Agosto 15th, 2015 Riccardo Fucile
SEI BUONI MOTIVI PER PREOCCUPARSI
Meglio poco che niente, per carità . 
La stima preliminare Istat dice che il Prodotto interno lordo-cioè la ricchezza prodotta in Italia -nel secondo trimestre di quest’anno è aumentato dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente (e dello 0,5 rispetto a un anno prima, quando eravamo in recessione).
Abbastanza in linea con le attese, un po’ meno di quanto avrebbe voluto il governo: la variazione del Pil acquisita per il 2015 è, infatti, + 0,4% in linea con la previsione finale scritta nel Def dal governo di +0,7%.
E qui, purtroppo, finiscono le buone notizie, mentre abbondano i motivi per cui tutti gli apparatcik renziani che ieri festeggiavano la fine della crisi (dal responsabile economia Filippo Taddei passando per i vicesegretari Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini fino ai peones d’ogni ordine e grado) farebbero bene ad essere preoccupati. Eccoli.
PRIMO.
Intanto questa sembra finora e, secondo le stime tanto del Fmi quanto dello stesso governo, sarà a lungo (se dura) una jobless recovery, ovvero una ripresa del Pil senza aumento dell’occupazione. E infatti l’ultimo dato sulla disoccupazione dice 12,7%, più o meno dove stava l’anno scorso e pure nel 2013.
SECONDO.
Anche centrare l’obiettivo dello 0,7% di crescita per il 2015 scritto nel Pil non è un fatto scontato:per riuscirci, ci dicono gli statistici, servono un paio di +0,4% nei prossimi due trimestri, cioè una crescita più sostenuta di quanto abbiamo avuto nei primi sei mesi dell’anno (+0,3 gennaio-marzo, +0,2 aprile-giugno).
TERZO. Come ha scritto l’economista Francesco Daveri su lavoce.info anche centrando gli obiettivi la ripresa è molto debole: “Se anche l’attuale ripresa si irrobustisse in modo da replicare quella del 2009-2011, la crescita di allora (+3,4% in otto trimestri) sarebbe solo sufficiente a riportare a fine 2016 il livello del Pil trimestrale a 397 miliardi, cioè grosso modo dov’era nel primo trimestre 2012.
In ogni caso, mancherebbero ancora 10 miliardi per ritornare ai livelli di prima dell’estate 2011 e ben 28 miliardi per ritornare ai livelli di inizio 2008.
Meno miliardi di Pil vogliono dire meno redditi, meno produzione industriale , meno consumi, meno occupazione”.
QUARTO.
Il traino dell’economia mondiale è più lento rispetto alle precedenti uscite da recessione.
Ancora Daveri: “Alla fine degli anni Novanta,a metà degli anni Duemila e anche nel 2009-11, il ritorno alla crescita fu agevolato da una rapida crescita dell’economia mondiale (vicina al +5,5% annuo in ognuno degli episodi).
Oggi invece il mondo-malgrado il petrolio basso e il denaro che non costa — cresce solo del 3,5% annuo. Il volano della crescita mondiale è meno efficace”.
QUINTO.
C’è una notizia che dovrebbe davvero preoccupare il governo e tutti gli italiani.
Scrive l’Istat nel suo comunicato di ieri: “Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale(al lordo delle scorte)e un apporto negativo della componente estera netta”.
Significa che le esportazioni — su cui l’esecutivo Renzi ha basato buona parte della sua politica economica-non stanno dando l’apporto sperato alla crescita del Prodotto interno lordo.
SESTO. L’Euro zona, che è il principale partner commerciale italiano, langue (+0,3%). Non solo il Pil di Francia e Germania — i due principali paesi della moneta unica-cresce poco, ma soprattutto è preoccupante il dato della produzione industriale tedesca di giugno: -1,4% (e la mini svalutazione difensiva dello yuan) non farà migliorare il dato nei prossimi mesi.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 15th, 2015 Riccardo Fucile
IN QUALE PAESE AL MONDO PER FARE 50 MIGLIA MARINE CON UN ALISCAFO SI IMPIEGANO 4 ORE?
“Passione, competenza, professionalità e qualità . Su tutto questo nasce e continua la nostra storia…” è quello che si legge aprendo il sito di Ustica Lines, e curiosi ci si chiede chi siano.
È una compagnia di navigazione, genericamente parlando, che si è aggiudicata tra l’altro il servizio di collegamento da e per le isole Eolie, meta desiderata dai vacanzieri di ogni età e censo nei mesi estivi.
Con i connessi contributi di una Regione, la Sicilia, in dissesto da molti anni, per non dire decenni.
Affollatissime le Eolie, soprattutto quest’anno che la Grecia appare pericolosa e instabile.
E poi funzionano pure i bancomat e non bisogna privatizzare i porti, come è costretto a fare Tsipras.
Chissà se i potenti armatori greci avranno da rimetterci… Invece quelli italiani dormono tra due guanciali, danno lavoro, magari stagionale, a molti e, come nel caso del comandante Morace, patron di Ustica Lines, comprano pure squadre di calcio: il Trapani.
Che dopo anni bui galleggia sicuro in serie B. Proprio come i suoi aliscafi.
E quando minaccia di interrompere i collegamenti con le isole Eolie, come nello scorso maggio, basta una telefonata del Governatore Crocetta per rassicurarlo e far riprendere il servizio.
