Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
“POSSIBILE CHE NON RIUSCIATE A FAR APPROVARE LO IUS SOLI CHE PERSINO MIO FIGLIO DI 4 ANNI CAPISCE QUANTO SIA GIUSTO?”… RENZI RISPONDE CON VEEMENZA ARRAMPICANDOSI SUGLI SPECCHI, IL PUBBLICO NON GRADISCE
«Per me l’incidente è chiuso. Nessun problema». Matteo Renzi preferisce non
commentare. Ma la rete invece non smette di guardare il video e di commentare l’inconsueto siparietto, finito in litigio, tra l’ex premier, Oscar Farinetti e Fabio Volo. Teatro degli eventi, la presentazione dell’ultima fatica dello scrittore e showman «Quando tutto inizia».
Niente di più noioso, di solito, di una presentazione libraria. Non questa volta, però, e non tanto per le qualità letterarie e dialettiche di Volo, quanto per la presenza, che si rivelerà più che ingombrante, del segretario del Partito democratico.
Alla fondazione di Mirafiore di Serralunga d’Alba, in Piemonte, Volo sale sul palco con Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte, Oscar Farinetti, presidente della fondazione, e la sorella Anna Farinetti.
A un certo punto, compare Renzi.
Ed è quando Volo gli chiede conto della mancata approvazione della legge sullo Ius soli, che scoppia il caos. «È possibile che non riusciate a far approvare una legge che anche mio figlio di 4 anni ha capito quanto sia giusta?» chiede Volo.
«Capolavori politici»
Renzi replica parlando dei «capolavori politici» fatti dal suo governo e dal suo Pd sugli sprechi alimentari, sull’autismo e su altro.
Il pubblico, oltre 500 persone, rumoreggia e grida «basta».
A quel punto Volo, da consumato uomo di spettacolo, si alza, lamentando che la presentazione sia diventata di fatto un comizio e abbandona platealmente la scena, ottenendo un’ovazione del pubblico.
Ma che ci faceva Renzi alla presentazione? Volo, in effetti, non l’aveva invitato.
Era prevista una cena a tre, nel post presentazione, convocata da Farinetti. Al desco serale doveva partecipare anche l’ex premier.
Ma il vulcanico fondatore di Eataly ha insistito perchè Renzi si presentasse in anticipo e presenziasse anche all’evento della Fondazione. Ed è lì che «tutto inizia», per citare Volo.
Perchè Renzi non è uomo da starsene in disparte e da abbozzare quando viene chiamato in causa. E così alla domanda sullo ius soli reagisce con veemenza, rivendicando l’attività del governo e assicurando il suo impegno.
Volo, indispettito, lascia la sala. E poi se la prende, nel fuori scena, soprattutto con Farinetti, che nel suo zelo renziano ha creato le premesse dell’incidente.
Il fondatore di Eataly
Il fondatore di Eataly spiega: «Avevamo avvertito Fabio dell’arrivo di Renzi e avevamo concordato di concludere insieme l’incontro in modo simpatico, senza tirare per la giacca nessuno. Mai mi sarei aspettato un simile epilogo».
Volo, che giorni prima aveva discusso animatamente dello ius soli anche con Silvio Berlusconi, capisce di avere esagerato nella sua uscita di scena spettacolare e si affida a twitter: «Mi spiace per questa sera non era nulla di personale nei confronti di Renzi. Ci siamo ritrovati in una situazione che ho gestito male. Sorry»
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
LA SQUADRA TORINESE DI SEI MEDICI PARTECIPA AL PROGRAMMA “CUORE DI BIMBI”… NON C’E’ SOLO LA FOGNA RAZZISTA
Siccome il mondo va così, tra ambiguità e trasparenza, cattiveria e generosità , accade che, mentre ci sono maestre d’asilo che si fanno arrestare per aver picchiato i bimbi in classe, ci sono medici come l’equipe specializzata di cardiochirurgia dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, che partono per la Birmania per salvare la vita a bambini della stessa età .
Sei medici, un cardiochirurgo, un cardiologo, due anestesiste, un perfusionista – che in sala operatoria tiene sotto controllo la circolazione del sangue – e un’infermiera, la settimana scorsa si sono presi una settimana di ferie e, dopo 17 ore di volo, sono atterrati a Yangon, capitale birmana fino al 2005, anno dell’insediamento della dittatura militare. Ad attenderli persone e speranze.
I protagonisti
«Non è stato semplice partire – racconta Annalisa Longobardo, cardioanestesista – ho due figlie piccole, di 4 e 2 anni, ed ero preoccupata. Cosa avrebbero fatto senza di me? Un’amica mi ha fatto capire che esserci o non esserci per sette giorni, non avrebbe fatto tanta differenza nella loro esistenza. Per i bambini cardiopatici in Birmania, invece, quello stesso tempo, avrebbe avuto un’importanza vitale».
