Settembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
L’ULTIMA TELEFONATA RIVELATA DA DUE EX COLLABORATORI DEL GURU IN UN LIBRO … DISSENSO SULLA GESTIONE DEL BLOG E DEGENERAZIONE DEL M5S
Quando Gianroberto Casaleggio muore, non si parla più da giorni con Beppe Grillo. L’ultima telefonata
tra i due fu un’amara litigata che si concluse - ironia della storia – nello stesso modo in cui era iniziata l’avventura del Movimento: con un vaffa e la rabbia.
Solo che stavolta a esser mandato a quel paese era Grillo stesso: dal suo interlocutore.
È solo una delle rivelazioni di un libro, dal titolo Supernova , che uscirà tra due mesi, sul sito www.supernova5stelle.it e sarà finanziato non da un editore tradizionale, ma attraverso la piattaforma di crowdfunding Produzioni dal Basso.
Il testo, di cui stamattina sarà pubblicato online il primo capitolo che La Stampa può qui anticipare, è firmato da Nicola Biondo, ex capo della comunicazione del Movimento alla Camera, e da Marco Canestrari, per quattro anni, dal 2007 al 2010, vicinissimo a Gianroberto in Casaleggio associati.
Canestrari, tuttora iscritto al M5S, accompagnava Grillo nei Vday, creò e organizzò il coordinamento dei meet up, e ha mantenuto in azienda, anche dopo l’uscita, amicizie che non si cancellano.
L’ultima telefonata
«Vaffanculo! Non ti voglio più sentire», grida dunque al telefono Casaleggio a Grillo. Pochi giorni dopo muore, e Grillo piange, senza aver avuto possibilità di un chiarimento con il suo amico.
Non è uno scontro casuale, però, quello tra i due: è una divergenza strutturale su ciò che sta accadendo al Movimento, e sulla strada da prendere. Grillo confida ai suoi: «mi girano le scatole» – scrivono Biondo e Canestrari – per cos’è diventato il Movimento.
Ha nostalgia degli inizi, naif ma puri. È estromesso da scelte di fondo che avvengono senza che lui le conosca: su tutte, la migrazione, cruciale, dal blog beppegrillo.it a ilblogdellestelle.it. Grillo non ne era stato informato, è un’altra rivelazione di Biondo e Canestrari: «Da Genova la cosa è stata presa male, perchè in questo modo non è più il blog di Beppe il motore propulsore del Movimento. Casaleggio sceglie di guardare oltre il vecchio sodale, tutelando da una parte la sua azienda, dall’altra accontentando le richieste dei parlamentari che fanno un pressing asfissiante perchè vogliono a tutti i costi un loro spazio che non sia all’ombra del blog di Grillo. E questo ovviamente al comico genovese non va giù».
Grillo deluso, e i «ragazzini cattivi»
È da mesi del resto che il fondatore è insofferente, «da tempo si trova a disagio», si legge nel libro. Da molto prima della vicenda Raggi.
Già a Imola il comico con gli amici è definitivo: «Non credo sia questo che la nostra gente vuole, io non mi riconosco in questa roba…».
Nel Movimento comandano sempre più gli scalpitanti leaderini romani. Casaleggio è malato, e delega ormai tutto al figlio da molto prima che La Stampa riveli l’abdicazione.
I due fondatori perdono progressivamente uomini nel direttorio. Solo Carla Ruocco e Roberto Fico, scrivono Biondo e Canestrari, rimangono a modo loro fedeli.
Ruocco, dopo la morte del cofondatore, si aprirà con degli amici: «Gianroberto è morto, Beppe è isolato e io rimango in mezzo a quei ragazzini cattivi…».
I ragazzini cattivi sono quelli del direttorio. Specie i due apparentemente opposti, Di Maio e Di Battista, in piena ascesa romana.
Casaleggio «incattivito»
Grillo avverte cosa sta succedendo, ma non è mai stato la mente. Casaleggio è fiaccato, e di fatto ha mollato. I rapporti tra i due, un tempo simbiotici, s’incrinano. Dopo la morte dell’amico, apprendiamo dal libro, Grillo commenterà così con chi gli è vicino: «Negli ultimi tempi Gianroberto si era come incattivito. A volte stentavo a riconoscerlo. Mi spiace sia finita cosi…».
La partita per Rousseau e il simbolo
Se Gianroberto Casaleggio è oggetto in vita di una scalata da parte dei giovani, Grillo viene messo sul piedistallo di padre nobile, ma Davide e Di Maio non gli dicono neanche più le cose: la partita attuale – scrivono Biondo e Canestrari – è: «Chi ha accesso agli iscritti al blog e alla piattaforma Rousseau, può mettere le mani sul Movimento. È un database sterminato, un asset determinante per una piccola azienda di marketing digitale, e allo stesso tempo indispensabile per chi voglia guidare il Movimento».
I «ragazzini cattivi» non hanno però fatto i conti con i colpi di coda del vecchio comico. A fine luglio salgono a Genova, per parlare di tante cose, ma soprattutto di simbolo e proprietà del Movimento.
Grillo diserta, e manda suo nipote Enrico, avvocato e vicepresidente dell’associazione Movimento cinque stelle. Fico si lascia scappare: «Noi siamo in mezzo tra Beppe e Davide».
La frattura Grillo-Davide
Già , anche tra il fondatore e il figlio di Gianroberto le cose si sono guastate.
«I rapporti tra i due sono tesissimi», raccontano Biondo e Canestrari.
«L’indomani dell’incontro di Genova, i cinque del direttorio vanno a Milano proprio da Davide Casaleggio. E la frattura tra loro diventa pubblica per una forzatura di Casaleggio jr che poco dopo l’incontro con il direttorio pubblica un post: “Da domani si vota sul nuovo statuto”. È uno strappo. Ma a quell’annuncio non segue più nulla, il silenzio. Fino ad oggi».
