Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
IL LEADER, CON EMMA BONINO, DI +EUROPA BOCCIA LA NORMA CHE PROROGA LE CONCESSIONI
Un errore, e il Partito Democratico ne è responsabile.
Il liberale Benedetto Della Vedova, leader con Emma Bonino e Riccardo Magi della lista europeista +Europa, prende le distanze dai dem sull’emendamento “salva ambulanti” a firma Pd inserito nella legge di Bilancio.
La modifica approvata dalla Commissione Bilancio della Camera non trova d’accordo Della Vedova, che correrà in coalizione (salvo sorprese) col Pd alle prossime elezioni politiche.
Il sottosegretario agli Esteri di +Europa, tuttavia, non “rompe” sull’alleanza ormai quasi chiusa (si aspetta il passaggio definitivo della norma inserita in manovra che taglia il numero di firme da presentare): “La legge elettorale non prevede coalizioni su un programma comune, ma solo apparentamenti nei collegi”. Tradotto: l’alleanza, per ora, non si tocca.
Sottosegretario Della Vedova, lei che è un “liberale europeista” come valuta questa proroga delle concessioni in evidente contrasto con la direttiva Bolkestein?
È sbagliato. Noi abbiamo bisogno di investimenti ma qui prevale la tutela degli interessi costituiti. Se tu metti a gara avrai più investimenti: basti pensare al settore turistico e balneare, alle concessioni per le spiagge per intenderci. In un settore del genere per un Paese come l’Italia sarebbe più utile per lo Stato avere introiti superiori a quelli di oggi, che sono bassi. E per le attività di servizi legati alla direttiva Ue, resta valida la necessità di attrarre investitori.
Quasi tutti i partiti dell’arco parlamentare hanno gioito per il via libera all’emendamento.
Ci sono categorie che si fanno sentire, è evidente. Ma, senza fanatismi, se tuteli gli interessi costituiti contemporaneamente diminuisci l’interesse collettivo per maggiori investimenti e maggiore occupazione, e quindi canoni più alti per lo Stato. Se lasciamo tutto così com’è, vuol dire che invece di tutelare la concorrenza si tutelano coloro che già operano sul mercato da potenziali concorrenti.
E tuttavia si tratta di un emendamento presentato e firmato dal Pd, vostro alleato alle prossime elezioni…
Mi dà una notizia…
Non è così?
Stiamo dialogando. Ma la questione è semplice: se si leggono le dichiarazioni di oggi, emerge il tripudio del centrodestra che un tempo voleva la questione liberale. Rinviare al giorno del ‘mai’ la messa a gara delle concessioni, come detto, è sbagliato. È una responsabilità del Pd, ovviamente, ma anche l’opposizione che un tempo era a favore del mercato, pro-Occidente e pro-Europa oggi è protezionista, putiniana, anti-europea. Oggi lo scontro è tra aperto e chiuso, non più tra sinistra e destra.
Quindi non cambia il vostro rapporto con il Pd?
La legge non prevede coalizione con la sottoscrizione di un programma e di un leader comune. Prevede invece degli apparentamenti nei collegi. È evidente che le nostre idee sono opposte a quelle protezioniste che vanno per la maggiore e che hanno egemonizzato il centrodestra, oggi trainato dal lega e dal populismo. Noi vogliamo il completamento del mercato unico e la tutela della concorrenza in tutti i settori.
Però ci sono esponenti di +Europa che hanno già annunciato una denuncia dell’Italia alla Commissione Europea se l’emendamento non dovesse essere cancellato (ipotesi improbabile, ndr).
Tra gli strumenti possibili c’è la richiesta di un intervento chiarificatore da parte della Corte di Giustizia del Lussemburgo, un’opzione già usata in passato per vedere se c’è una violazione del diritto europeo. Noi siamo sostenitori del mercato unico, straordinariamente positivo per un Paese come l’Italia. Metà delle nostre esportazioni le facciamo in Europa. Chiediamoci perchè il Paese del sole e del mare non ha investitori del settore in grado di investire negli altri Paesi e teme invece quelli esteri che vorrebbero lavorare in Italia. Se continuiamo a proteggere non facciamo l’interesse del nostro turismo, poi non lamentiamoci….
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
ESULTANO GLI AMBULANTI, ALLA CONCORRENZA PREFERISCONO IL MANTENIMENTO DEI PRIVILEGI
Era la norma che aveva scatenato proteste in quasi tutte le piazze italiane e nella notte a
poche ore dalla chiusura della legge di stabilità è arrivato il via libera: nuovo rinvio per la piena entrata in vigore anche in Italia della direttiva Bolkestein sul commercio ambulante. Si tratta di una norma che prevede la liberalizzazione del mercato dei posti della vendita su strada con la loro messa a bando, nel rispetto di precise regole sulla durata delle licenze e sulla loro riassegnazione una volta scadute.
Oggi in Italia c’è una sorta di Far West, ma la regolarizzazione, alla quale ad esempio si sono da sempre opposti a Roma i grillini, ha scatenato la protesta dei commercianti ambulanti.
Finora le licenze di questo tipo venivano ereditate di padre in figlio con vari stratagemmi societari, o vendute dal titolare originale in una sorta di mercato nero oppure affittate da
chi riesce a ottenerne più di una.
