Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
INCHIESTA SULL’ASSEGNAZIONE DEI BANCHI IN PIAZZA NAVONA PER LE FESTE NATALIZIE
Monopolista nella Città Eterna. Lo smercio di bibite, caldarroste, panini e piccoli souvenir
sui camion bar piazzati strategicamente al Colosseo e ai Fori Imperiali, come a due passi dal colonnato di San Pietro o ai piedi di Trinità di Monti, da sempre è nelle mani della famiglia Tredicine.
Che è passata più o meno indenne tra scandali e inchieste giudiziarie.
Fino a far arrivare il rampollo Giordano – grazie alla militanza nel Pdl – a sedersi sugli scranni del Campidoglio ad appena 24 anni e, addirittura, a farlo diventare vicepresidente del Consiglio comunale nella giunta Marino.
Un’ascesa apparentemente inarrestabile, quella del figliol prodigo, che è stata però interrotta bruscamente con l’arresto nell’inchiesta su Mafia Capitale. Ma tant’è. Evidentemente il potere degli esclusivisti del ristoro «mordi e fuggi» al servizio dei turisti non è stato intaccato dalle indagini capaci di provocare un terremoto.
E, nel vuoto della politica e (forse) nella distrazione generale, la famiglia era riuscita ad assestare un altro colpo decisivo per alimentare ulteriormente l’immensa ricchezza accumulata negli anni, con le amministrazioni di tutti i colori politici.
Ecco dunque, che a sorpresa (ma sarà poi veramente così?) i Tredicine si aggiudicano una consistente fetta del bando (pubblico) per la gestione dei banchi natalizi a piazza Navona. «Ma possibile che nessuno se ne sia accorto?», ci si chiede in giro per questa Capitale già martoriata dagli affari sporchi di quel Mondo di Mezzo nelle mani di Buzzi e Carminati. Pare (forse) che sia proprio così.
E quando di questa quantomeno inopportuna assegnazione – cogestita da Comune e Municipio del centro storico – ne cominciano a parlare i giornali, ecco la precipitosa marcia indietro.
Indaga Cantone, autorizzazione sospesa.
Ma per tutti i vincitori del bando. Non si sa mai…
Flavio Haver
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
E CHI PROTESTA SUI SOCIAL VIENE BANNATO… LA RIVOLTA E’ DIRETTA AL NUOVO PEDAGGIO ELETTRONICO
Mentre sta combattendo in Siria, Vladimir Putin ha visto all’improvviso aprirsi un fronte di ostilità interno.
Da qualche giorno le città russe vengono paralizzate dalla protesta dei camionisti.
Decine di camion hanno bloccato gli Urali, il Caucaso, ieri è stata la volta di Pietroburgo dove i mezzi pesanti hanno puntato sullo Smolny, storico quartier generale di Lenin nell’ottobre del 1917 e residenza del governatore.
Per i prossimi giorni è prevista una protesta a Mosca. Il bersaglio della protesta è Platon, un nuovo sistema elettronico di pedaggi per i mezzi sopra le 12 tonnellate, che i camionisti trovano insostenibile.
Introdotto il 15 novembre, costa 1,53 rubli (circa 25 centesimi di euro) al chilometro, tariffa che dovrebbe raddoppiare l’anno prossimo e che, moltiplicata per le distanze russe, va a pesare sui costi degli autotrasportatori insieme alle tasse già esistenti.
Una protesta senza nulla di straordinario, basta ricordare i «forconi» italiani qualche anno fa, o il blocco della Francia da parte dei camionisti.
È vero che finora in Russia il pedaggio autostradale era inesistente. Inoltre pare che il Platon sia estremamente ingombrate e inaffidabile nell’utilizzo: il camionista deve inserire il suo itinerario sul sito, pagarlo in anticipo e venire poi monitorato elettronicamente lungo la strada.
Il sistema ha già prodotto errori come «allungare» la distanza tra Mosca e Tiumen da 2500 km a ben 11700, con costi conseguenti.
Il presidente della Sberbank Gherman Gref, ex ministro dell’Economia, stima (anche se con un certo scetticismo) il contributo del nuovo pedaggio all’inflazione in 1,5% annuo. E il blogger anti-corruzione Alexey Navalny ha rivelato che la riscossione del pedaggio è stata affidata, senza apparentemente nessun concorso, a una piccola società guidata da Igor Rotenberg, figlio di uno degli oligarchi amici di lunga data di Putin.
