Agosto 25th, 2015 Riccardo Fucile
“MI HA TRASMESSO LA CULTURA TEDESCA, MERIDIONALE, PUGLIESE E SICULA DI FEDERICO II”
Una potente madre napoletana è all’origine delle sorti musicali di Riccardo Muti. Figlio di una signora «plasmata da quella napoletanità che deriva dalla cultura di Federico II, imperatore tedesco ma anche partenopeo, pugliese e siculo» (parole di Muti), il direttore d’orchestra colloca con atteggiamento fiero la propria mamma nella categoria dei «napoletani tosti».
Lo dichiara nella sua fresca casa ravennate durante uno dei suoi rari pomeriggi di riposo.
Se è vero che la napoletanità attinge la sua linfa da una coscienza secolare delle radici e da un accorato calore umano, ma anche da una prospettiva ombrosa e segnata dal disincanto, in Muti convivono entrambi gli aspetti.
È napoletano nelle battute svelte, nell’ironia feroce, nella facilità del gesto rimodellata strutturalmente dalle regole del podio.
Ma lo è pure nelle nostalgie che ogni tanto sembrano incupirlo.
Ora che gira il mondo con successo, parla dei suoi trascorsi gioiosamente sudisti come di una mitica età dell’innocenza, «ricca di emozioni semplici e dirette».
Riferisce le circostanze della propria nascita come se fosse spuntato da una fiaba. «Sono cresciuto a Molfetta, nella stupenda terra dove mio padre, pugliese, lavorava come medico.
Tuttavia nacqui a Napoli nel 1941 e fui riportato in Puglia quando avevo due settimane.
A volte i molfettesi si risentono un po’ del mio definirmi napoletano, però bisogna ammettere che la qualifica dipende da ragioni obiettive. Diciamo che sono un apulo- campano ».
Come mai nacque a Napoli, se abitavate a Molfetta?
«Mia madre volle dare alla luce i cinque figli, tutti maschi, nella propria città . Al termine di ogni gravidanza ci andava in treno sfidando pericoli e fatiche — nel mio caso il viaggio avvenne durante la guerra — per partorire a casa di sua madre. Da adulti i miei fratelli e io l’abbiamo interrogata su questa scelta. Se un giorno finirete, che so, in America, replicò, quando vi chiederanno dove siete nati e direte a Napoli vi rispetteranno, se invece risponderete a Molfetta ci vorrà un’ora per spiegare dov’è».
Le inculcò l’idea della grande capitale?
«Napoli era per lei il regno da cui tutto s’irradia. La comprendo: ogni volta che ci vado mi coinvolge profondamente lo spettacolo della città , meravigliosa e ferita. Dal punto di vista musicale, inoltre, Napoli ha avuto un’importanza enorme e non abbastanza valutata. Spesso è stata al centro del mio lavoro, come quando curai un progetto sul Settecento napoletano per il Festival di Salisburgo. L’iniziativa ha presentato in Austria fino al 2011 capolavori sconosciuti, facendo capire quanto compositori quali Cimarosa, Paisiello, Porpora e Mercadante abbiano nutrito il genio di Mozart».
Sua madre si chiamava Gilda, come un personaggio del “Rigoletto”. Curiosa coincidenza per un verdiano come lei
«È un puro caso: la sua famiglia non s’interessava di musica. Il gran melomane tra i miei genitori era mio padre Domenico, dotato di una bella voce tenorile. Reputava necessaria per noi un’educazione musicale, e a me toccò il violino. All’inizio mi pareva una tortura: avevo sette anni e stonavo davanti a una finestra da cui potevo assistere con invidia alle partite di pallone dei miei coetanei. Non facevo progressi, sembravo negato, e l’insegnante consigliò ai miei di farmi smettere. La via crucis di Riccardo si ferma qui, decretò mio padre. Ma mia madre si oppose: aspettiamo un mese. Non ho mai capito il perchè di quella frase, fatto sta che in me scattò qualcosa e il giorno dopo riconobbi le note con immediatezza, anzi, con una certa baldanza. La mia strada nella musica partì da quel momento».
Come appariva mamma Gilda?
«Bellissima, slanciata ed elegante, coi capelli ondulati. Una linea di sangue blu scorreva nella sua famiglia, anche se lei, così sobria, non amava sottolinearlo. La sua bisnonna materna era una marchesa di Grenoble, e quando andavamo a pranzo da mia nonna a Napoli, in Via Cavallerizza a Chiaia, sulla tavola c’erano tovaglie e posate con lo stemma del marchesato».
Gilda non aveva vanità ?
«Nascondeva l’età . Solo quando se n’è andata nel ’71, per un ictus a 65 anni, abbiamo potuto vedere un suo documento. L’hanno sepolta a Napoli e mio padre, per rispetto, ha fatto incidere sulla sua tomba l’anno della morte ma non quello della nascita ».
