Agosto 1st, 2015 Riccardo Fucile
“LA ROTTAMAZIONE SI E’ FERMATA A VIALE MAZZINI”
“Matteo Renzi non è stato diverso dagli altri. Lasua rottamazione si è fermata davanti ai cancelli di
Viale Mazzini”.
Enrico Mentana, uno dei giornalisti più popolari d’Italia e direttore del TgLa7, guarda da una certa distanza alla riforma della Rai in salsa renziana che ieri ha visto il primo passaggio a Palazzo Madama.
E al governo che si appresta a rinnovare i vertici aziendali con la vecchia legge Gasparri.
Direttore, deluso da questa riforma?
Non sono deluso perchè non mi aspettavo nulla. Questa non è una riforma della Rai, ma una semplice riforma della governance. Si dice la montagna e il topolino, qui non siamo nemmeno al topolino! Si sarebbe dovuto mettere le mani su tutto il resto: struttura, contenuti, ruolo del servizio pubblico.E mettere una distanza tra la politica e l’azienda. Ma questa è una richiesta impossibile da fare ai politici, Renzi compreso.
Perchè?
Perchè la politica non ha alcun interesse a tirarsi fuori dalla Rai. Perchè mai dovrebbe farlo? Che interesse avrebbe? Io sono arrivato in Rai nel 1980 e posso dire che per la politica è una cosa assolutamente innaturale separarsi dalla tv di Stato. E anche in Rai non vedo chissà quale spinta verso l’emancipazione dai partiti. È una situazione che va bene a tutti.
Non crede che chi si pone come il grande rottamatore avebbe dovuto avere più coraggio?
Guardi, la stessa domanda l’ho rivolta io al premier un anno fa. E la risposta fu: da chi dovrebbero essere scelti i vertici della tv di Stato se non dalla politica? Da questo punto di vista il premier non ha fatto il “sorcio”, è stato coerente.
Renzi, però, ha sempre detto di guardare al modello Bbc…
Non è questo il punto. Per mettere una distanza tra l’azienda e la politica ci sono solo due strade.La prima è mettere la Rai sotto il controllo di un’Authority il più possibile indipendente, in modo da porre un paletto tra gli appetiti dei partiti e l’azienda. Oppure la privatizzazione.
Lei cosa sceglierebbe?
Io lavoro nel privato, lascio a lei intuire…
Come giudica questa riforma della governance?
È una Gasparri 2.0.Si è aggiornata la vecchia legge con qualche modifica, come i maggiori poteri del direttore generale che sarà ancora più legato a Palazzo Chigi. Concordo sul ruolo di capo azienda forte, ma poi bisogna vedere chi ci metti. Per il resto, aspettiamo, il testo definitivo ancora non c’è. Ora si andrà al rinnovo con la legge Gasparri. Non si poteva attendere l’approvazione della riforma?
Se non è zuppa è pan bagnato. Il Cda era scaduto, quindi bisognava procedere. Con grande vantaggio del Pd che, visti i sontuosi numeri in Parlamento, potrà fare il bello e il cattivo tempo nel consiglio di amministrazione. Diciamo che il partito di maggioranza non aveva alcun interesse a temporeggiare.
Gianluca Roselli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2015 Riccardo Fucile
CROLLANO ANCHE I NUMERI DELL’INFORMAZIONE REGIONALE DEL TG3
Tra le 20 e le 20.30, il pubblico del luglio in corso è decisamente diminuito rispetto a quello dell’anno precedente: 16 milioni contro i 17,7 milioni del 2014, con una flessione del 10%.
Ma mentre per i programmi di intrattenimento sui vari Rai2, Rai3, Italia1 e Rete4, se n’è andato uno spettatore ogni dodici, i Tg di quell’ora scendono nel loro complesso da 8,5 a 7,5 milioni, perdendo dunque uno spettatore ogni nove.
E quindi c’è un problema proprio per il pilastro, il telegiornale, del sistema televisivo italiano (sottolineiamo: italiano).
