Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
LA VOLUNTARY DISCLOSURE E’ UN FLOP E IL GOVERNO AMMORBIDISCE LA LEGGE
Ormai sembra un condono mascherato. O un cedimento del governo sul trattamento riservato agli
evasori.
O l’ennesimo fallimento della lotta all’evasione.
Eppure la Voluntary disclosure, la dichiarazione volontaria di redditi finanziari prodotti all’estero, era stata annunciata come la svolta per il rientro dei capitali e la lotta all’evasione fiscale.
Varata a marzo, secondo le stime degli esperti avrebbe dovuto far rientrare almeno 6,5 miliardi di euro, uno in più rispetto a quelli portati nel 2010 con lo scudo fiscale del ministro dell’Economia del governo Berlusconi, Giulio Tremonti (5,6 miliardi).
Inoltre, sulla spinta delle direttive dell’Ocse (51 paesi del global forum sulle questioni fiscali hanno siglato a ottobre un accordo che prevede la fine del segreto bancario a partire dal 2017), il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva precisato che non sarebbe stato un condono: “L’imposta dovuta si paga per intero — aveva detto —. Chi aderirà avrà solo una riduzione delle sanzioni”.
Con Tremonti, infatti, gli evasori si erano messi in regola con la garanzia dell’anonimato e versando alloStato solo il 5 per cento del dovuto. Stavolta no.
A favorire le autodenunce, il fatto che i paradisi fiscali avevano e hanno iniziato ad applicare politiche più rigide.
Come le banche svizzere che, per evitare accuse di riciclaggio o auto riciclaggio, ormai reato penale, tendono a bloccare i conti dei clienti che non dichiarano la provenienza dei soldi e rendono sempre più difficile spostarli.
Agli evasori sarebbe convenuto . Eppure, finora, è stato un flop.
A giugno, il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti aveva detto, durante un question time alla commissione Finanze della Camera, che erano arrivate solo 1800 auto dichiarazioni per un ammontare di circa 300 milioni di euro. Troppo pochi. Che si fa?Si cambia la legge.
Ieri, un articolo del Messaggero parlava di una “corsa al rimpatrio dei capitali” che porterebbe nelle casse dello Stato circa 3 miliardi di gettito grazie alle domande che arriveranno entro il 30 settembre, data di scadenza per la loro presentazione.
Una speranza. Il governo sta provando a recuperare il tempo perduto e a stimolare il rientro dei capitali, fino ad ora fallito.
E per farlo ha concesso a tutti una sorta di sconto sulle tasse da pagare.
Non sulle percentuali, quindi, ma sul tempo. Il 17 luglio, in un decreto attutativo della delega fiscale, è stata introdotta una nuova disciplina sul cosiddetto “raddoppio dei termini” per l’accertamento fiscale.
Fino a luglio, con le vecchie norme, le tasse da pagare potevano arrivare a coprire un periodo di 10 anni. Con la modifica introdotta , invece, il Fisco potrà chiedere le tasse arretrate solo degli ultimi 4 o 5 anni.
Quindi, per beneficiare del raddoppio dei termini il Fisco dovrà presentare la notizia di reato alla Procura entro la cosiddetta decadenza ordinaria, cioè il quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione (entro quinto nel caso in cui la dichiarazione sia stata omessa).
Quindi, tutti i casi compresi tra il 2006 e il 2009 di cui non sia già stata comunicata la notizia di reato non potranno più essere accertati.
Basterà regolarizzare i periodi di imposta dal 2010 in poi.
Un bel regalo, che si somma alla agevolazione contenuta nell’ultima circolare dell’agenzia delle entrate: la richiesta di emersione volontaria sarà possibile anche in mancanza di tutta la documentazione necessaria.
Unico obbligo: “Dimostrare di essersi attivamente adoperato per adempiere gli obblighi di produzione documentale”.
Virginia Della Sala
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
“IN FUTURO PERCHE’ NO? ORA VIENE PRIMA L’ARENA”
Sulla fine della sua love story con la consigliera regionale del Veneto, la democrat Alessandra Moretti, non parla.
Ormai è “solo un’amica”, si limita a dire il conduttore dell”Arena”, Massimo Giletti, in un’intervista pubblicata su “Libero Quotidiano” a firma di Alessandra Menzani.
Ma sulla tv e sulla politica parla a ruota a libera.
