Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile
IL PASSATO TRA BANCHE E PARTITI… “FA LE LISTE DI PROSCRIZIONE”… LA CRISI DOPO PIAZZA SAN CARLO, MA GRILLO E CASALEGGIO LO DIFESERO
«Se cacciate lui vado via io». Prima di ieri, Chiara Appendino ha sempre difeso con tutta
se stessa Paolo Giordana da quei grillini del giro romano che lo attaccavano non perchè fosse poco grillino (quella era la bieca scusa), semmai perchè – essendo di capacità superiori alla media tra i grillini – appariva troppo potente e autonomo dall’entourage di Di Maio, che non lo ama, per usare un eufemismo.
Ciò non toglie che Giordana (detto «Rasputin», ma lui astutamente: «Sono solo un portalettere») fosse diventato a sua volta un uomo chiave del grillismo: la sindaca lo considerava così fondamentale da averlo introdotto sia a Davide Casaleggio, sia a Grillo, creando una consuetudine.
Quando quest’estate Giordana ha festeggiato il suo compleanno in un locale del centro a Torino, chi vi fu a festeggiarlo? Beppe Grillo in persona.
Fu sapientemente fatta uscire una foto di Grillo e Giordana abbracciati, con Chiara in mezzo. Il capo di gabinetto aveva subìto uno scossone dopo il disastro di piazza san Carlo – la finale di Champions tramutata in una tremenda serata di piazza, con un morto e 1562 feriti. A Giordana era toccato coordinare l’organizzazione.
E da allora i suoi nemici l’avevano se non azzoppato, indebolito, con la sindaca che finirà anche per la prima volta indagata dopo tante denunce di torinesi per lesioni.
«Sono convinto – dice ora Giordana – della correttezza della mia condotta. Ma più di ogni altra cosa mi preme tutelare Torino e l’amministrazione». Ma la domanda chiave è: perchè Appendino ha legato così intimamente la sua esperienza a Giordana, col quale tra l’altro è finita di nuovo indagata a inizio ottobre, per il presunto falso ideologico sul bilancio comunale?
Qui le risposte possono essere tante. La prima, ufficiale: si conoscono nel febbraio del 2013, in Sala Rossa in Comune. Si trovano. Giordana era transitato da amministrazioni di ogni colore. Era stato staffista di Ferdinando Ventriglia (An) e soprattutto di Paolo Peveraro, liberale e assessore chiave con Castellani e Chiamparino, oggi presidente di Iren.
Giordana sapeva abbastanza cose da suggerire, raccontano i maligni, i testi degli applauditi discorsi di Appendino da consigliera d’opposizione.
Vittorio Bertola, ex consigliere grillino, che mai l’ha amato, ha detto, alludendo a lui: «Quei discorsi non li scriveva Chiara».
Come che sia, i due hanno pure scritto un libretto insieme («La città solidale, per una comunità urbana») in cui citano Keynes in economia, Adriano Olivetti e il sogno di «Comunità » come modello industriale, e parlano pure di una politica fatta da «un io compassionevole ed empatico». Qualcosa che non torna con le multe fatte togliere agli amici e il quadretto di Giordana che ci regalò Piero Fassino, subito dopo la sconfitta, nel giugno 2016: «Sarebbe utile che il presunto prossimo capo di gabinetto evitasse di girare per gli uffici con l’elenco di dirigenti da promuovere e quelli da estromettere».
La seconda risposta è che Giordana fa parte di un giro di fidatissimi, assieme a Domenico, papà della sindaca, e a Marco Lavatelli, il marito, del mondo dell’imprenditoria torinese: un trio che con Chiara prende le decisioni importanti, di sistema.
Giordana come collegamento tra poteri torinesi, che lui – analista finanziario di Intesa San Paolo prima di entrare in Comune – ha frequentato.