Era una mamma affettuosa?
«Non gradiva le smancerie. Era riservata e severa. Ci ha cresciuti come soldati. Dormivamo su materassi di crine messi sopra tavole di legno. Espressioni come “non mi piace” e “io voglio” erano per lei inconcepibili ».
Dura, quindi.
«Ma no, solo non incline alle effusioni. Un suo sorriso apriva il cielo. Quand’era spensierata, in cucina, cantava canzoni appassionate come “Stu core analfabeta tu ll’he purtato a scola” di Totò. Però il bacio della buonanotte ce lo dava di nascosto, quando credeva che fossimo addormentati. Baciare i figli era una sdolcinatezza inopportuna per l’“omme”, il maschio”».
Come accolse la carriera straordinaria del figlio Riccardo?
«Con la consueta asciuttezza. Vinsi il concorso Cantelli nel ’67 e diressi il concerto della premiazione a Novara. Ho una foto dove l’intera sala è plaudente tranne i miei genitori e i miei nasuti fratelli. Mia madre aveva impartito l’ordine di non applaudire, considerando ogni forma di entusiasmo per un congiunto una debolezza sconveniente. Nel ’70, dopo un mio concerto a Firenze, chiese al critico de La Nazione Leonardo Pinzauti: “dottore, come va questo ragazzo?” Eppure io dirigevo il Maggio Musicale Fiorentino già da un anno e mezzo».
Esiste ancora, secondo lei, la “grande madre mediterranea”?
«Certo: basta pensare alle madri austere e vigorose del Sud Italia, a quelle d’Israele, della Spagna, della Grecia. Guardo con orgoglio a questo mondo, che ci ha impresso una certa peculiarità del ragionare e del sentire. Per questo sono convinto che la Grecia debba restare in Europa. È il luogo dove in passato furono creati i modelli culturali che non smettono di determinare la nostra identità ».
Leonetta Bentivoglio
(da “La Repubblica”)
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Agosto 25th, 2015 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE BERGAMASCO MONELLA AVEVA SPARATO A UN LADRO CHE GLI VOLEVA RUBARE IL SUV… DEVE SCONTARE SEI ANNI PER OMICIDIO VOLONTARIO… IL CONCETTO DI LEGA-LITA’: SPARARE DAL BALCONE
Quanto vale un colpo di spugna ai cinquecentomila emendamenti leghisti alla riforma costituzionale? 
La grazia di un imprenditore condannato per omicidio volontario, a sentire Roberto Calderoli.
“La smetto con l’ostruzionismo – giura solennemente il vicepresidente del Senato – se il ministro Orlando trasmette gli atti per il provvedimento di clemenza a Mattarella”. Ma chi è il protagonista dello scambio proposto dal big leghista?
La storia risale a quasi dieci anni fa.
Il 6 settembre del 2006 alcuni ladri entrano nella villa del costruttore bergamasco Antonio Monella, ad Arzago D’Adda.
Vogliono rubargli il Suv parcheggiato in cortile, lui spara e uccide il diciannovenne albanese Ervis Hoxa.
Legittima difesa o volontà di ammazzare?
Dopo anni di processi, arriva la condanna definitiva della Cassazione: sei anni e due mesi per omicidio volontario (escludendo però il dolo intenzionale).
L’imprenditore diventa presto un simbolo: sostengono la battaglia per la grazia la Lega e molti suoi concittadini. Si organizzano raccolte di firme, il legale di Monella inoltra la richiesta di un atto di clemenza.
Stessa mossa di Matteo Salvini, a luglio: anche per il numero uno del Carroccio si è trattato di un caso di legittima difesa.
E’ a questo punto della storia che entra in gioco Calderoli, la mente del diluvio di emendamenti al ddl Boschi.
Senatore, ma che cosa c’entra la grazia a un condannato con la riforma? Nulla, a occhio.
“Non c’entra nulla. Però c’entra il fatto che Orlando fa parte di un governo impegnato nelle riforme. Il mio atteggiamento negativo rispetto al ddl costituzionale resta, non do certo il via libera a quel testo. Ritiro solo gli emendamenti in commissione, evito l’ostruzionismo. E dunque penso che sia interesse di Renzi e della Boschi esercitare pressione su Orlando affinchè trasmetta a Mattarella la domanda. Anche perchè non spetta al ministro decidere sulla grazia, ma al Presidente. Il ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio”.
Ha già parlato con il premier di questa “offerta”?
“No, non ne ho parlato con lui”.
C’è chi non capirà . Molla la battaglia per la Costituzione per il caso di un singolo. Un baratto?
“Nessun baratto, cedo solo sull’ostruzionismo. Restano quattro emendamenti, compreso quello sul Senato elettivo”.
Insomma, è davvero disposto a rinunciare a quella valanga di proposte già depositate?
