Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
RISPARMIATORI ALL’ASSALTO DEI BROKER… E LA BANCA CENTRALE SMENTISCE LA PROPAGANDA DI STATO
Colletto bianco e grisaglia addio. Sconsigliati anche tailleur e tacchi a spillo. A Shanghai e a Shenzhen ora è aperta la caccia a brokers, traders e funzionari di banca. Sparite, nel quartiere dei grattacieli eleganti di Pudong, auto sportive e borsette di lusso. Chiusi i ristoranti gourmet, spente le vetrine con gli orologi svizzeri.
Lavorare in Borsa, fino a due mesi fa, in Cina era il simbolo del successo e proiettava nella “dolce vita all’occidentale”.
Regola numero uno: esibire l’eccesso, mostrare a tutti di avercela fatta
Oggi il “compagno economista” recupera dall’armadio i vecchi jeans, sandali e t-shirt, va in ufficio in metrò ed entra dal retro, succhiando tagliolini liofilizzati assieme alle giovani migranti interne assunte per le pulizie.
L’alternativa è venire linciati dalla folla, o essere arrestati dalla polizia.
Nella capitale finanziaria gli investitori inferociti sfondano i portoni blindati che proteggevano i manager di quattro banche.
«Ridateci i nostri soldi — grida la folla — dove li avete nascosti?».
Immagini censurate dei media di Stato, che tacciono pure come banche, finanziarie e palazzi dei mercati, compresi quelli di Hong Kong, siano ora difesi dell’esercito.
Per i cinesi accettare che in un giorno la “febbre gialla” dei listini bruci 5 mila miliardi di dollari, azzerando i guadagni da gennaio, è impossibile.
«La ricchezza — scrivono i piccoli risparmiatori sulla facciata del secondo istituto di credito di Pechino — non può sparire: trovatela e restituitela al popolo»
Alla tivù di Stato la propaganda esalta «la capacità di resistenza e il notevole potenziale del sistema economico cinese, che ci permette di mantenere uno sviluppo stabile e salutare».
Nello stesso tempo novanta milioni di neo-investitori capital-comunisti, ingrossati di 40 milioni in otto mesi, assistono in diretta smartphone all’evaporazione di guadagni e risparmi accumulati a colpi di debiti. Il partito-Stato rassicura, vieta di vendere per salvare almeno un centesimo del patrimonio perduto, e i compagni- giocatori cedono bottega, campagna e casa, impegnati per il miraggio di «diventare ricchi prima di diventare vecchi».
La risposta del Quotidiano del Popolo, organo del politburo, alla crisi del Duemila è da purghe anni Sessanta.
Annuncia la mobilitazione della polizia e del viceministro alla pubblica sicurezza Meng Qifeng, scatenati contro «banche ombra, funzionari sospetti e finanziamenti illeciti ».
Il bilancio, esulta la propaganda, è di «66 banche clandestine chiuse, 160 arresti e 67 miliardi di dollari sequestrati».
Per la prima volta però Pechino si scontra contro l’incensurabile, un sesto dell’umanità teme di poter perdere tutto, la leadership comunista vede lo spettro di un’inarrestabile “rivoluzione capitalista” e a Borse asiatiche chiuse, la banca centrale è costretta ad usare quella che un industriale del Guangdong definisce «l’ultima bomba atomica del soccorso di Stato».
La giornata, dopo il “Black Monday”, è stata di nuovo da panico.
Shanghai chiude perdendo un altro 7,63%, tocca quota 2964,97 punti, meno 16,12% in quarantotto ore: sono i peggiori quattro giorni da 18 anni, le perdite superano il 22%, oltre 2 mila i titoli che toccano il limite quotidiano del meno 10%.
Segue Shenzhen, che aggiunge il meno 7,09% al meno 7,10% d’inizio settimana. Limita i danni Hong Kong, rimbalzano invece gli altri mercati asiatici, con l’eccezione di Tokyo (meno 3,96%), spaventata dall’impennata dello yen.
Per i miliardari dell’Oriente, nuovi protagonisti della ricchezza globale, è uno spartiacque che prevede un irrecuperabile prima e un imparagonabile dopo.
Wang Jianlin, l’uomo più ricco della Cina, in poche ore vede sfumare 6,1 miliardi di dollari, primato mondiale, con il fondatore del gigante Wanda Group che si sveglia sotto i 30 miliardi di patrimonio.
Per operai e casalinghe, contagiati e sterminati da quello che adesso la tivù di Stato definisce «virus del mercato», è l’unica consolazione: anche i nuovi “imperatori d’oro”, prima invidiati e ora odiati, in tre mesi hanno perso un quinto della ricchezza, 97 miliardi da venerdì, 14 solo ieri, un sesto dell’intero capitale.