La terza risposta sta in relazioni curiose e da esplorare, del «giordanismo»: perchè oltre che appassionato di Bach, o di personaggi storici come Mazzarino e il giovane Napoleone (di cui ha il ritratto in studio), Giordana è sacerdote della «Chiesa autonoma del Patriarcato Autocefalo di Parigi».
Si tratta di una versione della chiesa russa assai discussa, anche per un atteggiamento avanguardistico in tema di omosessualità . Una manna, per i teorici del complotto e delle relazioni tra associazioni segrete.
(da “La Stampa“)
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Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile
RICHELIEU E RASPUTIN NON CI SAREBBERO MAI CASCATI
Perdere l’onestà per 90 euro (25 se paghi subito). Paolo Giordana, sindaco-ombra di Torino e indagato come Chiara Appendino e l’assessore Sergio Rolando, nel caso Westinghouse, non va via per un’indagine ma per aver fatto quello che centinaia di amministratori pubblici, dipendenti e politici hanno fatto chissà quante volte senza farsi beccare: far togliere una multa a un amico.
D’altro canto, se Giordana fosse stato cacciato per quello di cui viene accusato davanti ai giudici, anche tanti amministratori del M5S per ora accusati avrebbero dovuto farsi da parte.
Invece è incappato nel favoritismo, insieme all’amministratore delegato di GTT Walter Ceresa che però per ora è rimasto al suo posto.
E che ieri, in qualche chat su Facebook, veniva persino accusato di “aver fatto la spia” nonostante tutti i giornali che hanno riportato la notizia specificassero che la notizia veniva dalle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta GTT in cui lo stesso Ceresa era indagato.
Chiara Appendino si trova quindi, con un anno di ritardo, nello stesso guaio in cui era incappata Virginia Raggi: anche lei deve mollare il suo braccio destro, come lo era Raffaele Marra per la sindaca di Roma, ma per colpe infinitamente meno gravi rispetto a quelle sollevate nei confronti dell’allora capo del personale del Campidoglio.
«Non sono un Rasputin ma un un Richelieu», diceva Giordana di sè stesso quando gli appiccicarono il nomignolo del consigliere dello zar: non si sentiva un uomo assetato di potere ma un civil servant che lavora per il bene della città .
Il dato di fatto è che è stato beccato mentre lavorava per il bene del suo amico multato sul bus e non disposto a pagare 90 euro di multa, 25 se pagata subito. In quel momento era proprio il telefono di Giordana ad essere intercettato. Potrebbe essergli contestata la concussione ma il valore della multa è stato ritenuto insufficiente dalla procura per farlo.
Eppure, in questa vicenda piccola piccola, il MoVimento 5 Stelle si è trovato invischiato proprio durante le elezioni in Sicilia e per questo ha reagito furiosamente anche se senza intervenire sulla Appendino, che già aveva capito quello che doveva fare. C’è un vantaggio non piccolo: esattamente come Marra, anche Giordana non faceva parte del M5S e parte del MoVimento di Torino lo aveva contestato in altri tempi soprattutto per il suo passato di collaboratore con giunte di ogni colore.
Il punto è che Giordana era davvero un collaboratore di primo piano per Chiara Appendino: mentre della sua strategia elettorale, attento stratega delle apparizioni della sindaca in Aula, regista delle tante operazioni della giunta, come quello sull’impegno a non utilizzare gli oneri urbanistici per finanziare la spesa corrente ma il caso REAM-Westinghouse è la cristallizzazione della parola rimangiata da parte della sindaca.
Che oggi esce senza parole, se non quelle di circostanza, da una vicenda che non avrà ripercussioni politiche fino alla decisione dei giudici visto che nei suoi confronti scatta il garantismo peloso del M5S, ma che dimostra, in una città molto diversa da Roma e dove le parole sono importanti, gran parte del metodo di governo M5S.
Nei guai (politici) Giordana ci era finito ben prima, ovvero per la gestione di Piazza San Carlo, dove era finito nel banco degli imputati avendo gestito l’organizzazione insieme alla Turismo Torino.
