Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
I SUOI VECCHI AMICI DEI CENTRI SOCIALI RIPROPONGONO LA FOTO STANTIA…NEL GIUGNO 2016 UN GIOVANE DIRIGENTE PD DI SARZANA PUBBLICO’ LA STESSA FOTO GOLIARDICA (ANCHE PERCHE’ LE BR NON CI SONO PIU’)
Salvini prova a paragonare le azioni violente dei gruppi neonazisti,
oggetto di condanne da parte della giustizia italiana, e le quotidiane impunite istigazioni all’odio razziale della becerodestra nostrana contro negri e islamici a una foto ri-pubblicata da cazzari di un centro sociale (simile a quello frequentato da Salvini quando si spacciava per comunista padano)
Lo foto è un vecchio fotomontaggio che unisce un Salvini “imbavagliatosi” durante una trasmissione de La7 al covo Br dove venne fotografato Aldo Moro durante il suo tragico rapimento.
Il segretario della Lega, per uscire dall’impasse “condanno o no i naziskin?”, cerca di spostare l’obiettivo e di passare per vittima, viste le elezioni alle porte.
Mossa studiata a tavolino visto che non è certo la prima volta che quella foto viene fatta girare sul web.
Siamo in grado di proporvi a tal proposito la polemica seguita, nel giugno del 2016, in quel di Sarzana, a seguito della pubblicazione della stessa foto da parte di un giovane dirigente del Pd, suilla propria pagina Fb.
In quell’occasione, al di là delle frasi di sdegno di rito, non ci fu nessuna denuncia, tutto si risolse con le scuse del giovane esponente Pd e il cazziatone che costui subì all’interno del partito.
«Oggi stesso denunceremo l’autore – annuncia invece ora il leader del Carroccio – e attendo reazioni scandalizzate come quelle dei giorni scorsi dove è stato detto tutto e il suo contrario su episodi di presunta violenza».
E perchè dovremmo scandalizzarci, visto che lui per primo non si è mai scandalizzato per quella foto che è su google da anni e che non ha mai fatto rimuovere?
Semmai dovremmo scandalizzarci per una giustizia che in Italia non persegue gruppi, singoli e politici che ogni giorno istigano all’odio razziale, etnico e religioso, pur essendoci una legge che lo prevede.
Se costoro fossero al loro posto, cioè in galera, il problema di “scandalizzarci” non si porrebbe.
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
IL PM CHIEDE LA CONDANNA DEL GIORNALISTA PER VILIPENDIO AGGRAVATO DA ODIO RAZZIALE
«Il titolo “Bastardi islamici” è un insulto generalizzato a un miliardo e mezzo di fedeli islamici, molti dei quali vittime essi stessi di attentati terroristici». Ecco perchè, secondo il pm Pietro Basilone, il giornalista Maurizio Belpietro va condannato a una multa da 8300 euro per offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone, aggravate dalla finalità di odio razziale.
Il titolo dell’editoriale, apparso sulla prima pagina del quotidiano all’indomani degli attentati parigini del 13 novembre è, secondo l’accusa, «una espressione dispregiativa che attribuisce agli islamici quel gesto”, ovvero gli attentati.
E Belpietro, che guidava il giornale, era “perfettamente consapevole di offendere», con una «espressione che ha generato grande frustrazione nella comunità musulmana».
La difesa di Belpietro, oggi alla guida de “La Verità ”, ha sostenuto invece che il fatto non sussiste in quanto “islamici” era aggettivo relazionale del sostantivo ‘bastardi’ e serviva a definire la matrice islamica degli attentati.
Una tesi respinta totalmente dal pm, secondo il quale “Belpietro è un bravo professionista, una persona colta e intelligente. E non poteva non rendersi conto che quel messaggio sarebbe stato interpretato come un insulto agli islamici dalla maggior parte dei lettori”.
Il Caim, Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza che si è costituito parte civile nel processo, ha chiesto un risarcimento di 350 mila euro e una provvisionale da 100 mila euro.
Il processo è scaturito dalle querele depositate in Procura da una decina di musulmani. Belpietro, interrogato in aula, aveva raccontato che dopo gli attentati di Parigi “un collega ebbe l’idea” di usare il titolo ‘Bastards’ messo in pagina da un giornale di San Francisco dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, ma se “in quest’ultimo caso non era chiara ancora all’epoca la matrice di quell’attentato, per noi invece dopo gli attacchi a Parigi e non solo era già drammaticamente nota la matrice islamica”.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
MORIRONO 90 ANNI FA, SONO TORNATI A PIANDELAGOTTI DENTRO DODICI URNE BRONZEE
Sabato, a Piandelagotti di Frassinoro, a 1.500 metri, in provincia di Modena, è stata
una giornata particolare, di quelle che non si dimenticano per generazioni.
