Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
“ANCHE A CHI ARRIVA PRIMO MANCANO 60 SEGGI PER LA MAGGIORANZA”
Alla Camera può contare su una maggioranza ampia – almeno sulla carta, perchè dovrà
superare la prova dei franchi tiratori – ma tra i sondaggisti e gli esperti di leggi elettorali il “Rosatellum” proprio non fa breccia.
La nuova legge elettorale che si cerca di approvare in extremis non piace a M5s, Fdi e Mdp, ma nemmeno agli esperti di numeri e di sistemi di voto: cambierà poco o niente, sostengono un po’ tutti, quasi certamente non consentirà ai cittadini di indicare un governo e una maggioranza e, probabilmente, non sarà nemmeno in grado di favorire quel governo di larghe intese Pd-Fi come denunciano 5 stelle e Mdp.
«Per ora abbiamo fatto solo macrovalutazioni – premette Fabrizio Masia di Emg – ma la sensazione, in base alle intenzioni di voto di oggi, è che siamo ancora abbastanza lontani dal pensare che si possa partorire una maggioranza di governo».
I numeri, ricorda Masia, fotografano un Paese diviso in tre, «con il centrodestra vicino al 35%, il Pd al 27%-28%, come anche più o meno i 5 stelle».
È vero, ammette, il meccanismo dei collegi uninominali può «penalizzare M5s, è realistico pensare che prendano molto meno di un terzo dei 232 collegi».
Ma, nonostante ciò, «per vincere bisogna superare il 40% e andare molto bene nei collegi uninominali. Con i numeri di oggi, direi che anche a chi arriva primo mancheranno 50-60 seggi per avere una maggioranza».
Ma questo non vuol dire che siano più facili le larghe intese: «Dal punto di vista aritmetico è possibile che Pd, Fi e centristi ottengano qualche seggio in più. Ma siamo sicuri che per Berlusconi sarebbe così facile lasciare Salvini e Fdi? Dal punto di vista del rispetto della volontà popolare sarebbe un’operazione ardimentosa».
Roberto D’Alimonte, politologo ed esperto di leggi elettorali, è drastico: «Il problema vero è il governo del Paese e questa legge elettorale non lo risolve: Pd e Fi non avranno la maggioranza assoluta dei seggi. Di pancia direi che non fa una grande differenza».
Per D’Alimonte, peraltro, le larghe intese sono l’unica vera possibilità di dare un governo al Paese: «Non perchè lo vogliano Renzi e Berlusconi, ma perchè è nelle cose: do lo zero per cento di possibilità a un governo di centrosinistra e a un governo Pd-M5s o Fi-M5s. Lascio un 10% di possibilità a un governo M5s e Lega e un 20% a un governo di centrodestra».
Dunque, larghe intese. Il problema, però, è che anche questa formula potrebbe non avere i numeri: «Il vero rebus, oggi, è se Berlusconi riuscirà a convincere Salvini ad andare al governo con lui e il Pd, perchè i voti della Lega potrebbero essere decisivi. E sarà interessante capire cosa accadrà nella Lega a quel punto. La sintesi è: un gran casino. Non è molto scientifico, ma è così».
Anche Roberto Weber di Ixè non crede che la nuova legge aiuti a costruire una maggioranza: «Mi chiedevo le motivazioni che spingono questa legge elettorale… La prima, più corriva, più banale, è che questo insieme di forze che sceglie questa cosa – che non produce una governabilità – lo fa perchè mette in difficoltà i 5 stelle». Questo però non aiuta a formare un governo: «Il centrodestra ha un vantaggio che gli deriva dalla dimensione coalizionale più forte. E dopo il voto sarà difficile smontare quella coalizione» per fare le larghe intese. «Mi resta allora un retropensiero: la verità è che ognuno blinda i propri candidati. La polemica sui nominati è una sciocchezza, anche in Germania funziona così. Ma qui i collegi sono troppo ampi».
