Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
DOMENICA E LUNEDI’ LE GIORNATE A RISCHIO
Il Papa non ha perso il buonumore prima del suo viaggio in Centrafrica, ritenuto non privo di pericoli per la sua sicurezza personale.
Tanta era la sua voglia di partire che il Pontefice ha affermato che sarebbe andato anche col paracadute.
Bergoglio ha infatti scherzato con il comandante dell’aereo Alitalia che prima del volo da Roma a Nairobi, “gli ha promesso – riporta l’Osservatore Romano – che avrebbero fatto di tutto per consentirgli anche la tappa centrafricana del viaggio”.
Il Papa gli ha risposto: “Io voglio andare in Centrafrica, se non ci riuscite, datemi un paracadute!”.
Pochi giorni prima del viaggio del Pontefice, i servizi di sicurezza francesi hanno inviato diversi ‘alert’ alla Segreteria di Stato vaticana segnalando il pericolo concreto di azioni terroristiche nei giorni del viaggio apostolico del Papa nella Repubblica Centrafricana.
Un Paese, hanno detto, “altamente insicuro sotto il profilo della sicurezza”, con il rischio “non irrilevante” che possa verificarsi un attentato in occasione delle cerimonie in programma, in particolare quella del 29 novembre a Bangui che prevede l’apertura del Giubileo per l’Africa
Il programma della visita di Papa Francesco in Repubblica Centrafricana.
Alle 11 di domenica il Pontefice farà visita alla presidente di transizione Catherine Samba-Panza, poi incontrerà il corpo diplomatico e la classe dirigente a cui il Papa, per la prima volta da quando è stato eletto, rivolgerà un discorso in francese.
Poco dopo mezzogiorno la visita a uno dei campi profughi in cui si sono rifugiate le persone in fuga dagli scontri che insanguinano l’ex colonia francese.
Alle 13 incontro con i vescovi, alle 16 con le comunità evangeliche, alle 17 messa con sacerdoti, religiosi e seminaristi.
E’ in questa occasione che il Papa aprirà la Porta Santa della cattedrale di Bangui con un anticipo di avvio del Giubileo della Misericordia.
Alle 19 il Papa confesserà alcuni giovani e parteciperà a una veglia di preghiera. Lunedì 30 novembre, ultimo giorno del viaggio se il programma verrà rispettato fino all’ultimo, Francesco inconterà la comunità musulmana nella moschea centrale di Koudoukou a Bangui, incontro tanto più significativo vista la motivazione religiosa spesso addotta agli scontri in corso nel paese.
Alle 9.30 messa nello stadio del complesso sportivo Barthèlèmy Boganda, quindi la cerimonia di congedo e rientro a Roma Ciampino alle 18.45.
(da agenzie)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
ELEZIONI MILANO: LA GHISLERI SMONTA LA CANDIDATURA DEL GIORNALISTA, PERSINO LA SANTANCHE’ VA MEGLIO DI LUI
A fronte di un mezzo passo indietro di Giuseppe Sala, che dice di non voler decidere sulla
sua candidatura a sindaco di Milano per il Pd fino al 31 dicembre. ecco un mezzo passo avanti dell’avvocato divorzista Annamaria Bernardini De Pace che sul fronte opposto, quello del centrodestra, annuncia la sua disponibilità a una discesa in campo che piace a Silvio Berlusconi e che sarebbe alternativa a quella di Alessandro Sallusti, secondo indiscrezioni già bocciato dai primi sondaggi.
La via milanese verso le amministrative della prossima primavera potrebbe avvicinarsi a una svolta inattesa, dopo le parole di apprezzamento dell’ex Cavaliere sul direttore del Giornale (“un candidato strepitoso”).
Nonostante Berlusconi e il leader leghista Matteo Salvini avessero già trovato l’accordo su Sallusti come candidato del centrodestra, la corsa del direttore del Giornale deve già rialzarsi dai primi inciampi.
Qualche malumore in Forza Italia e nella base della Lega, seguiti dalle indiscrezioni delle pagine locali di Repubblica sul sondaggio commissionato ad Alessandra Ghisleri, storica sondaggista di Arcore: Sallusti non solo non sfonderebbe, ma farebbe pure peggio della compagna Daniela Santanchè.
Così Anna Bernardini De Pace, il cui nome era nella rosa dei papabili già da qualche giorno, inizia a sciogliere le sue riserve.
E a dare per possibile la propria disponibilità : “La proposta lusinghiera mi è arrivata da più parti. Decido alla fine della prossima settimana”.
Difficile sia inserita nella lista di un partito, più facile in una lista civica legata al centrodestra.