“Certo. Orlando avrebbe potuto dare il via libera alla pratica e finora non l’ha fatto, fermandola per quasi un anno. Voglio sperare che stavolta la cosa vada in porto. Io sto dietro a questa storia da settembre scorso, quando ancora c’era Napolitano. Poi è arrivato Mattarella. E l’iter al ministero non è ancora concluso!”.
Calderoli, a dire il vero il ministro della Giustizia fa sapere che la pratica non è bloccata, ma bisogna attendere il parere del tribunale di sorveglianza, chiesto ai primi di agosto. Dopo, il ministro potrà fare le proprie valutazioni e inviare l’istruttoria al Colle, presumibilmente entro inizio settembre
“Mi risulta che sia tutto pronto. E poi ricordiamoci che parliamo di uno che si è presentato spontaneamente in galera”.
Perchè cavalcate questa vicenda?
“È una battaglia di giustizia, non di politica. Monella si è difeso, magari ha ecceduto, però gli sono entrati in casa mentre c’erano moglie e figli. Io non so come reagirei, sinceramente. Per carità , ha sbagliato. Ma da un anno è in carcere. E ha anche risarcito le vittime”.
Calderoli, per caso Monella è un suo amico o un militante leghista?
“Solo un bergamasco”.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
La vicenda si presta ad alcune considerazioni:
1) La battaglia leghista sulla riforma costituzionale è solo un bluff, non mira a bloccare la legge truffa, ma solo a utilizzare gli emendamenti per baratti.
2) La Lega vuole la grazia per un assassino che ha liberamente deciso di sparare senza essere il pericolo di vita, ma solo per la proprietà di un Suv. Ovviamente libero di farlo, ma anche di assumersene le conseguenze penali.
3) Il messaggio che lo Stato trasmetterebbe è quello che chiunque può sparare dal balcone a chiunque, senza aspettare le forze dell’ordine, tanto arriva la grazia. Un nuovo concetto di Lega-lità .
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Agosto 25th, 2015 Riccardo Fucile
NON SI FERMA UNA MIGRAZIONE EPOCALE CON PROVVEDIMENTI DI POLIZIA
Nel libro “Il giro di boa”, Andrea Camilleri affronta il tema dell’immigrazione clandestina, prendendo di punta la legge Bossi Fini (nel libro chiamata Cozzi Pini).
Una legge sintomo di una società distorta, pensa il commissario Montalbano che, una sera, assiste ad un talk show in cui è presente uno di questi politici che soffiano sul fuoco dell’emergenza immigrati.
«Ho solo una breve dichiarazione da fare. La legge Cozzi Pini sta dimostrando di funzionare egregiamente e se gli immigrati muoiono è proprio perchè la legge fornisce gli strumenti per perseguire gli scafisti, che in caso di difficoltà , non si fanno scrupolo di buttare a mare i disperati per non rischiare di essere arrestati. Inoltre vorrei dire che …».
Montalbano, di scatto, si susì e cangiò canale, più che arraggiato, avvilito da quella presuntuosa stupidità .
Si illudevano di fermare una migrazione epocale con provvedimenti di polizia e con decreti legge.
E s’arricordò che una volta aveva veduto, in un paese toscano, i cardini del portone di una chiesa distorti da una pressione accussì potente che li aveva fatti girare nel senso opposto a quello per cui erano stati fabbricati.
Aveva domandato spiegazione ad uno del posto. E quello gli aveva contato che, al tempo della guerra, i nazisti avevano inserrato gli ‘omini del paese dintra alla chiesa, avevano chiuso il portone, e avevano cominciato a gettare bombe a mano dall’alto. Allora le pirsone, per la disperazione, avevano forzato la porta ad raprirsi in senso contrario e molti erano arrinisciuti a scappare.
Ecco: quella gente che arrivava da tutte le parti più povere e devastate del mondo aveva con sè tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario.
Con buona pace di Cozzi, Pini, Falpalà e soci.
I quali erano causa ed effetto do un mondo fatto di terroristi che ammazzavano tremila americani in un botto solo, di americani che consideravano centinara e centinara di morti civili come effetto collaterale dei loro bombardamenti, di automobilisti che srafazzavano pirsone e non si fermavano a soccorrerle … di bilanci falsi che a norma di nuove regole non erano da considerarsi falsi, di gente che avrebbe dovuto da anni trovarsi in galera e invece non solo era libera, ma faciva e dettava leggi.
E con buona pace di Salvini ma anche di Hollande e Merkel, che di fronte a questo esodo, questa tragedia non pensano ad altro che a pattugliare meglio le frontiere.
(da “unoenessuno.blogspot”)
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Agosto 25th, 2015 Riccardo Fucile
“BERLUSCONI VUOL REGALARE IL CENTRODESTRA A RENZI PER TRATTARE CON LUI”
“Ormai Berlusconi blocca il centrodestra. Il suo è un modo per continuare a dialogare con Matteo
Renzi”.