Quando entrerà in vigore la Bolkestein non sarà più così: chi vorrà commerciare sulle strade pubbliche in zone demaniali in prossimità di monumenti o nel centro storico potrà farlo per 7 o 12 anni al massimo. Dopodichè la licenza scadrà .
Un emendamento del Pd approvato nella notte in Commissione Bilancio della Camera prevede che “al fine di garantire che le procedure per l’assegnazione delle concessioni del commercio su aree pubbliche siano realizzate in un contesto temporale e regolatorio omogeneo, il termine delle concessioni in essere alla data di entrata in vigore della presente disposizione e con scadenza anteriore al 31 dicembre è prorogato fino a tale data”.
Tutti contenti, a destra come a sinistra, passando per il M5S, tutti liberisti a parole, al servizio delle lobby nei fatti
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
DISTRAZIONE O COLPO DI SONNO HANNO PORTATO L’AUTO A SBANDARE E INVADERE L’ALTRA CORSIA
È stata eseguita oggi l’autopsia sul corpo del senatore Altero Matteoli, che due giorni fa è morto in un tragico incidente stradale sull’Aurelia, all’altezza di Capalbio.
Secondo il medico legale non sarebbe stato un malore a causare l’incidente.
Tra le ipotesi quella di una distrazione, o di un colpo di sonno che avrebbe portato l’auto del senatore a sbandare e invadere l’altra corsia dove si è scontrato con una vettura che veniva dal senso opposto di marcia.
Domani mattina in Senato sarà allestita la camera ardente mentre i funerali si celebreranno alle 12 nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma.
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
PER ANNI NE HANNO DETTO PESTE E CORNA, SOSTENENDO (GIUSTAMENTE) CHE ERA UNA MARCHETTA, ORA SULLA TANGENZIALE A CERCARE CLIENTI CI SI METTONO LORO
Prima Luigi Di Maio, poi Matteo Salvini. 
Gli 80 euro in busta paga voluti da Matteo Renzi non si toccano.
Questa presa di posizione da parte di due leader dell’opposizione fa scattare l’ironia del Partito democratico.
“Gli 80 euro sono stati la misura del nostro governo in questi anni più criticata da tutte le opposizioni – scrive Renzi su Facebook -. Eppure oggi anche Salvini, dopo Di Maio, annuncia che se diventasse premier lui manterrebbe gli 80 euro. I nostri avversari alle prossime elezioni ci insultano, ci criticano, ci ignorano. Poi, alla fine, cercano di copiarci. Per noi nessun problema: le buone idee sono a disposizioni di tutti”.
Anche il vicesegretario del pd, Maurizio Martina, punge Salvini su Twitter: “A ciascuno la sua coerenza….per Salvini in tv gli 80 euro erano una ‘roba da matti’. Ora invece dichiara che li manterrebbe, riconoscendo quindi che la nostra scelta di restituire alle famiglie italiane 10 miliardi di euro è stata giusta. Meglio tardi che mai. Ma così non si è credibili per governare il Paese”.
“Anche Salvini dopo Di Maio è costretto a riconoscere che gli 80 euro sono una grande opera di redistribuzione della ricchezza – afferma in una nota la vicecapogruppo del pd alla Camera, Alessia Morani -. Dopo averci accusato di fare mancette elettorali ora ci dicono che non toccherebbero la misura fiscale strutturale voluta da Renzi: ricordo allo smemorato leader della Lega quando appena cinque mesi fa diceva che gli effetti degli 80 euro sono inesistenti.
Nessuno che dica che gli 80 euro andavano destinati a chi ne aveva più bisogno di altri, non a chi aveva già un lavoro e guadagnava fino a 1499 euro.
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
MAGGIORANZA POSSIBILE SOLO CON ALLEANZA M5S-PD-LeU
Nando Pagnoncelli torna a pubblicare sul Corriere della Sera oggi un sondaggio sui risultati elettorali con il Rosatellum, che prevede una quota proporzionale e una maggioritaria.
Il sondaggio riepiloga la simulazione degli effetti rispetto ai risultati alle urne preconizzati una settimana fa: con questi numeri il centrodestra risulterebbe avere complessivamente 281 seggi (sommando scranni provenienti dai collegi uninominali e dal proporzionale), seguito dal M5S con 158 deputati, dal Pd con 151,e da Liberi e uguali con 27 seggi tutti provenienti dal proporzionale.
Alternativa popolare al momento non raggiunge la soglia di sbarramento e non è stata considerata, a differenza delle altre volte, come alleata del Pd, tenuto conto delle divisioni che attraversano la formazione.
La quota da raggiungere per la maggioranza è di 316 seggi, ma nel computo totale non sono compresi i seggi di Valle d’Aosta e la circoscrizione estera.
C’è anche da segnalare che con questi numeri un’eventuale maggioranza M5S + Pd + LeU avrebbe un buon margine di maggioranza alla Camera (le simulazioni per il Senato sono più difficili).
Gli andamenti, spiega Pagnoncelli, premiano con evidenza il centrodestra che, rispetto alle stime di poco più di un mese fa, guadagna 29 seggi, a scapito dei 5 Stelle (che ne perdono 15) e del Pd (che ne perde 13), mentre Liberi e uguali ne guadagna 3, anche grazie al mancato ingresso in Parlamento di Alternativa popolare.