Ieri, in procura per Westinghouse, ai pm Giordana ha consegnato le lettere scambiate dal Comune con Ream tra settembre 2016 e aprile 2017, da cui emergerebbe tutta la trattativa sul debito e le modalità di restituzione e che, nell’ottica dell’ex braccio destro di Appendino testimonierebbero come l’amministrazione si sia mossa alla luce del sole senza mai celare o “aggiustare” la situazione e quindi senza indurre in errore la giunta e il Consiglio comunale, come invece accusa la procura.
Per lui c’era la possibilità di prendere del tempo, visto che nessuno avrebbe chiesto le sue dimissioni in quanto indagato con Rolando e Appendino e questo avrebbe significato chiedere automaticamente anche le loro. Poi è arrivata quella maledetta telefonata.
Giordana: «Senti ma io ti chiamavo per una cosa molto più prosaica: c’è stato un increscioso, come dire, evento. Un mio amico, per carità i controllori sono tanto bravi però sono un po’ troppo, come dire, quadrati. Praticamente un mio amico era sul pullman che stava per timbrare il biglietto e il controllore l’ha fermato dicendogli “no guardi lo doveva timbrare 5 minuti fa, 1 minuto fa, 30 secondi fa. Adesso le devo fare la multa” eh eh eh… come dire, non non è tanto carina come cosa. Ehm… Cosa possiamo fare?».
Ceresa: «Eh, ma lui cosa ha fatto? Ha la multa?»
Giordana: «Ha la multa e il biglietto timbrato anche».
Ceresa: «Si manda. Posso… Me lo puoi mandare? Che faccio io!».
Giordana: «Fai tu?»
Ceresa: «Sì, sì» Giordana: «Cosa faccio? Mi faccio lasciare la multa e te la mando?».
Ceresa: «Si, si. Mandala pure a me».
Giordana: «Guarda, io te la mando via whatsapp. Eh».”
Ceresa: «Ah, ok. Perfetto. Benissimo».
Giordana: «Perchè, perchè è più comodo. Ce l’ho, ce l’ho sul telefonino e te la mando via whatsapp».
Ceresa: «Va bene. Perfetto».
Giordana: «Grazie, grazie mille».
Ceresa: «Figurati Paolo»
Giordana: «Ciao»
Ceresa: «Ciao»
Il 26 luglio 2017, il giorno dopo, la seconda telefonata tra Giordana e Ceresa. Alle 19. Chiama Ceresa.
Giordana: «Eccomi qui»
Ceresa: «Paolo, tutto a posto, quella cosa che mi hai detto».
Giordana: «Grazie mille».
Ceresa: «Risolto, non c’è nessun problema».
Giordana: «Quindi gli dico di stare tranquillo. Perfetto».
Ceresa: «Si, si, non arriverà la multa»
Perdere tutto per 90 euro di multa. Richelieu e Rasputin non ci sarebbero mai cascati.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile
LA PARTE DEL LEONE LA FAREBBE IL CENTRODESTRA, SEGUITO DAL M5S… MA NON BASTA PER OTTENERE LA MAGGIORANZA ALLA CAMERA
Il Corriere della Sera oggi torna sulla simulazione di IPSOS riguardo i collegi uninominali
del Rosatellum di cui si è parlato ieri per ribadire che ad oggi il centrodestra farebbe la parte del leone nella competizione, aggiudicandosi in totale 109 collegi, di cui la stragrande maggioranza al nord (ben 79).
L’infografica del quotidiano spiega che ad esempio in Lombardia, Veneto e Piemonte al PD ne spetterebbero in totale cinque contro i 64 del centrodestra e i 5 del MoVimento 5 Stelle.
Al Nord l’asse formato da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia collezionerebbe 79 seggi: quattro volte il bottino di una alleanza tra Pd e Ap che ne otterrebbe 20 grazie al buon risultato in Emilia Romagna.
Il Pd va meglio al centro (il primato in Toscana), ma qui i seggi in palio sono meno.
