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L’ITALIA RIPARTE, MA VERSO LA DISOCCUPAZIONE: RISPETTO A UN ANNO FA 85.000 DISOCCUPATI IN PIU’

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

DATI ISTAT: ALTRO CHE JOBS ACT, IN UN ANNO CRESCE LA DISOCCUPAZIONE DELLO 0,3%, NELL’ULTIMO MESE DEL 17%

“L’Italia riparte se le imprese assumono. Purtroppo non è ancora così”. Guglielmo Loy, segretario confederale Uil, risponde in questo modo al tweet del premier Matteo Renzi, che ha esultato per gli ultimi numeri sulle domande di ammortizzatori sociali: “I dati Inps su cassa integrazione sono il segnale che finalmente le cose cambiano #italiariparte”.
Secondo l’istituto di previdenza, le ore di cig autorizzate a luglio 2015 sono calate del 26,9% nel giro di un anno, da 71,7 a 52,4 milioni. A giugno, invece, sono state avanzate oltre 122mila domande di disoccupazione, il 29,3% in meno rispetto a un anno fa.
Ma gli ultimi dati Istat dicono che nello stesso periodo il tasso di disoccupazione è cresciuto dello 0,3%, arrivando a quota 12,7%: nel giro di un anno, si registrano circa 85mila persone in più senza un lavoro.
Scendendo nei particolari, informa l’Inps, nel giro di un anno le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria sono calate del 19%, quelle di cassa straordinaria del 32,6%, quelle di cassa in deroga del 18,3%.
La minore richiesta dell’ammortizzatore sociale, secondo il sindacalista, si può giustificare con diversi fattori.
“Da una parte ci può essere anche una ripresina, seppure molto moscia — spiega Loy — Ma dall’altra bisogna considerare che in diversi casi le Regioni non hanno le risorse per pagare gli ammortizzatori sociali e non li autorizzano. Inoltre, la stretta sulla cassa integrazione in deroga, ridotta a cinque mesi per il 2015, ha comportato che molte aziende abbiano già  esaurito il proprio bonus“.
Insomma, al calo di domande di cassa non corrisponde necessariamente una maggiore crescita di lavoro, anzi.
Gli ultimi dati Istat sulla produzione industriale, che si riferiscono a giugno 2015, parlano di un calo dello 0,3% su base annua e dell’1,1% su base mensile.
Resta da capire che fine abbiano fatto quei lavoratori per i quali non è stata autorizzata la cassa integrazione.
“Le domande di disoccupazione, da maggio a giugno 2015, sono aumentate — prosegue Loy — Questo può essere un segnale di un parziale travaso verso la vera e propria disoccupazione di persone che erano in aziende in difficoltà ”.
In effetti, nel giro di un mese, le richieste di disoccupazione sono passate da 104mila a 122mila, con un incremento del 17%.
Nel dettaglio, riporta l’Inps, a giugno sono state presentate 5.422 domande di Aspi, 2.482 domande di mini Aspi e 109.071 domande di Naspi.
A queste cifre si aggiungono 219 domande tra disoccupazione ordinaria e speciale edile e 5.476 domande di mobilità , per un totale di 122.670 domande.

Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’ITALIA RIPARTE, MA VERSO LA DISOCCUPAZIONE: RISPETTO A UN ANNO FA 85.000 DISOCCUPATI IN PIU’

