Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
“L’INFORMAZIONE DI PARTE SI COMBATTE CON LA CONTROINFORMAZIONE”
Competizione tra i due principali movimenti di estrema destra. 
CasaPound ha infatti criticato il blitz di Forza Nuova sotto la sede del Gruppo Gedi. “E’ un gesto sbagliato e inopportuno specie in un momento come questo in cui si parla di una “terribile” onda nera che sta travolgendo il paese”, ha detto il leader di CasaPound Simone Di Stefano interpellato dall’agenzia di stampa AdnKronos.
“Se si vuole controbattere l’informazione a senso unico dei giornali – ha dichiarato Di Stefano all’Adnkronos – si fa controinformazione come facciamo noi, con quotidiani on line, canali Youtube. Si controbatte con il confronto. Noi, nella nostra sede, abbiamo invitato giornalisti che non la pensano come noi a confrontarsi. I giornali hanno giustamente la loro linea editoriale”.
“Non mi permetto di giudicare gli atti degli altri movimenti politici – ha concluso il leader di CasaPound – ma andare mascherati a lanciare fumogeni sotto la sede di un giornale non mi sembra una iniziativa che possa produrre risultati politici ma solo riprovazione generale”.
(da agenzie)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
SBUGIARDATO DA UNA DELLE QUERELANTI: “SE UNO NOMINA IL PROPRIO DIFENSORE VUOL DIRE CHE SAPEVA DELLA QUERELA”… COMODO CHIEDERE DI ELIMINARE L’IMMUNITA’ PARLAMENTARE SOLO PER GLI ALTRI E MANTENERLA PER SE STESSI
Il gip di Roma ha archiviato la querela di alcuni giornalisti contro il candidato premier M5s Luigi Di Maio sulla base dell’insindacabilità delle opinioni espresse di un parlamentare (articolo 68 della Costituzione).
A riferire la notizia è stata Elena Polidori sul Quotidiano Nazionale e la vicenda risale al febbraio scorso, quando il grillino aveva presentato all’allora presidente dell’Odg Enzo Iacopino la lista dei giornalisti che, secondo i 5 stelle, li “stavano diffamando per “aver scritto “in modo scorretto e doloso” dell’ inchiesta sulle polizze vita di Salvatore Romeo intestate alla sindaca di Roma, Virginia Raggi.
L’accusa dei querelanti, tra cui la stessa Polidori, a Di Maio è di non aver, “in sei mesi dall’atto di archiviazione”, rinunciato all’immunità parlamentare come già più volte annunciato.
Il vicepresidente della Camera, tramite l’ufficio di comunicazione M5s, ha risposto in serata dicendo che non era “a conoscenza dell’atto processuale”.
“Luigi Di Maio”, si legge nella nota, “non ha mai avuto alcuna conoscenza di un atto processuale relativo alla querela della giornalista Elena Polidori e quindi non hai ma potuto invocare l’immunità parlamentare nè rinunciare alla sua applicazione. Il giudice ha evidentemente ritenuto applicabile il diritto di critica, riconosciuto a tutti i cittadini. Infine, è possibile che nel provvedimento di archiviazione venga scritto dal giudice che, stante le sue prerogative da parlamentare, le espressioni utilizzate da Luigi Di Maio rientrino nel legittimo esercizio del diritto di critica e dunque che non si dia luogo a procedere”.
Polidori ha contro replicato su Facebook dicendo che il grillino aveva invece già nominato un avvocato difensore e quindi doveva essere a conoscenza del procedimento.
Polemizza il Pd: “Ancora una volta ci troviamo di fronte alla doppia morale del Movimento 5 stelle”, ha dichiarato la renzianissima Alessia Morani.
“Se da un lato invocano lo stop all’immunità parlamentare, dall’altro non vi rinunciano quando chiamati in causa. Sono lontani i tempi in cui Di Maio affermava che il Movimento 5 stelle non avrebbe mai usato l’immunità . Come al solito gli esponenti pentastellati applicano il rigore solo per gli altri, ma si autoassolvono, sempre”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
LA DISCESA IN CAMPO DI GRASSO E LA ROTTURA DI PISAPIA INDUCONO IL CAVALIERE A UN CAMBIO DI STRATEGIA
Il tema è sul tavolo da almeno un mese, da quando i sondaggi che arrivano con
cadenza settimanale sulla scrivania di Arcore, continuano a dare il Pd in caduta verticale e il centrodestra in decisa risalita.
E così, giorno dopo giorno, Silvio Berlusconi ha capito che forse era arrivato il momento di lasciarsi alle spalle lo spirito con il quale neanche due mesi fa aveva dato il suo via libera al Rosatellum.
Con Matteo Renzi sempre più in difficoltà , infatti, lo scenario della grande coalizione ha cominciato ad aver meno appeal e quello di un governo di centrodestra a guadagnare chance.
Ed ecco che oggi arriva l’annuncio di un incontro, fissato per martedì, tra gli sherpa dei partiti dell’alleanza – Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia – per decidere su programma e amministrative.
Il progetto di mettersi intorno a un tavolo, è vero, era in cantiere da tempo. E magari, come spiegano fonti di tutte e tre le parti, solo ora si sono riuscite a incrociare le agende. Ma, visto il clima degli ultimi tempi, con minacce di andare da soli (sia da parte del Carroccio che di Fdi) e scontri sui candidati premier (leggi Gallitelli) è già una notizia.
E, ancora di più, lo è il fatto che prima di Natale Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni potrebbero tenere finalmente quel vertice che, al netto del siciliano ‘patto dell’arancina’, è stato annunciato e disatteso già un numero indefinito di volte.
A propiziare questa svolta, una telefonata – martedì – tra il leader di Fi e quello della Lega, e oggi con la presidente di Fratelli d’Italia. “Con Salvini sulla sostanza siamo sempre stati d’accordo con tutto”, dice l’ex Cavaliere a Mattino 5.
Risponde il segretario del Carroccio: “Positivo confronto con Berlusconi sul programma (al tavolo per la Lega siederà Giancarlo Giorgetti) su elezioni regionali e iniziative comuni per dare all’Italia finalmente un nuovo governo”.
