Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile
CALO IN TUTTE LE CATEGORIE, AUMENTA IL PESO DEI PENSIONATI
Sono sei pagine di tabelle fitte, suddivise per categorie e territori, a cura della Cgil nazionale, “area
organizzazione”.
Ma in prima pagina, in fondo, c’è il numero che ha fatto venire un brivido lungo la schiena ai dirigenti che hanno ricevuto il documento: rispetto alla fine del 2014, ad oggi, il sindacato “rosso” ha 723.969 iscritti di meno.
E va bene che la Confederazione di Corso Italia poteva comunque contare su 5,6 milioni di tessere – quindi si tratta di una perdita del 13 per cento – ma quel numero, per rendere l’idea, è quasi quanto gli abitanti della provincia di Genova.
Che ieri c’erano e oggi non più.
Un’emorragia che preoccupa e non poco i piani alti della Cgil, nonostante ci sia davanti tutto l’autunno per recuperare e nonostante il raffronto con lo stesso periodo del 2014 parli di un -110.917 iscritti.
Che però sono il doppio (220.891) se si confronta giugno 2013 con giugno 2015.
Il primo grande male che affligge non solo la Cgil, ma il sindacato in generale, è lo strapotere delle categorie dei pensionati.
I numeri della Confederazione lo confermano: al 1° luglio gli iscritti attivi, cioè i lavoratori, sono 2.185.099. A fronte di 2.644.835 di tesserati allo Spi.
Ovvio che nel complicatissimo gioco di equilibri interni finisca per prevalere una visione ancorata più al passato, e questo per semplici ragioni anagrafiche.
Ma il bacino finora sicuro dei pensionati si sta assottigliando pure quello: nel giugno 2013 i tesseratiover erano 2.728.376, e qui – dicono dalla Cgil – c’entrerebbe molto la riforma Fornero che ha rimandato la pensione a centinaia di migliaia di persone.
Va anche aggiunto che tra il dichiarato di Cgil, Cisl e Uil e il dato reale dell’Inps sui pensionati nel 2015 c’è una differenza di quasi un milione di iscritti. In meno
Altro capitolo, le varie categorie prese singolarmente.
Il Nidil, che in teoria dovrebbe rappresentare tutti gli atipici, quindi il fronte più ampio di possibile espansione, per ora ha il 48,8 per cento in meno di iscritti.
Il commercio, la Filcams: -24 per cento. Gli edili, la Fillea: -21,4 per cento. Il ramo dell’agricoltura, la Flai: -20,6 per cento.
Le tute blu della Fiom: -12,5 per cento, con le battaglie a viso aperto di questi ultimi anni che, controindicazione, hanno portato i 12mila iscritti del gruppo Fiat a poco più di 2mila.
E poi, i disoccupati: sugli oltre 5 milioni di iscritti, nel 2014 solo 15.362 erano i senza lavoro (e sono 8mila oggi).
Insomma, ne esce fuori un quadro a tinte fosche: incapacità di entrare in contatto con i più giovani, gli stessi piagati dalla miriade di contratti precari; irrilevanza nel mondo di chi il lavoro per ora se lo sogna.
Sono anni difficili per il sindacato, sotto ogni punto di vista. L’indice gradimento dell’istituzione in sè è ai minimi storici e l’attacco più forte in questi ultimi mesi è arrivato da dove uno meno se l’aspetta, cioè la nuova dirigenza del Pd.
È anche per questo motivo che dopo ben sette anni la Cgil ha deciso di indire per il 17 e 18 settembre prossimi una “Conferenza di organizzazione” a Roma.
Una sorta di check-up del sindacato, quattro temi fondamentali da prendere in esame: “contrattazione inclusiva”, “ democrazia e partecipazione”, “territorio e strutture”, “profilo identitario e formazione sindacale”.
Nino Baseotto è il membro della segreteria che ha in mano le chiavi della macchina organizzativa. Spiega che «sono numeri parziali, è troppo presto per commentare, il quadro sarà più chiaro ad ottobre. Facciamo questi conteggi più per motivi tecnici che altro».