Cominciando dall’idea di Silvio Berlusconi che lo vorrebbe candidato a sindaco di Torino per sfidare il primo cittadino in carica, Piero Fassino.
Giletti non smentisce.
“Ci sta, pensare che io, con un consenso di quattro milioni di persone che ogni domenica mi seguono all'”Arena”, su Raiuno, possa avere qualcosa da dire in politica. Sì, mi hanno chiamato. Non posso dire chi, tradirei la sua fiducia. Ammetto di essere una persona alla continua ricerca, assillato dai dubbi, aperto a nuove sfide. Ho detto di no perchè non mi sento pronto. Nel futuro però, non lo escludo. Anche perchè, nel ruolo di sindaco si può fare ancora molto, è una bella esperienza. Ma per ora la politica la faccio come conduttore.
All’intervistatrice che gli ricorda la recente lite tv col Cavaliere, Giletti dice:
“Pochi sanno quello che ci siamo detti dopo l’intervista. A volte proprio dopo le interviste più forti, più rocambolesche e teatrali, hai rispetto per l’avversario. E riconosci la sua professionalità . Così ha fatto Berlusconi. Io ho dimostrato di non essere servo del potere. In quell’occasione il Cavaliere aveva portato un cartello per raccontare tutto ciò che aveva fatto nei suoi governi. Beh, me lo sono fatto autografare. Lui il suo lavoro l’ha fatto bene. Però non mi schiero. Tra l’altro, anni fa, il centrosinistra mi aveva cercato. Durante la mia carriera non sono mai stato attaccato per aver preso posizioni contro quella o quell’altra parte politica. E nemmeno a favore
Su Alessandra Moretti, il conduttore tv risponde solo alla domanda di citare un difetto e un pregio della sua ex compagna.
“Il suo grande pregio è quello di essersi fatta da sola. Di essere arrivata dov’è solo grazie alle sue capacità e con tanto studio. Come difetto, direi che è molto diretta, una caratteristica che può metterti in difficoltà , tanto che alcune dichiarazioni possono essere ma interpretate e strumentalizzate. Dovrebbe imparare a fingere di più, ma so che non lo farà .”
Su cosa pensi dei nuovi vertici della Rai, la presidente Monica Maggioni e il dg Antonio Campo Dall’Orto, Giletti dice: “Conoscono la materia, e nel caso della Rai, che fa televisione e non tombini di ferro, è indispensabile. Quello che chiedo ai nuovi vertici è che premino la meritocrazia. La Rai rispecchia il paese quindi non ci si possono aspettare regole d’ingaggio diverse.”
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
PARLA IL MARITO DELLA BRACCIANTE MORTA AD ANDRIA
“La mia Paola merita giustizia”. A dirlo in un’intervista al quotidiano la Repubblica è il marito di
Paola Clemente, 49 anni, morta il 13 luglio ad Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva.
Un lavoro da 2 euro all’ora. Viveva insieme con suo marito e i suoi tre figli a San Giorgio Jonico, trecento chilometri di distanza circa.
Da quanto tempo lavorava sua moglie?
“Da sempre. Quello nei campi è sempre stato il suo mestiere. E da qualche tempo lavorava appunto ad Andria insieme a una serie di persone”.
In cosa consisteva il lavoro di sua moglie?
“Acinellatura. Tolgono gli acini più piccoli per fare bello il grappolo. È necessario quindi che le braccianti salgano su una cassetta e tolgano l’acinino. Significa stare con le braccia tese e con la testa alzata per tutta la giornata. È un lavoro molto faticoso, ma non potevamo fare altrimenti”.
Quanto guadagnava?
“Ventisette euro al giorno”.
Se conta anche il viaggio, sono tredici ore di lavoro al giorno. Meno di due euro l’ora. È schiavitù.
“Erano soldi sicuri. Per come stanno le cose in Italia era denaro importantissimo, per Paola e per noi. Erano indispensabili. Ci permettevano di campare”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
VOLEVA FERMARE L’ITALIA MA GLI ALLEATI LO MOLLANO … PECCATO, AVEVA INVITATO GLI ITALIANI A FARE PER TRE GIORNI QUELLO CHE LUI FA DA VENTI ANNI: NON LAVORARE
Forza Italia si smarca dalla scia di Matteo Salvini. E lo fa con un occhio alle prossime elezioni, non quelle politiche forse ancora lontane, ma a quelle amministrative e, in particolare, alla corsa per Milano.