Con i soliti standard di efficienza e professionalità , del resto lo dice il sito…
Anche io quest’anno ho rinunciato a incontrare Varoufakis, per recarmi alle Eolie.
E due sere fa sono andata alla biglietteria di Ustica Lines dovendo rientrare sul continente.
Mi è stato proposto un biglietto per l’aliscafo dell’indomani per Reggio Calabria. Partenza alle 10.40 dal porto di Marina Lunga ai piedi del castello, arrivo, a detta del professionale impiegato della compagnia, alle 12.40 a Reggio Calabria. Che bello!
Ho pensato, solo due ore per percorrere circa 50 miglia. Non proprio l’alta velocità francese e neppure i piroscafi norvegesi, ma certo meglio dei barchini che settant’anni fa conducevano sull’isola, come magistralmente raccontato da Marcello Sorgi, Edda Ciano costretta al confino.
Poco dopo, la prima sorpresa.
Il modernissimo sito di Ustica Lines contraddice le informazioni del solerte impiegato. L’arrivo a Reggio è previsto alle 13.45 e non già alle 12.40. Le due ore diventano tre. Ma io il biglietto l’ho già fatto e pagato.
L’aliscafo si fermerà a Vulcano e a Messina. E vabbè, ci può stare, siamo in Sicilia in un torrido mese di agosto. E io da “terrona” sono abituata a ritardi e cambi di programma.
La mattina dopo, puntuale, con il mio bagaglio, arrivo sul molo, m’intruppo in una lunga e disordinata fila, salgo sul natante, intitolato a una congiunta del comandante Morace, Mirella, che parte in perfetto orario.
Tout va bien! In un quarto d’ora eccoci a Vulcano e poi in poco più di un’ora e mezza a Messina.
È lì che accade l’incredibile: ci comunicano che l’aliscafo deve fare carburante e che per ragioni di sicurezza bisogna scendere lasciando a bordo il bagaglio. Sono le 12.30. L’equipaggio ci fa sapere che “in mezz’ora, massimo 40 minuti” saremo reimbarcati.
Ma, attoniti, su un molo incandescente dal sole agostano, ci chiediamo: “ma il carburante non si può fare a Reggio che è proprio lì di fronte dopo che i passeggeri sono scesi?”.
La risposta di un graduato della compagnia è inesorabile. “A Reggio Calabria non abbiamo il deposito.”
D’improvviso, mentre noi ci sciogliamo sotto la canicola, l’aliscafo molla gli ormeggi e si sposta. Ma che fa? Se ne va? Chiede qualcuno.
“No, mica pretenderete che il carburante lo faccia qui?” Intanto, il mio bagaglio è a bordo e io sono prigioniera. Riuscirà l’aliscafo a fare il carburante ed io, prima o poi, ad arrivare a Reggio?
Passano i minuti, poi un’ora, e dell’aliscafo nessuna traccia.
Alla fine, alle 14.10, dopo un’ora e quaranta di attesa (più o meno il tempo che un atleta allenato, o Beppe Grillo, impiega ad attraversare a nuoto lo stretto), il Mirella Morace si materializza.
Arriviamo esausti a Reggio Calabria alle 14.40. Molti hanno perso la coincidenza col volo aereo, qualcuno anche la fidanzata che urla “alle Eolie mai più!”
In quale Paese del mondo per fare 50 miglia marine con un aliscafo si impiegano 4 ore?
E in quale Paese del terzo mondo un’azienda che riceve contributi pubblici per svolgere un servizio di collegamento essenziale può permettersi di dire che servono due ore, scrivere che se ne impiegano tre e mettercene quattro?
Per fare carburante lungo la rotta solo perchè nel porto di arrivo non ha il suo deposito? Nel nostro Mezzogiorno d’Italia è possibile. Altro che piagnistei e “scateniamo l’inferno”.
All’inferno ci siamo già .
Così il mio Sud non ce la farà mai.
Myrta Merlino
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 15th, 2015 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI CHILOMETRI DI LITORALE CANCELLATI DALL’URBANIZZAZIONE
Siete in vacanza al mare? Ci siete già stati o siete in procinto di andarci? In ogni caso, potrà
interessarvi sapere che nella nostra amata penisola “spariscono” 20 metri di costa in media al giorno
Più precisamente, vengono “divorati” da un mostro famelico che si chiama urbanizzazione e ha le sembianze del cemento. E purtroppo c’è da temere che la riforma della Pubblica amministrazione approvata recentemente dal Parlamento, introducendo il meccanismo del silenzio-assenso se le Soprintendenze non esprimono il proprio parere entro 90 giorni, finisca per alimentare questa voracità .
I dati raccolti da Legambiente a partire dal 2012 compongono un quadro allarmante sul “consumo delle aree costiere italiane”.
Da Ventimiglia a Trieste, il dossier traccia il profilo dell’intera penisola e sarà completato l’anno prossimo con lo studio di Sardegna e Sicilia
Ma la situazione risulta già ora impressionante: sui 3.902 chilometri di costa analizzati, oltre 2.194 sono stati trasformati dall’urbanizzazione selvaggia in palazzi, alberghi, ville e porti, con una percentuale del 56,2 per cento sul totale.