Ma non si nasconde nemmeno dietro a un dito: «Stiamo vivendo dei profondissimi mutamenti nella società e non possiamo rimanerequelli di sempre. Le persone tutelate dal contratto nazionale sono sempre di meno e diventa vitale rivolgerci a tutti gli altri ».
I luoghi di lavoro – ragiona – non sono più le aziende di una volta, la frammentazione e l’atomizzazione non aiutano a fare rete.
La crisi poi ha ridotto del 20 per cento la capacità produttiva.
«La sfida vera – continua Baseotto – è cambiare paradigma: da 20 anni si parla di flessibilità e deregolamentazione per creare lavoro. È vero il contrario. Servono investimenti pubblici, semmai».
Per rinnovarsi, la Cgil ha sul piatto l’accorpamento di alcune categorie e il maggior coinvolgimento dei delegati nella vita stessa dell’organizzazione. Tradotto, più lavoratori e meno apparato.
Bisogna capire, ancora, quando entrerà in vigore l’accordo sulla rappresentanza firmato da Cgil, Cisl e Uil e Confindustria.
Matteo Pucciarelli
(da “La Repubblica”)
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Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile
SE I MIGLIORI SONO STRANIERI CHE PROBLEMA C’E’?
“Strapparsi i capelli” o gridare allo scandalo perchè i Direttori dei Musei sono stati recentemente scelti tra capacissimi manager stranieri, è davvero ridicolo oltre che anacronistico e fuorviante.
Oggi come oggi (anzi, soprattutto nella coeva società ) la direzione di strutture complesse postula il possesso di specifiche competenze e capacità , sia di taglio specifico (nella specie, storico-artistiche) che “trasversali” (e, quindi, squisitamente manageriali): ignorarlo sarebbe addirittura “anti-nazionalistico”.
Il principio, infatti, è perfettamente in linea con una visione di destra moderna, audace e scevra dalle assurde tentazioni dei “ripiegamenti su sè stessa”.
Se il “Nazionalismo” è anche “l’esaltazione meritocratica” del “prodotto specificatamente Italico”, allora non bisognerà assolutamente porre l’attenzione “sul modus” o sullo “strumento” ma occorrerà “puntare” dritti sul risultato finale.
Una destra realmente meritocratica e moderna non si fossilizza sulle “sterili dinamiche del nazionalismo ottuso e demagogico” ma involge direttamente alla logica della competività ed alla “regola aurea dei migliori”.
E se “i migliori” sono stranieri, beh, “amen”: vorrà dire che dovremo porci il problema – risolvendolo – di essere “Italianamente competivi”.
Insomma, la “partita va giocata” scendendo “in campo”: il resto sono soltanto chiacchiere…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
ECCO L’ELENCO DEGLI ENTI CULTURALI FINANZIATI DAL MINISTERO, UN BOTTINO DA 5,6 MILIONI DI EURO
C’è il think tank del Nuovo Centrodestra e l’istituto socialista presieduto da un prescritto; c’è la
sempiterna Fondazione Craxi e i mille politici inseriti in ogni consiglio d’amministrazione, non importa che ci si occupi di pittura, lettere o matematica.
È l’elenco degli enti culturali finanziati per il prossimo triennio dal ministero dei Beni culturali. O, meglio, è l’elenco degli intrusi tra le tante benemerite onlus e associazioni che si battono tra mille ristrettezze per far sopravvivere il nostro patrimonio artistico, scientifico e culturale.
Come raccontato nei giorni scorsi da Stefano Sansonetti su La Notizia, per ripartire i 5,6 milioni di euro a disposizione, il ministero ha redatto un’arzigogolata tabella suddivisa in dodici classi per valutare enti e istituti culturali: la più alta è la “posizione di merito superiore all’eccellenza”, l’ultima un risicato “sufficiente”. In mezzo mille impercettibili sfumature.