Tanti parlamentari chiamano Grillo sgomenti: davvero vuoi lasciare il simbolo al direttorio? «State tranquilli – replica Beppe – non ci penso nemmeno».
Eppure la scalata non è finita. Se Imola è stata l’ultima festa di Gianroberto Casaleggio, Palermo, la kermesse M5S che si apre sabato «potrebbe essere davvero l’ultima festa di Beppe Grillo da leader del movimento».
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Settembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
“SPOSATI PER 70 ANNI… E ADESSO COSA FARO’ SENZA DI LUI?”
«E adesso, cosa farò adesso, dopo che avremo portato Carlo a Livorno?»
Donna Franca va e viene con aria spossata, nella casa di via Anapo, e ogni tanto pronuncia questa domanda.
Intorno, tutti si sforzano di confortarla e cercano di evitarle lo stress di campanello e telefono, che suonano di continuo. C’è un piccolo assedio affettuoso, nella strada del quartiere Trieste dove abitano i Ciampi (non solo l’ex capo dello Stato, ma anche il figlio Claudio con la sua famiglia).
Tra la gente che passa, alcuni si fermano e gettano lo sguardo verso le finestre, nella speranza di distinguere dietro i vetri la moglie di uno dei capi dello Stato più amati dagli italiani. «Cosa farò adesso?», ripete ai pochi ammessi a salutarla, in un’altalena di dolore e stordimento. Poi torna subito a parlare di lui. Sempre al presente, a volte chiamandolo «papà ».
Signora Ciampi, com’è stata quest’ultima stagione del presidente? Lo abbiamo visto progressivamente segnato dall’età e dalla malattia, mantenendo però a lungo la lucidità .
«Lei lo sa bene: sono dieci anni che Carlo patisce e può immaginare come è stato l’ultimo periodo. Abbiamo avuto momenti molto duri e io, nonostante cercassero di allontanarmi dal suo capezzale – per proteggermi, lo comprendevo – non ho potuto staccarmene mai. Sono vecchia, ho quasi 96 anni anch’io… e, sì, sono molto, molto provata. Stamattina, sfogliando i giornali, ho trovato tante riflessioni che mi hanno colpita. Sono grata a tutti. Ma mi ha davvero commossa vedere citati sul Corriere, nel suo commento sulla “neutralità attiva” di Carlo, i versi delle Metamorfosi di Ovidio, che l’avevano ispirato nei passaggi critici della vita».
Allude ai versi in cui si racconta che il creatore ha fatto gli animali con il muso prono, verso il basso, ma ha voluto gli uomini con il viso rivolto in alto, verso il cielo e le stelle?
«Quelli, ed era appropriato rievocarli perchè per lui avevano un significato speciale. Carlo, il mio amatissimo Carlo, li citava spesso anche a me, in latino, fin dal giorno in cui, appena diciottenni, ci eravamo conosciuti a Pisa, all’università . Rileggerli me l’ha fatto sentire ancora così vivo e presente… Pensi che quando tra poche ore ci sarà la messa funebre e lo porteremo a Livorno, il 19 settembre, cadrà l’anniversario del nostro matrimonio. Settant’anni fa. Può comprendere quanto il cuore sia gonfio».
Riandiamo ai momenti belli. Ricorda quando chiesero a suo marito di accettare un secondo mandato al Quirinale e lei scattò obiettando che «no, pro patria mori proprio no», perchè aveva già dato alla patria tutto ciò che poteva?
«La diplomazia non è il mio forte, ne dico tante e non sono mai riuscita a frenarmi… Comunque certo che ricordo la frase, tratta da Orazio pure quella, del resto: Dulci et decorum est pro patria mori… Di lui, e lo sostengo con convinzione e senza timori di esagerare, penso che sia morto proprio per la patria».
Ma per lui valeva sul serio lo sfiduciato giudizio riassunto nel suo ultimo libro, titolato «Non è il Paese che sognavo»?
«Questi ultimi anni, deve credermi, non li ha vissuti con molta serenità … Non vorrei sembrare una persona oppressa da visioni negative a priori, come in parecchi casi diventano i miei coetanei. Abbiamo attraversato fasi belle e meno belle, mio marito ed io. Come capita a tutti. Però le delusioni di quest’ultimo periodo sono state cocenti per entrambi».
Delusioni su quali fronti?
«Non voglio fare discorsi politici, non mi competono e sarebbero di cattivo gusto. La delusione maggiore di cui parlo riguarda il futuro dei nostri giovani, costretti ad andare all’estero se vogliono costruirsi qualcosa. Volevamo qualcosa di diverso, io e papà . Siamo bisnonni, e speravamo che finalmente si realizzassero prospettive meno complicate per chi verrà dopo di noi, per i nostri bisnipoti…».
Insomma: la sua eredità , morale e di servitore dello Stato, è stata raccolta o no?
«Devo dire di sì, in fondo. E sono persuasa che l’affetto e la stima con cui oggi lo si commemora nascono forse anche dall’ansia di cancellare certe villanie e scatti d’inciviltà che ha subìto. Ma lasciamo perdere. Conta una cosa, adesso, per me: sono sicura che papà è in paradiso, perchè era molto buono e molto perbene. Non era uomo da battersi il petto e ostentare la propria fede: per lui Gesù era una cosa seria, come lo è per me. Abbiamo avuto tutti e due un’educazione cattolica e lui in particolare si è formato, fin da piccolo, dai gesuiti. Una scuola molto severa. Anche di vita, che insegna i doveri prima dei diritti».
