Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
SUL SALVATAGGIO DI GTT I CONSIGLIERI M5S NON CONCORDANO CON IL PIANO DEL COMUNE E LA SINDACA LASCIA LA RIUNIONE
Il salvataggio di GTT rischia di andare di traverso ai grillini torinesi. 
Tanto che Chiara Appendino ieri ha lasciato una riunione con i suoi consiglieri comunali sul destino dell’azienda dopo le contestazioni nei confronti del suo operato. Il retroscena è raccontato dalla Stampa e ha bisogno di un prologo: la Regione chiede al Comune garanzie sul futuro dell’azienda dei trasporti: si tratta di tirar fuori una ventina di milioni di euro.
I consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle non perdono occasione per polemizzare con il Pd — al governo di Torino per 23 anni — accusandolo di aver distrutto Gtt. I loro colleghi in Comune, invece, tacciono, stretti tra la tentazione di polemizzare con gli avversari e la necessità di non sabotare la loro sindaca, per cui l’appoggio di Chiamparino in questa partita è essenziale.
Il malessere su Gtt è però emerso in tutta la sua potenzialità esplosiva ieri sera, quando i consiglieri Cinquestelle hanno reclamato risposte e chiarimenti sul futuro dei lavoratori, sugli investimenti sul trasporto pubblico, sulle esternalizzazioni di alcuni servizi, previste nel piano di Gtt e da loro non condivise. Una sequenza di interventi da cui traspariva un certo nervosismo per l’essere tenuti all’oscuro dell’evolversi della situazione, che ha fatto perdere la pazienza ad Appendino. La sindaca ha abbandonato la riunione.
E quindi, racconta il quotidiano, le tensioni si sono andate a sommare con quelle del Parco della Salute:
Non era mai successo. Come non era mai successo che alcuni consiglieri del Movimento non votassero come da indicazioni della giunta. È accaduto due volte nell’ultima settimana: la prima quando la presidente della commissione Welfare Deborah Montalbano non ha partecipato al voto su Città della salute, progetto cui è apertamente contraria: «C’è da preoccuparsi seriamente rispetto al nuovo strategico disegno che la Regione Piemonte sta costruendo rispetto ai servizi sanitari», ha scritto. «Tutto naturalmente presentato come nuove “eccellenze sanitarie”, da tremare e indignarsi».
È capitato nuovamente ieri, su una delibera del tutto secondaria: la riorganizzazione di Urban Center. Eppure tre consiglieri — il presidente della commissione Urbanistica Carretto, Paoli e Amore — non hanno partecipato al voto degli emendamenti concordati dal vice sindaco Montanari con il capogruppo del Pd Lo Russo.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DI BANKITALIA SCAGIONA L’EX MINISTRA: IL SUO LEGITTIMO INTERESSE PER IL TERRITORIO”… “DELLA VIGILANZA HO PARLATO SOLO CON PADOAN”… “MAI FATTO PRESSING SU VICENZA”
La crisi delle banche italiane è frutto di una doppia recessione che ha fatto scoppiare il problema dei crediti deteriorati: la maggior parte di loro ha superato le difficoltà , “alcune hanno invece ceduto, anche per comportamenti incauti e irregolari”.
Ma, alla “opinione di alcuni” secondo la quale “la Banca d’Italia avrebbe sempre detto che ‘andava tutto bene’ e avrebbe sottovalutato la situazione”, si oppone un secco: “Non è vero”.
Così il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, in audizione alla Commissione banche, difende l’operato della Banca centrale nella gestione delle crisi bancarie.
Un intervento nel quale non concede spazio alla critica, para i colpi e nega responsabilità sue e della sua struttura nell’avvitarsi delle crisi bancarie.
LE CRISI BANCARIE E LA POLITICA
Come da attese, le domande dei commissari convergono sulle possibili ingerenze dei membri del governo e Visco chiarisce che delle crisi bancarie “ha sempre e solo parlato con il ministro dell’Economia”, Pier Carlo Padoan, “per altro in quanto presidente del Cicr, il Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio”.
Con lui, Visco dice di “parlare spesso più volte al giorno” e con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, “si è visto più volte”.
Con i cinque governi con cui ha avuto a che fare – Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni -, Visco assicura che ci sono stati “rapporti di collaborazione pienissimi, nei miei colloqui con i presidenti del consiglio non c’è mai mai stato uno screzio, ma ampia condivisione”.