Una vicenda che altrove sarebbe stata di ordinaria amministrazione, ma che in Russia ha suscitato clamore non tanto per la sostanza, quanto per la sua totale assenza dai media governativi.
I canali della TV di Stato la ignorano, preferendo concentrarsi sui successi militari russi in Siria.
Quando gli iscritti al gruppo del Primo canale su uno dei social network hanno chiesto all’emittente più guardata del Paese di parlare dei camionisti, gli amministratori del gruppo hanno immediatamente aggiunto la parola «dalnoboyshik», letteralmente «a lungo raggio», il nome in gergo degli autotrasportatori, alla lista nera dei vocaboli da non menzionare, insieme a sciopero e camion.
In un quarto d’ora 200 utenti del social network sono stati bannati dal gruppo.
Sono stati bloccati anche quelli che, sul modello del flashmob organizzato durante il silenzio stampa a Bruxelles, postavano foto di gatti e bambini su camioncini giocattolo. Infine, il Primo canale ha postato «su numerose richieste dei telespettatori» un servizio sulla dura e avventurosa vita dei camionisti, dove non si faceva parola della protesta.
Mentre i «dalnoboyshiki» si vedevano negare incontri con gli esponenti delle autorità , l’unico politico a rivolgersi a loro è stato il deputato della Duma Evgheny Fiodorov.
Il deputato, già famoso per aver smascherato la Cia che avrebbe distrutto l’Urss finanziando i gruppi rock clandestini, ha spiegato che la protesta degli autotrasportatori è «un’idea degli Usa per liquidare lo Stato russo», e che a lanciarla è stata la «quinta colonna dei nazional-traditori».
Poche ore dopo una petizione per l’abolizione di Platon è apparsa sul sito della Casa Bianca, dove 480 utenti hanno chiesto a Obama — visto che è stato lui a organizzare la protesta — ad abolire il Platon.
Il presidente del comitato Trasporti della Duma Evgheny Moskviciov propone un compromesso: ridurre drasticamente le multe per chi non paga il Platon, e «collaudare il sistema» su qualche migliaio di camion prima di imporlo a tutti.
Il governo intanto ha bloccato i siti che annunciavano la data della mobilitazione degli autotrasportatori (in base alla recente legge che proibisce di diffondere notizie su «proteste non autorizzate»).
Intanto decine di camionisti hanno bloccato il Daghestan e gli Urali, e il 30 novembre vogliono partire per la «marcia su Mosca».
In effetti, mostrarli in televisione sarebbe imbarazzante. Sulle fiancate dei mezzi pesanti ci sono scritte «No al Platon», tracciate con una spugna sullo sporco del telone, ma molti montano anche cartelli come «Rotenberg peggio dell’Isis».
E considerato che il Daghestan è da anni la più grande polveriera di islamismo radicale della Russia, e che nella poverissima repubblica di 3 milioni di abitanti gli autotrasporti sono una delle principali fonti di sostentamento, paragonare l’amico di Putin ai terroristi è sintomo di una rabbia senza precedenti.
In Russia sono registrati due milioni di mezzi pesanti, e sospettare i camionisti di simpatie liberali è abbastanza difficile.
Ma in un Paese che — almeno nei media — appare da anni totalmente pacificato e coeso nell’appoggio del suo presidente, dove le proteste dei medici e dei pazienti per i tagli alla sanità e le denunce di corruzione del governo trovano spazio solo su alcuni siti Internet, anche una protesta di categoria comune altrove diventa una attività sovversiva, da fronteggiare come una minaccia alla sicurezza nazionale
Anna Zafesova
(da “la Stampa”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
“VOGLIO DARE QUALCOSA INDIETRO AI TEDESCHI”
“Dare qualcosa indietro ai tedeschi”: è questo il motto di un giovano rifugiato siriano che è
stato fotografato al centro di Alexanderplatz, a Berlino, intento a distribuire cibo ai senzatetto.
Alex Assali ha lasciato Damasco otto anni fa: colpevole di aver criticato il regime di Bashar al-Assad in alcuni post pubblicati online, è fuggito dalla persecuzione certa.
È diventato un rifugiato ed è stato accolto in Germania, dove ha potuto ricostruirsi una vita.
Ed è proprio con il popolo tedesco che ora Alex sente il bisogno di sdebitarsi.
Un suo amico lo ha fotografato, al centro della piazza principale di Berlino, e ha raccontato la sua storia su Facebook, per renderla da esempio.