Vitale, già . Perchè di questo stiamo parlando: due interventi salvavita al giorno per sette giorni. E poi di visite a tanti altri piccoli pazienti, nati con malformazioni cardiache, che per essere operati dovranno aspettare la prossima missione del programma «Cuore di bimbi», progetto della Fondazione «Mission Bambini» che coinvolge 70 pediatri in tutta Italia.
Dieci di loro sono di Torino. Si muovono per il mondo due volte all’anno – questo è ciò che consentono le risorse – formando delle vere e proprie equipe, per intervenire nei paesi più poveri dove si opera con le torce e dove può saltare la corrente elettrica da un momento all’atro.
«Quello che facciamo – dice Giulia Albano coordinatrice del progetto – non sono “solo” interventi chirurgici. I nostri medici fanno formazione, un tassello fondamentale per le speranze future. Impartiscono mini lezioni ai colleghi che trovano sul posto e li affiancano in sala operatoria per far sì che poi, possano farcela da soli».
Angoscia e speranze
Spiegano diagnosi, insegnano tecniche, e così facendo consentono di vivere a piccoli super-eroi nati con un cuore malato.
E ridanno luce ai loro genitori che spesso abitano in paesini a centinaia di chilometri di distanza dalle città in cui si trovano gli ospedali.
Mangiano e dormono per giorni nell’atrio, nei corridoi in attesa dell’equipe, e poi sperano – paradosso della vita – che i loro figli siano così gravi da essere sottoposti subito all’intervento: «Sono sempre colpito dalla dignità che incontriamo – dice Carlo Pace Napoleone, direttore del reparto di cardiochirurgia pediatrica del Regina Margherita a capo della squadra rientrata, domenica, da Yangon – anche quando spieghiamo che l’operazione va rinviata, che ci sono casi più seri, nonostante l’angoscia che quelle madri e i padri si portano addosso, ci ringraziano, ci sorridono, ci sono grati. Cosa penso del caso di Vercelli? Non ho scelta: credo nell’essere umano. Nella generosità della maggioranza delle persone».
(da “La Stampa”)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL CONI ALLA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO “SPORT E INTEGRAZIONE”: “LO SPORT NON E’ NE’ DI DESTRA NE’ DI SINISTRA, DEVE ESSERE PERMESSO A TUTTI”
“Senza Ius soli negli ultimi 15 anni abbiamo perso 4 milioni e mezzo di potenziali
atleti tra i 14 e i 19 anni”. Mentre la politica dà segnali negativi sulla riforma della cittadinanza e il ddl sembra ormai destinato a impantanarsi per sempre in Senato, è stato il presidente del Coni Giovanni Malagò a prendere la parola in favore del provvedimento.
Malagò, presentando i risultati del progetto “Sport e integrazione” al Foro Italico a Roma, ha dichiarato: “C’è qualcuno che cavalca certe cose per proprio tornaconto, come sulla legge per lo ius soli. Il mondo dello sport è da subito stato il portabandiera (della cittadinanza sportiva, ndr), ma non vuole essere strumentalizzato nè tirato per la giacchetta. Sicuramente in Italia abbiamo una crescita demografica che è pari a zero e, guardando alle statistiche, negli ultimi 15 anni abbiamo perso 4 milioni e mezzo di potenziali atleti tra i 14 e i 19 anni”.
Quindi ha aggiunto: “Oggi molte persone che risiedono in Italia non sono riconosciute come italiane e per questo non possono indossare la maglia azzurra. Ma lo sport non è nè di destra nè di sinistra, non può avere svantaggi: a tutti deve essere permesso di praticare la propria disciplina e bisogna lavorare per questo”.
E poi la conclusione: “E’ inaccettabile che i nostri figli siano a scuola con altri ragazzi, vanno a fare sport e magari questi ragazzi sono anche più bravi di alcuni dei nostri ma non possono competere ai vari livelli dei campionati o addirittura in alcuni casi indossare la maglia azzurra: questo non è giusto”.
(da agenzie)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
DALLA BIDONVILLE IN ROMANIA A TORINO, LA FAMIGLIA E’ TROPPO POVERA PER CHIEDERE LA RESIDENZA E SENZA QUELLA LA FEDERAZIONE NON PUO’ TESSERARLO: “UN VERO PECCATO, QUEL RAGAZZO HA GRINTA DA VENDERE”
Nell’appartamento del centro dove abita con la sua famiglia, non ci sono poster di calciatori. Sono pulite le pareti della sua cameretta. Oggi gli idoli degli adolescenti non si ammirano attaccati al muro, ma si portano sempre in tasca. «Non faccio il tifo per nessuna squadra. Le uniche partite che guardo sono quelle di Cristiano Ronaldo. La sua immagine è lo sfondo del mio smartphone».