Per Nicola Piepoli, poi, quello che conta è la politica: «Se uno vuole governare troverà sempre la maniera, ricordiamo Andreotti». Certo, il Rosatellum può avvantaggiare un po’ le larghe intese «ma non è detto che cambino le carte in tavola. Il punto è l’intenzione di governare insieme. Una cosa che aveva Andreotti, che aveva Berlinguer. Chi vuole vincere si allea, chi non vuole fa come faceva Rifondazione, che faceva cadere il governo Prodi».
(da “La Stampa”)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
CROLLA IL CASTELLO DELLA PROPAGANDA INDIPENDENTISTA
Yosep Borrell, socialista catalano di lungo corso, chiudendo l’imponente manifestazione unionista ha criticato le imprese catalane in fuga da Barcellona chiedendosi: “perchè tanta fretta di trasferire altrove le vostre sedi legali? Non potevate manifestare prima queste intenzioni?”.
Borrell, ex presidente del Parlamento europeo ha ragione.
In questi ultimi giorni ha sorpreso non poco il silenzio attonito, quasi inebetito, del movimento indipendentista di fronte al trasferimento di imprese in altre regioni spagnole.
Non si tratta di perdere posti di lavoro, almeno in una prospettiva di medio termine, tuttavia quegli atti societari sanciscono non una semplice dislocazione di un domicilio, essi rivelano la sfiducia verso un progetto separatista azzardato, basato sull’improvvisazione e sulla demagogia.
In queste ore è divenuto virale un video che racchiude gli interventi pubblici del leader indipendentista Artur Mas, l’ex president della Generalitat ripeteva con enfasi “no se marcharà¡n, no se marcharà¡n!” (non andranno via) le banche e le imprese in caso di compimento del processo di autodeterminazione.
Senza neanche attendere la possibile dichiarazione unilaterale di indipendenza, sono già andate via decine di aziende, tra le altre la potente CaixaBank, Gas Natural Fenosa e Aguas de Barcelona (Agbar), come se un brand identitario qual è il Monte Paschi trasferisse il vertice da Siena a Roma o l’acqua San Pellegrino lasciasse la bergamasca.
Una fuga che non ha il valore di una diserzione, piuttosto svela in leggero anticipo sui fatti che verranno una verità spesso sminuita o sottaciuta, la Catalogna tra poche ore potrebbe cambiare il suo status passando da regione autonoma di uno Stato membro dell’Unione europea a paese terzo, fuori dal mercato unico e dall’eurozona. Sospesa da Schengen e dai trattati internazionali.
La propaganda indipendentista ha puntualmente negato questo scenario fosco per non demoralizzare un elettorato mosso da un convinto sentimento europeista e una classe imprenditoriale con lo sguardo naturalmente volto al mercato internazionale.
Eppure l’articolo 14 della legge di “desconexià³n” — assetto normativo utile a ratificare il distacco unilaterale da Madrid per divenire, nella fase transitoria, la norma fondante del nuovo Stato — candidamente prevede la persistenza nel futuro ordinamento catalano delle norme europee già in vigore e di quelle di prossima emanazione. Insomma, cambiano radicalmente i rapporti con il Regno di Spagna ma rimane tutto inalterato in ambito internazionale.
Il castello costruito dalla propaganda si è sbriciolato in un momento, el relato, la narrazione, non poteva reggere all’esodo di imprese costituenti la spina dorsale del brand Barcelona.
Intanto il primo ministro Mariano Rajoy, noto temporeggiatore, aspetta seduto sulla sponda del fiume. Non ha finora usato la clava dell’articolo 155 della Costituzione decretando la sospensione dei poteri della regione autonoma, non ha ceduto alle istanze di dialogo (#parlem è l’hastag più popolare) provenienti dalla piazza e dalle cancellerie internazionali.
Rimane attendista, immobile, quasi a voler confermare, una volta di più, l’immagine che si ha di lui “una lepre paralizzata nel mezzo della strada, abbagliata dai fari, aspettando che l’investano”.
Sa che gli indipendentisti non riescono a far passare, a livello internazionale, l’idea di una Catalogna oppressa dal governo centrale, la regione gode in realtà di un’ampia autonomia, è dotata persino di un codice civile proprio nel quale si disciplinano, in modo diverso dalle norme spagnole, il diritto d famiglia e i rapporti commerciali.