Se i confini filologici tra “molto più che ottimo” e “più che ottimo” possono sembrare labili, meglio dirlo in cifre: 140mila euro per la prima classe, 90mila per la seconda. Forse anche per questo pure gli enti che promuovono una delle sette arti liberali spesso infilano un deputato, o un ex sottosegretario, nel proprio cda.
Al vertice della piramide si trovano enti con indubbi meriti.
L’Istituto Luigi Sturzo non deve certo il suo prestigio al consigliere ex ministro, Enrico Giovannini; stesso discorso per la Fondazione Gramsci che annovera nel proprio cda Piero Fassino e l’ex tesoriere Ds Ugo Sposetti.
Stupisce semmai che i due enti percepiscano più del doppio dell’Accademia della Crusca (190mila a 90mila), nonostante i bilanci dell’ente depositario della lingua italiana siano da tempo in difficoltà .
Meno blasonati i think tank in odore di Prima Repubblica per cui il finanziamento pubblico non è mai venuto meno.
Ci sono i 30mila euro per la Fondazione Craxi presieduta dalla figlia Stefania e i 25 mila per la Fondazione Di Vagno, anche questa socialista. Il suo presidente, Gianvito Mastroleo, ricopre la stessa carica anche nel Psi pugliese.
Nel suo curriculum spicca una condanna in primo e secondo grado per concussione, poi finita in prescrizione.
15mila euro anche per la Fondazione Ugo La Malfa tra i cui consiglieri non può mancare il figlio dello statista repubblicano, nonchè ex ministro nell’ultimo governo Berlusconi, Giorgio.
Gli unici eventi recenti organizzati dalla fondazione sono state le presentazioni del tomo Cuccia e il segreto di Mediobanca. L’autore? Sempre lui, La Malfa figlio.
Nessuno discute poi la produzione scientifica dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione guidato dal “saggio” Valerio Onida, o l’Associazione per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, guidata dallo storico esponente Dc Gerardo Bianco.
Possibile però che la prima percepisca 90mila euro, la seconda 75mila, mentre il sofferente (a livello di bilanci) Istituto di studi Verdiani debba fermarsi a 50mila?
Per scacciare i dubbi dei malpensanti sarebbe sufficiente pubblicare i verbali redatti dalla commissione aggiudicatrice scelta dal ministero.
La richiesta è stata avanzata dal capogruppo in commissione Beni culturali M5S Simone Valente, ma il governo ha nicchiato, provocando il malcontento anche di parte della delegazione Pd.
Bisogna fidarsi e credere che i 15mila euro alla Fondazione Ansaldo, diretta emanazione di Finmeccanica, o i 25mila alla Rizzoli-Corriere della Sera, fossero strettamente necessari.
Così come i 25 mila euro per la Fondazione De Gasperi presieduta da Angelino Alfano e i 15mila per la Magna Carta fondata da Gaetano Quagliariello che conta nel suo comitato scientifico Maurizio Sacconi ed Eugenia Roccella: praticamente metà dei vertici Ncd.
C’è poi il giurista esperto, al contempo, di letteratura e pittura rinascimentale. Eugenio Giani è presidente sia di Casa Buonarroti (quella di Michelangelo) che della Società dantesca, entrambe finanziate con 15mila euro.
Non male per l’ex presidente del consiglio comunale di Firenze (con Renzi sindaco), che oggi ricopre la stessa carica in Regione oltre a essere consigliere nazionale del Coni.
È comunque poca cosa rispetto al siciliano Centro Internazionale di Etnostoria.
Tra le linee guida del ministero per assegnare i fondi c’è lo “sviluppo di applicazioni informatiche” per la catalogazione del patrimonio, mentre gli etnografi siciliani non hanno nemmeno un sito internet.
Ma tanto basta per percepire 65 mila euro, più del doppio dell’Accademia dei Georgofili a 30mila.