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI CASERTA DI COSTANZO (FORZA ITALIA) IN CARCERE PER APPALTI TRUCCATI: TANTI DEBITI DI GIOCO E UN’AUTO DA 87.000 EURO
Le inchieste sulla corruzione spesso scattano così, come 20 anni fa con Mario Chiesa e Mani Pulite a
Milano, come oggi nella provincia di Caserta attraversata da uno scientifico sistema di tangenti e assunzioni clientelari sugli appalti dei rifiuti orchestrato dall’impresa Termotetti.
Iniziano denunciando una persona ufficialmente povera o piena di debiti che però fa la bella vita e sfoggia auto di lusso. Come nel caso del presidente della Provincia di Caserta, l’azzurro Angelo Di Costanzo.
Quando il tenore di vita è sospetto, qualcosa non quadra.
Lo immagina bene un imprenditore dell’igiene urbana, Rino Offredi. Il 22 luglio 2015 Offredi viene sentito dalla Guardia di Finanza come testimone per approfondire un esposto.
E dice in sintesi: “Ho perso in circostanze sospette la gara del comune di Alvignano, l’ha vinta la Termotetti, tutti conoscono i rapporti del sindaco Di Costanzo (poi presidente della Provincia di Caserta, ndr) con il titolare del gruppo, Luigi Imperadore, e dopo l’aggiudicazione della gara il sindaco ha cominciato a girare con una Porsche. Come fa a permettersela, se è notorio che versa in difficoltà economiche e ha chiesto prestiti in giro a persone del paese”? E stiamo parlando di un macchinone, una Porsche Macan da 78.800 euro.
Di Costanzo firma il contratto di locazione finanziaria dell’autovettura poche settimane prima dell’aggiudicazione della gara.
Ne prende possesso il giorno prima: acconto di 16.000 euro e rate di locazione da 835 euro al mese per quattro anni, salvo poi decidere se riscattarla o meno.
Racconti a margine del ‘sistema Raucci’ descritto dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere guidata da Maria Antonietta Troncone. Il sistema che prende il nome di Francesco Raucci, l’uomo che tesseva i contatti tra Imperadore e le amministrazioni comunali e scriveva i bandi di gara su misura della Termotetti. Un sistema che ha consentito al gruppo di Imperadore di raccogliere appalti milionari a pioggia sul territorio dell’Alto Casertano.
Per il Gip di Santa Maria Capua Vetere Ivana Salvatore il capitolo sulle auto di lusso e la bella vita di Di Costanzo e di altri politici locali non indica con chiarezza la commissione di reati, in attesa degli approfondimenti investigativi disposti dai pm Giorgia De Ponte e Alessandro Di Vico.
Ma ostentare Porsche mentre si chiedono prestiti “tratteggia un’opacità nello stile di vita di Di Costanzo” che lo renderebbe permeabile alle avance di persone senza scrupoli, e potrebbe spiegare che dietro gli appalti oggetto della corruzione non ci siano state soltanto alcune assunzioni di parenti e amici.
Di Costanzo era un forte giocatore d’azzardo, ricaricava dai 100 ai 200 euro alla volta sul suo conto Eurobet e almeno dal 2002 si recava periodicamente al Casinò di Venezia in compagnia di persone fidate, assessori e dirigenti comunali, dove ha movimentato assegni per 307.000 euro.
Le sue difficoltà economiche dipendevano anche di debiti di gioco.
Gli investigatori della Finanza ipotizzano che la candidatura a presidente della Provincia sia in qualche modo collegata ai debiti da saldare.
Il Mattino ha scritto che Di Costanzo doveva una somma al fratello della senatrice di Forza Italia Maria Rosaria Rossi, a lungo plenipotenziaria delle casse del partito di Berlusconi e già commissario azzurro a Caserta.
La Rossi avrebbe quindi designato Di Costanzo ‘a garanzia’ che il politico restituisse le somme al fratello. Circostanze da verificare, che l’ordinanza del Gip accenna senza fare nomi e precisare dettagli.
La bella vita del sindaco-presidente della Provincia emerge dai alcuni verbali di persone molto bene informate del suo vizio del gioco.
Dichiarazioni di Mario Bartolomeo, che in passato lo ha accompagnato a Venezia: “Di Costanzo si affidava a un procacciatore di clienti del Casinò, tale Roberto, per poter accedere a dei benefici. L’importo minimo da versare era di 15.000 euro: talvolta versava assegni, talvolta contanti. Come si può immaginare, cambiava contanti per riciclare denaro sporco”.
L’inchiesta vuole anche appurare come abbia fatto uno degli arrestati, il presidente del Pd di Caserta Vincenzo Cappello, sindaco di Piedimonte Matese, a permettersi le spese del college dei figli a Ginevra e i successivi studi bocconiani a Milano.
Sono stati tracciati bonifici di Cappello in Svizzera per cifre esorbitanti. Anche in questo caso il Gip sottolinea che non c’è gravità indiziaria, Cappello viene arrestato per altre ragioni e altre circostanze.
Non ci sono nemmeno i riscontri della casa a Capri che Imperadore avrebbe comprato a Cappello come segno di riconoscenza per un appalto. Lo afferma un teste, forse è vero, forse sono solo chiacchiere. La bella vita, a prescindere da come la ottieni, le genera in automatico.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 18th, 2016 Riccardo Fucile
LA SVOLTA MODERATA DI MARINE LE PEN: TAGLIA CON IL PASSATO PER RIFARSI UN LOOK “ACCETTABILE”
Se un nuovo micro-partito neonazista greco sceglie in questi giorni di chiamarsi «Lepen», in Francia la candidata all’Eliseo è ormai solo «Marine».
Senza cognome, e senza Front National.
«Marine» è più mite, famigliare, alla mano: non c’è bisogno di ricordare il padre pluri-condannato per negazionismo, o il Fn da quarant’anni regolarmente associato a espressioni peggiorative e ansiogene come xenofobia, estremismo, populismo e – più di recente – «avanzata storica».