Rajoy sa, al pari dei leader dell’altro fronte Puigdemont e Junqueras, che esacerbare gli animi risponde ad un preciso disegno utilitaristico, la fidelizzazione degli elettori è un obiettivo non dichiarato dei due schieramenti.
Nel mezzo c’è una società lacerata, una comunità dove sembrano pullulare fascisti e golpisti, “eres un facha” (sei un fascista) se dissenti da un’opinione altrui o se partecipi pacificamente ad una manifestazione unionista, un golpista se ritieni di votare in una semplice consultazione, seppur priva di garanzie.
Epiteti espressi con normalità perchè è normale convivere con “fascisti” e “golpisti” in una società radicalizzata, basata sul dualismo manicheo.
Un’intolleranza che rende attuali le parole usate da Lluis Companys, presidente della Generalitat, quando il 6 ottobre del 1934 dichiarò l’indipendenza della Catalogna: «il governo che presiedo» disse solennemente Companys “proclama lo Stato catalano della Repubblica federale spagnola e, serrando i ranghi di coloro che sono uniti nella comune protesta contro il fascismo, li invita a sostenere il governo provvisorio della repubblica catalana”.
Quella Repubblica durò 10 ore, vedremo presto se, 83 anni dopo, la dichiarazione d’indipendenza dei prossimi giorni durerà qualche tempo in più.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
L’INDIGNAZIONE DI UN PADRE MEDICO DI CASERTA CHE CERCAVA UN ALLOGGIO PER LA FIGLIA
La figlia sta cercando casa a Padova e il padre, un medico della provincia di Caserta, la
sta aiutando, controllando i gruppi Facebook dove si pubblicano gli annunci di affitto. Ed è proprio in uno di questi che l’uomo, Vittorio Savino, si è trovato di fronte ad una limitazione che l’ha lasciato senza parole: “Non si affitta a immigrati e meridionali”.
Il post sul gruppo di affitti, riporta il Mattino di Padova, risalirebbe a giugno 2016. Quando l’ha letto, l’uomo si è sfogato su Facebook.
Nel messaggio, che risale al 4 ottobre, Savino elenca alcuni degli annunci che si è trovato a leggere:
Prezzi tutto sommato non male, anzi in qualche caso buoni, ma c’è il trucco. A decine offrono case, cito i primi tre trovati: via Porcellini (sarebbe Forcellini), ma non si fitta a studenti, meridionali, gay friendly, animali perchè si vive in condominio.
Via Facciolati, ma, no a gay friendly, no pet friendly, no coppie con figli, trans, meridionali specialmente napoletani e siciliani valutabili altre zone del Centro sud; Zona Guidda Bassonello (sarebbe Guizza Bassanello), ma solo a ragazze bella presenza del Nord, no meridionali.
Corso del Popolo, ma no a gay, no a persone del Sud, no sardi. Ci sono divieti anche per lavoratori, ciccioni, neri, marocchini, persone in cattive condizioni di salute».
Il post del medico casertano è stato successivamente cancellato e anche l’annuncio di cui parla sembra essere scomparso dal web. La riflessione di Savino, però, prima di essere rimossa, aveva scatenato le reazioni di molti utenti. L’uomo ha dichiarato di essere rimasto stupito dalla quantità di commenti che si sono succeduti sotto al suo messaggio:
«Era solo uno sfogo per far sapere ai miei amici di Facebook che nel 2017, in una città come Padova, esistono ancora persone che non fittano case ai meridionali. Mi sono meravigliato io stesso dei commenti e delle testimonianze che sono arrivate in seguito al mio post», ha dichiarato a un giornalista di Repubblica edizione di Napoli.
(da agenzie)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
SUL PIANO FORMALE E’ UNA FARSA, IL QUESITO NON DICE NULLA, NEANCHE FA RIFERIMENTO AL FEDERALISMO FISCALE… MA COSTA 64 MILIONI DI EURO
C’è poco da fare: nonostante la svolta “italica” di Salvini, il vizio di giocare con i cittadini del Nord la Lega non lo perde mai. È nel suo Dna. L’ultima trovata (in Veneto, a dire il vero, c’avevano già provato qualche anno fa) è il referendum “consultivo” in programma per il prossimo 22 ottobre. Una roba da ridere, se non fosse che costerà milioni e milioni di euro all’erario.