I dodici boscaioli sono tornati al paese dopo oltre novant’anni: sono tornati dentro dodici urne bronzee di 70 centimetri per 30, sono tornati come chiedevano i vecchi del paese.
Sono rientrati al loro paese con la neve e il vento con cui se n’erano andati, nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1927, sepolti sotto due larici precipitati nella bufera.
Accadde in Corsica, a Palnèca, nella Foresta Verde, ma a differenza di altre tragedie dell’emigrazione italiana questa è rimasta sepolta per quasi un secolo sotto una coltre di oblio.
Il sindaco Elio Pierazzi, oltre a preoccuparsi della sua micro comunità di vivi, in questi anni ha combattuto una battaglia anche per quei morti remoti: che tornassero in patria. E il ristoratore del paese, Ferdinando Lunardi, che ricorda ancora le madri e le vedove vestite a lutto, parla di un evento storico voluto con tenacia per quasi un secolo.
La sepoltura
Sepoltura non sarà una bella parola, ma è la parola chiave. Sin dall’inizio del ‘900, i giovani montanari della Valle del Dolo e del Dragone, prima di Natale partivano per raggiungere come «segantini», ovvero boscaioli, l’Elba, la Sardegna e la Corsica.
Lo raccontò monsignor Adolfo Lunardi, il sacerdote di Frassinoro, in un opuscolo pubblicato subito dopo la tragedia: era un caposquadra esperto di foreste e di uomini a procurare il lavoro, prendeva contatto con le aziende, stabiliva i termini dei contratti. Salutati i parenti, i lavoratori partivano in fila indiana dal paese con i loro fagotti e gli strumenti del mestiere, la scure detta boschèra, le asce e le accette utili per la sramatura, la sega e il segone, la corda.
Partirono in 19
L’11 dicembre 1926 partono in 19: «Si vedono salire taciturni a capo chino l’erta appenninica del Passo delle Radici…». Dalla Garfagnana arrivano a Livorno, si imbarcano per Bastia, raggiungono Col de Vert, dove sono stati ingaggiati dalla ditta Tollinchi di Ajaccio per tagliare e segare larici e pini marittimi.
Lì, nella foresta, sei chilometri sopra il centro abitato, i boscaioli guidati da Lamberti Francesco costruiranno una baracca con le cuccette imbottite di erbe palustri e frasche, mangeranno polenta di frumentone o di castagne, e un poco di formaggio.
È freddo, il lavoro durissimo nel gelo e nella neve eccessiva convince uno dei segantini a tornare a casa: rimangono in 18 e l’attività di taglio è quasi conclusa a fine gennaio, quando il caposquadra scende a valle per chiedere il trasferimento in una zona meno pericolosa. Intanto, a Col de Vert, nella notte tra lunedì 7 e martedì 8 febbraio si scatena una tormenta e tra lampi e tuoni, verso le tre e mezza, due enormi larici cedono sotto la neve e si rovesciano sulla baracca. L’onda d’urto lancia una branda con sopra Stefani Giuseppe a 30 metri di distanza, salvandolo: richiamato dalle urla dei compagni, brancolando riesce a raggiungere la baracca sepolta. Il primo a essere tratto fuori dalla capanna è Vignaroli Domenico, il secondo è Fontana Giuseppe, ferito alle braccia e alle gambe, il terzo è Lamberti Giuseppe, grondante sangue dalla fronte e con una clavicola spezzata.
L’allarme dei sopravvissuti
I sopravvissuti cercano aiuto nelle case più vicine e dopo ore di cammino riescono a dare l’allarme. Quasi trecento uomini salgono, ma la baracca sembra sparita: viene ritrovato Trogi Rocco, di 22 anni, congelato ma vivo, per 56 ore ha pensato che i compagni fossero scappati, mentre erano tutti cadaveri a pochi metri da lui.
Erano in gran parte ragazzi, fratelli, cugini e cognati, tra i 16 e i 27 anni, gli altri ne avevano 36, 48 e 65: famiglie intere decimate, sette Lamberti e tre Fontana.
Domenica 13 a Cozzano si tennero i funerali alla presenza del prefetto di Ajaccio. Non c’erano nè il console di Ajaccio nè quello di Bastia, anticipando il silenzio tombale che doveva seppellire quella storia italiana poco onorevole per l’Italia fascista.