Cade nel vuoto la proposta di bloccare l’Italia per tre giorni per dare la “spallata” al governo di Matteo Renzi.
Per la verità , la proposta dello sciopero bianco da attuare a inizio novembre è stata bocciata un po’ da tutta l’opposizione: non solo Raffaele Fitto, convinto che il premier sia già abbastanza fermo da solo, ma anche l’esponente del direttorio M5s Carla Ruocco secondo cui “Salvini è vecchio come Renzi”.
Anche Forza Italia, con Giovanni Toti, prende le distanze: “lItalia si deve sbloccare, non bloccare”, dice.
Forza Italia ha altre esigenze. Silvio Berlusconi appare sempre più lontano dalla sua creatura: se Salvini parla e riparla, il Cavaliere invece tace da giorni.
Semmai sono gli altri a parlare di lui, tirando il ballo i voti azzurri per saldature sulle riforme tanto con la minoranza dem quanto con la compagine renziana.
Ma si tratta, almeno per ora, di una centralità effimera.
E così, in assenza del Capo, il partito si è barcamenato sui temi centrali del dibattito agostano, assumendo a volte posizioni paradossali tra loro. Come è accaduto in questi giorni nella polemica sull’immigrazione e la Cei.
Da una parte Maurizio Gasparri che ripete che monsignor Galantino non ha il gradimento del 90% dei vescovi o Daniela Santanchè che si schiera totalmente con Salvini, dall’altra personaggi come Osvaldo Napoli che – ieri per primo – ha accusato il numero uno del Carroccio di “danneggiare il centrodestra” con le sue “volgarità ” contro i vescovi.
Sintomo che la competizione con la Lega comincia a farsi più forte man mano che il voto amministrativo si avvicina.
Ed è vero che i padani sono considerati degli alleati, ma i vari dirigenti azzurri, soprattutto quelli che sperano di riscattare le ultime scarse percentuali del partito, hanno ben presente il motto “competition is competition”.
“Stiamo lasciando spazio politico a Salvini alla grande”, ammette un berlusconiano di lungo corso. Giovanni Toti, uno che le elezioni le ha vinte anche grazie al buon rapporto con la Lega, minimizza.
Più duro, però, è il capogruppo al Senato, Paolo Romani. “Io -spiega -esigo che il governo affronti il problema invece di limitarci a stupide polemiche con i vescovi. Non penso che la politica si possa fare solo con slogan. La posizione di Forza Italia è chiara ed è agli atti parlamentari, poi sotto l’ombrellone ciascuno può dire ciò che vuole”.
E anche Maria Stella Gelmini usa toni meno concilianti: le critiche – afferma – vanno fatte a Renzi, non alla Chiesa.
E non è probabilmente un caso se due voci tra le più critiche si siano levate proprio da esponenti della Forza Italia lombarda, entrambi peraltro entrati nel toto nomi dei candidati per il dopo Pisapia.
Nella corsa a sindaco di Milano, infatti, il partito azzurro si gioca buona parte delle chance di risollevare le proprie sorti.
La competizione con la Lega, in termini di consenso, è apertissima e se Salvini parla alla cosiddetta pancia della gente, i dirigenti azzurri devono riconquistare quell’elettorato moderato che ora sembra molto lontano.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
COME RINGRAZIARE IL BORSEGGIATORE CHE CI HA FREGATO IL PORTAFOGLIO, SI E’ TENUTO LE BANCONOTE MA CI RESTITUITO LE MONETINE
In Spagna la crisi economica ha avuto un’evoluzione interessante — forse — anche per noi. Parliamo
cioè di un Paese dove milioni di persone sono prima passate da un lavoro continuativo e decentemente salariato alla disoccupazione, quindi dalla disoccupazione a un puzzle di lavoretti sottopagati e provvisori (in genere di tre o sei mesi) che consentono un introito medio mensile inferiore del 30-40 per cento rispetto a prima della crisi.
In sostanza, se dovessimo unire i puntini, potremmo dire che la crisi è stata usata per sostituire lavori e redditi decenti con lavori e redditi indecenti.
Questa parabola ha due effetti.
Il primo sulla politica: il premier locale infatti ora può vantarsi di avere ridotto la disoccupazione e aumentato il Pil rispetto a tre-quattro anni fa.
Il secondo sul consenso dei meno avveduti: i quali ringraziano della maggior disponibilità dei minijobs perchè questi sono “meglio che niente”.