In un articolo apparso sul Tempo alcuni giorni fa a firma di Dario Martini, si parlava di un costo complessivo — tra le due regioni – pari a 64 milioni di euro, di cui ben 22 sarebbero serviti per comprare 24 mila tablet per il voto elettronico in Lombardia (916 euro a pezzo).
Soldi spesi inutilmente, per chiedere ai cittadini della Lombardia e del Veneto se sono d’accordo acchè le loro regioni negozino con il governo centrale una maggiore autonomia su alcune materie di legislazione concorrente e su altre di esclusiva competenza statale (giudici di pace, istruzione, ambiente).
Un’opzione prevista dalla Costituzione, che non prevede, tuttavia, alcun referendum, ma, semplicemente, l’ “iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali”, e, infine, una legge che le Camere dovranno approvare a maggioranza assoluta dei componenti.
Ma che significa “materie di legislazione concorrente”?
Che già oggi, per queste materie, “spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”.
Ergo: su tutta una serie di materie, dalla sicurezza sul lavoro all’energia, dal governo del territorio ai porti (e agli aeroporti), passando per le casse di risparmio, la protezione civile e la valorizzazione dei beni culturali, già oggi le regioni decidono e legiferano, sebbene nel rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento.
A rendere maggiormente irritante questa farsa sono i quesiti proposti agli elettori, nei quali non c’è nessun accenno alla materie su cui queste regioni chiederebbero l’autonomia.
In Veneto, addirittura, gli elettori saranno chiamati a esprimersi sul seguente quesito: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite forme e condizioni particolari di autonomia?”.
Più o meno come chiedere a un bambino se vuole bene a mamma e papà .
Nessuna meraviglia, beninteso: nel 2012 il governatore Zaia, per farsi dire che un referendum sull’indipendenza del Veneto era inammissibile (ai sensi dell’art. 5 della Costituizione), si rivolse all’Avvocatura regionale, che, manco a farlo apposta (sic!), pronunciò un secco no.
È il federalismo fiscale? Le magiche risorse che dovrebbero rimanere sul territorio?
Macchè, tra tutte le “chiamate” dell’articolo 117 il fisco non c’è.
Autonomia sì, ma con i soldi di Roma. Non va dimenticato, peraltro, che, nel 2015, la Corte costituzionale aveva già censurato la norma contenuta nella legge n.15/2014 della Regione Veneto (quella relativa al referendum consultivo per l’autonomia), laddove si prospettava che la Regione mantenesse “almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale”, con la motivazione che la “distrazione di una cospicua percentuale dalla finanza pubblica generale” avrebbe alterato gli equilibri della stessa e i “legami di solidarietà tra la popolazione regionale e il resto della Repubblica”. Capitolo chiuso.
Sul piano formale, quindi, questo referendum è una farsa.
Sul piano politico, come è stato riconosciuto da più parti, esso costituisce un mezzo attraverso il quale la Lega nazionalista cerca di rinsaldare il suo rapporto col Nord, recuperando, a pochi mesi dalle elezioni politiche (e a spese dei cittadini), il vecchio argomento dell’autonomia, su cui ha campato per oltre un ventennio.
Com’è accaduto in passato — c’è stato un periodo in cui bisognava per forza dirsi “federalisti” -, anche questa volta, la legittimazione arriva dagli “avversari”. Sindaci, amministratori, dirigenti locali del Pd che si affannano a dichiararsi per il Sì. Un sostegno ufficiale al referendum arriva, invece, dal Movimento 5 Stelle, che, in questo caso, pensa pure (e dichiara) che i soldi pubblici siano spesi bene (“I soldi spesi per interpellare i cittadini non sono mai uno spreco”). Piccoli e meschini calcoli di bottega, ipocrisia a gogò.