Toni mielosi che non si percepivano da tempo tra i big del centrodestra.
E questo per due ragioni.
La prima è che la legge elettorale agevola le coalizioni ma di fatto rende conveniente a ciascuno di tirare l’acqua al suo mulino.
Il che significa che al di là di vertici e programma comuni, i distinguo continueranno per tutta la campagna elettorale.
D’altra parte i sondaggi già dicono che il ritrovato impegno di Berlusconi sta portando voti a Forza Italia proprio a discapito della Lega, mentre Fratelli d’Italia vede i cugini del Carroccio ammiccare a parte del suo elettorato ‘raccattando’ Gianni Alemanno e Francesco Storace.
Ma poichè ogni mossa del Cavaliere è votata a curare al meglio i suoi interessi, in fondo è sempre in quest’ottica che va letta ogni sua mossa politica.
L’annuncio del giro di telefonate e del vertice di martedì, infatti, arriva nello stesso giorno della rottura di Giuliano Pisapia con il Pd e dopo il fine settimana in cui è ufficialmente nata la lista ‘Liberi e uguali’ sotto la leadership di Pietro Grasso.
“Con questa situazione e i sondaggi che circolano – spiega una fonte molto vicina al Cavaliere – i collegi del Sud diventano più facilmente conquistabili e questo vuol dire che il centrodestra può seriamente sperare di andare al governo”.
Non è certamente questo lo schema che Berlusconi aveva in mente all’inizio e non è nemmeno, con ogni probabilità , quello che avrebbe preferito.
Ma poi ci sono i calcoli e la real politik. E il dato, non secondario, che ormai il suo partito è stabilmente sopra la Lega e quindi spetterà comunque a lui il ruolo di king maker.
“Forza Italia – sono i conti che snocciola pubblicamente il leader azzurro – è al 17%. Ho iniziato la campagna tre mesi prima delle elezioni. Io voglio arrivare al 30%. Il centrodestra così supera il 40%, ottiene la maggioranza in Parlamento e potrà attuare la rivoluzione liberale”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
CROLLA L’OPERAZIONE LISTE CIVETTE CON PISAPIA E ALFANO
Il Pd come un fortino isolato, e in guerra col mondo sulle banche.
In Transatlantico rimbalza la notizia dell’esito della riunione di Campo Progressista. Gianni Cuperlo è plumbeo. Parla fitto con Andrea Martella: “Campo Progressista va con Grasso e Pisapia si è ritirato. Diciamo che siamo coalizzati solo con una parte di noi stessi. Temo che ci sarà lo smottamento”.
L’altro: “Temo anche io. Che capolavoro. Una legge che prevede la coalizione senza averla”.
È franata l’intera operazione “liste civetta”, portata avanti da Fassino in queste settimane: una lista a sinistra con l’ex sindaco di Milano, per togliere voti a Grasso e una al centro, per intercettare un po’ di voto moderato.
La riunione dei parlamentari di Pisapia, in un albergo romano, è drammatica.
Da un lato ci sono gli ex Sel, Ciccio Ferrara, Furfaro, Zaratti e gli altri.
Dall’altro l’ala moderata di Tabacci, Monaco, Catania. Dura ore.
I primi sono insofferenti dopo il bagno di folla per Grasso: “Qua non è un problema solo di ius soli. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso, ma non si può andare avanti così”. Gli altri insistono per tenere aperto un rapporto col Pd.
Pisapia non riesce a tenerli assieme: “Abbiamo chiesto discontinuità sul programma — dice un ex Sel – e non c’è. Abbiamo chiesto discontinuità sulla leadership e Renzi va in tv a dire tutto bene. Adesso basta”.
È l’implosione di un progetto. Alcuni parlamentari del gruppo erano già in sala domenica ad applaudire Grasso: Melilla, Bordo, Nicchi. Ora lo strappo degli altri. Sosterrà invece Liberi e Uguali Laura Boldrini, che però lo annuncerà solo dopo che sarà finito l’iter della manovra.
Altri ancora come Dario Stefano, Luigi Manconi, Bruno Tabacci che restano nell’orbita del Pd. E Giuliano Pisapia che, come un Godot mai arrivato, verga il comunicato dell’abbandono.
Roberto Speranza è circondato da un gruppo folto dei suoi parlamentari: “Mi pare che il tema politico sia che avevamo ragione noi. Renzi è Renzi. E il Pd non ha una coalizione. Noi andiamo avanti come treni”. Soprattutto tra gli ottanta parlamentari della corrente di Orlando in parecchi hanno cercato un contatto, per provare a giocarsela con una candidatura nella nascente lista di sinistra.
E adesso il voto fa davvero paura.
Perchè è vero che Pisapia non ha folle oceaniche nè un consenso bulgaro: “Ma — spiegano al Pd — ci viene meno una lista per intercettare uno o due punti di voto utile sottraendolo alla sinistra”.
Resta il tentativo di trovare qualcuno disposto a mettere la faccia sull’operazione civetta, come il sindaco di Cagliari Luigi Zedda, ma non è la stessa cosa.
Manca anche la gamba di centro. L’abbandono di Alfano è un altro sgretolamento di un altro progetto: “Lupi — spiegano dentro Ap — sta cercando l’accordo con Berlusconi. Lorenzin e Pizzolante col Pd. Angelino sa di essere un problema sia per Berlusconi sia per Renzi. Nessuno dei due regge il suo nome”.
I parlamentari del Pd sono terrorizzati, il quartier generale sgomento. Per l’isolamento. E per la linea: “Ma dove andiamo in queste condizioni, da soli e in guerra con le banche?”.
Alla chimera del “prederemo il 30 per cento”, che indica la Boschi in tv, credono davvero in pochi. Parecchi parlamentari ex ds hanno parlato in questi giorni col sondaggista Roberto Weber, con cui hanno una certa consuetudine.
Il responso è da brivido per il Pd: “Sostiene — raccontano — che la lista di Grasso può prendere la doppia cifra”.
Il che significa che non esistono collegi sicuri. Neanche in Emilia e in Toscana.