Ecco la prima stoccata al quasi rivale interno Sallusti: “Lui lo preferirei per una lunga conversazione polemica — dice in radio a Un giorno da pecora -. Per una cena non
polemica ma di interesse, con uno più carino sceglierei Sala”.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LE PAROLE VERGOGNOSE IN CUI SI AUGURAVA LA SUA MORTE, INVECE DI TOGLIERE IL DISTURBO HA ANCORA IL CORAGGIO DI PARLARE
Ora il vescovo di Ferrara chiede un incontro al Papa. Un faccia a faccia che il capo della Diocesi emiliana vuole dopo il racconto del Fatto Quotidiano sulla frase che alcuni testimoni hanno sentito uscire dalla bocca di monsignor Luigi Negri: “Speriamo che con Bergoglio la Madonna faccia il miracolo come aveva fatto con l’altro”.
Una reazione alle nomine di Papa Francesco dei vescovi di Bologna e Palermo, due preti di strada come Matteo Zuppi e Corrado Lorefice.
“Anche sollecitato dalle recenti gravi affermazioni attribuitemi sulla stampa — scrive Negri in un messaggio ai fedeli della sua arcidiocesi — ho chiesto al Santo Padre di potere avere un incontro filiale con lui, in cui poter aprire il mio cuore di pastore al suo cuore di Padre universale”.
“Se a causa di quanto è accaduto — aggiunge il monsignor — si fosse determinato uno scandalo, soprattutto nei più deboli, ne chiederemo perdono tutti”. E a Francesco rinnova “totale obbedienza”.
Il prelato aggiunge che “fin dagli anni della prima giovinezza vivere il legame con il Santo Padre è stato un riferimento ineludibile e fonte di vita nuova. Senza il costante riferimento al Papa non esiste per nessuno, vescovi compresi, la possibilità di essere veramente cristiani nel mondo. Lo dimostra il mio pensiero sulla Chiesa e sul Papa nelle decine di comunicati, negli atti di magistero e nelle numerose opere pubblicate. Sento quindi il dovere di coscienza di rinnovare, davanti a voi che siete il mio popolo, la certezza della mia fede in Cristo e della mia totale obbedienza al Papa”.
Negri dice quindi di sentire “il dovere di coscienza di rinnovare, davanti a voi che siete il mio popolo, la certezza della mia fede in Cristo e della mia totale obbedienza al Papa”.
E quindi ha chiesto di vedere il Papa perchè — nell’incremento della comunione reciproca e rimettendomi al suo consiglio, che per me è l’unico legittimo — possa camminare spedito verso il compimento della fede”.
L’incontro “che spero che il Santo Padre vorrà concedermi, lo considero come il gesto di inizio del pellegrinaggio della nostra Chiesa particolare a Pietro, nell’anno straordinario della Misericordia“.
Se a causa di quanto è accaduto, scrive ancora il vescovo “si fosse determinato uno scandalo, soprattutto nei più deboli, ne chiederemo perdono tutti. Questa è la mia professione di fede, di obbedienza e di Verità . Tale la sento davanti a voi e al nostro comune Signore e la professo con sicurezza assoluta perchè, come diceva Alessandro Manzoni, ‘Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande’”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
“E’ UN GALLEGGIATORE, RENZI SARA’ CONTENTO”
“Mario Calabresi a Repubblica è perfetto”. Parola di Vittorio Feltri, secondo cui il
presidente del Consiglio Matteo Renzi sarà ben contento della nuova direzione del quotidiano, dopo 20 anni di guida di Ezio Mauro.
Un giudizio a cui aggiunge la considerazione : “È l’orfano d’Italia che fin da ragazzo riuscì a lavorare nel giornale che si era schierato senza riserve e senza remore contro il padre. Quanto a capacità di galleggiamento, in confronto a lui un sughero diventa un sasso”
Feltri considera positiva per Matteo Renzi la scelta caduta su Mario Calabresi.
“Credo che Calabresi cercherà di toccare molto poco per i primi tempi, poi di sicuro metterà del suo, qualche tocco di buonismo, di ottimismo. Parliamo di un buon interprete del politicamente corretto, bravissimo nel prevedere tutto ciò che è prevedibile. È probabile che Repubblica tenderà a perdere gradualmente la sua coloratura storica, passando dal rosso mattone al rosa Renzi. Di sicuro si stempererà l’anti-renzismo, che peraltro sotto la direzione Mauro è sempre stato piuttosto episodico, mai perfido. Se a La Stampa arriverà Aldo Cazzullo, Renzi il vero affare lo farà lì”.
Feltri avrebbe rifiutato una proposta di dirigere La Repubblica.
“Avrei detto di no, sia pure a malincuore. Mi sarebbe piaciuto molto, ma sarei stato consapevole che avrei perso un sacco di copie. Sono associato da sempre all’area di centrodestra, anche più di quanto non lo sia realmente”.
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
RICERCA OCSE: POCHI STUDENTI, REDDITI SEMPRE BASSI, DOCENTI PIU’ ANZIANI E MENO PAGATI
Solo il Lussemburgo riesce a fare peggio dell’Italia nella spesa per l’istruzione terziaria nei paesi Ocse.
Ma il paese che sarebbe «uscito dalla crisi» riesce a gareggiare in una drammatica corsa al ribasso testa a testa con il Brasile e l’Indonesia.