Il centrodestra guadagna qualche seggio nel proporzionale (5 in totale), ma ben 24 nel maggioritario.
Il calo di Pd e M5S infatti fa sì che una parte dei collegi cosiddetti marginali, cioè dove le distanze sono ridotte, passi da queste formazioni al centrodestra, in particolare al Sud, sottraendoli soprattutto ai pentastellati le cui perdite sono appunto concentrate nel maggioritario.
Ma il dibattito di questi giorni è incentrato sulla possibilità che la coalizione di centrodestra arrivi alla maggioranza assoluta, grazie alla «soglia implicita» del 40%.
In realtà questa ipotesi al momento parrebbe di non facile realizzazione.
I calcoli sono semplici. Per avere la maggioranza alla Camera occorrono 316 deputati. La coalizione (o la forza politica) che ottiene il 40% si porta circa 160 deputati dalla quota proporzionale. Per arrivare alla maggioranza occorrono ancora 156 deputati. Che corrispondono a circa il 68% dei deputati eletti con il sistema uninominale (231, escludendo la Valle d’Aosta).
Infine va notato che i conflitti degli ultimi giorni e le polemiche sempre più marcate tra Salvini e Berlusconi non giovano alla coalizione.
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
LA VERITA’ SU QUELLA NOTTE DOPO 37 ANNI
Dopo trentasette anni, sul mistero della strage di Ustica si alza un altro velo. Per la
prima volta un testimone diretto racconta di una battaglia aerea nel cielo del Tirreno, in cui due Phantom F-4 americani decollati dalla portaerei Saratoga in navigazione al largo di Napoli avrebbero abbattuto due Mig libici la stessa notte in cui esplose il DC9 Itavia con 81 persone a bordo.
Il testimone si chiama Brian Sandlin e nell’estate del 1980 faceva parte dell’equipaggio della Saratoga. Di più, secondo la sua testimonianza (questa sera su Atlantide – La7, ore 21,30), la sera del 27 giugno si trovava nella plancia di comando della nave: “Lanciammo i caccia, completamente armati. E al loro ritorno notammo che non avevano più l’armamento… il capitano Flatley (comandante della Saratoga), attraverso gli altoparlanti ci informò che, durante le nostre operazioni di volo, due MIG libici ci erano venuti incontro in assetto aggressivo e avevamo dovuto abbatterli”.
Sandlin, che è in pensione e vive in Texas, è pronto a ripetere tutto davanti ai magistrati della Procura di Roma che indagano sulla strage.
Da due anni, gli investigatori stanno cercando di identificare ufficialmente proprio la portaerei di cui quella notte parlarono più volte i radaristi della difesa aerea e nel 1999 la Nato comunicò la presenza al giudice istruttore Rosario Priore, senza tuttavia indicarne la nazionalità .
Nelle conversazioni che quella notte si intrecciarono tra le varie basi radar venne citata anche la presenza in volo di Phantom americani e dal Centro di controllo di Ciampino partirono varie telefonate all’ambasciata Usa di Roma per rintracciare l’addetto militare e capire se la sparizione della traccia del Dc9 fosse collegata ai movimenti dei caccia inquadrati dagli schermi radar.
Il racconto di Sandlin entra a gamba tesa nelle contraddizioni che da quel giorno avvolgono il ruolo della Saratoga.
Della portaerei ancorata nella rada del porto di Napoli esistono foto scattate fino alle 18 del 27 giugno e dopo le 12 del giorno 28. Ma durante la notte dove si trovava? Secondo una prima testimonianza resa formalmente nella sede del Dipartimento di Giustizia americano dall’ammiraglio James H. Flatley III davanti al giudice Priore, la portaerei si allontanò verso un punto imprecisato del Golfo o più lontano per una “prova motori”.
Poi, nella seconda testimonianza resa sei mesi dopo, il comandante della Saratoga smentì se stesso sostenendo di aver letto le carte e di essere certo che la nave non si era spostata dal porto di Napoli.
Cosa ne pensa Sandlin? “Che aveva ragione la prima volta: siamo partiti la sera e rientrati il giorno dopo. Le posso dire che ho avuto molti scambi con il capitano Flatley. Ho un’ottima opinione di lui. È stato un grande capitano. Lo apprezzo davvero tanto. Ma la prima volta non avrebbe detto: “Siamo usciti quella sera e poi rientrati” senza prima controllare”.
Anche sulla versione risibile secondo cui dalla Saratoga nulla si sarebbe visto di quello che accadeva praticamente sulla sua verticale mentre il DC9 esplodeva, perchè i radar erano stati spenti in modo da non disturbare le trasmissioni televisive nella città di Napoli, Sandlin replica: “Mai, mai era spento. Io ho fatto carriera nella marina mercantile, sono diventato anch’io capitano; ho seguito un corso sul radar. So come funziona… Il radar non può interferire coi segnali televisivi, ma questo è molto meno rilevante rispetto al fatto che parliamo di una portaerei della marina militare americana, con 85 aerei e 5000 marinai, qualcosa che vale due miliardi di dollari. Crede veramente che nel 1980 avrebbero lasciato questo patrimonio senza una difesa adeguata?”.