L’unico che non deve asciugare troppe lacrime è il Tg1 che, pur cedendo 200mila spettatori, arretra meno degli altri e addirittura migliora la “quota di mercato” passando dal 23,2% al 25%.
Mentre il Tg5 lascia sul campo due punti secchi e finisce sotto il 17%, più o meno quello che capita, in proporzione, al Tg La7 che scende dal 5,8% al 5,3%.
Pare quasi che, nell’ambito di una generale disaffezione per i tg dei broadcaster, quello più tradizionale regga meglio, quasi a dirci che per capire quel che sta avvenendo conviene guardare non ai prodotti, ma agli spettatori.
Quelli del Tg1, in genere più anziani e popolari, probabilmente le notizie continuano ad aspettarle dal telegiornale; mentre gli spettatori, in genere più giovani e con titoli di studio più elevati, che un tempo vedevano Tg5 e Tg La7, forse sempre più trovano nei loro smartphone, lungo tutta la giornata e senza aspettare il rintocco del notiziario serale, tanto le notizie quanto i commenti immediati, e quindi tutta la polpa dei Tg. Restando comunque la risorsa dei talk ai bulimici della chiacchiera, della indignazione e della sit com guidata da un conduttore.
Una potente lente di ingrandimento andrebbe poi posta sopra i Tg regionali, quelli che trasmettono tra le 19.30 e le 20.
Perdono più meno quanto i Tg nazionali, e cioè l’11,5%.
Ma sotto il dato medio traspare il cedimento strutturale in alcune regioni, Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Abruzzo, Molise, Calabria e Sicilia, dove gli spettatori calano da un quinto a un terzo rispetto a quelli di un anno fa.
Un recente tracollo che accentua la già nota marginalità nel Sud, dove, proprio nelle regioni più popolose (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) i Tgr, galleggiano, si fa per dire, fra il 5 e il 7%.
Sembra evidente che la impostazione editoriale, strutturale e organizzativa della informazione della azienda pubblica si stia confrontando con due crisi: una, condivisa con tutti i broadcaster, derivante dal dilagare di internet; l’altra, specifica della Rai, per la consunzione (costosissima consunzione, visto che coinvolge, a occhio, un decimo del totale delle risorse aziendali) della informazione locale per come è concepita, fatta e trasmessa (anche qui, forse, è il caso di cominciare a guardare alla Bbc, che di edizioni delimitate territorialmente ne fa di meno, ma sull’ammiraglia, mentre il flusso delle notizie e approfondimenti locali li ha potentemente avviati al web).
Tanto per afferrare il futuro anzichè farsene minacciare.
Stefano Balassone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2015 Riccardo Fucile
“PRIMA VOLTA IN DEMOCRAZIA CHE SI CENSURANO ANCHE I NECROLOGI”
“E così la censura arrivata anche sui necrologi. Credo sia la prima volta in una democrazia”. 
Massimo Fini racconta sul Fatto quotidiano la risposta datagli da un’impiegata del Corriere della Sera alla richiesta di pubblicazione di un suo necrologio per il Mullah Omar: “Per ordini superiori il suo necrologio non può essere pubblicato. Mi spiace molto, mi scusi”.
“Non si preoccupi – la risposta del giornalista – Non è lei che, semmai, deve scusarsi”.
Il testo del necrologio era il seguente:
Massimo Fini rende onore al Mullah Mohammed Omar, combattente, giovanissimo, contro gli invasori sovietici, perdendo un occhio in battaglia, combattente, vittorioso, contro i criminali signori della guerra che avevano fatto dell’Afghanistan terra di abusi, di soprusi, di assassinii, di stupri, di taglieggiamenti e di ogni sorta di violenze sulla povera gente, riportandovi l’ordine e la legge, sia pure una dura legge, la Sharia, peraltro non estranea, almeno nella vastissima area rurale, ai sentimenti e alle tradizioni della popolazione di quel paese, infine leader indiscusso per quattordici anni della resistenza contro gli ancor più arroganti e moralmente devastanti occupanti occidentali. Che Allah ti abbia sempre in gloria, Omar
(da “Huffingtonpost”)
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