Il rapporto Education at a glance 2015, presentato a Roma al Miur, offre un dato fermo al 2012 ma ancora valido per descrivere lo stato comatoso dell’università ottenuto, programmaticamente, dai tagli Gelmini-Tremonti al fondo per gli atenei. Allora il finanziamento rappresentava lo 0.9% del Pil, con un leggero aumento rispetto allo 0,8% del 2000. Canada, Cile, Corea, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti sono al 2%.
La distanza, enorme, esiste ancora oggi e ha provocato effetti a cascata sulla ricerca, su laureati e diplomati e la loro speranza di trovare un lavoro con un reddito dignitoso, sui docenti.
L’Ocse sostiene che il drastico taglio delle risorse abbia scoraggiato i diplomati a iscriversi all’università ; ha fortemente attenuato l’idea che l’istruzione serva a trovare un lavoro qualificato visto che i titoli di studio oggi non coincidono con l’acquisizione di competenze durevoli. In un mercato del lavoro arretrato, tecnologicamente e dal punto di vista delle tutele, il corto-circuito è diventato esplosivo.
Nel corso degli anni l’abbandono dell’università ha peggiorato la già scarsa domanda di lavoratori con qualifiche terziarie.
Sfiducia totale dello Stato
Uno Stato che attacca l’istruzione superiore manda alla popolazione un segnale di sfiducia totale: «solleva interrogativi sulla qualità dell’apprendimento nell’istruzione terziaria» commenta l’Ocse.
Il crollo delle immatricolazioni, registrato negli anni della grande crisi, sarebbe stato provocato dall’idea che una formazione universitaria porta pochi, o nulli, miglioramenti alla propria condizione socio-professionale.
In una situazione dove i giovani Neet che non studiano nè lavorano sono il 41%, percentuale seconda solo a Grecia e Spagna, mentre il tasso di occupazione giovanile crolla dal 32% al 23% e i laureati occupati sono calati di cinque punti percentuali tra il 2010 e il 2014 (oggi sono il 62%) «la prospettiva di proseguire gli studi è raramente considerata come un investimento che potrebbe migliorare le loro opportunità di successo sul mercato del lavoro».
Tutto questo accade mentre aumenta la fuga all’estero degli studenti (record di 46 mila) e l’università attrae pochissimi studenti stranieri: 16 mila.
In questo dato c’è il trucco, commenta l’Ocse. In Italia si contano gli immigrati permanenti e non solo chi si è trasferito per studiare come accade altrove.
Una società che nega una possibilità alla formazione e alla ricerca produce un contraccolpo sui saperi acquisiti.
Non potendoli applicare o estendere sul lavoro, o metterli all’opera in relazioni sociali complesse, tali saperi si perdono.
Negli studi Ocse sulle competenze degli adulti (25—34 anni) titolari di un diploma universitario l’Italia, con la Spagna e l’Irlanda, ha registrato il punteggio più basso in termini di lettura e comprensione nell’istruzione terziaria).
Dopo la stagnazione, si torna indietro.
Queste sono le conseguenze macro-economiche della guerra contro l’intelligenza condotta dai «governi del disastro Berlusconi-Monti-Letta» (la definizione è di Luciano Gallino che aggiungeva anche quello di Renzi): l’Italia è stato l’unico paese Ocse a tagliare di 8,4 miliardi di euro il fondo per la scuola e di 1,1 miliardi quello per l’università negli anni della crisi iniziata nel 2008. E a non avere avuto il coraggio di fare marcia indietro.
Ieri la propaganda di regime si è soffermata su un dato: i laureati magistrali (o equivalenti) sono il 20% in Italia contro la media del 17%.
Peccato che nessuno abbia letto quanto scrive l’Ocse dopo: solo il 42% dei giovani si iscriverà ai programmi d’istruzione terziaria.
Siamo terzultimi, con Lussemburgo e Messico. Il 34% dei giovani dovrebbe conseguire un diploma d’istruzione terziaria, rispetto a una media del 50%.
La maggior parte dei laureati lascia gli studi dopo aver ottenuto un titolo di secondo livello.
È vero che in media, in Italia come altrove, i laureati hanno redditi da lavoro più alti, ma si parla sempre di redditi bassi: 143% rispetto alla media Ocse del 160%.
Tutto questo avviene in un paese con il corpo docente più vecchio e meno pagato del mondo.
Nel 2013, il 57% degli insegnanti della scuola primaria, il 73% degli insegnanti della scuola secondaria superiore e il 51% dei docenti dell’istruzione terziaria avevano compiuto 50 anni. Queste persone guadagnavano in media due terzi del salario medio dei lavoratori con qualifiche comparabili.