Per i padroni-ombra del comunismo di mercato è troppo, la voragine non drena più solo la panna montata della speculazione, intacca patrimoni economici e stabilità politica, fino a costringere la Banca del Popolo a ricorrere, controvoglia, all’«arma atomica »: il taglio dei tassi e quello delle riserve obbligatorie bancarie. Il governatore Zhou Xiaochuan, dato come ostile al presidente riformista Xi Jinping, abbassa (quarta volta in un anno) di mezzo punto i tassi, portando da oggi quelli sui prestiti al 4,6% e quelli sui depositi all’1,75%.
Giù di mezzo punto dal 6 settembre anche le riserve obbligatorie di banche e finanziarie.
L’ennesimo sostegno di Stato vale 23,4 miliardi di dollari, più altri 17 (totale oltre 40 miliardi) destinati al credito, intervento più pesante dal gennaio 2014.
Centinaia di milioni di cinesi, assieme al resto del mondo, si chiedono se i successori di Deng Xiaoping stiano «cavalcando la crisi», oppure se ne siano travolti, se «il nuovo Mao stia in sella o tra le zampe del cavallo».
L’Occidente scopre di essere orfano del suo motore della crescita, ma milioni di cinesi si vedono rubare il sogno di archiviare per sempre fame, sacrifici e ciotola di riso.
A scuotere il Paese è anche l’inedita smentita della propaganda di partito da parte della banca centrale, come se due Cine si stiano silenziosamente confrontando, drammaticamente spaccate tra nostalgici comunisti e riformisti ancora innamorati del capitalismo.
Per i primi i «fondamentali sono solidi e la crescita stabile, al più 7%».
La banca centrale invece ammette che «permangono pressioni al ribasso», che «la volatilità dei mercati richiede maggiore flessibilità degli strumenti di politica monetaria » e che «c’è stata una carenza di liquidità ».
Mai l’istituto monetario del potere centrale si era permesso di riconoscere la realtà e di criticare l’immobilismo dei leader politici, accreditando le voci sui dati ufficiali manipolati. Il fantasma di uno storico tonfo cinese, capace di allontanare la ripresa globale, impedisce in queste ore a Shanghai, a Shenzhen e a Hong Kong di rimbalzare come le Borse occidentali e del Pacifico.
Una gigantesca bolla di Stato gonfiata da milioni di micro-debiti privati fuori controllo, unita al fallimento fuori tempo massimo del modello made in China, rivela il potenziale per distruggere non solo il sostegno pubblico, ma anche l’illusione di rientro dell’irriducibile investitore privato.
Tra i grattacieli-icona del trentennio d’oro gli ex rivoluzionari maoisti vanno così a caccia del trader alla Gordon Gekko, ma nel mirino cominciano a inquadrare proprio quello «Stato che li ha gettati in pasto al mercato» per sostituire l’ideologia con il profitto.
Il Quotidiano del Popolo insinua il sospetto che «la crisi perfetta sia orchestrata dall’esterno per fermare l’ascesa della Cina e quella del suo leader».
Insomma, il dito è puntato contro un Occidente «politicamente interessato a ridimensionare l’influenza di Pechino».
Si riaffaccia la teoria dei soldi quale arma alternativa nelle guerre, l’Asia sino-centrica teme di perdere la sua occasione secolare e i cinesi, persi gli investimenti, intravedono non un’accelerazione delle promesse «nuove riforme di mercato», ma una «stretta del vecchio Stato di polizia».
E’ la domanda, e dunque la scelta essenziale che la rivolta anti-mercato dei cinesi delusi dal mercato pone al partito a Pechino, alle Borse a Shanghai e a Hong Kong, ai governi in Europa e negli Usa: oggi conviene più la Cina imprevedibile di Xi Jinping o quella nostalgica dei suoi oppositori? Tirano più la crescita i traders o gli operai? Colletti bianchi e tacchi spillo questa sera a Pudong finiscono in cantina: ma le tute blu che assediano i «palazzi del grande furto dello Stato piegato al mercato» sanno bene che questo crack consegna proprio loro, per sempre, in un museo.
Giampaolo Visetti
(da “La Repubblica”)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
NEL FOGGIANO AGRICOLTORE SPARA DAL BALCONE AI LADRI E COLPISCE ALLA SCHIENA UN 67ENNE CON PICCOLI PRECEDENTI… COME NEL CASO DELL’IMPRENDITORE DI BERGAMO, MA LUI AVEVA UCCISO UN ALBANESE E NON MERITA QUINDI DI SCONTARE LA PENA
Avrebbe udito dei rumori provenire dal suo fondo agricolo, avrebbe imbracciato un fucile e avrebbe
sparato alcuni colpi di arma da fuoco, al buio, a scopo intimidatorio. Uno di questi, però, ha raggiunto il presunto ladro, uccidendolo sul colpo.