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

DATI ISTAT: ALTRO CHE JOBS ACT, IN UN ANNO CRESCE LA DISOCCUPAZIONE DELLO 0,3%, NELL’ULTIMO MESE DEL 17%

“L’Italia riparte se le imprese assumono. Purtroppo non è ancora così”. Guglielmo Loy, segretario confederale Uil, risponde in questo modo al tweet del premier Matteo Renzi, che ha esultato per gli ultimi numeri sulle domande di ammortizzatori sociali: “I dati Inps su cassa integrazione sono il segnale che finalmente le cose cambiano #italiariparte”.
Secondo l’istituto di previdenza, le ore di cig autorizzate a luglio 2015 sono calate del 26,9% nel giro di un anno, da 71,7 a 52,4 milioni. A giugno, invece, sono state avanzate oltre 122mila domande di disoccupazione, il 29,3% in meno rispetto a un anno fa.
Ma gli ultimi dati Istat dicono che nello stesso periodo il tasso di disoccupazione è cresciuto dello 0,3%, arrivando a quota 12,7%: nel giro di un anno, si registrano circa 85mila persone in più senza un lavoro.
Scendendo nei particolari, informa l’Inps, nel giro di un anno le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria sono calate del 19%, quelle di cassa straordinaria del 32,6%, quelle di cassa in deroga del 18,3%.
La minore richiesta dell’ammortizzatore sociale, secondo il sindacalista, si può giustificare con diversi fattori.
“Da una parte ci può essere anche una ripresina, seppure molto moscia — spiega Loy — Ma dall’altra bisogna considerare che in diversi casi le Regioni non hanno le risorse per pagare gli ammortizzatori sociali e non li autorizzano. Inoltre, la stretta sulla cassa integrazione in deroga, ridotta a cinque mesi per il 2015, ha comportato che molte aziende abbiano già  esaurito il proprio bonus“.
Insomma, al calo di domande di cassa non corrisponde necessariamente una maggiore crescita di lavoro, anzi.
Gli ultimi dati Istat sulla produzione industriale, che si riferiscono a giugno 2015, parlano di un calo dello 0,3% su base annua e dell’1,1% su base mensile.
Resta da capire che fine abbiano fatto quei lavoratori per i quali non è stata autorizzata la cassa integrazione.
“Le domande di disoccupazione, da maggio a giugno 2015, sono aumentate — prosegue Loy — Questo può essere un segnale di un parziale travaso verso la vera e propria disoccupazione di persone che erano in aziende in difficoltà ”.
In effetti, nel giro di un mese, le richieste di disoccupazione sono passate da 104mila a 122mila, con un incremento del 17%.
Nel dettaglio, riporta l’Inps, a giugno sono state presentate 5.422 domande di Aspi, 2.482 domande di mini Aspi e 109.071 domande di Naspi.
A queste cifre si aggiungono 219 domande tra disoccupazione ordinaria e speciale edile e 5.476 domande di mobilità , per un totale di 122.670 domande.

Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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BREBEMI, LO STATO REGALA 320 MILIONI AI GESTORI PER COMPENSARE IL FLOP

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

AUTOSTRADA INUTILE E NON FREQUENTATA, I CONTRIBUENTI ORA PAGANO LE PATACCHE PADANE…LEGA AMBIENTE DENUNCIA: “LA GARA E’ DA RIFARE”

“Distorsione della concorrenza”, “violazione dei principi comunitari”. L’esposto di Legambiente inviato a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità  nazionale anticorruzione, è un dossier corredato di riferimenti normativi e regolamentari contro Brebemi.