Segno dei tempi: anche a Rignano è nato un nutrito comitato per Grasso con lo “zampino” di Elisa Simoni, la “cugina” di Renzi che ha abbandonato il Pd.
A dispetto delle dichiarazioni ufficiali, nel fortino renziano sono già iniziati i ragionamenti sui collegi sicuri e su come limitare i danni. Il problema si chiama Boschi.
È dato per assodato che non si candiderà in Toscana. Per lei è iniziata la ricerca di un collegio sicuro e di un paracadute “proporzionale”.
Si parla della Campania per il collegio e del Trentino per il proporzionale. Anche il tesoriere Francesco Bonifazi sarà tenuto lontano dalla Toscana.
Posti in piedi sul proporzionale. Senza coalizione sui collegi può succedere di tutto.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
ORA VEDIAMO SE MUSUMECI, IL CAMPIONE DELLA LEGALITA’, ABOLIRA’ LA CUC, IL SISTEMA DI ACQUISTI SICILIANO CHE FAVORISCE L’ILLECITO
Regione che vai Consip che trovi. In Sicilia l’equivalente della Centrale nazionale per
gli acquisti della pubblica amministrazione (la Consip, appunto) è la Centrale unica di committenza.
La Cuc, costituita nel maggio 2015, è l’organismo che gestisce in modo centralizzato, per conto della Regione siciliana, gli appalti pubblici per beni e servizi nell’Isola.
Fin qui tutto normale: la razionalizzazione degli acquisti dei vari rami dell’amministrazione regionale — enti, partecipate, aziende ospedaliere — è una scelta positiva che tende all’eliminazione degli sprechi e al contenimento della spesa pubblica. Gli interrogativi sorgono per l’inspiegabile decisione del legislatore di allocare la Cuc nel dipartimento Bilancio e Tesoro dell’assessorato all’Economia e di farne responsabile un manager esterno dirigente di un’azienda sanitaria.
L’assessorato all’Economia, che dal 2014 fino alle elezioni del 2017 è stato retto da Alessandro Baccei, un renziano calato dalla Toscana, imposto a Crocetta dalla direzione nazionale del Pd, non aveva e non ha alcuna competenza in materia di appalti.
Perchè, allora, incuneare proprio lì la centrale degli acquisti? Semmai sarebbe stato più logico inserirla all’interno degli Urega, gli Uffici regionali per l’espletamento di gare per l’appalto di lavori pubblici, che operano nelle nove province dell’Isola con il coordinamento del Dipartimento regionale tecnico dell’assessorato alle Infrastrutture.
Seconda anomalia
La Regione siciliana ha un numero spropositato di dirigenti, eppure responsabile della Cuc è stato nominato, nel giugno 2016 un esterno, l’avvocato Fabio Damiani. Cinquant’anni da poco compiuti, Damiani è direttore del provveditorato (l’ufficio che si occupa di appalti) dell’Azienda sanitaria provinciale di Palermo e, al momento dell’incarico alla Cuc, ricopriva già da qualche anno, per volontà di Crocetta, anche il ruolo di commissario liquidatore del Ciapi (un ente di formazione travolto dalle inchieste giudiziarie).
La sua presenza alla Centrale unica era talmente indispensabile che — come risulta dal decreto di nomina — gli è stato accordato, almeno all’inizio, di lavorare alla Cuc per appena due giorni su sette, consentendogli per il resto della settimana di continuare a prestare servizio nella Asp di Palermo.
Damiani aveva denunciato a Crocetta e all’assessore alla Sanità Lucia Borsellino l’operato del suo direttore generale Salvatore Cirignotta. Le accuse ruotavano intorno a una gara per l’acquisto di “pannoloni” del valore di 46 milioni.
Secondo Damiani, che presiedeva la commissione aggiudicatrice, il suo superiore avrebbe esercitato su di lui forti pressioni per cercare di indurlo a manipolare l’esito della gara. Cirignotta fu indagato, messo agli arresti domiciliari e rinviato a giudizio.
Peccato che la Cuc, tradendo il mandato originario di centrale degli acquisti per tutti i settori dell’amministrazione pubblica, abbia finito per occuparsi esclusivamente di gare per la sanità , come si evince dal portale internet della Regione (farmaci, pace-maker, defibrillatori, servizi di lavanderia, servizi per la gestione delle apparecchiature elettromedicali).
E che Damiani, in quanto dirigente responsabile degli appalti di una delle più grandi Asp d’Italia, si trovi in conflitto d’interesse.
Peraltro la Cuc, nella sua breve vita, è incorsa in una serie di incidenti.
Nel 2017 il Consiglio di giustizia le ha bocciato un bando da 350 milioni per la pulizia degli ospedali, considerato troppo favorevole alle grandi imprese del settore.
La Cuc ha ripresentato il bando, riducendo il valore della gara a 265 milioni e cercando di renderne i requisiti di accesso più alla portata delle piccole e medie imprese.
Ma il Tar non ha voluto sentire ragioni e gliel’ha stoppato.
E non è finita: lo stesso Tar ha annullato altre due gare della Cuc, una da 144 milioni per la fornitura di “pannoloni” alle nove Aziende sanitarie provinciali della Sicilia e un’altra da 163 milioni per la cosiddetta ristorazione in corsia. Una magra figura dietro l’altra.
Ma le anomalie non si fermano alla Cuc.
Emergono anche da un decreto presidenziale — il n. 13 del 31 gennaio 2012 — che all’articolo 12 rovescia le disposizioni di una importante legge regionale che avrebbe dovuto rimettere ordine nel mare magnum degli appalti: la legge n. 12 del luglio 2011. Sullo scranno di governatore della Regione sedeva Raffaele Lombardo.
Con la legge n. 12, pensata proprio per “assicurare condizioni di massima trasparenza nell’espletamento delle procedure”, era stato introdotto, nelle gare per la fornitura di beni e servizi alla pubblica amministrazione, il principio della separatezza tra stazione appaltante e commissione aggiudicatrice.
All’articolo 8 la legge infatti riconosceva alla stazione appaltante il diritto di nominare esclusivamente il presidente della commissione.