E’ quanto accaduto poco dopo l’una della scorsa notte, in un fondo agricolo in località “Case Rotte” in agro di Troia, lungo la strada provinciale 125, che collega la città del Rosone a Faeto, sui Monti Dauni.
A sparare, Michele Marchese, 52enne di Castelluccio Valmaggiore, denunciato per omicidio colposo.
La vittima, invece, è Antonio Diciomma, 67enne di Cerignola, con piccoli precedenti per reati contro il patrimonio, raggiunto da una fucilata alla schiena.
Non era solo Diciomma: insieme a lui – sostengono i militari – vi erano almeno altre tre persone, fuggite nei campi dell’azienda avicola a circa 15 km da Troia, nel Foggiano.
Marchese non si sarebbe accorto dell’accaduto e, subito dopo il fatto, ha allertato i carabinieri per il tentato furto subìto. Una volta giunti sul posto, però, i militari hanno scoperto il cadavere di Diciomma, che calzava guanti e passamontagna.
Secondo quanto ricostruito, l’uomo ha esploso alcuni colpi di fucile sporgendosi dal balcone della sua camera, posta al primo piano del podere: il suo obiettivo era spaventare ed allontanare i ladri, che più volte, nel corso del tempo, avevano fatto visita nella sua azienda dove alleva polli per conto di una nota azienda italiana. Sull’accaduto sono in corso ulteriori accertamenti dei carabinieri, incaricati delle indagini del caso.
Non si esclude che i ladri volessero asportare il gasolio contenuto in una cisterna.
(da agenzie)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA CANCELLIERA VA AL CENTRO DI ACCOGLIENZA DI HEIDENAU: “TOLLERANZA ZERO CON I RAZZISTI”… QUESTA E’ LA DESTRA CIVILE
Angela Merkel ha fatto visita al centro di accoglienza per richiedenti asilo di Heidenau, cittadina della Germania orientale vicino al confine con la Repubblica Ceca dove lo scorso weekend gruppi di estrema destra e neonazisti hanno protestato con violenza contro la presenza di 560 profughi, scontrandosi con la polizia e ferendo 30 agenti.
“Bisogna dirlo con chiarezza: nessuna tolleranza nei confronti di coloro che mettono in questione la dignità delle persone con vergognosi e vili attacchi, nessuna tolleranza per coloro che non sono pronti ad aiutare quando c’è bisogno di aiuto”, ha ribadito Merkel, accolta da fischi dei contestatori neonazisti, esacerbati ora dal fatto che Berlino ha deciso di sospendere la normativa di Dublino aprendo sostanzialmente la porta a tutti i profughi siriani che vorranno chiedere asilo in Germania.
Merkel ha espresso particolare durezza contro gli autori degli atti xenofobi, sempre più numerosi, e ha ricordato che i tedeschi devono essere “forti per affrontare il compito di accogliere i rifugiati”: “una sfida gigantesca”, ammette la leader tedesca.
Gli attivisti di destra di Heidenau hanno gridato “traditrice!” al passaggio della Merkel e hanno scandito lo slogan “Siamo noi la feccia!”: il termine “feccia” era stato utilizzato lunedì da Sigmar Gabriel, esponente socialista e vice-cancelliere, che aveva portato la solidarietà del governo ai profughi minacciati a Heidenau.
In quella occasione Gabriel si era riferito ai contestatori dicendo: “Sono feccia da rinchiudere”.
Il gesto della Merkel si accompagna a un altro gesto altamente simbolico: sempre nella mattinata di mercoledì, in concomitanza con la visita della Cancelliera ad Heidenau, il presidente della repubblica tedesca Joachim Gauck ha stretto la mano di numerosi richiedenti asilo ospitati in una struttura di accoglienza a Berlino.
“Esiste un lato oscuro della Germania”, ha detto Gauck riferendosi agli attacchi xenofobi – circa 200 dall’inizio dell’anno – che si stanno moltiplicando nei confronti dei centri che aiutano i profughi.
Il presidente tedesco ha però voluto elogiare la “Germania luminosa” dei volontari che offrono quotidianamente il proprio lavoro e il proprio tempo per affrontare l’ondata migratoria più consistente degli ultimi decenni: il governo di Berlino stima che entro la fine dell’anno saranno accolte 800mila persone.
Tuttavia sembra esistere una perfetta sintonia tra la mossa di apertura di Angela Merkel e il sentimento del popolo tedesco: sondaggi citati dalla Bbc mostrano che il 93% degli abitanti della Germania è d’accordo sull’accoglienza dei profughi, il 60% pensa che ci siano i mezzi sufficienti per ospitarli, mentre il 67% è “molto preoccupato” per gli attacchi xenofobi.
