Agosto 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL NUOVO NAZARENO: RENZI AVREBBE VOLUTO SIMONA ERCOLANI
Che dice Gianni Letta?”. Così s’è ridotto il Rottamatore, appeso agli umori di Silvio Berlusconi,
costretto a plasmare un patto con l’ex Cavaliere, non più del Nazareno, ma di Viale Mazzini, per archiviare in posizione di debolezza la pratica Rai.
“Che dice Gianni Letta?”. All’ennesima identica domanda, il ministro Maria Elena Boschi, che da mesi coltiva il rapporto con sua eminenza Letta e dam e tenta di carpirne i segreti in nome e per conto delle riforme boschiane, ha risposto: “Dice sì, per Monica Maggioni”.
E come poteva, l’immarcescibile Letta, classe ’34, negare il nullaosta per la Maggioni? Una giornalista che Gianni ha allevato a distanza, infilato in decine di liste per scalare Viale Mazzini, indicata già come direttore del Tg1, ma bocciata un paio di anni fa perchè considerata troppo smaccatamente di destra da Pier Luigi Bersani. Troppo legata al regno di Arcore, troppo addestrata per “tradire” in passato Augusto Minzolini al Tg1, nonostante mezza redazione — quella non sedata da prebende — gli fosse ostile.
È la Maggioni, non un’omonima, che si schierò in favore di Minzolini nel referendum di Saxa Rubra in epoca di controllo militare dell’informazione di Berlusconi.
Così si è ridotto il Rottamatore, capace di accettare senza isterismi nè proteste il veto di Forza Italia su Simona Ercolani, proposta da Antonello Giacomelli e, soprattutto, da Luca Lotti, lo scudiero di sempre, l’amico che durante le riunioni in macchina metteva su la musica leggera anni ’80 che tanto piacere e tanto magone provoca al fiorentino.
C’è la firma di Gianni Letta con l’inchiostro di Berlusconi sul foglio di nomina per la Maggioni.
E per Renzi è davvero un sollievo. Perchè ancora non ha smaltito la figuraccia in commissione di Vigilanza Rai, la dannosa narrazione che trasmette quel Cda farcito con carneadi, portaborse e trasformisti dai capigruppo Ettore Rosato e Luigi Zanda, umiliati dal collega Paolo Romani perchè poco ferrati con le tabelline (solo tre consiglieri su sette è un fallimento per il Nazareno) e molto ingenui nel mediare con la minoranza.
Ha un po’ di colpe pure Luca Lotti, chiamato a sorvegliare mentre il capo rientrava dal Giappone, però distratto, non incisivo nel momento topico.
Allora conviene riesumare il patto con l’ex Cavaliere, srotolare la mappa di Viale Mazzini e avviare una spartizione totale: a Renzi va il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto, a Berlusconi andrà un vice (in corsa c’è Giancarlo Leone), il presidente Maggioni è in condominio, le testate giornalistiche e i vertici dei canali si valutano assieme da settembre.
E chi valuta per Renzi? Non soltanto Lotti, non più un Matteo Orfini qualsiasi nè un deputato semplice che frequenta la Vigilanza Rai, ma la Boschi.
Perchè la Boschi ha quel dialogo già aperto e intenso con Gianni Letta, e questa sintonia può tornare preziosa per la maggioranza fragile di Palazzo Madama.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL GIGLIO MAGICO PRENDE POSSESSO DI TUTTO
“Vorrei ridirvi le nomine che ha fatto il governo. Mi rimproverano: Renzi mette tutti i suoi nelle aziende. Ma andate a vedere i risultati”.
In conferenzastampa a Palazzo Chigi, accanto al ministro Marianna Madia, Renzi la domanda sui nuovi vertici della Rai la evocava, la aspettava, evidentemente la temeva, mentre cercava di parlare della riforma della Pa, con tanto di slide apposite.
Ed ecco allora che esaurisce rapidamente il capitolo difesa ed elogio del “bel Cda” di viale Mazzini appena eletto. E si lancia in un’autodifesa generale e non richiesta delle nomine fatte da quando è presidente del Consiglio.
L’elenco dei risultati: “Eni, Marcegaglia-De Scalzi valore in Borsa cresciuto nonostante il costo del petrolio; Enel, con Starace, valore in borsa cresciuto e prospettive di sviluppo straordinarie; Finmeccanica, De Gennaro-Moretti che in borsa ha raddoppiato il suo valore, da 5,4 a 12-13; Poste, con Todini e Caio, che a breve debutta in Borsa dopo la svolta fatta in questi mesi”.