Alessio Schiesari
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
SI INDAGA SULLE VITTIME PER SCOPRIRE IL VERO MOVENTE DEL DELITTO
Il movente della “concorrenza sleale” non convince gli inquirenti che indagano sul duplice omicidio di Francesco Seramondi e della moglie Giovanna Ferrari, freddati nella loro pizzeria di via Val Saviore, periferia di Brescia.
Piuttosto si punta sull’usura, “un’ipotesi su cui stiamo lavorando” ha confermato il questore Carmine Esposito.
La Squadra mobile guidata da Giuseppe Schettino e il sostituto procuratore Valeria Bolici hanno tra le mani la confessione piena del presunto killer e del suo complice Sarbjit Singh, indiano di 33 anni.
Le indagini sono arrivate ai due grazie a un’impronta digitale lasciata da Singh sulla vetrata della pizzeria. Muhammad Adnan, 32 anni pachistano — che subito dopo gli spari si faceva intervistare dalle tv — titolare della pizzeria “Dolce & salato” comprata da Frank e a pochi metri da quella delle vittime, ha messo a verbale di aver ucciso Seramondi “perchè lavorava solo lui” tra il popolo della notte che si fermava per un trancio di piazza o una brioche dopo una serata.
“Davanti al mio negozio — ha continuato con il suo italiano stentato — aveva mandato gli spacciatori e i drogati, così io non facevo affari e non riuscivo a pagare i debiti”. Troppo poco per spiegare il tiro a segno andato in scena nella pizzeria da Frank la mattina dell’11 agosto: un colpo di fucile a canne mozze sparato in pieno volto a una donna di 65 anni e altri tre contro il marito, ferito, rincorso e finito mentre era a terra. Prima che Adnan risalisse in sella allo scooter e svanisse insieme a Singh, assoldato dal pachistano con la promessa di dargli 15mila euro a lavoro finito (gliene consegnerà solo 1.500).
“Non mi accontento dei moventi forniti dagli assassini”, ha tagliato corto il procuratore generale Pierluigi Maria Dell’Osso.
C’è dell’altro dietro la mattanza di “da Frank”. Ne sono convinti gli investigatori.
E per scoprire di cosa si tratta bisogna partire dal tesoretto trovato in casa dei coniugi Seramondi, di alcuni parenti e del figlio.
Solo a lui ne sono stati trovati più di 100mila.
Ma Marco Seramondi si è trincerato dietro al silenzio: “Non dico nulla, chiedo solo che venga rispettato il mio dolore”.
Poco meno di ottocentomila euro in contanti, come riporta il Corriere della Sera.
Tanti soldi di cui non vi è traccia nei libri contabili o nei conti bancari intestati alle società riconducibili a Frank che adesso sono sotto sequestro.
Tanti soldi di cui ora si cerca di capire la provenienza che non è stata chiarita neppure dal figlio della coppia nè dai parenti.
“Una cifra spropositata — rivela una fonte a TgCom 24 — che non sarebbe compatibile neanche con la consuetudine di alcuni imprenditori di conservare denaro frutto di commercio in nero“.
“Sono necessari ulteriori accertamenti”, ha dichiarato il procuratore Tommaso Buonanno. Per questo i detective della Mobile con l’aiuto degli specialisti della Guardia di Finanza stanno scandagliando tutti le relazioni e gli affari delle vittime.
Al vaglio degli inquirenti ci sono poi i passaggi di mano del locale “Dolce & salato”, oggi di proprietà del presunto killer pachistano, ma che in passato era stato di Seramondi.
Lo aveva venduto ad un suo ex dipendente pachistano che, nell’arco di un solo anno, lo aveva successivamente ceduto al connazionale.
C’è anche un altro elemento che poco ha a che fare con la presunta “concorrenza sleale” di Seramondi: l’agguato contro il dipendente albanese di Frank ideato e messo in atto — come lui stesso ha raccontato — proprio da Muhammad Adnan.
Colpi di pistola sparati da un’auto in corsa contro il pizzaiolo 42enne che a luglio è stato ferito alle cinque di mattina mentre si trovava a bordo della sua macchina per andare a lavorare.