Spot, più che visione
«È evidente che ci troviamo in un paese che non è in grado di valorizzare lavoratori con una formazione elevata» sostiene Jacopo Dionisio, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari (Udu), che analizza anche gli auspici del governo legati all’ ever green sui percorsi professionalizzanti al termine dell’istruzione secondaria. «È da più di 10 anni – continua Dionisio – che si parla di ITS come priorità d’intervento, ma i fatti dimostrano il contrario: in Italia gli istituti professionalizzanti sono stati continuamente sviliti. È necessario che se ne incominci a parlare in maniera seria: non può essere analizzata come una questione a sè, ma come un percorso di formazione professionalizzante da inserire all’interno del nostro sistema di istruzione, in modo che sia finalmente funzionale».
«Il nostro sistema – sostiene il segretario confederale della Cgil Gianna Fracassi – ha un’allarmante disomogeneità territoriale, con un calo notevole degli iscritti nelle università meridionali». «Il nodo prioritario da affrontare per ridurre le disuguaglianze è intervenire sul diritto allo studio, sia universitario che scolastico, attraverso una legge quadro nazionale e procedere ad un incremento di risorse, a partire dalla legge di stabilità ».
Un buon senso che non sembra essere popolare dalle parti di un governo che insiste su interventi frammentari e occasionali, anche rispetto alla logica manageriale ed economicistica – ma organica – dell’Ocse.
Ci si muove sempre nell’ottica di interventi spot, come ha fatto ieri la ministra dell’Istruzione Giannini. Davanti ai dati sul disastro, ha continuato a omaggiare l’ottimismo di rito renziano.
L’assunzione dei 500 ricercatori «eccellenti» «ad alta velocità », e i mille «di tipo B», sarebbe «un cambiamento» e «un’inversione del trend di investimento». In realtà è un modo per sollevare la polvere e buttarla al vento.
La mancetta dei 500 euro
Si conferma la legge dei 500. Sono 500 i ricercatori, 500 euro il “bonus” per i consumi culturali elargito agli insegnanti (invece di aumentare lo stipendio fermo dal 2009. E 500 euro andranno ai 18enni.
Insieme alla patente, i ragazzi potranno spendere la mancetta per “consumi culturali”. Anche loro. L’annuncio è stato dato da Renzi, in persona, dalla Sala degli Orazi e Curiazi dei Musei Capitolini. Il premier strologava sul tema: la sicurezza si difende con la cultura.
Uno avrà pensato: metterà 1 miliardo cash sulla scuola; ripianerà i tagli all’università ; aprirà il salvadanaio per il diritto allo studio e invece dei 50 milioni nella legge di stabilità ce ne metterà 200, necessari per avere il minimo di diritto allo studio.
Anzi, potrebbe istituire il reddito minimo: 500—600 euro a testa per formarsi, sostenere le spese dei fuorisede, una borsa di studio, un sussidio per chi cerca occupazione o impara un mestiere.
Niente di tutto questo. Nel suo linguaggio cifrato, di scarsa comprensibilità , si è capito che Renzi destinerà “Un miliardo in sicurezza, uno nell’identità culturale e valorizzazione urbana”.
Due miliardi presi dallo slittamento del taglio dell’Ires al 2017. Per i diciottenni sarà estesa «una misura già prevista per i professori (500 euro, ndr)», e cioè «una carta bonus da investire in teatri, musei, concerti e cultura che diventa simbolicamente il modo con il quale lo Stato carica i ragazzi della responsabilità di essere protagonisti e coeredi del più grande patrimonio culturale».
L’illusione di essere “coeredi” di un “patrimonio” ottenuto pagando il “consumo” della cultura.
Mai parlare, invece, di investire il giusto per apprendere a produrre discorsi, stili, linguaggi. Cioè il mestiere della “cultura”.
E’ naturale: nel mondo di Renzi si impara a consumare, non a produrre qualcosa.
Il mondo visto da una vetrina.
Roberto Ciccarelli
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
LA CANDIDATURA DEL MANAGER SCENDE, PRENDE QUOTA IL “MODELLO PISAPIA” E LA BALZANI
La candidatura a Milano di Giuseppe Sala, il fuoriclasse dell’Expo tanto apprezzato da
Matteo Renzi, finisce nel congelatore.
La svolta nelle ultime ore: da un lato il sindaco Pisapia ha rotto gli indugi, è sceso in campo con tutto il suo peso e ha lanciato la sua vice Francesca Balzani.
Dall’altro il manager ha escluso di poter prendere qualsiasi decisione sulla sua candidatura “prima della fine di dicembre”.
Sembra quasi l’antipasto del definitivo passo indietro, anche se la prossima settimana Sala incontrerà il premier e da quel summit potrebbe arrivare l’ennesima svolta di questa infinita telenovela milanese.
Già oggi il segretario cittadino Bussolati sarà a Roma per un incontro con i vertici nazionali del Pd.
Ad ora però l’ipotesi Sala appare in picchiata. “In tempi non sospetti ho detto che se la politica è in grado di esprimere un candidato forte io non solo lo rispetto ma credo che debba avere la priorità ”, ha spiegato lui stesso a margine di una cerimonia di premiazione dei vigili urbani che hanno prestato servizio a Expo.