Gli ultimi risalgono alla notte tra martedì e mercoledì: il primo a Lipsia, dove una molotov è stata scagliata contro un edificio destinato a dare un tetto a 56 richiedenti asilo, il secondo è accaduto a Parchim, dove due ubriachi sono entrati con un coltello in una struttura di accoglienza.
Ad Amburgo, invece, i residenti di un quartiere hanno organizzato una festa di piazza per dare il benvenuto a 1200 rifugiati
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE: “SALVINI? A RACCOGLIERE DATTERI”
Acquaformosa è un paese “deleghistizzato”. 
Lo dice il cartello stradale all’inizio della cittadina, in provincia di Cosenza, diventata modello per i suoi progetti di accoglienza dei migranti.
“Attraverso questi progetti — spiega l’assessore comunale Giovanni Mannoccio, ex sindaco di Acquaformosa — cerchiamo di fare cultura dell’accoglienza. Abbiamo ripopolato il centro storico con i migranti. Negli ultimi anni sono passate da qui circa 600 persone. Alcune di queste si sono insediate e oggi una sessantina sono residenti in città ”.
Tre famiglie vivono nel vecchio asilo comunale che era stato vandalizzato e l’amministrazione ha trasformato in appartamenti per ospitare i rifugiati.
“Questo è il modello sociale e non il modello ‘mafia capitale’ che concentra i migranti in un unico stabile”.
Salvini? “Attacca i migranti per ragioni elettorali. Mente quando dice che ricevono 35 euro al giorno. Nel mio paese lavorano 30 ragazzi tra mediatori culturali e linguistici e operatori sanitari”.
Nell’ambito del “Festival delle migrazioni”, il Comune ha realizzato e distribuito magliette con la scritta “Salvini è un tamarro”.
Il leader del Carroccio ha minacciato querela. “Come si fa a querelare una persona — conclude Mannoccio — perchè manda un messaggio? Dovrebbero farlo anche tutte le persone che non condividono le sue idee e dove lui si presenta con il nome della loro città . Salvini”
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
CI SI INVENTA UNA RICERCA, UN POOL DI STUDIOSI E GLI SI ATTRIBUISCE QUALCOSA DI GRANDIOSAMENTE INSENSATO E L GIOCO E’ FATTO
Solenne promessa: non parlerò del meeting di Rimini, di Cl, degli applausi a Renzi. Cioè, volendolo fare basterebbe fotocopiare gli articoli degli ultimi anni, forse degli ultimi secoli, visto che l’attività prevalente nel noto festival di misticismo&affari è battere le mani.
Lì sono stati applauditi e salutati come salvatori della patria, tutti, ma proprio tutti: Berlusconi e Monti, Formigoni e Renzi, il commissario Basettoni, Odoacre re degli eruli (V secolo d.C), protomartiri, alpinisti, guidatori di carrozze, economisti, gente che fa il cubo di Rubik in sei secondi.
Si presentasse Tom Cruise vestito da alpino: applausi. Comparisse Balotelli: ovazione.
Dunque niente, farò obiezione di coscienza, almeno fino a quando (speriamo mai, eh!) non verrà ospitato al meeting qualche Califfo dello Stato Islamico: battimani sfrenato, perchè dopotutto anche lui è molto religioso.
E va bene: è il segnale che a quelli lì, tanto devoti, il mondo va bene così com’è, basta che uno comandi qualcosa, dall’economia planetaria alla municipalizzata, e loro sono contenti, e lo appoggiano convinti
Ma quest’anno il Meeting di Rimini ha presentato — subito nascosto e scopato sotto il tappeto — anche un siparietto satirico di discreto impatto.
Protagonista e capocomico, il predicatore domenicano Giorgio Carbone, quello che ha citato una ricerca danese secondo cui le coppie omosessuali hanno più problemi cardiovascolari rispetto alle coppie etero. Molto divertente.
Va detto che nel timore — anzi nella certezza — che il pubblico ciellino applaudisse anche lui, l’organizzazione è corsa ai ripari e gli ha vietato ulteriori spettacoli. Peccato.
Dunque lasciatemi protestare vibratamente contro questa censura: non si interrompe un’emozione! In altre affollate riunioni di devotissimi, chissà , padre Carbone avrebbe forse illustrato uno studio dell’università di Tubinga (i gay non vincono al lotto) o un dotto trattato di qualche ateneo del Wisconsin (i rapporti prematrimoniali sono dannosi per il menisco).
Insomma, a Rimini resta la noia degli applausi scontati e viene vietato il garrulo buonumore del teatro dell’assurdo, e questo è male.