A insospettire gli investigatori fu l’atteggiamento che il 42enne tenne quando gli andarono a chiedere che idea si era fatto su quelli spari.
Scambio di persona, sostenne. Mentre Seramondi rimase sul vago.
L’ipotesi è che i due sapessero bene cosa si nascondeva dietro a quei proiettili.
E oggi quell’agguato viene letto come una sorta di prologo del massacro di “da Frank”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
SI INDAGA SULLE VITTIME PER SCOPRIRE IL VERO MOVENTE DEL DELITTO
Il movente della “concorrenza sleale” non convince gli inquirenti che indagano sul duplice omicidio di Francesco Seramondi e della moglie Giovanna Ferrari, freddati nella loro pizzeria di via Val Saviore, periferia di Brescia.
Piuttosto si punta sull’usura, “un’ipotesi su cui stiamo lavorando” ha confermato il questore Carmine Esposito.
La Squadra mobile guidata da Giuseppe Schettino e il sostituto procuratore Valeria Bolici hanno tra le mani la confessione piena del presunto killer e del suo complice Sarbjit Singh, indiano di 33 anni.
Le indagini sono arrivate ai due grazie a un’impronta digitale lasciata da Singh sulla vetrata della pizzeria. Muhammad Adnan, 32 anni pachistano — che subito dopo gli spari si faceva intervistare dalle tv — titolare della pizzeria “Dolce & salato” comprata da Frank e a pochi metri da quella delle vittime, ha messo a verbale di aver ucciso Seramondi “perchè lavorava solo lui” tra il popolo della notte che si fermava per un trancio di piazza o una brioche dopo una serata.
“Davanti al mio negozio — ha continuato con il suo italiano stentato — aveva mandato gli spacciatori e i drogati, così io non facevo affari e non riuscivo a pagare i debiti”. Troppo poco per spiegare il tiro a segno andato in scena nella pizzeria da Frank la mattina dell’11 agosto: un colpo di fucile a canne mozze sparato in pieno volto a una donna di 65 anni e altri tre contro il marito, ferito, rincorso e finito mentre era a terra. Prima che Adnan risalisse in sella allo scooter e svanisse insieme a Singh, assoldato dal pachistano con la promessa di dargli 15mila euro a lavoro finito (gliene consegnerà solo 1.500).
“Non mi accontento dei moventi forniti dagli assassini”, ha tagliato corto il procuratore generale Pierluigi Maria Dell’Osso.
C’è dell’altro dietro la mattanza di “da Frank”. Ne sono convinti gli investigatori.
E per scoprire di cosa si tratta bisogna partire dal tesoretto trovato in casa dei coniugi Seramondi, di alcuni parenti e del figlio.
Solo a lui ne sono stati trovati più di 100mila.
Ma Marco Seramondi si è trincerato dietro al silenzio: “Non dico nulla, chiedo solo che venga rispettato il mio dolore”.
Poco meno di ottocentomila euro in contanti, come riporta il Corriere della Sera.
Tanti soldi di cui non vi è traccia nei libri contabili o nei conti bancari intestati alle società riconducibili a Frank che adesso sono sotto sequestro.
Tanti soldi di cui ora si cerca di capire la provenienza che non è stata chiarita neppure dal figlio della coppia nè dai parenti.
“Una cifra spropositata — rivela una fonte a TgCom 24 — che non sarebbe compatibile neanche con la consuetudine di alcuni imprenditori di conservare denaro frutto di commercio in nero“.
“Sono necessari ulteriori accertamenti”, ha dichiarato il procuratore Tommaso Buonanno. Per questo i detective della Mobile con l’aiuto degli specialisti della Guardia di Finanza stanno scandagliando tutti le relazioni e gli affari delle vittime.
Al vaglio degli inquirenti ci sono poi i passaggi di mano del locale “Dolce & salato”, oggi di proprietà del presunto killer pachistano, ma che in passato era stato di Seramondi.