E in totale, in Italia, vincerebbe nella metà dei seggi rispetto al centrodestra (51 contro 109).
Il MoVimento 5 Stelle invece otterrebbe ottimi risultati in particolare al Sud e nelle isole, portando il suo bottino totale a 71 collegi.
Come abbiamo visto ieri, però, ad oggi nessuna delle coalizioni riuscirebbe ad ottenere una maggioranza alla Camera visto che per vincere con il Rosatellum bisognerebbe arrivare a percentuali più alte.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO IPR: “GRASSO AL PRIMO POSTO NELLA FIDUCIA TRA I LEADER NON PD”
Una lista a sinistra del Pd, con Articolo 1, Sinistra Italiana e Possibile, con Pietro Grasso leader potrebbe addirittura arrivare al 15%.
Lo rivela un sondaggio di Ipr Marketing condotto per Il Giorno-Qn.
La seconda carica dello Stato, scrive il direttore Antonio Noto, ha da solo un potenziale del 5%, “se a questa percentuale di base si aggiunge il peso elettorale proveniente dall’area di Mdp-Sinistra moderata valutabile intorno al 4%, oltre a un 3% proveniente da elettori del Pd insoddisfatti della linea politica del partito, ed un altro 3% da indecisi ma non ostili al centrosinistra, ecco che un eventuale nuovo soggetto politico guidato da Grasso potrebbe essere quotato potenzialmente all’incirca al 15%”.
Questo perchè il presidente di Palazzo Madama, che ha da poco lasciato il gruppo dem al Senato a causa delle forzature istituzionali del Pd, gode di un’alta reputazione e non solo nel mondo della sinistra, continua Noto.
Percepito più “come uomo di Stato che come Che Guevara”, Grasso “potrebbe rappresentare il simbolo di un ‘nuovo Ulivo di sinistra’ concorrente al Pd e che possa unire i moderati di Prodi, gli scontenti di Renzi, i battaglieri di Bersani e la sinistra non estremista”.
Da questo punto di vista, sottolinea Noto:
È da notare che il 67% degli attuali elettori del Pd esprime fiducia a favore del Presidente del Senato, ma il dato più importante è che la maggioranza assoluta dei ‘filo renziani’ (62%) pronuncia un giudizio positivo su Grasso. […] All’interno dei simpatizzanti di sinistra, invece, per quanto rimanga alto, il giudizio positivo scende al 54%. Comparando in maniera complessiva questi dati emerge, dunque un profilo trasversale che possa unire tutte le anime del centrosinistra insofferenti dell’operato politico di Matteo Renzi.
A sinistra del Pd quindi Grasso raccoglie il 54% delle indicazioni, di poco sopra Bersani (48%), terzo Pisapia con il 38%, e a seguire Laura Boldrini, Massimo D’Alema, Roberto Speranza e Nicola Fratoianni.
“Anche in questo caso – conclude Noto – è da evidenziare che le indicazioni positive nei confronti di Grasso provengono da circa un terzo degli attuali votanti Pd”.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile
IL FRUTTO DELLO STATUTO SPECIALE: LA PIU’ PICCOLA REGIONE ITALIANA E’ UN ESEMPIO DI MALGESTIONE
Il casinò di Saint Vincent 
«In un casinò la regola è far continuare a giocare i clienti. Più giocano e più perdono, e alla fine becchiamo tutto noi», fa dire Martin Scorsese a Robert De Niro, alias “Asso” Rothstein, nel film Casinò. Regola che a Saint Vincent, tuttavia, nessuno ha mai applicato. Perchè se avesse funzionato anche lì, come nelle case da gioco del mondo intero, il Casinò de la Vallee non avrebbe perso una montagna di soldi. Centotrentaquattro milioni 583.189 euro dal 2003 al 2016, che fa 26.311 euro al giorno.
Ogni valdostano, neonati compresi, perde al Casinò un centesimo all’ora. E non è una battuta a effetto, ma un’emorragia economica reale: perchè la casa da gioco è pubblica, di proprietà della Regione.