I corpi sarebbero rimasti in Corsica e i parenti, al paese, vennero a sapere della tragedia dal Corriere, che il 12 diede una prima notizia.
La battaglia per riportare in patria le salme si è conclusa sabato, con una cerimonia nella parrocchia della Natività di Maria Vergine, a Piandelagotti: il parroco don Luca Pazzaglia, il sindaco Pierazzi, il senatore Stefano Vaccari assessore della Provincia.
E i duecento abitanti della frazione, tra cui i pochi parenti lontani dei boscaioli ed emigranti morti 90 anni fa.
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
AL THEATRE DE LA MAIN DI PARIGI TUTTO ESAURITO PER LO SHOW DOVE SI ISTIGA ALL’ODIO
Lo spettacolo inizia con un uomo solo sul palco, in tunica arancione, che guarda verso il cielo e poi si rivolge al pubblico: «Sì sto pregando, e allora? C’è gente che vota, altri che si drogano, altri ancora che si danno a pratiche omosessuali (la frase originale è impubblicabile, ndr), io invece prego per evitare una guerra termonucleare».
Gli spettatori cominciano a ridere e applaudire.
Sono quasi le 21 di giovedì al Thèà¢tre de la Main d’Or di Parigi, e il comico Dieudonnè Mbala Mbala, pluricondannato per antisemitismo, incitamento all’odio razziale e frode fiscale, da poco tornato da una sua «missione di pace» in Corea del Nord con l’amico ideologo «nazionale» e «socialista» Alain Soral, pronuncia le prime battute di «La Guerre».
.A fine 2013 il governo francese provò a fermare gli spettacoli di Dieudonnè e la moda di una specie di saluto nazista alla rovescia.
Niente libertà di espressione, sosteneva l’allora premier Valls, per un ex comico popolare che si è trasformato in agitatore politico a partire da un famoso sketch televisivo, quello del braccio teso in abiti da ebreo ortodosso e il grido «Isra-Heil!».
Oggi, a quattro anni dalle prime battaglie legali, Manuel Valls non è più al governo e il nemico pubblico (così ama dipingersi) Dieudonnè torna a riempire le sale.
Ogni spettacolo è preceduto da polemiche e ricorsi, ma se va in scena Dieudonnè fa sempre il tutto esaurito.
Nessuna promozione sui canali tradizionali, nella Francia di Macron la figura di Dieudonnè resta «maledetta» proprio come piace a lui. Anche se i biglietti si possono comprare alla Fnac e i dvd su Amazon.
Dal sito ufficiale «Dieudosphère» il comico-uomo politico si rivolge direttamente al «popolo», e dice che «qualcosa sta accadendo. Il sistema politico-mediatico non è riuscito a farci sparire».
Valls giudica «insopportabile» che Dieudonnè possa ancora esibirsi e incolpa gli spettatori, «è in gioco la responsabilità di ognuno». Ma loro non sembrano sfiorati dal problema. Anzi, l’alone di proibito rende forse il gioco più divertente. Pubblico della classe media, tra i 20 e i 50 anni, molte giovani coppie che ridono con apparente innocenza agli scherzi truci su gay, ebrei, donne, politici, «il sistema».
Il ragazzo seduto accanto a chi scrive ripete un «Top!» felice a ogni battuta: quella su Macron definito «il frocetto (petite pèdale) salito all’Eliseo», quella complottista sul Bataclan, «che è a 800 metri eppure ero qui e non ho sentito niente», sulle donne che nei conflitti si fanno sempre stuprare («dovreste svegliarvi e giocare d’anticipo»), sugli ebrei Attali e Rothschild trattati come profittatori di guerra, e su quelli che piagnucolano «sono vittima di genocidio»: «dovevate stare più attenti».
Finale con Dieudonnè che invita a comprare il ricco merchandising (magliette, tazze e magneti per il frigo con la «quenelle»), «anche perchè a vendere c’è Nolan, il ragazzo che ha dato un ceffone a Valls (e che venne condannato, ndr). Sì, l’abbiamo assunto: ora sapete quel che dovete fare per entrare nella nostra èquipe».
Di nuovo, tanti si mettono in coda.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
GUGLIELMO GIUSTI RITENUTO UNA DELLE MENTI DELL’ORGANIZZAZIONE: RACCOGLIEVANO ABITI USATI PER I BIMBI DEL CENTROAFRICA MA POI VENIVANO RIVENDUTI IN CAMPANIA
Per i magistrati di Milano è una delle menti dell’organizzazione accusata di
raccogliere abiti usati (soprattutto in Friuli) per i bimbi del centro Africa e che, invece di essere igienizzati e portati oltre oceano, venivano venduti in Campania, ma anche in Tunisia.