Si aggiunga una notazione, per così dire, di natura mediatica: non ci aspettavamo da religiosi così studiosi e colti il ricorso al noto trucchetto della “ricerca”.
Ma sì, quella cosa che serve a fare titoli ad effetto e a guadagnare clic nelle colonnine a destra dei giornali online.
Il trucco è semplice: si cita una ricerca, un’università a caso, un pool di studiosi, un nome roboante, e gli si attribuisce qualcosa di grandiosamente insensato.
Chi mangia funghi è portato per la matematica. Gli zoppi ce l’hanno grosso. Le bionde tradiscono più spesso. Eccetera eccetera.
Il resto è affidato alla morbosità (o al dadaismo) del lettore, che clicca e ride.
E’ un trucco recentemente tracimato nei talk show e nel dibattito politico: chi è a corto di argomenti butta lì i risultati di una fantomatica ricerca, tipo: secondo prestigiosi ricercatori di Uppsala bisogna tagliare la sanità .
Argomento inattaccabile, soprattutto per il fatto che tutto resta in superficie, e qualcuno che si va a leggere la fantomatica ricerca non c’è mai (che due palle! Ammesso che esista, sarà in inglese, lunga, coi grafici… mah, facciamo a fidarci che si fa prima).
Stupisce dunque che religiosi tanto rigorosi e studiosi (hanno persino una casa editrice) si pieghino a certi trucchetti così banali, ma spiace comunque per la censura a padre Carbone e ai suoi fratelli. Male, molto male.
Sarebbe stato meglio un bel dibattito pubblico, magari dal titolo “Dice una ricerca paraguaiana che siano tutti molto stupidi e in malafede”.
Ospiti illustri, disquisizioni, ispirati interventi, qualche preghiera.
Ah, e poi — dimenticavo — applauso finale con standing ovation.
Alessandro Robecchi blog
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
“I CONTESTATORI SONO TIFOSI TERAMANI”: LA BATTUTA DEL PREMIER FA INFURIARE LA CITTA
Teramo si ribella a Renzi. 
Non è andata giù, infatti, ai teramani, la battuta del premier Matteo Renzi che parlando delle contestazioni che hanno accolto la sua visita a L’Aquila si è lasciato andare ad un “parte dei contestatori sono tifosi del Teramo in serie D”.
Una frase che oltre a scatenare le ire in città e sui social network, ha visto il primo cittadino Maurizio Brucchi chiedere ieri sera le dimissioni del premier dal suo profilo Facebook.
“Gravissime le dichiarazioni di Renzi sui tifosi del Teramo e sul Teramo calcio – ha scritto Brucchi – Ride e irride il Teramo e la sua delicata situazione. Questo per cercare di nascondere i suoi fallimenti e le tante contestazioni che rimedia ad ogni sua uscita. Chiederò come sindaco di Teramo le sue immediate dimissioni”.
Il Teramo è una delle società coinvolte nelle ultime vicende del calcioscommesse, insieme al Catania, al Savona e al Brindisi.
E il suo declassamento in serie D è legato proprio alle decisioni della giustizia sportiva. Sentenza alla quale la società ha fatto ricorso, ed è in attesa della sentenza d’appello.
Insomma: una ferita scoperta sulla quale il premier è intervenuto con il più classico dei falli a gamba tesa.
L’uscita di Renzi non è piaciuta nemmeno al Pd cittadino che questa mattina in una nota a firma dell’Unione Comunale e del gruppo consiliare del partito ha invitato il premier a chiedere scusa.
“Devi scusarti perchè la città sta vivendo mesi di grande tensione per le vicende legate alla squadra e all’obiettivo della serie B mai raggiunto in 102 anni di storia, un obiettivo dai risvolti non solo sportivi ma anche economici e sociali che sta sfumando sotto i colpi di una giustizia sportiva perlomeno approssimativa” scrive il Pd, che sottolinea come il giudizio sul Teramo sia ancora aperto e dichiara anche di prendere “le distanze dalla tua ‘leggerezza’ di ieri e ribadiamo ancora una volta che lintera comunità ha diritto alle tue scuse”, conclude il Pd.
(da “Huffngtonpost”)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
E A LUGLIO SOLO 47 POSTI STABILI
Nuovi dati e nuova confusione sul lavoro.
Il ministero certifica 135 mila contratti in più a luglio (saldo tra attivazioni e cessazioni). Sebbene di questi appena 47 quelli aggiuntivi a tempo indeterminato. Meglio di giugno, quando addirittura spuntò il segno meno nel saldo (-9.768), dunque quasi 10 mila chiusure di contratti stabili in più rispetto alle nuove firme.
Ma 47 è davvero un magro bottino, per un governo che punta tutto sul rilancio dell’occupazione
La sorpresa più eclatante però deriva dall’ultima pagina delle comunicazioni obbligatorie diffuse ieri dal dicastero guidato da Giuliano Poletti.