Raffaele Fitto, un tempo enfant prodige di Forza Italia, oggi è il leader della nuova formazione Corservatori e riformisti. Non si scompone, dunque, sulla presa di posizione dell’ex Cavaliere.
Onorevole Fitto, Giovanni Toti evoca le primarie del centrodestra ma Silvio Berlusconi con un tratto di penna boccia la consultazione interna alla coalizione.
“Per quanto mi riguarda non è una novità . Anzi. Come spesso succede attorno a Berlusconi ci sono coloro i quali scelgono di autocontraddirsi, anzichè contraddirlo”.
Lei ha lasciato Forza Italia anche per questo motivo.
“Per anni ho chiesto strumenti di democrazia interna per il rinnovo degli organi di partito. Ma il problema è sempre lo stesso”.
A cosa si riferisce?
“A Berlusconi. Il quale si ostina a gestire il presente ma non pensa in alcun modo al futuro. In sostanza, il leader di Forza Italia, dopo il Nazareno 1, vuole regalare il centrodestra a Matteo Renzi, che è il suo interlocutore principale sulle riforme, sulla Rai”.
Da venti anni parliamo sempre e soltanto di Silvio Berlusconi. Può essere che sia soltanto lui il cancro del centrodestra?
“In realtà c’è anche un ‘altra questione: quello della classe dirigente. C’è la necessità di rinnovarla. Ma la dobbiamo far scegliere ai nostri elettori. Non possiamo pensare di fare dei casting per selezionarla”
Lei è favorevole alle primarie. Ma Berlusconi si oppone perchè “molte volte sono state uno strumento manipolabile”.
“Infatti, devono essere regolamentate per legge. Questo eviterebbe le manipolazioni di cui parla Berlusconi. Faccio un flash: basterebbe far votare coloro i quali sono iscritti nelle liste elettorali. E poi mi faccia dire un’altra cosa su Berlusconi”.
Cosa?
“Per mesi Berlusconi e i suoi hanno evocato come modello il partito repubblicano statunitense. Peccato che i repubblicani americano stiano svolgendo le primarie. Ecco, la contraddizione”.
Se Forza Italia confermasse questa linea anti-primarie, voi Conservatori come vi comporterete?
“Il nostro progetto ha bisogno del tempo necessario. Siamo convinti che si debba tornare a parlare dei problemi dei cittadini. Bisogna adesso comprendere cosa vorranno fare gli altri partiti della coalizione”.
Partecipereste alle primarie con la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni?
“È un tema aperto. C’è la necessità di mettere in campo questo percorso”.
Nei sondaggi la Lega veleggia attorno 15%. Dunque se così fosse Salvini e le sue posizione oltranziste avrebbero la meglio.
“Le primarie non sono soltanto l’occasione per votare qualcuno. Ma si voterà qualcuno sulla base di ciò che propone”.
Giuseppe Alberto Falci
(da “La Repubblica”)
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Agosto 25th, 2015 Riccardo Fucile
LE FEMMINE GUIDANO L’ORGANIZZAZIONE QUANDO GLI UOMINI SONO IN CARCERE… E DIFENDONO LA FAMIGLIA IN TV
Un po’ Vanzina, un po’ Scorsese. Discoteche, feste, vacanze, tv e calcio.
Vita smeralda, ma anche pomeriggi passati al centro commerciale.
Ma soprattutto ci sono loro, le donne, le vere protagonista della saga “i Casamonicas”. Madri, moglie, sorelle, figlie e fidanzate.
Setacciando l’universo social dei Casamonica — tutto Facebook, niente Twitter — si può ricostruire il magico mondo del clan di etnia sinti che controlla le attività criminali nel quadrante sud est della Capitale, diventato famoso in tutto il mondo dopo i funerali del capostipite,Vittorio, giovedì scorso nella Basilica di don Bosco.
Sono loro, le donne, che hanno spiegato in tv, davanti ai microfoni, i motivi di quel funerale così sfarzoso. “Noi non siamo mafiosi, la mafia andate a cercarla tra i politici!”. “Il prossimo funerale lo facciamo ancora meglio!”.
C’erano anche domenica, quando una troupe della trasmissione Agorà è stata aggredita nella zona del Quadraro. “I boss qua non ci stanno. I veri boss sono quelli che hanno fatto saltare in aria Falcone e Borsellino!”.
Non è solo folclore, però. Le donne dei Casamonica e delle famiglie vicine — gli Spada, i Di Silvio, gli Spinelli — hanno un ruolo fondamentale.
Sono loro a tenere il timone dell’organizzazione quando gli uomini finisco in carcere.
Sono loro a riscuotere i crediti, a organizzare lo spaccio, a istruire le truppe per il controllo del territorio.
Quando poi arriva qualche blitz delle forze dell’ordine, eccole correre a gettare la coca in bagno o a bruciarla nei camini sempre accesi.