“Probabilmente la ricerca di candidature alternative può nascere anche da questo”, dalla necessità di una figura che non “divida” la coalizione, ha detto Sala, “ed è effettivamente giusto. Io non vorrei assolutamente essere divisivo. Su una cosa come questa la mia ambizione personale conta veramente poco”.
“Se c’è qualcuno che non è divisivo credo che sia giusto che si faccia avanti”.
Nessun endorsment per la candidata proposta dal sindaco. Anzi, Sala torna a chiedere a Pisapia di correre in prima persona.
“Lui rappresenta questa capacità di tenere insieme tutti. Non è che io non mi sento in grado, ma spesso dalle osservazioni che nascono appare che io posso non essere in grado. Quindi da questo punto di vista senz’altro lui è meglio di me. Per questo mi augurerei che ci ripensasse”.
Un augurio che contiene anche un retrogusto polemico. Che nasce dalla delusione del manager che contava su un sostegno più esplicito da parte del sindaco uscente.
E’ stata un’altra lunga giornata per il centrosinistra milanese.
In mattinata Pisapia ha incontrato i segretari del Pd di Milano e della Lombardia, Pietro Bussolati e Alessandro Alfieri. I tre hanno ribadito che la data del 7 febbraio per le primarie è confermata.
“Eventuali modifiche possono essere decise solo all’unanimità dalla coalizione”. “Non ci possono essere indicazioni dall’alto”, ha spiegato il sindaco.
Un ulteriore freno per Sala. La raccolta delle firme infatti si svolgerà dal 7 dicembre al 7 gennaio. Ma se il manager fino a dicembre non intende sciogliere la riserva, diventa molto difficile che lui possa essere della partita, senza un significativo spostamento della data, magari al 20 marzo come proposto da Renzi per tutte le città .
La mossa di Pisapia ha terremotato la situazione, che sembrava evolvere verso una sfida ai gazebo tra Sala e l’assessore Pd Pierfrancesco Majorino, ben radicato a sinistra.
Ma di fronte alle esitazioni del manager, e al rischio assai concreto che la coalizione arancione saltasse per aria, il sindaco ha deciso di “riprendere in mano la palla” per salvare il suo modello milanese, a partire dal perimetro delle alleanze.
Ma ha scelto anche di non essere più solo un semplice arbitro. Ha lanciato la sua vice, ribadendo che in ogni caso ci devono essere le primarie. Balzani, classe 1966, indipendente Pd, già europarlamentare, assessore al Bilancio dal 2013 e da pochi mesi vicesindaco, non si è ancora candidata ai gazebo.
Ma Pisapia, nell’elogiarla, ha ribadito che quel percorso rimane: “Ci saranno le primarie, saranno i cittadini milanesi del centrosinistra a decidere chi sarà il candidato sindaco”.
Il sindaco ha escluso che Balzani sia un’alternativa a Sala ma ha speso parole di grande sostegno: “E’ un ottimo vice sindaco altrimenti non l’avrei scelta. E’ persona rappresentativa, conosciuta, che è riuscita a essere in più occasioni soggetto di condivisione di obiettivi, superando anche difficoltà e divisioni in certi momenti. E questo per me è elemento sicuramente importante”.
Poi ha aggiunto: “Non c’è un nome o l’altro, ma i nomi possibili di coloro che si presenteranno alle primarie e alla fine saranno i milanesi a decidere e non il sindaco nè le segreterie dei partiti. Io posso dare la mia opinione ma non voglio influenzare i cittadini”.
Fatto sta che, dopo mesi alla finestra, Pisapia è sceso in campo.
A questo punto lo schema delle primarie potrebbe complicarsi. Majorino rischia di essere oscurato sul fianco sinistro dalla Balzani, e potrebbe ritirarsi per comporre un ticket con lei.
Sul fronte renziano, con l’appannarsi dell’ipotesi Sala torna in auge la candidatura del deputato milanese Emanuele Fiano, che era stata autocongelata: “Io sono tra coloro che da tempo ha dato la propria disponibilità a candidarsi e mantengo questa disponibilità . Chi ha volontà di candidarsi lo dica, con tempi che permettano a tutti di fare le proprie scelte e di costruire poi, in un tempo utile, la campagna elettorale”, è il messaggio rivolto in primo luogo al manager Expo.
Il dato politico di queste ultime ore è che, dopo alcune settimane di apparente calma, lo scontro tra il “modello Pisapia” e il “modello Sala” voluto da Renzi ormai è scoperto.
Tra la coalizione arancione del 2011 e il candidato apprezzato anche da Lupi e Formigoni, nel segno del “partito della Nazione” prima o poi l’ambiguità doveva essere sciolta.
In mezzo, come un vaso di coccio, i vertici locali del Pd. Che devono rispondere a Renzi ma non possono rompere con Pisapia.
La tensione sembra destinata a durare ancora a lungo.