Che ora, dopo il rosso monstre dell’anno scorso (46,6 milioni!) dovrà con ogni probabilità rimettere mano al portafoglio per ricapitalizzare: almeno una ventina di milioni.
Un altro fra i prodigiosi risultati delle autonomie regionali? In una certa misura. Di sicuro il Casinò è oggi lo specchio della Valle D’Aosta.
E se è legittimo chiedersi che senso abbia la sopravvivenza di statuti regionali speciali che spesso risultano fonte di sprechi e privilegi anacronistici e non più giustificabili, in questo caso la domanda è ancor più radicale: a settant’anni dai trattati di pace di Parigi del 1947 che ne sono di fatto l’origine, può ancora esistere una Regione così?
Il record di dipendenti pubblici
Secondo l’ultimo dato Istat la Valle D’Aosta ha 126.883 abitanti. Più o meno la metà di Verona, o se preferite tanti quanti sono i residenti di Giugliano in Campania, provincia di Napoli. Con la densità territoriale minore del Paese, la popolazione è disseminata in 74 comuni. Ognuno dei quali ha i relativi uffici.
Ci sono poi quelli della Regione, oltre alle strutture periferiche dello Stato centrale. Il che rende questa microscopica Regione il più massiccio serbatoio di posti pubblici della nazione in rapporto agli abitanti. L’Istat dice che ce ne sono 14.101, ovvero uno ogni nove valdostani. Dei quali posti, va precisato, ben 2.821 sono occupati dai dipendenti regionali. Duecento in più rispetto alla vicina Regione Piemonte, che però di abitanti ne ha 4,4 milioni.
Ma non basta. Perchè si deve aggiungere la pletora assurda delle società pubbliche. Nel portafoglio della Valle D’Aosta si contano una sessantina di partecipazioni di primo e secondo livello, con un numero di posti a carico del bilancio regionale non inferiore alle 2.300 unità .
Settecento solo nel Casinò. Per non parlare dei 22 “enti strumentali” elencati nel bilancio regionale. Se poi si calcola anche l’indotto, si può dire che in ogni famiglia c’è chi campa con i denari pubblici.
Tutto parte da qui. Per chi non lo sapesse, la Valle D’Aosta è l’unica Regione italiana il cui governatore non è votato dal popolo, ma nominato dal consiglio regionale. Succede quindi che dopo le dimissioni del presidente Pierluigi Marquis seguite al ritrovamento di 25 mila euro in contanti nel suo ufficio, non si torni a votare.
Perchè la crisi si risolve esattamente come nella prima repubblica, con una manovra di corridoio. Anche se nulla cambierebbe pur tornando al voto. Perchè in una comunità così ristretta, con il meccanismo delle tre preferenze, il sistema è congegnato in modo tale da garantire la conservazione del potere. Accontentando tutti grazie allo statuto speciale.
Il bastone del comando
In una Regione normale come la Lombardia c’è una poltrona ogni 125 mila abitanti. Seguendo lo stesso criterio, il consiglio regionale della Valle D’Aosta dovrebbe averne una sola. Invece sono 35: una ogni 3.600 residenti. Con i costi che ne conseguono, se si considerano anche i 111 dipendenti del medesimo consiglio.
Dal 1946 a oggi, per più di sei decenni, il bastone del comando è stato nelle mani dell’Union Valdotaine, che ha governato ininterrottamente negli ultimi ventiquattro anni fino all’arrivo Marquis della Stella Alpina, il quale ha retto soltanto sei mesi e poi s’è dovuto dimettere. Prima di lui, la lunga epoca di Augusto Rollandin, ultimo vero padre padrone di una Regione dove un certo modo di intendere la politica ha allagato l’intera società . Come dimostrano alcuni dettagli solo apparentemente trascurabili.