“Ha perso tutto: ha dovuto lasciare la sua famiglia in Siria perchè alcune persone volevano ucciderlo. E, anche se non possiede molto, ora se ne va in giro per le strade a distribuire cibo ai senzatetto. Il suo motto è: ‘Dare qualcosa indietro ai tedeschi’. Dio lo benedica, lui stesso è una benedizione per così tante persone”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
I DATI DELLA RICERCA DI AMBURGO
Statistica del terrorismo: l’unica matematica disponibile per capire la guerra di Daesh e quella dell’Occidente.
Contiene l’identikit scientifico degli attentatori che massacrano Europa, Africa e Medio Oriente, e la carta d’identità aggiornata degli estremisti sunniti che rientrano a pieno titolo nell’album di famiglia.
E indica – soprattutto – che dopo Parigi e Bruxelles forse è meglio cominciare ad «attenzionare» Stoccolma, Copenhagen, Sarajevo e Tirana, perchè che la linea del fronte passa proprio di lì.
C’è da precisare, che queste liste di personaggi in viaggio dall’Europa alle zone di guerre non risultano, come abbiamo avuto modo di scoprire, propriamente sconosciute alle polizie europee.
È chiaro che in un determinato momento questi viaggi così semplici da un paese europeo a una zona di guerra sono stati monitorati, se non addirittura «sostenuti» dai servizi di intelligence che avevano la loro convenienza a utilizzare i foreign fighters. Venendo poi ai numeri, l’istogramma dell’Istituto Statista di Amburgo sugli «extimated foreign fighter pro capite» si rivela decisamente sintomatico.
Mostra che subito dopo il verminaio del Belgio (40 «jihadisti» ogni milione di abitanti) ci sono quelli di Svezia (32) e Danimarca (27) ben più esposte della Francia (18) che pure è già in stato di guerra.
Di peggio solo il «cancro» nei Balcani con Bosnia-Erzegovina (92) Kosovo (83) e Albania (46) fucine conclamate e impossibili da liquidare.
Gli analisti tedeschi hanno elaborato la provenienza dei volontari arruolati nella galassia dell’Isis, con i risultati tutt’altro che rassicuranti.
Cinquemila sono partiti dalla Tunisia, 2.275 dall’Arabia Saudita, altri 2.000 dalla Giordania, 1.700 dalla Russia e 1.550 dalla Francia.
Si aggiungono ai 1.400 miliziani giunti dalla Turchia, altrettanti dal Marocco insieme ai 900 che si attivati dal Libano, ai 700 con il passaporto della Bundesrepublik tedesca e all’equivalente partiti dal Regno Unito.
Una «marmellata» spaventosa, spalmata su una fetta dell’Europa troppo vasta per circoscrivere l’infezione.
L’Istituto Statista rileva anche il numero esatto degli attentati e rivela i target di droni e caccia delle aviazioni di Usa, Russia, Francia, Giordania, Turchia.
Nell’ultimo anno si sono registrati 3.370 attacchi in Iraq, 1.821 in Pakistan, 1.591 in Afghanistan, 763 in India, 662 in Nigeria e «appena» 232 in Siria.
I morti nell’arco degli stessi dodici mesi hanno superato quota 32.000.
Una lista nera, proprio come l’analisi degli air-strike della coalizione che ha sganciato decine di migliaia bombe senza scalfire granchè la capacità operativa dei terroristi.
Il conto ufficiale a fine giugno 2015 risulta pari di 7.655 missioni di guerra, 1.859 posizioni nemiche distrutte, 2.045 edifici rasi al suolo, 472 accampamenti bombardati e 325 Health and usage monitoring systems per lo più made in Usa annientate.
Le tabelle con i dati Centom dimostrano anche e inequivocabilmente che senza l’embargo del petrolio agli Stati canaglia – nell’Opec come nel G20 – distruggere le pompe dell’oro nero serve a poco.
Le infrastrutture danneggiate o messe fuori uso sono 154, un po’ più dei 98 carri armati annientati finora e molto meno degli altri 2.702 obiettivi non meglio classificati.
Le cifre statistiche sono altrettanto illuminanti, quando si focalizza l’attenzione sul numero delle vittime provocate dal terrorismo a livello planetario.
Nel 2006, i morti erano 20.487 e l’anno successivo diventano 22.719.