E potrebbe anche concludersi, ormai nessuno lo esclude, con un clamoroso ritorno in campo del sindaco-avvocato.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
SEL PRESENTA AIRAUDO E POTREBBE SOTTRARRE PARECCHI VOTI AL PD… E AL SECONDO TURNO LA MANAGER BOCCONIANA CHE BUCA IL VIDEO DIVENTEREBBE UN PERICOLO
Tra “l’Amleto Fassino”, la sinistra anti-Renzi e la giovane mamma grillina, le elezioni comunali a Torino del giugno 2016 rischiano di dimostrarsi più complicate del previsto per il premier.
Proprio nella città che sembrava più blindata per il Pd.
E invece, nelle ultime settimane, due fattori stanno creando nervosismo nel capoluogo piemontesi.
In primo luogo, il sindaco uscente Piero Fassino, nonostante il pressing del Pd locale e nazionale, non ha ancora annunciato la ricandidatura.
Alimentando così i sospetti di chi, anche a Roma, sussurra nei corridoi di Montecitorio che “a 67 anni Piero non ne ha più voglia di fare il sindaco, vorrebbe un incarico a Roma”.
Chi lo conosce bene però assicura che “mai e poi mai Fassino metterebbe a rischio la sua città e il suo partito per una esigenza personale”.
E dunque, stando a queste ultime fonti, la ricandidatura dovrebbe essere solo questione di giorni.
Il sindaco ha visto per alcuni minuti Renzi sabato scorso, a margine di un convegno alla Reggia di Venaria, guarda caso una delle cittadine della ex “cintura rossa” passata mesi fa in mano ai Cinque stelle.
Nessuna dichiarazione ufficiale dei due, ma nel sorriso del premier c’è chi ha colto la certezza che “Piero non si chiamerà fuori”.
E del resto, a pochi mesi dal voto, per il Nazareno —impegnato nelle difficili partite di Roma, Napoli e Milano- aprire la delicata partita della successione anche a Torino sarebbe un grosso problema.
All’orizzonte non si vedono candidati forti, bisognerebbe aprire il file delle primarie, con tutti i rischi del caso.
E così tutti aspettano che l’Amleto Fassino passi il Rubicone. “Deve farlo entro due settimane al massimo”, spiega ad Huffpost il deputato Giacomo Portas, leader dei Moderati, una forza che a Torino città viaggia sul 10%.
“Deve farlo in fretta e iniziare a raccontare ai torinesi il buon lavoro che ha fatto. Torino è diventata in questi anni la terza città italiana per numero di turisti, un risultato impensabile”.
L’ipotesi è che Fassino sciolga il nodo nei prossimi giorni, in occasione della conferenza programmatica del Pd di Torino.
In questi giorni, in realtà , il sindaco è alle prese con le fibrillazioni della sua maggioranza, dopo che Sel si è sostanzialmente chiamata fuori e sta preparando una campagna elettorale anti-Pd, candidando il rosso ex Fiom Giorgio Airaudo.
Il casus belli di queste ore è la riforma delle circoscrizioni: la soluzione trovata pare accontentare l’opposizione di centrodestra, ma Sel ha annunciato voto contrario, confermando il clima da separati in casa tra dem e vendoliani, e anche alcuni malumori tra i dem.
Non solo, anche le anime di Sel più vicine al Pd, che vorrebbero presentare una lista di sinistra a sostegno di Fassino, sono molto critici verso questa riforma, che invece di ridurre i quartieri da 10 a 6 si ferma salomonicamente a 8.
Insomma, il clima dentro la maggioranza è molto lontano da quello del 2011. E in campo, forti come mai nel passato, ci sono i grillini.
Che hanno già scelto la loro candidata, la trentenne Chiara Appendino, bocconiana, telegenica, figlia di un ingegnere e sposata con un giovane imprenditore, con una nota in più: a gennaio partorirà una bambina, e dunque farà la campagna elettorale tra una poppata e l’altra.
Un rischio per i dem, visto che la neomamma plasticamente mostrerà la novità M5s contro il vecchio ex segretario di partito, che in città è molto rispettato ma non troppo amato.
Una volta, durante una lunga seduta del consiglio comunale, Fassino l’ha definita una “Giovanna d’Arco moralista”.
Lei insiste molto sul tema della povertà in città e annuncia, da copione, drastici tagli ai costi della politica.
Una candidata insidiosa, soprattutto se Fassino non dovesse vincere al primo turno.
Al ballottaggio, nella sfida uno contro uno, il Pd avrebbe da tremare. Soprattutto se la sinistra dovesse decidere di non fare alleanze con i dem al secondo turno.
Per questo Portas invita tutti alla prudenza: “Non bisogna avvelenare i pozzi, al secondo turno dovremo allearci”.
Per ora l’ipotesi appare improbabile. Airaudo ha già impostato una campagna molto anti-Pd, come chiede parte della dirigenza nazionale della neonata Sinistra italiana. “La sinistra in questa città si è persa lentamente”, ha detto Airaudo pochi giorni fa in un’intervista a Libero.