Dal 1985 a oggi, cioè da quando la legge Galasso impose la distanza minima di 300 metri dal mare per le nuove costruzioni, sono stati praticamente “cancellati” 222 chilometri di litorale, al ritmo di quasi otto all’anno
La lava di cemento non distingue fra i tre mari che ci circondano: 1.257,3 chilometri su 1.784,9 trasformati sul Tirreno; 706,2 su 1.309 lungo l’Adriatico e 485,7 su 808,5 nello Jonio. Nè la colata fa differenza tra Nord, Centro e Sud.
Nella classifica generale delle regioni, il record negativo spetta nell’ordine a Calabria, Liguria, Lazio e Abruzzo, dove si salva ormai appena un terzo del paesaggio costiero.
Dal 65 per cento di litorale calabrese cancellato, per un totale di 523 chilometri su 798 di cui 11 dopo il 1988, si varia al 36 per cento del Veneto (sei chilometri su 170 dopo l’entrata in vigore della legge Galasso): qui, però, ha fatto da argine la particolare morfologia della costa, tra laguna di Venezia e delta del Po. E ciò vale anche per il tratto che va dal Conero (Marche) al Gargano (Puglia)
Nel Lazio, su un totale di 329 chilometri e 208 cancellati, in questi ultimi anni sono stati distrutti 41 chilometri di paesaggi costieri con caratteristiche naturali o agricole.
La Puglia ha eroso addirittura 80 chilometri, per un totale di 455 su 810.
Ma è stato il piccolo Molise a registrare l’aggressione più violenta, con il 28,6 per cento della costa trasformata in tempi più recenti: dieci chilometri cementificati dopo l’introduzione della legge Galasso, per una somma di 17 sul totale di 35
Il consumo delle coste non è solo un problema di ordine estetico o paesaggistico. È in senso più ampio una questione ambientale.
Un’emergenza che compromette l’assetto idro-geologico del territorio: quando i fiumi non trovano più sbocchi sufficienti nel mare, ingabbiati o bloccati dalla barriera di cemento, allora esondano e provocano alluvioni, com’è avvenuto nei giorni scorsi in Calabria.
E quindi, parliamo anche di una minaccia per quella risorsa nazionale che è costituita dal turismo.
«Il silenzio-assenso previsto dalla legge Madia — avverte il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza — mette ancora più a rischio le coste italiane ed è l’esperienza di decenni a dimostrarlo. Da un capo all’altro della penisola, sono troppi i casi di opere eseguite forzando i vincoli delle procedure, anche senza questo meccanismo automatico. Eppure, per impedire ulteriori scempi,basterebbe limitare il silenzio-assenso alle regioni che hanno già approvato Piani pae-saggistici, ai sensi del Codice dei Beni culturali, come Puglia, Toscana e Sardegna».
Oltre a questa prima misura immediata, gli autori del Rapporto propongono di «aprire i cantieri di riqualificazione delle aree costiere », nel quadro del programma europeo 2014-2020
Il patrimonio edilizio lungo le coste è generalmente obsoleto e malandato.
Qui si tratta innanzitutto di favorire la rigenerazione energetica, come s’è cominciato a fare adesso per 11 fari marittimi, in modo da incrementare l’offerta turistica.
Giovanni Valentini
(da “La Repubblica”)
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Agosto 14th, 2015 Riccardo Fucile
COME SI GESTISCE L’EREDITA’ DIGITALE
Un ingegnere che lavora all’estero muore all’improvviso. I due figli sanno che aveva depositato i risparmi in una banca straniera, ma non hanno gli estremi del conto.
Le informazioni sono custodite nella posta elettronica, per accedervi occorrono le credenziali. Come richiederle?
Due anni fa a Roma, poco prima della finale di Coppa Italia, un tifoso del Napoli viene ucciso sulla strada per lo stadio. C’è il rischio che il suo profilo Facebook, nei commenti, diventi terreno di scontro tra ultras. Per la famiglia sarebbe un dolore ulteriore. Ma chi può ottenere l’accesso alla pagina di un defunto sui social?
Sono solo due esempi delle questioni che si pongono sempre più spesso, e che sono ricomprese sotto il nome di «eredità digitale».
La rete è ormai parte integrante della nostra vita. Naturale che lo sia anche della nostra morte.
Su Internet acquistiamo libri e musica: come faremo a lasciare a qualcuno i romanzi comprati su Amazon o le canzoni di iTunes?
E ancora, ogni giorno conserviamo documenti e immagini in spazi disco, oppure archiviamo la nostra corrispondenza.
Capitoli della nostra esistenza che potrebbero avere un’enorme importanza per chi resterà dopo di noi.
Le grandi piattaforme
Le grandi piattaforme digitali lo sanno, e si stanno attrezzando per rendere possibile agli utenti stilare un testamento digitale.
Google, ad esempio, permette di indicare una persona che riceverà un messaggio con le nostre proprietà digitali, nel caso in cui l’account risulti inattivo.
Da qualche giorno anche il social più frequentato ha introdotto in Italia l’opzione del testamento digitale, come ha spiegato Laura Bononcini, responsabile relazioni istituzionali di Facebook Italia, aggiungendo che «la novità è in fase di rilascio graduale».
Gli utenti possono designare un parente o amico come contatto, che avrà facoltà di gestirne l’account dopo la propria morte. Si potrà scegliere in alternativa che il profilo sia cancellato, oppure congelato.