Prima di essere nominato governatore Rollandin era presidente della Compagnia valdostana delle acque, l’azienda pubblica che gestisce gli impianti idroelettrici acquistati nel 2001 dalla Regione con un’operazione di cui si parla più avanti. Società nella quale l’assessore al turismo Aurelio Marguerattaz, già membro del collegio sindacale del Casinò, è stato peraltro revisore.
Mentre lo stesso Marquis aveva in passato occupato le poltrone di presidente della Società autostrade valdostane e del Raccordo autostradale Valle D’Aosta spa.
L’ombra del voto di scambio
Su 35 consiglieri, una decina hanno ricoperto incarichi in aziende o enti regionali. E colpisce che in quattro siano stati sospesi ai sensi della legge Severino perchè raggiunti da condanne in primo grado in seguito alle inchieste sull’uso improprio dei fondi di partito.
Mai però come hanno colpito le sconvolgenti affermazioni di Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare antimafia, che giovedì 19 ottobre ha scioccato l’intera Regione con queste parole: «In una realtà con così pochi elettori e una presenza significativa di persone riconducibili a gruppi ‘ndranghetisti è singolare che in Valle D’Aosta non si sia indagato sul voto di scambio per accertare se ci sono stati tentativi di condizionamento sulle scelte politiche e amministrative».
Ombre davvero inquietanti, che si aggiungono alle tante che già aleggiano sulla più piccola Regione italiana. Al riparo dello statuto speciale e di un potere politico così pervasivo qui tutto può accadere. Sfiorando il limite delle regole imposte a ogni buon padre di famiglia. Per esempio, può succedere che la Regione acquisti un albergo (l’hotel Billia) per la rispettabile cifra di 58 milioni, con il risultato di aggravare la traballante situazione finanziaria del Casinò e ritrovarsi sul groppone altro personale.
L’affare Skyway
Oppure che la medesima Regione spenda 162 milioni per realizzare un impianto avveniristico come lo Skyway affidandone la gestione alla società Funivie Monte Bianco nella quale i privati hanno metà meno una quota del capitale. Però senza che sia stata fatta una gara, perchè quella società era in origine tutta privata. O ancora, capita che più di 30 milioni dei contribuenti vengano investiti in un aeroporto gestito da un’altra società controllata da un petroliere genovese proprietario della compagnia aerea Air Vallèe. Ma con la partecipazione, anche qui, della Regione che continua a tirare fuori i soldi.
I derivati con Deutsche Bank
Piccolo particolare, dal 2008 non c’è un volo di linea e l’aeroporto è costato quest’anno un altro milione e mezzo a un bilancio regionale pieno di sorprese. Una per tutte. Si scopre che dal 2001 la Regione ha stipulato con Deutsche bank un contratto in derivati per 543,1 milioni (4.310 euro per ogni cittadino) a valle di un prestito obbligazionario per comprare le centrali idroelettriche. Motivo, tutelarsi dal rischio di aumento dei tassi d’interesse. Fatto sta che i tassi sono al minimo storico e per quel contratto ventennale i valdostani stanno accantonando 43,5 milioni l’anno: circa 27 di capitale e 16 di interessi. Fare i conti non è difficile.
Poi si è reso necessario per legge un riaccertamento dei residui attivi e passivi nel bilancio regionale, con il risultato che l’avanzo di amministrazione di 217,6 milioni del 2015 si è trasformato in un disavanzo di 204,8 milioni. Niente male, per una Regione che per statuto può trattenere in casa il 90 per cento delle tasse.
Esattamente come ora vorrebbe il Veneto di Luca Zaia…
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile
UN ARRESTO PER TENTATO OMICIDIO, RESTANO IN LIBERTA’ I MANDANTI IDEOLOGICI
Prima gli insulti razzisti: “Sporco negro. Gli immigrati via dall’Italia”. Poi le botte. Protagonisti dell’aggressione nella notte, in pieno centro, sono stati cinque ragazzi romani tra i 17 e i 19 anni.
Le vittime, un cittadino del Bangladesh e un egiziano, sono state circondate in piazza Cairoli e aggredite.