Anche con Renzi “ci siamo visti moltissime volte, abbiamo parlato degli stress test, degli Aqr (la revisione della qualità degli attivi della Bce, ndr) e dei problemi gravi delle banche in risoluzione. Abbiamo avuto approcci diversi, ma sempre con trasparenza”.
L’ex premier ha mostrato interesse per la questione di Banca Etruria, una delle quattro banche mandate in risoluzione a fine 2015 di cui il padre di Maria Elena Boschi è stato vice-presidente.
Ancora Visco spiega che in uno degli incontri con Renzi, nell’aprile del 2014, l’ex premier domandò perchè la Popolare di Vicenza (altra banca andata poi a gambe all’aria) volesse acquisire Etruria, “ma non risposi: non entrai per niente nei temi della Vigilanza, presi la sua come una battuta sugli orafi”, vista la vocazione di gioiellieri di entrambi i territori.
La riservatezza dei temi di Vigilanza fu opposta anche alle domande dell’allora ministra Boschi, che parlò con il vicedirettore di Bankitalia, Fabio Panetta.
Dialogo del quale riferisce lo stesso Visco: “Pressioni dalla Boschi su Etruria? No. C’era un legittimo interesse dell’allora ministro su una questione che interessava il territorio”, argomenta il governatore.
“Ne parlò con Panetta, ma lui non disse nulla perchè non si parlava delle questioni della Vigilanza, che sono riservate”.
“Da Boschi – spiega ancora il governatore – venne espresso dispiacere e preoccupazione sulle ripercussioni che l’acquisizione della banca poteva avere sul territorio”, ma “non ci fu nessuna richiesta di intervento” o “sollecitazione”.
Più avanti, Visco dettaglia: “Boschi ha chiarito esplicitamente di non voler trattare atti su Etruria e di non aver nulla da recriminare per la sanzione” comminata al padre, “ma ha espresso preoccupazione per l’economia della provincia la cui crisi avrebbe potuto essere aggravata dalla crisi del credito, sottolineando che bisognava stare attenti”.
Un altro nodo caldo viene svolto fin dall’introduzione, quando il governatore scandisce “in modo chiaro che la Banca d’Italia non ha mai fatto pressioni su nessuno per favorire la Banca Popolare di Vicenza o sollecitarne un intervento. Mai”.
Visco ricorda di avere visto Zonin, l’ex dominus della Popolare veneta, come gli altri banchieri, “mai da solo”.
Il governatore smentisce l’ex dg della Bpvi, Vincenzo Consoli: non “ha mai telefonato” al presidente Zonin, che incontrò “in Banca d’Italia Zonin per 5 minuti” e al quale raccomandò “equilibrio e interventi paritari” rilevando come “fu Consoli a parlarne per primo in vigilanza”.
Quanto alla possibile operazione con Banca Etruria, Visco ripercorre il carteggio con la stessa a proposito della ricerca di un partner bancario in grado di rendere più solido l’istituto.
Da un lotto di oltre venticinque possibili candidati, Visco spiega che gli advisor ne avevano individuati due, uno dei quali era proprio la Vicenza. “Nessuna pressione e indicazione, abbiamo solo recepito l’interesse” di PopVicenza per Banca Etruria, spiega. “Io ho appreso dell’interesse di Vicenza su Etruria ad aprile 2014”, e poi aggiunge: “Non abbiamo sollecitato un intervento”.
LA DIFESA DEL RUOLO DI BANKITALIA
In generale, nella gestione delle crisi bancarie secondo Visco gli uomini della Vigilanza hanno “agito con il massimo impegno e nell’esclusivo interesse del Paese”. Le perdite “sopportate dai risparmiatori nei casi in cui non è stato possibile risolvere altrimenti le crisi sono state diffuse e dolorose. E’ questa una spinta a cercare di migliorare la nostra azione in ogni modo possibile”, aggiunge.
La linea di difesa dell’operato di via Nazionale è chiara: “A determinare l’evoluzione del sistema finanziario italiano non è stata una vigilanza disattenta ma la peggiore crisi economica nella storia del nostro paese. La mala gestio di alcune banche, comunque, c’è stata e l’abbiamo più volte sottolineato; le gravissime condizioni dell’economia hanno fatto esplodere le situazioni patologiche”.