E sul fatto che incredibilmente il Deck-log, il giornale di bordo della Saratoga sia stato interamente riscritto, Sandlin si mostra addirittura sconcertato:” È davvero scandaloso. È severamente proibito farlo perchè è un documento federale. In caso di errore, durante la redazione, si cancella tracciando una linea, poi si appone una sigla e si annota la correzione. Ma riscrivere l’intero giornale è pazzesco
Ma queste sono le contraddizioni del dopo. Sul momento, a bordo della Saratoga le cose andarono diversamente e del Dc9 nessuno seppe nulla perchè molto semplicemente in quell’isola in mezzo al mare non esistevano cellulari nè internet. “Abbiamo creduto al capitano sulla parola — racconta ancora Sandlin – Abbiamo creduto alla storia dei due Mig libici in assetto aggressivo che avevamo abbattuto. Eravamo militari giovani, orgogliosi di aver abbattuto due Mig: la Libia non piaceva a nessuno. Questo fu il nostro atteggiamento. Tutto l’addestramento che avevamo ricevuto doveva servire proprio a questo. Era il lavoro per cui eravamo stati preparati, dovevamo farlo e lo abbiamo fatto”.
Dei due Mig abbattuti per la verità parlò sempre anche il colonnello Gheddafi. Attribuendo proprio agli americani la responsabilità di quanto accaduto quella notte. Ma i sospetti si addensavano sulla Francia, e la pista dei Phantom rimase in secondo piano per tutti questi anni.
Tuttavia, l’ipotesi che sotto il DC9 volassero due caccia non identificati (due Mig) cominciò a diventare qualcosa di più quando vennero analizzati i nastri radar, dove si vedeva chiaramente una doppia traccia.
Esattamente quella doppia traccia su cui hanno lavorato in questi ultimi anni il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il sostituto Erminio Amelio, arrivando fino all’ultimo miglio però.
Senza riuscire a dare corpo allo scenario di guerra aerea nel quale entrano a pieno titolo i caccia francesi che il radar di Poggio Ballone vede decollare e puntare verso il Basso Tirreno e i caccia senza segnale identificativo che vedono i radaristi di Ciampino e attribuiscono a una portaerei americana in navigazione, perchè le loro tracce appaiono e scompaiono in mare. Come accade appunto quando c’è una portaerei operativa.
Perchè Sandlin non ha parlato fino ad oggi? “Avevo paura. Paura che qualcuno mi trovasse morto da qualche parte per overdose, o in un incidente d’auto o buttato giù da un dirupo. Sapevo che mi avrebbero ucciso se avessi parlato. Per questo avevo paura. E gli altri avranno fatto altrettanto per lo stesso motivo. Per paura di essere zittiti, per continuare a vivere tranquilli, perchè il governo non sconvolgesse le loro vite…”.
Ora invece ha deciso di aprire bocca e si augura che anche chi era con lui sul ponte quella sera lo faccia perchè “lo sapevano tutti. Era evidente, tutti l’avevano visto. Non era qualcosa che si potesse nascondere a 5000 uomini sulla nave, non è possibile mantenere un segreto del genere, a meno che non si voglia raccontare la verità . Noi avevamo visto che sotto le ali dei due F-4 non c’erano più armi. Quindi dovevano spiegarci per forza qualcosa. Quando il capitano Flatley ci raccontò dei due MIG abbattuti, prendemmo quell’informazione come la verità , chi poteva saperlo meglio di lui?”.
Già , chi?
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
TRA I MERCATINI DI BRESSANONE INDIFFERENTE ALLA PROPOSTA DELLA DOPPIA CITTADINANZA CHE PIACE SOLO AGLI XENOFOBI AUSTRIACI E AL TRADITORE SALVINI
L’unico che sembra davvero interessato è un ragazzotto evidentemente sportivo che sfotte divertito: «Ci rimetterete un sacco di medaglie».
Se davvero gli sportivi altoatesini potranno scegliere la bandiera per la quale gareggiare, quelle sui palmarès italiano nello slittino o nello sci potrebbero davvero essere le conseguenze più gravi del passaporto austriaco che Vienna vuol concedere a tutti i sudtirolesi di lingua tedesca.
O almeno questa è l’impressione al mercatino di Natale davanti al Duomo, che come tutto il resto di Bressanone dà l’impressione di essere appena uscito dal Dixan.
L’offensiva revanscista del nuovo governo neroblù di Vienna non sembra causare molta emozione, nemmeno fra i montanari appena scesi dal maso per vendere in città lo speck e il vin brà»lè (però bio, qui sono tutti verdi, anche quelli che i Verdi non li votano).
Il disinteresse è perfettamente bipartisan, giovani e vecchi, sinistra e destra unite nel ritenere la sparata viennese una trovata politica meno solida della panna montata sulla Sachertorte. «Passaporto, quale passaporto? Al Brennero non ce n’è bisogno, non è più tempo di dogane. Noi siamo esseri umani del pianeta terra, e stop», spiegano Manuel, meccanico, e Benjamin, imprenditore, che per l’utopia hanno almeno l’attenuante dell’età , rispettivamente 26 e 28 anni. «Io sono italiana da 46 anni, perchè dovrei diventare austriaca?», chiede Martha, macellaia, sistemando cataste di salsicce dall’aria appetitosa.