Gli altri commissari aggiudicatori avrebbero dovuto essere scelti per sorteggio da un apposito albo di professionisti costituito presso il Dipartimento regionale tecnico. Ciò avrebbe dovuto impedire, ai diversi rami dell’amministrazione, agli enti e alle imprese pubbliche appaltanti, la possibilità di insediare commissioni compiacenti attraverso cui pilotare le gare.
“L’importanza di questa legge è dimostrata dal fatto che, nei mesi in cui rimase in vigore, le gare per servizi e forniture registrarono un calo di valore”, ci spiega una fonte che preferisce non apparire. E’ la prova che in passato gli importi delle gare sono stati volutamente tenuti alti per permettere il pagamento di tangenti.
La legge, però, rimase in vigore solo sei mesi, finchè nel febbraio 2012 Lombardo non firmò un decreto presidenziale, tuttora in vigore, con cui è stabilito che il principio della separatezza tra stazione appaltante e commissione aggiudicatrice vale solo per affidamenti di importo pari o inferiore a 1 milione 250mila euro.
“Da quel momento”, spiega la stessa fonte, “il valore degli appalti per beni e servizi è tornato a crescere, perchè, per gare di importo superiora a 1 milione 250mila euro, la selezione della commissione aggiudicatrice è ritornata ad essere facoltà della stazione appaltante. La gara multimilionaria per la fornitura di ‘pannoloni’ che ha condotto all’arresto di Cirignotta è, non a caso, successiva al gennaio 2012”.
Altre anomalie
Nel 2013 la Regione costituisce il Dipartimento tecnico presso l’assessorato alle Infrastrutture. E all’interno del Dipartimento tecnico insedia due unità operative: il Servizio 1, per il controllo e la vigilanza sui contratti pubblici per la fornitura di beni e servizi, e il Servizio 2, che svolge analoghe funzioni di controllo e vigilanza sull’esecuzione di opere pubbliche.
Nel 2013 la responsabilità del Servizio 2 è affidata all’architetto Vincenzo Pupillo, che nel gennaio 2016 riceve ad interim, dall’allora dirigente generale Fulvio Bellomo, la responsabilità del Servizio 1.
Proprio nei primi mesi del 2016 il Dipartimento subisce un accorpamento di funzioni per ridurne il numero dei dirigenti. E Pupillo scopre che nella bozza del progetto di riorganizzazione, alla cui stesura non ha più partecipato per divergenze interne, tra le funzioni attribuite al Servizio 1 non compare più la vigilanza (l’attività ispettiva che permette di svolgere un’indagine a tutto campo sull’andamento di un contratto d’appalto). Una mano ignota l’ha espunta.
Il dirigente solleva la questione in un convegno sulla corruzione che si svolge a Milazzo nell’aprile 2016.
Sottolinea il fatto che l’ammontare dei contratti pubblici in Sicilia (come risulta dai codici identificativi delle gare presso l’Agenzia anticorruzione) si aggira sui 7 miliardi l’anno, di cui l’82% per beni e servizi.
E che l’inasprimento dei controlli e della vigilanza nel settore dei lavori pubblici ha spostato gli interessi della cosiddetta area grigia (formata da politici, funzionari e imprenditori corrotti) nel settore della fornitura di beni e servizi, dove invece i controlli e la vigilanza sono laschi.
Le sue dichiarazioni suscitano l’interesse della Commissione regionale antimafia presieduta da Nello Musumeci, che decide di ascoltarlo.
Gli appalti della Regione sono da sempre il punto di convergenza tra politica e mafia. E dinanzi alla Commissione, che ne secreta l’audizione, Pupillo elenca una serie di fatti e di nomi.
Ma ecco il colpo di scena: il 30 giugno, nell’ambito di un nuovo processo di riorganizzazione del Dipartimento tecnico, il dirigente è estromesso dai Servizi 1 e 2 e sostituito da un collega che proviene dal settore della sicurezza e non ha alcuna esperienza sugli appalti.
Tuttavia la questione sollevata dall’architetto palermitano scotta troppo per poter essere ignorata. Così, il termine “vigilanza”, inizialmente espunto in bozza, riappare nel testo definitivo sul nuovo assetto del Dipartimento, pubblicato nella Gazzetta ufficiale regionale il 1° luglio 2016.
Ora al governo della Regione s’è insediata la nuova giunta di centrodestra. Presidente è Nello Musumeci. Assessore all’Economia è Gaetano Armao, che ha già ricoperto questo ruolo proprio nel periodo in cui il governo Lombardo stravolgeva la legge n. 12. Musumeci ha promesso che sbalordirà i siciliani. E in campagna elettorale ha dichiarato di non voler sottostare ad alcun tipo di condizionamento.
Spetta dunque a lui decidere se mantenere in vita nella pubblica amministrazione un sistema che tende a favorire l’illecito arricchimento o se sopprimerlo.
(da “Business Insider”)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
MA CAIRO SOGNA IL CANONE E SPERA NELLA POLITICA
Gli ascolti de La7 sono in caduta libera, ma per mascherare il crollo dell’audience — e scongiurare il rischio di perdite a bilancio — il gruppo editoriale di Urbano Cairo gioca la carta del servizio pubblico.
Una strategia di medio periodo con la quale punta a strappare milioni di euro di canone alla Rai, confidando nell’aiuto della politica.
L’ultimo, in ordine di tempo, a salire sul carro di Cairo è stato il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda che ospite a La7 ha spiegato come “alla gente che guarda la televisione interessa avere il prodotto non chi lo offre. I politici si divertono un mondo a dire che un programma fa schifo, che un altro funziona. Ma le pare che il compito di un politico è fare il critico?”.
E poi: “A chi fa un lavoro di servizio io do quei soldi”. Sulla falsariga di Calenda — che cerca di ritagliarsi uno spazio come leader politico nel caso di un’impasse elettorale — si erano già mossi i 5 Stelle.
D’altra parte con le elezioni alle porte, al modo della politica fa comodo strizzare l’occhio a La7 nella speranza di avere un trattamento di riguardo: in un’ottica di forte taglio dei costi, il palinsesto creato dal direttore Andrea Salerno è tutto all’insegna dell’informazione.