Guglielmo Giusti, ex segretario della Lega savonese è stato arrestato insieme a Carmine Scarano, titolare della Nuova Tessil Pezzame di Solaro, nel milanese. L’uomo, presidente della Onlus “L’Africa nel cuore di Savona”, invece si è definito una vittima di quel meccanismo ritenuto criminale dal pm della Direzione distrettuale antimafia milanese, Alessandra Cerreti.
La notizia dell’arresto di Giusti è subito rimbalzata in città dove l’uomo è molto conosciuto soprattutto nel mondo della politica.
Ex segretario della Lega Nord savonese, Giusti da diversi anni era impegnato nel sociale anche con l’associazione “Insieme nel mondo” di cui era presidente.
(da “Il Secolo XIX”)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
RINUNCIA A 42 MILIONI DI RIMBORSI PUBBLICI, MA I GRUPPI PARLAMENTARI NE HANNO INCASSATI 31 … E UN SISTEMA DI INTROITI PIENI DI ANONIMI, SIGLE, VOCI OPACHE E FITTIZIE
L’altra volta, aprile 2013, Beppe Grillo se la cavò con un post: abbiamo raccolto 774 mila euro, ne abbiamo spesi 348 mila, il restante andrà ai terremotati dell’Emilia, saluti e ringraziamenti.
A occhio, nella prossima campagna elettorale, sventolare il vessillo della casa di vetro non sarà altrettanto semplice.
Troppe cose sono cambiate: l’M5S non è più un movimento di sconosciuti, ciascun ex pulcino vorrà coltivare il proprio orto per essere rieletto.
Serviranno più soldi, ci saranno più rivoli, e il meccanismo di auto-finanziamento che nel frattempo è stato costruito si rivelerà per quel che è: un impasto colloso.
Trasparente nei dettagli, opaco nel suo complesso. Tutto sommato e per paradosso, M5S è all’avanguardia su questo: gestione dei soldi e manipolazione del consenso sui social.
Due fronti che i Cinque stelle sono arrivati a maneggiare prima e meglio di altri, dando ad entrambi lo stesso indecifrabile marchio di vischiosa sineddoche: te ne mostro una parte, e la spaccio per il tutto. Onestà !
Per quel che riguarda il denaro, in effetti, i Cinque stelle hanno anticipato i tempi, rinunciando al finanziamento pubblico prima che venisse abolito, cioè a “42 milioni di euro” come amano ripetere ovunque.
Non accedono al meccanismo che l’ha sostituito, il due per mille. Ufficialmente, tutt’oggi dicono di non volere soldi pubblici.
Eppure ormai non è più così.
Rinunciare a quegli introiti ha portato ad attivare altri meccanismi. Non è politica a costo zero. I soldi servono, anche al M5S.
Ma da dove vengono, dove vanno, come sono conteggiati?
Si può rispondere solo a una parte di queste domande. Le entrate sono svariate, a partire dalle sottoscrizioni per singoli eventi, ma per grandi linee: ci sono quelli raccolti dall’Associazione Rousseau; i contributi ai gruppi di Camera e Senato; gli stipendi dei parlamentari; le sottoscrizioni per singoli eventi, come la kermesse annuale; e quelli – ma quest’ultimo è più un postulato che un numero – che provengono dall’intreccio blog-rete-Casaleggio Associati, e che danno luogo a una domanda tanto frequente quanto inevasa: gli introiti per la pubblicità per i link che rimandano al sito beppegrillo.it che fine fanno?
Lo chiese pure l’amata Milena Gabanelli, nel lontano 2013, ottenendo come risposta un laconico e offeso “non vanno a finanziare M5S”
Nel complesso, chi se ne intende per aver frequentato a lungo il Movimento, parla di “polverizzazione” delle entrate.
Come a dire che i soldi sono diventati una polvere di stelle, frazionata, inintercettabile.
Un esempio, locale ma emblematico. Per la corsa al Campidoglio, Virginia Raggi nel 2016 ha raccolto circa 225 mila euro. Ma ne ha dichiarato la provenienza solo per un terzo, 70 mila euro , trincerandosi per il resto dietro la privacy che copre i contributi di privati sotto i 5 mila euro. Cioè non si potrà mai dire chi l’ha finanziata.
La tendenza Raggi fa scuola. L’Associazione Rousseau, il sistema di interfaccia tra eletti e militanti di cui Davide Casaleggio è presidente e amministratore unico dichiara circa 485 mila euro di fund raising, e pubblica anche la lista dei circa 16 mila donatori.