Citando Ciampi sulla funzione di Vigilanza “che riduce le probabilità di crisi ma non può annullarle”, ribadisce che “le imprese gestite male finiscono inevitabilmente per andare in crisi e per chiudere. Nel caso delle banche la questione più delicata è come assicurare che questo processo avvenga senza creare gravi rischi per la stabilità finanziaria e con il minimo impatto sui risparmiatori”.
Alle accuse “di avere evidenti e gravi responsabilità nella gestione e perfino nella genesi di queste crisi”, ribatte: “Non è così”. Anzi, le conseguenze della doppia recessione sul sistema finanziario sarebbero state “ben peggiori senza la nostra attività di supervisione”, ha sottolineato sul punto.
Una parziale critica alla gestione delle situazioni difficili, o meglio al quadro regolatorio che la governa, arriva quando Visco indica “i tempi lunghi — troppo lunghi — che sono stati impiegati per definire e attuare la soluzione prescelta. È necessario, doveroso, approfondire le cause dei ritardi e operare per rendere rapide le procedure di gestione”.
Sul fenomeno delle porte girevoli, il passaggio dall’Autorità agli istituti privati di alcune persone, si difende ricorrendo alla storia: “In oltre 120 anni della Banca d’Italia non ci risulta vi sia mai stato un ispettore che nell’esercizio della propria funzione si sia reso colpevole di omessa vigilanza, o sia stato condannato per corruzione o concussione. L’onestà e l’integrità del personale della Banca d’Italia non sono mai venute meno”.
L’audizione del governatore arriva in una settimana-chiave dei lavori della Commissione banche. Alla vigilia è stata la volta del ministro dell’Economia, Padoan, che ha riferito di non aver “autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione” a tenere colloqui sulle risoluzioni delle banche, in riferimento particolare a quelli dei ministri Maria Elena Boschi e Graziano Delrio sulla vicenda Banca Etruria.
Il presidente della Commissione, Casini, aveva introdotto i lavori odierni sottolineando i “profili di criticità ” fin qui emersi, in particolare nella comunicazione tra Consob e Bankitalia sulle crisi bancarie e le “problematicità ” sulle capacità preventive degli strumenti di vigilanza.
I rapporti tra Authority sono stati trattati da Visco: “In questi anni la collaborazione tra la Banca d’Italia e la Consob è stata leale e costante, a livello sia tecnico sia di vertice. Anche grazie a questa collaborazione è stato possibile gestire e superare casi di crisi, insieme con il governo”.
Visco ammette: “Alcune nostre comunicazioni con la Consob sono state giudicate ‘criptiche’; ne sono state evidenziate difformità rispetto agli interventi rivolti direttamente agli intermediari”.
E aggiunto: “Riconosciamo che, nonostante i passi avanti conseguiti con il protocollo del 2012 e con la collaborazione a livello tecnico, altro può essere ancora fatto per migliorare la comunicazione. Sono già in corso i lavori per il riesame dei protocolli che governano la condivisione di informazioni tra le due autorità , al fine di renderli più efficaci”.
Con l’audizione di Visco, si chiude la parte dei lavori dedicata proprio alle autorità .
Il prossimo nome sottolineato in rosso tra coloro che verranno auditi è quello di Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, che secondo alcune ricostruzioni (smentite dall’interessata) sarebbe stato invitato a occuparsi del dossier di Banca Etruria da Boschi.
(da agenzie)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL SENATORE ERA IN PARLAMENTO DAL 1992
Il senatore modenese Carlo Amedeo Giovanardi, 67 anni, non si ricandiderà alle
prossime elezioni politiche.
E’ stato lo stesso senatore, che oggi fa parte del nuovo partito di centro destra Idea, a darne l’annuncio.
Giovanardi è stato in parlamento ininterrottamente dal 1992 fino ad oggi, entrando da deputato della Dc.
Recentemente, nel 2014, si è anche candidato alle elezioni amministrative per diventare sindaco di Modena, dove ha ottenuto il 3,9% dei voti.
In questa legislatura è stato oppositore di due leggi approvate in parlamento, quella sulle unioni civili per le coppie omosessuali e quella sul biotestamento.
“Continuerò a fare politica sul territorio”, ha dichiarato.