Prima di mettere in scena la sceneggiata: pianti, urla, svenimenti degni della migliore sceneggiata napoletana.
Si buttano a terra e si battono il petto. Poi, appena la polizia se ne va, tutto torna come prima.
Si possono incrociare nelle file per i colloqui a Rebibbia e Regina Coeli. Quello è l’unico momento in cui non sfoggiano oro, gioielli e abiti griffati. Per il resto, è tutta un’esibizione, dagli arredi delle case ultra kitsch alle vacanze.
La Costa Smeralda è la meta più gettonata. Acque cristalline e discoteche, di cui postano foto a ripetizione. Come anche quelle dei bambini.
Ci si sposa molto, tra i Casamonica, e si fanno un sacco di figli.
Quando c’è da controllare un pezzo di Roma, anche il numero ha la sua importanza. Difficile trovare qualcuno ancora celibe o nubile dopo i trent’anni. Si divertono, da giovani. In discoteca, alle Terrazze dell’Eur o all’Art Cafè a Villa Borghese. “E stasera fiesta!”.
La maggiore preoccupazione è come tirar mattina. O dove andare a cena. Si mangia tanto, ci si abbuffa, nel clan. Scene alla Goodfellas, con banchetti organizzati a casa, o fuori, nei ristoranti della periferia romana, esclusivamente a base di pesce.
Al Gambero Rosso a Fiumicino. O da Michelino Fish, all’Infernetto, vicino Ostia. O da Eco Blu, in zona San Giovanni. Grandi piatti di crudi. Ostriche e champagne.
Gianluca Roselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 24th, 2015 Riccardo Fucile
NELLA ROSA ANCHE LAGARDE E LA PRESIDENTE DELLA LIBERIA
Una donna alla guida delle Nazioni Unite dopo ben otto segretari generali uomini. 
E tra le papabili ci dovrebbe essere anche l’italiana Federica Mogherini, attualmente rappresentante della politica estera dell’Unione europea.
Ad avanzare l’ipotesi è il New York Times che in un editoriale spiega che, dopo 70 anni dalla nascita dell’organizzazione, “è ora di cambiare”.
L’attuale segretario generale Ban Ki-Moon, terminerà il suo secondo mandato quinquennale il prossimo 31 dicembre.
“Sarebbe incredibilmente simbolico e potente – scrive il giornale Usa – nominare una donna alla guida dell’organizzazione per far fronte alle pressanti sfide mondiale con diplomazia e consenso globale”.
I cinque membri del Consiglio di sicurezza, Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia e Usa, hanno già iniziato a trattare mentre decine di membri non permanenti stanno spingendo per una donna al comando.
Una lista di ‘potenziali’ candidate è intanto già iniziata a circolare stilata dal gruppo indipendente ‘Campaign to elect a woman UN segretary general’, spiega il Nyt, tra le più gettonate il presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, il direttore del Fmi Christine Lagarde, il segretario esecutivo della Economic Commissione for Latin America and the Caribbean Alicia Barcena Ibarra.
Tra i nomi snocciolati dal gruppo come donne di spicco anche l’Alto commissario Ue per gli Affari Esteri Federica Mogherini, la responsabile dell’Undp Helen Clarke, il direttore generale dell’Unesco Irina Bokova.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 24th, 2015 Riccardo Fucile
SEDOTTA E ABBANDONATA DA TSIPRAS, ORA SEGUE IL LEADER LABURISTA
La virata linguistica c’è già stata: “Hope from Uk”.
La sinistra italiana, sedotta e abbandonata da Alexis Tsipras, cerca in Europa un altro punto di riferimento.
E lo trova in Inghilterra: è il “rosso” James Corbyn, candidato (e probabile vincitore) delle primarie per la guida dei Labour.
Contro di lui si è schierato, con un appello agli elettori, Tony Blair convinto che una sua vittoria rappresenterebbe la “disfatta totale, forse l’annientamento” del partito. Come finirà Oltremanica lo si saprà il 12 settembre, quando sarà reso noto l’esito delle primarie e dunque il nome del successore di Ed Milliband.
Ma in Italia qualcuno ha già puntato gli occhi su quella consultazione: Stefano Fassina. Uno di quelli che a piazza Syntagma a celebrare il no al referendum c’era, ma che negli ultimi giorni non ha esitato a criticare Tsipras reo, a suo dire, di non aver saputo evitare la spaccatura dentro Syriza.
Ed è proprio lui, ora, a guardare con speranza alla Gran Bretagna.
Domenica, infatti, ha ritwittato una lettera di 40 economisti pubblicata sul Guardian a sostegno di Corbyn.
Sostengono i firmatari della missiva: “La sua opposizione all’austerità è la visione più condivisa fra gli economisti, persino appoggiata dai conservatori del Fondo monetario. E il suo obiettivo è di incoraggiare la crescita. Semmai, sono estremisti la politica e gli obiettivi del governo in carica”.