Ma poi scendono costantemente: dai 15.708 del 2008 fino agli 11.098 del 2012.
È lì che si registra plasticamente la svolta dell’effetto terrorismo nel mondo, perchè i morti salgono a 18.066 nel 2013 e addirittura a 32.727 durante l’anno scorso
Il gruppo decisamente protagonista era Al-Qaeda che in 14 attacchi in altrettanti paesi ha da solo provocato oltre 4 mila vittime.
Dal punto di vista geografico, poi, le azioni del terrorismo si concentrano nel Medio Oriente e nella zona meridionale dell’Asia: nel 2011 numericamente il triplo rispetto a Europa, Africa, Asia orientale e zona del Pacifico.
Infine, una «curiosità » contabile che tuttavia appare come spia dell’effetto collaterale alle stragi.
Il 24 aprile 1993 l’esplosione del furgone imbottito di esplosivo a Bishopgate nella City di Londra — «firmata» dall’Ira — provocò un morto e 44 feriti.
I danni materiali ammontavano a 350 milioni di sterline, ma alla fine fu quasi un miliardo di dollari la somma dei risarcimenti pagati dalle assicurazioni.
Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
LUNEDI’ 23 SAREBBE DOVUTO ANDARE IN ONDA UN SERVIZIO CON NUOVE RIVELAZIONI SULLE SPESE DI RENZI, MA LA MANINA DEL CENTRODESTRA SALVA IL PREMIER… RENZI SI SAREBBE FATTO PAGARE DALLA PROVINCIA UNA CENA FAMILIARE DA 80 EURO CON LA MOGLIE
Il servizio era già pronto. Tagliato, confezionato e approvato per la messa in onda lunedì 23
novembre.
Poi il dietrofront: Mediaset decide che non deve andare.
E così sparisce anche il post che sulla pagina ufficiale delle Iene aveva annunciato nuove rivelazioni sugli scontrini di Matteo Renzi. “Anteprima del servizio ‘Gli scontrini di Renzi #escili’ di Iena Dino — Dino Giarrusso in onda questa sera #LeIene“, si leggeva online.
Oggi, cliccando su quel post, il risultato è una pagina vuota in cui si legge: “Spiacenti, questo contenuto non è al momento disponibile”.
Sulla vicenda degli scontrini di Renzi sindaco (2009-2014) oggi si è pronunciata la Corte dei Conti, che ha “stranamente” archiviato l’inchiesta.
Stesso destino anche per quella che riguardava le spese quando era presidente della Provincia (2004-2009).
La mancata messa in onda è stata rilanciata anche da diversi utenti su Twitter, specie dopo l’intervento — riportato anche da Dagospia — di Giuseppe Cruciani, conduttore de la Zanzara su Radio 24.
“Perchè ieri sera non è andato in onda il servizio delle Iene di Dino Giarrusso sugli scontrini di Renzi quando era sindaco e presidente della Provincia? — ha detto durante la trasmissione del 24 novembre — Sul sito Facebook del programma era uscita persino un’anteprima di trenta secondi in cui si annunciavano nuove rivelazioni imbarazzanti per il premier. E il pezzo era regolarmente in scaletta. Cosa è successo?”.
E prosegue ancora: “E’ intervenuta una manina dall’alto o l’ufficio legale Mediaset ha bloccato tutto per fare ulteriori verifiche? Nel servizio si parlava di una cena familiare di Renzi al ristorante da Lino interamente rimborsata dalla Provincia, con tanto di fattura”.
Cruciani, si legge sul sito di Radio 24, rivela anche il contenuto del servizio: “La iena aveva scoperto — ho poi saputo da altre fonti — che Renzi si sarebbe fatto pagare dalla provincia di Firenze una cena familiare da 80 euro, con la moglie che era incinta della terza figlia (nata nel 2006, ndr). Hanno pure scoperto che la scusa ridicola del sindaco Nardella di non rendere trasparente le spese di Renzi al comune — c’è un’inchiesta della Corte dei Conti — non regge da un punto di vista legislativo”.
Sempre pià aria di inciuci e coperture reciproche
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
LA GRAN BRETAGNA CIVILE E LA FAVOLA DI RUHI CHE RINGRAZIA I CITTADINI DI NEWCASTLE
“Volevo ringraziare dal profondo del mio cuore i Geordie angels che mi hanno aiutata”.
A scriverlo è Ruhi Rahman, 23enne musulmana insultata sulla metropolitana di Newcastle, in Gran Bretagna.