Laddove si mostra in tabella il consuntivo dei primi sette mesi.
Secondo il governo, da gennaio a luglio il saldo dei contratti a tempo indeterminato ammonta a 420.325, il 112% in più dell’analogo periodo del 2014.
Detto in altri termini, i contratti stabili sarebbero più che raddoppiati, grazie al Jobs Act e agli sgravi sul lavoro, in vigore da gennaio.
Ebbene non è così, se si riprendono le comunicazioni fatte dallo stesso ministero nei mesi passati e si sommano le cifre relative
Quel dato, il saldo tra gennaio e luglio, in base ai nuovi calcoli risulta fermo a 115.897, quasi quattro volte meno di quanto reso noto ieri.
Questo significa che i contratti a tempo indeterminato sottoscritti quest’anno fino a luglio non solo non sono raddoppiati. Ma sono crollati del 41%.
E con loro si sono inabissati di un terzo anche i tempi determinati: -36%, poco sopra il milione.
Rispetto al milione e 600 mila divulgato ieri dal ministero.
La differenza è sostanziale.
Se fosse così, il Jobs Act starebbe drenando contratti a termine, ma non creando sufficiente lavoro stabile. E nemmeno lavoro extra in generale.
Il governo, con i dati di ieri, invece racconta un’altra scena: i contratti a termine diminuiscono solo di poco (-1,5%), mentre quelli a tempo indeterminato addirittura volano: +112%, come detto.
Come mai questa distonia?
Interpellato, il dicastero fa sapere che «si tratta di dati di flusso, aggiornati progressivamente».
E che dunque ricalcolare, come abbiamo provato a fare noi, i dati dei primi sette mesi semplicemente sommando le cifre fornite dallo stesso ministero mese per mese è sbagliato.
Perchè quelle cifre vengono corrette nelle settimane e mesi successivi alla loro divulgazione tramite comunicati stampa.
«Fa così anche l’Istat, ma nessuno obietta mai», si fa notare. Tra l’altro, lo stesso dato fornito ieri è suscettibile di ulteriori variazioni, «perchè il mese di luglio deve essere ancora riclassificato».
È il prezzo da pagare, spiega ancora il ministero, «per aver voluto diffondere gli aggiornamenti una volta al mese, anzichè ogni trimestre».
Decisione che a questo punto sarà rivista a settembre, in scia alla proposta del presidente dell’Istat Allevi di unificare metodi e comunicazioni.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
UN COMIZIO DA CL DOVE PARLA DI TUTTO, MA NON DI UNIONI CIVILI
Un figlio adottivo che si presenta ai nuovi possibili genitori. Indossando persino l’odiata cravatta. 
Così ieri Matteo Renzi ha varcato la soglia del Meeting di Comunione e Liberazione.
Con delicatezza, tra mille accortezze. Cercando di ammaliare un popolo politicamente orfano, il premier ha citato la “dignità umana” e altri concetti cari ai seguaci di don Giussani, lasciando fuori dalla Fiera di Rimini i temi delicati — unioni civili in primis —, toni duri e le battute a effetto. Ma l’abitudine è forte e una glien’è sfuggita: a lui, l’elezione diretta dei senatori ai voti, ricorda “il Telegatto”.
Ma appena lasciato il Meeting è tornato il Renzi di sempre, annunci e sfottò.
“Faremo un tour in 100 teatri d’Italia per raccontare l’opera compiuta dal governo”, “nel 2016 toglieremo Imu e Tasi”, “la ripresa c’è”, e via così: una giornata intera a parlare.
Prima a Rimini, poi a Pesaro infine a L’Aquila. Nella città abbandonata dopo il terremoto, Renzi è stato contestato e costretto ad annullare la prima delle due tappe previste.
Si è chiuso direttamente nel laboratorio di fisica nucleare del Gran Sasso dove dal palco ha concluso sei ore complessive di interventi con una sorta di slogan: “No agli annunci choc, no agli annunci show, no alla mediatizzazione de L’Aquila”.
La sintesi della giornata. Di un segretario di partito. Tra La Pira e Salvini
L’ingresso al santuario Per il premier il momento più delicato e atteso è stato entrare ufficialmente nel santuario di Cl. Aveva già partecipato al Meeting, nel 2008 insieme a Denis Verdini, ma ieri ha evitato di ricordarlo nei circa 40 minuti del suo intervento agli oltre cinquemila presenti in sala.
Le uniche poltrone libere sono in prima fila: due sedie con sopra un segnaposto con scritto “Maggioni”, la neo presidente della Rai ha disertato l’incontro.