Parole che, appunto, Stefano Fassina corona con un “Hope from Uk”.
“Io – spiega l’ex esponente del Pd – ritengo che la frattura dentro Syriza a breve potrà aiutare Tsipras ma temo che alla fine lo indebolirà . Non considero comunque Corbyn alternativo a lui perchè hanno uno stesso impianto culturale anche se in contesti diversi, però lo seguo con attenzione. Abbiamo assistito proprio nel passaggio sulla Grecia alla subalternità della famiglia socialista. Quello di Corbyn è un progetto interessante anche perchè l’Inghilterra è stata l’epicentro di quel fallimento”.
Con Fassina ad Atene c’era anche Alfredo D’Attorre, che verso Tsipras è un po’ più clemente.
“Non si tratta di essere delusi o meno ma — spiega — di prendere atto di ciò che è successo e cioè che è stato lasciato solo dagli altri socialisti e ha dovuto capitolare”. Anche lui sta guardando a ciò che accade in Inghilterra.
“Non ho bisogno — sottolinea — di prendere un leader straniero e farne un’icona. Ogni Paese ha la sua storia. Ma una sua vittoria alle primarie sarebbe certo una cosa positiva: dimostra che la strada per la ripresa della sinistra europea non passa per uno spostamento al centro ma a sinistra”.
Insomma, qualcosa di più che un messaggio a Matteo Renzi.
Anche Corradino Mineo, esponente della minoranza dem che però in piazza Syntagma non c’era, si dice convinto che Corbyn dica “cose interessanti”.
“Io non mi aspetto — è la doverosa premessa — che dall’estero arrivi la risposta ai problemi italiani. Però sono molto interessato a quello che accade in Gran Bretagna anche perchè la crisi del blairismo ha anticipato la catastrofica crisi della socialdemocrazia in Europa”.
Chi non ha sconfessato il premier greco sono gli esponenti di Sel: avvistati l’ultima volta ad Atene mentre esultavano per la vittoria del no al referendum, certo avrebbero avuto maggiori difficoltà a fare una tale inversione a U.
Ma certo, gli ultimi avvenimenti incidono e infatti Nichi Vendola, di solito alquanto verboso, si è limitato a un hashtag #iostocontsipras su Twitter.
“No che non lo abbiamo scaricato. Senza dubbio — spiega la senatrice Loredana De Petris – resta il punto doloroso della scissione di Syriza ma lo sosteniamo nella scelta coraggiosa di andare a elezioni, scelta a cui in Italia siamo poco abituati”.
In Europa i vendoliani sono più vicini al Gue che ai socialdemocratici di Martin Schulz. Ma nella probabile vittoria di Corbyn, De Petris considera interessante un aspetto: “l’emergere sempre più consistente di forze anti austerity che però non siano anti europeiste”
(da “Huffngtonpost“)
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Agosto 24th, 2015 Riccardo Fucile
“SE SI VOTASSE DOMANI NCD SI CANDIDEREBBE NEL CENTROSINISTRA”
“Mi ero illusa che il mio partito potesse contribuire alla ricostruzione di un centrodestra moderno. E
mi ero illusa che onorasse il nome che porta, Nuovo centrodestra. E invece stanno lavorando per aggregarsi al centrosinistra. Rispetto le sue opinioni e anche le sue scelte, ma temo che Angelino Alfano e il Nuovo centrodestra, se si votasse domattina, si candiderebbero con Matteo Renzi”.
Così l’ex ministro dell’Agricoltura Nunzia De Girolamo in un’ intervista al Corriere della Sera in cui annuncia l’addio al partito.
Sulla possibilità di un rientro in Forza Italia, “adesso per me è il momento di scegliere. Ma è una scelta che non si può fare con la leggerezza con cui si prende un aereo d’estate. Sono nata dentro Forza Italia attaccando i manifesti, e questo non può che avere un peso. Le decisioni più importanti della mia vita le ho sempre prese con il cuore e non facendo il calcolo dei vantaggi personali”, dice De Girolamo.
“Ho parlato in più occasioni, durante pranzi e cene, con Berlusconi. E ho parlato con Matteo Salvini. Il mio obiettivo, adesso, è dare il mio contributo alla ricomposizione del centrodestra”.
Per l’ex ministro, Alfano ha l’obiettivo di “andare nel centrosinistra mettendo insieme tutte quelle forze più disparate che, a vario titolo, si autodefiniscono moderate. Penso a Pier Ferdinando Casini, a Lorenzo Cesa, a Scelta civica Senza dimenticare i tanti che oggi sono pronti a saltare con Renzi e fino a ieri cantavano a squarciagola ‘Meno male che Silvio c’ è’. Non vorrei essere irriguardosa, sia chiaro. Ma a me questo esperimento mi sembra una cosa da ‘Piccolo chimico’”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 24th, 2015 Riccardo Fucile
IL DOCENTE DELLA LUISS: “AVRA’ UN IMPATTO SULLE ESPORTAZIONI, NE RISENTIREMO”
Dalla Germania all’Italia, tutti i Paesi europei dovranno fare i conti con le ripercussioni della bolla finanziaria cinese. La Germania certamente di più, vista la sua esposizione sul fronte delle esportazioni verso i paesi dell’area extra-euro, ma anche l’Italia.