Se per caso il concetto non fosse chiaro: “Faccio fatica ad immaginare che queste nomine siano frutto di una appartenenza. Faccio fatica a immaginare che Fabio Gallia o Claudio Costamagna (rispettivamente neo Ad e Presidente della Cassa Depositi e prestiti, ndr) o Lazzerini e Christellin (nominati nel Cda di Enit, ndr) o Andrea Guerra (consigliere speciale del premier, ndr), siano frutto di una vicinanza al mitico Giglio magico. Se poi mi si dice che queste persone le conosco da tempo dico di sì e rivendico questo diritto perchè è giusto che nei Cda si premi la competenza”.
È la seconda volta in una settimana che Renzi si lancia in una difesa delle sue nomine. Evidentemente sentiva la polemica montare e già lunedì aveva declamato direttamente dal Giappone: “Certo sono nomine che ho fatto io ma sono persone di grandissimo valore con risultati sotto gli occhi di tutti”.
L’elenco degli amici però è lungo, per non dire interminabile.
Cominciamo dalle aziende citate da Renzi, i cui vertici sono stati rinnovati nell’aprile 2014.
Nel collegio sindacale dell’Eni arriva Marco Seracini, commercialista. Anzi, il commercialista di Renzi: solo un paio di mesi prima aveva firmato la sua di chiarazione dei redditi.
E lui aveva dato vita alla società Noi Link, quella che curò la campagna elettorale a Sindaco di Firenze dell’amico Matteo.
Il quale appena eletto lo spedì ai vertici di Montedomini, azienda pubblica fiorentina di servizi alla persona.
Nel Cda di Enel c’è Alberto Bianchi, studio legale a Firenze, avvocato di fiducia, un nome chiave per il premier, visto che gestisce la Fondazione Open, la sua cassaforte.
E poi, ancora Fabrizio Landi (Siena) entrato nel Cda di Finmeccanica.
Anche lui commercialista, a Renzi è stato presentato da Dario Nardella: contribuì alla sua raccolta fondi con 10 mila euro.
Ancora. Elisabetta Fabri (fiorentina), proveniente dalla famiglia proprietaria di Starhotels, è andata in Poste Italiane.
E Diva Moriani, aretina di nascita, trapiantata a Firenze, vicepresidente di Intek, la società di Vincenzo Manes, finanziatore di Renzi, è arrivata all’Eni.
Sempre della prima tornata fanno parte Federico Lovadina, tributario, fiorentino (ex socio di studio di Boschi e Bonifazi), finito nel Cda di Ferrovie dello Stato.
Come Gioia Ghezzi, provenienza McKinsey,che ha aiutato Renzi a Firenze a scrivere un progetto di legge sull’omicidio stradale.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 6th, 2015 Riccardo Fucile
CARA MINEO: L’INTESA TRA BUZZI “IL ROSSO” E I “BIANCHI” DELLA CASCINA: “DISSERO CHE LI FINANZIAVANO”
“Lo sa come funzionava? Funzionava così, dottore, glielo spiego”.
Per due giorni consecutivi, il 23 e il 24 giugno scorso, Salvatore Buzzi, il ras della cooperata 29 giugno arrestato per Mafia Capitale come presunto braccio destro di Massimo Carminati, ha snocciolato circostanze, affari e nomi al procuratore aggiunto Michele Prestipino e al sostituto Paolo Ielo.
Nella sala interrogatori del carcere di Nuoro, a Badu e Carros, dove è detenuto da otto mesi, Buzzi ha riempito oltre 300 pagine di verbale.
Molte le dichiarazioni de relato. In particolare su quanto gli riferiva Luca Odevaine, ex membro del tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione e pedina ritenuta dagli inquirenti fondamentale sulla scacchiera degli interessi dell’organizzazione.
Odevaine è già stato interrogato in cerca di riscontri alle dichiarazioni da Buzzi. I suoi verbali sono stati secretati.
L’ex vicecapo di gabinetto di Walter Veltroni, a quanto si apprende, ha ricostruito nei dettagli la vicenda legata all’appalto da 100 milioni per la gestione 2011 del Cara(Centro di accoglienza per i richiedenti asilo) di Mineo sul quale anche la Procura di Catania ha aperto un fascicolo che vede indagate sei persone tra cui, oltre a Odevaine, anche il sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione di Ncd, ex presidente della Provincia di Catania.