«Quella di Facebook mi sembra una scelta ponderata», commenta Ugo Bechini, notaio genovese. «La persona designata potrà gestire il profilo, ma non avrà accesso ai nostri messaggi privati».
Bechini è membro della commissione informatica del notariato, e segue il tema ormai da otto anni.
I notai hanno anche steso un decalogo con le regole base per gestire la propria eredità . Alcune, dettate dall’esperienza, sono in apparenza controintuitive, come la numero sette, che recita: «Condividere la password con il proprio partner non sembra essere una buona idea, in genere».
Un consiglio motivato «dal non fornire al partner un’arma in caso di crisi coniugale». Gli accordi
Ma, a fronte dei pochi che pianificano anche il proprio trapasso o il rischio di divorzio, ci sono i molti che non ci pensano proprio.
In questi casi come si fa?
«Stiamo lavorando per realizzare un accordo con le grandi piattaforme», racconta Bechini.
«Gli eredi, attraverso di noi, potranno domandare di accedere alle risorse del defunto». Al tavolo di discussione partecipano Google, Microsoft, Facebook, lo studio legale Portolano Cavallo e il professor Oreste Pollicino dell’università Bocconi.
A regime, prosegue Bechini, «ci sarà una procedura informatizzata che consentirà ai fornitori di servizi di ricevere i nomi degli aventi diritto agli account della persona scomparsa». Entro fine anno dovrebbe essere raggiunto l’accordo. Sarà una prima a livello europeo.
La questione non riguarda solo gli eredi diretti. Nei documenti di un professionista – ad esempio le cartelle cliniche di un medico – potrebbero essere conservate anche informazioni delicate che riguardano altri.
Quello dei dati sensibili è un nodo tutto da sciogliere.
«Pensiamo alla corrispondenza privata che riveli una paternità », ipotizza il giurista Guido Scorza, presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione.
«Chi muore potrebbe aver voluto che non fosse mai resa nota, oppure per converso potrebbe aver preferito che con la sua scomparsa i suoi cari conoscessero la verità ». Chi deciderà in questi casi? E chi tutelerà i diritti di un eventuale minore?
«Sono questioni giuridiche che sconfinano nell’etica», conclude Scorza.
Per le quali troveremo soluzioni solo strada facendo.
Massimo Russo
(da “La Stampa”)
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Agosto 14th, 2015 Riccardo Fucile
CONCESSI SCONTI E CONTRIBUTI SENZA CHIEDERE ALLE IMPRESE DI DIMOSTRARE DI ESSERE STATE DANNEGGIATE
Una parte delle aziende abruzzesi che hanno beneficiato di sgravi fiscali dopo il terremoto del 2009
non aveva in realtà subito alcun danno.
Ma lo Stato italiano non ha chiesto alcuna prova e ha concesso loro comunque di pagare meno tasse e contributi.
Ora quella decisione è finita nel mirino della Commissione Ue, che chiede al governo Renzi di battere cassa e recuperare quelle somme perchè si è trattato di aiuti illegali.
A comunicarlo è stato lo stesso esecutivo di Bruxelles, che in una nota fa sapere di aver “constatato che determinate misure di riduzione delle imposte e dei contributi previdenziali obbligatori in zone colpite da calamità naturali adottate dall’Italia sono andate a vantaggio anche di imprese che non hanno subito danni e hanno dato luogo a sovracompensazioni“.
A essere messi in discussione sono tutti gli sgravi introdotti tra il 2002 e il 2011 per favorire le aziende colpite da “sei calamità naturali verificatesi in Italia tra il 1990 e il 2009″.
La Commissione ha avviato un’indagine approfondita nell’ottobre 2012 per valutare se fossero in linea con le norme dell’Ue in materia di aiuti di Stato e ne è emerso che “non erano ben orientate allo scopo di indennizzare i danni arrecati alle imprese a seguito di calamità naturali”, visto che “non obbligavano le imprese a dimostrare di avere subito un danno e non imponevano di provare l’importo dei danni subiti, il che significa che l’importo dell’aiuto non era commisurato al valore effettivo del danno”.
Di conseguenza, alcune imprese hanno ottenuto “un indebito vantaggio economico rispetto alla concorrenza, che deve invece operare senza tale finanziamento pubblico”. Questo “equivale a un aiuto di Stato incompatibile”.
Tuttavia, per le catastrofi accadute più di dieci anni fa la Commissione non impone il recupero dell’aiuto visto che “in Italia le imprese non hanno l’obbligo di tenere documentazione contabile per più di dieci anni, il che rende impossibile quantificare la sovracompensazione”.
Quindi in quei casi “le autorità italiane sono tenute a recuperare gli aiuti di Stato incompatibili erogati nell’ambito delle misure in esame solamente nei casi in cui i beneficiari non possono aver subito alcun danno perchè non avevano alcuna attività economica in zona”.
Per il terremoto del 2009 in Abruzzo invece, Roma dovrà recuperare anche l’importo della sovracompensazione ottenuta dalle imprese.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 14th, 2015 Riccardo Fucile
E LA PROCEDURA PER RISCUOTERE FA ACQUA
Il prossimo 21 settembre, giorno del suo onomastico, Matteo Renzi rischia seriamente di dover affrontare il più volte rimandato pellegrinaggio a Monte Senario oggetto di una scommessa con Bruno Vespa.