Una scelta che non fa una piega: un’ora di talk show ad alto livello costa 300-400mila euro, per produrre un’ora di fiction, invece, servono almeno 1,2 milioni di euro.
Una scelta più che legittima che, però, in termini di ascolti sta provocando una vera emorragia alla rete.
Tra il 10 settembre e il 2 dicembre, lo share medio in prima serata è crollato del 14,48% al 3,78% (elaborazione dello Studio Frasi su dati Auditel) con un’audience di 952mila spettatori.
Peggio di La7 ha fatto solo Rai3 che con il trasloco di Fazio sulla rete ammiraglia di Viale Mazzini ha perso il 23,9% dello share in prima serata (crollato al 5,5%).
Nessuno, però, fa peggio del canale di Cairo nel giorno medio: lo share è crollato del 14,99% al 2,95%.
“Lo scorso anno a tenere alti gli ascolti di La7 c’era il dibattito sul referendum costituzionale del 4 dicembre.
Il palinsesto è rimasto costruito sull’informazione politica e sul talk show: senza eventi di rilievo gli ascolti sono destinati a restare bassi” spiega Francesco Siliato, analista del settore media e partner dello Studio Frasi che poi aggiunge: “In prima serata pesa anche l’addio di Crozza sostituito debolmente da Zoro con Propaganda. E’ impensabile spostare un programma da una rete all’altra senza prevedere adattamenti: La7 è un canale anziano, quindi fatica a digerire un programma basato su Twitter. E’ chiaro che l’informazione serva a risparmiare”
L’esperimento di tagliare i costi di produzione mantenendo la stessa audience è quindi fallito.
Proprio per questo — probabilmente — è iniziata l’operazione servizio pubblico cercando l’appoggio della politica e giocando sul malinteso.
Il contratto di servizio disciplina con dovizia di particolari il concetto di “servizio pubblico” chiarendo che la sfera dell’informazione riguarda solo una piccola parte dell’oggetto.
L’obiettivo del legislatore è che il titolare del servizio pubblico sia la locomotiva del settore nazionale e per questo impone — ad esempio — che almeno il 15% dei ricavi siano destinati a investimenti in opere europee di produttori indipendenti.
I vincoli, insomma, sono molteplici: almeno il 90% dell’offerta complessiva deve essere disponibile in streaming; la programmazione deve prevedere sport, intrattenimento e ovviamente informazione.
Tradotto: i talk show da soli non bastano a rivendicare i soldi del servizio pubblico, ma forse servono a nascondere ascolti deludenti.
(da “Business Insider”)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
IL MEGLIO DEL MEGLIO DEL SUO LIBRO DOVE SCAMBIA IL FASCISMO PER IL CAPITALISMO E PARLA DI IMPERDIBILI VERITA’
Ci sono tanti libri che spiegano come affrontare la maternità e la paternità . C’era
bisogno di un libro per sapere come la sta vivendo Alessandro Di Battista? Sicuramente no.
Ma dal momento che Alessandro Di Battista — in arte Dibba — è un politico del MoVimento 5 Stelle ogni vagito o rigurgito diventa improvvisamente interessante. “Meglio Liberi” più che essere una lettera al figlio Andrea “sul coraggio di cambiare” è un distillato del più semplice — e e semplicistico — Dibba pensiero
Il Dibba di lotta
C’è il Di Battista barricadero, che abbiamo imparato a conoscere in questi cinque anni. Quello che si fa fotografare mentre mangia un panino sugli scalini del Palazzo e che poi si fa rimborsare mille euro al mese di spese per il vitto tra alimentari, pranzi di lavoro e colazioni al bar.
È quello che ci racconta i suoi gesti “rivoluzionari” («ero anche riuscito a non pagare il canone comunicando di non possedere l’apparecchio») e di come ha ceduto di fronte alle richieste della compagna di comprare un TV.
Questo è il Di Battista che ci spiega i “retroscena” dell’elezione di Napolitano, non senza rinunciare ad un certo complottismo. Parlando dei rapporti dell’ex Presidente della Repubblica con gli Stati Uniti Di Battista scrive «fu il primo comunista italiano invitato negli Stati Uniti. Ottenne un visto stranamente molto lungo e partì per l’America durante i giorni del sequestro Moro».
Il Di Battista di lotta è quello che quando incontra Gianfranco Fini a Otto e Mezzo gli chiede indietro i dieci euro che il padre Vittorio, ex missino e fascista convinto, diede come donazione quando mollò Berlusconi per fondare Futuro e libertà .
Ogni analogia con il giovane Alessandro che assieme al padre a bordo di un gommone assalta la barca a vela di Massimo D’Alema in un caldo mare d’agosto è ovviamente voluta.
C’è spazio anche per minimizzare fascismo e neofascisti quando scrive che
Oggi gli amici dello status quo hanno scelto di combattere il fascismo, ma quel che combattono è un fascismo, grazie a Dio, morto e sepolto, direi quasi innocuo. Perchè lo fanno? Perchè il popolo va distratto: guai se si accorge dei nemici reali. Il fascismo attuale è l’omologazione, è il primato della finanza sulla politica, è il pensiero dominante che uccide ogni pensiero autonomo.
Il vero fascismo per Di Battista è il capitalismo finanziario, non gli innocui manganellatori e spacca setti nasali che sono all’opera a pochi chilometri da casa di suo figlio Andrea.
Alessandro Di Battista rimane un personaggio curioso. Del resto Dibba racconta che all’Università andava in giro “con una maglietta con la scritta «Io non ho votato Berlusconi» in dieci lingue diverse” ed aggiunge che “oggi quella stessa maglietta la metterei ugualmente, ma ci aggiungerei con un pennarello, in fondo: «Ma quelli del Pd sono peggio!»”.
Di Battista vive in una realtà tutta sua. È quello che su Facebook nega di aver alcuna intenzione di non ricandidarsi e dà la colpa ai giornalisti e ai loro pettegolezzi contro il MoVimento 5 Stelle, anche se era stato lui il primo, nel 2014, a dire che non si sarebbe ricandidato.
Ma nel libro ricorda che in occasione del famoso discorso in streaming a Rimini «dentro di me si trattava di un commiato, una specie di «arrivederci».