Renzi ha tentato di conquistare la platea. Accarezzandola e ricordando due delle persone amate dai ciellini: Graziano Grazini, democristiano poi convertito a Forza Italia e grande estimatore di don Giussani, e Giorgio La Pira, il sindaco “santo” di Firenze. Conquistando applausi.
Poi, per non sbagliare, ha colpevolizzato un po’ tutti della situazione in cui si trova il Paese: “Berlusconiani e anche gli antiberlusconiani hanno pigiato il tasto pausa all’Italia per 20 anni”. Ha criticato Lega e sinistra, ma non frontalmente.
Scandendo parole capaci di creare consenso tra i presenti, come quelle sul dramma dell’immigrazione e sulle tesi leghiste anti barconi: “Anche se fa perdere qualche voto, noi continuiamo a salvare vite umane, è una questione di civiltà ”.
Poi il classico attacco alla sinistra sulla riforma di Palazzo Madama e l’elezione diretta dei senatori: “C’è chi si lamenta che manca l’elezione diretta ma non è che più voti più c’è democrazia, quello è il Telegatto. Serve che crei dei decisori politici, non è che moltiplichi le poltrone e moltiplichi democrazia. È una discussione incredibile”.
Insomma: nessuna modifica al ddl Boschi sull’elettività dei senatori. Non una parola invece sul ddl Cirinnà e le unioni civili, argomento decisamente sentito dal popolo ciellino.
Renzi lo ha evitato con cura. Anche con i giornalisti da cui si è tenuto a debita distanza per l’intera giornata.
Arrivato in Fiera alle 11 del mattino, il premier è stato accolto dal presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini, dal deputato di Ncd ed ex presidente della Compagnia delle Opere Raffaele Vignali e dal sottosegretario Gabriele Toccafondi.
Poi il premier è stato scortato lungo un percorso tracciato tra due cordoni umani composti dai volontari in maglietta verde (sono 2.970, giovani e non).
Ha visitato lo stand dell’Emilia Romagna, poi quello della mostra del mobile e la mostra dedicata a piazza del Duomo di Firenze.
Incontro a porte chiuse e memoria di scout
Proprio qui, all’ingresso di quello che per Cl è un omaggio al premier, Renzi ha ricevuto una domanda da un visitatore: “Quando vi abbassate lo stipendio? Lei e tutti? Quando?”. Renzi ha farfugliato “chiedetelo a Toccafondi” e se n’è andato.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
MA L’ANALISI SUL BERLUSCONISMO E’ SBAGLIATA
Non tutto il discorso di Matteo Renzi ieri al Meeting di Cielle è da buttar via.
Intanto non ha fatto il ruffiano,come di solito fanno tutti i politici che vanno lì in passerella a caccia di voti e, appena varcano i cancelli della Fiera di Rimini, si travestono da ciellini, devoti di don Giussani, fan sfegatati della “sussidiarietà ” e delle altre fisime della compagnia.
Anzi,ha fatto sapere alla folla plaudente di aver poco a che spartire con quel mondo (“abbiamo idee opposte su molte cose”) e di non amare l’applausite che in 25 anni di Meeting ha garantito standing ovation a chiunque — tutti e il contrario di tutti — passasse da quel palco.
Ha detto anche cose apprezzabili nei contenuti.
Per esempio quando se l’è presa con gli “imprenditori della paura” che soffiano sul fuoco del malcontento da immigrazione per qualche voto in più, e s’è detto disposto anche a perdere voti pur di continuare a “salvare vite” in nome dei valori di “umanità ”, che non vanno confusi con il “buonismo”.
Se avesse anche aggiunto come intende affrontare in concreto la piaga della clandestinità (magari con una legge più seria della Bossi-Fini, che penalizza i lavoratori e agevola i criminali) e soprattutto rafforzare le strutture dello Stato (forze dell’ordine in primis) per gestire al meglio un fenomeno di proporzioni bibliche, al di là delle consuete giaculatorie sull’Europa (il miglior modo di buttare la palla in tribuna), sarebbe stato perfetto: ma la perfezione non è di questo mondo, tanto meno di questo governo.
La retorica sull’Italia che ha “ripreso a correre”, ovviamente da quando c’è lui, fa parte del gioco:la propaganda è l’unica tassa che si paga regolarmente in Italia.
C’è però un passaggio del discorso di Renzi che in apparenza riguarda il passato e invece investe il futuro: il giudizio sul ventennio 1994-2014, quello dominato da Berlusconi e dal berlusconismo di destra e di sinistra.
Renzi ne parla al passato, come se fosse una parentesi definitivamente chiusa.
E questo è il primo errore: B. è — almeno politicamente — un rottame, ma il berlusconismo è vivo e vegeto.