La A35 venne inaugurata un anno e un mese fa dal presidente del Consiglio Matteo Renzi con toni trionfali, “la prima autostrada costruita coi soldi dei privati”.
Peccato che per tenere in piedi il collegamento tra Milano e Brescia, visto un piano economico che non ha retto l’urto del poco traffico e quindi dei minori introiti, pochi giorni fa il pubblico ci ha dovuto mettere sopra 320 milioni di euro: 260 dallo Stato, 60 dalla Regione.
Allungando (gratuitamente) la concessione alla società  di progetto, da 19 anni e 6 mesi a 25 anni e 6 mesi.
“La modifica delle condizioni contrattuali approvata dal Cipe, se prevedibile in sede di gara di aggiudicazione – si legge nel documento spedito anche a Corte dei conti e al direttore generale della Concorrenza della Commissione europea – avrebbe potuto comportare un maggior numero di partecipanti alla gara ed una diversa strutturazione delle offerte potendo portare a valori di aggiudicazione inferiori a vantaggio dell’interesse pubblico “.
E ancora, “la modifica ex post delle condizioni stringenti poste a base della gara di aggiudicazione della concessione (durata minima e assenza assoluta di contribuzione pubblica) altera i presupposti fondamentali della gara di concessione introducendo elementi radicalmente distorsivi della procedura svolta e della concorrenza e violi i principi comunitari in materia”.
Secondo gli ambientalisti, a questo punto, la disponibilità  del pubblico “non deve essere riconosciuta passivamente all’operatore concessionario bensì posta eventualmente a base di una nuova gara ( per la gestione , ndr), che prevedendo tali ulteriori elementi potrebbe vedere una maggiore partecipazione. Consentendo di valutare in regime di correttezza e trasparenza la disponibilità  di un diverso miglior offerente”.
La storia di questa autostrada lunga 62 chilometri finora è stata decisamente tormentata. Costruita con il cosiddetto project financing , è partita subito con il piede sbagliato: le previsioni parlavano di 800 milioni di euro di spesa.
Il conto finale si è triplicato: 2,439 miliardi di euro, interessi compresi.
Con ogni chilometro di asfalto che alla fine è costato 38 milioni di euro.
Per ripagare il costo la società  di progetto (composta da banche con Intesa in primis, società  autostradali, costruttori con Gavio in testa, camere di commercio, comuni e province) aveva puntato tutto su una concessione ventennale e relativi introiti del pedaggio con un ipotetico guadagno dalla vendita alla fine del periodo.
Le stime per rientrare almeno dai costi furono di 40mila transiti nei primi sei mesi, 60mila dal gennaio scorso.
I numeri dicono altro: ad oggi la punta – quindi non è la media – tocca i 38mila accessi.
E questo nonostante una vasta campagna pubblicitaria e di sconti sul pedaggio per attirare clienti.
“Il punto è che di questa colata di cemento non c’era neanche bisogno – dice Dario Balotta, responsabile Trasporti di Legambiente – e come sempre il pubblico arriva in soccorso del privato. Così fare gli imprenditori diventa una passaggiata…”.
L’alternativa al mancato riequilibrio, secondo Brebemi, sarebbe stato il recesso dalla convenzione con la conseguente somma che lo Stato avrebbe dovuto versarle: 2,44 miliardi di euro.
Insomma, per le tasche dei contribuenti sarebbe stato pure molto peggio che il contributo di 320 milioni.