Ma sono anonimi: a sfogliarla, ci si trova davanti a ben 373 surreali pagine di iniziali.
Si parte da “A. A.” e si arriva a “Z.W.” . Non propriamente un inno alla trasparenza.
Dal rendiconto 2016 sempre Rousseau (+ 76 mila euro) vien fuori che 30 mila euro provengono da “soggetti esteri”: 8.500 li ha messi Filippo Pittarello, responsabile comunicazione M5S al Parlamento europeo ed ex dipendente della Casaleggio Associati; gli altri 22 mila risultano come “contributi ricevuti dall’estero da altre persone fisiche”, senza ulteriori precisazioni.
Si obietterà che sono 22 mila euro, mica miliardi: ecco, proprio in casi come questi, che sono svariati, sta la “polverizzazione” opaca.
Anche nella campagna 2013, del resto, Grillo finì per dichiarare soltanto alcune spese, e per di più in modo generico (esempio: 140 mila euro per consulenze legale/tributaria, senza chiarire a chi erano andati i soldi).
Fornì, soprattutto, un rendiconto parziale che, come ha sottolineato all’epoca l’associazione Casa della Legalità di Genova, non tenendo conto di entrate e uscite al livello locale per sostenere le 87 tappe dello Tsunami Tour: l’affitto e il montaggio dei palchi, l’elettricità , la Siae eccetera.
Il tutto moltiplicato per quasi cento incontri. Non pochi soldi.
Nel resoconto sul blog, fu specificato solo il costo del palco montato a Piazza San Giovanni a Roma: 50 mila euro. Per il resto, Grillo ringraziò chi aveva fornito gratis l’attrezzatura: ma non sempre era stata gratis.
E anzi più di un neo-eletto rimase sbigottito nello scoprire – solo allora – che non avrebbe riavuto indietro i soldi prestati per mettere in piedi questa o quella serata.
Del resto, neanche le attrezzature acquistate per gli streaming sono entrate poi a disposizione degli eletti per svolgere la comunicazione a Palazzo.
Agli atti rimase invece quella cifra, 348 mila euro dei quali anche Gianroberto Casaleggio potè vantarsi nel suo intervento a Cernobbio nel 2013.
Quando portò M5S ad esempio dimostrando che nel rapporto tra soldi raccolti e voti presi era stato virtuosissimo: “4 centesimi a voto” contro i “4,87 euro” di un partito tradizionale.
Per concludere: «I partiti hanno ricevuto più di 100 volte la spesa sostenuta dal M5S Stelle per partecipare alle elezioni». La cifra di riferimento era però quella dimagrita, non quella totale. La versione ufficiale non arrivava a misurare la realtà che ne è rimasta fuori.
Nello stesso modo, sul sito www.tirendiconto.it campeggia il counter con i versamenti fatti dai 123 parlamentari M5S in favore dei fondi per il microcredito: «Ad oggi abbiamo restituito 24.014.613,22 euro».
Quel che non c’è scritto è però che vengono ormai disattese almeno due regole volute da Grillo e Casaleggio: il tetto di tremila euro che ciascun parlamentare poteva tenere per sè; il divieto a finanziare attività politica nei territori.
Di fatto, spendendo gli 8-10 mila euro di rimborsi cui ogni parlamentare ha diritto, c’è chi paga i propri collaboratori come Roberta Lombardi, e chi «eventi legati al territorio come Luigi Di Maio.
Anzi, il candidato premier del M5S in tre anni ha totalizzato 108 mila euro di spese “territoriali”, per poi specificare trattarsi di “una dicitura fittizia”. Ed ecco il sistema colloso. Non è difficile ipotizzare che a breve tutte queste “diciture fittizie” potrebbero sostenere la campagna elettorale. Si pensa male?
Il fatto è che la consuetudine col Palazzo ha portato ad aggirare i proclami sulla politica a zero euro.
Caso lampante: si è rinunciato a 42 milioni di euro, ma via gruppi parlamentari in una legislatura i Cinque stelle ne hanno incassati comunque 31 (3,8 alla Camera, 2,5 al Senato, media annua). Al gruppo M5S di Montecitorio si è registrata nel 2016 una impennata di spese per la comunicazione: + 375 per cento, per un totale di 522 mila euro (più della campagna elettorale 2013).
È invece diminuita la quota dedicata alle consulenze per l’ufficio legislativo. Meno leggi, più video.
Sempre a Montecitorio, vi sono fatture mensili dal totale fisso di quasi 15 mila euro, indirizzate alla comunicazione/web, ma senza che vi sia modo di sapere a chi sono destinate (per legge si può omettere).