Anche Buzzi sembra conoscere bene i dettagli della vicenda.
E il 24 giugno racconta ai magistrati romani quanto sa. O meglio: quanto gli è stato riferito da Odevaine e da Francesco Ferrara, vicepresidente della cooperativa La Cascina e spalla di Carminati.
Ricostruisce Buzzi: “Odevaine stava al tavolo tecnico e incontra Gabrielli” che “gli chiede se trova un sistema per economizzare la gestione veramente dissennata della Croce Rossa” dell’emergenza immigrati.
“Odevaine mette in piedi queste gare, anzi mi dice che praticamente la competenza poi passa al presidente della Provincia di Catania come soggetto attuatore del prefetto Gabrielli”.
Quindi passa a Castiglione? Chiede il pm Ielo. “Esatto”, risponde Buzzi.
E prosegue: “Odevaine incontra Castiglione, lo invita a pranzo Castiglione e c’è ‘sto famoso pranzo in cui c’è’sta famosa sedia vuota in cui Castiglione gli dice deve venire ‘quello che deve vincere la gara’, questa cosa me la dice Odevaine”.
L’idea è affidarla a La Cascina, ricostruisce Buzzi: Odevaine“gli presenta a Castiglione quelli della Cascina”. Cioè Ferrara.
E qui il ras delle cooperative inizia a raccontare quanto saputo da Ferrara su Mineo e come si muoveva per ottenere l’appalto.
“Mi disse ‘noi lì noi c’avemo tutto, c’avemo Castiglione, c’avemo Lupi”, legato a Cl come La Cascina.
E dopo aver ricordato che come coop finanziavano le campagne elettorali degli esponenti di Ncd, Buzzi aggiunge: “Avevano un rapporto diretto addirittura con il ministro, con Alfano (…) avevano creato un sistema giù in Sicilia intorno a Mineo che è un sistema perfetto,perchè la gara che congegna poi Odevaine consente di distribui’ i soldi a pioggia sul territorio. Nel senso che i comuni venivano premiati con circa due, tre milioni di euro, non lo so, però è tutto in chiaro,un centro di accoglienza di quelle dimensioni in un territorio così piccolo”.
Tant’è, prosegue, che fu Castiglione a ricoprire un ruolo “di mediatore politico: mette insieme nove comuni, destina 400 assunzioni a 9 Comuni, lì so 400 persone che lavorano”.
E come venivano assunti? Chiede il pm. “Su indicazione dei sindaci, tutti i sindaci c’avevano segnalati parenti, amici”.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 6th, 2015 Riccardo Fucile
PROTESTE DEI MAGISTRATI: “QUANTI PROCESSI SALTANO?”
Un favore agli evasori. “Graziati” dall’inchiesta penale.
Con il rischio che la nuova norma più vantaggiosa sulla dichiarazione infedele contenuta nella delega fiscale faccia saltare i processi in corso.
Quando succederà il governo non potrà neppure dire “nessuno ce l’aveva detto” visto che il 27 luglio alla Camera l’ha espressamente dichiarato, di fronte a una folta platea, Francesco Greco, procuratore aggiunto a Milano e coordinatore del dipartimento dell’economia: «Sarebbe interessante sapere quanti processi saltano con questa norma, cosa allo stato non verificata »
Dopo la tempesta di Natale sulla soglia del 3%, il decreto sulla delega fiscale finisce di nuovo nelle polemiche.
Politicamente, nelle commissioni Finanze e Giustizia della Camera e del Senato che hanno appena licenziato i pareri, protestano sia M5S che la sinistra del Pd.
Con toni durissimi. «La manina di Natale torna a Ferragosto», dice Alfonso Bonafede, avvocato grillino che ha protestato alla Camera.
«Un ulteriore regalino agli evasori» insiste al Senato Lucrezia Ricchiuti, di Rete Dem. Ma contro la nuova dichiarazione infedele, che riscrive il testo del marzo 2000, protestano magistrati come Greco e la stessa Anm
Vediamo subito cosa dice l’articolo 4 della delega fiscale.
Innanzitutto fissa nuove soglie che “salvano” dal processo chi evade.