Matteo Pucciarelli
(da “La Repubblica“)

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SALVINI MINISTRO SUBITO

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

RENZI DOVREBBE NOMINARLO MINISTRO DEGLI INTERNI PER TRE GIORNI: COSI’, DOPO AVERLO VISTO ALL’OPERA, LA LEGA TORNEREBBE AL 4%

Siccome il Viminale è sede vacante da due anni (c’è Angelino Alfano, cioè nessuno), Renzi dovrebbe prendere seriamente in considerazione la proposta di Salvini: nominarlo ministro dell’Interno per tre giorni, durante i quali il leader leghista promette di risolvere una volta per tutte il problema dell’immigrazione.
Non ci venga a dire che non può farlo perchè il suo è un governo di centrosinistra e Salvini farebbe una politica di centrodestra: anche il Jobs Act e le altre controriforme renziane (dalla scuola alla Costituzione, dalla responsabilità  civile dei giudici ai reati fiscali) erano nel programma del centrodestra: una più una meno, non se ne accorgerebbe nessuno.
Ma soprattutto abbiamo come il sospetto che Salvini, se facesse il ministro per tre giorni (o settimane o mesi o anni), non combinerebbe un bel nulla.
Esattamente come Alfano, noto pelo superfluo.
In compenso la sua propaganda sull’immigrazione a colpi di felpe, ruspe e talk show che l’ha portato sopra il 15% nei sondaggi, messa alla dura prova dei fatti si scioglierebbe come calippo al sole e la Lega tornerebbe là  dov’era venuta: nelle valli bresciane, bergamasche e trevigiane, col suo endemico 4-5%.
La fortuna di Salvini è che qualunque cosa dica alla pancia, alle viscere e ai genitali degl’italiani meno alfabetizzati non avrà  mai la possibilità  di essere sperimentata per vedere l’effetto che fa.
E nessuno ha la memoria così lunga per ricordare che, negli 11 anni in cui la Lega governò, occupando ministeri chiave per la sicurezza come l’Interno e la Giustizia, gli immigrati continuarono a entrare in Italia imperterriti e incontrollati.
Senza contare che: la legge Bossi-Fini fu la più clamorosa sanatoria di irregolari (oltre 700 mila) mai vista; il ministro Maroni finanziò — come tutti — i campi rom; il devastante regolamento Dublino-2 (poi esteso ad altri paesi nella terza formulazione) fu siglato nel 2003 dal governo Berlusconi-2 con dentro il Carroccio; la decisione di bombardare la Libia di Gheddafi nel 2011 fu assunta dal Berlusconi-3 con l’ok della solita Lega.
Se Salvini andasse al Viminale, dovrebbe fare i conti con le norme italiane ed europee, ma soprattutto con i numeri e le realtà  che — a chiacchiere — può serenamente ignorare.
Intanto non c’è nessuna “invasione” che giustifichi lo stato d’emergenza, nazionale o padano. Nel 2014 sono sbarcati in Italia 170 mila migranti, nei primi 7 mesi del 2015 circa 100 mila: quasi altrettanti.
L’Italia ne ha lasciati fuggire dai centri di accoglienza 170 mila, un po’ perchè è vietato usare la forza per costringere all’identificazione chi si rifiuta, un po’perchè ci conviene chiudere un occhio, anzi due: i fuggiaschi varcano la frontiera per raggiungere i paesi del centro e nord Europa.
I quali ce ne hanno rispediti al mittente 12 mila: in base a Dublino-3, qui sono sbarcati e qui devono restare.
Perciò chi parla, oggi, di potenziare rimpatri ed espulsioni obbliga l’Italia a identificare tutti i migranti e dunque a tenersene molti più di quanti ne tiene oggi, e anche di quanti vogliono restare (la maggioranza preferisce proseguire verso Nord). Ormai quasi la metà  dei nuovi arrivati hanno diritto di asilo perchè fuggono da guerre e persecuzioni, dunque non c’è altra soluzione che accoglierli.
Poi c’è l’altra metà , quella di chi si vede respingere la domanda d’asilo: questi sì vanno rimpatriati, ma le procedure di identificazione e di esame delle richieste sono lente (nessuno spontaneamente dice da dove viene, quanti anni ha e come si chiama; chi non ottiene asilo ha diritto di fare ricorso; e i tribunali sono intasati da processi più importanti).
Così nei tempi morti i più si rendono irreperibili e scampano al rimpatrio forzato, semprechè le forze di polizia — lardellate di tagli di organico e di fondi —abbiano i mezzi per organizzarlo.
Quest’anno gli ordini di espulsione sono stati 18 mila, di cui solo 8500 eseguiti e quasi 10 mila rimasti lettera morta.
Come tutti i grandi problemi italiani, anche l’immigrazione — di per sè irrisolvibile — potrà  essere governata e disciplinata solo quando avremo uno Stato efficiente. Cioè quando avremo uno Stato.
Matteo Bandello, novelliere del ‘500, racconta che nell’estate 1526 Giovanni dalle Bande Nere, impegnato nell’assedio di Milano, decise di mettere alla prova Niccolò Machiavelli, fresco autore del trattato Dell’arte della guerra.
E lo sfidò a dare una dimostrazione pratica delle sue geniali strategie militari sul campo di battaglia.
Messer Niccolò, bravissimo con la penna ma un po’ meno con la spada, si imbranò per due ore sotto il sole cocente senza riuscire neppure a disporre i 3 mila fanti “secondo quell’ordine che aveva scritto”, tra le risate della truppa ansiosa di andare a pranzo.
Poi Giovanni interruppe l’esperimento e, levatogli il comando e l’imbarazzo, provvide personalmente a ordinare i soldati “in un batter d’occhio con l’aita dei tamburini… con ammirazione grandissima di chi vi si trovò”.
Poi, dopo pranzo, invitò lo scrittore a narrare “una delle sue piacevoli novelle”, richiamandolo al suo vero e unico mestiere.
E dimostrando così — annota perfido Bandello — “quanta differenza sia da chi sa e non ha messo in opera ciò che sa, da quello che oltra il sapere ha più volte messo le mani, come dir si suole, in pasta, e dedutto il pensiero e concetto de l’animo suo in opera esteriore”.
E lì si trattava del padre del Principe, non del nipote di Bossi.
È una vera fortuna per Matteo Salvini che Matteo Renzi non conosca Matteo Bandello.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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UN TEDESCO AGLI UFFIZI: RIVOLUZIONE NEI MUSEI PUBBLICI ITALIANI