La ragazza si trovava sul treno con sua sorella quando un uomo ha intimato loro di lasciare i posti che occupavano.
“Alzatevi, questo è il mio paese. Voi bombardate diversi paesi e non meritate di stare qui o in questo paese”, ha dichiarato l’aggressore, rivolgendosi a brutto muso contro le ragazze.
Ruhi però non ha avuto il tempo di rispondere: a prendere le sue difese è stata la signora che le sedeva vicino.
“I passeggeri del treno si sono subito scagliati contro l’aggressore intimandogli di scendere dal treno e quando lo ha fatto hanno applaudito”.
La ragazza ha quindi voluto ringraziare tutti i passeggeri che hanno preso le sue difese con un post su Facebook, in cui esprime la propria gratitudine nei confronti dei ‘geordie’, così come vengono chiamati gli abitanti di Newcastle, i suoi angeli, riusciti a trasformare un’esperienza estremamente negativa in una positiva
(da “La Repubblica“)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
UNA COALIZIONE DOVE OGNUNO BOMBARDA QUELLO CHE GLI PARE, SILENZIO SULLE VITTIME NEGLI ALTRI PAESI, MORTI DI SERIE A E DI SERIE B
Dicono che c’è una formidabile coalizione anti-Isis. Ma un caccia della Russia, che ne fa
parte, viola lo spazio aereo della Turchia, che ne fa parte, la quale a sua volta lo abbatte, costringendo i due piloti ad atterrare in territorio siriano dove — pare — vengono uccisi dalle milizie anti-Assad, sostenute a parole dall’Occidente ma bombardate en passant dalla Russia. Che annuncia vendetta contro la Turchia. Mirabile prova di compattezza della coalizione anti-Isis.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che la guerra all’Isis si vince bombardando lo Stato islamico dall’alto, ma i bombardamenti dall’alto gettano altra benzina sulla rabbia delle popolazioni facendo soprattutto vittime civili, come quello americano a Kunduz in Afghanistan, che ha centrato in pieno un ospedale di Medici senza frontiere, assassinando almeno 20 fra pazienti e personale medico.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che l’Isis si finanzia vendendo petrolio al mercato nero (anche alla Siria di Assad, che dicono essere un alleato irrinunciabile della coalizione contro l’Isis), ma mai che un caccia della coalizione anti-Isis bombardi un pozzo petrolifero dell’Isis, nemmeno per sbaglio.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che l’Arabia Saudita è impegnatissima con la coalizione a combattere l’Isis, ma l’Arabia Saudita finanzia da sempre il jihadismo— figlio della teologia wahabita nata in Arabia Saudita — e finora ha decapitato più persone di quante ne abbia decollate l’Isis, e come questa perseguita sciiti e atei, oltre a distruggere siti archeologici di grande valore culturale e religioso vicino a Mecca e Medina, e a bombardare da 7 mesi lo Yemen con le armi gentilmente fornite dall’Occidente.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che aveva ragione Oriana Fallaci e che chi dissentiva da lei le deve le scuse postume, ma la Fallaci dopo l’11 settembre suggerì all’Occidente di fare esattamente ciò che ha fatto: invadere l’Afghanistan e l’Iraq, col risultato che fino al 2001 i morti per terrorismo nel mondo erano ogni anno meno di 3 mila e nel 2014 erano triplicati a 32 mila, dieci volte i caduti nelle Torri gemelle (senza contare le decine di migliaia di vittime della guerra civile siriana, fonte Gti: Global terrorism index).
Pochi comprendono che il jihadismo vuole eliminare la zona grigia, quella della stragrande maggioranza moderata o agnostica degli islamici, con una chiamata alle armi “o con noi o con l’Occidente”.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che è una guerra di religione perchè l’Islam radicale ha dichiarato guerra alle religioni non islamiche d’Occidente, dunque tutti i musulmani devono prendere le distanze dall’Isis, anzi dal terrorismo, anzi dal radicalismo, anzi possibilmente dall’Islam per dimostrarsi veramente “moderati”.
Ma il maggiore Stato islamico, l’Indonesia (200 mila musulmani) è del tutto estraneo al conflitto.La guerra riguarda solo l’Islam arabo (320 milioni di islamici su un miliardo e mezzo), e soprattutto vede schierata una parte di islamici arabi (jihadisti sunniti) contro tutti gli altri (sciiti, yazidi, sunniti non jihadisti ecc).