Non ho detto che non ero intenzionato a ricandidarmi al Parlamento alle prossime elezioni ma, forse, l’ho lasciato intendere». Anzi, il 23 settembre avrebbe voluto dare a Rimini la notizia della sua non ricandidatura «poi ho cambiato idea»
E quello di latte
Ma il vero protagonista del libro non è il cittadino-portavoce del M5S, l’idolo dei comizi, l’uomo che a bordo di uno scooter ha sconfitto — quasi da solo — Renzi al referendum del 4 dicembre 2016.
Il vero personaggio principale del libro è il narcisismo egoriferito di Di Battista.
Il che sarebbe anche tollerabile, in fondo tutti i politici lo sono. Il problema è che il mix letale del libro è composto da riflessioni confidenziali come «appena sveglio sono andato a bere un caffè al bar qui sotto. Io amo il caffè della moka: è più buono di quello del bar anche se viene su con poca cremina».
Cose che senza dubbio non sfigurerebbero nel prossimo libro di Fabio Volo.
Di Battista ci racconta per pagine e pagine come riesce a far addormentare il figlio con il “suono del Phon” e ci spiega che i negozi per l’infanzia sono pieni di cose inutili “non come gli empori gestiti dai cinesi”.
L’umorismo di Di Battista è straordinario, c’è da chiedersi chi gliele scrive battute come questa: Il giorno dopo l’ostetrica ci ha detto che molto probabilmente Andrea aveva scambiato il giorno con la notte e viceversa. «Vorrà dire che farà il dj» le ho risposto io.
Fenomenale la descrizione del primo incontro con Sahra cui fece seguito una caduta in bici accompagnata da una classica battuta à la Dibba.
Quando cadi dalla bici la prima cosa che fai, per lo meno io, è assicurarti che non ti abbia visto nessuno. D’istinto il timore di aver fatto una figuraccia è più forte del dolore. Accertatomi di essere solo, sono salito a casa, mi sono medicato la ferita e ho mandato a Sahra una foto dei pantaloni distrutti raccontandole l’accaduto. Le scrissi che il nostro primo incontro mi aveva fatto sanguinare e che era una vita che speravo che ciò avvenisse. Non credo di essermi spiegato bene considerando la sua reazione smarrita. Mi avrà preso per un Emo.
Del resto è chiaro, almeno secondo il libro, che la scelta di lasciare la politica sia maturata proprio grazie alla paternità che ha cambiato le prospettive e le aspettative del Dibba.
Il che già di per sè contraddice la versione secondo cui la decisione è stata presa nel lontano 2014, quando ancora non aveva conosciuto la compagna Sahra.
A quanto pare il nostro amato portavoce messo di fronte alla scelta di ascoltare gli interventi di Di Maio e Taverna a Italia a 5 Stelle o scaricarsi “il tutorial sul montaggio dell’ovetto per l’auto” ha scelto la seconda opzione. Questo si che è davvero coraggio di cambiare.
Ci sono episodi commoventi, come quello della visita di Luigi Di Maio a casa Di Battista dopo la nascita del figlio Andrea: «Luigi ha scritto una lettera ad Andrea; mi ha dato il permesso di leggerla chiedendomi di consegnargliela tra una quindicina di anni. È una lettera stupenda».
Sicuramente sarà una lettera migliore di questo libro che — ricordiamo — è indirizzato ad Andrea. Ma cosa gliene può fregare ad Andrea Di Battista che suo padre ha fatto un tour elettorale in treno (il TreNo tour) prima di Renzi? Probabilmente nulla.
E scopriamo un insospettabile lato “pancino” di Di Battista che tesse le lodi del latte materno in ottica sovranista e autarchica: «la natura ha creato il latte materno, questo meraviglioso sciroppo di crescita e dolcezza capace di saziare un bambino e tranquillizzarlo allo stesso tempo. È sconvolgente, quasi scandaloso, pensando alla società dei consumi, vedere una donna che allatta. Lei, da sola, produce il cibo che fa crescere una vita. Lei, da sola, sa produrre il necessario ed è il necessario, oltretutto, che dà felicità al bambino».
Ora purtroppo Di Battista ha deciso di privare il Parlamento del suo contributo, ma siamo sicuri che come scrittore continuerà a deliziarci con racconti fantastici.
Come quella volta che un’attivista 5 Stelle gli ha regalato un paio di sandali per bambini usati, come si fa tra cugini, perchè il MoVimento è una grande famiglia.
E papà Beppe, il padre padrone del M5S, vuole bene a tutti i figli suoi.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
DA MATTARELLA ALLA MELONI, DA GENTILONI A BRUNETTA, DA RENZI AI CINQUESTELLE, DA SPERANZA A ORLANDO E’ UN CORO DI SOLIDARIETA’ FARISAICO… BASTA APPLICARE LA LEGGE
Un gruppetto di militanti mascherati, che esponeva una bandiera di Forza Nuova e
un cartello con la scritta “Boicotta Repubblica e L’Espresso”, ha acceso fumogeni sotto la sede del giornale e letto un proclama di accuse alla redazione.
Alcuni fumogeni sono stati lanciati all’indirizzo di dipendenti del giornale che protestavano per la provocazione.
Un giornalista, che proprio in quegli istanti stava rientrando al giornale, si è rivolto al gruppo sfidandolo a tirare giù la maschera.
Solo un componente della “squadra”, una ragazza, ha risposto mostrando il viso, per poi fare rapidamente retromarcia, forse richiamata dagli altri.
Sull’accaduto indaga la Digos. Uno dei militanti è stato successivamente fermato: si tratta di un 34enne conosciuto proprio dalla Digos quale attivista di Forza Nuova. Al termine degli accertamenti l’uomo è stato denunciato per manifestazione non preavvisata, travisamento, violenza privata e accensione di artifizi pirotecnici in luogo aperto al pubblico. I pm della Procura di Roma attendono nelle prossime ore un’informativa della Digos su quanto accaduto oggi davanti alla redazione di Repubblica.