Il 13 marzo 2014, nel salotto di Porta a Porta, il premier aveva infatti promesso che si sarebbe sobbarcato l’ascesa al santuario toscano se i debiti della pubblica amministrazione non fossero stati pagati nell’arco di sei mesi.
Ma il giorno della verità , nonostante mancasse all’appello ancora metà dei soldi che le aziende attendevano dallo Stato, si era giustificato attribuendo la colpa a Bruxelles. passato un anno e mezzo e il problema è (ancora) tutt’altro che risolto: non solo circa un terzo dell’arretrato deve ancora essere saldato, ma a peggiorare la situazione c’è il fatto che il piano del governo per velocizzare i nuovi pagamenti fa acqua.
E il primo ad ammettere la debà cle è stato lo stesso presidente del Consiglio, che il 18 luglio nella sua rubrica su L’Unità ha riconosciuto: “Sul pagamento dei debiti alle imprese abbiamo messo i soldi ma la procedura per riscuoterli è stata troppo complicata. Alla fine il colmo è che sono avanzati i soldi, ma non tutti sono ancora stati pagati”.
A dimostrare il flop sono i dati forniti dallo stesso ministero delle Finanze, che pochi giorni fa ha aggiornato (non lo faceva da gennaio) la sezione dedicata del sito.
L’11 agosto i vecchi debiti pagati dalle pubbliche amministrazioni ai creditori ammontavano a 38,6 miliardi di euro sui quasi 57 stanziati tra 2013 e 2014 dai governi Monti, Letta e Renzi, a cui ora vanno aggiunti i 2,9 miliardi previsti dal decreto Enti locali.
Un terzo della cifra che avrebbe dovuto essere saldata, dunque, è ancora congelato. Anche perchè, come si legge sempre sul portale del Tesoro, di quelle risorse solo 44,6 miliardi sono effettivamente stati messi a disposizione degli enti debitori.
Per esempio Regioni e Province autonome, a cui gli esecutivi che si sono succeduti hanno destinato in teoria 33,1 miliardi perchè saldassero le proprie fatture, in realtà se ne sono visti versare 27,2.
E a loro volta ne hanno girati alle aziende solo 23,3.
Per capire a quanto ammonta la zavorra che ancora grava sui bilanci dei fornitori dello Stato basta consultare l’ultima Relazione annuale di Bankitalia, che ha stimato il debito commerciale complessivo accumulato dalla pa al 31 dicembre 2014 in 70 miliardi di cui circa la metà certi, scaduti ed esigibili.
La corsa a ostacoli per la certificazione ha scoraggiato i creditori
A contribuire al ritardo è stata anche la macchinosità della procedura introdotta con il decreto 66/2014 (quello del bonus di 80 euro) per consentire alle aziende di cedere il proprio credito a una banca o a un intermediario finanziario, che si fanno carico della riscossione.
L’impresa deve per prima cosa registrarsi su una piattaforma ad hoc di via XX Settembre, poi chiedere la certificazione del credito e attendere la risposta dell’amministrazione debitrice.
Se questa non dà segni di vita, dopo 30 giorni il creditore “può presentare istanza di nomina di un commissario ad acta utilizzando l’apposita funzionalità messa a disposizione dalla Piattaforma”.
Ma non è raro che dall’ente debitore arrivi un diniego, con varie motivazioni. Insomma, l’iter è tutt’altro che snello.
Lo sa bene lo stesso Renzi, che in una nota diffusa nel settembre 2014 per mettere a tacere chi contestava il mancato rispetto delle promesse scriveva: “In un mondo normale il pagamento dovrebbe essere automatico. Purtroppo l’assurdo meccanismo del passato e l’inefficienza di molti enti locali impone di usare questa procedura”.
Che però ha scoraggiato molti creditori: tra l’aprile e il dicembre 2014 sono state presentate solo 91mila istanze per un controvalore di 9,8 miliardi di euro, nemmeno un quarto rispetto ai debiti complessivi.
Peraltro ben 4.680 amministrazioni — aziende sanitarie e Comuni ma anche ministeri — al 29 dicembre 2014 avevano “istanze pendenti” a cui non avevano risposto nei termini fissati dalla legge. In questo quadro è servito a poco che nel luglio 2014 il Tesoro abbia chiesto bussato anche alla porta della Cassa depositi e prestiti, che ha messo a disposizione 10 miliardi per acquisire pacchetti di crediti incagliati da istituti o intermediari finanziari che li avessero a loro volta rilevati dalle aziende.
Nessuna svolta sui tempi di pagamento. Nonostante la fatturazione elettronica
Fin qui, comunque, si tratta di debiti pregressi. Il vero problema è che anche i nuovi pagamenti vanno a rilento.
Visto che ogni mese la pa compra beni e servizi per circa 12 miliardi, il risultato è che mentre le vecchie fatture vengono (lentamente) smaltite se ne accumulano (rapidamente) di nuove.
Complici tempi di pagamento che lo scorso anno, secondo lo European Payment Report 2015, si sono attestati in media a 144 giorni contro i 24 della Germania, costandoci una procedura di infrazione visto che una direttiva europea recepita già nel 2012 fissa il limite a 30 giorni.