Nel convegno di due giorni che si è tenuto nel fine settimana a Frèjus, Marine (Le Pen) ha cominciato la sua campagna elettorale per le presidenziali della primavera 2017 e ha fatto molta attenzione al lessico.
Il discorso pronunciato ieri pomeriggio è un piccolo capolavoro di equilibrismo: la favorita nei sondaggi per il primo turno non ha mai pronunciato la parola «islam», nè il nome dei suoi concorrenti.
Negli stand, oltre a vendersi ogni genere di oggetti, dai libri alle tazze da caffè con il volto o la scritta di «Marine», si tenevano tavole rotonde su economia, preferenza nazionale, uscita dall’euro: temi di recente trascurati dagli avversari, che hanno scelto di battersi sul terreno di gioco tradizionalmente lepenista, ossia l’immigrazione e l’identità .
Nel partito dei Rèpublicains, Nicolas Sarkozy e Alain Juppè si apprestano a una lotta molto dura per designare il vincitore delle primarie di novembre e quindi il candidato all’Eliseo.
A sinistra, ancora non è certo se il presidente in carica Franà§ois Hollande e il suo ex delfino Emmanuel Macron si presenteranno.
L’unica che è già certa di avere l’investitura del partito, pur innominato, è «Marine», che per adesso ha scelto solo lo slogan elettorale, «In nome del popolo».
Comincia adesso un’attesa lunga, e il più possibile discreta.
(da “”Il Corriere della Sera”)
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Settembre 18th, 2016 Riccardo Fucile
SPD 23%, CDU 18%, VERDI 16,5% LINKE 15,5%, AFD 12%, LIBERALI 6,5%
A giudicare dalle prime proiezioni, Berlino perde la sua grande coalizione e anche se la Cdu resta in
seconda posizione e spazza via lo spettro del Meclemburgo-Pomerania, dov’era finita dietro i populisti dell’Afd, pede 5 punti, poco sotto il 18%.
Per la Cdu è il peggior risultato di sempre. Ma l’interpretazione del significato di quest’ennesimo schiaffone per Angela Merkel lo fornisce il parlamentare Michael Grosse-Broemer, che ha ammesso in serata la sconfitta, ma ha anche ricordato che la Cdu “resta il secondo partito nella capitale”.
Per Merkel l’incubo sarebbe stato scivolare in terza posizione, ma anche un risultato troppo sconvolgente dell’Afd, che in alcuni sondaggi era dato al 14%.
La cancelliera continuerà a subire i malumori dei suoi avversari e degli alleati bavaresi della Csu, ma la sua poltrona ballerà meno rispetto a quanto avevano pronosticato i più pessimisti.
Qualcuno aveva persino avanzato l’ipotesi di un passo indietro.
In ogni caso è chiaro anche da quest’elezione regionale che l’intero quadro politico della Germania si sta trasformando: i partiti si moltiplicano, gli scenari diventano più incerti.
A Berlino sono sei le formazioni che hanno superato la soglia del 5% e che siederanno in Parlamento, uno in più rispetto ad ora.
La Spd, il partito del sindaco Michael Mueller, perde cinque punti rispetto al 2011 ma resta il partito più forte con poco più del 22%.
I Verdi tallonano da vicino la Cdu e anche se perdono un punto, conquistano il 16,4%. Sorpresa per la Linke che invece fa un notevole balzo in avanti al 15,4%.
I berlinesi sembrano aver appoggiato l’auspicio del sindaco Spd di poter governare con la Linke e i Verdi. Ma la crisi dei due partiti tradizionali, Spd e Cdu, è sempre più grave.
L’Afd ha preso voti nei quartieri ex comunisti (il 14%) appena il 9% nella vecchia Berlino ovest e non sfonda, anzi ottiene un risultato inferiore alle aspettative.
Tornano anche i liberali della Fdp, che superano la soglia di sbarramento e si assicurano di nuovo un posto nel senato cittadino con il 6,5%.
Confermato il crepuscolo della “cometa” degli anni 90, i Pirati, precipitati di sette punti poco sotto il 2%. Il loro successo era partito proprio dalla capitale, ora finiscono fuori da questo parlamento regionale.
Mueller si è detto soddisfatto del risultato, nonostante i socialdemocratici siano crollati di cinque punti rispetto alle ultime elezioni del 2011. “Siamo rimasti il partito più forte in questa città “, ha detto, accanto a un raggiante vicecancelliere, Sigmar Gabriel.
Il sindaco ha anche scandito davanti ai microfoni che “non ci sarà alcuna collaborazione con l’Afd”.
Cdu e Spd non hanno comunque i voti per governare, al di là del fatto che sindaco avesse già escluso una prosecuzione della Grande coalizione.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2016 Riccardo Fucile
AL POST DELLA SINDACA UNA VALANGA DI IMPROPERI SUGLI EBREI
Virginia Raggi aveva appena ricucito con la Comunità ebraica romana, andando ad inaugurare la giornata europea della cultura ebraica e promettendo che i viaggi ad Auschwitz per gli studenti si rifaranno ancora, e confermando l’impegno per il Museo della Shoah, quando è arrivata su Facebook l’ondata di commenti antisemit i, tra cui anche quelli di alcuni sostenitori della Sindaca.
Raggi aveva suggellato il riavvicinamento tra Campidoglio ed ebrei romani con un post sul suo profilo ufficiale Facebook, un post istituzionale, dove ribadisce gli impegni presi e in cui afferma che la memoria contraddistingue l’amministrazione capitolina.
E dopo i rapporti travagliati tra ebrei italiani e Movimento 5 Stelle, su Roma sembrava tornato il sereno.
Poi, in poche ore i commenti di insulti antisemiti e antisionisti si sono susseguiti senza sosta, anche da parte dei sostenitori della Sindaca.