Infatti le vittime del terrorismo islamista sono quasi tutte di religione islamica (24.517 su 32 mila) e gli attentati colpiscono prevalentemente paesi a maggioranza musulmana.
Nel solo 2014 sono morte ammazzate 9929 persone in Iraq, 7512 in Nigeria, 4505 in Afghanistan, 1760 in Pakistan, 1698 in Siria, 654 nello Yemen, 429 in Libia.
I paesi occidentali (Europa e America del Nord) sono buoni ultimi con il 2,6% delle vittime.
Nel 2015 i morti islamici per mano dei terroristi islamisti sono 23 mila, contro i 148 europei (Parigi,Copenaghen e di nuovo Parigi), i 224 russi (sull’aereo in volo sul Sinai) e i 59 trucidati in Tunisia fra il museo del Bardo e la spiaggia di Sousse.
Pochi capiscono che il terrorismo jihadista — da al Qaeda all’Isis — usa il pretesto della religione per perseguire strategie e obiettivi politici.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che le stragi di Parigi sono il punto di non ritorno, ma a Parigi sono morte molte meno persone che nel mercato d iBeirut o sull’aereo russo nel Sinai, due attentati che non hanno destato la stessa reazione in Occidente.
Delle vittime di Parigi conosciamo tutto, volti, storie, parenti, funerali, mentre delle 44 vittime di Beirut — anche lì bambini, studentesse, padri di famiglia — non sappiamo nulla: eppure sono morte ammazzate solo il giorno prima di quelle di Parigi, uccise da kamikaze armati nello stesso identico modo di quelli di Parigi.
Nulla sappiamo neppure dei sette Hazara sciiti decapitati dall’Isis il 30 settembre scorso in Afghanistan, compresa una bambina di 9 anni.
Nè dei 145 fra studenti e bambini trucidati a Peshawar, in Pakistan, nel dicembre scorso.
Ci sono dunque morti di serie A (i “nostri”) e di serie B (i “loro ”), e molti islamici nelle nostre periferie-ghetto penseranno che i valori della civiltà occidentale non valgono per tutti, e i foreign fighters che corrono ad arruolarsi nell’Isis aumenteranno. Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che l’Occidente è compattamente schierato contro l’Isis, ma pochissimi paesi occidentali accolgono i profughi siriani che fuggono dalle mattanze dell’Isis, accomunati a noi dallo stesso nemico.
Anzi, i politici e i commentatori di destra che paiono i più intransigenti contro l’Isis lo sono poi altrettanto contro i profughi che fuggono dall’Isis: li accusano di nascondere o di appoggiare terroristi, o di non dissociarsi da essi, creando un corto circuito che regala altri adepti e simpatizzanti all’Isis.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
OGNUNO COMBATTE PER I PROPRI INTERESSI
Il tour di solidarietà del presidente francese Hollande alla ricerca di una grande coalizione appare ormai come la reazione politica e per certi aspetti isterica d’un governo in crisi, messo alle strette da opposizione politica e gran parte della popolazione che vuole la guerra aperta al punto da minare la democrazia in Francia e in Europa e che non eliminerà certo il terrorismo in Medioriente, e neppure quello interno.
Anzi, gli effetti di quest’ultimo son sfruttati per destabilizzare l’Eliseo e cambiare gli attuali equilibri europei.
La guerra all’Isis è stata dichiarata più volte e le coalizioni che combattono lo Stato islamico esistono da oltre un anno, come evoluzione della coalizione anti-siriana voluta dagli Usa nel 2012.
Ma proprio gli scarsi risultati ottenuti rivelano gli effetti della miopia tattica e della cecità strategica.
Oggi, fanno parte della coalizione, a vario titolo e con diversi impieghi, 22 paesi occidentali e mediorientali: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna , Canada, Australia, Giordania e Marocco, effettuano attacchi aerei in Iraq e Siria e assistono, con forniture di armi, forze speciali e “consiglieri militari” le forze regolari irachene e le formazioni più o meno chiare di ribelli al regime siriano e di contrasto alle bande dell’Isis.
Belgio, Danimarca e Paesi Bassi effettuano operazioni solo in Iraq.
Germania, Italia, Portogallo, Spagna e Repubblica Ceca forniscono un minimo supporto logistico e operativo non armato.
Supporto quasi simbolico ai curdi anche da Albania e Bulgaria.