Anche su questo fronte che il governo Renzi aveva promesso di intervenire con decisione e in fretta. “Debiti Pa? Problema risolto dal 6 giugno con fatturazione elettronica a 60 gg”, garantiva il premier via Twitter il 28 marzo 2014, in vista dell’entrata in vigore dell’obbligo, per le imprese, di emettere le fatture nei confronti di ministeri, agenzie fiscali ed enti di previdenza attraverso una piattaforma informatica.
Obiettivo, semplificare le procedure ma soprattutto facilitare la rendicontazione e la certificazione dei crediti, accorciando i tempi di pagamento.
Gli enti pubblici nascondono i dati…
La vera svolta, in teoria, doveva essere rappresentata dall’allargamento dell’obbligo anche ai fornitori di tutti gli enti locali e delle altre amministrazioni centrali, comprese le asl. La “rivoluzione” è scattata lo scorso 31 marzo.
Un “cambiamento epocale“, ha spiegato Renzi via Facebook, prefigurando “un rapporto più semplice e più trasparente, con il controllo della spesa da parte dello Stato e con la certezza dei tempi di pagamento per le aziende”. Si vedrà .
I primi dati del monitoraggio condotto dal ministero di Pier Carlo Padoan sono doppiamente scoraggianti: su 20mila enti pubblici registrati (dagli enti locali alle scuole alle Camere di commercio) solo 5.500 sono “attivi” nella comunicazione dei dati di pagamento e il Tesoro ha ricevuto notizie sui tempi di pagamento di solo 2 milioni di fatture sugli 8 milioni registrati dall’1 luglio 2014 al 30 giugno 2015.
…e il Tesoro non insiste. “Informazioni complete? Entro il 2017″
Di conseguenza non è indicativo il fatto che paghino in media in 40 giorni: la stessa via XX Settembre ammette che “il tempo medio di pagamento effettivo del totale delle fatture è con ogni probabilità più lungo di quello registrato tra gli enti che comunicano i dati”, che si presume siano i più virtuosi.
Ma quand’è che il governo conta di riuscire a disporre di tutte le informazioni, in modo, magari, da poter sanzionare chi sgarra?
Con calma: l’obiettivo è di ottenere dati sul 60% delle fatture registrate entro la fine del 2015, sul 90% entro la fine del 2016 e sul 99% entro il 30 giugno 2017.
Nel frattempo, Palazzo Chigi confida nell’effetto emulazione.
E, anzichè far sapere ai cittadini quali enti non rispettano la legge, pubblica la lista dei 100 che hanno i tempi di pagamento più brevi.
Chiara Brusini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 14th, 2015 Riccardo Fucile
NON E’ VERO CHE SENZA NUOVI IMPIANTI NON RESTANO CHE LE DISCARICHE
A ben vedere, sembra proprio che gli inceneritori previsti da un dlgs dello Sblocca Italia, non siano
poi tanto necessari.
Nonostante ieri, sul Fatto Quotidiano,il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti abbia citato la necessità di evitare procedure di infrazione Ue e di offrire un’alternativa alle discariche, si può fare a meno di bruciare i rifiuti. Per tanti motivi. Bruciare non è necessario Non per evitare le sanzioni.
L’Ue in realtà ,ci sanziona non perchè mancano inceneritori , ma per il mancato rispetto dell’obbligo di pre trattamento del rifiuto che va in discarica.
“Il Decreto proposto-spiega Enzo Favoino, ricercatore della Scuola agraria del Parco di Monza ed esperto che lavora con le istituzioni europee e diversi governi nazionali nella definizione delle strategie di settore — considera invece l’incenerimento come necessario”.
Ma è solo uno dei pretrattamenti possibili, quello con i tempi più lunghi di realizzazione e il più esigente in termini di risorse finanziarie, quattro volte superiori rispetto agli impianti di trattamento a freddo.
Costa tanto e richiede garanzie per il ritorno degli investimenti.
“Se vengono meno, c’è un rischio finanziario per i costruttori privati. Così, per sfamare gli inceneritori, le amministrazioni pubbliche devono rallentare i programmi di espansione della raccolta differenziata oppure incorrere in penali ne i casi di contratti ‘vuoto per pieno’, spesso adottati a garanzia, che costringono a conferire all’incenerimento tonnellaggi prefissati per garantire il ritorno dell’investimento iniziale”.
I termovalorizzatori non sono l’unica alternativa
Ci sono gli impianti di trattamento a freddo, con recupero di materia dal rifiuto.
Si combinano sistemi di selezione e stabilizzazione biologica: “Questo consente in seguito di convertire i rifiuti: trattare l’organico pulito per farne compost e i materiali provenienti dalla raccolta differenziata per valorizzarli sul mercato delle materie di recupero. E consente, poi, quella flessibilità che permette la crescita progressiva della differenziata”, dice Favoino.
Ma la precondizione è una buona raccolta dell’organico, in grado di rendere il rifiuto residuo meno ‘sporco’ e più lavorabile: “In Italia questa condizione c’è e va diffusa dovunque. I modelli di raccolta dell’organico italiani sono i più efficienti, tanto da essere stati esportati in vari altri Paesi”.
Non è vero che bruciare alla fine riduce le discariche
La critica mossa ai sistemi di smaltimento alternativo è di non riuscire ad evitare la discarica, ma anche l’incenerimento ha bisogno di discariche.