Ad avere la peggio il 27enne bengalese, trasportato in un primo momento al Fatebenefratelli con una serie di brutte fratture al naso, alle orbite e alla mascella: dopo essere stato spintonato, mentre cercava di rialzarsi, ha ricevuto un calcio in piena faccia da uno dei ragazzi del gruppo.
In ospedale, prima del trasferimento al San Camillo, è stato giudicato guaribile in 30 giorni.
Sul posto è intervenuta immediatamente la polizia. Gli agenti dei commissariati Trevi e Colombo hanno bloccato i cinque aggressori a distanza di 40 minuti e a poche centinaia di metri di distanza dal luogo dell’aggressione, in via delle Botteghe Oscure. Il 18enne che avrebbe sferrato il calcio al volto del bengalese è stato arrestato per tentato omicidio, gli altri sono stati denunciati per lesioni e sentiti in questura assieme ai testimoni che hanno assistito al pestaggio.
L’allarme è scattato intorno alle tre della notte, quando la polizia è intervenuta per soccorrere un uomo sanguinante a terra in Piazza Cairoli. Accanto a lui, un cittadino egiziano.
Ha raccontato agli agenti di essere stato vittima di un’aggressione da parte di alcuni ragazzi, che avrebbero rivolto loro insulti a sfondo razziale, passando poi alle mani. Annotate le descrizioni dei giovani, i poliziotti hanno iniziato le ricerche per poi imbattersi nel gruppetto in via delle Botteghe Oscure: un 17enne, tre 18enni (compreso l’arrestato) e un 19enne.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile
LA DIMOSTRAZIONE CHE LA MAGGIORANZA DEI CATALANI NON VUOLE L’INDIPENDENZA
Un milione di persone hanno partecipando alla manifestazione unionista a Barcellona,
organizzata da Societat Civil Catalana per respingere “l’attacco senza precedenti nella storia della democrazia” che la dichiarazione d’indipendenza approvata dal Parlament ha rappresentato.
Le immagini trasmesse dalle tv spagnole e dai siti web mostrano migliaia di persone in strada con bandiere spagnole e catalane, assieme a grandi bandiere europee.
Lo slogan della manifestazione è ‘Tutti siamo Catalogna’. Sono presenti molti leader politici, tra cui la ministra della Sanità Dolors Montserrat, il leader del Ppc Xavier Garcàa Albiol, il presidente di Ciudadanos Albert Riversa e la leader catalana Ines Arrimadas, il primo segretario del Psc Miquel Iceta.
Tra gli slogan che si sentono ci sono ‘Viva Spagna e viva Catalogna’, ‘Puigdemont in carcere’, ‘Golpisti in prigione’, ‘Tutti siamo Catalogna’.
Alla fine della manifestazione hanno preso la parola l’ex ministro del Pp Josep Piquè, l’ex ministro socialista Josep Borrell e l’ex leader del Pce Paco Frutos. Sulla città volano elicotteri, mentre molte zone sono transennate per sicurezza, si vede nelle immagini diffuse dalla tv e dai media online.
E a preoccupare gli indipendisti è quanto emerge da un di Sigma Dos pubblicato stamane da El Mundo: i partiti che vogliono la secessione dalla Spagna potrebbero perdere la maggioranza assoluta del Parlamento alle elezioni del 21 dicembre, anche se il margine sottile tra le due parti prevede una campagna fortemente combattuta.
Il sondaggio è stato realizzato intervistando mille persone tra martedì e giovedì, proprio mentre il governo centrale spagnolo si preparava a prendere il controllo della Catalogna che poi venerdì ha proclamato l’indipendenza.
Se le elezioni dovessero tenersi oggi, agli indipendentisti andrebbe il 42,5% dei voti, pari a 61-65 seggi mentre la maggioranza nell’assemblea catalana è di 68.
Gli unionisti invece otterrebbero il 43,4% dei seggi.