(da agenzie)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
L’APERTURA A UN GOVERNO CON GRASSO E IL PD SENZA RENZI SA TANTO DI PRIMA REPUBBLICA
Non è il passato che non passa, ma che ritorna.
Oltre a segnare una svolta del M5S dal percorso duro e puro seguito fin qui, e a dimostrare che anche Grillo e Casaleggio si muovono nella logica del proporzionale, stile Prima Repubblica, l’offerta di Di Maio di infrangere la severa regola del «no» a qualsiasi alleanza con i partiti tradizionali, per aprire a un eventuale governo di coalizione, con «Liberi e uguali» e se necessario con un Pd derenzizzato, ha uno storico precedente, che risale a trentacinque anni fa.
Nel novembre 1982, dopo la caduta del governo Spadolini a causa della famosa «lite delle comari» tra i ministri Formica e Andreatta, alle consultazioni che si aprirono per risolvere la crisi, il leader del Pci Berlinguer fu autore di una strana uscita.
«Accetteremmo un governo diverso, che segnasse una discontinuità », disse, rivolgendo a De Mita la proposta di varare un governo Dc-Pri, senza i socialisti, e con l’appoggio esterno dei comunisti.
I democristiani non potevano accettare di rompere la già compromessa collaborazione con il Psi, così non se ne fece niente e si andò alle elezioni anticipate.
Ma il passaggio segnò egualmente una fibrillazione dei cristallizzati rapporti politici del tempo, e nella nuova legislatura, complice un forte calo elettorale dello Scudocrociato, i socialisti alzarono il prezzo e ottennero la presidenza del consiglio per Craxi.
Tra allora e oggi, va detto, tutto, o quasi tutto, è cambiato.
E non c’è alcuna analogia tra un grande, tradizionale e novecentesco partito di massa come il Pci e un movimento imbevuto di logica antisistema come i 5 Stelle.
E tuttavia il meccanismo dell’offerta di Di Maio è lo stesso.
Il candidato premier pentastellato si smarca dalla rigida divisione di campo che lo ha tenuto fin qui dentro i confini del populismo nostrano, per proporsi come attore a tutto campo della partita politica che si aprirà dopo il voto di marzo, quando l’assenza di una maggioranza chiara uscita dalle urne (la nuova legge elettorale non è in grado di assicurarla) costringerà il Presidente della Repubblica a esercitare tutta la sua fantasia, per cercare di dare al Paese un governo pienamente legittimato.
Fino a ieri, prima dell’ultima mossa di Di Maio, lo scenario più probabile era uno solo: a meno di una chiara, quanto incerta, vittoria del centrodestra, l’unico sbocco sarebbe stato il ritorno a un esecutivo di larghe intese, come quello guidato da Enrico Letta, che inaugurò la legislatura che sta per chiudersi.
Di Maio invece, con congruo anticipo in modo che anche gli elettori possano capirla e rifletterci su, ha messo in campo una seconda possibilità : un governo 5 Stelle-Liberi e uguali-Pd (ma senza Renzi, nell’ipotesi terremotato da una sconfitta non improbabile e convinto a farsi da parte), costruito in Parlamento su un programma condiviso.
Naturalmente non basta esprimere una disponibilità , e specie in campagna elettorale, come ormai siamo, è lecita qualsiasi domanda e qualsivoglia retropensiero.
Viene da chiedersi, ad esempio, se Di Maio sarebbe disposto a rinunciare a guidare un siffatto governo, qualora i potenziali alleati lo richiedessero per riequilibrare la coalizione.
E in questo caso chi potrebbe assumere il ruolo di presidente del Consiglio: lo stesso Gentiloni, o il veto espresso dal M5S nei confronti di Renzi dovrebbe intendersi automaticamente esteso all’attuale premier?
O il presidente del Senato Grasso, leader di «LeU», neonata formazione di sinistra non programmaticamente ostile a Grillo, Casaleggio, Di Maio e al loro Movimento?
E nel Pd – un Pd bastonato dai risultati, perchè questo è il presupposto -, piuttosto che ritrovarsi all’opposizione, davvero potrebbe maturare il capovolgimento dell’attuale sfida anti-populista e anti-5 Stelle?
Sono domande destinate in gran parte a restare senza risposta, almeno fino al voto.
Eppure la novità esiste, e sarà interessante capire in che modo l’accoglierà Mattarella, quando Di Maio, oggi stesso, andrà a spiegargliela.