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

NOMINATI 20 NUOVI DIRETTORI, 7 SONO STRANIERI

Il cambio che farà  forse più clamore arriva per gli Uffizi, dove lo storico direttore Antonio Natali deve cedere il passo ad un esperto di arte fiorentina che arriva da Friburgo in Germania, Eike Schmidt, 47 anni.
Ma sono ben sette su 20 i direttori stranieri chiamati a guidare i 20 musei superstar del patrimonio pubblico italiano.
Tra questi la tedesca CecileHollberg ,48 anni, storica e manager culturale tedesca che andrà  alle Gallerie dell’Accademia di Venezia , James Bradburne, 59 anni, nato in Canada ma di nazionalità  britannica per Brera, Sylvain Bellenger, storico dell’arte francese per Capodimonte.
L’età  media dei vincitori è di 50 anni.
Su 20, 10 sono uomini e 10 sono donne.
Gli italiani che tornano dall’estero sono 4 (Bagnoli, Gennari Santori e D’Agostino che rientrano dagli Stati Uniti e Degl’Innocenti dalla Francia).
Quanto alle professioni: 14 storici dell’arte, 4 archeologi, 1 museologo/manager culturale e 1 manager culturale.
Nominata anche un’interna del ministero
Questi i nomi:
1) GALLERIA BORGHESE (ROMA):Anna Coliva – 62 anni, storica dell’arte.
2) GALLERIE DEGLI UFFIZI (FIRENZE): Eike Schmidt – 47 anni, storico dell’arte.
3) GALLERIA NAZIONALE DI ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA DI ROMA Cristiana Collu – 46 anni, storica dell’arte
4) GALLERIE DELL’ACCADEMIA DI VENEZIA:Paola Marini – 63 anni, storica dell’arte
5) MUSEO DI CAPODIMONTE (NAPOLI): Sylvain Bellenger – 60 anni, storico dell’arte.
6) PINACOTECA DI BRERA (MILANO):James Bradburne – 59 anni, museologo e manager culturale
7) REGGIA DI CASERTA: Mauro Felicori – 63 anni, manager culturale.
8 ) GALLERIA DELL’ACCADEMIA DI FIRENZE:Cecilie Hollberg – 48 anni, storica e manager culturale.
9) GALLERIA ESTENSE (MODENA):Martina Bagnoli – 51 anni, storica dell’arte.
10) GALLERIE NAZIONALI DI ARTE ANTICA (ROMA):Flaminia Gennari Santori – 47 anni, storica dell’arte.
11) GALLERIA NAZIONALE DELLE MARCHE (URBINO): Peter Aufreiter – 40 anni, storico dell’arte.
12) GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA (PERUGIA):Marco Pierini – 49 anni, storico dell’arte e filosofo.
13) MUSEO NAZIONALE DEL BARGELLO (FIRENZE):Paola D’Agostino – 43 anni, storica dell’arte.
14) MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI NAPOLI: Paolo Giulierini – 46 anni, archeologo.
15) MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI REGGIO CALABRIA: Carmelo Malacrino – 44 anni, archeologo e architetto.
16) MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI TARANTO Eva Degl’Innocenti – 39 anni, archeologa
17) PARCO ARCHEOLOGICO DI PAESTUM: Gabriel Zuchtriegel – 34 anni, archeologo.
18) PALAZZO DUCALE DI MANTOVA: Peter Assmann – 61 anni, storico dell’arte.
19) PALAZZO REALE DI GENOVA: Serena Bertolucci – 48 anni, storica dell’arte.
20) POLO REALE DI TORINO: Enrica Pagella – 58 anni, storica dell’arte.

(da “Huffingtonpost”)

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MOODY’S GELA RENZI: “POCHE ILLUSIONI L’ITALIA ANDRÀ LENTA”

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

CRESCITA DEL PIL 2016 SOLO DELL’1% “INSUFFICIENTE A FAR CALARE LA DISOCCUPAZIONE”

Minore crescita della Cina (unita alla svalutazione dello yuan), aumento dei tassi di interesse negli Usa, possibile uscita della Grecia dall’euro.
Sono questi i principali fattori di rischio che Moody’s vede per la crescita economica mondiale. Fattori esterni che peseranno anche sulla performance dell’Italia.
Nel 2016 la crescita economica dell’Italia si attesterà  appena sopra l’1%, scrive Moody’s nel suo rapporto Global macro outlook.
Il Governo Renzi stima una crescita 2016 dell’1,4%.
Per l’agenzia di rating americana anche la crescita della Francia sarà  intorno all’1% mentre quella dell’Eurozona in generale sarà  di circa l’1,5% nel 2015 e nel 2016.
Per quest’anno invece Moody’s stima per l’Italia e per la Francia una crescita dell’1% o sotto tale soglia – sarà  0,7% secondo il Governo italiano.
I tassi di crescita di Italia e Francia, spiega l’agenzia “non saranno sufficienti a far calare la disoccupazione in modo significativo”.
L’Eurozona nel complesso, prosegue l’agenzia, trae benefici dall’euro debole e dai bassi prezzi del petrolio ma una volta che questi effetti si saranno “esauriti”, la crescita non supererà  l’1,5% “per molti anni a venire”.
Moody’s spiega che al momento “non ci sono prove di un deciso aumento degli investimenti, della produttività  e dell’occupazione” e che quindi “le riforme strutturali abbiano alzato il potenziale di crescita della regione”.
Moody’s mantiene la sua previsione sul Pil dei Paesi G20 al +2,7% per il 2015 e a circa +3% nel 2016, ma non prevede che la crescita torni a mostrarsi ai ritmi pre-crisi entro i prossimi cinque anni.
“La ripresa negli Usa e, in misura minore, dell’area euro e del Giappone saranno controbilanciate dal perdurante rallentamento della Cina, della crescita bassa o negativa in America Latina e da una ripartenza solo graduale della Russia dalla recessione dello scorso anno” si legge nel rapporto.
Per la Cina, Moody’s prevede una crescita del 6,8% quest’anno e del 6,5% l’anno prossimo per arrivare a un tasso attorno al 6% alla fine del decennio.