Al fondo, problemi atavici di un Paese che, a furia di soffiare sul fuoco degli egoismi, complici stagnazione e disagio sociale, rischia la bancarotta (fraudolenta).
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
MUSUMECI NON SAPUTO DIRE DI NO ALLA SUA CANDIDATURA (E A MOLTE ALTRE)
C’è chi si esalta al grido di “chi non salta comunista è“, chi tesse le lodi del giovane
candidato raccontando che”fa la spesa alla gente in difficoltà ”, chi non vuole sentire pronunciare la parola mafia. Lui, invece, si scalda quando nomina il pesantissimo cognome dei Mazzei e quando attacca i “giornalisti ciarlatani“, “finti magistrati” che emettono “sentenze a loro piacimento”.
Eccolo qui Riccardo Pellegrino, giovane consigliere comunale di Catania in corsa alle elezioni regionali con Forza Italia, nella coalizione che sostiene il candidato governatore Nello Musumeci.
Fino all’ultimo il suo nome è stato in bilico.
Alla fine, però, è riuscito a farsi confermare nella lista dei candidati del partito di Silvio Berlusconi. E sabato ha aperto la sua campagna elettorale a San Cristoforo, il suo quartiere d’origine che alle ultime amministrative gli ha permesso d’incassare quasi 700 preferenze. “Mi ha aiutato tantissimo il presidente Miccichè per questa mia candidatura, ma anche gli uomini di partito sia regionali che nazionali”, dice Pellegrino, diventato negli ultimi giorni l’emblema dei candidati cosiddetti “impresentabili” alle regionali del prossimo 5 novembre.
Il motivo? Sulla sua posizione pesava l’indagine, poi archiviata, per voto di scambio politico-mafioso, nata dalla relazione della commissione antimafia regionale presieduta proprio da Nello Musumeci.
Lo stesso candidato governatore che adesso prenderà anche i voti di Pellegrino.
E dire che prima di cambiare idea, Musumeci evidenziava in quel documento “i rapporti di parentela con soggetti condannati per mafia” dello stesso Pellegrino. Suo fratello Gaetano, infatti, è conosciuto come “u funciutu”: è imputato per associazione mafiosa e condannato per estorsione.
Un legame familiare che aveva fatto storcere il naso allo stesso Musumeci. “Musumeci comanda a casa sua non in Forza Italia“, sottolinea, però, l’aspirante consigliere regionale dopo aver incassato il sostegno del suo partito.
Ma non solo. Perchè sul consigliere forzista si è espresso negli ultimi giorni anche Claudio Fava, candidato governatore dei bersaniani e di Sinistra Italiana, che ha convocato una conferenza stampa per ricostruire alcuni episodi passati di Pellegrino.
Come quando, nel 2014, si presentò nella redazione catanese di livesicilia.it accompagnando Carmelo Mazzei, figlio del boss latitante Nuccio Mazzei. “’Disse: io sono il figlio del signor Mazzei di cui parlate sul giornale, del latitante — ha raccontato Fava — Dall’intercettazione ambientale su quell’incontro, disposta dai magistrati, si apprende che Riccardo Pellegrino è “orgoglioso” di vivere nel quartiere catanese di San Cristoforo, regno del clan Santapaola, ma si lamenta perchè adesso ci sarebbe solo la piccola criminalità mentre se in campo ci fossero state persone di spessore, mafiosi, tutto questo manicomio non c’era”.
Un cognome, quello dei Mazzei, che Pellegrino cita anche dal palco di piazza a San Cristoforo. “Mi sento in dovere di citarlo — grida a gran voce — ha riscattato il suo quartiere intraprendendo la strada del sacerdozio, sono orgoglioso di essere un suo amico”. L’amicizia tra Pellegrino e Mazzei è nata frequentando l’Istituto Salesiano di via Madonna delle Salette.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
“SUI LIVELLI SALARIALI E GLI SCATTI DI ANZIANITA’ L’ILVA NON HA MANTENUTO GLI IMPEGNI”
Annullato il tavolo di confronto sull’Ilva tra la nuova proprietà , Am Investco, e i sindacati al ministero dello Sviluppo economico. A far saltare il confronto è stato il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. “Bisogna ripartire dall’accordo di luglio, dove si garantivano i livelli retributivi e gli scatti di anzianità . Se non si riparte da quell’accordo la trattativa non va avanti”, ha dichiarato il ministro.