«Virginia Raggi ok, ma della cultura ebraica fanculo». «Occupiamoci di cose utili Signora Raggi, di questo non ce ne frega niente» scrivono i più teneri.
«Non dimentichiamo anche gli altri genocidi però, Virginia! La memoria non dev’essere selettiva. Guarda caso si parla sempre e solo dello sterminio del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale. Guarda caso…» le fa notare un altro. «Questa è la prima vera mossa sbagliata della Raggi: andare da coloro che sono il peggio nel panorama mondiale» – scrive un deluso, che, evidentemente, ha trovato le altre mosse dell’amministrazione capitolina sino ad oggi giuste.
«Allora ci vorrebbe un museo anche per la giornata della memoria delle vittime degli ebrei… Comunque forza Virginia, credo che ai romani interessano altre cose più urgenti» scrive una sostenitrice di Raggi corredando il commento con una immagine che paragona i nazisti allo stato d’Israele.
«Finchè non si mette fine al genocidio palestinese le istituzioni italiane devono prendere le dovute distanze dalla cultura ebraica» e ancora «Con la storia degli ebrei che oggi sono quelli che massacrano i palestinesi perdi solo consensi. Avresti fatto meglio a non mettere questo post».
Il mare di insulti e di messaggi antisemiti non passa inosservato: «Amatissima sindaca Virginia Raggi, per valutare quanto l’amore per l’ebraismo sia diffuso tra gli adepti alla tua setta, guarda i commenti al tuo post. Mancano solo i “sieg heil” (saluti nazisti) e il richiamo ai protocolli dei Savi di Sion, per il resto il campionario delle schifezze antisemite è al completo» scrive un utente.
Dei commenti al post di Raggi si accorge anche la Comunità ebraica romana. «I commenti ferocemente antisemiti ed antisionisti apparsi sulla pagina ufficiale della Sindaca Raggi a margine di un suo post dove raccontava perfettamente lo svolgersi dell’evento dedicato alla Giornata Europea della Cultura Ebraica — dice il vice presidente Ruben Della Rocca-, gettano un’ombra oscura e maligna su una mattinata piacevole e dettata dalla voglia di costruire assieme per la nostra amata città . Evidentemente il cancro dell’antisemitismo produce metastasi difficili da controllare e debellare ed è alimentato da menti rozze ed ignoranti dalle quali speriamo che la Sindaca voglia prendere le distanze a chiare lettere e senza indugi».
La sindaca, travolta dai commenti antisemiti, reagisce soltanto in serata: «Ho letto alcuni commenti, pochi per fortuna, che sono lontani dallo spirito della giornata di oggi, da quello del M5S e dei cittadini romani — scrive commentando il suo post -. La cultura aiuta a superare pregiudizi e divisioni che non possono appartenerci. Roma è di tutti: è una moderna metropoli cosmopolita all’interno della quale le barriere ideologiche non hanno e non avranno mai spazio».
Evidentemente, però, la parola “antisemitismo” non trova ancora spazio nel suo vocabolario.
Ariela Piattelli
(da “la Stampa”)
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Settembre 18th, 2016 Riccardo Fucile
“DATI GONFIATI, RISCHIO BUCO DI 300 MILIONI”
Tanto rumore per nulla. 
L’operazione del canone Rai in bolletta rischia di produrre lo stesso gettito della vecchia “imposta di scopo”, con una bella differenza rispetto al passato: senza il “tesoretto” delle nuove entrate, si aprirebbe un buco in grado di assestare un colpo mortale a tv e radio locali, oltre che sottrarre risorse per ridurre le tasse e per esentare dall’imposta gli anziani in condizioni economiche precarie.
Renzi ha annunciato la novità nell’estate del 2015, poi inserita nella legge di Stabilità in ottobre: “È l’applicazione di un principio liberale”, spiegò il premier.
Il canone è così divenuto una tassa modellata anno per anno dalla manovra di bilancio da cui attingere per ogni evenienza.
Per indorare la pillola, è stato tagliato da 113,50 a 100 euro l’anno, con l’obiettivo di “scendere a 95 euro dal 2017”.
La norma è diventata operativa, con grande ritardo, a maggio. A luglio è approdata in bolletta: 70 euro per i mesi arretrati (le prossime rate saranno da 10 euro).
L’obiettivo vero è fare cassa, passando da un’evasione molto alta a una minima, dal 27% (stimato) degli anni scorsi a circa il 4% registrato dalle compagnie elettriche sulle bollette.
Il governo aveva fatto così circolare una stima dell’extra-gettito intorno ai 300-400 milioni di euro grazie a una proiezione dell’imposta sull’intero bacino degli utenti delle società dell’energia: 21,2 milioni di persone (contro i 15,5 del vecchio canone).
La Rai ha fatto lo stesso: nel 2015 ha incassato 1,716 miliardi dal canone, che salgono a 1,941 miliardi quest’anno stando al piano industriale 2016-2018 presentato dall’ad Antonio Campo Dall’Orto ad aprile: “Il budget 2016 prospetta maggiori introiti per 174 milioni grazie all’extra-gettito”, recita il documento.
Gli addetti hanno storto il naso. La Slc Cgil è andata oltre: con una dettagliata analisi — che il Fatto ha visionato — ha studiato i numeri. Il risultato è preoccupante per il governo: secondo le proiezioni, difficilmente arriveranno soldi in più.
Il primo dubbio è sull’effettivo livello dell’evasione.
Non è chiaro, infatti, chi davvero ha diritto a non pagare. C’è stata poca informazione, il decreto attuativo è arrivato solo il 13 maggio e chi non aveva l’apparecchio doveva comunicarlo all’Agenzia delle Entrate entro il 31. Il rischio di contenziosi è alto.