Si passa da 50mila a 150mila euro per l’imposta evasa.
Mentre l’ammontare complessivo «degli elementi attivi sottratti all’imposizione» passa a sua volta da due a tre milioni di euro.
Ma è il terzo comma quello che solleva le maggiori polemiche.
Laddove è scritto che «non si tiene conto della non corretta classificazione, della valutazione di elementi attivi o passivi oggettivamente esistenti, rispetto ai quali i criteri concretamente applicati sono stati indicati nel bilancio o in altra documentazione rilevante ai fini fiscali».
Ricompare anche qui, proprio com’è avvenuto per il falso in bilancio, l’esclusione della punibilità quando in ballo ci sono delle “valutazioni”, osia il valore attribuito a un bene di cui si è proprietari.
Ma non basta. Eccoci all’ultimo comma, quello delle soglie: «In ogni caso, non danno luogo a fatti punibili le valutazioni che singolarmente considerate differiscono in misura inferiore al 10% da quella corrente».
Doppio vantaggio per chi evade, un tetto economico più alto e una soglia del 10% sulle valutazioni in difetto.
Francesco Greco, considerato in Italia uno dei magistrati più esperti sui reati economici, nella sala del Mappamondo di Montecitorio, ha dichiarato: «Non ho capito se le valutazioni continuano a far parte della norma incriminatrice o meno. Se una norma crea un problema, se ci si chiede se ci sono o non ci sono le valutazioni, allora dev’essere chiarita meglio. Il problema delle valutazioni non è marginale, perchè gran parte delle denunce per dichiarazione infedele fanno soprattutto riferimento alle valutazioni. Dall’80 al 50% in Lombardia i processi nascono proprio da questo articolo, per cui cambiarlo con un’incertezza di questo tipo non è accettabile».
Poi la considerazione più preoccupante sui processi in corso: «Sarebbe interessante sapere quanti ne saltano con questa norma».
Greco l’ha detto una settimana fa
Nello stesso seminario, un’altra considerazione pesante l’ha pronunciata il presidente dell’Anm Rodolfo Maria Sabelli: «Nel caso della dichiarazione infedele è stata aumentata la soglia di punibilità , che passa, quanto all’ammontare dell’imposta evasa, da 50mila a ben 150mila euro, ma non è stata aumentata anche la pena. Sono state depenalizzate le evasioni di fascia più bassa, ma al reato più grave non corrisponde una sanzione più grave. Le evasioni depenalizzate restano affidate alla sola sanzione tributaria, che può essere aggirata con l’artificio di trasferire l’amministrazione a un prestanome e spogliare la società dei suoi beni».
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Agosto 6th, 2015 Riccardo Fucile
GIORGIO ALLEVA: “CAOS POCO EDIFICANTE”
Con i numeri sul lavoro, con i dati di Istat, ministero e Inps “abbiamo assistito a un caos poco
edificante”.
“Quelli forniti dal ministero e dall’Inps sono dati di fonte amministrativa, non ‘statistiche’. Valutare il saldo tra attivazioni e cessazioni dei contratti come se fosse un aumento di teste, cioè di occupati, è una approssimazione non accettabile”.
A dirlo è il presidente dell’Istat Giorgio Alleva, che intervistato dal Fatto Quotidiano riflette così sui dati utilizzati dal ministro del lavoro Giuliano Poletti.
“Il governo fa il suo mestiere, ma a me preoccupa molto quando si sbandierano dati positivi dello 0,1%, anche perchè poi -come si è visto – portano a fare dietrofront il mese dopo”.
La Garanzia Giovani? “I risultati non ci sono stati. Le cose vanno fatte bene, e trovati forse altri strumenti, come per esempio il reddito minimo”.
“Può servire – spiega Alleva – a ridurre le disuguaglianze. Abbiamo fatto un’analisi sulla proposta del M5S, che erroneamente l’ha presentato come ‘reddito di cittadinanza’, mentre invece loro hanno studiato un reddito minimo selettivo. Ridurrebbe di molto la povertà ed è ben congegnato perchè proporzionato al reddito e versato al singolo, che così ha autonomia di scelta. Andrebbe però attuato bene per evitare che incentivi il lavoro nero”.