Al centro del tavolo il nuovo piano industriale che prevede 4mila esuberi.
Il ministro ha spiegato che “quello che manca rispetto all’offerta non sono i numeri degli esuberi, su cui si può discutere e che fanno parte della trattativa, ma manca un pezzo dell’impegno che l’acquirente ha preso nei confronti del governo, che riguarda i livelli salariali e gli scatti di anzianità , su cui non si prevedeva di ripartire da zero ma anzi di mantenere quelli attuali”.
“In assenza di conferma su questo punto che è molto molto importante, il governo ritiene che non ci siano le premesse per aprire un tavolo di confronto”, ha chiosato Calenda.
(da agenzie)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
MA CHE BELLE FAMIGLIE PADAGNE, POI SONO QUELLI CHE PARLANO DI DIFESA DEI VALORI TRADIZIONALI DELLA FAMIGLIA
Non solo il loro istruttore di karate con i suoi amici, ad aver abusato in gruppo di alcune minorenni
del bresciano sono stati anche i genitori di altri allievi del maestro. Come racconta il Corriere della Sera, infatti, a confessarlo è stata una delle ragazzine costretta per anni a rapporti sessuali con adulti, ora 18enne.
L’atleta che ha deciso di denunciare, dopo anni (e grazie all’aiuto del fidanzato) adesso è maggiorenne. All’epoca del primo approccio aveva solo 12 anni.
Tra il 2011 e il 2012 “mi costringeva a partecipare a video chat su Badoo”, nel corso delle quali doveva farsi riprendere in pose hard.
Dalle chat, poi, si è passati ai messaggi sul cellulare: scambiati con altri uomini maggiorenni che frequentavano la palestra.
Due, in particolare, “erano genitori di altrettanti ragazzi che venivano a fare karate”.
Dagli inquirenti il maestro di karate è stato descritto come “incapace di reprimere i suoi impulsi”. Organizzava lui gli incontri erotici con le minorenni, ma si faceva accompagnare sempre da un altro uomo.
Dopo l’invio del messaggio “si avviava una conversazione che portava a incontrarci sempre in palestra”: il sabato sera, quando era chiusa, o in orario di apertura ma quando non c’era nessuno.
“Ci incontravamo contro la mia volontà “: ogni volta succedeva che con l’istruttore “e a turno uno di loro avevamo rapporti a tre”.
Di fronte alla titubanza della ragazzina, la leggerezza di una pressione atroce da sostenere: “Siamo tutti qui dai, ormai, bisogna concludere qualcosa”.
Sono almeno tre le ragazze all’epoca minorenni vittime degli abusi di gruppo e che ora dovranno cercare di rimettere in piedi la loro vita.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO UN MESE E MEZZO DALL”‘EROICO” INTERVENTO A MANGANELLATE IN PIAZZA INDIPENDENZA, IL PROBLEMA DEI RIFUGIATI ERITREI SI E’ SOLO SPOSTATO ALTROVE
A un mese e mezzo di distanza da quel 19 agosto in cui lo stabile occupato di piazza Indipendenza è stato sgomberato, i rifugiati eritrei e somali che lo abitavano sono “sparpagliati per la città e senza soluzione”.
“Qualcuno si è unito ad altre occupazioni in periferia. Qualcun altro sta da parenti e amici”, racconta Biniam, rifugiato eritreo diventato nel tempo uno dei portavoce della battaglia.
“C’è chi ha accettato le soluzioni temporanee messe in campo dalla Sala Operativa Sociale del Comune, ovvero alloggi temporanei per quelle che il Campidoglio definisce le “fragilità ”, principalmente mamme e bambini”, spiegano dai Movimenti per l’abitare.
E c’è chi, da allora, dorme per strada.
“In tenda, dalle parti della stazione Tiburtina”, racconta Tsehaye, in piazza oggi a Roma per manifestare e chiedere soluzioni.