Spiega Favoino: “Anzi, due tipologie di discarica: per le ceneri volanti e per le scorie. Ci sono invece distretti in cui il rifiuto che arriva in discarica è minimo grazie al lavoro a monte”.
Come si fa? “Con l’ottimizzazione continua della raccolta differenziata, i programmi di riduzione di produzione dei rifiuti, l’introduzione dei sistemi di tariffazione puntuale”. Ma questo richiede appunto quella flessibilità che viene messa a rischio dalla presenza di inceneritori sul territorio.
La Ue non finanzierà più discariche e incenerimento
“È facile prevedere una forte stretta nella concessione di finanziamenti a inceneritori e discariche, a cui finora è andata gran parte dei fondi strutturali. Un’opzione già valutata da Europarlamento e Commissione”, commenta Favoino.
L’idea è che tali finanziamenti comportino un sovvertimento delle priorità nella gestione dei rifiuti.
Non solo: “C’è anche il parallelo restringimento dei sussidi alla produzione energetica da incenerimento. La conseguenza è un aumento delle tariffe per i conferimenti dei rifiuti agli inceneritori”.
Virginia Della Sala
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 14th, 2015 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI LEGA AMBIENTE
Chi pensava che con lo Sblocca Italia, l’estrazione degli idrocarburi, le nuove grandi e inutili opere, il governo avesse toccato il fondo delle politiche ambientali, sbagliava di grosso.
L’ultima conferma arriva con lo schema di Dpcm sull’incenerimento dei rifiuti in attuazione dell’articolo 35 del decreto Sblocca Italia che prevede 12 nuovi inceneritori in Italia (3 nel nord Italia, 4 nel centro, 3 nel Sud e 2 in Sicilia) che si aggiungerebbero a quelli già attivi, di cui non si prevede lontanamente lo spegnimento, neanche di quelli evidentemente “cotti” e quindi da dismettere (e ce ne sono diversi)
Si tratta di una proposta da respingere al mittente per tanti motivi evidenti.
Il primo motivo è che Palazzo Chigi fa finta di non vedere che ancora una volta manca l’oggetto del contendere, e cioè i quantitativi di rifiuti.
Sfidiamo chiunque a garantirsi quelle quantità di rifiuti da bruciare previste nella bozza di Dpcm ed è impossibile non tener conto dell’aumento inesorabile delle quantità avviate a riciclo, oltre che di quelle oggetto delle inevitabili politiche di prevenzione.
I quantitativi da bruciare in nuovi impianti sono sovrastimati dal governo perchè sono calcolati su un obiettivo del 65% di raccolta differenziata già ampiamente superato in diverse regioni (a partire da Veneto, da Friuli Venezia Giulia, Marche).
Non si considerano nè il programma nazionale di prevenzione (ma il ministro Galletti si ricorda che il suo predecessore ha approvato quel piano nel 2013 e che lui stesso ha messo in piedi un Comitato scientifico presieduto dal professor Andrea Segrè per la sua attuazione?) nè il fatto che l’altra lobby concorrente, quella del cemento, sta cercando di bruciare nuovi quantitativi di combustibili da rifiuti (Css) nei loro impianti.
Tra l’altro già oggi gli impianti da poco costruiti, come ad esempio quello di Parma, sono in grande difficoltà perchè grazie alle raccolte differenziate domiciliari e la tariffazione puntuale non hanno più i rifiuti dal territorio che li ospita e sono costretti a cercarli da altre regioni.
Lo stanno facendo utilizzando proprio l’articolo 35 dello Sblocca Italia che smonta il condivisibile principio di prossimità , moltiplicando i viaggi dei rifiuti urbani da una parte all’altra del paese (opzione che andrebbe invece minimizzata), e permette anche di ri-autorizzare gli impianti sul carico termico massimo, aumentando i quantitativi di rifiuti da bruciare (a proposito, le capacità di trattamento descritte nella bozza di Dpcm non tengono conto di queste nuove autorizzazioni).
Insomma sull’incenerimento il governo dà veramente i numeri
Il secondo motivo è che ancora una volta si guarda agli interessi di poche società e non a quelli del paese.
Si tratta infatti di una bozza di decreto che è a nostro avviso il frutto della sommatoria delle richieste singole delle aziende di gestione dei rifiuti, soprattutto delle multiutilities del nord, che ancora non hanno capito che in questo paese il vento è cambiato e che non c’è più spazio per nuovi inceneritori.
Opzione che va invece ridotta inesorabilmente nel prossimo futuro a vantaggio della economia circolare di cui si è tornato a parlare finalmente in Europa (è curioso notare come la responsabile del dossier su questo tema sia la parlamentare europea PD Simona Bonafè, molto vicina al premier Renzi).
Ancora una volta il governo scrive un decreto sotto dettatura di una lobby: del resto, vedendo la distribuzione territoriale dei 12 impianti, è abbastanza semplice capire chi sono i promotori dei singoli progetti che il governo ha prontamente fatto propri.
Il Paese invece avrebbe bisogno di tanti impianti che non ci sono e che servirebbero molto ai cittadini e alle loro tasche.
Serve realizzare, soprattutto nel centro sud, gli impianti per trattare l’organico differenziato (recuperando energia con il biogas), raccolto dai sempre più numerosi Comuni ricicloni, che purtroppo continua a viaggiare quotidianamente su gomma per diverse centinaia di chilometri, spendendo inutilmente soldi in inquinanti trasporti e consumando gasolio.