Per il momento non resta che prendere atto del cambiamento in corso: la logica binaria politica/antipolitica, populismo/antipopulismo, sinistra di governo/di opposizione, che aveva accompagnato il tramonto della Seconda Repubblica, è finita tutt’insieme.
Le larghe intese, che di questa logica erano figlie, non sono più ineluttabili.
È aperto il cantiere di un «governo diverso», e chissà che stavolta non vada come trentacinque anni fa.
Nella stagione del ritorno al passato, chi ha più filo tesse, la politica è di nuovo l’arte del possibile.
(da “La Stampa“)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
I NUMERI CI SAREBBERO, L’ALTERNATIVA E’ IL PATTO DI NEANDERTHAL CON LEGA E FDI, QUASI LA STESSA COSA
«Il nostro obiettivo è arrivare al 40% e governare da soli. Se no, ci assumeremo la
responsabilità di governare. La sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo»: Luigi Di Maio è stato chiaro in più di un’occasione sulla possibilità di varare un esecutivo a 5 Stelle con chiunque ci stia.
Il candidato premier grillino si rende conto della difficoltà nel raggiungere la maggioranza anche solo in una delle due Camere dopo le elezioni e si sta preparando a una chiamata generalizzata che, nei suoi piani, dovrebbe fornire la possibilità di utilizzare i voti di altre forze politiche per varare un governo. E poi si vedrà .
Un governo purchessia, come si diceva anni fa, che potrebbe anche godere, racconta oggi Ilario Lombardo sulla Stampa, dell’appoggio di uno dei nemici pubblici storici del M5S: il Partito Democratico.
Secondo una fonte molto accreditata vicina al leader grillino, gli unici veti sono nei confronti di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi.
Ma Matteo Renzi non è tutto il Pd. E questo è il punto della svolta che non ti aspetti.
«Se alle elezioni il Pd andrà male e Renzi verrà fatto fuori nella resa dei conti interna, noi saremmo pronti a sederci anche con il Pd e la sinistra».
Nello staff di Di Maio è stato letto con molta attenzione un articolo della Stampa di venerdì scorso che raccontava dell’incubo di Berlusconi di vedere realizzarsi un’intesa post voto tra M5S e Pd.
Il catenaccio recitava: «Renzi potrebbe lasciare se sconfitto e i dem aprire ai grillini».
La fonte conferma: «Ma saremmo noi ad aprire ai dem senza Renzi».
Del flirt con Piero Grasso si era già detto. Ma il ragionamento di una convergenza programmatica sarebbe adesso allargabile a tutta l’area della sinistra. Anche al Pd, seppur de-renzizzato.
Insomma, un’ipotesi ad oggi di fantapolitica ma che potrebbe concretizzarsi dopo le urne, se queste rappresentassero la sconfitta più grande del renzismo e costringessero l’attuale segretario del Partito Democratico a farsi da parte, esattamente come successe a Bersani nel 2013.
Così si aprirebbe una fase nuova politica in cui il PD sarebbe retto da un segretario provvisorio in attesa di nuove primarie: a lui toccherebbe giocarsi le consultazioni con il capo di Stato, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato e subito dopo le discussioni per un nuovo governo.
Un governo purchessia
Numericamente i voti necessari per raggiungere una maggioranza alla Camera arriverebbero agevolmente da un’alleanza (ipotetica) M5S-PD-LeU.
Così come ci sarebbero se dal centrodestra si staccassero a sorpresa Lega e Fratelli d’Italia (con la loro quota di eletti nei collegi) per dare vita con i grillini a quello che si potrebbe chiamare il Patto di Neanderthal.
Il problema sarebbe quello di varare un esecutivo a guida di Di Maio — su questo il M5S non discuterebbe — ma infarcito di tecnici super partes che avrebbero come obiettivo quello di “tirare avanti” mentre il parlamento legifera.
E su cosa legifera?
E i parlamentari renziani eletti ma senza leader si piegheranno a dare il voto all’acerrimo nemico?
Dipende dall’alternativa, ragionano i retroscenisti. Se quella più probabile fosse di tornare alle urne in tempi brevi, probabilmente ci rifletterebbero.