E, dei 3,8 milioni di trasferimenti del 2016, ben 354 mila sono andati a finanziare la causa del no al referendum costituzionale, mentre 35 mila circa sono finiti come contributo alla festa annuale del Movimento.
D’altronde, da dove dovrebbe prendere i soldi il Movimento?
Anche la Casaleggio Associati ha problemi economici. Il che rende ancor più fitto il mistero. Per il terzo anno consecutivo, infatti, la società fondata dal guru ha chiuso i conti in rosso (-48 mila), con un bilancio che nemmeno questa volta chiarisce snodi essenziali: quanto rendano gli intrecci politico-finanziari con il partito, se tra i ricavi ci sia anche la pubblicità , e se il Movimento paghi per il supporto che riceve. Buio fitto.
Come del resto nel complesso sistema di siti, banner e scatole cinesi che fa del sistema M5S-Casaleggio una cyber costellazione dagli intrecci davvero sfuggenti. Ma questa è un’altra storia.
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEI SINDACATI METTE IN EVIDENZA LA LOGICA DI MINNITI, LO SCERIFFO TANTO AMATO DALLA BECERODESTRA: GLI AGENTI SONO PASSATI DA 920 A 603
Si scrive spending review, si legge smantellamento della polizia postale. 
Un’operazione che va avanti da quattro anni, nonostante sulla carta il piano annunciato dall’allora governo Renzi che prevedeva la chiusura di 267 uffici della Polizia di Stato e, in particolare, 70 della Polizia postale si sia fermato proprio a un passo dalla chiamata alle urne per il referendum del 4 dicembre 2016.
Secondo il Sap, sindacato autonomo di polizia, “si è deciso in quel momento storico di non portare avanti un progetto evidentemente impopolare”, ma nella realtà dei fatti l’obiettivo resta la chiusura. Tanto che la scorsa primavera quel progetto è stato rispolverato e il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha riproposto nuovamente, a livello nazionale, la chiusura di 54 Sezioni di Polizia Postale. Per il personale di questi uffici si prevede la costituzione di specifiche sezioni presso le squadre mobili locali.
Ed è stata pioggia di appelli e interrogazioni, anche perchè i crimini sul web continuano ad aumentare: dal terrorismo ai finti black friday online.
“Non si tratta di un’operazione di razionalizzazione, ma semplicemente di un modo per recuperare uomini, dato che nel comparto della sicurezza ne mancano 50mila, 18mila solo nella Polizia di Stato”, spiega a ilfattoquotidiano.it il segretario generale del Sap Gianni Tonelli. Secondo il sindacato per raggiungere questo scopo si stanno utilizzando due strade: “Da un lato non si sostituiscono gli agenti che stanno andando in pensione o si trasferiscono, dall’altro si sottraggono ai cyberpoliziotti alcune competenze specifiche”. Morale: dal 2010 al 2017 (dati aggiornati all’inizio dell’anno) gli agenti sono passati da 920 a 603.
Non è un caso se, quando un paio di settimane fa i server di Palazzo Chigi, ministero della Difesa e ministero dell’Interno sono stati violati dagli hacker di Anonymous, è stata dura la presa di posizione del sindacato: “I tagli dissennati all’apparato della sicurezza che hanno portato allo smantellamento degli uffici di Polizia Postale e delle Comunicazioni su gran parte del territorio nazionale, iniziano a dare i loro tristi frutti”.
LO SPETTRO DEI TAGLI
Sul territorio nazionale la Polizia postale opera attraverso gli uffici regionali che si occupano anche della città capoluogo di regione e gli uffici provinciali ai quali possono rivolgersi i cittadini che arrivano, appunto, dalla provincia.
Della ‘razionalizzazione’ delle forze di polizia si era parlato anche prima dell’arrivo di Renzi a Palazzo Chigi, ma è all’inizio del 2014 che l’Esecutivo ha manifestato l’intenzione di chiudere una settantina di uffici provinciali (subito i primi 40), fatta eccezione per quelli nelle città dove c’è una procura distrettuale, che sono nove in tutta Italia.
Un piano che ha subìto un freno con la campagna referendaria e, poi, con il risultato raggiunto alle urne.
“Sulla carta è tutto fermo — spiega Tonelli — ma in concreto non è così, perchè nel frattempo si stanno portando queste sedi a una chiusura naturale. Chi va in pensione o si trasferisce non viene sostituito e se si cerca di fare carriera e, per esempio, si diventa sovrintendente, non c’è possibilità di tornare nel proprio ufficio ma si viene inviati altrove”.