Un po’ come se uno ringraziasse il borseggiatore che dopo avergli rapinato il portafoglio gli ha fatto riavere le monete, tenendosi tuttavia le banconote.
Non si sa (ancora) se anche l’Italia seguirà questa tendenza: di certo stiamo già assistendo a una gran campagna per renderci entusiasti della graduale diminuzione di posti di lavoro relativamente solidi e garantiti compensata da un aumento di lavori creati da provvisorie defiscalizzazioni e unilateralmente revocabili in qualsiasi momento.
Più un generale, però, anche in Italia si è già diffusa la cultura del “meglio che niente”, che è il vero vessillo dell’egemonia culturale della destra economica: quella che che ha introdotto nel linguaggio politico termini come “bamboccioni” e “choosy”, quella che dà degli sfigati agli studenti-lavoratori, quella che calvinisticamente ti convince che se non hai un futuro si vede che te lo meriti, quella che devi correre a inchinarti se l’Expo ti chiama con 24 ore di anticipo per un impiego precario da 800 euro al mese in una città dove l’affitto minimo ti costa quasi altrettanto.
Insomma, il vincismo totalitario, dove si brinda per un lavoro di merda a un salario di merda, perchè “è meglio che niente”.
Sapete, un paio d’anni fa c’era una sartoria del’Honduras dove migliaia di lavoratori dovevano stare alla macchina 10 ore consecutive con addosso il pannolone, in modo da risparmiare sui tempi dei bisogni fisiologici.
E quelli andavano tutti i giorni al lavoro col pannolone, perchè lavorare così era “meglio di niente”.
(da “gilioli.blogautore”)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
SOGGETTO A INFILTRAZIONI, NESSUNO HA I FONDI PER SISTEMARLO… INAUGURATO NEL 2011 E GIA’ SEQUESTRATO
Era stato inaugurato in pompa magna dopo un investimento da 8 milioni e duecentomila euro. Una spesa importante per costruire a Cefalù, in provincia di Palermo, un palazzetto dello sport su un’area da ben 21mila metri quadrati.
Eppure ad appena quattro anni dal taglio del nastro, quel palasport è inagibile.
Il motivo? La struttura è soggetta alle infiltrazioni d’acqua da un tratto del tetto scoperchiato dal vento e a un processo di degrado.
“Si rischia di perdere una struttura progettata come il secondo impianto sportivo della provincia di Palermo” denuncia il sindaco di Cefalù Rosario Lapunzina. Il problema è che nessuno ha i fondi necessari per sistemare le infiltrazioni.
Il palasport, infatti, è di proprietà della provincia regionale di Palermo ora trasformata in Città metropolitana dopo l’ultima riforma dell’Assemblea regionale siciliana.
Ma cambiare nome agli enti intermedi non ha influito minimamente sulle casse degli stessi che continuano a rimanere in rosso fisso: la città metropolitana di Palermo non infatti ha i fondi per gli interventi di manutenzione e di conservazione, esattamente come accadeva quando si chiamava semplicemente provincia.
La situazione è talmente grave che il tratto del tetto danneggiato è stato coperto solo da un telo. In queste condizioni l’impianto non può essere ovviamente utilizzato per gli eventi sportivi e le squadre locali sono quindi costrette a disputare le gare di campionato in altre strutture.
“Siamo di fronte a una situazione simile a quella che ha messo fuori uso il palasport di Palermo. Bisogna intervenire — afferma il sindaco — prima che anche qui sia tutto compromesso”.
Anche il palasport di Palermo, infatti, era stati dichiarato inagibile nel novembre del 2014.
E lo stesso palazzetto dello sport di Cefalù era stato già sequestrato dalla procura di Termini Imerese nell’aprile del 2014.
Anche in quel caso mancavano le condizioni per concedere l’agibilità .
Più di un anno dopo niente è cambiato: e adesso la Sicilia rischia di perdere un’opera da più di otto milioni a quattro anni dall’inaugurazione.
Come dire che la Regione più a sud d’Italia non è solo l’isola delle opere incompiute, ma anche di quelle che rischiano di finire inutilizzate anche dopo essere state completate.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
TRE PENTITI PARLANO: “SOLDI E LAVORO IN CAMBIO DI VOTI”
Il rischio è che venga travolta l’intera classe dirigente che ha guidato Cosenza negli ultimi 10 anni. 