La pensa così Marcello Messori, economista, direttore della Luiss School of European Political Economy e presidente delle Ferrovie di Stato Italiane.
In un’intervista all’Huffington Post, Messori spiega quali sono le ragioni del Black Monday iniziato a Shanghai e Shenzhen, dove i due principali mercati cinesi hanno trascinato giù gli indici borsistici europei e americani.
Nel Vecchio Continente sono stati bruciati 411 miliardi di euro, Milano da sola ne ha persi 38.
“Il tasso di crescita europeo è stato trainato più dalle esportazioni che non dai consumi interni. Non è un caso che uno dei Paesi più colpiti dal punto di vista borsistico sia stata proprio la Germania, che ha un avanzo di partite correnti estremamente forte rispetto alle aree esterne all’area euro – dice Messori – E questo vale in parte anche per l’Italia. Non saremo lo Stato più colpito, però certamente quel poco di crescita che abbiamo conosciuto e la riduzione della recessione registrata sono entrambe dovute alle esportazioni”.
La crisi finanziaria cinese è la prova definitiva che la locomotiva si è rotta. Perchè?
La locomotiva cinese si è inceppata perchè ha cercato, prima tra le grandi aree economiche mondiali, di passare da una situazione di forte sostegno alla crescita da parte del pubblico – che in questo caso si configurava come un intervento molto accentrato da parte della Banca Centrale cinese controllata dallo Stato – a un rilancio dei consumi interni. Si è fatto, in sintesi, un tentativo di decentramento economico.
Questo passaggio era molto difficile.
Premessa: la caratteristica di essere una economia con forti elementi di dirigismo era un tratto tipico dell’economia cinese che si è accentuato come risposta alla crisi internazionale del 2007-2009. Quelle che erano caratteristiche proprie dell’economia cinese, e quindi una preponderanza degli investimenti con generosi finanziamenti da parte di un settore bancario controllato dallo Stato, si sono ulteriormente accentuate. Gli investimenti sono stati dirottati nel settore delle infrastrutture. L’economia cinese da qualche trimestre ha cercato di porre fine a questo modello molto squilibrato, perchè ci si è resi conto che l’ulteriore accelerazione negli investimenti in infrastrutture stava creando una bolla finanziaria. A questa situazione si è andato ad aggiungere l’allocazione dell’eccesso di risparmio su investimenti finanziari anche azionari.
Quindi la Cina ha provato a rimediare a una situazione di forte squilibrio.
Visto che un processo di crescita dove si producono investimenti per produrre altri investimenti non può durare all’infinito, l’ovvio passaggio era quello di utilizzare la bolla finanziaria per accelerare una forte crescita dei consumi interni. Però, come è abbastanza evidente, questo comportava un difficilissimo passaggio sociale dato che implica un allargamento drastico del ceto medio. Alcuni economisti si sono illusi che questo passaggio, problematico, di specializzazione strutturale fosse molto più agevole da fare. Se ci deve essere un rilancio dei consumi ci deve essere anche una riallocazione delle risorse produttive. Cambia quindi il ruolo della Cina rispetto ai mercati internazionali. E in effetti abbiamo visto un forte riequilibrio nelle partite correnti nella bilancia commerciale cinese.
La mossa Banca Centrale cinese è stata quella di svalutare lo yuan, ma le contromisure non sembrano funzionare. Perchè?
La svalutazione va letta come una presa d’atto che questa transizione da una crescita trainata soltanto dagli investimenti a una crescita sostenuta anche dai consumi interni era molto più problematica di quanto non si pensasse. Le autorità di politica economica cinesi hanno cercato da un lato di decelerare in questo processo di transizione e dall’altro sostenerlo secondo il vecchio modello. La mia tesi è questa: ci si è resi conto di quanto fosse difficile questa transizione anche perchè la crescita Usa non era così brillante come sembrava in un primo momento; e quella europea si è rivelata più debole del previsto. In un contesto internazionale così complicato, con lo spettro di un aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti, le autorità cinese hanno compreso che questa transizione non è così semplice da attuare.
Quindi come va interpretata la mossa del governo cinese?