L’obiettivo? “Recuperare dai 3 ai 4mila uomini e inviarli alle Questure, perchè le poltrone saltano se qualcosa va storto nell’ordine pubblico, mentre importa molto meno delle truffe ai cittadini e dei ragazzini presi di mira dal cyberbullismo”.
In effetti, basta dare uno sguardo ad alcuni dati pubblicati da Il Tempo all’inizio dell’anno, dove già i tagli sono evidenti.
Dal 2010 all’inizio del 2017 in alcuni uffici provinciali il personale è stato dimezzato, in altri si è ridotto persino di un terzo. A Imperia in sette anni si è passati da 14 a 7 unità . A Chieti da 12 a 4, a Vibo Valentia da 4 a 0, a Forlì da 10 a 5, a Pordenone da 16 a 7, a Rieti da 12 a 3, a Bergamo da 8 a 3, così come a Cremona, Mantova e Novara, a Vercelli e Ragusa dei 6 agenti in servizio ne sono rimasti solo 2, mentre a Pavia, Trapani e Taranto si è scesi da 7 a 3. Ridotto a un terzo anche il personale degli uffici di Sondrio e Padova (da 15 a 5).
Molti di questi uffici, secondo i piani, saranno chiusi. “Ma nel frattempo — aggiunge Tonelli — vengono svuotati, mentre non si fanno fare corsi di aggiornamento in un settore dove, invece, la formazione è tutto. Per i reati informatici quattro anni sono un’eternità ”.
LA QUESTIONE DELLE COMPETENZE
Nel frattempo, è arrivato il decreto del 15 agosto scorso, firmato dal ministro dell’Interno Marco Minniti, che ‘riorganizza’ le competenze: “Gli uffici non possono più lavorare su cyberbullismo, terrorismo e truffe in rete — sottolinea il segretario generale del Sap — mentre resta la competenza su pedofilia online e attacchi informatici nei confronti di grandi società convenzionate con il ministero dell’Interno”.
Secondo Tonelli, oltre all’obiettivo di recuperare uomini, c’è anche un’altra ragione alla base di questo piano: “Le sezioni provinciali della Polizia postale hanno sempre fatto capo agli uffici regionali e mai alle Questure che, in alcuni casi, non erano neppure a conoscenza delle indagini svolte dagli agenti su disposizione delle procure. Questo è un dato di fatto ed ha certamente reso questi uffici più facilmente sacrificabili. Per il governo queste sezioni non controllabili devono scomparire”.
Il tutto avviene mentre i reati online aumentano: si va dai raggiri alle sostituzioni di identità , per non parlare della rete di pedopornografia.
Secondo i dati dei rapporto Clusit in Italia dal primo semestre 2016 allo stesso periodo di quest’anno i reati in rete sono cresciuti dell’83%. “Diventa sempre più difficile — aggiunge Tonelli — trattare truffe informatiche o diffamazioni online e, infatti, alla fine nessuno se ne occupa con la conseguenza che i cittadini non hanno un riferimento, oltre al fatto che, soprattutto per le truffe, non si tratta di una materia di cui si possono occupare tutti perchè spesso dietro questi raggiri si nascondono delle vere e proprie organizzazioni criminali che necessitano di una preparazione specifica”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
IPOTESI DI PROROGA DI GENTILONI E NUOVE ELEZIONI A BREVE
Il Corriere della Sera pubblica oggi i risultati di una simulazione del voto nei collegi uninominali previsti dal Rosatellum per le prossime elezioni politiche frutto di una collaborazione tra la società Reti e YouTrend.
La simulazione conferma un quadro senza vincitori nel proporzionale, che porterà 141 deputati al centrodestra, 111 al MoVimento 5 Stelle e 109 al Partito Democratico, mentre Liberi e Uguali, la formazione di Pietro Grasso se ne accredita 24.
Dalla simulazione però è anche possibile cominciare a valutare gli effetti del tripartitismo allargato (a Bersani) anche sui collegi uninominali, che possono essere vinti anche raggiungendo una quota molto lontana dalla maggioranza assoluta dei voti
La cartina d’Italia che vira al blu intenso al Nord (predominio del centrodestra),al rosso nella roccaforte tosco-emiliana del Pd, al giallo grillino in Sardegna, può riservare grosse sorprese nel Centro Sud.
YouTrend, guidata da Lorenzo Pregliasco, ha stimato 126 seggi uninominali (da un minimo di 96 a un massimo di 151) per il centrodestra.