Serve costruire la rete capillare degli impianti per la massimizzazione del riciclaggio (ecodistretti, fabbriche dei materiali, etc) e per la preparazione per il riutilizzo dei rifiuti. Tutti quegli impianti che alla base della legge di iniziativa popolare
“Rifiuti zero”, curiosamente in discussione in Commissione Ambiente della Camera dei deputati, mentre il Governo spinge sull’incenerimento
Insomma gli impianti servono, e ce ne vogliono davvero tanti nuovi sul territorio nazionale, ma non quelli che hanno in testa le società di igiene urbana quotate in Borsa, a partire da A2A, Hera e Iren, tutte aziende che guidano la “nuova confidustria dei rifiuti, dell’acqua e del gas” da poco costituita, che si chiama Utilitalia
Il terzo motivo è che questo schema di dpcm non fa altro che spostare l’attenzione su un piano che non si concretizzerà mai per questioni politiche (tutte le Regioni hanno già detto “no grazie”), sociali (quali sono i territori disponibili ad ospitare impianti di questo tipo?), ma soprattutto economiche. I potenziali prezzi di conferimento dei nuovi impianti non sarebbero infatti competitivi con gli inceneritori esistenti, a partire da quelli del nord Europa, che continuerebbero inevitabilmente a bruciare anche i rifiuti italiani con buona pace di chi ha scritto lo Sblocca Italia (non è un decreto che definisce le rotte dei rifiuti ma è il costo di conferimento all’impianto: gli impianti nord europei sovradimensionati e costruiti negli anni ’90 garantiscono prezzi bassissimi che nessun inceneritore italiano, vecchio o nuovo, è in grado di assicurare). Tutto questo ci farà purtroppo perdere altro tempo che soprattutto in alcune regioni critiche (come ad esempio Sicilia, Puglia o Lazio) non abbiamo
Insomma non scherziamo: se il governo vuole lavorare sul serio sulla gestione dei rifiuti cancelli questa bozza di Dpcm e scriva un nuovo testo che punta davvero all’economia circolare.
Basterebbe rivedere completamente il principio di penalità e premialità economica nel ciclo dei rifiuti e il cambio di passo sarebbe garantito. Serve tartassare le discariche utilizzando al meglio l’ecotassa (perchè non cambiare quello strumento ormai datato, approvato nel lontano 1995, trasformando il tetto massimo di 25 euro/t della tassa in un tetto minimo di 50 euro/t come da nostra proposta?): in questo modo il costo della discarica schizzerebbe in alto e si ridurrebbe in pochi mesi il flusso di rifiuti smaltiti sotto terra.
Gli incentivi alla produzione di elettricità da incenerimento vanno cancellati e questo è il momento giusto: in questi mesi infatti sono in discussione nella bozza di decreto sulle rinnovabili non fotovoltaiche, dove nella prima bozza del decreto erano ancora previsti mentre nella seconda sono fortunatamente spariti (la loro ricomparsa sarebbe uno schiaffo al mondo delle vere rinnovabili).
Se invece l’esecutivo continuerà sulla strada del Dpcm in discussione, ci sarà un solo risultato: lo stallo totale che farà felici ancora una volta i tanti signori delle discariche che continuano a fare soldi e governare il ciclo dei rifiuti grazie alle inesistenti politiche di settore.
In barba alle tante esperienze virtuose messe in campo dai comuni ricicloni e dalle aziende serie che hanno sottoscritto con entusiasmo il nostro manifesto per un’Italia rifiuti free.
Stefano Ciafani
(da “legambiente.it”)
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Agosto 14th, 2015 Riccardo Fucile
IL “CARRELLO DEI BOLLITI” RAVERA ORGANIZZA L’INCONTRO, MA TUTTI SI DEFILANO, ANCHE CHI ANDAVA DA LUI CON LE GINOCCHIERE
Oggi il Senatur sarà a Genova per parlare “del passato e del futuro della Lega”: il volantino
promette faville.
Bruno Ravera, il padre della Lega ligure, più conosciuto come “carrello dei bolliti”, è effigiato abbracciato a Umberto in una foto di inizio anni ’90 e promette “Farò i nomi di chi ha incastrato Bossi”.
Vista l’età , speriamo non se li dimentichi strada facendo.
Ma ad accoglierlo non ci sarà nessuno dello Stato maggiore della Lega, neppure quelli che indossavano le ginocchiere pur di accedere al piano riservato di via Bellerio dove “il capo” dispensava poltrone ai fedeli, in cambio di servizi vari.
L’assessore inquisito per peculato Rixi è in viaggio di nozze e l’ha scapolata, il presidente del consiglio regionale Bruzzone, l’altro inquisito per peculato, ha scoperto un improvviso impegno a Pontinvrea, la vice-Toti, Sonia Viale, giudica la visita “infelice” e sostiene di avere “altri impegni”
Forse ci sarà qualche sedicente laureato e qualcuno che non ha nulla da perdere, visto lo stato di emarginazione decretato da Salvini al senatur, ridotto ormai a reliquia da esibire solo a Pontida.
Ravera comunque chiede un congresso locale: “il segretario (Sonia Viale) deve controllare gli eletti e pensare alla organizzazione del partito, non dovrebbe fare l’assessore”.
Il carrello è servito, occhio alla digestione.
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