Chi riceve l’addebito in bolletta per errore, poi, può pagare in maniera disgiunta stralciando l’imposta.
Chi non paga rischia multe salate (e addirittura il carcere), ma toccherà all’Agenzia verificare (inizialmente con avvisi bonari). La confusione, però, regna.
Per il quotidiano Italia Oggi, dai dati di luglio di molte compagnie emergerebbe un’evasione al 50% a luglio, con punte del 60% al Sud.
Il ministero dell’Economia ha replicato nei giorni scorsi fornendo i dati provvisori dell’Enel — il maggior operatore del settore — che parlano di “un’evasione al 10% a luglio, comprensivo della morosità fisiologica e dell’eventuale non pagamento del canone per errori di fatturazione”.
Le banche dati, infatti, non comunicano fra loro. Il guaio è che con questi numeri in cassa non entra un euro in più.
Dai calcoli fatti dal Sindacato dei lavoratori della comunicazione della Cgil, con un’evasione a zero l’extra-gettito sarebbe di 220 milioni, che si riducono a 100 con un’evasione al 4%.
Con quella provvisoria fornita dall’Enel (cioè 2,1 milioni di evasori) l’importo finale supera di poco gli 1,6 miliardi e non c’è extra-gettito.
Dal numero complessivo dei paganti stimato, vanno infatti tolti gli 820mila utenti che hanno chiesto l’esenzione all’Agenzia e i 300 mila ultrasettantacinquenni con reddito fino a 6.850 euro annui che lo sono per legge. I 13,50 euro in meno sull’importo del canone valgono poi 283 milioni di minori incassi.
Poi ci sono i balzelli. Sul gettito, la Rai paga l’Iva, la tassa sulla concessione governativa (il 4,10%) e il prelievo del 5% imposto da Renzi con la manovra del 2014 (82 milioni solo nel 2015) che si applicherà anche all’extra-gettito.
L’azienda ha chiuso il bilancio 2015 in perdita, con un’esposizione finanziaria netta in “rosso” per 400 milioni (rimarrà tale fino al 2018).
“Se le previsioni del governo non venissero confermate, l’operazione si ridurrebbe a un atto contabile con un danno per lo Stato e per radio e tv locali, che non avrebbero altra forma di finanziamento pubblico”, spiega Alessio De Luca della Slc Cgil.
La legge di Stabilità , infatti, già impegna una grossa fetta dell’extra-gettito: il 33% nel 2016 (che sale al 50% dal 2017) è destinato al nuovo “fondo per il pluralismo dell’informazione” che sovvenziona le emittenti locali; a esentare dal canone gli ultrasettantacinquenni con reddito fino a 8 mila euro e ad alimentare il “fondo per la riduzione della pressione fiscale”.
Quello che in passato il governo ha saccheggiato per fare tutt’altro.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 18th, 2016 Riccardo Fucile
IL GRANDE FALLIMENTO: IL 70% DEI DETENUTI NON LAVORA E SOLO IL 5% HA UN IMPIEGO QUALIFICATO… L’OCCUPAZIONE RIDUCE LA RECIDIVA AL 3%”
Carcere Due Palazzi di Padova. Sulla parete bianca del piccolo spazio dove un gruppo di detenuti prende aria durante una pausa lavoro, una scritta in portoghese dice: «Dall’amore non si fugge». Forse è vero. E dal crimine, invece?
Quasi mai segnalano le incomplete statistiche del ministero della Giustizia e del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dalle quali si deduce che sette persone su dieci rilasciate dalla prigione prima o dopo ci rientrano.
Scontano le pena, delinquono e vengono arrestate di nuovo, in una giostra senza fine che riguarda a rotazione circa duecentomila uomini e donne in Italia, 54mila dei quali sono oggi dietro le sbarre.
«La situazione è disastrosa. E fa impressione vedere che non esistono numeri ufficiali sulla recidiva. Significa che il Sistema ignora uno dei dati fondamentali legati alla funzione della pena», dice Alessandro Scandurra dell’Associazione Antigone, scattando la fotografia di un ennesimo fallimento italiano.
Il lavoro negato
Eppure l’articolo 27 della Costituzione recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
E l’articolo 1 dell’ordinamento penitenziario ribadisce il concetto: «nei confronti dei condannati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda (…) al reinserimento sociale degli stessi».
L’articolo 13, va persino oltre, tentando il triplo carpiato rovesciato della civiltà giuridica: «nei confronti dei condannati deve essere predisposta l’osservazione scientifica della personalità (…) su cui intervenire con un programma individualizzato di trattamento rieducativo».
L’idea di fondo è che se il recupero e il reinserimento falliscono il danno per la collettività è enorme in termine di costi e di sicurezza. Bene. Favoloso.
Uno schema studiato in ogni angolo del pianeta e totalmente disatteso da noi. La legge c’è, ma se non ci fosse sarebbe uguale. E’ un problema irrisolvibile o a un problema che non si vuole risolvere?
L’esperienza dice che il rimedio alla recidiva esiste. E quel rimedio si chiama lavoro, attività dalla quale – anche qui in totale inadempienza legislativa – il 70% della popolazione carceraria resta esclusa. Curiosamente la stessa cifra della recidiva.
Per altro servirebbe non un lavoro qualunque, ripetitivo e saltuario come quello che riguarda poco meno del 29% dei detenuti – scopini, cucinieri o lavandai, retribuiti con quello che loro stessi hanno ribattezzato «sussidio diseducativo» – ma un lavoro che prepara al ritorno all vita esterna come quello che viene appaltato a un ristretto gruppo di aziende in giro per l’Italia, a cominciare dalla cooperativa «Giotto» di Padova, che nei suoi 26 anni di attività all’interno del Due Palazzi ha formato e reinserito centinaia di carcerati.