Ancora troppo pochi (292 in totale, con il miglior risultato) per consentire alla coalizione guidata da Silvio Berlusconi di esprimere una maggioranza autonoma.
Ancora più lontani sarebbero il Pd (190 in totale) e i Cinque Stelle (180)
Con questi numeri nessuna maggioranza che sia coerente con gli schieramenti che si presenteranno ai nastri di partenza delle elezioni politiche sarà possibile.
D’altro canto sembra anche difficile immaginare una maggioranza tra i partiti “di centro” con l’esclusione delle ali estremi perchè anche questa non avrebbe i numeri necessari per raggiungere il magic number a Montecitorio.
Ecco perchè l’ipotesi di una proroga di governo per Gentiloni fino all’estate pare la soluzione più logica fino a uno stravolgimento politico con la nascita di nuove formazioni in parlamento (improbabile) o a nuove elezioni politiche che però non trarrebbero d’impaccio i partiti a meno di un crollo di uno dei tre poli.
(da agenzie)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
ORA SAREBBE UN “APPASSIONATO DI RICERCHE STORICHE” MENTRE IL POSTER DI SALVINI SAREBBE SOLO RELATIVO A UN VIDEOGIOCO… COME NO, BASTA TROVARE CHI CI CREDE
«Ma quale nazista! Avvolto da quella bandiera un ufficiale della Marina prussiana,
nel 1939, si suicidò in disaccordo con Hitler. E il fotomontaggio di Salvini con il mitra è tratto da un videogioco che spopola ovunque».
Sfogandosi con i colleghi, cerca di ridimensionare la gravità del suo gesto il carabiniere del sesto battaglione di Firenze che ha esposto nella sua camera, nella caserma Baldissera, la bandiera di guerra del Secondo Reich e l’immagine del leader leghista Matteo Salvini che imbraccia un mitra.
Oggi quella bandiera è uno dei simboli adottati dagli estremisti di destra di tutt’Europa e la ministra della Difesa Roberta Pinotti chiede al comandante generale dell’Arma, il generale Tullio Del Sette, chiarimenti rapidi e provvedimenti rigorosi.
Intanto il giovane – laziale, 23 anni, da uno arruolato – dopo l’esplosione del caso attraverso il «sitodifirenze» confida ai commilitoni che si è trattato di «una leggerezza» e prende le distanze dalle accuse di propaganda neonazista.
Il materiale recuperato nella sua stanza, condivisa con altri colleghi, è stato inviato alla Procura di Firenze. E in attesa dell’esito delle indagini della giustizia ordinaria, il procuratore militare Marco De Paolis stigmatizza la vicenda «da un punto di vista culturale e disciplinare, anche se probabilmente non è stato commesso alcun reato militare». E aggiunge: «Ho dato comunque disposizioni affinchè si verifichi se invece vi siano gli estremi per configurare un reato».
Sul piano disciplinare il carabiniere rischia una sanzione che va dal richiamo alla consegna con rigore, mentre al momento non si dovrebbe profilare l’ipotesi della sospensione.
È probabile che la sua linea difensiva ruoti intorno alle giustificazioni fornite agli altri commilitoni.
Nel senso che potrebbe fare leva sul fatto che quella non è la bandiera del Terzo Reich, ma della Marina da guerra tedesca (Reichskriegsflagge) issata per la prima volta il 1° ottobre 1867 dalla Confederazione del Nord e confermata dalla costituzione federale dell’Impero il 20 marzo 1871.
E probabilmente punterà sul suicidio dell’ufficiale della Marina Hans Wilhelm Langsdorff (le cui ultime parole tuttavia furono: «Affronterò il mio destino con ferma fede nella causa e nel futuro della nazione e del mio Fà¼hrer»).
In altre parole, la bandiera come vessillo contro Hitler.
Ma i magistrati crederanno a questo ribaltamento della realtà ? Siamo di fronte a uno dei simboli più diffusi tra i naziskin.
Quanto al capitolo relativo alla Lega Nord, s’intravede il tentativo di scagionarsi tirando in ballo «Call of Salveenee», il videogioco in cui Salvini viene rappresentato come un eroe padano, che deve difendere i Marò.
Nel frattempo insorgono Anpi, Arci e Cgil Firenze: «L’esposizione della bandiera neonazista dentro la caserma Baldissera dei carabinieri di Firenze è intollerabile. Non è solo uno sfregio a uno dei simboli della sicurezza della nostra comunità : l’Arma dei Carabinieri. Ma è anche e soprattutto un colpo al cuore dei valori sui quali si fonda la Repubblica italiana».
(da “La Stampa”)
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