Mentre Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar e Turchia intervengono solo in Siria.
La Russia che sostiene il regime siriano si è unita alla lotta armata contro l’Isis in seguito, intensificandola dopo l’abbattimento dell’aereo di linea nel Sinai.
L’Iran non fa parte della coalizione ma, in quanto sciita, è quello che opera più efficacemente sul terreno con milizie “volontarie”.
Russia e Iran sono in sintonia e dopo l’accordo sul nucleare anche gli Usa non hanno remore a tollerare gli interventi iraniani.
Sul paino della cooperazione operativa, le nazioni occidentali e arabe dipendono dagli Stati Uniti che assegnano obiettivi e missioni. Ma ciascuna ha i propri paletti e priorità di carattere politico.
La Francia finora ha combattuto contro il regime, gli americani tentano di salvaguardare gli interessi petroliferi delle compagnie presenti in Iraq e le prospettive di quelle siriane.
Mentre Obama appare cauto nel sostegno ai ribelli, l’opposizione repubblicana continua a foraggiare i ribelli di tutte le specie.
La Russia guarda ai propri interessi nel Mediterraneo con o senza la Siria e con o senza l’Isis, l’Iran tenta di salvaguardare il regime sciita-alawita, anche senza Assad. L’Iraq vuol riprendersi i pozzi passati all’Isis, ma non insiste troppo nella guerra.
Il Kurdistan iracheno fornisce i peshmerga che combattono come possono l’Isis, ma ritiene si tratti d’un problema dei curdi siriani.
La Turchia non ha alcun interesse a combattere l’Isis, dal quale si rifornisce di petrolio e dollari in cambio di armi.
Il problema turco è quello dei curdi.
Oggi è divenuto anche quello della Russia.
Fabio Mini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
IL PRELATO VICINO A CL EVOCA L’INTERVENTO DELLA MADONNA PER LIBERARSI DI PAPA FRANCESCO: “MAGARI UN MIRACOLO….”
“Speriamo che con Bergoglio la Madonna faccia il miracolo come aveva fatto con l’altro”. 
Il riferimento a papa Luciani è appena velato.
La frase è dell’arcivescovo di Ferrara, Luigi Negri, alto prelato in profondo disaccordo con Francesco e punto di riferimento di Comunione e Liberazione.
Negri, allievo di don Giussani, è anche noto per aver contestato la magistratura quando incriminò Berlusconi per il caso Ruby.
A chi allora gli fece notare che gran parte del mondo cattolico era indignato sulla vicenda delle Olgettine, rispose: “L’indignazione non è un atteggiamento cattolico”. Contro la nomina dei preti di strada.
Il motivo della sua contestazione: le recenti nomine di Papa Francesco a Bologna e Palermo, diocesi per anni in mano a Cl, dei vescovi Matteo Zuppi e Corrado Lorefice , due preti di strada.
Monsignor Negri, il 28 ottobre, sul Freccia-rossa partito da Roma-Termini (testimoni oculari hanno riferito l’accaduto), ha dato libero sfogo ai suoi pensieri a voce alta, come pare sia sua abitudine, incurante dei pochi presenti nella carrozza di prima classe, con il suo segretar i o , un giovane pretino dal look della curia che conta, doppio telefonino, pronto a filtrare le telefonate dell’arcivescovo.
“Dopo le nomine di Bologna e Palermo — sbotta — posso diventare Papa anch’io. È uno scandalo. Incredibile, sono senza parole. Non ho mai visto nulla di simile”.
L’alto prelato, lasciando sbigottiti i testimoni, non si rassegna deve parlare con qualcuno, chiede al segretario di chiamare al telefono un amico di vecchia data, anche lui di Cl, Renato Farina, noto come “agente Betulla”, rincarando la dose.
Non ancora soddisfatto, continua con il giovane prete: “Sono nomine avvenute nel più assoluto disprezzo di tutte le regole, con un metodo che non rispetta niente e nessuno. La nomina a Bologna è incredibile. A Caffarra (il vescovo uscente per limiti d’età ) ho promesso che farò vedere i sorci verdi a quello lì (Zuppi): a ogni incontro non gliene farò passare una. L’altra nomina, quella di Palermo, è ancora più grave. Questo (Lorefice) ha scritto un libro sui poveri — che ne sa lui dei poveri — e su Lercaro e Dossetti, suoi modelli, due che hanno distrutto la chiesa italiana”.
Loris Mazzetti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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