Centrodestra e centrosinistra tremano leggendo le dichiarazioni dei tre pentiti di ‘ndrangheta : Ernesto, Adolfo e Vincenzo Foggetti interrogati nei mesi scorsi dalla Direzione distrettuale di Catanzaro.
Gli stralci di alcuni verbali sono stati pubblicati dal Corriere della Calabria.
È Adolfo Foggetti, un tempo esponente della cosca “Bella Bella”, a spiegare ai magistrati il sostegno della ‘ndrangheta alle elezioni comunali di Cosenza del 2011 vinte dal sindaco Mario Occhiuto, del centrodestra, dopo il ballottaggio con Enzo Paolini del Pd.
Alcune vicende sarebbero state vissute personalmente dal collaboratore di giustizia. Altre invece gli sono state riferite dal boss Maurizio Rango e, oggi, riempono i faldoni dell’inchiesta che rischia di ridisegnare gli equilibri mafiosi e politici nella città dei Bruzi.
“Posso riferire — avrebbe affermato il pentito ai pm stando a quanto racconta il giornale locale calabrese — che sia io che Maurizio Rango e la nostra organizzazione criminale di riferimento, facente capo agli zingari, si è impegnata nelle ultime elezioni comunali di Cosenza a favore del candidato Paolini. Ricordo che ci incontrammo sotto casa di Maurizio Rango con Paolini e quest’ultimo a bordo della sua macchina Lancia Thema, di colore grigio, il cui autista era il figlio di Ennio Stancati, ci siamo recati al villaggio degli zingari allo stadio, per presentare il candidato Paolini e per richiedere appunto agli zingari un impegno elettorale a suo favore”.
Soldi in cambio di voti: “Il candidato Paolini elargiva agli zingari somme di denaro oscillanti tra i cinquanta e i centocinquanta euro a seconda della consistenza del nucleo familiare».
Ai boss che gli avrebbero aperto le porte del villaggio rom, invece, il candidato del centrosinistra avrebbe «promesso, in cambio dell’impegno elettorale in suo favore, l’assunzione di tre nostri congiunti presso un centro benessere o una clinica che di lì a poco avrebbe aperto”.
Quelle elezioni però le vinse Mario Occhiuto che, secondo Adolfo Foggetti, era stato sostenuto dalla cosca Perna: “Sono a conoscenza — fa mettere a verbale — del fatto che Claudio Perna (uno dei boss egemoni a Cosenza) e tale Plateroti hanno fatto campagna elettorale in occasione delle ultime consultazioni elettorali per il Comune di Cosenza in favore di candidato Occhiuto. Sono a conoscenza di queste circostanze in quanto vi fu un incontro presso il bar Phoenix di via Giulia tra me, Maurizio Rango e Claudio Perna, nel corso del quale si discusse delle problematiche riguardanti le cooperative di servizi delle quali sia Claudio Perna, sia Plateroti, sia lo stesso Rango avevano la disponibilità ”.
In una di queste cooperative sociali era stato assunto anche il futuro collaboratore Foggetti che veniva, quindi, retribuito pur non prestando alcuna attività lavorativa.
Era in sostanza una copertura: “Avrei potuto documentare che ero un lavoratore e non dedito ad attività illecite”.
Secondo il pentito, il boss Perna lamentava che Occhiuto, dopo essere stato eletto con i voti della cosca, non avrebbe mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale.
Ecco perchè, l’altro boss Maurizio Rango (esponente del clan degli zingari) “lo rimproverava di non aver votato per Paolini, il quale, viceversa, una volta eletto, avrebbe mantenuto le promesse”.
Dal canto suo, Enzo Paolini consigliere comunale del Pd replica: “Per quanto mi riguarda si può indagare su ogni aspetto della mia vita pubblica e privata. Qualsiasi illazione fatta su di me deve essere approfondita, analizzata, verificata, riscontrata da ogni punto di vista. E così farà la magistratura, per questo sono tranquillo come deve essere qualsiasi cittadino per bene”.
Respinge le accuse del pentito anche il sindaco di Cosenza secondo cui la sua amministrazione “ha messo per la prima volta mano nella storia della città alla riorganizzazione delle cooperative sociali richiedendo da subito la certificazione antimafia e bandendo gare pubbliche. Tant’è che, proprio per l’indirizzo seguito, com’è noto, sono stato minacciato e messo sotto scorta. Se avessi fatto qualunque tipo di promessa o avessi preso impegni di qualunque tipo, certamente non avrei mai potuto seguire questa condotta di legalità ”.