Lo aveva venduto ad un suo ex dipendente pachistano che, nell’arco di un solo anno, lo aveva successivamente ceduto al connazionale.
C’è anche un altro elemento che poco ha a che fare con la presunta “concorrenza sleale” di Seramondi: l’agguato contro il dipendente albanese di Frank ideato e messo in atto — come lui stesso ha raccontato — proprio da Muhammad Adnan.
Colpi di pistola sparati da un’auto in corsa contro il pizzaiolo 42enne che a luglio è stato ferito alle cinque di mattina mentre si trovava a bordo della sua macchina per andare a lavorare.
A insospettire gli investigatori fu l’atteggiamento che il 42enne tenne quando gli andarono a chiedere che idea si era fatto su quelli spari.
Scambio di persona, sostenne. Mentre Seramondi rimase sul vago.
L’ipotesi è che i due sapessero bene cosa si nascondeva dietro a quei proiettili.
E oggi quell’agguato viene letto come una sorta di prologo del massacro di “da Frank”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
FORSE AL DECIMO MORTO RENZI FARA’ APRIRE UN’INCHIESTA?… I SINDACATI CHIEDONO SI INDAGHI SUI FITOFARMACI USATI
Si chiama Arcangelo, ha 42 anni e lavorava per la stessa agenzia interinale di Paola Clemente, morta
il 13 luglio a San Giorgio Jonico (Taranto).
L’uomo è stato colpito da infarto nelle campagne del nord-barese mentre lavorava in una vigna, sotto un tendone, durante le operazioni di acinellatura.
L’episodio è avvenuto circa dieci giorni fa ma la notizia si è appresa solo oggi. Nell’ultimo mese nelle campagne pugliesi si sono registrate le morti sul lavoro di tre braccianti sulle quali sono in corso accertamenti.
Arcangelo “lavorava circa sette ore al giorno, alle quali si devono aggiungere – denuncia il segretario della Flai Cgil Puglia, Giuseppe Deleonardis – le cinque ore di trasporto”.
E per il trasporto, precisa Deleonardis,”pagava 12 euro al ‘caporale’, a fronte di una paga che supera di poco i 27 euro al giorno. Salario, quest’ultimo, che viene corrisposto alle donne”.
Il bracciante stava lavorando nella stessa zona di campagna, fra Andria e Canosa di Puglia, nel nord-barese, in cui lo scorso mese è morta per un malore Paola Clemente, di 49 anni.
Deleonardis teme che “in quelle campagne si usino fitofarmaci pericolosi che fanno sentire male gli operai”.
Ma è anche vero che, nel caso di Paola, secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, gli orari di lavoro erano estenuanti, circa 12-13 ore al giorno, con una paga che superava di poco i 2 euro l’ora.
Deleonardis promette che farà di tutto “per rompere il muro di omertà che copre quelle che sono le reali condizioni di vita dei braccianti agricoli in Puglia”.
Unico assente lo Stato.
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
L’ANFITEATRO FLAVIO SOLO AL SETTIMO POSTO, IL CAFFE FLORIAN AL 26° E POMPEI 41°
L’ultima edizione della «Ultimate travel list», l’elenco dei 50 posti che «si debbono vedere», stilata sul web dagli utenti della «Bibbia» delle guide turistiche planetarie, la Lonely Planet, riserva amare sorprese al nostro Paese ma solleva qualche dubbio sui gusti dei sui lettori.
Per trovare qualcosa di italiano bisogna scendere fino al settimo posto.
Solo qui c’è quello che nell’immaginario collettivo – di una volta ormai – dovrebbe essere il monumento icona dell’umanità : il Colosseo, l’Anfiteatro Flavio che viene citato da solo, senza alcun riferimento alla città di Roma che lo ospita.
Ma per i moderni traveller, i gusti, nell’era di internet e delle app, sono cambiati.