«Il tasso di recidiva di chi lavora con noi? È compreso tra il 2 e il 3%», dice Nicola Boscoletto, presidente della coop veneta. Il 2-3 contro il 70.
«E i nostri calcoli dicono che ogni punto di recidiva abbattuto farebbe risparmiare allo Stato 40 milioni l’anno».
Dall’omicidio alla vita
Il Due Palazzi è una casa di reclusione, vale a dire che i suoi 604 ospiti hanno tutti subìto una condanna definitiva.
Ci sono detenuti comuni, detenuti ad alta sicurezza e detenuti protetti, cioè gli uomini apparentemente più pericolosi di questo Paese e nella fiera campionaria della criminalità non manca nulla: assassini, rapinatori, pedofili, mafiosi.
La Giotto dà lavoro a circa 140 di loro, in un ampio spazio al piano terra dove ci sono un laboratorio per assemblare le valigie, una pasticceria che rifornisce duecento esercizi commerciali in tutta Italia e un call center che impiega cento persone occupandosi anche di gestione di procedimenti amministrativi, di prenotazioni per gli ospedali, di digitalizzazione di documenti o di pen drive per la firma digitale. Roba piuttosto complessa.
La sala del call center è rettangolare, lunga, pulita, piena di computer e su una parete c’è la riproduzione dei dipinti di Giotto alla Cappella degli Scrovegni.
Il bene e il male che corrono in direzione opposta uno accanto all’altro.
Quando Jacopo, che oggi ha 27 anni, è arrivato al Due Palazzi, era già stato nei penitenziari psichiatrici di Castiglione delle Stiviere, Aversa e Reggio Emilia.
Rinchiuso nel 2009 dopo avere ammazzato un amico con crudeltà e per futili motivi. «Non mi ricordo neppure più quali fossero», dice ora con uno sguardo chiaro, apparentemente pacificato.
La sua vita era piena di smorfie fasulle e di sorrisi cattivi. Nei giorni del processo la diagnosi per lui, aggressivo fin da bambino e incapace di stare con gli altri, fu: schizofrenia paranoide.
Oggi per i medici non è più pericoloso. «Ma negli ospedali psichiatrici l’unico trattamento che c’era per me era farmacologico. Io chiedevo di lavorare, magari in biblioteca, e la risposta era sempre: no, fai paura. Morale: cercavo di scappare».
A Padova gli è successo il contrario. La psicologa della Giotto lo è andato a cercare. Vuoi lavorare per noi ? Jacopo l’ ha guardata strano. «Lo sai chi sono? Mi sono chiesto se il matto fosse lei». Non era matta.
Gli ha aperto le porte del call center. «Stavo seduto un’ora e mi scoppiava la testa. Adesso è la mia vita. Quando mia mamma ha saputo del lavoro non è riuscita a trattenere le lacrime dalla felicità ».
Il lavoro per la Giotto cambia quello che ha fatto? No. Ma ha cambiato lui. «Un tempo ero convinto che tutto il mondo ce l’avesse con me. Che il problema ce l’avessero gli altri, non io. Oggi penso positivo, è la prima volta in vita mia. E quando mi siedo al computer non mi scoppia più la testa».
La sua pena finirà nel 2030. E quando uscirà saprà cosa fare. «Al call center mi chiedono consigli anche uomini della Polizia, è bello».
Apre la porta a vetri della saletta di fronte alla sua postazione e si siede a un tavolo rettangolare. Di fianco a lui ci sono Roberto, tre omicidi, fine pena 2033 (è entrato nel 2003), Mustafa, 31 anni, che in carcere è già tornato quattro volte per rapina aggravata e reati di droga e uscirà nel 2021, e tre ergastolani.
Giovanni, albanese, condannato per omicidio, Guglielmo e Angelo, condannati a loro volta per omicidi commessi per conto delle cosche mafiose alle quali erano affiliati.
Sono uomini magnetici e tormentati, non privi di segreti, ma con una convinzione comune. «Il lavoro ti cambia la vita».
Guglielmo, fine pena mai, viene da Gela e di galere ne ha girate parecchie. Ha 44 anni. È dentro da 22. «Negli altri penitenziari la mia vita era solo aria e cella, cella e aria. Sono un detenuto As (alta sicurezza) e con i miei compagni di braccio parlavo solo di reati». Esattamente come gli capitava in Sicilia da bambino. Quartiere piccolo. Pistole. Grandi boss da imitare. Un percorso obbligato.
«Ho cominciato ad aprire un po’ gli occhi quando dietro le sbarre ho incontrato due ex terroristi. Uno dei Nar e uno delle Br. Mi hanno spinto a leggere. Balzac. Arrivato a Padova mi sono iscritto a ragioneria. Mi sono diplomato. Poi ho incontrato la Giotto. E il lavoro ha cambiato la mia mentalità . Ho scoperto che sono in grado di fare cose difficili. Ne vado fiero. E adesso in cella parlo di come affrontare il lavoro».
Del passato vorrebbe cancellare tutto, come se potesse guardare le rovine di quella Torre di Babele siciliana. «Il lavoro ti cambia».
Lo dice lui, lo dice Roberto («il lavoro ti fa sentire accettato come persona»), lo dice Mustafa («Non credevo che in carcere esistesse una realtà così»), lo dice Giovanni («sono entrato in relazione con gli altri»), lo dice Angelo, che in galera è arrivato nel ’91 e non è più uscito neppure un giorno. «Il lavoro mi ha rimesso in gioco. Mi ha preso dentro. Mi fa finalmente entrare anche nella testa degli altri ».
Sul tavolo pizzette e cioccolatini. Li hanno fatti colleghi pasticcieri. Boscoletto dice: «Non serve la rivoluzione, in carcere. Basta applicare le leggi che ci sono già ». Semplice. Ma su duecento carceri si contano sulle dita di due mani quelle che possono vantare esperienze simili.