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
A BORDO DEI “MAIALI” BEFFO’ LA ROYAL NAVY: A 103 ANNI SI E’ SPENTO EMILIO BIANCHI
Una notizia che arriva da un altro secolo: è morto il comandante Emilio Bianchi, 103 anni. Era l’ultimo dei “fantastici 6”, gli incursori subacquei della Regia marina italiana che nella notte del 18 dicembre del 1941, nel porto di Alessandria d’Egitto, affondarono due corazzate britanniche e una nave ausiliaria con i loro tre mini-sommergibili, i “maiali”.
Emilio Bianchi allora era un “palombaro capo” ed era il secondo sul “siluro a lenta corsa” (il “maiale”) del comandante della missione, il marchese e tenente di vascello Luigi Durand de la Penne.
I sei incursori della Marina erano stati sbarcati dal sommergibile Scirè poche miglia al largo di Alessandria: entrarono di notte nel porto approfittando del fatto che gli inglesi avevano abbassato le reti di protezione per fare entrare tre cacciatorpediniere.
Da quel momento, dopo 5 ore di immersione e di lavoro subacqueo durissimo, i 6 italiani riuscirono a piazzare le cariche dei loro tre maiali sotto le corazzate Queen Elizabeth e Valiant e sotto la nave cisterna Sagona, affiancata al cacciatorpediniere Jervis.
La missione era iniziata con la partenza del sommergibile Scirè dalla Spezia il 3 dicembre: comandato dal tenente di vascello Junio Valerio Borghese (che dopo l’8 settembre rimase con la sua X Mas a combattere con i nazisti) il battello fece scalo in un porto italiano dell’Egeo per imbarcare gli incursori che arrivarono in aereo il 14.
L’attacco ad Alessandria era previsto il 17 dicembre, ma il mare mosso fece ritardare l’azione.
Fra l’altro, nel suo trasferimento dall’Italia verso la in Grecia, lo Scirè mentre era in emersione fu avvistato da un ricognitore britannico.
Gli italiani salutarono allegramente il pilota inglese, e gli lanciarono con il segnalatore ottico i codici luminosi concordati per quel giorno fra aerei e navi della Royal Navy, simulando di essere un battello britannico. Il servizio segreto italiano era riuscito ad intercettare la lista dei segnali convenzionali concordati dall’Ammiragliato di Londra.
La notte del 18 i tre “maiali” si avvicinarono al porto in scia ai tre caccia inglesi.
Gli incursori dovevano poi dividersi, navigare in immersione fin sotto la chiglia delle navi, piazzare le cariche ad orologeria, abbandonare il maiale ed emergere lontano dal porto per provare a fuggire.
De la Penne e Bianchi furono protagonisti dell’episodio più movimentato: dopo ore di movimento, il respiratore ad ossigeno del palombaro-capo andò in avaria, il sottufficiale – intossicato – fu costretto ad emergere e arrestato dalle sentinelle.
De la Penne dovette continuare il lavoro da solo. Mentre gli inglesi iniziavano a interrogare pesantemente Bianchi per capire quali fossero i piani italiani (quali navi? quante cariche?), de la Penne trascinò il maiale sul fondo del porto, scollegò la testata esplosiva da solo e la piazzò sotto la chiglia della Valiant.
Riemergendo stremato, anche lui fu arrestato
Il comandante della Valiant fece interrogare duramente De La Penne che dichiarò di essere ufficiale italiano ma non rivelò il piano d’azione.
Gli inglesi lo misero in una cella della nave sotto la linea di galleggiamento: sarebbe affondato con la nave se ci fosse stata un’esplosion
Alle 5,30, mezz’ora prima del scoppio, de la Penne chiamò gli inglesi e chiese di poter parlare col comandante: “Signore, le suggerisco di far evacuare la nave, fra poco ci sarà un ‘esplosione”.
Il comandante lo ringraziò, fece evacuare buona parte dell’equipaggio, ma fece riportare De La Penne e Bianchi nella cella sotto la linea di galleggiamento
Alle 6 l’esplosione sfondò la carena della Valiant e la fece adagiare sul fondo del porto: i due italiani si salvarono, e vennero evacuati dagli inglesi che li tennero prigionieri fino al termine della guerra.
Anche altri due incursori vennero catturati dagli inglesi, anche se riuscirono ad affondare una petroliera e danneggiare un incrociatore.