«Io non ci vedo nessun vantaggio, sinceramente non abbiamo di che lamentarci», questo è Joseph, verdure bio. «Più che il passaporto austriaco, io aspetto quello europeo», dice Reinhold, custode del Duomo.
E Helga, dal suo banco dove vende addobbi di Natale in vetro ammiratissimi dai bambini (il Natale è la festa dei bambini e dei tedeschi, figuriamoci dei bambini tedeschi), mette il dito nella piaga: «Pagare le tasse a Vienna o a Roma? Preferisco farlo a Roma. Almeno so che ne tornano indietro di più».
Ecco il punto. Gli italiani saranno pure in Alto Adige per diritto di conquista, una volta che vinciamo una guerra, e senza nemmeno essere passati da uno dei soliti plebisciti taroccati specialità di Casa Savoia.
Però non c’è minoranza più autonoma, foraggiata, rispettata e insomma coccolata di quella tedesca. E gli autoctoni lo sanno benissimo.
Riassume la situazione Gregor, che studia Storia a Innsbruck, ma per arrotondare vende in piazza un vino caldo buonissimo e micidiale: «Siamo italiani da un secolo, non scenderei mai per le strade per un passaporto. Macchè sovranità . Qui, sulla questione, di sovrana c’è solo l’indifferenza».
Un passante commenta cinico (infatti è chiaramente italiano): «Meglio fare i settentrionali dell’Italia che i terroni dell’Austria».
E allora la questione è davvero tutta e solo politica. Peggio: di politica austro-austriaca, con i liberali dell’Fpà¶ che, da bravi populisti, fanno a chi le spara più grosse.
«Ma così il rischio è quello di spaccare la nostra società , di mettere i sudtirolesi gli uni contro gli altri, e Vienna contro Roma», accusa Hans Heiss, storico, consigliere provinciale dei Verdi, della famiglia che gestisce dal 1773 il meraviglioso albergo cittadino, l’Elephant.
«A Vienna i popolari avevano valutato se inserire nel programma la richiesta del doppio passaporto e avevano deciso di no. È uno dei prezzi che hanno dovuto pagare ai loro nuovi alleati. Ma ai sudtirolesi queste manovre interessano poco».
Interessano invece alla Svp. L’impressione è che il partito storico della minoranza tedesca sia stato spiazzato dalla mossa austriaca, che è subito diventata uno spot per i due tosti partitini alla sua destra, la Sà¼d-Tiroler Freiheit e Die Freiheitlichen.
L’eurodeputato Herbert Dorfmann, ovviamente, non ci sta: «Non è vero, la Svp è da sempre favorevole al doppio passaporto. Del resto, l’Italia concede il suo a chiunque possa dimostrare di avere un antenato italiano dal 1861 in poi, quindi non ci sarebbe nulla di strano».
Il problema è come procedere. «A differenza dei liberali austriaci e della destra sudtirolese, noi pensiamo che non abbia senso dire: lo facciamo l’anno prossimo. Bisogna farlo invece in uno spirito di collaborazione, in ambito europeo e dopo un accordo bilaterale italo-austriaco. Da Vienna vorremmo semmai che venga inserito nella Costituzione austriaca il diritto e dovere di vegliare sulla minoranza di lingua tedesca del Sà¼dtirol».
Insomma, con tutta l’umana perfettibilità del caso, quello dell’Alto Adige è un modello di convivenza che funziona.
Vale davvero la pena di metterlo a rischio per dare a metà degli altoatesini un altro passaporto, oltretutto dello stesso colore di quello che hanno già ?
(da “La Stampa”)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
“FU UN INCONTRO CORDIALE, SI PARLO’ DI UNA EVENTUALE INTERVENTO SU BANCA ETRURIA DA PARTE DI UNICREDIT, MA NULLA DI PIU'”
«Alla fine la ministra Boschi mi chiese se era possibile un intervento da parte di
Unicredit su Banca Etruria, per un’acquisizione o una partecipazione nel capitale. Risposi che non ero in grado di dare una risposta nè positiva nè negativa, ma che stavamo esaminando il dossier. Ci lasciammo a fine meeting con questo accordo: l’ultima parola spettava a Unicredit, che avrebbe agito esclusivamente nel suo interesse»: Federico Ghizzoni conferma la versione di Ferruccio De Bortoli sulla storia di Maria Elena Boschi e Piazza Cordusio, escludendo “pressioni” da parte della ministra.
Poi Ghizzoni parla di una mail inviata da Marco Carrai in cui quest’ultimo gli chiede della banca, a cui lui rispose dicendo: “Ti confermo che stiamo lavorando, quando avremo finito contatteremo i vertici di Etruria per una risposta. La risposta alla banca gliel’abbiamo data il 29 gennaio 2015”.
Sulla Boschi Ghizzoni ricorda: “Fu un colloquio cordiale, non avvertii pressioni da parte del ministro Boschi e ci lasciammo su queste basi. Da quel momento in poi non ci sono stati ulteriori contatti, le strutture continuavano a lavorare su un’ipotesi di acquisizione” di Etruria.