Ha un solo rene, dice, “e da agosto dormo per strada insieme ad una cinquantina di altre persone del palazzo di via Curtatone”.
Il bagno? “Andiamo alla Caritas. Tutte le mie cose sono ancora lì, a piazza Indipendenza, ma la polizia non ce le fa recuperare”.
“Voglio solo i miei vestiti e la mia medicina per il diabete”, dice Meselesh. Ha 65 anni e assicura: “Non la voglio una casa. Prendo le mie cose e me ne torno ad Asmara”.
In piazza parla anche la moglie di uno dei tre arrestati di piazza Indipendenza.
“Mio marito è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale. Ma voleva solo salvare la sua famiglia”.
È incinta di 4 mesi e ha quattro bimbi piccoli. “Ho un problema di appendice ma non posso operarmi. A chi lascio i bambini?”, dice in lacrime.
“Mio marito nn c’è. I miei figli non stanno andando a scuola, non stanno facendo niente perchè siamo in casa-famiglia. Poi arrivano i servizi sociali e dicono che li portano via se non vanno a scuola. Non so cosa fare”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
FEDERICA PATTI: “COME PROF HO SEMPRE CONSIDERATO ITALIANI TUTTI I MIEI ALUNNI”
Parla come insegnante, come mamma e solo in ultima battuta come assessora all’istruzione del
Comune di Torino.
La sostanza, però, è che Federica Patti, esponente della giunta pentastellata di Chiara Appendino aderisce alla campagna che vuole dare nuovo slancio all’approvazione della legge sullo ius soli.
L’adesione — come si addice ad un’esponente di una giunta del Movimento 5 Stelle – è social.
Sulla sua pagina Facebook personale l’assessora, che ha un passato come professoressa di scuola media, ha pubblicato una sua foto con, appuntata sulla giacca, una coccarda tricolore, simbolo della campagna nazionale promossa proprio dal mondo della scuola che il 3 ottobre aveva indetto una giornata di sciopero della fame a cui avevano aderito un migliaio di insegnati in tutt’Italia.
Patti non ammette di aver scioperato ma la sua immagine pubblicata proprio il 3 ottobre, lascia intendere che la sua adesione alla causa sia totale.
Sulla sua pagina ufficiale, poi, spiega meglio la sua posizione che e, in apparenza, poco in linea con la posizione di un Movimento 5 Stelle che in occasione della votazione alla Camera aveva scelto l’astensione.
«Io come prof ho sempre considerato i miei alunni e le mie alunne italiani e come madre considero italiani le compagne e i compagni dei miei figli che con loro sono cresciuti e hanno studiato», scrive la Patti insegnante che subito dopo torna ad indossare i panni istituzionali e prosegue: «Come assessora all’Istruzione considero l’integrazione il primo passo per una società sana e ricca, anche perchè chi cresce e studia nel nostro paese si sente, naturalmente, parte della nostra comunità ».
Il suo messaggio è stato subito ripreso e rilanciato da Franco Lorenzoni, il maestro elementare di Ferrara che ha promosso lo sciopero della fame della scorsa settimana e ora coordina la rete degli Insegnanti per la Cittadinanza.
Quella prima mobilitazione aveva dato il via alla staffetta di digiuni a cui ora hanno aderito anche diversi esponenti della politica piemontese
«Federica Patti è assessora alla scuola del Comune di Torino. La sua presa di posizione netta a favore della legge dello ius soli e ius culturae è di grande rilievo perchè mostra che c’è spazio per prese di coscienza individuali – scrive Lorenzoni – Il Comune di Torino è retto dal Movimento 5 stelle, che osteggia la legge, ma ciò non toglie a Federica Patti la libertà di sostenere ciò che ritiene giusto, anche come insegnante. Sono posizione come la sua che ci aprono a qualche speranza. Al di là degli schieramenti, infatti, ci possono essere obiezioni di coscienza individuali alla non-cittadinanza e forse anche al Senato si può costruire una maggioranza capace di fare approvare una legge necessaria. Grazie Federica per il tuo coraggio».
(da “La Repubblica”)
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