(da “Huffingtonpost“)

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“PERCHE’ HO RIFIUTATO L’ASSUNZIONE A SCUOLA”

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

“NESSUNO DIFENDE UN PRIVILEGIO, MA UN DIRITTO”

Marcella Raiola, 44 anni, precaria da 13, insegnante di materie letterarie, spiega le ragioni del suo no: “È un salto nel buio. Non difendo un privilegio ma un diritto”.

Caro direttore, ho 44 anni e faccio con passione l’insegnante pendolare da 13.
Insegno Latino, Greco e materie letterarie nei licei classici della provincia di Napoli, e poche volte ho lavorato a meno di 25 chilometri da casa.
Sono laureata e abilitata con il massimo dei voti e ho conseguito un dottorato di ricerca in Filologia.
Sono iscritta in graduatorie che per legge sono provinciali, non nazionali, e ho pieno titolo all’assunzione.
Da 13 anni accumulo punteggio lavorando da “ultima arrivata”, con studenti, colleghi, dirigenti sempre diversi, e con meno diritti (niente ferie, niente scatti stipendiali).
A differenza di tanti altri, poche volte mi è capitato di lavorare su uno spezzone orario, cioè a stipendio ridotto, oppure su due o tre scuole.
Non ho, come tanti miei colleghi di età  compresa tra i 40 e i 55 anni di cui ho raccolto gli sfoghi dolorosi in questi giorni tesi e tristi, figli piccoli, disabili, genitori anziani da accudire da sola o una casa appena comprata con un mutuo salato, ma ugualmente non ho prodotto la famigerata domanda di deportazione.
“Deportare” è una parola forte, è vero, ma è affiorata spontaneamente alle labbra di lavoratori precari da dieci o addirittura venti anni, con alle spalle peregrinazioni in varie regioni e grandi sacrifici, sia per l’aggiornamento (a carico nostro) che per la maturazione di un punteggio che ora viene azzerato e vanificato.
A quelli che puntano il dito contro di noi, in questi giorni, denigrandoci e accusandoci di “sputare in faccia al posto” per difendere il privilegio di lavorare “sotto casa”, voglio spiegare le mie ragioni e perchè ci viene chiesto un vero e proprio salto nel buio.
Quale lavoratore, dopo 15/20 anni di precariato, accetterebbe che un computer stabilisse dove deve andare a sopravvivere con mille euro al mese, andando a svolgere, per di più, mansioni ad oggi non definite e sicuramente diverse da quelle per cui ha studiato e lavorato?
La “fase” in cui la maggior parte dei precari rientra, infatti, me compresa, è quella in cui si viene assunti non da docenti, ma da “personale-jolly” e tuttofare, che il dirigente onnipotente utilizza a piacimento. Non solo.
L’incarico che viene offerto ai precari dura solo tre anni e comporta l’obbligo di fare ulteriore domanda di trasferimento presso scuole del nuovo comprensorio in cui ci si verrà  a trovare, con tanti saluti alla continuità .
E dopo? È questa la grande “ stabilizzazione”?
I nostri detrattori dicono pure che i lavoratori devono spostarsi dove sono i posti, ma non si chiedono come mai i posti siano tutti al Nord, mentre è al Sud che occorrerebbero più insegnanti, dato l’alto tasso di abbandono e di dispersione scolastica.
Il piano di assunzioni del governo è solo un altro gigantesco taglio mascherato: il Pd aveva promesso il ritiro dei tagli Gelmini, 88.000 dei quali sono stati dichiarati illegittimi dal Consiglio di Stato, ma non ha mantenuto la promessa e si è invece inventato l’organico “funzionale”, con la conseguenza che una parte dei precari verrà  assunta per fare chissà  cosa chissà  dove (probabilmente il “tappabuchi” fino alla fine della carriera).
Un’altra cospicua parte, quella impossibilitata o indisponibile a cedere al ricatto della migrazione coatta e della dequalificazione professionale, resterà  nelle graduatorie. Questo confligge con la sentenza della Corte europea del 26 novembre scorso, che condanna l’Italia per abuso di contratti a tempo determinato e impone l’assunzione di tutti i precari che hanno maturato 36 mesi di servizio.
Ci hanno chiesto di buttare a mare una vita di studio e sacrifici, di partecipare a una lotteria calpestando chi non può “concorrere”, nello spirito del “si salvi chi può”. Perchè?
Perchè non posso insegnare le mie materie nelle scuole in cui lavoro da 13 anni e in cui ci sono classi da 34 alunni (una l’ho avuta proprio io, nel 2009-2010).
Smembrate, potrebbero essere meglio gestite da un maggior numero di docenti? Perchè chi ha punteggi altissimi deve finire a Pordenone mentre chi è in fondo alle graduatorie potrà  coprire le cattedre su cui i deportandi lavorano continuativamente da anni?
Qual è la ratio sottesa a questo sistema caotico e lambiccato?