I detenuti che svolgono attività qualificanti sono meno del 5% del totale. Per gli altri bisogna fare affidamento ancora una volta a una frase scritta su uno dei muri bianchi del Due Palazzi. Una citazione rubata a un Peppone e Don Camillo di Guareschi, una speranza che è un meraviglioso nonsenso: «Non muoio neanche se mi ammazzano».
Rebibbia e castigo
Se il Due Palazzi di Padova è l’eccezione, il carcere romano di Rebibbia, monumento alla complessità , è la regola.
Trecento detenuti al lavoro, mille e cento scaricati nell’assurdo limbo dell’ozio, ventidue ore in cella a guardare la tv, a stordirsi in un calderone di pensieri rancidi e a farsi indottrinare dai boss della criminalità organizzata.
Qualcuno li spinge a lavorare? Nessuno.
«Il carcere così com’è è più dannoso che utile. La legge parla di risocializzazione, ma qui io vedo solo reclusione. Rebibbia è un asilo infantile, un ospedale, una clinica per malati di mente e un concentrato di tossicodipendenti. E allora mi chiedo a che cosa serva spendere tutti questi soldi», dice don Pier Sandro Spriano, cappellano dell’istituto penitenziario dal 1989.
L’amministrazione carceraria (55mila dipendenti, 38 mila guardie, 200 istituti di pena) parla di una spesa di tre miliardi l’anno, con un costo per detenuto di 125 euro al giorno, ma nei conti non considera le spese per l’edilizia, quelle per l’istruzione e i corsi di alfabetizzazione (i soli detenuto stranieri sono oltre 18 mila, come si entra in relazione con loro?), per le strutture informatiche o per i braccialetti elettronici.
Numeri che sfuggono a qualunque radar, al pari delle statistiche sulla recidiva e sulla qualità dei rari percorsi riabilitativi. «Le leggi sono lì. E non sono neanche troppo male. Ma la verità è che il recupero viene fatto dal volontariato esterno, non esiste un sistema paese che se ne occupi», aggiunge don Spriano.
Paradossalmente la politica parla con insistenza di ponti tra il dentro e il fuori, evitando però di occuparsi in maniera strutturale e non emergenziale del problema.
«Questo governo ha creato un nuovo modello di pena, puntando su un cambio culturale che spinga verso una pena certa, umana e diretta a riabilitare i detenuti. Dunque anche a ridurre la recidiva», dice il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri .
In galera però non si nota. «Dentro il carcere il percorso è più complicato, ma io mi impegno a raccogliere in maniera sistematica i dati sulla recidiva d’ora in avanti». Un’altra piccola promessa tardiva.
E allora bisogna rifugiarsi nella speranza contenuta nella frase del carcere di Padova, quella scritta in portoghese. La pronunciò un galeotto brasiliano che dopo essere fuggito dodici volte da dodici prigioni diverse, fu mandato in una struttura gestita anche da civili. E da lì non se ne andò più. Quando il magistrato gli chiese: «perchè da qui non evadi?», lui rispose con cinque parole: «Dall’amore non si fugge».
Andrea Malaguti
(da “La Stampa”)
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Settembre 18th, 2016 Riccardo Fucile
IN PUGLIA 20.000 NUOVI CASI DI CANCRO OGNI ANNO
Un eccesso del 30 per cento della incidenza di tumori infantili nell’area tarantina rispetto alla media
nazionale e 20mila nuovi casi di tumore all’anno in tutta la Puglia: sono alcuni dei dati diffusi a Bari, in Fiera del Levante, nel corso della presentazione del primo rapporto del Registro tumori regionale che fa riferimento a un periodo che va dal 2006 al 2011, a seconda dell’arco di tempo in cui sono stati raccolti i dati.
Il dato più allarmante riguarda proprio Taranto dove la concentrazione di fabbriche, in particolare l’Ilva, contribuisce a un peggioramento della qualità dell’aria. Più volte negli ultimi mesi, il governatore Michele Emiliano ha chiesto al governo garanzie per la salute dei cittadini tarantini.
L’ultimo affondo proprio nel corso del discorso inaugurale della Fiera davanti al premier Renzi.
“In Puglia – secondo l’indagine – ogni anno si ammalano di tumore 11mila uomini e 9mila donne”, a fronte di una media nazionale che registra circa “350mila nuovi casi ogni anno”. Per gli uomini i tumori più diffusi sono quello ai polmoni e bronchi (18,1 per cento), mentre per le donne è il cancro alla mammella (29,2)”.
Per Lucia Bisceglia, componente del centro di coordinamento del Registro tumori pugliese, “il dato relativo alla totalità dei tumori nella nostra regione è in linea e anche inferiore a quello nazionale: si riscontrano però – ha precisato – alcune criticità territoriali per alcune tipologie di tumori. Quella maggiore è rappresentata, per gli uomini, dal tumore al fegato che nella Bat (Barletta-Andria-Trani) ha un’incidenza del 33 per cento contro il 20,3 della media nazionale”.
Un altro elemento di criticità è legato al “cancro ai polmoni che vede un’incidenza preponderante nelle province di Lecce e nel capoluogo tarantino”.
Mentre un dato “decisamente superiore al trend nazionale” è quello riferito al “tumore alla vescica” nelle “province di Brindisi, Lecce e Taranto”.
“Preoccupante” è stato definito l’aumento dei casi di tumore alla tiroide e del melanoma cutaneo.
Infine, l’analisi della sopravvivenza entro i cinque anni dalla scoperta della malattia, rivela “dati in linea con la media nazionale e, in alcuni casi, più incoraggianti”, come per il cancro alla mammella e i tumori ematologici.
(da agenzie)
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