La svalutazione è un passo indietro per ridare un po’ di fiato all’economia secondo il modello internazionale per poi ripartire su questa transizione che a me appare inevitabile. Se questa transizione riuscisse, segnerebbe il passaggio della Cina da Paese emergente, seppur a tassi di crescita estremamente elevati, a un economia forte tra le aree forti. Ma questo pone degli interrogativi. Di certo dovremmo attenderci un avanti e indietro, come di certo dobbiamo dimenticarci di una Cina che cresce con tassi estremamente elevati.
Quali sono le conseguenze per i Paesi dell’Eurozona?
Certamente l’area dell’euro è colpita dal rallentamento cinese e di quello dei paesi emergenti. Anche se può sembrare strano, il tasso di crescita europeo è stato trainato più dalle esportazioni che non dai consumi interni. E quindi non è un caso che uno dei Paesi più colpiti dal punto di vista borsistico sia stata proprio la Germania, che ha un avanzo di partite correnti estremamente forte nei confronti alle aree esterne all’eurozona. E questo vale in parte anche per l’Italia. Tutti i sistemi economici con una crescita modesta trainata dalle esportazioni rischiano di risentire di questa crisi. Di certo un rilancio dei consumi interni cinesi avrebbe giovato molto a Paesi come la Germania in primis e l’Italia subito dopo. Viceversa, una difficoltà di passare a questo “nuovo” modello è uno schema più problematico. Le do un dato per comprendere: il surplus delle partite correnti dell’area euro nel suo complesso ormai supera il 3 per cento.
In particolare, quindi, per l’Italia quale sarà il contraccolpo?
L’Italia non sarà lo stato membro più colpito perchè, checchè se ne dica, il peso delle esportazioni sull’economia italiana non è così rilevante. Abbiamo un sottoinsieme di imprese molto competitivo sui mercati internazionali ma è molto limitato. Però certamente quel poco di crescita che abbiamo conosciuto e la riduzione della recessione registrata sono entrambe dovute alle esportazioni. E quindi c’è un rischio di un impatto negativo. Ma questo dipenderà molto dalle reazioni di politica economica. Qui la grande incognita è rappresentata dalla Federal Reserve. Se la Fed riterrà che l’impatto di questa possibile decelarazione cinese sia rilevante per il tasso di crescita statunitense, forse potrà posporre ulteriormente l’aumento dei tassi di interesse.
Cosa si aspetta che faccia ora la Fed? Forse non è ancora il momento propizio per rialzare i tassi di interesse…
È molto difficile da valutare. Nel breve termine sarebbe positivo che non rialzi i tassi, sarebbe una spinta alla crescita internazionale e un argine a una possibile recessione. Sul medio e lungo periodo ci sarebbe il rischio di ricreare bolle finanziarie. Questo è il passaggio stretto in cui si trova la Fed: non rialzare troppo presto i tassi rispetto a una congiuntura che all’inizio del 2015 forse era inattesa, ma non ritardarli così tanto da creare una bolla irreversibile.
Invece, per quanto compete alla Banca Centrale Europea?
La Bce sta attuando il QE con molta determinazione. Gli effetti sul piano reale sono meno rilevanti di quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Non sottovalutiamo il fatto che le svalutazioni cinesi e gli effetti che hanno avuto sulle prospettive economiche mondiali hanno avuto come conseguenza quello di arrestare il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro. Per i paesi periferici, un euro che si rafforza non è una buona notizia per le esportazioni.
Quali sono le ripercussioni della crisi cinese sul prezzo del petrolio?
In questo momento è difficile stabilire causa ed effetto. In questo contesto internazionale, il prezzo delle materie prime rischiano di subire ulteriori cadute. Anche qui molto dipenderà dall’impatto di medio periodo sull’economia reale. Tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 si era capito che il calo dei prezzi delle materie prime, i tassi di interesse bassi e un euro che si indeboliva fossero elementi che non avrebbero potuto durare per sempre. E all’inizio del 2015 la previsione era di un rafforzamento della crescita a livello internazionale. Adesso invece le aspettative stanno cambiando, e quindi resta la possibilità che si continui a vivere in un mondo con tassi di interesse bassi, con politiche monetarie fortemente espansive, con però difficoltà di crescita reali e quindi con un andamento dei prezzi delle materie prime molto negativo.
Un’ ultima domanda, tornando alla borsa cinese: dobbiamo abituarci a crolli periodici di Shanghai?
La volatilità di mercati come la Cina è abbastanza scontata, e in questo caso è aggravati, se ho ragione nella mia analisi, da questa difficoltà di transizione da un modello a un altro. Gli indizi che si stesse andando verso una bolla finanziaria c’erano ed erano molto forti: dall’ingresso massiccio di piccoli risparmiatori ai molti investimenti a basso rendimento e poco efficaci da un punto di vista economico e sociale, fatti solo per difendere il tasso di crescita dalla crisi internazionale. C’erano le premesse perchè ci fosse una bolla finanziaria che prima o poi scoppiasse. La volatilità mi sembra però un dato connaturato a una transizione così complicata.
(da “Huffingtonpost“)
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