Marcella Raiola
(da “la Repubblica”)

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IL RIMPATRIO DI CAPITALI ORMAI E’ DIVENTATO UN CONDONO, ALTRO REGALO DI RENZI AGLI EVASORI

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

LA VOLUNTARY DISCLOSURE E’ UN FLOP E IL GOVERNO AMMORBIDISCE LA LEGGE

Ormai sembra un condono mascherato. O un cedimento del governo sul trattamento riservato agli evasori.
O l’ennesimo fallimento della lotta all’evasione.
Eppure la Voluntary disclosure, la dichiarazione volontaria di redditi finanziari prodotti all’estero, era stata annunciata come la svolta per il rientro dei capitali e la lotta all’evasione fiscale.
Varata a marzo, secondo le stime degli esperti avrebbe dovuto far rientrare almeno 6,5 miliardi di euro, uno in più rispetto a quelli portati nel 2010 con lo scudo fiscale del ministro dell’Economia del governo Berlusconi, Giulio Tremonti (5,6 miliardi).
Inoltre, sulla spinta delle direttive dell’Ocse (51 paesi del global forum sulle questioni fiscali hanno siglato a ottobre un accordo che prevede la fine del segreto bancario a partire dal 2017), il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva precisato che non sarebbe stato un condono: “L’imposta dovuta si paga per intero — aveva detto —. Chi aderirà  avrà  solo una riduzione delle sanzioni”.
Con Tremonti, infatti, gli evasori si erano messi in regola con la garanzia dell’anonimato e versando alloStato solo il 5 per cento del dovuto. Stavolta no.
A favorire le autodenunce, il fatto che i paradisi fiscali avevano e hanno iniziato ad applicare politiche più rigide.
Come le banche svizzere che, per evitare accuse di riciclaggio o auto riciclaggio, ormai reato penale, tendono a bloccare i conti dei clienti che non dichiarano la provenienza dei soldi e rendono sempre più difficile spostarli.
Agli evasori sarebbe convenuto . Eppure, finora, è stato un flop.
A giugno, il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti aveva detto, durante un question time alla commissione Finanze della Camera, che erano arrivate solo 1800 auto dichiarazioni per un ammontare di circa 300 milioni di euro. Troppo pochi. Che si fa?Si cambia la legge.
Ieri, un articolo del Messaggero parlava di una “corsa al rimpatrio dei capitali” che porterebbe nelle casse dello Stato circa 3 miliardi di gettito grazie alle domande che arriveranno entro il 30 settembre, data di scadenza per la loro presentazione.
Una speranza. Il governo sta provando a recuperare il tempo perduto e a stimolare il rientro dei capitali, fino ad ora fallito.
E per farlo ha concesso a tutti una sorta di sconto sulle tasse da pagare.
Non sulle percentuali, quindi, ma sul tempo. Il 17 luglio, in un decreto attutativo della delega fiscale, è stata introdotta una nuova disciplina sul cosiddetto “raddoppio dei termini” per l’accertamento fiscale.
Fino a luglio, con le vecchie norme, le tasse da pagare potevano arrivare a coprire un periodo di 10 anni. Con la modifica introdotta , invece, il Fisco potrà  chiedere le tasse arretrate solo degli ultimi 4 o 5 anni.
Quindi, per beneficiare del raddoppio dei termini il Fisco dovrà  presentare la notizia di reato alla Procura entro la cosiddetta decadenza ordinaria, cioè il quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione (entro quinto nel caso in cui la dichiarazione sia stata omessa).
Quindi, tutti i casi compresi tra il 2006 e il 2009 di cui non sia già  stata comunicata la notizia di reato non potranno più essere accertati.
Basterà  regolarizzare i periodi di imposta dal 2010 in poi.
Un bel regalo, che si somma alla agevolazione contenuta nell’ultima circolare dell’agenzia delle entrate: la richiesta di emersione volontaria sarà  possibile anche in mancanza di tutta la documentazione necessaria.
Unico obbligo: “Dimostrare di essersi attivamente adoperato per adempiere gli obblighi di produzione documentale”.