Quasi tutte le riforme di Renzi sono copiate pari pari dai programmi di B. e, senza il Patto del Nazareno con B., probabilmente non ne sarebbe passata nemmeno una: nè il Jobs Act, nè la cosiddetta Buona Scuola, nè la nuova legge elettorale per la Camera (Italicum),nè la riforma costituzionale del Senato che sta per tornare a Palazzo Madama per la terza delle quattro letture previste.
E senza Verdini e i suoi voltagabbana, il suo governo rischia lo sfratto.
Il secondo e più grave errore però è un altro: dire che “la Seconda Repubblica è stata una rissa ideologica permanente che ha impantanato l’Italia in discussioni sterili mentre il mondo correva. Il berlusconismo e per alcuni aspetti l’anti berlusconismo hanno messo il tasto pausa al ventennio italiano, impedendoci di correre”.
Eh no. Troppo comodo, troppo furbo, troppo paraculo: berlusconismo e antiberlusconismo sono due cose opposte ed è il momento che il presidente del Consiglio e segretario del Pd dica non solo ai suoi elettori, ma a tutti gli italiani e anche all’Europa, che cosa pensa di Silvio Berlusconi e di ciò che ha fatto in questi vent’anni.
La sua opinione sui dirigenti del centrosinistra Renzi l’ha ripetuta in tutte le salse, specie quando voleva prenderne il posto all’insegna della rottamazione (salvo poi riciclare le vecchie muffe,a parte le poche che non sono corse a baciare la sacra pantofola).
Ma di B., che ci dice di B.?
Se lo ritiene un normale leader di centrodestra, da giudicare serenamente sul piano storico con i suoi pro e i suoi contro, come Kohl, Chirac, Sarkozy, Thatcher ecc, è un conto.
Se invece pensa che sia stato un male per l’Italia, anzi il peggiore dei mali della storia repubblicana, è un altro conto.
Che cos’ha da dire Renzi su chi ha cacciato dalla tv pubblica Biagi, Santoro e Luttazzi e con loro pezzi interi di società , di realtà e di verità , ha fatto destituire direttori di giornale a lui sgraditi, ha inquinato la vita pubblica con le sue pratiche corruttive e le sue amicizie piduiste e mafiose, ha spudoratamente favorito gli interessi delle sue aziende a scapito della concorrenza e del pluralismo, ha approvato decine di leggi su misura per i suoi interessi e i suoi processi, ha devastato la giustizia e l’etica pubblica praticando, predicando e santificando l’illegalità di massa, ha screditato la magistratura,l a libera stampa, la Consulta e infine la stessa Costituzione, cancellando dal sentire comune l’idea stessa che il potere debba essere controllato e arginato da contro-poteri indipendenti, picconando i fondamenti della democrazia liberale e dello Stato di diritto?
Se tutto ciò è accaduto, e sventuratamente è accaduto, come può Renzi mettere sullo stesso piano il berlusconismo e il suo contrario, cioè le poche voci che si sono levate nel deserto, anche con qualche rischio personale,per contrastare quello tsunami di merda?
Renzi dovrebbe domandarsi quanto sarebbe durato e fin dove si sarebbe spinto il berlusconismo, se non avesse incontrato ostacoli fuori dal sistema dei partiti, nella società civile.
E poi ringraziare chi aveva capito tutto fin dall’inizio e messo in guardia gli italiani, mentre lui sedeva sulle ginocchia di Verdini, o vinceva milioni alla Ruota della Fortuna, o andava in gita premio ad Arcore.
Se non vuole ringraziare i vivi, s’inchini almeno a chi non c’è più: Montanelli, Biagi, Bocca, Rinaldi, Sechi, Federico Orlando, Bobbio, Galante Garrone, Sylos Labini, Tabucchi, Luzi, Scalfaro, Monicelli, Franca Rame.
Questi sono i volti dell’antiberlusconismo: il meglio della cultura liberal-democratica, liberal cattolica, liberal socialista e progressista, ovviamente estranea alle greppie dei partiti che col berlusconismo hanno sempre banchettato e fatto a mezzo.
Equipararla al berlusconismo è come dire che fra il 1943 e il ’45 l’Italia fu paralizzata da una noiosa e sterile rissa ideologica tra i fascisti che volevano trasformare l’Italia in una dependance del Terzo Reich e gli antifascisti che lottavano per farne una democrazia, impedendoci di correre (al passo dell’oca, s’intende).
Si dirà : ma l’antifascismo nel Dopo guerra imbarcò orde di fascisti convertiti in articulo mortis (di Mussolini, però) e diventò per molti una lucrosa professione e un comodo ufficio di collocamento.
Verissimo: l’antiberlusconismo, invece, nemmeno quello.
Gli antiberlusconiani non hanno tratto alcun vantaggio neppure dopo la caduta di B.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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