Per questo al primo posto svetta il complesso dei templi di Angkor in Cambogia, seguiti dalla grande barriera corallina australiana; al terzo posto il complesso Inca di Machu Picchu in Perù.
Viene poi la grane muraglia cinese, il mausoleo indiano Taj Mahal.
Sesto il Gran Canyon negli Stati Uniti. Solo settimo, appunto, il Colosseo.
Molte scelte, possiamo dire che sono moderne, forse troppo: nella lista altri capolavori dell’umanità , come le Piramidi in Egitto, sono solo 25esime, precedute da meraviglie naturali ma con un impatto storico decisamente ridotto.
Ad esempio il lago salato di Uyuni in Bolivia è 24esimo. Al 20esimo posto il non proprio famoso «Museum of Old and New Art di Hobart in Australia».
Tre gradini più su il Fiordiland National Park in Nuova Zelanda.
Per tornare in Italia bisogna scendere al 26esimo posto per trovare Venezia. O meglio, come nel caso del Colosseo e Roma, è citata solo Piazza San Marco dove – bizzarramente – più che la basilica o i palazzo Dogale o le Procuratie, si cita ammirati la professionalità dei camerieri del caffè Florian
A conferma dei gusti moderni/bizzarri dei lettori della Lonely Planet, il Partenone e l’Acropoli di Atene sono 28esimi con, a seguire, la reggia di Versailles.
La terza, ed ultima, meraviglia italiana è – nonostante tutti i problemi strutturali, amministrativi e sindacali – è Pompei, ma solo 41esima.
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
A RISCHIO L’INCOLUMITA’ DOPO AVER ELIMINATO LA FIGURA DEL SECONDO MACCHINISTA
Rischia una disavventura giudiziaria l’amministratore delegato di Trenitalia, Vincenzo Soprano. 
Il procuratore Raffaele Guariniello, che coordina da mesi verifiche sui treni condotti da un macchinista unico, lo ha iscritto sul registro degli indagati per violazione del Testo unico sulla sicurezza ed omissione dolosa di cautele anti-infortunistiche.
È chiamato a rispondere degli stessi reati anche l’uomo alla guida della Svi, Frèdèric FHAL.
La Società viaggiatori italia aveva lanciato nel 2011 una nuova offerta di Tgv Parigi-Milano.
Entrambe le aziende, secondo il magistrato torinese, sarebbero responsabili di mettere a rischio l’incolumità del macchinista del treno, da quando hanno eliminato, da quasi ormai tutti i convogli circolanti, la figura del secondo ferroviere, fino ad alcuni anni fa presenza fondamentale e obbligatoria su tutti i treni.
La vicenda
Sia Trenitalia che Svi avevano ricevuto, alcuni mesi fa, delle prescrizioni da parte degli ispettori mandati da Guariniello, che avrebbero dovuto rispettare per minimizzare i rischi.
Ma, secondo quanto risulta alla procura, queste indicazioni non sarebbero state rispettate. Per questo motivo il pm ha indagato formalmente entrambi gli amministratori.
Le verifiche svolte dalla polizia giudiziaria sono state effettuate su diverse linee ferroviarie del Piemonte – ma il caso è nazionale – soprattutto nei tratti in galleria.
Dai test è emerso che nei treni con un uomo solo al comando, in caso di infortunio o malore, con l’arresto del mezzo in galleria, non sarebbero garantite le tempistiche adeguate per il soccorso sanitario da effettuare nei tempi più rapidi possibili.
In una simulazione in galleria nei pressi di Cuneo, con blocco del convoglio, il tempo calcolato per l’arrivo del soccorso è stato stimato oltre i 40 minuti. Decisamente troppo per salvare la vita di una persona.
Le regole sul soccorso in ambito ferroviario
E’ il decreto ministeriale del 24 gennaio 2011 che stabilisce le regole sul soccorso in ambito ferroviario, sottolineando come occorra effettuare il primo intervento “nei tempi più rapidi possibili» e come sia necessario che, in ogni punto della rete, «si adottino le modalità più efficaci per garantire al macchinista con l’arresto del treno in linea, un soccorso» tempestivo.