“A livello nazionale se possibile va ancora peggio. Fassino se lo vedi pensi al grigio, si è logorato nell’apparato”.
L’obiettivo di questo gruppo è arrivare almeno al 10%. In quel caso, il rischio per il Pd sarebbe un replay del caso Pastorino in Liguria. Solo che il centrodestra a Torino non ha chance, e il beneficiario sarebbe il M5s.
Anche i grillini hanno le loro spine.
La Appendino, consigliera comunale uscente, è stata scelta dal un “gran consiglio” di 250 persone, senza web e senza partecipazione popolare.
Il capogruppo in Comune Vittorio Bertola si è sentito spodestato, escluso anche dall’ipotesi di un ticket. E ha sbattuto la porta. “Mi sarei atteso più trasparenza e democrazia on-line. Temi che il Movimento sta abbandonando, anche per questo mi sento sempre più fuori posto”, si è sfogato in un’intervista alla Stampa. Non mi è piaciuto che la scelta sia arrivata da una riunione di partito chiusa, invece che da un’assemblea aperta per lo meno agli iscritti al portale nazionale: forse il risultato sarebbe stato un po’ diverso. All’assemblea erano cento attivisti, l’apparato appiattito su Appendino”.
Parole molto dure tra i due colleghi di partito sui banchi del Comune. L’altra volta furono eletti solo in due. Stavolta, dopo la conquista dei Comuni di Rivalta e Venaria, i grillini puntano al piatto grosso.
Per farlo, puntano su una ragazza che ha buoni rapporti nella borghesia torinese, quella che magari votava a destra ma si è stancata.
E che, a sua volta, cerca di interpretare il malessere dei ceti più popolari.
Un profilo pericoloso per l’Amleto Fassino, candidato suo malgrado.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
NEL PARTITO IN POLE MIGLIORE E NICODEMO…TRA GLI ESTERNI SCALELLA O CONDORELLI
Ora chiedono tempo. E, soprattutto, «società civile». 
Il Pd alla ricerca (moderata) di un piano B per battere Antonio Bassolino ormai inesorabilmente nel ring delle primarie, dopo l’autogol dell’annuncio sul presunto cambio di regole per eliminare dalla competizione gli ex sindaci.
Sei nomi sotto osservazione. Tre sono dirigenti renziani. Gli altri, su cui si va con più convinzione, appartengono al mondo delle start-up, dei professionisti, delle cliniche.
I vertici del Nazareno sperano di sfiancare innanzitutto anche con il rinvio dei tempi – primarie non più il 7 febbraio, ma il 20 marzo, elezioni a giugno – il maratoneta di varie stagioni, ex sindaco ed ex governatore che in perfetta solitudine s’incammina a sessantotto anni lungo la sfida, lunga, frastagliata e già molto accesa, delle amministrative di Napoli.
È il Bassolino dal proverbiale fiuto che ieri, per tutta risposta, manda a dire a Roma, dallo studio di Floris a La 7: «Capisco che Renzi punti tutto sul referefendum, però queste amministrative saranno molto importanti. A Roma, ad esempio, c’è la situazione più difficile per il Pd. E i 5 Stelle, nella capitale, rischiano di vincere perfino a prescindere dal profilo che metteranno in campo. A Napoli, invece, la sorte dei grillini dipenderà dalla forza del candidato che sceglieranno ».
Ma nella capitale del sud, oltre all’imbarazzo dello stesso gruppo regionale per la scivolata dei vicesegretari nazionali, c’è posto solo per un lavoro improvvisamente serrato su nomi, profili e strategie.
Sei nomi, oltre a quello ricorrente e mai definitivo di Umberto Ranieri, già sottosegretario agli Esteri, amico di Giorgio Napolitano e avversario di lunghissima data di Bassolino. Ranieri non ha ancora rotto formalmente gli indugi, anche se per molti sta già preparando la discesa in campo per un duello che ricalca le prove muscolari tra ingraiani e miglioristi e che i più giovani dirigenti renziani bollano drasticamente: «Bella partita: gli anni Ottanta contro gli anni Novanta ».
Ma sono tre, le storie che piacciono di più a Roma.
Sono i profili di Dario Scalella, cinquantenne imprenditore e campione di start-up, l’uomo che con pochi ingegneri temerari ha dato vita all’elicottero superleggero K4A, un gioiellino che ha conquistato cinesi e arabi, e per il quale già due anni fa si scomodò il premier Renzi, visitando l’officina al’estrema periferia orientale di Napoli dove questo sogno ha visto la luce; in pista c’è anche Celeste Condorelli, manager, proprietaria di una nota clinica cittadina e anche donna impegnata nel sociale.