Mentre la terza coppia, quella di Antonio Marceglia e Spartaco Schergat, con il “maiale” era riuscita nella missione perfetta. I due militari affondarono la Queen Elizabeth, si sganciarono per tempo e riuscirono a fuggire dal porto.
Purtroppo vennero catturati il giorno successivo, perchè il Servizio informazioni militari li aveva riforniti di lire egiziane non più in corso: loro provarono a spacciarsi per marinai francesi, ma i commercianti egiziani ai quali si erano rivolti li passarono agli inglesi.
Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha ricordato il palombaro capo Bianchi (promosso poi ufficiale dopo la prigionia e la fine della guerra): “Si è spento oggi l’ultimo degli eroi dell’impresa di Alessandria d’Egitto, dove il coraggio e l’ardimento permisero di ottenere altissimi risultati”, dice la Pinotti.
Con lei il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano.
La Marina Militare nel dopoguerra ha venerato e rispettato gli uomini di Alessandria d’Egitto e quelli che portarono a segno un attacco simile a Gibilterra.
L’ultima unità che è stata dedicata da uno di questi eroi, il caccia “Durand de la Penne”, nell’agosto dell’anno scorso si è fermata nel porto dei docks di Londra per una visita degli allievi dell’Accademia navale.
A bordo del “de La Penne”, accanto alla plancia, gli ufficiali inglesi ospiti del comandante italiano hanno tutti guardato e letto con rispetto le fotografie e le lettere che ricordano ai giovani marinai italiani chi fosse de La Penne e cosa avevano fatto quei “magnifici 6” combattendo contro la Royal Navy nel porto di Alessandria.
Ma d’altronde dopo la fine della guerra era stato un ufficiale britannico, proprio il comandante del Valiant sir Charles Morgan, ad appuntare sulla divisa dei 6 uomini la medaglia d’oro che la Marina della Repubblica italiana assegnò a quegli incursori. Ufficiali e gentiluomini di un altro secolo.
Oggi ci sono stati i funerali a Torre del Lago.
Vincenzo Nigro
(da “La Repubblica”)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
L’ANTICIPAZIONE DEL DISCORSO DI DOMANI SU DE GASPERI… CI VOLEVA UN MONSIGNORE PER SENTIRE QUALCOSA DI DESTRA NON PUTREFATTA IN ITALIA
Quando, a nome della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, il prof. Giuseppe Tognon mi ha
proposto la lectio su De Gasperi sono subito stato tentato di rispondere di no; mi ha trattenuto dal rifiutare il pensiero che non è mai giusto sprecare occasioni di confronto e di riflessione, specie in un tempo come il nostro, tutt’altro che incline al confronto e alla riflessione; non mi dispiaceva nemmeno il desiderio di poter rendere onore, come figlio di un antico militante democristiano nella terra di Giuseppe Di Vittorio e come vescovo, a un cristiano così libero e coraggioso come è stato Alcide De Gasperi.
Vi chiedo di accogliere con benevolenza, sotto il nome di De Gasperi, le cose che porto nel cuore e che spero possano aiutarci a recuperare fiducia nella fede e nella politica, che è quello di cui parlerò oggi.
Abbiamo bisogno di entrambe, sempre di più. Senza politica si muore. Le società si disgregherebbero e la prepotenza umana dilagherebbe.
Nessuno ha inventato ancora un sostituto delle istituzioni politiche, del diritto, della democrazia.
Le società hanno bisogno di essere governate; da cristiani e da cittadini consapevoli, dobbiamo aggiungere che dovrebbero essere governate prima di tutto secondo giustizia.
Le istituzioni
La Ricostruzione degasperiana rimane un modello perchè De Gasperi l’ha ancorata intorno a tre cardini.
Il primo cardine è il rispetto delle Istituzioni e, in particolare, del Parlamento. Basterebbe riprendere in mano quanto disse in questa stessa circostanza ormai dieci anni fa Leopoldo Elia, intervenendo su Alcide De Gasperi e l’Assemblea Costituente, per trovarvi spunti ed elementi al riguardo.
De Gasperi fu segretario di partito e poi presidente del Consiglio per otto anni, ma tutte le scelte fondamentali della sua politica interna e internazionale sono state elaborate dai partiti all’interno del Parlamento, nel rispetto più assoluto delle regole e con un faticoso quanto meticoloso lavoro politico svolto in profondità .