Soltanto una delle aziende monitorate dalla Procura non è stata coinvolta nell’inchiesta perchè ha ottemperato le prescrizioni diramate da Guariniello: è la Captrain, società che si occupa di trasporto merci.
Il caso del macchinista unico è scoppiato, dopo gli esposti inoltrati da alcuni sindacati, dopo l’accordo
Fra Trenitalia e alcune sigle sindacali. Nel 2013 già la procura di Roma aveva aperto un’inchiesta per verificare le ripercussioni dell’intesa sulla sicurezza dell’uomo solo lasciato al comando.
Elisa Sola
(da “La Stampa”)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
A RISCHIO L’INCOLUMITA’ DOPO AVER ELIMINATO LA FIGURA DEL SECONDO MACCHINISTA
Rischia una disavventura giudiziaria l’amministratore delegato di Trenitalia, Vincenzo Soprano. 
Il procuratore Raffaele Guariniello, che coordina da mesi verifiche sui treni condotti da un macchinista unico, lo ha iscritto sul registro degli indagati per violazione del Testo unico sulla sicurezza ed omissione dolosa di cautele anti-infortunistiche.
È chiamato a rispondere degli stessi reati anche l’uomo alla guida della Svi, Frèdèric FHAL.
La Società viaggiatori italia aveva lanciato nel 2011 una nuova offerta di Tgv Parigi-Milano.
Entrambe le aziende, secondo il magistrato torinese, sarebbero responsabili di mettere a rischio l’incolumità del macchinista del treno, da quando hanno eliminato, da quasi ormai tutti i convogli circolanti, la figura del secondo ferroviere, fino ad alcuni anni fa presenza fondamentale e obbligatoria su tutti i treni.
La vicenda
Sia Trenitalia che Svi avevano ricevuto, alcuni mesi fa, delle prescrizioni da parte degli ispettori mandati da Guariniello, che avrebbero dovuto rispettare per minimizzare i rischi.
Ma, secondo quanto risulta alla procura, queste indicazioni non sarebbero state rispettate. Per questo motivo il pm ha indagato formalmente entrambi gli amministratori.
Le verifiche svolte dalla polizia giudiziaria sono state effettuate su diverse linee ferroviarie del Piemonte – ma il caso è nazionale – soprattutto nei tratti in galleria.
Dai test è emerso che nei treni con un uomo solo al comando, in caso di infortunio o malore, con l’arresto del mezzo in galleria, non sarebbero garantite le tempistiche adeguate per il soccorso sanitario da effettuare nei tempi più rapidi possibili.
In una simulazione in galleria nei pressi di Cuneo, con blocco del convoglio, il tempo calcolato per l’arrivo del soccorso è stato stimato oltre i 40 minuti. Decisamente troppo per salvare la vita di una persona.
Le regole sul soccorso in ambito ferroviario
E’ il decreto ministeriale del 24 gennaio 2011 che stabilisce le regole sul soccorso in ambito ferroviario, sottolineando come occorra effettuare il primo intervento “nei tempi più rapidi possibili» e come sia necessario che, in ogni punto della rete, «si adottino le modalità più efficaci per garantire al macchinista con l’arresto del treno in linea, un soccorso» tempestivo.
Soltanto una delle aziende monitorate dalla Procura non è stata coinvolta nell’inchiesta perchè ha ottemperato le prescrizioni diramate da Guariniello: è la Captrain, società che si occupa di trasporto merci.
Il caso del macchinista unico è scoppiato, dopo gli esposti inoltrati da alcuni sindacati, dopo l’accordo
Fra Trenitalia e alcune sigle sindacali. Nel 2013 già la procura di Roma aveva aperto un’inchiesta per verificare le ripercussioni dell’intesa sulla sicurezza dell’uomo solo lasciato al comando.
Elisa Sola
(da “La Stampa”)
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