Insomma per tutti vale il concetto: prima la poltrona.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
DAL NATALE DI ROMA A GIACHETTI, DALLA FOTO SBAGLIATA DI PIATTELLI AL PATTO DEI SINDACI GIA’ ESISTENTE
Si dice che un vero leader non debba spiegare il perchè delle proprie decisioni. Si diceva anche prima che inventassero Twitter e Facebook.
Ad esempio, come scrive oggi Virginia Raggi in un tweet: «Ritengo inopportuno che la salma di Vittorio Emanuele III venga trasferita al Pantheon». Ecco, sarebbe stato sufficiente. E invece, la sindaca di Roma offre un suo ulteriore sintetico ragionamento: «Fortunatamente la monarchia fa parte del passato di questa Repubblica».
Lo strafalcione è servito e la Rete, ovviamente, non perdona: «La famosa Repubblica monarchica dei bei tempi andati», si legge tra le centinaia di sberleffi piovuti sulla pagina della sindaca.
«Questa Repubblica, mica un’altra. Ha fatto bene a specificare», ironizza un altro utente. Peccato, perchè contro la sepoltura al Pantheon del re che favorì il fascismo e sottoscrisse le leggi razziali si erano già schierati il Pd, l’Anpi, la comunità ebraica e il Movimento 5 stelle. Rimaneva solo da raccogliere il consenso e invece è arrivata la gaffe.
Non è la prima volta che la sindaca di Roma scivola sul terreno preferito dei Cinque stelle, quello dei social.
La tendenza all’inciampo online Raggi l’aveva già messa in evidenza durante la campagna elettorale, quando lo sfidante a sindaco di Roma del Pd Roberto Giachetti rispose scherzosamente su Facebook al profilo satirico di un altro candidato, Alfio Marchini. Raggi però lo prese per vero e gridò all’inciucio tra Pd e centrodestra.
Tristemente celebre è poi il tweet per festeggiare il compleanno di Roma: «Happy 2.700th Birthday Rome. #NataleDiRoma», scriveva Raggi lo scorso 21 aprile.
Nessun errore grammaticale, in un inglese affatto ostico alla sindaca, ma gli anni della Capitale sarebbero 2770.
Pari imbarazzo, forse, suscitò il tentativo di rimediare al mancato omaggio da parte del Comune di Roma a Settimio Piattelli, uno degli ultimi testimoni della Shoah morto all’età di 95 anni e membro della comunità ebraica della Capitale.
La sindaca corse tardivamente ai ripari esprimendo la propria vicinanza «e quella di tutta Roma alla sua famiglia e ai suoi cari».
Non solo, in contemporanea all’annuncio arrivò anche il tweet dell’account ufficiale di Roma. Tutto perfetto, se non fosse che a corredo del messaggio di condoglianze venne postata la foto di un’altra persona, Adriano Ossicini, quasi coetaneo e amico del povero Piattelli, ma ancora in vita.
L’album delle cadute web di Raggi purtroppo è ricco di momenti passati alla storia della satira online.
Come il selfie di una Raggi sognante, mentre alle spalle l’incendio devasta una pineta romana.
E poi i tweet di trionfo per la riuscita del progetto stadio quando la Conferenza dei Servizi, chiamata a decidere, era ancora in corso.
E ancora, quando in occasione della giornata conclusiva del summit internazionale «Acqua e Clima. I grandi fiumi del mondo a confronto», organizzata proprio in Campidoglio, il sito del Comune salutò entusiasticamente «la proposta di adesione di Roma al “Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia”», pur avendo stretto quel patto nel 2009.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
LA SINDACA DI ROMA INTERVIENE NEL DIBATTITO SULLA TUMULAZIONE DI VITTORIO EMANUELE III, MA SBAGLIA IL TWEET
“In che senso?” ripeteva un famoso personaggio interpretato più volte da Carlo
Verdone, ed è una domanda che si sono posti i romani dopo aver letto l’ultimo tweet di Virginia Raggi.
La sindaca di Roma, infatti, ha detto la sua sulla volontà della famiglia Savoia di tumulare Vittorio Emanuele III al Pantheon e lo ha fatto tramite un cinguettio che sembra rendere contemporanei il periodo storico della repubblica con quello della monarchia.
E agli occhi degli utenti del social network la nuova gaffe della sindaca a 5 stelle non è di certo passata inosservata.
“Fortunatamente la monarchia fa parte del passato di questa Repubblica” ha scritto infatti la Raggi, aggiungendo poi di essere fermamente contraria al trasferimento del re all’interno di uno dei monumenti storici e più significativi d’Italia.