Ciò ha comportato non poche difficoltà nel gestire sia le coalizioni di governo sia le diverse e vitali correnti di partito, ma mai De Gasperi ha ceduto alla tentazione di coartare il Parlamento, che era la sede in cui egli pretendeva il rispetto e in cui poteva riconoscere alle opposizioni il ruolo che meritavano. De Gasperi è un modello.
Una politica senza memoria, che pretenda di ricominciare da zero, non ha futuro e rischia, nel migliore dei casi, di essere velleitaria. La politica, come le Istituzioni che ne sono il fondamento, ha bisogno di tempi e di spazi di manovra, soprattutto in democrazia, dove l’equilibrio tra i poteri non può ridursi al rispetto formale di regole. La democrazia non è soltanto una forma di governo, ma la condizione necessaria per esercitare in positivo le libertà individuali, civili e sociali.
La democrazia è un metodo di vita, un’aspirazione al riconoscimento della dignità delle persone e dei popoli.
Il bene comune
Il secondo cardine è quello dell’ispirazione ideale della politica e della religione al bene comune.
La politica come ordine supremo della carità : questa io credo dovrebbe essere la grande avventura per chi ne sente la missione.
A questo penso si riferisse Paolo VI quando parlava della politica come della «forma più alta della carità ». Credetemi, è questo che mi ha spinto a essere fin troppo chiaro (qualcuno ha scritto «rude») negli interventi di questi ultimi giorni – almeno quelli non inventati – sui drammi dei profughi e dei rifugiati: nessun politico dovrebbe mai cercare voti sulla pelle degli altri e nessun problema sociale di mancanza di lavoro e di paura per il futuro può far venir meno la pietà , la carità e la pazienza.
L’Europa che De Gasperi ha contribuito a fondare era più generosa di quella di oggi e i suoi capi politici farebbero bene a ricordarsi da dove gli europei sono venuti e dopo quali terribili prove.
L’Europa non può diventare una maledizione; è un progetto politico indispensabile per il mondo, a cui la Chiesa guarda con trepidazione, come un esempio, un dono del Signore.
La laicità
Il terzo cardine è quello della laicità , tema che ancora infiamma il dibattito in Europa e nei Paesi democratici, alle prese da un lato con fenomeni terribili di fanatismo e d’intolleranza e, dall’altro, con uno smarrimento generale di valori, una mancanza di virtù che è più insidiosa di ogni laicismo.
La pazienza di De Gasperi e il suo coraggio nella ricostruzione politica, economica e civile dell’Italia sconfitta fu il miglior regalo alla storia del cattolicesimo politico italiano: portare la Chiesa a confrontarsi con la democrazia e fare dei cattolici italiani il pilastro di quest’ultima.
L’Italia, con De Gasperi, passò da essere «il giardino del Papa» a uno dei Paesi fondatori dell’Europa unita.
Chi sono oggi gli eredi di De Gasperi?
Un anno fa, a Trento per ricevere il premio internazionale De Gasperi, Romano Prodi rispose in questo modo che faccio mio: «La risposta non va cercata solo in un singolo individuo ma nella forza delle idee.
Alle quali si deve aggiungere la particolare capacità che un politico per essere qualificato come statista deve possedere: dire la verità alla propria gente; avere una visione coerente e competente della realtà ; avere il senso supremo della responsabilità , al di là della propria convenienza di parte e della propria prospettiva personale; non vivere per se stesso, ma per una prospettiva comune.
Un popolo non è soltanto un gregge, da guidare e da tosare: il popolo è il soggetto più nobile della democrazia e va servito con intelligenza e impegno, perchè ha bisogno di riconoscersi in una guida.
Da solo sbanda e i populismi sono un crimine di lesa maestà di pochi capi spregiudicati nei confronti di un popolo che freme e che chiede di essere portato a comprendere meglio la complessità dei passaggi della storia.
Il significato della guida in politica non è tramontato dietro la cortina fumogena di leadership mediatiche o dietro le oligarchie segrete dei soliti poteri.
La politica ha bisogno di capi, così come la Chiesa ha bisogno di vescovi che, come ha detto papa Giovanni siano «una fontana pubblica, a cui tutti possono dissetarsi». Tra le luci della ribalta e il buio delle mafie e delle camorre non c’è solo il deserto: la nostra terra di mezzo è un’alta vita civile, che è la nostra patria di uomini liberi e che, come tale, attende il nostro contributo appassionato e solidale.
Nunzio Galantino
(da “il Corriere della Sera”)
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