I Cdr di Repubblica e L’Espresso hanno diffuso i loro comunicati per denunciare come “il dilagare di intolleranza, odio, xenofobia e fascismo che Repubblica sta puntualmente documentando con grande attenzione da settimane” abbia raggiunto “una soglia di grande preoccupazione”.
Ma “il nostro giornale – rassicurano – non si fa intimidire da queste minacce, fatte utilizzando un linguaggio fascista e paramafioso, e non smetterà di informare i lettori su Forza Nuova, così come su ogni altro partito politico italiano”.
Qualche minuto dopo il blitz, la rivendicazione di Forza Nuova Roma su Facebook: “Torce accese per ‘illuminare’ la verità contro le menzogne dei pennivendoli di regime e maschere sul volto.
Interpellato dall’Ansa, il leader di Forza Nuova Roberto Fiore non si tira indietro e conferma: “È il primo atto di una guerra politica contro il gruppo Espresso e contro il Pd. Stanno portando avanti un’opera di mistificazione e di criminalizzazione che vuole mettere fuori gioco Forza Nuova”.
E scatta la vicinanza a Repubblica da parte delle istituzioni e della politica.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in visita ufficiale in Portogallo, fa pervenire la sua “solidarietà a tutti i giornalisti di Repubblica e dell’Espresso per il grave fatto di oggi”.
Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni chiama il direttore di Repubblica Mario Calabresi per manifestargli solidarietà . Il ministro dell’Interno Marco Minniti si porta nella sede del giornale: “Antifascismo e libertà di stampa capisaldi della democrazia”.
Ma il Il primo a farsi sentire è il segretario del Pd Matteo Renzi. Prima su Twitter.
Poi in serata, incontrando i giornalisti a Palermo, nella sede di Addiopizzo. “Credo – osserva Renzi – che ci siano dei gesti preoccupanti. E penso sia dovere dell’intera comunità , politica, civile, culturale dell’Italia, dare un messaggio di grande nettezza e forza. Solidarietà a Repubblica, ai suoi giornalisti, e la convinzione che il Pd continuerà a lavorare perchè tutti, non soltanto il nostro partito, affermino i valori dell’antifascismo e del rifiuto di ogni forma di violenza nel profilo dna”.
Arrivano le dichiarazioni, allo stesso tempo solidali e di richiamo, di Roberto Speranza di Mdp (“le intimidazioni contro stampa e giornali sono inaccettabili in un Paese democratico”), il sindaco di Milano Giuseppe Sala (“atto vigliacco e inaccettabile”), il vice segretario dem Maurizio Martina (“solidarietà ai giornalisti di Repubblica impegnati contro i nuovi fascisti”). Ettore Rosato, capogruppo del Pd alla Camera: “Non ci facciamo intimorire da un gruppo di fascistelli, ma non abbassiamo la guardia”. I tweet dei presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso.
Rispondendo ai giornalisti a margine di un convegno, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ammonisce “tutti coloro che hanno ritenuto che gli allarmi, le sottolineature, l’attenzione dedicata a questo tema fosse eccessiva”. Tanto per fare un esempio, il leader della Lega Matteo Salvini, che ha definito “solo ragazzi” i naziskin dell’irruzione nel comasco. “C’è un estremismo che ha alzato la testa – aggiunge il Guardasigilli -, che è contrario ai valori costituzionali, alle nostre libertà e credo che lo Stato e la società italiana debbano affermare quei valori su cui si regge la nostra Costituzione”.
La ministra della Difesa Roberta Pinotti: “Non possiamo chiudere gli occhi di fronte a episodi che ci riportano alla violenza di estremismi che credevamo superati”.
La ministra dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli: “Sentir parlare di un primo atto di guerra contro un gruppo editoriale è un attacco frontale e inaccettabile alla nostra democrazia e all’articolo 21 della nostra Costituzione, che sancisce con chiarezza il diritto irrinunciabile alla libertà di espressione e di stampa”. Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio su Facebook invita a rispondere “con il fiore partigiano” ai “fascisti” che hanno “paura della verità ” e “dichiarano guerra anche al Partito Democratico”.
E ancora, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti: “In democrazia c’è spazio per tutte le idee eccetto quelle che per affermarsi negano agli altri il diritto di esistere”. Il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda: “Un atto intimidatorio vigliacco, dovuto al fatto che le inchieste di Repubblica hanno meritoriamente, con grande scrupolo professionale, messo in luce la pericolosità della violenza di Forza Nuova”.
Capitolo Movimento 5 stelle: solidarietà a Repubblica dalla sindaca di Roma Virginia Raggi, dal deputato e presidente della Commissione di Vigilanza Rai Roberto Fico e dalla collega Roberta Lombardi.
Non pervenuto il candidato premier Luigi Di Maio, che non tace ma appare troppo preso dalla campagna elettorale. Poi Beppe Grillo ritwitta la nota del M5s:
I Verdi, tramite i coordinatori Angelo Bonelli, Luana Zanella e Gianluca Carrabs, chiedono al ministro dell’Interno Minniti di “occuparsi attivamente dell’accaduto identificando i responsabili”. Il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, invoca la dissoluzione dei gruppi di estrema destra: “Nessuna giustificazione e nessuna ambiguità nei confronti dei nipotini degli squadristi fascisti e dei nazisti. Siano sciolti questi gruppuscoli, sia impedita loro ogni azione di intimidazione, violenza, minaccia”. Il capogruppo dei deputati di Sinistra Italia-Possibile Giulio Marcon sollecita il governo a “riferire in aula su come intende agire”.
Il presidente del gruppo misto alla Camera Pino Pisicchio lancia un appello alla responsabilità di “tutte le forze politiche, affinchè adottino un codice di comportamento per la prossima campagna elettorale, che si preannuncia pericolosamente tesa”. Ovvero, rinuncino a usare “un lessico sempre più barbaro”, che incide profondamente sulla società “, solo per “rastrellare qualche manciata di voti”.
Da destra, la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni impugna la sacralità della libertà di stampa, ma poi bacchetta i militanti di Forza Nuova soprattutto per aver sbagliato strategia. “Fare gazzarra davanti alla sede di un giornale a volto coperto, come fanno quelli dei centri sociali, è il modo peggiore per denunciare la disinformazione e il doppio pesismo dei grandi media – tuona Meloni -. Manifestazioni che fanno solo il gioco della sinistra e di chi fa di tutto per censurare e imbavagliare la libertà di pensiero e di espressione”.