Icona del calcio milionario tutto flash e paillettes. Dimensione lontanissima dal sintetico di via Petrella dove Francis, 14 anni, capelli a spazzola e Adidas blu con i tacchetti, si allena ogni settimana sognando di diventare forte come il suo idolo.
Anche se il sabato in campionato non gioca mai. Non può scendere in campo per un problema burocratico. La sua famiglia è troppo povera per poter domandare la residenza all’anagrafe. Certificato necessario per essere tesserato e disputare i tornei Figc.
La polisportiva
Quello di via Petrella è l’impianto sportivo di una società calcistica abituata alle sfide. Polisportiva Centrocampo. Squadra nata 1968 per merito di un gruppo di giovani di Barriera di Milano appartenenti alla sinistra extraparlamentare. Tra quei ragazzi c’era il presidente di oggi, Roberto Petito, 61 anni.
«Questo è un quartiere di frontiera: il 35% dei nostri atleti è di origine straniera – dice -. Molti hanno difficoltà economiche. Ma non abbiamo mai escluso nessuno». Poi, è arrivato nello spogliatoi il giovane Francis: è la partita si è complicata. Il ragazzo ha alle spalle un’infanzia difficile. Nato a Bacau, si è trasferito a Torino dieci anni fa con il padre, la madre e la sorella più grande.
Bidonville di Lungo Stura Lazio
«Non avendo i soldi, abbiamo vissuto sei anni nella bidonville di Lungo Stura Lazio – dice Francis –. Un inferno». Abbandonato per merito della famiglia. Che, ancora prima dello sgombero, si impegna e riesce a trovare un alloggio lontano dal fiume.
«Nel campo era dura giocare a pallone. Ma non ho mai abbandonato il sogno di diventare un campione», dice il giovane che, dopo le elementari, si è iscritto alla scuola media.
In Lungo Stura Lazio la passione del piccolo Francis s’incrocia con «Nessuno Fuorigioco», progetto di cittadinanza costruito intorno a una squadra dove tutti potevano giocare, anche senza documenti, compresi i figli dei nomadi. Ma con lo smantellamento del campo ordinato dal Comune, quest’estate i piccoli giocatori di «Nessuno Fuorigioco» sono stati costretti a fare il grande salto.
E nel Centrocampo trovano la società disposta a metterli alla prova lontano dai campionati amatoriali, ma in quelli della Federazione. Tornei con avversari, ritmi e regole diversi. Soprattutto, quando si parla di tesseramenti. «Francis non è un asso del pallone, ma è un ragazzo grintoso – dice Timothy Donato, il fondatore di «Nessuno Fuorigioco» –. Abbiamo provato in tutti i modi a tesserarlo. Ma non avendo la residenza è impossibile».
Riconoscimento
Quello di Francis è un caso limite. È comunitario e non ha un problema di documenti. Ma, pur vivendo da anni a Torino, non può chiedere il riconoscimento amministrativo dell’abitazione perchè il padre non ha un lavoro stabile. E guadagna meno di 5,5 mila euro. Non abbastanza per fare richiesta all’anagrafe.
«Senza residenza, però, non si può essere tesserati», dice Piero Volpi, l’allenatore di Francis che, in realtà , le prime partite dell’anno le ha disputate con la maglia del Centrocampo.
«Abbiamo deciso di farlo giocare lo stesso per non perdere il ragazzo – aggiunge il presidente Petito –. Ma quando è stato espulso per una brutta parolaccia, il suo nome è stato scritto nel referto dell’arbitro e la Lega ha scoperto l’assenza del tesseramento».
Il Centrocampo ha dovuto pagare una multa di 180 euro. Ma non si è data per vinta.
«Ci siamo rivolti a dei legali per trovare una spiraglio – aggiunge Donato –. Una possibile soluzione? Un sindaco, di qualsiasi parte d’Italia, che gli conceda la residenza». Strada auspicata anche da Roberto Scrofani, segretario del comitato piemontese della Federazione calcio.
«Quando abbiamo scoperto il caso, ho chiesto al Comune di concedergli la residenza perchè noi, come Figc, non possiamo andare contro le regole fissate dal ministero dell’Interno». L’obbligo della residenza, infatti, è stato posto per evitare il traffico di baby-calciatori tra i professionisti. E non per cancellare il sogno di Francis di diventare il nuovo Cristiano Ronaldo.
(da “La Stampa”)
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