“Costa 14,9 miliardi, ma non è all’ordine del giorno”
Quanto al Jobs Act, riflette ancora il presidente Istat, “i conti li faremo alla fine dell’anno. A oggi gli effetti non appaiono straordinari, sembrano esserci soprattutto sulle stabilizzazioni dei contratti precari, che non è poco”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 6th, 2015 Riccardo Fucile
“IL MIO PD NON METTERA’ BOCCA”. INFATTI SI E’ DIVISO LA TORTA
“La Rai non è dei sindacalisti nè dei candidati dei partiti”.
Spin doctor (del premier), giornalisti ed ex direttori della carta stampata, e anche sindacalisti.
Tre in quota Pd, uno in quota Ncd, due in quota Forza Italia, uno in quota M5S e Sel. È una spartizione vecchia maniera quella avvenuta per le elezione del consiglio di amministrazione della Rai.
Tant’è che il direttore del Tg La7 Enrico Mentana ha preso in giro il premier Renzi dalla sua bacheca facebook: “Ora si chiama rottizzazione” (rottamazione+lottizzazione).
E Massimiliano Cencelli, l’ex funzionario della Democrazia Cristiana che ha dato il nome al “manuale” molto in voga nei palazzi per stabilire la spartizione politica, ha dichiarato a InOnda: “Da vecchio democristiano devo dire che il premier mi ha molto deluso: Renzi applica il mio manuale sulla lottizzazione anche per la tv di Stato”.
I nomi dei nuovi consiglieri d’amministrazione Rai hanno già sollevato polemiche perchè con la promessa della rottamazione renziana hanno a che fare poco o nulla.
Su twitter in tanti rilanciano vecchi tweet del presidente del Consiglio che promettevano la fine dell’ingerenza dei partiti nella gestione della Rai. Il premier Renzi non ha lesinato negli ultimi mesi roboanti annunci sul rinnovo dell’azienda del servizio pubblico. Si possono mettere in fila.
“La Rai non è il posto dove i singoli partiti vanno e mettono i loro personaggi, ma è un pezzo dell’identità culturale ed educativa del Paese”, disse il premier a febbraio scorso.
Nell’e-news del 30 luglio 2014, illustrando alcune priorità del programma dei mille giorni, Renzi scrisse: “La Rai va tolta ai partiti per ridarla al Paese”.
In tanti ricorderanno poi l’intervista rilasciata dal premier a Giovanni Floris a Ballarò, il 13 maggio dell’anno scorso: “Io non ho mai incontrato – ha sostenuto il premier – nè il presidente della Rai, nè l’amministratore delegato. Voglio che sia di tutti e non dei partiti, perciò non metterò mai bocca su palinsesti, conduttori e direttori, ma anche la Rai deve fare la sua parte in questa operazione di redistribuzione”.
Durante l’assemblea Pd del 14 aprile dell’anno scorso, Renzi nelle vesti di segretario Pd disse che “i partiti in questi anni sulla Rai hanno ceduto spesso a un atteggiamento di pensare di poter avere un ruolo, poter giocare un piccolo potere. È un dato di fatto oggettivo”.
Ma il Pd deve proporsi “come strumento che tiene fuori l’interesse del singolo partito politico e porta dentro la Rai politica con la ‘P’ maiuscola. Una sfida alta, senza interessi di bottega”, fatta “superando il piccolo cabotaggio di quei politici che cercano di avere un servizio in più nel tg regionale delle 22”.
Ma l’annuncio più fragoroso, Renzi lo ha fatto il 16 maggio dello stesso anno, intervistato da Radio24: “Costi quel che costi io ho intenzione di togliere la Rai ai partiti. Se siamo rottamatori vuol dire che lo siamo non per finta. Io non ho mai parlato – sosteneva Renzi – con i vertici Rai e trovo folle che ora si pensi che la Rai sia nelle mani del Pd. La Rai non è nè dei sindacalisti nè dei candidati dei partiti che mettono bocca sui nomi anche delle ultime nomine”
Le frasi ad effetto non mancano nel repertorio di Renzi: “A quelli che vogliono fare carriera in Rai dico ‘state lontani da me perchè in questi termini non conto niente…”.
A Piazzapulita, il 19 maggio 2014, l’ennesimo annuncio: “Fuori i partiti dalla Rai, mai più nomine politiche. In passato i partiti hanno già messo troppo bocca sulla Rai. Io invece non metterò mai il mio partito nelle condizioni di prendere decisioni sulla Rai”.
(da “Huffingtonpost”)
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