A Giorgia Meloni, ma anche a Matteo Salvini, si rivolge in un tweet Debora Serracchiani, componente della segreteria nazionale del Pd e presidente del Friuli Venezia Giulia: “Tutte le forze politiche condannino gli atti di intimidazione alla libera stampa. Salvini e Meloni smettano di fare l’occhiolino a chi nega il valore della democrazia. Solidarietà ai giornalisti di #Repubblica”.
Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, è chiarissimo: “La libertà di stampa è sacrosanta e deve essere sempre difesa e garantita, anche e soprattutto per i giornali non sempre equilibrati, ma spesso faziosi, come quello diretto da Mario Calabresi”. Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Alternativa popolare: “Condanno fermamente. E spero che con me lo facciano gli esponenti di tutti i partiti”.
Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia esprime “solidarietà ai giornalisti del gruppo, alcuni dei quali sono da tempo sotto scorta dopo le minacce subite per le loro inchieste sulla criminalità mafiosa. Questi tentativi di intimidazione vanno respinti con fermezza ma con altrettanta decisione vanno difesi il diritto di cronaca e la libertà d’informazione, valori irrinunciabili di ogni democrazia”.
Si muove anche il sindacato. La segretaria generale Susanna Camusso su Twitter: “Solidarietà e affetto a Repubblica e a L’Espresso. Fermare le intimidazioni e le minacce, applicare le norme che vietano la ricostituzione di forze fasciste”. La segretaria della Cisl Annamaria Furlan su Twitter denuncia un “episodio grave e inquietante che deve far riflettere tutti sul clima davvero preoccupante nel Paese. La Cisl esprime la propria solidarietà ai giornalisti. La libertà di stampa è uno dei capisaldi della democrazia. Va salvaguardata da ogni intimidazione e da ogni forma di prevaricazione e violenza”. Su Twitter anche il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo: “Piena solidarietà alla Repubblica e a L’Espresso. respingere con fermezza i rigurgiti neofascisti”.
“Piena solidarietà alla redazione nazionale del quotidiano La Repubblica” dall’Associazione Nazionale Partigiani: “Il fascismo, già sconfitto dalla storia e dalla civiltà , non deve avere più spazio nell`italia democratica”. Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, esprime su Twitter “vicinanza e solidarietà ” al direttore Calabresi e all’intera redazione di Repubblica, mettendo in guardia su “un pericoloso risorgere di neofascismo che va contrastato con forza. Le istituzioni facciano il possibile per fermare lo squadrismo”.
Per Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli”, il “vile attacco fascista alle amiche e agli amici” di Repubblica e L’Espresso “è solo l’ultima di una serie di azioni che devono far riflettere la società civile e la classe politica (…). Vicini e solidali a Repubblica e L’Espresso per il lavoro di inchiesta che stanno portando avanti sul tema della violenza e dell’intolleranza di stampo fascista”.
Nota congiunta dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa: “L’aggressione di Forza Nuova contro le redazioni de L’Espresso e di Repubblica rappresenta un nuovo intollerabile atto di squadrismo contro la democrazia e la libertà di informazione. Anche questa nuova ‘testata’ contro l’articolo 21 della Costituzione troverà la risposta che merita attraverso l’illuminazione delle loro attività e delle continue violazioni della legalità costituzionale. Non a caso, già questa mattina avevamo rappresentato al ministro Minniti la necessità di monitorare e prevenire le ripetute azioni di minacce contro i giornalisti che hanno scelto di indagare sulle formazioni neonaziste e neofasciste. A questo punto la risposta dello Stato diventa ancora più urgente e necessaria”.
Anche la rete No Bavaglio-Liberi di essere informati denuncia “il clima di intimidazione contro i giornalisti, che si manifesta con aggressioni squadriste di stampo neofascista” che . vogliono condizionare l’informazione e colpiscono anche i cittadini nel loro diritto di essere informati liberamente. Chiediamo l’intervento del ministro dell’Interno e della magistratura per perseguire i responsabili di azioni squadriste così gravi”.
L’osservatorio Ossigeno per l’Informazione: “Continueremo a monitorare questi episodi e a sollecitare le istituzioni affinchè mettano in atto misure concrete per fermare chi usa la violenza per difendere le proprie idee e per mettere fine a un’ondata di insofferenza nei confronti della libertà di stampa e di chi la esercita”.
(da agenzie)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
GLI EX SEL SCELGONO DI ANDARE CON GRASSO…RENZI RESTA SOLO
Giuliano Pisapia avrebbe deciso di fare un passo indietro, prendendo atto che non ci sono i margini per un’alleanza con il Partito democratico. E’ quanto trapela al termine di una lunga riunione di Campo progressista. Gli esponenti di sinistra di Cp, che provenivano da Sel, starebbero invece valutando di aderire a Liberi e uguali, la lista unitaria guidata da Pietro Grasso.
“Ci abbiamo provato, per molti mesi, con tanto impegno ed entusiasmo”, si legge in una nota di Pisapia.
“Il nostro obiettivo, fin dalla nascita di Campo Progressista, è sempre stato quello di costruire un grande e diverso centrosinistra per il futuro del Paese in grado di battere destre e populismi. Oggi dobbiamo prendere atto che non siamo riusciti nel nostro intento. La decisione di calendarizzare lo Ius Soli al termine di tutti i lavori del Senato, rendendone la discussione e l’approvazione una remota probabilità , ha evidenziato l’impossibilità di proseguire nel confronto con il PD”.
Pisapia non dovrebbe candidarsi alle elezioni politiche. E’ l’orientamento che l’ex sindaco di Milano ha comunicato ai parlamentari che ha riunito in un hotel nel corso della giornata.
Una lista progressista ci sarà , formata da Verdi, prodiani, Centro democratico e civici. Ma i parlamentari ex Sel di Campo Progressista andranno in direzione di Liberi e Uguali.
(da agenzie)
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