I follower della prima cittadina, tuttavia, hanno subito sottolineato l’inesattezza storica del messaggio, in quanto ovviamente l’istituto monarchico e quello repubblicano non possono coesistere in un medesimo Stato.
“La famosa Repubblica monarchica dei bei tempi andati…” ha commentato con ironia uno dei tanti utenti, mentre un altro è stato ancora più pungente: “Hai capito perchè Casaleggio sta puntando forte sull’intelligenza artificiale?”.
Una altro utente, invece, mette in dubito la paternità dell’opera: “Questo l’ha scritto Di Maio, si riconosce”.
Le ultime ore sembrano quindi essere state negative per la giunta romana, alle prese anche con la figuraccia della prematura dipartita di Spelacchio.
Il dipartimento per l’ambiente del Comune di Roma ha infatti annunciato che l’abete rosso addobbato a piazza Venezia non arriverà vivo al 25 dicembre, scatenando l’ironia dei cittadini capitoli: il giorno di Natale alle 13 si terranno simbolicamente i funerali dell’albero romano più sfortunato di sempre.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL COGNATO DI FINI SCARCERATO A DUBAI, NONOSTANTE IL MANDATO DI CATTURA INTERNAZIONALE PER RICICLAGGIO
Giancarlo Tulliani, genero dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini, torna libero dopo il pagamento di una cauzione.
Era stato arrestato all’inizio di novembre perchè le autorità emiratine hanno accolto l’istanza di scarcerazione presentata alla fine del mese dall’avvocato che lo assiste negli Emirati.
Tulliani si trovava a Dubai da mesi, dopo che era emerso lo scandalo delle «slot machines» che lo vede accusato di riciclaggio dalla procura di Roma.
Tulliani viveva a Dubai con regolari documenti di soggiorno e un’asserita attività lavorativa nel campo immobiliare (sempre lo stesso).
Con risorse sufficienti a garantirgli anche le frequenti visite della fidanzata da Roma, una dipendente dell’Atac figlia di dipendenti Atac che volava avanti e indietro con gli Emirati, in business class.
Ma all’improvviso tutto è cambiato, dopo l’episodio dei giornalisti che, avendolo rintracciato, lo infastidivano al punto da fargli chiedere l’aiuto della polizia che poi l’ha arrestato perchè su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale.
I difensori italiani di Tulliani, Titta e Nicola Madia, da tempo gli consigliavano di rientrare in Italia, mettersi a disposizione della Procura di Roma e attendere l’esito di un processo per riciclaggio che loro ritengono infondato.
Perchè sostengono che i milioni di euro trasferiti dal «re delle slot» Francesco Corallo a Sergio e Giancarlo Tulliani sono tutt’al più una tangente figlia di altri reati: la corruzione, che nel caso andrebbe contestata a Fini e non a loro, oppure un millantato credito o un traffico illecito di influenze.
Tutto prescritto o non previsto dal codice penale all’epoca dei fatti.
Sia a Tulliani che al suo garante sono stati ritirati i passaporti, così da evitare che si allontanino dal Paese. Alla polizia ha dovuto indicare un indirizzo di residenza certo, così da essere facilmente rintracciabile. Le speranze però che rientri rapidamente in Italia si fanno sempre più labili.
Le autorità emiratine potrebbero decidere di estradarlo e consegnarlo alla giustizia italiana solo per una “cortesia istituzionale”, ma di fatto non sono obbligate. Il Parlamento italiano infatti non ha ancora approvato la ratifica del trattato di estradizione con gli Emirati arabi uniti, a differenza di quanto fatto da Dubai ormai nel 2016. Un dettaglio ben noto a Tulliani, così come ad altri latitanti di lusso che dall’Italia hanno scelto quel preciso Paese per mettersi al riparo dalla giustizia.
Da dove possano arrivare i soldi serviti per pagare la cauzione di Tulliani resta un mistero.
Di sicuro, per quel che è noto agli inquirenti italiani, il cognato di Fini aveva un conto presso la Emirates Nbd Bank di Dubai che al 18 agosto 2016 aveva un saldo positivo pari a 633.583 euro.
In parte quel denaro gli è servito per sostenere la sua latitanza dorata. Denaro intoccabile dalla giustizia italiana.