La Boschi ha annunciato un’azione civile di risarcimento danni nei confronti di Ferruccio De Bortoli perchè nel suo ultimo libro, “Poteri Forti (o quasi)”, aveva raccontato la vicenda.
Il colloquio con la Boschi si svolse il 12 dicembre 2014. Alla richiesta di confermare quanto scritto nel libro di De Bortoli, Ghizzoni risponde: “L’incontro fu nel 2015 e nel 2014, non ho spiegato che un’altra delle ragioni per cui la ministra mi chiese se potevo valutare un ingresso in Banca Etruria erano le dimensioni della banca. Fu una richiesta che considerai abbastanza normale, ma soprattutto un CEO di una banca come Unicredit deve essere in grado di mettere in chiaro che è la banca che prende la decisione”.
«Da Boschi nessuna pressione»
Poi Ghizzoni racconta che l’analisi fu fatta dai tecnici della banca, senza alcuna pressione: alla fine si decise per il no viste le condizioni dell’istituto di credito.
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DE “L’ESPRESSO”: LA CONDANNA PER EVERSIONE, LA FUGA ALL’ESTERO, LA PROTEZIONE DEI SERVIZI SEGRETI BRITANNICI, 240 DENUNCE IN CINQUE ANNI
Ventuno aprile 1999. All’aeroporto di Fiumicino si materializza Roberto Fiore, condannato per banda armata e associazione sovversiva come capo di Terza posizione. Dichiarato colpevole in tutti i gradi di giudizio, Fiore avrebbe dovuto scontare almeno cinque anni e mezzo di reclusione. Invece è scappato all’estero. E a Londra ha fatto molti soldi con appoggi sospetti.
Quando rientra in Italia è un uomo libero. Ricco. Pronto a guidare un nuovo movimento politico, ma con una sigla diversa: Forza Nuova.
Il passato è la veriTà giudiziaria che l’attuale leader di Forza Nuova ha potuto ignorare dopo 19 anni di latitanza all’estero. Perchè in Italia cadono in prescrizione perfino le condanne definitive, non eseguibili per scadenza dei termini.
Fiore scappa all’estero nel 1980, a 21 anni, prima di poter essere colpito dalla retata che decapita Terza Posizione. Quando i suoi ex camerati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini vengono accusati della strage di Bologna (2 agosto 1980, 85 vittime), lui è già in Inghilterra. Al sicuro, con altri complici. Nel 1982 un giudice britannico respinge la richiesta italiana di estradizione.
Fiore e l’altro leader di Terza posizione, Massimo Morsello, restano liberi anche dopo essere stati condannati in tutti i tre gradi di giudizio.
In Italia intanto Fioravanti e la Mambro, nel tentativo di sottrarsi all’accusa per la strage, inventano un falso alibi, costruito proprio attorno a Fiore e a un altro fondatore di Terza Posizione, Gabriele Adinolfi, ora ideologo di Casapound.
A Londra , nei quasi vent’anni di latitanza, Fiore e Morsello ottengono appoggi importanti e misteriosi.
La stampa inglese li accusa più volte di aver collaborato con i servizi segreti (MI6). Fiore ha sempre respinto questo sospetto, che però è confermato, nero su bianco, da un rapporto firmato nel 1991 dalla prima commissione d’inchiesta del parlamento europeo su razzismo e xenofobia.
Accuse poi rilanciate in Italia, in particolare, da due importanti esponenti di Alleanza nazionale, Enzo Fragalà e Alfredo Mantica.
Nel dossier presentato alla commissione stragi, i due parlamentari ricordano la fortissima amicizia tra Fiore e il leader dell’estrema destra britannica Nick Griffin.
Il presidente della commissione stragi, nell’audizione del 2000, mette a verbale una domanda esplicita: «Ritiene che Fiore e Morsello fossero agenti del servizio inglese?».
E Fragalà risponde: «Non ritengo, c’è scritto, è un dato obiettivo, mai smentito da nessuno…
D’altro canto, altrimenti come si fa a immaginare che due latitanti italiani, segnalati come pericolosi, possano costruire lì in Inghilterra un impero economico con 1.300 appartamenti?».
Oggi l’avvocato Fragalà non può più cercare la verità su Fiore: è stato ucciso nel 2010 a Palermo. Per i pm Fragalà è stato ucciso da Cosa nostra perchè aveva convinto alcuni clienti a collaborare.
La mafia aveva progettato un raid punitivo per dare una lezione a tutta la categoria, ma l’aggressione fu talmente violenta che portò alla morte del legale.
Dunque Fiore, quando rientra a Roma, è un ricco estremista in doppiopetto, che non ha mai dovuto pentirsi del suo curriculum e, nella lunga latitanza, ha stretto rapporti con leader razzisti e neonazisti, servizi segreti e finanziatori rimasti nell’ombra.
Ai giovani italiani si presenta come un fervente cattolico, fedele ai valori della tradizione, perseguitato da imprecisati poteri forti.
Nato a Roma in una famiglia borghese e fascista, è sposato con la spagnola Esmeralda Burgos, padre di undici figli, contrarissimo all’aborto e all’omosessualità .
