisce insomma l’idea di una moneta comune che avrebbe dovuto unirci anzichè dividerci, salta l’intera idea dell’Europa. Solo che la cancelliera aveva in mano la possibilità di evitare tutto questo. Non lo ha fatto. Mi dannerò l’anima cercando di capire perchè».
Forse perchè non è facile negoziare con Tsipras e Varoufakis. Si raccontano aneddoti imbarazzanti sull’atteggiamento al tavolo negoziale.
«Macchè. Se avesse voluto il governo tedesco avrebbe chiuso l’accordo. Certo, si trattava di fare ulteriori concessioni alla Grecia, che non ha fatto molto per meritarle. Ma bisognava avere l’intelligenza di astrarsi dal mero contenuto finanziario: bisognava salvaguardare l’integrità dell’Europa, visto che in un’Europa così fatta, ci piaccia o no, ci troviamo a vivere. Bisognava salvare l’idea di un continente che fino a pochi decenni fa era sconvolto da guerre vere, con milioni di morti, e oggi si trova a vivere in pace con una comune ambizione al progresso. Poi, la Merkel poteva, se non altro per riguardo agli altri, pensare: le vicende della storia portano la Germania ad essere la potenza dominante, però la memoria non inganna. Dopo la seconda guerra mondiale a Berlino fu condonato quasi per intero un immane indebitamento, perchè non si ripetesse quello che era successo dopo la fine della prima, di guerra, quando invece i debiti non erano stati perdonati e si è dato il via a Weimar e tutto quello che è seguito. Ma dobbiamo proprio ricorrere a questi ricordi odiosi per spingere la Germania ad essere realista, flessibile, magnanima?»
Non c’era solo la Merkel a quel tavolo. Dagli altri governi europei perchè non è venuta una parola in favore del buon senso?
«Semplicemente perchè Hollande e Renzi si sono dimostrati non voglio dire delle mezze figure, ma solo dei generici dispensatori di buoni sentimenti. L’iniziativa politica è rimasta ai tedeschi, che sono di natura rigidi e inflessibili. Però in questo caso è inutile scomodare le categorie della differenza antropologica fra un berlinese e un ateniese: serviva uno sforzo di realpolitik. Anche perchè c’è una teoria economica di base, che viene insegnata alle scuole medie, che dice che quando hai un forte credito non ha senso accanirsi sul debitore per spillargli per intero quanto dovuto, perchè così si finisce con l’ottenere niente. Bisogna per forza negoziare per recuperare almeno metà , o due terzi o un terzo che sia».
Il problema è nelle cifre in gioco, che sono enormi: il salvataggio dell’Argentina costò 100 miliardi, qui ne sono già stati dispensati 350 e non bastano, fin dove si vuole arrivare?
«Guardi, innanzitutto la Germania e gli altri membri della troika, Bce e Fmi, devono mettersi la mano sulla coscienza. Hanno fin dall’inizio imposto una ricetta, quella dell’austerity, che non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Avete corso lo stesso pericolo in Italia, vi siete salvati perchè avete una struttura industriale di prim’ordine a differenza della Grecia. Io ho scritto l’anno scorso un libro, “La teoria del lampione”, per dimostrare che non bisogna guardare solo al cono di luce del lampione, dove evidentemente si vede solo che bisogna risparmiare, ma ampliare la visione al contesto. E si sarebbe visto che nella condizione attuale imporre alla Grecia una terapia lacrime e sangue avrebbe portato al punto in cui siamo ora. E alla vittoria dei movimenti antieuropei alle elezioni. Bel risultato».
Eugenio Occorsio
(da “La Repubblica“)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LE RILEVAZIONI DEL QUOTIDIANO “EFIMERIDA TON SYNATKON”
Il fronte del “no” al referendum greco sull’accettazione del piano di salvataggio proposto dai creditori continua a essere in vantaggio, ma il divario si riduce parallelamente all’aumentare delle preoccupazioni del popolo greco.
È il quadro che emerge da uno dei primi sondaggi condotti dopo la chiusura delle banche, pubblicato stamattina dal quotidiano Efimerida ton synatkton e realizzato dall’istituto di rilevazione Prorata.
Prima dell’annuncio della chiusura delle banche, da lunedì, i sì erano al 30% e i no al 57%, secondo l’istituto Prorata, ma dopo i sì sono saliti al 37% e i no sono scesi al 46%, riducendo il divario dal 27% al 9%.
Allo stesso tempo aumenta la schiera degli indecisi, la cui percentuale è salita dal 13% al 17%. Stando a queste percentuali, saranno proprio loro — gli indecisi — a determinare da che parte penderà l’ago della bilancia tra “oxi” (no) e “nai” (sì).
Queste rilevazioni — precisa il quotidiano – sono precedenti però agli ultimi sviluppi registrati lunedì, con la richiesta in extremis di aiuto di Atene all’Ue e la riunione dell’Eurogruppo.
(da “Huffingtonpost”)
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