Nel corso della sua permanenza a Dubai, Tulliani aveva anche ottenuto la “resident identity card”, di fatto un documento di identità che gli ha permesso di aprire una società , ottendo così un visto di tre anni, rinnovabile.
Nel caso in cui le autorità locali decidessero di non rispedirlo in Italia, per lui ci sarebbe un’impunità assicurata per almeno i prossimi sei anni.
(da agenzie)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
AL CONFINE TRA ITALIA E FRANCIA, DOVE IL GELO E’ PERICOLOSO QUANTO LE ONDE DEL MEDITERRANEO
Neri nel bianco. Le infradito affondate. Le magliette fradicie. Le mani di ghiaccio. 
Una settimana fa hanno trovato cinque ivoriani a meno cinque, sotto la tettoia d’una centrale elettrica, quota milleotto, ottanta centimetri di neve, abbracciati nell’illusione di non congelarsi. Un’altra notte, c’era una donna incinta col bambino in braccio.
Ormai passano al ritmo di trenta al giorno. Basta il WhatsApp d’uno che ce l’ha fatta, e dai centri d’accoglienza italiani scappano tutti.
Non si passa al Brennero? Niente Ventimiglia? La nuova rotta è scalare i varchi del Piemonte e scendere le vallate di là : 693 nel 2015, dieci volte di più nel 2016, erano già 3.500 quest’estate. Alpi Express. Non c’è bisogno di scafisti della neve – solo qualcuno si fa imbrogliare dai passeur, «200 euro e ti porto io» –, tutti si fidano di qualche volontario o dei valligiani di buon cuore: a Nèvache, il paese s’è organizzato con cibo e coperte, facendo arrabbiare il governo di Parigi («perchè mettete a loro disposizione i punti di ristoro?») e ricevendo invece il sostegno di molte ong («perfino ai gatti randagi si offre una ciotola d’acqua»).
La Lampedusa delle Cozie è la stazione di Brianà§on, 10 km oltralpe. Il mare per arrivarci è l’immenso bianco del Monginevro. Scavalla tutta quell’Africa che non ha mai visto un fiocco di neve: «Non pensavo facesse così freddo», ha detto uno a chi lo soccorreva.
Quando quassù svernerà , spunterà qualche cadavere? «È già successo gli anni scorsi – dice Michele Belmondo, capo della Croce Rossa in val di Susa –, e i migranti erano molti meno. Mi ricordo che a uno han dovuto amputare gli arti in cancrena…».
Snow People. Dalla Costa d’Avorio ai costoni delle montagne, ci provano e ci riprovano.
«Non è facile bloccarli – ammette un agente di Polizia italiano –, perchè non è gente che vuole essere soccorsa, come nel Mediterraneo. Si nascondono, scappano. Senza rendersi conto di rischiare la vita».
Dalla provinciale del Melezet ai sentieri che salgono fin sulle cime, assieme a qualche cartello artigianale che indica la Francia, hanno appeso manifestini con la scritta «danger» e l’allerta in cinque lingue: «La montagna è pericolosa d’inverno, c’è rischio di morire. Per favore, non provarci».Inutile.
Molti hanno già chi li aspetta in Francia. Tutti sanno d’avere 72 ore per giocarsi l’Europa: o la va, o si ritorna veloci ai centri d’accoglienza che, per la legge italiana, entro tre giorni sono tenuti a riprendersi i fuggiaschi.
Nessuno rinuncia alla chance. La gendarmeria francese non va troppo per il sottile, come già a Ventimiglia. A Brianà§on, gli autisti dei pullman navetta per Salice d’Ulzio hanno denunciato d’essere stati bloccati dagli agenti e obbligati a caricare gratis i migranti acciuffati: senza identificazione, senza un documento, basta che li riportino al più presto in Italia…
«Non vogliamo fare i passeur – dicono –, il nostro contratto non prevede che dobbiamo caricare queste persone. Dov’è la nostra sicurezza?».
Le Alpi stanno diventando il secondo Mediterraneo, hanno protestato ieri trecento volontari sui sentieri della nuova rotta. A un certo punto si son dovuti levare le ciaspole, hanno chiamato i soccorsi: c’era un gabonese, semiassiderato, sotto un abete.
E questa è l’Europa civile?
(da “il Corriere della Sera”)
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