Virginia Della Sala
(da “il Fatto Quotidiano”)

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GILETTI: “SILVIO MI VUOLE SINDACO, MA NON SONO ANCORA PRONTO”

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

“IN FUTURO PERCHE’ NO? ORA VIENE PRIMA L’ARENA”

Sulla fine della sua love story con la consigliera regionale del Veneto, la democrat Alessandra Moretti, non parla.
Ormai è “solo un’amica”, si limita a dire il conduttore dell”Arena”, Massimo Giletti, in un’intervista pubblicata su “Libero Quotidiano” a firma di Alessandra Menzani.
Ma sulla tv e sulla politica parla a ruota a libera.
Cominciando dall’idea di Silvio Berlusconi che lo vorrebbe candidato a sindaco di Torino per sfidare il primo cittadino in carica, Piero Fassino.
Giletti non smentisce.
“Ci sta, pensare che io, con un consenso di quattro milioni di persone che ogni domenica mi seguono all'”Arena”, su Raiuno, possa avere qualcosa da dire in politica. Sì, mi hanno chiamato. Non posso dire chi, tradirei la sua fiducia. Ammetto di essere una persona alla continua ricerca, assillato dai dubbi, aperto a nuove sfide. Ho detto di no perchè non mi sento pronto. Nel futuro però, non lo escludo. Anche perchè, nel ruolo di sindaco si può fare ancora molto, è una bella esperienza. Ma per ora la politica la faccio come conduttore.
All’intervistatrice che gli ricorda la recente lite tv col Cavaliere, Giletti dice:
“Pochi sanno quello che ci siamo detti dopo l’intervista. A volte proprio dopo le interviste più forti, più rocambolesche e teatrali, hai rispetto per l’avversario. E riconosci la sua professionalità . Così ha fatto Berlusconi. Io ho dimostrato di non essere servo del potere. In quell’occasione il Cavaliere aveva portato un cartello per raccontare tutto ciò che aveva fatto nei suoi governi. Beh, me lo sono fatto autografare. Lui il suo lavoro l’ha fatto bene. Però non mi schiero. Tra l’altro, anni fa, il centrosinistra mi aveva cercato. Durante la mia carriera non sono mai stato attaccato per aver preso posizioni contro quella o quell’altra parte politica. E nemmeno a favore
Su Alessandra Moretti, il conduttore tv risponde solo alla domanda di citare un difetto e un pregio della sua ex compagna.
“Il suo grande pregio è quello di essersi fatta da sola. Di essere arrivata dov’è solo grazie alle sue capacità  e con tanto studio. Come difetto, direi che è molto diretta, una caratteristica che può metterti in difficoltà , tanto che alcune dichiarazioni possono essere ma interpretate e strumentalizzate. Dovrebbe imparare a fingere di più, ma so che non lo farà .”
Su cosa pensi dei nuovi vertici della Rai, la presidente Monica Maggioni e il dg Antonio Campo Dall’Orto, Giletti dice: “Conoscono la materia, e nel caso della Rai, che fa televisione e non tombini di ferro, è indispensabile. Quello che chiedo ai nuovi vertici è che premino la meritocrazia. La Rai rispecchia il paese quindi non ci si possono aspettare regole d’ingaggio diverse.”

(da “Huffingtonpost”)

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