Nelle ultime elezioni del 2015, i separatisti vinsero con il 47,7% dei voti conquistando 72 seggi.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO UN CHILOMETRO CANCELLERI, DI MAIO E GRILLO SALGONO SU UN PULMINO E SPARISCONO, LASCIANDO I 200 ATTIVISTI SCONCERTATI A CAMMINARE PER GLI ALTRI 8 CHILOMETRI PREVISTI
È una festa senza il festeggiato. O per meglio dire, sul più bello, quando la marcia M5s stava per entrare nel vivo, il candidato governatore siciliano Giancarlo Cancelleri sale su un pulmino e va via lasciando gli invitati sul Lungomare di Acicastello senza un punto esatto di riferimento.
Tutti un po’ smarriti sanno solo che devono camminare per altri otto chilometri e arrivare a Catania, dove alle 21 è previsto il comizio.
Qualcuno li cerca: “Dove sono andati tutti?”.
E infatti, insieme a Cancelleri, dopo un chilometro e mezzo, anche Beppe Grillo e Luigi Di Maio si dileguano a bordo di questo pullmino battente bandiera M5s e alle loro spalle rimangono i circa 200 attivisti in marcia, che chilometro dopo chilometro diventano sempre di meno.
Eppure il pomeriggio era iniziato nel migliore dei modi.
La pioggia aveva lasciato spazio a un timido sole, che comunque garantiva una marcia senza troppe complicazioni.
Grillo si è fatto attendere un po’, ma poi arriva e dà il via al suo show: “Noi prospettiamo un salto di qualità . Se i siciliani capiscono e vogliono tentare di darci la fiducia è un voto di fede. Chi siamo in noi? Siamo dilettanti allo sbaraglio? Può darsi. Siamo incapaci, può darsi, ma impariamo”.
Di Maio continua a colpire lo sfidante diretto del centrodestra: “Chi vota Musumeci, vota Miccichè”. Ma gli occhi sono tutti puntati sul leader M5s, è circondato: “Siate curiosi”, dice. Cancelleri cammina mano nella mano con la compagna, si posiziona accanto a Grillo ma parla pochissimo.
Gli attivisti in marcia indossano tutti scarpe da ginnastica, jeans e maglietta possibilmente M5s. Anche Alessandro Di Battista, che insieme a Paola Taverna, Roberta Lombardi e a qualche altro deputato, cammina fino alla fine: “Più persone vanno a votare, più possibilità abbiamo di vincere e di ridurre gli impresentabili”, va dicendo.
Il candidato governatore e Di Maio sono gli unici due in abito. E con le loro scarpe poco adatte a marciare vanno via verso Augusta, dove c’è un altro comizio in programma.
“Ma ad Augusta non potevano andare un altro giorno, dal momento che oggi c’era la marcia?”, domanda un deputato arrivato per questa marcia che doveva essere una festa.
Ma qui gli invitati sono rimasti soli.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile
ATTACCA IL M5S: “INCAPACI”
“Domenica 5 novembre vi toccherà una grande responsabilità : dovrete scegliere il vostro
futuro, quello dei vostri figli, quello della vostra terra. Una terra straordinaria devastata da anni di cattivo governo della sinistra”.
Lo afferma Silvio Berlusconi, nel suo video messaggio su Facebook.
“Molti di voi sono arrabbiati, scoraggiati, delusi, e -aggiunge- si sono rassegnati, hanno deciso di non andare neppure a votare. Vi capisco: sono indignato anch’io per come la Sicilia è stata trattata dallo Stato centrale e dai governi regionali”.
“Ma voglio rivolgermi anche -prosegue — a chi intende esprimere un voto di protesta. A chi vuole dare il voto ai grillini, dico: non fatevi ingannare da chi non ha nessuna esperienza, nessuna capacità , come è provato dalle città , ad esempio Roma e Torino, in cui hanno responsabilità di governo”.
La soluzione? “Votate Forza Italia”.
Ma di Musumeci, candidato governatore, nessuna traccia nell’appello.
(da agenzie)
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