Nel 2000, pochi mesi prima della morte di Morsello, pubblica un libro con Gabriele Adinolfi (“Noi, Terza Posizione”) dove rivela che suo padre, Amedeo Fiore, combattente per Mussolini a Salò, si sarebbe «offerto volontario per il progetto, poi non realizzato, dei kamikaze italiani».
Il suo nuovo movimento, Forza Nuova, lo fonda nel 1997, quando ancora è a Londra. Lo struttura come un partito nazionale, aprendo le prime 50 sedi provinciali.
Ma già alla fine del 1999 il capo dell’antiterrorismo, Ansoino Andreassi, sentito dal Parlamento, lo accusa di far parte di una rete internazionale di finanziatori di naziskin. Fiore smentisce e querela, ma non intimidisce il prefetto. Un poliziotto molto esperto, il primo a capire la nuova strategia del terrorista mai pentito: non sporcarsi le mani, non farsi invischiare nelle azioni violente dei giovani di Forza Nuova.
Da allora, il leader è un intoccabile: molte indagini, qualche processo, ma nessuna nuova condanna. A gestire la violenza politica sono i singoli esponenti del movimento, senza legami documentabili con il vertice, che però li difende.
La strategia del doppio binario porta Fiore a presentarsi come leader ufficiale di un partito che partecipa alle elezioni.
Alle comunali di Roma, nel 2001, il primo candidato è un nipote di Benito Mussolini. Negli anni d’oro di Berlusconi, Forza Nuova tratta alleanze elettorali con il centro-destra, con esiti alterni. Nel 2008 Fiore entra nel parlamento europeo, occupando il seggio lasciato da Alessandra Mussolini.
L’Osservatorio sulle nuove destre ha schedato una serie di reati impressionanti. Nell’aprile 1999, a Roma, vengono rinviati a giudizio 25 naziskin per violenze, minacce e istigazione all’odio razziale. Il gruppo fa parte della rete internazionale degli “hammerskin”: il presunto capo-cellula è il responsabile di Forza Nuova a Milano.
Lo stesso Fiore viene inquisito come finanziatore dei neonazisti. Ma tutte le accuse restano poi coperte dalla prescrizione.
Nel dicembre 2000, un anno dopo l’allarme di Andreassi, il neofascista Andrea Insabato resta ferito mentre fa esplodere una bomba all’ingresso del Manifesto, lo storico quotidiano comunista.
Insabato era stato il capo di Terza Posizione nei quartieri romani della Balduina e Monte Mario. «Sono un suo amico», è costretto a dichiarare Fiore a caldo, «ma con Forza Nuova non c’entra nulla».
Già nel precedente processo per un raid antisemita, a difendere Insabato era stato il fratello avvocato di Fiore.
Negli stessi mesi, a Padova, un gruppo di neofascisti finisce in cella dopo un grosso sequestro di armi ed esplosivi: tra gli arrestati c’è un candidato di Forza Nuova alle comunali.
Nel gennaio 2003 una squadra di affiliati irrompe in una tv di Verona e si esibisce in un pestaggio in diretta di Adel Smith, un musulmano che contestava i crocefissi nei luoghi pubblici.
Nell’aprile 2004, a Bari, 15 forzanovisti vengono arrestati per una serie di raid con mazze, bastoni e catene.
Nel marzo 2005 il candidato di Forza Nuova a Siracusa viene accusato di aver organizzato attentati contro la Cgil e un ospedale.
Nell’aprile 2005 Andrea Rufino e Giovanni Marion, due soci fondatori di Easy London, la succursale italiana delle imprese di Fiore, vengono arrestati per l’arsenale di armi ed esplosivi (con fucili militari e bombe a mano) scoperto in via Nomentana a Roma.
Nel settembre 2007 tredici neofascisti, capeggiati dal responsabile provinciale di Forza nuova, vengono fermati a Rimini mentre cercano di raggiungere un centro sociale con spranghe e taniche di benzina.
Negli ultimi anni crescono soprattutto le violenze contro gli immigrati.
Un esempio recente è l’inchiesta del Ros denominata “Banglatour”, avviata dopo che 80 immigrati bengalesi erano finiti al pronto soccorso per essere stati pestati.
Secondo l’accusa i raid partivano da due sedi di Forza Nuova a Roma. Dove i minorenni venivano «addestrati a usare coltelli e spranghe in una palestra di odio e violenza»
Secondo l’Osservatorio, le vittime sono stranieri poveri, giovani di sinistra, gay e medici: in un assalto in Puglia i forzanovisti gridavano «assassine, criminali» contro le donne ricoverate in attesa di abortire.
Le uniche cifre ufficiali su Forza Nuova nel suo insieme sono state fornite due anni fa dal ministero dell’Interno: in 65 mesi, tra il 2011 e il 2016, ben 240 denunce e dieci arresti. Quattro raid al mese. Un attacco a settimana.
Fiore si è sempre proclamato estraneo a tutti i reati. Rivendica le azioni politiche, anche se apertamente razziste.
Nel 2013, ad esempio, la sezione di Macerata attacca con manifesti xenofobi la ministra Kyenge. E lui li difende: «La Kyenge dovrebbe tornare in Congo, non capisco come abbia ottenuto la cittadinanza».