Dettaglio non irrilevante: tra i suoi sostenitori più accesi vi sarebbe proprio quell’Andrea Cozzolino, europarlamentare Pd nonchè ex potente assessore regionale fedelissimo a Bassolino (e candidato delle primarie scandalo del 2011), che in questa tornata troverebbe politicamente una sponda nel governatore De Luca per “uccidere” politicamente il vecchio padre.
L’altra opzione porta all’avvocato Claudio Botti, penalista e intellettuale di sinistra.
Nomi che seguono ai rifiuti già opposti sia dal presidente degli industriali di Napoli, Ambrogio Prezioso, sia di Paolo Siani, il pediatra fratello del giornalista ucciso dalla camorra, Giancarlo, che oggi guida la Fondazione regionale che si occupa di vittime innocenti della criminalitò organizzata.
Meno probabile che si peschi tra i dirigenti interni: anche se con insistenza ricorrono i nomi del deputato Gennaro Migliore, del renzianissimo Francesco Nicodemo e dell’altro parlamentare Leonardo Impegno.
Ma un peso nella partita lo avrà il governatore De Luca, momentaneamente indebolito dalle ricadute politiche dell’inchiesta della Procura di Roma che lo vede indagato.
«Ma è naturale che qualunque nome – sostengono ora nella rinnovata segreteria regionale – debba passare attraverso la condivisione di Vincenzo».
Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
ALLARME UNESCO: ASSENZA DI QUALSIASI GOVERNO DEL TURISMO, SI VA VERSO L’ESPULSIONE DEI RESIDENTI
Che la lettera dell’Unesco al governo italiano sullo stato di Firenze abbia una vera rilevanza politica lo prova il fatto che il sindaco Dario Nardella l’abbia chiusa per sei mesi in un cassetto: se oggi tutti possiamo leggerla è grazie alla Rete dei comitati per la difesa del territorio.
L’Unesco entra a piè pari nella politica della città , rilevando l’«insufficient management of tourism», anzi l’«absence of tourist strategy».
L’assenza di un qualunque governo del turismo è uno dei problemi principali del Paese: sia da un punto di vista dello sviluppo economico (fino a quando l’Enit sarà bloccato da una paralisi che Dario Franceschini non riesce a sanare?), sia da quello della sostenibilità ambientale e sociale.
Firenze va verso Venezia, dice l’Unesco: cioè verso una progressiva espulsione dei residenti, una irreversibile trasformazione in lussuoso parco a tema del passato.
Il rimedio non è certo fermare il turismo, ma governarlo: indirizzandolo verso l’enorme parte del Paese che è tagliata fuori, decongestionando i feticci ormai al collasso.
Colpisce poi la critica radicale alla privatizzazione dello spazio pubblico italiano.
La lettera nomina esplicitamente il luogo simbolo di piazza Brunelleschi, nel cuore di Firenze.
Qua si sta per scavare l’ennesimo, inutile parcheggio: pericoloso per i monumenti (siamo a pochi passi dalla Cupola del Duomo), lesivo della piazza (che sarà ridotta a tetto di un grande silos interrato), dannoso per i residenti.
Contestualmente la Rotonda di Brunelleschi, opera importantissima del padre del Rinascimento, rischia di essere venduta, magari trasformata in albergo di lusso: sarebbe l’ennesimo caso.
Anche questa è una tendenza nazionale: pericolosissima dopo che lo Sblocca Italia ha estromesso il ministero per i Beni culturali dalla scelta degli immobili da alienare.
Il fatto che l’Unesco si preoccupi non solo della conservazione materiale dei monumenti, ma anche della loro funzione sociale e civile dovrebbe aprire gli occhi ai molti che – in Italia – sostengono che valorizzazione significhi mercificazione: dobbiamo invertire la rotta, se non vogliamo ridurci a guardiani di un luna park altrui.
Infine, l’impatto delle Grandi Opere sul tessuto del paesaggio e delle città : l’Unesco guarda con preoccupazione al sottoattraversamento Tav e al folle sventramento del centro storico previsto per la tranvia (cui ora si aggiunge il pessimo progetto del nuovo aeroporto fiorentino).
Su questi temi l’Unesco loda l’azione dei comitati (i “comitatini” sbeffeggiati da Matteo Renzi) e critica la mancanza di collaborazione del governo italiano.
Se quei cittadini fossero stati ascoltati (ovunque: pensiamo alla Val di Susa, dove il Tribunale Permanente dei Popoli ha appena condannato «l’intero sistema delle grandi opere inutili e imposte»), oggi l’Unesco non dovrebbe denunciare il tramonto di Firenze. La morale è che «è sempre necessario acquisire consenso tra i vari attori sociali, che possono apportare diverse prospettive, soluzioni e alternative.
Nel dibattito devono avere un posto privilegiato gli abitanti del luogo, i quali si interrogano su ciò che vogliono per sè e per i propri figli, e possono tenere in considerazione le finalità che trascendono l’interesse economico immediato».
E questo non è l’Unesco, nè i comitati: è l’enciclica di papa Francesco.
Tomaso Montanari
(da “la Repubblica”)
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