Tra un’inchiesta e l’altra, Fiore ha fatto strada anche nel mondo degli affari.
I soldi, per lui, sembrano contare almeno quanto la politica. Ma sul tema economico mostra molto meno patriottismo.
In Italia risulta infatti intestatario solo di una piccola società , la Immobiliare Brighton.
Per il resto la visura camerale mostra una sfilza di cambiali e assegni non pagati.
Strano, per un imprenditore che dice di sè: «Sono 40 anni che faccio attività economica e non mi è stato mai trovato un singolo errore».
Ad alcuni uomini vicini a Forza Nuova qualche macchia deve averla però trovata la guardia di finanza. C’è infatti un filone tutto economico e ancora riservato nell’inchiesta sui pestaggi ai bengalesi.
Nel mirino degli investigatori ci sono cinque imprenditori forzanovisti sospettati di evasione fiscale e false fatturazioni. Gli affari ufficiali di Fiore, dicevamo, sono invece quasi tutti all’estero. Si concentrano in Inghilterra, soprattutto, dove il leader di Forza Nuova è riuscito nell’ardua impresa di creare un impero finanziario mentre era latitante.
«Abbiamo cominciato lavando piatti nei ristoranti e facendo gli autisti di taxi. Poi abbiamo avviato una piccola agenzia. Ma il genio degli italiani, si sa, porta oltre».
Così lo stesso Fiore ha spiegato l’origine delle sue ricchezze: una rete di società specializzata in viaggi-studio a Londra, forte di proprietà immobiliari e di due marchi noti nel settore, London Orange e Easy London.
Al presunto genio italico, però, si aggiunge una massiccia dose di opacità finanziaria. Fanno infatti riferimento a Fiore e ai suoi sodali tre strutture britanniche di trust (società fiduciarie, dove i titolari possono restare anonimi) nelle cui casse sono affluite centinaia di migliaia di sterline.
Soldi entrati per anni come donazioni anonime. E poi finiti a società possedute direttamente dalla famiglia del leader di Forza Nuova.
Solo negli ultimi quattro anni, per citare un caso, un trust intitolato all’Arcangelo Michele ha incassato 475 mila euro da elargizioni liberali in Gran Bretagna.
Chi ha mostrato tanta generosità nei confronti del leader neofascista? Mistero. Di certo buona parte di questi soldi è stata poi girata a Rapida Vis, Futura Vis e Comeritresa, tutte aziende controllate dalla famiglia Fiore.
L’attività economica del leader di Forza Nuova non è però circoscritta al solo Regno Unito.
Il patriota Fiore ha fatto rotta anche su Cipro, uno dei più rinomati paradisi fiscali europei. Per cinque anni, fino al gennaio del 2016, Fiore è stato infatti azionista della Vis Ecologia, società che si occupa ufficialmente di «riciclo di materiali», ma che ha tutte le caratteristiche della scatola vuota: zero dipendenti, niente sito internet, sede negli uffici di uno studio di commercialisti locali.
Le visure camerali dicono che l’impresa è stata registrata a Cipro «per scopi fiscali»: risparmiare sulle tasse. Ma è impossibile sapere quanti soldi abbia gestito: la società non ha mai depositato un bilancio. E Fiore non ha voluto rispondere alle domande de L’Espresso.
D’altronde questa non è la sua unica ambiguità .
Attraverso l’associazione Alexandrite, il neofascista romano ha di recente organizzato viaggi in Crimea di alcune imprese italiane che hanno poi deciso di trasferire lì la produzione. Non proprio il massimo per chi definisce la globalizzazione «un evento nefasto della storia».
Come l’Unione europea, di cui però Fiore ha fatto parte dal 2008 al 2009 come parlamentare, con tanto di finanziamento pubblico da 600 mila euro incassato dalla Apf, la coalizione di estrema destra presieduta dal politico romano.
Con gli stranieri, che a parole Forza Nuova vuole bloccare, intanto fa affari attraverso la società Gruppo Italiana Servizi Postali, un’azienda privata di spedizioni che ha come partner tecnologico Western Union, il servizio di money transfer prediletto dagli immigrati.
Eppure proprio Gruppo Italiana Servizi Postali è una delle società più importanti della galassia neofascista: tra i fondatori c’è il figlio di Fiore, Alessandro, mentre l’attuale azionista di maggioranza è l’ex candidato Beniamino Iannace, socio del leader nero in vari altri business in giro per il mondo.
Affari e proclami. Slogan per la patria e soldi all’estero. Con altri intrecci, ancora da esplorare: tifo e periferie.
Perchè molti dei giovanissimi soldati di Roberto Fiore oggi vengono arruolati tra i giovani dei quartieri di Roma Nord, San Giovanni, Appio, ma anche nelle borgate dimenticate dalla politica. E sugli spalti dell’Olimpico. Nella curva nord della Lazio, in particolare. E da qualche tempo anche tra gli ultras della Roma.
La ragazza che ha partecipato al blitz sotto le redazioni di Espresso e Repubblica, per esempio, fa parte degli Irriducibili della Lazio.
Una fetta di tifoseria che si è fatta conoscere per le posizione violente, razziste, antisemite, xenofobe.
(da “L’Espresso”)
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